







Di Riccardo Rapini
Nel terzo appuntamento di Brandelli vi parlo della regista Giulia Odetto.
Originaria di Fossano e formatasi alla Scuola del Teatro Stabile di Torino, si destreggia, giovanissima, sul filo di lana di più linguaggi: attrice, assistente alla regia, macchina concreta delle produzioni, fino ad approdare alla regia come fucina in cui amalgamare al meglio l’energia rigogliosa che l’attraversa.
Nel 2016 fonda Effetto Pullman, poi Collettivo EFFE, dove già in nuce si può trovare aggrovigliata la traiettoria che prenderà: non un teatro di rappresentazione, ma abbastanza ampio da mettere in attrito corpi e media, natura e tecnologia, stracolore di luci e buio.
Arriva anche il riconoscimento pubblico come attrice quando viene scelta per Tango Glaciale Reloaded, diretto da Mario Martone, del quale lei parla con affetto: “uomo calmo e risolto”.
Uno spettacolo in cui la dirompenza della sua giovinezza può deflagrare tra pareti che si aprono, stanze che cambiano funzione, oggetti che diventano improvvisamente “altro da sé”.
Poi c’è Onirica, finalista alla Biennale College Teatro (registi under 30), e Wonderland, prodotto dal Teatro Stabile di Torino nel gennaio 2024, ispirato ad Alice in Wonderland, dove il mondo infantile si fa macchina percettiva che moltiplica la realtà come attraverso la lente di un canocchiale che esplode, e un vociare nevrastenico riecheggia in un fantasmagorico tunnel lampeggiante.
Oggi lavora tra creazione e istituzioni, ed è impegnata nell’allestimento di Come vi piace di Shakespeare al Teatro Carignano, l’autore per antonomasia, che le permetterà di sperimentare anche là dove sembra essere già stato saggiato tutto.
Ci incontriamo una mattina di pioggia al bar Antico Borgo, in zona Borgo Dora, uno di quei quartieri di Torino che, di per sé, sembra un’imprudente scenografia teatrale: una ripetizione quotidiana di gesti e di volti che appaiono come irrorati dalle fiamme tremule di una corte dei miracoli.
Impataccata, rimbombante, sottosopra, spesso grottesca, reale, qui Torino dismette il suo abito da sera sabaudo e si impiastriccia malamente il viso con un trucco umano che la fa assomigliare al quadro La maschera di Frida Kahlo.
Vedo Giulia dai vetri del bar, indossa un cappello da pescatore leopardato che non le permette di mimetizzarsi e un sorriso da folletto che ben predispone.
Mentre parliamo seduti a un tavolino noto in lei una tendenza naturale alla pianificazione, alla struttura, come se il caos – che pure la attrae – dovesse sempre passare attraverso un filtro prima di essere esaudito.
Ogni frammento della realtà le appare come potenziale teatro: nulla è davvero neutro.
Come se il quotidiano non fosse una banalità da oltrepassare, ma una miniera che permette di accumulare una fortuna da dilapidare in scena.
Giulia si percepisce come un collante umano: le piace lavorare in gruppo e, seppur mantenendo di fondo la veste di regista-demiurgo, non domina né invade. Immagina uno spazio dove poter osservare tanti corpi, presenze, materie vive, da far risuonare in un attrito inizialmente controllato e che, da scintilla, può generare il fuoco.
Parliamo di balle di fieno, di faine, di pullman, di spaventi, di corpi umani, di montagne.
Di montagne: nel suo spettacolo Il mio corpo è (come) un monte del 2021, Giulia si pone non una metafora poetica ma un’ipotesi ontologica: farsi cima.
Tenta l’inesaudibile attraverso il corpo della ballerina Lidia Luciani e “l’occhio in vista” e lo strumento percettivo, visivo e sonoro, di Daniele Giacometti.
I movimenti sono rallentati, rotti e spesso minimi, talvolta prossimi all’immobilità. La scena non cambia: è il rapporto tra corpo e spazio a mutare lentamente, producendo una sensazione di durata geologica.
