CULTURA E SPETTACOLI- Pagina 2

“Sentieri spettacolari”… dopo lo sci, a San Sicario tutti a teatro

 

Tra teatro, musica e cinema, una nuova “stagione invernale” al Teatro “San Sipario” della nota località sciistica del Comune di Cesana Torinese

Dal 31 gennaio al 15 febbraio

San Sicario Alto – Cesana (Torino)

Sarà pur anche “piccola” in fatto di numero di proposte, ma è sicuramente di grande interesse e quanto mai opportuna e gradita. Parliamo di “Sentieri spettacolari”, la “nuova, piccola stagione teatrale invernale” (come da nota stampa) organizzata dalla Compagnia torinese “Onda Larsen” – dopo il precedente esperimento estivo – al Cinema – Teatro “San Sipario” di San Sicario Alto C1 3/b, frazione di Cesana Torinese, Alta Valsusa.

L’idea nasce dall’intenzione di offrire una valida proposta culturale agli sciatori e ai tanti “San Sicario lovers”, nonché di animare il periodo a cavallo del Carnevale, dal prossimo sabato 31 gennaio a domenica 15 febbraio. In cosa consiste? In quattro serate, fra musica teatro e parole, presentate in collaborazione con “Non Solo Neve”, partner del Progetto.

Spiega Riccardo De Leo, vicepresidente di “Onda Larsen”:  “San sicario è una realtà attenta alla cultura che non offre solo divertimento sulla neve: vuole valorizzare il suo cinema trasformandolo anche in teatroIl nostro obiettivo, è dunque quello di offrire, in collaborazione con l’Associazione ‘Non Solo Neve’, una mini rassegna che punti al divertimento e che coinvolga anche le famiglie. I nostri ‘Sentieri spettacolari’ guardano proprio alla meraviglia e allo stupore, elementi chiave non solo del teatro ma di tutto il mondo dello spettacolo.

Il “cartellone” aprirà con “Delitto imperfetto” (sabato 31 gennaioore 21), il testo scritto da Claudio Insegno e messo in scena dalla stessa “Onda Larsen” per la regia di Andrea Borini. Sul palco Riccardo De LeoGianluca Guastella e Lia Tomatis per un delitto quasi perfetto: non è facile, infatti, improvvisarsi “killer” e il risultato può essere piuttosto imperfetto, per non dire goffo o, addirittura, disastroso. Ma sicuramente esilarante. L’ambientazione – dicono i protagonisti – è il passaggio tra i superficiali anni ’80, in cui lavoro, amore e omicidi avevano lo stesso valore nell’inseguimento di un obiettivo, e gli anni ’90, in cui tutto sembrava dover cambiare. Alla fine si morirà… dalle risate!.

 

Spazio al cinema per il secondo appuntamento in programma, sabato 7 febbraio (ore 21), con “Un altro Ferragosto” (sequel di “Ferie d’agosto” del 1996), film diretto e scritto da Paolo Virzì (insieme a Francesco Bruni e a Carlo Virzì), protagonisti Silvio Orlando, Sabrina Ferilli, Christian De Sica, Laura Morante, Andrea Carpenzano, Vinicio Marchioni, Anna Ferraioli Ravel e Emanuela Fanelli. Ventotto anni dopo la loro estate insieme, i Molino e i Mazzalupi tornano a Ventotene per motivi diversi. Sandro è ormai morente e il figlio ventiseienne Altiero, imprenditore digitale sposato con un fotomodello, decide di invitare gli amici del padre a trascorrere un’ultima estate tutti insieme. Ma negli stessi giorni la cittadina ospita anche le nozze di Sabry Mazzalupi, diventata celebrità del web, che portano a Ventotene non solo la famiglia della donna, ma anche giornalisti, curiosi e arrampicatori sociali. E qui ci fermiamo.

 

“Opera Pop. Elisir d’amore” è il terzo particolare appuntamento inserito, non a caso, nel giorno di “San Valentino”, sabato 14 febbraiosempre alle 21. Lo spettacolo é firmato da Luigi Orfeo e intende omaggiare e far conoscere, attraverso la fertile teatralità della Compagnia “Casa Fools”, la singolarità musicale e creativa del grande Gaetano Donizetti. Si tratta di un riadattamento dell’opera del compositore bergamasco per narrare – in forma giocosa – le celebri vicende di Adina, Nemorino e tutti gli altri personaggi. “Utilizzando linguaggi scenici differenti nello stesso spettacolo, sulla scena si susseguono narrazione, giullarate, teatro di figura e marionette, con ritmo incalzante. Nelle orecchie brani che tutti, almeno una volta nella vita, hanno sentito”.

