CULTURA E SPETTACOLI- Pagina 2

Gabriele Di Fronzo e Sfinge: l’ultimo viaggio di un uomo che custodisce il tempo

TORINO TRA LE RIGHE

Ci sono romanzi che non si limitano a raccontare una storia, ma aprono un varco. Per concludere questo 2025, per Torino tra le righe, voglio parlarvi di Sfinge, l’ultima opera di Gabriele Di Fronzo, torinese classe 1984, uno di quei libri che invitano il lettore a sedersi accanto al protagonista e a osservare il mondo con uno sguardo sospeso fra il passato e ciò che non è ancora accaduto. Di Fronzo, già autore di Il grande animaleLa samurai e Cosa faremo di questo amore, torna in libreria con un romanzo che profuma di sabbia antica e metropoli future. Una storia che parte da Torino, dal Museo Egizio, crocevia di memorie millenarie, e che si apre su Shanghai, città-mondo in cui tutto sembra essere costruito per sfidare – o ingannare – il tempo.
Il protagonista, Matteo Lesables, ha un mestiere che somiglia a un rito: è un courier, un custode viaggiante incaricato di scortare reperti preziosi nei loro spostamenti tra musei. Una vita trascorsa dentro aeroporti, casse climatizzate, sale espositive illuminate come templi. Sembra paradossale, ma Matteo ha passato più tempo con statue e papiri che con le persone. Quei reperti – fragili, solenni, muti – sono diventati la sua compagnia e la sua misura del mondo. Ed è proprio nel momento in cui sta per lasciare il lavoro, alla soglia dei sessant’anni, che gli affidano la missione più imponente: accompagnare a Shanghai la Sfinge del Museo Egizio di Torino. Un blocco di sabbia plasmato dal tempo, un enigma che attraversa millenni e che nel romanzo diventa quasi un personaggio.
Il viaggio di Matteo non è solo una trasferta lavorativa. È un attraversamento. Shanghai gli appare come un organismo vivente: luminoso, vertiginoso, spesso incomprensibile. Una città che non ha paura di cancellare ciò che è stato per edificare ciò che sarà. Il contrario esatto della sua amata Torino, che invece custodisce e stratifica. In questa metropoli sterminata, Matteo incontra Qi, giovane direttrice del museo ospitante. Una donna sfuggente, brillante, con una grazia fatta di chiaroscuri. Non è un amore quello che nasce – forse nemmeno un desiderio. È piuttosto un richiamo, la possibilità di rivedere se stesso da un’altra angolazione. E poi c’è un altro incontro, apparentemente minore ma decisivo: un uomo d’affari che gli parla di fiori in via d’estinzione. Sarà proprio un piccolo seme, minuscolo e tenace, a insinuarsi nella trama come una promessa inattesa.
Nelle pagine del romanzo, Di Fronzo intreccia i paesaggi del presente con quelli della memoria. Soprattutto con Sara, l’ex moglie che continua a vivere nei pensieri del protagonista come un’eco che non si decide a svanire. Matteo non sa spiegarsi perché quell’amore sia finito: lo osserva come si osservano i reperti che ha trasportato per una vita intera, cercando un senso nelle crepe, nella polvere, nel silenzio. La vera forza del romanzo sta forse qui: nel modo in cui mette in scena la solitudine come uno spazio abitabile, a volte persino necessario. Matteo attraversa Shanghai come ha attraversato la vita: con passo leggero, ma col peso degli anni che gli scivolano fra le dita come sabbia.
Sfinge è un romanzo che parla di tempo, più che d’amore, più che di viaggi. Il tempo che corrode, che conserva, che confonde. Il tempo delle statue, che sfida l’oblio, e quello degli uomini, che invece vi soccombono più facilmente. La voce di Matteo è quella di un uomo che ha passato la vita accanto alla storia degli altri e ora si ritrova a fare i conti con la propria. Eppure, nonostante la malinconia che attraversa queste pagine come un filo d’oro scuro, il finale lascia aperta una porta: perché anche quando tutto sembra all’ultimo giro, qualcosa può ancora germogliare.
Nel romanzo, Torino è presente come sottotraccia: nel museo, nei reperti, nella formazione del protagonista. Ed è proprio questa radice torinese – stabile, silenziosa, antica – a dare al libro una profondità particolare. Il viaggio verso Shanghai diventa così anche un viaggio di ritorno: non a una città, ma a ciò che resta, a ciò che vale la pena custodire. Con Sfinge, Gabriele Di Fronzo firma un romanzo colto, elegante, ma soprattutto capace di toccare quella parte dell’animo che non ha mai smesso di fare domande. Un libro che si legge come un lento avvicinarsi alla verità, una verità che non necessariamente consola, ma che illumina.
MARZIA ESTINI

Biella, “Bethlem”: nel Duomo l’installazione itinerante di Franzella

Fino a martedì 6 gennaio 2026

Biella

Eppure il titolo – “Bethlem” – è chiaro! Ma quell’asino oscuro e inquietante, ricoperto di catrame, in groppa di tutto e di più (niente di bello!!) sacchi di iuta, oggetti domestici, caschi bellici, borse zeppe di armi e micidiali munizioni, NO … non può essere il mite asinello, simbolo di umiltà, dedito con il bue (figure entrambe introdotte da San Francesco nel Presepe, nel 1223) a donare calore, la notte della “Natività”, a quel “Pargol Divin”, rifugiato nella Sacra Grotta di Betlemme. Non c’è mitezza in quegli occhi, né luce, né segni d’amore e speranza. Quell’asino è simbolo di un’attualità ferita e crudelmente mortificata che accompagna ormai da anni i nostri giorni e non s’arresta neppure di fronte alle richiesta di fratellanza, rispetto e dignità umana che, da più parti, si levano inascoltate e schiacciate dal peso disumano dei grandi terreni poteri.