I suoni sono d’acqua che gocciola, d’aria sferzante e soprattutto di sassi che si scontrano, continui e stratificati: microscopiche placche tettoniche in azione.
Cambiamenti minimi di intensità e temperatura nella luce accompagnano la metamorfosi.
Tutto dal vivo.
Nel progetto la parola che ritorna è “rinuncio”: un ammasso di rinunce all’umano che tentano, appunto, di ammassarsi e diventare monte.
Una ricerca che si concentra sull’abbandono come sincera dichiarazione d’identificazione, sull’idea che diminuendo l’umano si possa espanderlo, fino a farsi tangente di condizioni limite dell’esistenza.
Termino l’articolo su questo suo lavoro, che mi vede particolarmente partecipe negli intenti, e che ha trovato un forte nodo di congiuntura con Giulia.
Uno smarginare oltre una terra isolata del corpo, un perpetuo oltrepassamento per sfiorare ciò che “è più lontano a ciò che è vicino e più vicino a ciò che è lontano”.
Teatro Superga, Nichelino (TO)
Mercoledì 11 febbraio, ore 21
Los Lobos
Vincitori di quattro Grammy Award su dodici candidature, i Los Lobos sono da oltre cinquant’anni un’istituzione per il rock americano di derivazione latina. Si sono formati nel 1973 dall’incontro di Louie Perez, Steve Berlin, Cesar Rosas, Conrad Lozano e David Hidalgo, e mantengono ancora oggi i componenti originari. Capaci di rivisitare con gusto raffinato ma popolare canzoni tradizionali come Sabor a Mi, o Volver, Volver, abbattere barriere generazionali con la rivisitazione di un classico di Ritchie Valens come La Bamba che li ha fatti conoscere a livello mondiale, fino all’incontro ad inizio degli anni ’90 con un produttore come Mitchel Froom che agevolerà il passaggio a sponde più complesse ma dal fascino profondo di un capolavoro come Kiko.
L’importanza culturale dei Los Lobos è stata oggetto di una profonda ed interessante disamina basata proprio sulla multiculturalità della band in The Art of Democracy, a concise history of Popular Culture in the United States, scritto da Jim Cullen (NYU Press 1996).
Quattro i concerti previsti in Italia: l’esordio mercoledì 11 febbraio al Teatro Superga di Nichelino (TO) con apertura dei Black Tail da Latina.
Info
Teatro Superga, via Superga 44, Nichelino (TO)
Mercoledì 11 febbraio 2026, ore 21
Los Lobos
Biglietti: platea 50 euro, galleria 38,50 euro
www.teatrosuperga.it biglietteria@teatrosuperga.it
IG + FB: teatrosuperga
Orari biglietteria: dal martedì al venerdì dalle 15 alle 19
Al “Teatro Concordia” di Venaria Reale, si celebra il “Giorno del Ricordo” con una produzione del brianzolo “Teatro dell’Aleph”
Lunedì 9 febbraio, ore 21
Venaria Reale (Torino)
La produzione porta la firma del “Teatro dell’Aleph”, compagnia teatrale fondata e diretta dal 1987 da Giovanni Moleri, operante in Brianza e a livello nazionale, il cui nome ci riporta a quell’ “infinito” di impossibile descrizione narrato nella celebre omonima raccolta di racconti (1949) di Jorge Luis Borges. Sul palco un’attrice e due attori: Elena Benedetta Mangola, Diego Gotti e Salvatore Auricchio. La regia e i testi sono dello stesso Moleri.
“La nave del ritorno”, in programma il prossimo lunedì 9 febbraio (ore 21), presso il “Teatro Concordia” di corso Puccini alla Venaria Reale, vuole commemorare nel “Giorno del Ricordo”, il 10 febbraio di ogni anno – istituito ufficialmente nel 2004 dal “Parlamento Italiano” – la tragedia degli italiani vittime delle “foibe” e dell’esodo dalle loro terre di istriani, fiumani e dalmati, che negli anni successivi alla fine della Seconda Guerra Mondiale furono costretti con violenza (a seguito del “Trattato di Pace” di Parigi, 10 febbraio 1947, e sotto la feroce occupazione dei comunisti jugoslavi) ad abbandonare le loro terre e tutto ciò che avevano. Uomini, donne e bambini che, in scena, al “Concordia” diventano personaggi simili “a ombre, fantasmi del passato che raccontano la loro terribile testimonianza”.