 

Infine, domenica 15 febbraioore 18,30,  Teatro per Famiglie con “Mago J Show”, adatto ai bambini dai 3 anni in avanti: lo spettacolo ha superato le 1500 repliche e gira l’Italia da 25 anni mescolando mimo, teatro di strada, circo, teatro fisico, animazione, magia, giocoleria e acrobatica. Un modo perfetto per avvicinare i piccolissimi alle sale teatrali.

 

Per info: “Onda Larsen”; tel. 351/4607575 o www.ondalarsen.org

 

G.m.

 

Nelle foto: Scene da “Delitto imperfetto”, “Opera Pop. Elisir d’amore” e “Mago J Show”

73 secondi al disastro, la tragedia del Challenger 40 anni fa

Ero incollato anch’io davanti alla tv quel pomeriggio del 28 gennaio del 1986 per assistere ad un evento pochi anni prima impensabile. Durò pochi secondi, tutto finì troppo presto. Era mattina negli Stati Uniti e molte persone in tutto il mondo erano davanti alla televisione. Un’insegnante americana di 37 anni Christa McAuliffe sta per salire sullo Space Shuttle Challenger per trasmettere la prima lezione di scienze dallo spazio agli studenti della scuola in cui insegna. Mai accaduto prima. Quel giorno di 40 anni fa qualcosa non funzionò come avrebbe dovuto e la corsa allo spazio si trasformò in una tragedia. Il Challenger esplose 73 secondi dopo il lancio. Un bagliore, poi più niente, si disintegrò in aria in seguito al guasto di una guarnizione nel razzo destro che provocò una fuoriuscita di fiamme e il cedimento del serbatoio esterno dello Shuttle, pieno di ossigeno e idrogeno. Tutti morti, 6 astronauti e la maestra. A quel tempo ero appassionato di missioni spaziali, non ne perdevo una, conservavo in una cartellina tutti gli articoli, e quel disastro me lo ricordo come se fosse accaduto oggi.
La capsula della navicella con l’equipaggio, rimasta intera, si schiantò sull’acqua 2 minuti e 45 secondi dopo la rottura. Un impatto terrificante. La cabina resistette al disastro e qualcuno era ancora vivo al momento dello schianto. Ma quando precipitò nell’Oceano Atlantico a una velocità superiore i 300 km/h non ci furono speranze di sopravvivenza. Fu una delle peggiori sciagure della storia dell’esplorazione spaziale e uno dei momenti più bui della storia della Nasa.
Lo Space Shuttle Challenger decollò per la sua decima missione dal Kennedy Space Center di Cape Canaveral in Florida, a oltre 14.000 metri di quota. A bordo c’erano 7 astronauti: Dick Scobee, il comandante, e i colleghi Michael John Smith, Ronald McNair, Ellison Onizuka, Gregory Jarvis e Judith Resnik e c’era anche Christa McAuliffe, selezionata dalla Nasa tra centinaia di candidati e addestrata per un volo spaziale. Insegnava in una scuola del New Hampshire e avrebbe dovuto fare lezione dal cosmo ai suoi studenti. Fu una missione tormentata, non nacque bene e secondo molti esperti doveva essere rinviata. Il lancio infatti aveva già subito numerosi ritardi e doveva trasportare in orbita due sonde per studiare la cometa di Halley. Alcune parti dello Shuttle furono recuperate dal fondo dell’oceano 36 anni dopo il disastro. I voli nello spazio con equipaggio si fermarono per quasi tre anni. Molti frammenti della navetta, inclusi i resti umani di alcuni astronauti, furono recuperati solo alcuni decenni dopo. La tragedia del Challenger seguì il disastro della missione Apollo 1 il 27 gennaio 1967 e anticipò di 17 anni il terzo dramma spaziale, quello dello Shuttle Columbia il 1 febbraio 2003.        Filippo Re
nelle foto: 28 gennaio 1986, il decollo dello Shuttle Challenger dal Kennedy Space Center in Florida
Il Challenger si disintegra in volo a 73 secondi dal lancio.
L’equipaggio al completo. La prima donna a sinistra è l’insegnante Christa McAuliffe

Al 44esimo TFF retrospettiva dedicata a Marilyn Monroe

Sono state annunciate le date del 44esimo Torino Film  Festival, che si svolgerà a Torino dal 24 novembre 2026 al 2 dicembre prossimo ed è  stata confermata l’inaugurazione nell’elegante e unica cornice del teatro Regio. Il 6 marzo prossimo aprirà la call per partecipare al festival e sarà  possibile accedervi fino al 6 settembre. Tutte le informazioni saranno disponibili sul sito www.torinofilmfest.org.