Realizzata con tecnica mista, resina iuta e catrame, è arrivata così – come un pietoso asino “da soma” – nel neogotico “Duomo di Santo Stefano” a Biella l’installazione itinerante, “Bethlem”, progetto avviato nel 2016 dall’artista concettuale, poeta della materia e geniale architetto dello “scarto”, il palermitano Daniele Franzella, oggi vice direttore dell’“Accademia di Belle Arti” del capoluogo siciliano. L’evento rientra nell’ambito del Programma “Sia luce. Un percorso tra arte e spiritualità” a cura di Irene Finiguerra per “BI-Box Art Space”; percorso d’arte e sacralità che mette al centro del suo interesse il complesso della “Cattedrale” biellese, come fulcro della spiritualità della città e del suo territorio e che dall’ottobre del 2019 ha portato fra le austere navate del “Duomo” di Biella le opere di un buon numero di “artisti contemporanei” e di “respiro internazionale”, in un susseguirsi di intrecci altamente suggestivi fra il “tema del sacro” e il declinarsi di narrazioni artistiche che, in maniera diversa, hanno sempre rincorso le voci e le lingue della più esaltante modernità.

Ebbene, fino a martedì 6 gennaio dell’anno prossimo (tutti i giorni dalle ore 7 alle 19), in quella “Cattedrale”, considerata “Chiesa Madre” della “Diocesi di Biella” sarà esposta l’opera, coraggiosa e simbolicamente intrigante di Franzella, già presentata in altri luoghi carichi di spiritualità e memoria, dalla “Johanneskirche Stadtkirche” alla “Biblioteca Centrale” di  Düsseldorf. La sua “Bethlem”, diciamolo chiaro, non è opera di facile acquisizione e lettura. In essa giocano, oltre all’estrosa ma superba manualità dell’artista, volani di pura emozionalità e intrigante simbologia, in cui è facile perdere il senso della narrazione e del tempo. Resta viva, invece e volutamente percettibile quell’atmosfera di cupa percezione di un mondo raccattato a pezzi e ricostruito attraverso passaggi operativi che mai interrompono la linearità di una pessimistica visione dell’esserci e del quotidiano, così estranei a quel clima di luminosa serenità che gli attuali tempi di Festa vorrebbero. E qui il condizionale è, oggi più che mai, d’obbligo.

Scrive in proposito Irene Finiguerra“L’asino di Franzella è l’emblema – fra scena della ‘Natività’ e della ‘Fuga in Egitto’ – di un esodo contemporaneo:  la condizione del rifugiato, lo sradicamento, la fuga, la precarietà di chi porta con sé il peso di una storia che non ha scelto. Il suo dorso è una ‘montagna di dramma’, ma anche un ‘archivio di vite’: ogni oggetto è traccia, indizio, testimonianza … Gli stessi oggetti che sormontano l’animale sono un inventario visivo che rinvia dalle guerre postcoloniali ai più recenti scenari bellici, evocando le immagini di carovane di profughi, di gente in fuga costretta a raccogliere frammenti del loro vissuto lungo il proprio esodo”.

Parole pienamente condivisibili, proprie di chi, dall’esterno, osserva con attenzione e competenza l’opera, ma parole che accettano e bene convivono con un’altra possibile interpretazione. Quella data dllo stesso artista che considera “Bethlem” come un’opera “carica d’amore”.

“L’asino ricoperto di buio materiale – afferma Franzella – è un appello alla compassione; dentro gli oggetti del fuggiasco c’è l’eco delle nostre stesse vulnerabilità; dentro la sua immobilità si muove il racconto universale dell’attesa. Nel tempo liturgico del Natale, l’opera agisce come un contrappunto critico: non illustra la tradizione ma la rilancia nel presente, ricordandoci che Betlemme non è soltanto un luogo della storia, ma una condizione dell’umanità”.

Per info: “BI-Box Art Space”, via Italia 38, Biella; tel. 392/5166749 o www.biboxartspace.com

Gianni Milani

Nelle foto: Daniele Franzella “Bethlem”, tecnica mista, resina, iuta e catrame, 2016, nell’allestimento all’interno del “Duomo di Santo Stefano” (Ph. Stefano Ceretti per “Sia Luce”); Daniele Franzella

Belisario, né povero né cieco, un grande generale

Giù le mani da Belisario! Si fa per dire naturalmente, ma il dipinto con Belisario che chiede l’elemosina di Stefano Maria Legnani (1661-1713) detto Legnanino, tornato negli Appartamenti dei Principi a Palazzo Carignano dopo tre secoli di assenza ed esposto al pubblico fino al 6 gennaio 2026, immortala la leggenda che circonda gli ultimi anni di vita del generale bizantino Flavio Belisario (500-565), braccio destro dell’imperatore Giustiniano. L’idea che Belisario sia diventato cieco per ordine di Giustiniano e ridotto in povertà è certamente una leggenda fiorita nel Medioevo, del tutto inventata, almeno secondo la maggioranza degli storici. La realtà è ben diversa. Belisario fu un valoroso generale bizantino al servizio dell’imperatore che riconquistò territori e sconfisse Vandali e Goti, Unni e Persiani. Sotto Giustiniano fu il più grande condottiero dell’Impero Romano d’Oriente. La storia della cecità e della povertà di Belisario divenne un soggetto popolare per i pittori del Seicento e Settecento come il David, Van Dyck, Legnanino e altri artisti che l’hanno raffigurato vecchio, cieco e mendicante, riconosciuto da un suo ex compagno d’armi. In realtà non fu mai accecato da nessuno, né fu costretto a chiedere l’elemosina per le strade di Costantinopoli. Una favola dipinta su tela oscura quel grande personaggio che fu Belisario, vittima di una leggenda sfruttata da diversi pittori per motivi morali e politici, come la denuncia dell’abuso del potere e l’ingratitudine dei sovrani verso i servitori. Non ultimo, il tentativo di suscitare compassione nello spettatore di fronte al quadro. Dipinti, opere teatrali e romanzi resero la leggenda ancora più credibile.
belisario
Ricordato da Dante come esempio di valore militare, la figura di Belisario ha ispirato anche scrittori, poeti e musicisti come Donizetti. È vero che ad un certo punto Belisario si trovò in difficoltà con Giustiniano e fu coinvolto in un tentativo di congiura contro il suo imperatore. Benché cadde in disgrazia politica, fu pienamente riabilitato, morì ricco e potente confutando le versioni da romanzo che lo volevano in miseria e in fin di vita. Nell’inchiesta emerse il suo nome e venne posto agli arresti domiciliari ma un anno dopo venne prosciolto dalle accuse e riammesso a corte. Morirà due anni dopo per cause naturali, nel pieno della popolarità, libero e con i suoi beni, nonché esaltato come colui che salvò la capitale imperiale dagli assalti dei barbari. La scelta iconografica, spiegano a Palazzo Carignano, ha un evidente valore allegorico legato alla vita del committente, il principe Emanuele Filiberto, che ne ordinò la realizzazione al Legnanino nel 1697. Alla sorte di Belisario viene infatti collegata la vicenda di Emanuele Filiberto di Savoia (1628-1709) detto “il Muto”, i cui contrasti con Luigi XIV sfociarono nell’esilio per il rifiuto di un matrimonio imposto dal sovrano con una nobile francese. In effetti Emanuele Filiberto di Savoia ebbe difficoltà economiche negli ultimi anni della sua vita. La vita da principe di corte con spese molto elevate lo portò a indebitarsi e a chiedere prestiti onerosi.
                                                                                                      Filippo Re
Nelle foto  il dipinto del Legnanino “Belisario chiede l’elemosina” e il ritratto di Belisario alla destra di Giustiniano in un mosaico della Basilica di San Vitale a Ravenna