“Le loro parole, tratte da testimonianze reali, narrando l’eccidio delle ‘foibe’, danno corpo e voce – sottolineano gli interpreti – non solo alle vittime del genocidio ma, attraverso loro, a tutti coloro che sono stati perseguitati e a tutti coloro che ancora subiscono violenza per motivi etnici, politici e religiosi”. Le loro storie sfilano su sentieri tracciati dalla violenza e dalla sorda ingordigia del potere, ma non restano sospese a un passato di cui è d’obbligo non fare dimenticanza ma che, anzi, ancora oggi dovrebbe essere di monito alle terrifiche disumane tragedie che macchiano del sangue di migliaia e migliaia di innocenti molti Paesi di questo nostro ammorbato Pianeta.
Tra i personaggi dello spettacolo emerge la figura di Norma Cossetto (Visinada, 1920 – Antignana, 1943), la studentessa istriana che fu arrestata dai “partigiani titini” alla fine dell’autunno del ’43 quando aveva soli 23 anni. Separata dal resto dei prigionieri, fu denudata e tenuta legata ad un tavolo per 4 giorni e sottoposta a sevizie e stupri ripetuti dai suoi 17 carcerieri. Poi, legata con il filo di ferro agli altri prigionieri, fu gettata viva nella “foiba” di Villa Surani, in Croazia. Insignita, il 9 dicembre del 2005, della “Medaglia d’oro al Merito Civile” (per aver rappresentato la sofferenza degli italiani in Istria ed il rifiuto di collaborare con gli occupanti), questa giovane donna, luminosa testimonianza di coraggio e di amor patrio, incarna le violenze subite dalla popolazione italiana in Istria, Dalmazia e Venezia Giulia tra il 1943 ed il 1945. In modo ignobile e proprio da parte di molte donne, giudicate allora colpevoli semplicemente di essere mogli, madri, sorelle o figlie di persone ritenute condannabili dal regime, e per decenni dimenticate o ignorate, ma negli ultimi anni riportate alla luce, con tutte le loro storie, come parte importante e non eludibile delle molteplici sofferenze subite dagli italiani sul “confine orientale”. Durante e dopo il secondo conflitto mondiale.
Il testo dello spettacolo è costruito su reali testimonianze e documenti storici. La ricerca è stata effettuata dagli stessi attori e dal regista anche grazie all’incontro con l’“Associazione delle Comunità degli Esuli istriani, dalmati e giuliani” di Roma.
Ricordiamo ancora che alla figura e al sacrificio di Norma Cossetto è stato anche dedicato, nel 2018, il film “Red Land – Rosso Istria” per la regia di Maximiliano Hernando Bruno. Fra gli interpreti Franco Nero e Geraldine Chaplin. Nei panni di Norma Cossetto, l’attrice genovese Selene Gandini.
Per info: “Teatro della Concordia”, corso Puccini, Venaria Reale (Torino); tel. 011/4241124 o www.teatrodellaconcordia.it
Gianni Milani
Nelle foto: “La nave del ritorno”, immagini di scena
Era il 6 febbraio 1958. Il grande Bobby Charlton si salvò, uscì quasi incolume dai rottami dell’aereo e fu uno dei superstiti dello schianto “ma quell’incubo mi accompagna da allora e ha cambiato la mia vita”. Sono passati 68 anni da una delle sciagure più note del calcio che ricorda quella, ancora più tragica, del Grande Torino nel 1949. La squadra di calcio del Manchester United con i “Busby Babes”, soprannome del team, è in volo verso casa dopo aver giocato a Belgrado con la Stella Rossa. Finì 3-3 e gli inglesi si qualificarono alle semifinali della Coppa dei Campioni in virtù della vittoria all’andata per 2-1. L’aereo, un Airspeed Ambassador, fa scalo a Monaco di Baviera per fare rifornimento.