Sono stati annunciati anche i 24 titoli dell’omaggio a Marilyn Monroe. Accanto ai film da lei interpretati, la retrospettiva racchiude anche altri sguardi. Da un lato il documentario più prezioso che le sia stato dedicato “Love, Marilyn” , che restituisce per frammenti la sua voce interiore, dall’altro l’omaggio alto e perturbante che Pier Paolo Pasolini le riserva ne “La rabbia”, dove Marilyn diventa segno ultimo di una modernità ferita. A questi si aggiungono altri quattro film in cui attrici di primissimo piano, premiate o candidate all’Oscar, hanno interpretato Marilyn più che figura da interrogare che superstar impossibile da replicare.

“La retrospettiva dedicata a  Marilyn invita il pubblico a incontrare uno dei miti più riconoscibili, amati e fraintesi della storia del cinema – afferma Giulio Base, direttore artistico del Torino Film Festival – Un volto che appartiene all’immaginario collettivo quanto nessun altro, ma che qui viene restituito nella sua essenza, la sostanza cinematografica dei grandi classici della sua carriera, film che non soltanto hanno fatto epoca, ma che continuano a parlare al presente per precisione formale, modernità dello sguardo e forza interpretativa “.

“I titoli selezionati – continua Giulio Base – mettono la presenza della diva in relazione con alcuni dei più grandi registi di sempre, John Huston, Howard Hawks, Billy Wilder, Otto Preminger, Joseph L.  Mankiewicz, Fritz Lang , Henry Hathaway, George Cukor e Laurence Olivier. In questo dialogo serrato tra regia e interpretazione emerge una figura tutt’altro che accessoria, Marilyn come luogo di tensione tra controllo formale e fragilità,  tra leggenda e verità emotiva, tra attrice e mito”.

“Marilyn Monroe – conclude il regista Giulio Base – non è soltanto un stella del passato, ma una presenza che continua a riflettersi sugli schermi e negli sguardi. Rivederla oggi significa riscoprire il motivo per cui il cinema, quando incontra un volto, smette di essere intrattenimento e diventa memoria condivisa”.

Mara Martellotta

Black History Month Torino, quinta edizione

Sabato 31 gennaio 2026 si alza il sipario sulla quinta edizione del Black History Month Torino, la rassegna culturale promossa dall’Associazione Donne dell’Africa Subsahariana e II Generazione, sostenuta dalla Fondazione Compagnia di San Paolo, diffusa sul territorio della città metropolitana di Torino e articolata in un ampio programma di iniziative culturali, artistiche e sociali.

 

Anche quest’anno i Musei Reali di Torino, partner della manifestazione fin dalla sua nascita, collaborano all’iniziativa proponendo una serie di eventi serali speciali, con l’apertura straordinaria di alcuni spazi museali e ospitando musica dal vivo e performance, per offrire al pubblico un’occasione di incontro tra patrimonio storico e linguaggi artistici contemporanei.

 

Il Black History Month Torino si inserisce in una tradizione storica che risale al 1926 e si propone di celebrare e diffondere la storia e le culture afro-discendenti, contrastando stereotipi e narrazioni discriminatorie e promuovendo consapevolezza, dialogo e riconoscimento dei contributi delle comunità nere nella storia e nella contemporaneità.

 

Black History Month Torino 2026 si concentra su tre temi principali: colonialismo commercialedonne e potereprotagonisti nell’arte e nello sport. Attraverso questi argomenti, la rassegna invita a una rilettura critica delle dinamiche economiche, sociali e culturali del passato e del presente, valorizzando pratiche di autodeterminazione, empowerment e rappresentazione.

 

Il programma del Black History Month Torino si apre sabato 31 gennaio proprio ai Musei Reali, con una serata che dalle 19.45 alle 22.30 propone la visita libera alla Cappella della Sindone con la Sagrestia e, alle 20.30, un concerto di musica lirica per voce e pianoforte. Protagonisti sono Emanuela Scirea (voce) e Fabio Volpi (pianoforte) con un repertorio di musica da camera e operistica, capace di regalare un’esperienza musicale raccolta e immersiva, inserita in un contesto di grande valore storico e simbolico come il Salone delle Guardie Svizzere di Palazzo Reale.

Il secondo appuntamento, venerdì 6 febbraio, presenta il concerto di Chris Obehi, musicista e cantautore di origine nigeriana, tra le voci emergenti della scena afrobeat contemporanea. I suoi brani, che intrecciano afrobeat, soul e sonorità contemporanee, raccontano esperienze di migrazione, identità e resilienza.

Anche in questa occasione, i Musei Reali rimangono aperti dalle 19.30 alle 22.30 con la possibilità di visitare liberamente la Cappella della Sindone, la Cappella Regia e la Sagrestia.