“Il vicolo e altri racconti”, l’uomo e il cambiamento nel nuovo libro di Alessandro Valabrega

Dopo il romanzo “Tra i denti dello squalo” e la raccolta di poesie “Andante con moto”, la Paola Caramella Editrice ha pubblicato la nuova fatica letteraria del giornalista e fotografo Alessandro Valabrega, intitolata “Il vicolo e altri racconti”.
Un vicolo dove si incrociano i destini di quattro personaggi agli antipodi: una pornostar alle soglie della pensione, una giornalista alla ricerca di fumo, un’appassionata di musica balcanica in una sera d’estate e una misteriosa segretaria indiana. Questi, e molti altri, i protagonisti de “Il vicolo e altri racconti”, storie diverse con il tema centrale della realtà a fare da fil rouge, una realtà che, per essere compresa, chiede di abbattere le barriere dell’ipocrisia e del conformismo.

Se la realtà è il tema centrale e sfondo dell’opera, vi è una sua conseguenza, abbastanza evidente, che ancora meglio può descrivere quell’inquietudine, quella necessità di movimento, di cui Valabrega scrive e descrive con dovizia di particolari senza perdere l’incedere della narrazione, che ben rappresenta una sorta di malinconia novecentesca e le domande, terribili poiché primordiali, dell’uomo contemporaneo: la dimensione del cambiamento. I personaggi di Valabrega sembrano tutti un po’ in ritardo sull’orologio del cambiamento: un po’ clichè e opprimente nel cuore di chi lo incarna, una sorta di ombra per chi, incantato da una realtà più soggettiva che oggettiva, deve cambiare prospettiva, abitudini e riti, modellare un nuovo modo di essere anche attraverso il cambiamento dell’altro. Temi certamente contemporanei, ma che provengono da lontano, da quei prodromi mai del tutto interiorizzati, ma letterariamente molto amati, che giungono dalle opere di Kafka, se pensiamo al suo racconto più noto, “La metamorfosi”, in cui neppure la famiglia del povero, sventurato Gregor Samsa, può sopportare la mutazione in grosso insetto dell’incolpevole protagonista, o ancora Pirandello in “Uno, nessuno e centomila”, in cui il protagonista più intenso e vero è rappresentato dall’impotenza verso la propria identità, e poi Pessoa, il poeta della “sola moltitudine, e ancora i più moderni Tabucchi e Cortazar.

L’incedere della narrazione di Alessandro Valabrega sembra ripercorrere lo stile e le volontà delle opere e degli autori sopracitati. Una sorta di Imitatio, quel genere letterario incentrato sull’imitazione dei maestri, alla base della continuità della letteratura, mai visionaria, e paradossalmente attuale, come ai giorni nostri. Emergono fortemente, in quest’opera, le fasi che il cambiamento deve attraversare per evolvere in una realtà che tutti noi siamo abituati a indicare come “normalità”. Fasi e dimensioni che sembrano dover passare attraverso ciclici scandali e brutalità emotive, torture e aberrazioni visive, ma la realtà più scabrosa, e qui Valabrega ha evidenziato intensamente il vero fine della sua narrazione, è la nostra incapacità di affrontare veramente il cambiamento.

Mara Martellotta

“La clessidra di bambù”: Li Po, Mussapi e un’indagine sull’energia cosmica

“La clessidra di bambù”, nuova curatela del poeta Roberto Mussapi, recentemente pubblicata da Bibliotheka Edizioni e incentrata sulla figura di Li Po, leggendario poeta vissuto nell’ottavo secolo dopo Cristo, tra i massimi dell’intera letteratura cinese, è in libreria con quella che sembra essere la più completa e rappresentativa selezione di testi poetici del genio della Dinasta Tang, magistralmente tradotti da una penna fra le più importanti della poesia contemporanea.

Impregnato di taoismo e mistica ascensionale, il libro si presenta come un’indagine sull’ energia cosmica, che dal sublime vira verso il nostalgico, dal mistico al sentimentale, dal realistico al tragico, illuminata da quei bagliori notturni in cui il poeta scorge l’infinito. Se il sole genera vita, la luna la suscita, la muove, ne scandisce nascite e maree, tempeste e quiete, un’energia che è simbolo della Grande Madre, della ricettività, dei sogni e dell’inconscio, governatrice dell’intuizione, protettrice notturna dell’amore e della rinascita. Tutti elementi viscerali che Mussapi ci consegna in questa sua curatela del grande Li Po, che leggenda narra essere affogato nel fiume, cercando di afferrare la luna.

Proprio la contemplazione lunare – importante fil rouge magico e letterario tra Li Po e Roberto Mussapi – evidenzia il forte legame del poeta cinese con temi d’influenza taoista, espressi in quanto solitudine e rifugio nella libertà interiore, liberazione da ogni convenzione e ricerca d’armonia con la natura, di cui diventa estremo e tragico rappresentante nel momento della loro celebrazione, il più delle volte accompagnata dallo stesso vino di cui Baudelaire scrisse nel suo “Paradisi artificiali”. In sintesi, lo stile di Li Po è un’illuminazione di lirismo spontaneo e immaginifico, “capace di sogni improvvisi”, come ha scritto Roberto Mussapi, magistrale nell’aver saputo evocare il potere trasformativo della poesia: la magia di generare voce dove vige il silenzio, il poeta che diventa suono e significato del tempo passato, ormai proiettato nel futuro.