Bufera di neve in corso, pista ghiacciata e piena di fango. Il pilota tenta due volte il decollo ma non ci riesce per il surriscaldamento di un motore. Non desiste, ci prova ancora per la terza volta. Il velivolo parte solo con la potenza dell’altro motore ma la velocità è troppo bassa e non riesce a decollare. Finisce fuori pista e va a sbattere contro un deposito di carburante che esplode. È una strage, viene distrutta una delle squadre più belle della storia del calcio inglese. Perdono la vita 23 dei 44 passeggeri a bordo tra cui otto calciatori del Manchester e tre membri del club inglese. Si salvano nove giocatori tra cui Bobby Charlton, 21 anni, e l’allenatore Matt Busby. “Per giorni mi sono chiesto perché mi fossi salvato, ricorda il leggendario Bobby a 68 anni dalla tragedia, si è trattato solo di fortuna, ero seduto nel posto giusto”. Si trovava infatti nel troncone di aereo che non prese fuoco. A perdere la vita sul colpo, oltre al co-pilota e allo steward, sono otto giocatori e otto giornalisti. Matt Busby tornerà ad allenare lo United e vincerà la Coppa dei Campioni nel 1968 a Wembley con il suo capitano Bobby Charlton.
Filippo Re
nelle foto, il disastro aereo a Monaco di Baviera, 6 febbraio 1958 – la squadra del Manchester United allenata da Matt Busby
Agata Christian – Delitto sulle nevi – Commedia, giallo. Regia di Eros Puglielli, con Christian De Sica, Pasquale Patrolo, Paolo Calabrese e Chiara Francini. Christian Agata, il detective e criminologo più famoso d’Italia viene invitato da Walter Gulmar, figlio di Carlo, patron della celebre ditta di giocattoli Gulmar&Gulmar, per fare da testimonial nello spot della nuova edizione di un gioco da tavolo, il Crime Castle, best seller dell’azienda. Lo spot sarà girato in Val d’Aosta e Agata raggiunge i Gulmar nel loro sontuoso castello fra le montagne innevate, che è stato di ispirazione per il gioco di cui sopra. Nel castello ci sono molti ospiti. Quando una valanga isola tutta l’improbabile compagnia, spunta il classico cadavere e i dieci piccoli indiani resteranno intrappolati nell’edificio. Il detective dovrà risolvere il mistero. Durata 109 minuti. (Massaua, Ideal, Reposi, The Space Torino, Uci Lingotto, The Space Beinasco, Uci Moncalieri)
L’agente segreto – Drammatico, thriller. Regia di Kleber Mendonça Filho, con Wagner Moura. La dittatura brasiliana, l’anno è il 1977, il protagonista è Marcelo – nome di copertura per un professore universitario – che a Recife raggiunge il figlio e che ben presto dovrà accorgersi di essere seguito da due sicari che lo vogliono morto: negli anni passati ha ostacolato le attività di un imprenditore di origini italiane. Uccisioni, antiche realtà e ricostruzioni cinematografiche, le ricerche di due studentesse che tentano di ridare esattezza e verità ai periodi più o meno conosciuti della storia di quel paese, mezzo del regista per ricordare allo spettatore le proprie origini giornalistiche. Premiato al Festival di Cannes, due Golden Globe, due candidature ai Bafta, quattro candidature agli Oscar, uno dei successi dell’annata. “Il thriller tiene il respiro e la morale in sospeso, e ricostruisce l’atmosfera in un’epoca in cui la dittatura faceva volentieri sparire le persone: la spy story si nasconde dietro ogni angolo, ogni occhiata, ogni fuga e ogni samba”, ha scritto Maurizio Porro nelle colonne del Corriere. Il film è stato designato Film della Critica dal SNCCI: “Il regista brasiliano insegue i fantasmi della sua città e del suo paese con una spy story insieme appassionante e amara. In fuga dalla polizia della dittatura militare, nel Brasile del 1977, un militante comunista arriva a Recife… sono i giorni del Carnevale, la città è in fermento, un serial killer minaccia la sicurezza, al cinema i film mostrano un mondo di esaltanti esagerazioni. Ma cosa significa, oggi, raccontare quel passato? Cosa ne è rimasto nelle immagini e nei luoghi del presente? Un film continuamente spiazzante e sorprendente.” Durata 158 minuti. (Greenwich Village sala 2 e sala 3 V.O., Nazionale sala 1, Uci Lingotto)