 

Black History Month Torino ai Musei Reali si chiude sabato 7 febbraio con una Sfilata Afro Fashion, dedicata alla valorizzazione della creatività nel campo della moda e del design. Stiliste e stilisti afro-discendenti mostrano le loro creazioni, indossate da modelli di origine africana e nativi, in un evento che mette in dialogo moda, identità e narrazione culturale contemporanea.

I Musei Reali rimangono aperti tra le 19.30 e le 23.30, con possibilità di visitare liberamente la Cappella della Sindone, la Cappella Regia e la Sagrestia.

 

Per ciascuna serata è previsto l’acquisto di un biglietto unico (€ 5,00), comprendente la visita libera al percorso espositivo dei Musei Reali aperto straordinariamente per l’occasione.

 

Prevendita biglietti online su https://museireali.midaticket.com

Informazioni: mr-to.eventi@cultura.gov.it

 

“La mia vita raccontata male”: Claudio Bisio torna al teatro Colosseo

Con i testi di Francesco Piccolo

Claudio Bisio, dopo il successo delle sue interpretazioni teatrali più intense e ironiche, torna al Teatro Colosseo il 5, 6, 7 e 8 febbraio prossimo con “ La mia vita raccontata male”, un sorprendente viaggio tra memorie vere e romanzate, inciampi comici e riflessioni universali, tratto dai testi di un autore amatissimo dal pubblico del teatro, Francesco Piccolo, Premio Strega e penna raffinata del nostro tempo. Non una semplice tappa, ma una scelta precisa: Bisio ha voluto il Colosseo per riallestire lo spettacolo in vista della tournée 2026, tornando in sala per affinare ritmo, racconto e relazione con il pubblico e accolto da quattro date sold out. In equilibrio tra racconto autobiografico e affresco collettivo, lo spettacolo si snoda come una partitura di vita in cui ognuno può ritrovarsi. Dal primo amore alle partite dei Mondiali, dall’educazione sentimentale all’Italia di ieri e di oggi, passando per la politica, la televisione, la paternità e le piccole grandi scelte quotidiane, ogni frammento contribuisce a costruire un mosaico tragicomico, intimo e generazionale. Accompagnato dai musicisti Marco Bianchi e Pietro Guarracino, con le musiche originali firmate da Paolo Silvestri, Bisio dà voce  e corpo a una narrazione in cui comicità e malinconia si intrecciano con eleganza. La regia di Giorgio Gallione, da sempre al fianco dell’attore in produzioni di grande spessore emotivo, restituisce ritmo e profondità a uno spettacolo che sa essere leggero e profondo, giocoso e politico. Lo spettacolo è una produzione del Teatro Nazionale di Genova.

Teatro Colosseo – via Madama Cristina 71, Torino

Giovedì 5, venerdì 6 e sabato 7 febbraio ore 20.30
domenica 8 febbraio ore 16.30

Mara Martellotta

La tragedia della principessa Mafalda

Al Centro Pannunzio è stata ricordata la figura e la tragedia della Principessa Mafalda di Savoia-Assia, figlia del Re d’Italia e della Regina Elena di Montenegro da Barbara Ronchi della Rocca, Lorenzo Pesce e Maria Vittoria Pelazza nel corso di una conferenza realizzata in collaborazione l’Associazione Internazionale Regina Elena Odv e l’associazione culturale “La Tela di Clio”.

Mafalda di Savoia deportata a Buchenwald e colpita da uno spezzone durante un bombardamento “alleato” alle Officine Gustolff il 24 agosto 1944 venne lasciata morire tra atroci sofferenze.

IGINOMACAGNO

Chiharu Shiota al MAO: quando i fili fanno tremare l’anima

Il MAO – Museo d’Arte Orientale di Torino – conferma la sua vocazione di centro culturale aperto al dialogo tra Oriente e Occidente con la mostra “Chiharu Shiota – The Soul Trembles” (in esposizione fino al 28 giugno 2026), una delle più intense e visionarie esposizioni dedicate a un’artista contemporanea che ha saputo intrecciare memoria, corpo e spazio in un unico respiro. Le sale del museo diventano un paesaggio mentale in cui fili di lana, oggetti quotidiani e ricordi personali si fondono e si tendono, dando forma visibile a emozioni, paure e desideri

Shiota Chiharu, Uncertain Journey – 2016/2019- Metal frame, red wool- Dimensions variable- Installation view: Shiota Chiharu: The Soul- Trembles, Mori Art Museum, Tokyo, 2019- Photo: Sunhi Mang- Photo courtesy: Mori Art Museum, Tokyo