“Assetato d’infinito quanto Baudelaire, sapiente quanto Coleridge e Goethe, pulsante di vita quanto il mitico Villon. È questo il profilo intellettuale di Li Po, (701-762), il più grande di una straordinaria stagione di poeti che nell’ottavo secolo d.C. hanno dato vita in Cina a un fenomeno artistico paragonabile a quello dei poeti latini dell’età augustea, degli elisabettiani, degli stilnovisti, dei rinascimentali, dei romantici.Un narratore unico: mistico, visionario, capace di sogni improvvisi. Quasi shakespeariano nella sua incessante sperimentazione di ogni gamma narrativa: dal sublime al nostalgico, dal mistico al sentimentale, dal realistico al tragico. Un autore di intramontabile grandezza ammirato e venerato da Mahler, Pound, Hesse e Bukowski”.

Gian Giacomo Della Porta

Gli States… in cornice

Al “Forte di Bard”, grande mostra fotografica incentrata sul “racconto” degli Stati Uniti d’America con foto in arrivo dall’Agenzia “Magnum Photos”

Fino all’8 marzo 2026

Bard (Aosta)

Polo culturale d’eccellenza della Vallée, il sabaudo “Forte di Bard” appare sempre più orientato a diventare un vero e proprio “centro nevralgico” per quanto riguarda le esposizioni dedicate all’arte fotografica. Da poco conclusesi le rassegne “Oltre lo scatto” e “Gianfranco Ferré, dentro l’obiettivo”, e ancora in corso “Bird Photographer of the Year 2025”, l’ottocentesca Fortezza torna a proporre una nuova esposizione, a soggetto gli “States”, attingendo niente meno che dagli Archivi dell’Agenzia “Magnum Photos”, una delle più importanti Agenzie Fotografiche a livello mondiale, oggi guidata da Cristina de Middel e fondata ( inizialmente con due sedi, a New York e a Parigi) nel 1947 da Maestri del calibro di un Robert Capa, Henri Cartier-Bresson, David Seymour, George Rodger, William (detto Bill) e Rita Vandivert.

“Magnum America. United States”, é il titolo dell’attuale rassegna allestita nelle sale delle “Cantine” fino a domenica 8 marzo 2026, promossa, nel solco di un’ormai consolidata collaborazione sul fronte della fotografia storica e del costume dal “Forte” valdostano e da “Magnum”, e curata dalla critica d’arte Andrèa Holzherr, responsabile della promozione dell’“Archivio Magnum”. Organizzata in capitoli decennali, dagli anni ’40 ai giorni nostri, “l’esposizione – sottolineano gli organizzatori – ha quale primo obiettivo quello di porre a confronto persone ed eventi ordinari e straordinari, offrendo un’interpretazione commovente del passato e del presente degli Stati Uniti d’America, mettendone al contempo in discussione il futuro”. Il futuro di un Paese, cui “Magnum Photos” fin dai suoi inizi ha guardato con interesse e profonda analisi critica, com’era e com’é necessario per una nazione da sempre simbolo di “libertà” e “abbondanza”, ma anche di tensioni sociali, sconvolgimenti culturali e divisioni politiche non di poco conto e quasi sempre proiettate, nel bene e nel male, sul destino del resto del Pianeta.

Ecco allora, fra gli scatti in parete, l’iconica immagine di profilo di “Malcolm X” (Malcolm Little) attivista politico, leader nella lotta degli afroamericani per i “diritti umani”, assassinato durante un discorso pubblico ad Harlem all’età di soli 39 anni, da membri della “NOI – Nation of Islam”, gruppo “nazionalista nero” che predicava la creazione di una “nazione nera” separata all’interno degli States. Lo scatto è a firma della fotografa americana Eve Arnold, la prima free lance donna della “Magnum”. Di Bruce Gilden, ritrattista eccezionale di gente comune incontrata a Coney Island, piuttosto che a New York centro, è toccante il primo piano sofferente e affaticato di “Nathen”, ragazzo di campagna dell’Iowa, che non nasconde all’obiettivo la libera “voce” delle sue lacrime. E poi la grandiosa “Ella Fitzgerald” di Wayne Forest Miller, fra i primi fotografi occidentali a documentare la distruzione di Hiroshima, insieme al curioso caotico intrecciarsi di mani fra “John Fitzgerald Kennedy” e la folla dei sostenitori in un comizio per le “Presidenziali” del 1960.

Per molti dei fondatori europei di “Magnum”, l’America rappresentava “sia una nuova frontiera che un banco di prova per la narrazione fotografica”Robert Capa ha catturato il glamour di Hollywood e l’ottimismo del dopoguerra, mentre l’occhio attento di Henri Cartier-Bresson ha analizzato i rituali e i ritmi del Paese “con uno sguardo distaccato e antropologico”. Con la crescita dell’Agenzia, fotografi americani come Eve ArnoldElliott Erwitt e Bruce Davidson hanno contribuito con prospettive privilegiate, documentando tutto o quasi: dal movimento per i diritti civili e le proteste contro la “Guerra del Vietnam”, ai ritratti di comune quotidianità nelle piccole città e nelle grandi metropoli. Dai grandi trionfi ai più profondi traumi: il “V-day” (“Victory in Europa Day”), la Marcia su Washington, Woodstock, l’11 settembre, le campagne presidenziali, gli eventi sportivi, le manifestazioni culturali, i disastri naturali e le profonde cicatrici della disuguaglianza razziale ed economica. “Insieme, queste immagini formano un mosaico – concludono gli organizzatori – a volte celebrativo, a volte critico, sempre alla ricerca e che continua ad interrogarsi su cosa sia l’America e cosa potrebbe diventare”.