Avatar – Fuoco e cenere – Fantascienza, azione. Regia di James Cameron, con Sam Worthington, Zoe Saldana, Sugourney Weaver, Kate Winslet e Oona Chaplin. Alla morte del figlio Neteyam, Jake Sully ritorna al combattimento e a questo allena i figli, la sposa Neytiri elabora nel silenzio il suo lutto. Partono dalla loro terra portando con sé Spider, il ragazzo umano che essi hanno un tempo adottato: nel viaggio alla volta dell’antica base, pieno di avventure, saranno attaccati dal popolo vulcanico dei Mangkwan, estremamente feroce, guidato dal temibile Varang. Terzo appuntamento con la gloriosa saga dell’autore di “Titanic”. Durata 198 minuti. (Uci Lingotto, Uci Moncalieri anche 3D)
Buen Camino – Commedia. Regia di Gennaro Nunziante, con Checco Zalone, Beatriz Arjona, Letizia Arnò e Martina Colombari. Checco, erede ricchissimo e viziato, prole ultrafelice di Eugenio ricchissimo produttore di divani, innumerevoli ville con piscina e altrettanto innumerevoli servitori di origine filippina alle sue dipendenze, yacht su cui invitare amici che hanno le sue stesse idee di libertà e di non lavoro, una fidanzata messicana di professione modella, è costretto a lasciare la sua vita dorata sulle tracce della figlia Cristal, adolescente dal carattere un pochino turbolento. Per la prima volta in vita sua viene messo di fronte alle sue responsabilità di padre, inaspettate quanto da prendere con i classici guanti, anche perché Checco del sangue del suo sangue proprio niente sa. Grazie l’opera di corruzione attuata nella persona di Corina, la migliore amica di Cristal, il binomio viene a sapere che la fanciulla è partita per la Spagna. È così che finisce suo malgrado sul Cammino di Santiago: un’occasione per conoscersi veramente. Durata 90 minuti. (Massaua, Ideal, Reposi sala 4, The Space Torino, Uci Lingotto, The Space Beinasco, Uci Moncalieri)
Le cose non dette – Drammatico. Regia di Gabriele Muccino. con Stefano Accorsi, Miriam Leone, Claudio Santamaria e Carolina Crescentini. Carlo Ristuccia è un docente universitario, autore di un unico libro di successo. Sua moglie Elisa è una giornalista di Vanity Fair Italia in crisi creativa, e il suo direttore le consiglia di “staccare” e di partire per una vacanza. Decidono dunque di partire per Tangeri, insieme a un’altra coppia: Paolo, il migliore amico di Carlo, ristoratore stakanovista e padre assente, e sua moglie Anna, iperansiosa e prepotente. Con loro però c’è anche la figlia tredicenne Vittoria, che ha una particolare simpatia per Carlo. Peccato che in vacanza si presenti a sorpresa Blu, la giovanissima amante del professore. Durata 114 minuti. (Massaua, Ideal, Reposi sala 1, Romano sala 1, The Space Torino, Uci Lingotto, The Space Beinasco, Uci Moncalieri)