Un incendio, un pianoforte e il potere della memoria

Il percorso si apre con un ricordo d’infanzia: l’artista racconta di quando, a nove anni, un incendio scoppiò nella casa accanto alla sua. Il giorno dopo, davanti a quell’abitazione bruciata, restava solo un pianoforte, annerito come il carbone ma incredibilmente intatto, trasformato in simbolo ancora più potente proprio perché sopravvissuto alle fiamme. In quel silenzio denso di fumo e di odore di bruciato, Shiota dice di aver sentito la propria voce farsi indistinta, come se la realtà stessa vacillasse. Da qui nasce la consapevolezza che alcune esperienze – il trauma, la perdita, la paura – non trovano parole ma cercano forme, e che l’arte può renderle quasi fisicamente percepibili

I primi gesti: una linea che diventa mondo

Negli anni Novanta l’artista sperimenta quanto possa essere difficile, dopo una crisi, persino tracciare una semplice linea su un foglio. In “One Line (Una linea)” raccoglie i baccelli vuoti dei fagioli caduti nel cortile di una scuola australiana, li incolla su un foglio e disegna una sola linea, ritrovando una gioia quasi infantile nel gesto più elementare del disegno, liberato da ogni tecnica. Poco dopo, in “Flow of Energy (Flusso di energia)”, appende al soffitto sacchi da pallone da calcio dipinti di nero e li dispone nello spazio per visualizzare i flussi invisibili di energia che attraversano il mondo, ispirandosi anche alle letture di James Gleick sul caos. È il momento in cui Shiota comincia a pensare lo spazio espositivo come un corpo vivo, attraversato da forze che l’installazione rende visibili.

Il sonno, il sogno e l’idea di casa

In “During Sleep (Durante il sonno)” l’artista racconta il confine incerto tra sogno e realtà partendo dal celebre racconto di Zhuangzi sull’uomo che sogna di essere una farfalla e al risveglio non distingue più ciò che è reale. L’artista traspone questa storia nel vivido raccontoDopo essersi trasferita in Germania e aver cambiato casa più volte, Shiota realizza che la propria camera da letto è diventata un bozzolo, un luogo da cui non si è mai del tutto certi di voler uscire. L’installazione combina letto, lana nera e video, come se il sonno fosse una materia densa che avvolge il corpo e al tempo stesso lo espone: il pubblico entra così in una scena onirica dove la vulnerabilità diventa paesaggio condiviso.

Il corpo, gli abiti, la pelle del tempo

Altre opere mettono al centro il corpo e la sua assenza, attraverso abiti e oggetti che ne conservano la traccia. In “Try and Go Home (Cerca di tornare a casa)” l’esperienza di un workshop con Marina Abramović in Bretagna – tra digiuni, esercizi estremi, riflessioni sul tempo – diventa una performance in cui l’artista tenta di arrampicarsi fuori da una cavità nel terreno, come se cercasse una nuova nascita o un ritorno impossibile. “After That (Da allora)” presenta invece lunghi vestiti cuciti da Shiota e ricoperti di fango, appesi davanti a un muro e lavati in continuazione dall’acqua, senza che il ricordo sulla “pelle” della stoffa possa davvero scomparire. Quest’opera, esposta per la prima volta alla Triennale di Yokohama con il titolo “Memory of Skin”, ha contribuito a far emergere l’artista sulla scena giapponese proprio per la sua capacità di trasformare gli abiti in archivi emotivi.

Fili e nodi: quando lo spazio diventa emozione

Il cuore della mostra torinese è la grande sezione dedicata ai fili di lana, diventati nel tempo la firma visiva di Chiharu Shiota. L’artista racconta di muovere le mani come a disegnare qualcosa nell’aria: quei gesti generano linee che, sovrapponendosi, creano prima una superficie e poi una massa densa che finisce per riempire completamente lo spazio. “I fili si intrecciano, si aggrovigliano, si spezzano, si annodano, si allungano”, si legge nel pannello, e possono diventare metafora delle relazioni tra le persone, dei legami affettivi ma anche delle fratture che li attraversano. Nelle installazioni più monumentali, fili neri o di un rosso intensissimo si addensano fino a impedire allo sguardo di seguirne il percorso: è in quel momento, dice Shiota, che ha l’impressione di poter intravedere “ciò che si trova oltre e toccare la verità”. In un altro testo esposto al MAO, l’artista confessa che mente e corpo a volte si separano e le emozioni diventano incontrollabili, al punto da immaginare il proprio corpo in pezzi con cui dialogare mentalmente. Collegare il corpo a fili rossi, allora, è il tentativo di dare forma a quelle emozioni indicibili, pur sapendo che ogni forma implica anche una piccola distruzione dell’anima, una ferita necessaria per rendere visibile l’invisibile.