Gianni Milani

“Magnum America”

Forte di Bard, via Vittorio Emanuele II, Bard (Aosta); tel. 0125/833811 o www.fortedibard.it

Fino all’8 marzo 2026

Orari: mart. – ven. 10/18; sab. – dom. e festivi 10/19. Lunedì chiuso

Nelle foto: Eve Arnold / Magnum Photos “Malcolm X”, Chicago, USA, 1961; Bruce Gilden / Magnum Photos “ Nathen, a farm boy”, Iowa, USA, 2017; Wayne Miller / Magnum Photos “Ella Fitzgerald”, Chicago, USA, 1948

Quattordici titoli a riproporre l’universo cinematografico di Mario Martone

Il mese di gennaio 2026 al Cinema Massimo

L’anno nuovo del Cinema Massimo si aprirà con la retrospettiva (9 – 24 gennaio) dedicata a Mario Martone, regista di punta del panorama cinematografico degli ultimi decenni (il punto d’inizio fu “Morte di un matematico napoletano” sulla figura di Renato Caccioppoli, 1992, Gran Premio della Giuria a Venezia e David di Donatello quale miglior regista esordiente) come pure di quello teatrale (dal 2007 al 2017 direttore artistico dello Stabile Torinese, indimenticabili tra i tanti titoli le “Operette morali” da Leopardi e “Morte di Danton” di Büchner) e lirico, napoletano di nascita, 66enne, retrospettiva che è momento eccellente per affrontare ancora una volta un universo dove possono riemergere non pochi successi – “È sempre una questione di eredità. Il cinema di Mario Martone si pone, testo dopo testo, di fronte a una dialettica di conoscenza e di passaggio, tra il passato e il presente (alla ricerca di qualcosa da far rivivere) e tra contrasti diversi, talvolta lontani, talvolta confinanti, mettendo in primo piano la tensione politica ed etica di un discorso teso verso il futuro” -, alcuni occasione altresì per un confronto con il pubblico. Il regista sarà presente infatti in sala sabato 10 (ore 20,30) per presentare “Fuori”, interprete Valeria Golino a dar vita al ritratto di Goliarda Sapienza, e domenica 11 (ore 16) per introdurre “Noi credevamo”, le tre vite e la missione rivoluzionaria di Domenico, Angelo e Salvatore, la volontà maturata dalla feroce repressione borbonica dei moti del 1828 di affiliarsi alla Giovine Italia di Mazzini, in un susseguirsi umano e storico di “rigore morale e pulsione omicida, spirito di sacrificio e paura, carcere e clandestinità, slanci ideali e disillusioni politiche.”

Quattordici titoli di una filmografia che attraversa allo stesso tempo la sfera privata e pubblica, la Storia e il nostro presente, che attinge alla letteratura (Anna Banti ed Eduardo, Ermanno Rea e Goffredo Parise, Sapienza ed Elena Ferrante), da “Rasoi” a “Capri-Revolution”, da “Il giovane favoloso” con un grande Elio Germano a impersonare il poeta di Recanati a “Nostalgia”, da “Teatro di guerra” a “L’odore del sangue” a “Qui rido io”, non tralasciando (del 2023) “Laggiù qualcuno mi ama”, un ritratto di Massimo Troisi a settant’anni dalla nascita, il mito e la ventata di genialità racchiusi anche in materiali inediti, gli inizi e il tramonto di una carriera terminata troppo presto, sotto lo sguardo della napoletaneità che accomuna entrambi. In programma venerdì 9 (ore 16) e sabato 17 (ore 16).

Ancora dal 26 gennaio al 1° febbraio un focus sul cinema giapponese (“Viaggio in… Giappone”) degli anni Cinquanta e Sessanta con una selezione di opere rare, proiettate in pellicola, che permetteranno di esplorare il periodo d’oro della cinematografia nipponica attraverso opere fondamentali di registi meno celebrati ma altrettanto originali come Kinoshita Keisuke, Shindō Kaneto e Uchida Tomu. Tra drammatiche riflessioni sociali e poetiche storie di speranza, questi capolavori raccontano il Giappone dell’immediato dopoguerra, la sua evoluzione e le sue contraddizioni.

e. rb.

Nelle immagini, scene da “Noi credevamo” con Luigi Lo Cascio e “Nostalgia” con Pierfrancesco Favino.

Addio BB, donna simbolo di libertà di costumi e di pensiero

IL COMMENTO di Pier Franco Quaglieni

Chi appartiene alla mia generazione non può non sentire una seduzione speciale, direi unica, per Brigitte Bardot che Mario Soldati mi fece conoscere a Cannes in occasione di un festival. La stessa Saint – Tropez mi ha sempre attratto molto perché attorno a quel luogo aleggiava il mito della Bardot. Quando ci andai in vacanza in uno dei migliori hotel fui deluso perché ciò che rappresentava la Bardot si riduceva ad una borsa di lusso. La spiaggia dell’hotel, lungi dal far pensare a BB era piena di vecchie signore, alcune in topless, che l’età sconsigliava: un qualcosa di decadente e di brutto che metteva tristezza. La Bardot l’aveva ben capito che l’amore, il sesso sfrenato, la frenesia dell’estate e del mare appartenevano solo ai giovani, come in Boccaccio. Infatti si era ritirata presto dal cinema dedicandosi all’impegno generoso a favore degli animali, tema del tutto trascurato, che mostrava la sua sensibilità di donna.
E’ stata anche una francese esemplare che amò la Patrie che seppe ricambiarla. Rappresentò la Marianna in un francobollo. Non fu una femminista arrabbiata , anzi prese le distanze dalla demagogia dei consensi preventivi e burocratici in una materia tanto delicata e imprevedibile come l’amore. In un caso delicato e scabroso come quello di Depardieu, condannato per violenza sessuale disse che “il femminismo non era il suo genere” . La sua è stata una vita piena che non si è limitata ad inseguire il successo. Non ho titoli per parlare di lei come attrice. Leggerò con interesse cosa scriveranno i critici anche se quelli italiani non li amo. Ho letto una dichiarazione della Biennale di Venezia in cui giustamente si evidenzia il merito di aver messo in discussione gli stereotipi sulla donna. E’ stata davvero un simbolo di libertà di costumi e di pensiero, senza mai cedere alle ideologie così presenti nella cultura francese novecentesca da Sartre a Simone de Bouvoir. BB è passata indenne ed ha saputo essere sempre se stessa: una donna che è diventata un’icona, andando  oltre il suo ruolo di attrice di grande successo.

I freddi rapporti familiari nelle parabole di Jim Jarmush

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“Father mother sister brother”, Leone d’oro a Venezia

PIANETA CINEMA a cura di Elio Rabbione

Eppure Alexander Payne è uomo d’onore. Sceneggiatore con due Oscar all’attivo e regista, vanta una carriera di tutto rispetto, da “A proposito di Schmidt” a “Nebraska”, da “Sideways” impareggiabile a “Paradiso amaro”. Eppure, con la sua compagine di giurati veneziani – c’era anche la nostra Maura Delpero, già acclamatissima per “Vermiglio” -, ha decretato lo scorso settembre il Leone d’oro a “Father Mother Sister Brother” di Jim Jarmush, 72enne regista dell’Ohio, campione di quel cinema americano indipendente (per tutti, da “Stranger than Paradise” a Daunbailò” a “Broken Flowers”, a “Dead Man” del ’95, credo il suo vero capolavoro) che ha fatto scuola e allievi, da sempre a descrivere quella parte di società del proprio paese che ama vivere ai margini, appartata e irregolare, un’esistenza sempre eguale, monotona, quotidianamente appassita. Vite che si ripetono, come le parole e le chiacchiere, come le emozioni spente, come i luoghi in cui ci si trasporta a vivere.