La grazia – Commedia drammatica. Regia di Paolo Sorrentino, con Toni Servillo, Anna Ferzetti, Massimo Venturiello, Roberto Zibetti e Milvia Marigliano. Il presidente della Repubblica Mariano De Santis è ormai anziano e alla fine del suo mandato. Vedovo, ex giurista e profondamente cattolico, si troverà di fronte a due ultimi dilemmi: se concedere la grazia a due persone che hanno commesso un omicidio in circostanze che potrebbero essere continuate attenuanti o se promulgare la legge dell’eutanasia. Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile a Toni Servillo. Durata 133 minuti. Il regista Paolo Sorrentino, che ha girato gran parte del film a Torino, sarà al Nazionale domenica 18 gennaio alle ore 18 per presentare il film e rispondere alle domande del pubblico. Da lunedì 19 sarà altresì possibile visitare lamostra fotografica “La Grazia” – Immagini e location della Torino di Paolo Sorrentino”, nelle stesse sale di palazzo Chiablese dove il regista ha ricreato gli ambienti del Quirinale. (Massaua, Due Giardini sala Nirvana e sala Ombrerosse, Eliseo, Fratelli Marx sala Harpo, Greenwich Village sala 2, Ideal, Nazionale sala 4, Reposi sala 2, The Space Torino, Uci Lingotto)
Greenland 2 – Migration – Azione. Regia di Ric Roman Waugh, con Gerard Butler e Morena Baccarin. Cinque anni dopo l’impatto della cometa Clarke che ha devastato la Terra, la famiglia Garrity è sopravvissuta rifugiandosi in un bunker in Groenlandia. Ma anche quando quest’ultimo baluardo viene distrutto, sono costretti a tornare in superficie. Il mondo che li attende è irriconoscibile. Tra le macerie di un’Europa congelata e ostile, i Garrity intraprendono una migrazione disperata verso la Francia, dove si dice possa esistere un nuovo luogo in cui ricostruire la civiltà. Durata 98 minuti. (The Space Beinasco, Uci Moncalieri)
Hamnet – Storico, drammatico. Regia di Chloé Zhao, con Jessie Buckley, Paul Mescal, Jacobi Jupe ed Emily Watson. In un bosco, una giovane donna dorme rannicchiata nella culla formata dalla radice emersa di un albero secolare: è vestita di rosso cupo, accompagnata da un falco che risponde ai suoi richiami, conosce erbe e pozioni, si dice non sia nata da sua madre ma da una donna venuta da lontano. Si chiama Agnes e quando Will la vede se ne innamora subito. Will è il giovane William Shakespeare, maestro di latino nella Stratford del 1580, che riesce a sposarla nonostante l’ostilità delle famiglie e ad avere con lei tre figli, Susannah e i gemelli Judith e Hamnet. Ma un lutto li colpisce, quando il drammaturgo lavora già a Londra, e Hamnet ucciso dalla peste a soli undici anni (un lutto che mette a dura prova l’unione della coppia) diventa Hamlet. Tratta dal romanzo del 2020 dell’irlandese Maggie O’Farrell, la storia di Agnes (più che di William), tessuta di magia e femminilità. Film già vincitore di due Golden Globe, attende la notte degli Oscar con le sue otto candidature. Ha scritto Alessandra De Luca nelle colonne di “Ciak” che la Zhao, nata a Pechino nel 1982, già premiata a Venezia con il Leone d’oro nel 2020 e Oscar come miglior film per “Nomadland”, “sceglie ancora una volta una strada radicale, quasi estrema, per mettere in scena elaborazione del lutto e catarsi, spingendo i suoi attori in un percorso emotivo dove verità e finzionr, vita e arte, spirito e materia si confondono. La scena nel finale ambientato al Globe Theatre di Londra, durante la prima rappresentazione di “Amleto”, vale la spesa del biglietto e un’altra statuetta nelle mani di Jessie Buckley, dopo il Golden Globe, ci starebbe proprio bene.” Durata 125 minuti. (Massaua, Classico anche V.O., Eliseo Grande, Nazionale sala 1, The Space Torino, Uci Lingotto, The Space Beinasco, Uci Moncalieri anche V.O.)
L’infiltrata – Thriller. Regia di Arantxa Echevarria, con Carolina Yuste. Basato sulla storia vera di Aranzazu Berradre Marìn, pseudonimo utilizzato da un’agente della Polizia Nazionale che si infiltrò negli anni Novanta nell’organizzazione terroristica Eta per otto anni. Film pluripremiato in Spagna. (Centrale V.O., Fratelli Marx sala Chico, Greenwich Village anche V.O.)