Shiota Chiharu, Reflection of Space and Time (detail) 2018 White dress, mirror, metal frame, Alcantara black thread 280 × 300 × 400 cm Commissioned by Alcantara S.p.A Installation view: Shiota Chiharu: The Soul Trembles, Mori Art Museum, Tokyo, 2019 Photo: Sunhi Mang Photo courtesy: Mori Art Museum, Tokyo

 

Terra, morte e radici: la dimensione esistenziale

La mostra dedica una sala anche al rapporto dell’artista con la terra, legato ai ricordi d’infanzia nella prefettura di Kochi, dove da bambina visitava ogni estate i nonni. Shiota ricorda la paura provata davanti alle tombe degli antenati e la sensazione fisica nelle mani quando strappava le erbacce dal terreno sopra la sepoltura della nonna, immaginando di poter sentire il suo respiro. Da quell’esperienza nasce una consapevolezza precoce della morte, che negli anni si tradurrà nell’uso ricorrente di terra e suolo come simboli del luogo in cui tutti torneremo, ma anche dell’origine stessa della vita. Insieme, questi pannelli e le installazioni tessute fanno del MAO un luogo dove lo spettatore non è più semplice visitatore ma presenza coinvolta: camminare tra i fili, i letti avvolti, gli abiti di fango significa entrare in un racconto che parla di memoria personale e, allo stesso tempo, di fragilità universali.

Valeria Rombolà

In copertina: Shiota Chiharu, Reflection of Space and Time (detail) 2018 White dress, mirror, metal frame, Alcantara black thread 280 × 300 × 400 cm Commissioned by Alcantara S.p.A Installation view: Shiota Chiharu: The Soul Trembles, Mori Art Museum, Tokyo, 2019 Photo: Sunhi Mang Photo courtesy: Mori Art Museum, Tokyo

Torino è in perfetto equilibrio tra passato e futuro

Guido Curto racconta la sua città e le sue passioni

Guido Curto, nato a Torino nel 1955, figlio del famoso egittologo Silvio Curto, ha costruito la sua carriera unendo la passione per l’arte e la vocazione per l’istruzione. Dopo gli studi classici presso i Salesiani di Valsalice e la laurea in Lettere, ha iniziato il suo percorso lavorativo come docente di storia dell’arte al Liceo d’Azeglio, vincendo poi il concorso nazionale per diventare professore di prima fascia all’Accademia delle Belle Arti di Palermo, fino a guidare come direttore per due mandati l’Accademia Albertina di Torino, ampliandone l’offerta formativa e modernizzandone tutti i corsi. Critico d’arte e curatore di celebri mostre, tra cui alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo quella dedicata a Carol Rama, è stato poi Direttore di Palazzo Madama e della Reggia di Venaria, valorizzando sia l’arte antica che quella contemporanea. Oggi, in Fondazione CRT come Consigliere d’Indirizzo, continua a seguire con attenzione il settore artistico culturale, con uno sguardo attento sia al passato che al futuro e alla necessaria innovazione. 

Quali sono le passioni di Guido Curto?

Oltre all’arte e all’insegnamento, una delle mie grandi passioni è sempre stata la natura. Mi piace fare lunghe camminate e praticare sport: da giovane trascorrevo ore sul Po, dedicandomi al canottaggio e lasciandomi incantare dai suoi bellissimi scorci paesaggistici. Anche montagna ha avuto un posto speciale nel mio cuore, mi piace sciare con i figli e camminare godendo della pace e della bellezza dei sentieri alpini. Amo moltissimo anche il mare, in particolare quello di Sardegna, ma anche quello del Brasile, dal fascino intenso e ancora incontaminato.

La famiglia?

La mia vita è profondamente segnata dall’amore per la mia famiglia: 20 anni fa mi sono sposato con una bellissima ragazza brasiliana che era venuta a completare i suoi studi a Torino, e abbiamo avuto due figli maschi: loro tre rappresentano la parte più preziosa di tutta la mia esistenza.

Come è la sua Torino?

Torino è una città meravigliosa, capace di raggiungere grandi traguardi, ma spesso non sempre in grado di valorizzarli. Non è una città “magica”, bensì razionale e cartesiana, rigorosa e ordinata fin dal suo impianto urbanistico, con un fascino che nasce dall’equilibrio tra l’area edificata, con tanti capolavori del Barocco piemontese, e lo splendido paesaggio circostante. Il centro storico, con il suo tracciato viario che richiama ancor oggi l’antico castrum romano, si integra perfettamente con il Po, le colline e le Alpi tutt’intorno, regalandoci panorami unici. Torino è bella per la sua stessa posizione geografica: a pochi chilometri si trovano il Mar Ligure, la Costa Azzurra e le montagne. Con Torino ho un rapporto di affetto e critica, ma resta per me una città unica e insostituibile.

 

Quale è la prima cosa che farebbe se avesse in mano Torino per un giorno?