Luoghi diversi anche nel suo ultimo film, un unicum che si suddivide in tre episodi – nel tempo che viviamo, infelicità e freddezza e menzogne a collegarli come un fluttuante fil rouge, tratti che si ripetono, come certe frasi o un Rolex che non saprai mai se sia vero o falso, come quel piccolo gruppo di skaters ripreso en ralenti che ti ritrovi sempre a intralciare gli angoli delle strade, come le leggere simbologie disseminate qua e là, come le riprese dall’alto a inquadrare brindisi coi bicchieri colmi d’acqua o di tè o di caffè o di pasticcini che si vanno ad acquistare sempre nel solito posto di fiducia – ai confini di una cittadina innevata della zona nord-orientale degli States (riprese nel New Jersey) il primo, in Irlanda e a Parigi gli altri due. Il primo è “Father”, i figli Adam Driver e Mayim Bialik ci arrivano, rigorosamente in auto, a trovare il padre Tom Waits – faccia icona di Jarmush, come lo è Driver -, che non vedono da parecchio tempo. Durante il viaggio, la matura prole ci ha fatto sapere dello stato di salute del vecchio, dei suoi umori, del suo stato economico precario e degli aiuti che ogni tanto negli anni Jeff è stato costretto a dargli con i buoni mugugni della moglie, della solitudine: con un quadro di complessiva esistenza che non mette certo lo spettatore a proprio agio. Discorsi di convenienza, imbarazzi, ancora un’offerta d’aiuto per un muro della casa che avrebbe necessità di qualche lavoro, una scatola di alimenti (pasta e sugo con il formaggio già incorporato rigorosamente italiani) che Jeff ha portato, una scure che salta fuori a dimostrarsi via via più minacciosa, un pickup che non sai come faccia ancora a viaggiare, una sorpresa che non sveleremo.

“Tutte le famiglie felici si somigliano; ogni famiglia infelice è invece infelice a modo suo”, avrebbe detto l’autore di “Anna Karenina” ma forse per Jarmush non è vero. O per lo meno, è quel che ci pare d’avvertire. Ancora strade, ancora auto (attraverso i quartieri come in fotocopia di Dublino) che, questa volta separatamente, conducono le due sorelle Vicky Krieps e Cate Blanchett da una madre scrittrice con parecchi libri all’attivo, gelidamente ospite (Charlotte Rampling) che non ama si parli di quelli per il loro incontro annuale, casa ordinata, un giardino ordinato e verdissimo, un anonimato e un panorama solitario interrotto soltanto da qualcuno che passa con il suo cane al guinzaglio, ti trovo bene, sorrisi, bacetti, ci vogliamo mettere a tavola?, qualche imbarazzo, fotografie a rispolverare un’infanzia, il tè servito nel servizio più bello, il vaso con i fiori che sono un regalo di Timothea/Blanchett che va tolto perché impedisce di vedersi in faccia e sostituito, tre esistenze che non si toccano, un assurdo appuntamento, un cellulare tenuto sul tavolo per affari pressanti, ecco ho finito!, l’attesa di una macchina che verrà a riprendere la figlia dai capelli rosa, mancano ancora tre minuti, i saluti composti e un arrivederci al prossimo tè.

Terzo episodio ambientato tra le strade di Parigi, al tavolino di un caffè e nell’alloggio ormai vuoto dei genitori scomparsi di recente in un incidente nei cieli delle Azzorre. Ci arrivano i gemelli di colore Luka Sabbat e Indya Moore, i più naturali, i più vivi, quelli in cui scorre qualche goccia di sincerità e d’affetto, di aiuto reciproco, di abbracci autentici: sono lì per un’ultima visita, tutto quanto era in quella casa lo ha stipato in un magazzino Billy, in un lavoro che s’è sobbarcato da solo, ma anche a scoprire le piccole bugie di padre e madre, la legalità tenuta negli anni un po’ in disparte, a saldare le tre mensilità che la proprietari viene a reclamare, a guardare fotografie e vecchi documenti manipolati a dovere, disegni di bambini. Finalmente si respira qualcosa che somiglia all’amore e l’ultima immagine è un pezzo di strada fatto insieme, magari a tentare di cancellare tutto l’astio sotterraneo che si respira negli episodi precedenti. I due ragazzi – passati per una manciata di minuti tra quelle pareti che con sapienti giochi di specchi le allargano, in un confronto continuo e reciproco, a differenza di quegli altri ambienti zeppi di cianfrusaglie o ordinati in un arredamento inverosimile, ansioso e soffocante – s’affacceranno sul lungo balcone, acquietati, gioiosi, pronti a continuare insieme una vita.

Ma tutto questo finale consolatorio – che ti viene anche il sospetto legittimo che sia decisamente e forzatamente sbilanciato, Jarmush cavalca le abitudini ma finisce col restarne vittima, il vuoto ma ci cade dentro: mentre ci aspetteremmo un racconto che in qualche modo lo risollevi – non interrompe certo quegli interrogativi su Payne e sul suo onore e su quel Leone dorato. Sul lavoro di una giuria. Un premio che appare come un regalo alla cinematografia, indipendente o no (ma qui c’erano anche i quattrini della Saint Laurent Co. e del suo direttore creativo e mentore attuale Anthony Vaccarello), a stelle e strisce, appare come la volontà a vedere e “testimoniare” qualcosa che va troppo oltre, che s’affanna ad affermare un freddo quanto quotidiano minimalismo, alacremente, cocciutamente, a mostrare tutta la “costruzione” che c’è o ci possa essere negli affetti familiari o nelle convenzioni tirate su negli anni: ma che rimane in conclusione fermo al palo, inamovibile, stanco, in una ripetizione d’intenti e di descrizioni che mentre ce lo spiega in mille dettagli finisce per rivelarsi sempre più sbiadito.