La ripulirei a fondo.  È troppo sporca, soprattutto per colpa di noi che l’abitiamo, non certo per gli addetti alla nettezza urbana che lavorano tanto e bene, e a tutti loro va il mio grazie e un plauso. Da critico d’arte, sono anche assai critico nei confronti delle tante scritte che oggi purtroppo deturpano molti edifici storici di questa bellissima città.

 

E se dovesse esportare tre cose di Torino all’estero cosa porterebbe?

 

Il Barocco piemontese, il Museo Egizio e il modello etico-politico nostri dei nostri tre santi sociali: Don Bosco, Cafasso e Cottolengo. Ma anche altre cose, come la regalità che le deriva dall’esser stata la prima Capitale d’Italia, e più di recente capitale dell’arte contemporanea, dell’aerospazio, con due eccellenze formative come Università e il Politecnico; così la nostra Torino e’ in perfetto equilibrio tra il passato e il futuro.

 

 Maria La Barbera

La Pinacoteca Agnelli ha annunciato la programmazione 2026

Dal 30 aprile al 13 settembre prossimi la Pinacoteca Agnelli ospiterà una mostra retrospettiva dedicata all’artista Walter Pfeiffer, nativo di Beggingen nel 1946 e residente attualmente a Zurigo. Questa esposizione ripercorrerà la sua prolifica carriera di fotografo pioniere, capace di ridefinire la bellezza e lo stile e trasformare l’ordinario in glamour. La mostra presenterà serie iconiche e immagini inedite dei suoi soggetti, dal nudo al paesaggio, dalla natura morta al corpo performante, testimoniando il suo sguardo intimo e pop tra vita, moda e desiderio.

Dal 30 aprile al 13 settembre prossimo il progetto “Beyond the Collection”  metterà in dialogo quattro capolavori di Modigliani ( Livorno 1888- Parigi 1920), invitando il pubblico a scoprirli da prospettive nuove, anche grazie alle rivelazioni emerse dalle più recenti ricerche scientifiche.

Dal 30 aprile 2026 la Pista 500, il progetto artistico di Pinacoteca Agnelli sull’iconica pista di collaudo delle automobili FIAT, si arricchirà di nuove installazioni site-specific di Nathalie Du Pasquier e Peter Fischli.

Le opere riattiveranno gli spazi della Pista e della Rampa attraverso dialoghi inaspettati con l’architettura dell’edificio e le sue implicazioni. Nathalie Du Pasquier, nata a Bordeaux nel 1957, ma oggi attiva a Milano, presenterà una nuova installazione per gli spazi all’aperto della Pista 500. L’intervento, estendendosi per tutta la lunghezza del Lingotto, attiverà l’architettura dell’edificio,  fondendo forma, colore e paesaggio. Nella rampa ellittica dell’ex fabbrica FIAT, Peter Fischli, originario di Zurigo, metterà in relazione lo spazio architettonico con i meccanismi ripetuti dell’esperienza, tra viaggio, percezione, scoperta e meraviglia.

Dal 30 ottobre prossimo verrà dedicata una mostra ad Alberto Savigno (Atene 1891- Roma 1952), che sarà protagonista di una grande retrospettiva che metterà in luce il suo contributo rivoluzionari all’arte del Novecento e la sua autorità nel dibattito contemporaneo sulla pittura. La mostra presenterà Alberto Savigno come un autore classico, un uomo rinascimentale, un intellettuale postmoderno e allo stesso tempo un artista del futuro. Per la mostra “Beyond the Collection”, dal 30 aprile prossimo, sarà protagonista l’artista Chris Ofli, nato a Manchester nel 1968 e attualmente attivo a Port of Spain, Trinidad e Tobago, che presenterà una serie di opere in dialogo con la Collezione Permanente della Pinacoteca. Nei suoi dipinti e disegni Ofli fonde esperienze personali, diversi riferimenti culturali e personaggi Mitici e storici in composizioni vibranti, che appongono astrazione e figurazione.  “Beyond the Collection” è il progetto della Pinacoteca Agnelli che dal 2022 si propone di riattivare la collezione permanente del museo, attraverso il coinvolgimento di artiste e artisti contemporanei e la collaborazione con prestigiose istituzioni nazionali e internazionali, alcune opere della Collezione diventano il punto focale di nuovi allestimenti e nuove narrazioni, capaci di rileggere il patrimonio storico attraverso le tematiche della contemporaneità.

Sulla Pista 500, dal 30 ottobre prossimo, comparirà una nuova installazione di Iris Tougliatou, nata ad Atene nelm1981, dove vive e lavora, dove mette in discussione il formato del billboard sulla Pista 500, riflettendo sul Lingotto, in quanto sito, e sulla FIAT quale fonte di ricerca. Tougliatou è la vincitrice dell’edizione 2025 del premio Pista 500, in collaborazione con Artissima. La Pista 500 è un progetto artistico nato nel 2022 su progetto della Pinacoteca Agnelli. Storico circuito di collaudo delle automobili FIAT sul tetto del Lingotto, è oggi una passeggiata panoramica nell’arte, un parco sospeso a 28 metri d’altezza, con più di 40 mila specie autoctone, che si arricchisce regolarmente di nuove installazioni ideate specificamente da artisti e artiste internazionali, in dialogo con architettura e paesaggio.

Le mostre di primavera e estate, dal 30 aprile 2026, avranno in anteprima stampa il 29 aprile .

Pinacoteca Agnelli – via Nizza 262/103, Torino

www.pinacoteca-agnelli.it

Orari e biglietti: da martedì a  domenica, fino al 31 marzo, dalle 10 alle 18/ a partire dal 1⁰ febbraio tutti i venerdì dalle 10 alle 20

Mara Martellotta

L’Antigone al teatro Astra: regista e attore Roberto Latini

Al teatro Astra è protagonista della rilettura del testo di Antigone di Jean Anouilh il regista, attore e performer Roberto Latini, che ha voluto in scena, insieme a lui, quattro donne per rivisitare la tragedia mescolando i generi. Sono Silvia Battaglio, Ilaria Drago, Manuela Kustermann e Francesca Mazza. La pièce andrà in scena dal 27 gennaio fino al 1⁰ febbraio 2026. Le leggi dovrebbe regolare il vivere o la vita dovrebbe regolare le leggi che la regolano? La domanda che Antigone ci pone rappresenta uno dei modelli archetipici che ci accompagnano per scindere la nostra storia, cultura, visione e religione. Si tratta di una filosofia scesa intorno a noi, che ci cammina accanto, che ci chiede e ci ascolta. È una delle prove del nostro essere umani, una delle poche che abbiamo scelto di portare con noi attraverso i secoli, per affermarsi e riconoscerci, per consolarci, promettendo a noi stessi di aver e cura.

“Antigone è nel destino del teatro di ogni tempo – spiega il regista Roberto Latini – è uno dei modelli archetipi in che ci accompagnano a prescindere dalla nostra storia, cultura, visione e religione. È filosofia scesa intorno a noi, che ci cammina accanto, che ci chiede e ci ascolta”.

“È una delle prove del nostro essere umani, una delle poche che abbiamo scelto di portarci attraverso i secoli per riconoscerci. L’abbiamo evocata, immaginata, misurata al nostro poco. L’abbiamo trattenuta, pregata e liberata nel cuore, raccontata ogni volta che abbiamo potuto e riscritta con parole nuove, che abbiamo imparato vivendo, sapendo che ogni variazione è già Teatro. Come quando lo spettacolo incontra un altro palcoscenico, oltre quello del debutto, la messa in scena si conclama dallo spazio successivo a quello della prima. Le parole sono in movimento, avanti e indietro, intorno al punto di percezione di quando siamo spettatori, come quando lo spettacolo incontra un’altra platea diversa da quella del debutto. Il dono che portiamo è una promessa, l’Antigone ci parla da così vicino che quasi potremmo abbracciarlo. La sentiamo dire di noi in tutte le lingue, e capiamo tutto: paura, silenzio e respiro. Anouilh dell’Antigone non ha riscritto le parole, ha scritto la voce, ‘Antigone la disputa della ragione o delle ragioni’, di quelle trasversali, dimesse dall’identità individuale a favore di un corpo coro che le comprende tutte. Oltre all’appartenenza, l’anagrafica e il genere, sono parole che vengono da noi stessi, e che ascoltiamo nella nostra stessa voce , siamo Antigone è Creonte insieme, e lo siamo stati più volte, di più in certi fasi della vita, viceversa o in alternanza. Le leggi devono regolare la vita o la vita dovrebbe regolare le leggi che regolano la vita? Uno di fronte all’altro, a farsi carico di una ragione giusta, incontriamo noi di fronte a noi, a infilarci le domande da infilare nelle tasche del tempo, dell’età e della speranza, ad aspettare le risposte che il tempo, guardandoci, sceglierà di farci dire”

“Penso a questo testo come a un soliloquio a più voci – continua Roberto Latini  – una confessione intima e segreta nella verità, scomoda, incapace e parziale, che ci dice che la nostalgia del vivere è precedente a ognuno di noi, perché sappiamo che quel corpo insepolto siamo ancora noi, ancora vivi. Anche per questo ho distribuito i ruoli in modi diversi e complementari: alcuni personaggi corrispondo a sé stessi, altri al proprio riflesso. Antigone è Creonte, come di fronte a uno specchio: chi è Antigone nel riflesso di Creonte? Chi è Creonte nel riflesso di Antigone? A teatro parliamo anche di questo, dell’essere uomini e dell’essere umani”.

Mara Martellotta