Storia: Torino tra i barbari

Breve storia di Torino

1 Le origini di Torino: prima e dopo Augusta Taurinorum
2 Torino tra i barbari
3 Verso nuovi orizzonti: Torino postcarolingia
4 Verso nuovi orizzonti: Torino e l’élite urbana del Duecento
5 Breve storia dei Savoia, signori torinesi
6 Torino Capitale
7 La Torino di Napoleone
8 Torino al tempo del Risorgimento
9 Le guerre, il Fascismo, la crisi di una ex capitale
10 Torino oggi? Riflessioni su una capitale industriale tra successo e crisi

2 Torino tra i barbari

Continua dunque il progetto in cui mi sono impelagata riflettendo su quanto sappiamo del mondo e quanto invece conosciamo del territorio in cui viviamo.
Questa serie di articoli nasce da una discussione avuta in classe con i miei studenti, con i quali ho potuto dibattere sullimportanza che diamo a ciò che sta lontano, a discapito di ciò che invece possiamo effettivamente raggiungere, vedere, studiare a fondo. È un lavoro per me nuovo, quello che sto facendo, una sfida personale tutta di ricerca prettamente storica che ho piacere di condividere con voi, cari lettori, nella speranza di coinvolgervi e intrattenervi con un po di notizie locali che sono riuscita a reperire, esulando da quelle che sono le mie zone di confort, ossia larte e la scuola.
Ecco allora vi lascio alla lettura di questo secondo articolo, dedicato ad approfondire ciò che accadde alla nostra bella urbe durante le cosìddette invasioni barbariche.
Sappiamo davvero poco sulle vicissitudini di Torino durante lalto Medioevo. Limpero romano cade per cedere il posto a una progressione di transitori regni barbarici, si apre un periodo incerto, caratterizzato da crisi commerciali, un forte calo demografico e un generale regresso della vita urbana. Il territorio di Torino viene dapprima inglobato nel regno degli Ostrogoti, successivamente, nel giro di circa un secolo, a tale popolazione subentrano i Longobardi, che detengono il potere fino al termine del secolo VIII, ossia fino allarrivo dei Franchi. Torino è ora parte del Regnum Italiae e appartiene al vasto Impero di Carlo Magno, che si espande dalla Spagna ai Paesi Bassi fino alla Germania centrale. Ancora una volta la posizione geografica della città fa sì che lurbe diventi un importante punto di collegamento tra i luoghi principali del dominio carolingio: i territori italiani e lancora importantissima Roma.
Le fonti pervenuteci riguardo a tale periodo storico sono esigue e frammentarie, si tratta principalmente di documenti ecclesiastici, attestati ufficiali, cronache o testimonianze redatte da titolari laici del potere, in ogni caso tutti atti che si riferiscono a persone più che benestanti e di particolare riguardo, come nobili, vescovi o imperatori, al contrario ci è quasi impossibile recuperare notizie sul modus vivendi della gente comune.

Sappiamo però che pressoché tutte le città murarie compresa Torino offrivano protezione a chi, vivendo nelle campagne, era costantemente danneggiato dalle incursioni dei barbari.
Nel IX secolo anche lImpero Franco si spegne: i regni e i ducati che ne facevano parte sono in continua lotta tra loro, i grandi signori si combattono lun laltro e nel mentre tentano di arrestare le invasioni dei Saraceni e degli Ungari.
Torino si presenta come un avamposto di primaria importanza per fronteggiare le incursioni saracene provenienti dalle Alpi ed è dunque necessario, per chiunque ambisca a governare il Regno Italico, esercitare unazione di controllo anche sul territorio del capoluogo piemontese. È Ottone I che, alla fine del X secolo, ha la meglio sugli altri aspiranti: nasce lImpero romano-germanico. A questo punto della storia, Torino passa sotto la giurisdizione del marchese Arduino III, noto come il Glabro, il quale detiene il dominio non solo sulla città ma su tutta la zona conosciuta come marca di Torino,  comprendente i territori circostanti e il corridoio alpino. Lantica Augusta è destinata a sottostare agli Arduino, vassalli imperiali con titolo di conti e marchesi della città fino alla morte della contessa Adelaide (1091), ultima discendente della famiglia. È tuttavia necessario ricordare limportanza della casta ecclesiastica, i vari membri della stirpe reggente devono dividere il potere con i vescovi locali che, da Massimo in avanti, esercitano lautorità spirituale e temporale sulla diocesi ma anche sulla cittadinanza. Il governo episcopale risulta un punto fermo in questo periodo di grande confusione, è grazie ad esso se la città presenta una struttura amministrativa e una accettabile stabilità politica. Da non dimenticare inoltre il fatto che il clero vanta un duplice espediente per assicurarsi il mantenimento del credito politico, da una parte legemonia spirituale, dallaltra il fatto che la Chiesa costituisce lunica fonte di alta cultura, per lappunto chi appartiene al clero episcopale fa parte dei pochi in grado di leggere e scrivere.


Si può dunque affermare che la storia di Torino segua le generiche vicissitudini dellItalia, lo specifico si perde in una più ampia visione di accadimenti cronologici che segnano il destino di tutta la penisola, con leccezione di sporadici eventi che è possibile riportare grazie alle documentazioni rinvenute. Proviamo allora a ripercorrere un po piùda vicino  le vicende della penisola e della nostra città durante la venuta degli Ostrogoti, poi dei Longobardi e infine ciò che avviene nel periodo carolingio.
Quando lImpero Romano crolla, Torino non pare accorgersene, la quotidianità della cittadinanza rimane sostanzialmente imperturbata di fronte alle vicissitudini politiche lontane, e anche quando nel 493 Odoacre viene deposto dagli Ostrogoti, la notizia non desta particolare interesse.
Il nuovo re, Teodorico, tuttavia nota la città pedemontana e la ritiene un cruciale avamposto strategico. In questo contesto Torino diventa per poco protagonista: agli albori del nuovo regno un esercito di Burgundi riesce ad entrare in Italia, attraversando la Valle dAosta e saccheggiando le cittadine della pianura lombarda; Teodorico affida il compito di sedare linvasione e negoziare il rilascio dei prigionieri ai vescovi di Pavia e Torino. La vicenda si conclude positivamente e nel 508 Teodorico espelle gli invasori dal regno e rende Torino un caposaldo della sua linea difensiva.
Limperatore muore nel 526 e la stabilità del potere politico viene bruscamente scossa. Prende il comando il bizantino Giustiniano, la cui aspirazione più grande è restaurare lantico Impero Romano; egli decide di riunire le province occidentali ai territori orientali che governa da Costantinopoli.
A seguito di tale desiderio dellimperatore, nel 535 il generale Belisario inizia la riconquista dei territori italiani, le battaglie che ne conseguono sono violente e sanguinose e portano alla distruzione di gran parte dei territori settentrionali e centrali della penisola. Nel 553 cade lultimo avamposto ostrogoto e il regno di Teodorico viene cancellato del tutto. La vittoria di Giustiniano però non è destinata a durare. La conquista bizantina ha conseguenze negative e comporta linizio di unaltra invasione barbarica, quella dei Longobardi. Alboino in breve tempo ottiene tutta lItalia settentrionale e centrale, occupa il Piemonte e rende Torino unimportante roccaforte del nuovo regno. Per due secoli i Longobardi detengono legemonia, il segno del loro passaggio è incisivo e ben evidente, soprattutto in Lombardia, regione che ancora oggi porta il loro nome.
I Longobardi, confederazione di più gentes, assimilabili nellaspetto perché portatori di una lunga barba, sono bellicosi, saccheggiatori alla ricerca di nuove terre in cui insediarsi e soprattutto sono seguaci dellarianesimo. È appunto la questione religiosa che determina allinizio grosse difficoltà e spaccature con la convivenza autoctona, tutta cristiana. Ci vuole del tempo, ma alla fine ariani e pagani si convertono al cattolicesimo, come dimostra la diocesi torinese che riesce a ricongiungersi con il papato a Roma nel giro di neanche un secolo. Nonostante la natura guerriera dei nuovi dominatori, a Torino non pare esserci alcuna situazione particolarmente violenta: i contadini continuano a svolgere le loro attività e i vescovi sono lasciati liberi di occuparsi dei propri fedeli. I nobili longobardi si impossessano delle zone adiacenti allurbe, come per esempio il colle su cui sorge Superga, il cui nome deriverebbe da Sarropergia, dal germanico Sarra-berg, monte della collina.  Quel che emerge è che i Longobardi sono sottoposti ad un graduale processo di romanizzazione, come dimostra la scomparsa della loro lingua a favore del latino volgare. Daltro canto i nuovi dominatori apportano notevoli modifiche agli usi e costumi di derivazione romana, ad esempio il sistema delle tasse e lassetto urbano dei centri abitati. Viene inoltre smantellata lorganizzazione delle province dellImpero, a favore dellistituzione di ducati, governati da comandanti militari longobardi, detti duchi; i nuovi siti hanno alto valore strategico, tra questi emergono per importanza Torino, Asti, Ivrea e Novara.
A Torino i duchi longobardi  erigono diversi nuovi monumenti e palazzi, accanto ai luoghi cristiani già preesistenti. Sorgono chiese e abitazioni che esulano dallassetto regolare della città: esse vengono costruite senza tenere in minima considerazione lo schema urbano e i tracciati originali delle strade, il tessuto della città cambia in maniera irreversibile.
Il regno longobardo sopravvive fino al 773, anno in cui Carlo Magno invade definitivamente lItalia. Una parte dellesercito varca le Alpi attraverso il passo del Gran San Bernardo mentre un altro reparto guidato dal re in persona- raggiunge Torino, attraverso il valico del Moncenisio e la Val Susa. Torino è proprio la prima città a cadere sotto il dominio franco. Carlo Magno si proclama re dei Franchi e dei Longobardi, sottolineando in tal maniera la volontà di amministrare il regno come una provincia del suo impero franco, concedendo agli abitanti di mantenere la propria identità.  Lo stesso governo di Carlo in Italia si appoggia alla struttura politica precedente, Torino stessa ne è unacuta dimostrazione e testimonianza.
La nuova amministrazione è tuttavia più efficiente, grazie anche ai missi dominici, gli emissari dellimperatore, i quali devono indagare e occuparsi delle eventuali ingiustizie e sono altresì incaricati di supervisionare lamministrazione locale.
A caratterizzare limpero carolingio è la strettissima alleanza con la Chiesa, ancora una volta Torino si dimostra esempio perfetto per esplicare il sistema di governo attuato. La città e le zone adiacenti sono un importante punto strategico, lurbe sorge su un asse cruciale per la sorveglianza e la comunicazione tra il Regno Italico, la Roma pontificia e il cuore dei territori franchi. Il passaggio attraverso i valichi prende un nuovo nome: strada francigena, ossia la strada dei franchi. Daltra parte Torino è governata da un conte, amministratore della giustizia in vece dellimperatore, egli èaffiancato nellincarico da fidati collaboratori, sia laici che ecclesiastici.


Le fonti forniscono diverse importanti informazioni sulla centralità del ruolo del clero nellamministrazione carolingia; ad esempio, nellanno 816, Ludovico il Pio figlio di Carlo Magno- nomina vescovo di Torino Claudio, suo cappellano e consigliere. Tale scelta è dovuta allesigenza di lasciare una diocesi così importante in mani fidate. Claudio è comunque figura centrale per la storia del capoluogo piemontese, è infatti grazie a lui che nasce la schola di Torino, volta ad accogliere studenti dal Piemonte e dalla Liguria. A Claudio succedono prima Vitgario, il quale segue il processo di rinnovamento cristiano in risposta alle esigenze dellimpero carolingio, e poi Regimiro, che istituisce la regola di Crodegango di Metz, secondo la quale i canonici della cattedrale devono condurre una vita monastica attiva, in stretta collaborazione con il vescovo.
Con la morte di Ludovico il Pio lenorme regno franco inizia a frantumarsi: dopo una sanguinosa lotta intestina i tre discendenti di Ludovico si spartiscono il regno.
Lultimo re è Carlo il Grosso, figlio di Ludovico il Germanico, che tuttavia non si dimostra allaltezza di governare né di fronteggiare i nuovi nemici Normanni e Saraceni- e viene così deposto dai vassalli nellanno 887.
Il Regno Italico è ormai un immenso campo di battaglia su cui si scontrano i grandi signori dellepoca e Torino è di nuovo in balia degli importanti eventi che determinano la Storia dei popoli.

 ALESSIA CAGNOTTO