Lavoreremo da grandi – Commedia. Regia di Antonio Albanese, con Antonio Albanese, Giuseppe Battiston, Nicola Rignanese e e Nicolò Ferrero. Umberto ha dilapidato i soldi del padre e continua a immaginarsi grande musicista, ma partorisce soltanto creazioni sonore cacofoniche. Ha due ex mogli che l’hanno sfruttato e ora lo detestato e due figli, Toni e Beppe. Gigi contava sull’eredità di una zia facoltosa ma lei gli ha lasciato solo trucchi e parrucche, che lui indossa per protesta, ubriacandosi e ingerendo pillole. Una notte mentre trasportano quest’ultimo in stato semicomatoso, Umberto Beppe e Toni (sotto misura cautelare in vista dell’ennesimo processo, questa volta per truffa ai danni del Fisco) fanno un incidente – credono di aver travolto con l’auto qualcuno in bicicletta – del quale dovranno affrontare le conseguenze, dando il via a una catena di equivoci e di sorprese atte a sconvolgere la loro vita senza direzione. Durata 91 minuti. (Blue Torino/via Principe Tommaso 6, Massaua, Due Giardini sala Nirvana, Fratelli Marx sala Groucho, Ideal, Reposi sala 3, The Space Beinasco, Uci Moncalieri)
Marty Supreme – Commedia drammatica. Regia di Josh Safdie, con Timothée Chalamet, Gwyneth Paltrow e Abel Ferrara. Marty Mauser è un venditore di scarpe con una irrefrenabile ossessione per il ping pong che si muove nella New York degli anni Cinquanta tra truffe, scommesse, passioni proibite e sogni di gloria. Un’esistenza rocambolesca per un personaggio larger than life, eccentrico e ambiziosissimo, smodato e leggendario. Durata 90 minuti. (Massaua, Centrale V.O., Due Giardini sala Ombrerosse, Fratelli Marx sala Chico, Massimo sala Cabiria anche V.O., Nazionale sala 4, The Space Torino, Uci Lingotto anche V.O., The Space Beinasco, Uci Moncalieri)
Norimberga – Drammatico. Regia di James Vanderbilt, con Russell Crowe, Rami Malek e Michael Shannon. Film di chiusura del recente TFF. In quell’occasione scrivevo: “…le ultime immagini del festival appartengono alla macabra apparizione di Herman Göring – che ha le sembianze ormai irrimediabilmente possenti di Russell Crowe, eccellente – in “Nuremberg”, scritto (è stato tra l’altro l’acclamato sceneggiatore di “Zodiac” di Fincher) e diretto da James Vanderbilt – qui alla sua opera seconda in qualità di regista, dopo “Truth – Il prezzo della verità”, 2015 -, a raccontare con parole ben lontane da quelle del difficilmente dimenticabile “Vincitori e vinti” di Kramer la tragedia dell’Olocausto (con immagini di repertorio) e il giudizio che le nazioni vincitrici della terra ne dettero durante i giorni e il processo di Norimberga, Ribbentrop e Hess e Seyss-Inquart e gli altri a subire morti e ergastoli. Vanderbilt focalizza il proprio racconto sull’incarico che lo psichiatra americano Douglas Kelly (lo interpreta Rami Malek, meritato Oscar come Freddie Mercury) – un altro che non cede è il giudice della Corte Suprema degli States Robert Jackson (un validissimo Michael Shannon) – riceve allo scopo di valutare lo stato mentale dei prigionieri nazisti e di stabilire se essi siano idonei a sostenere il dibattimento per crimini di guerra. Affermativo: ma lui che è scivolato su un errore compiuto con il gentil sesso che ha le vesti di una curiosa giornalista che fa il suo mestiere ed è pronta a sottrargli notizie riservate, verrà estromesso. Salvo venire reintegrato nel dibattimento grazie a certi suoi studi che porteranno nuove luci sugli atti e sulla personalità del principale imputato. Costruendo in dialoghi che non hanno certo la sensibilità di un duello in punta di fioretto ma che pur scavano a fondo nella fredda ferocia del Reichmarschall, numero due del regime hitleriano, un duello sottile e psicologico che approfondisce, che mattone dopo mattone costruisce il progredire di un rapporto e di due personalità, che contribuisce a portare a una condanna che scavalcherà la morte per impiccagione, preferendo come la Storia ci ha testimoniato Göring darsi la morte con il cianuro – verremo a sapere nelle didascalie di coda che anche Kelly, colpito dai fantasmi di quella esperienza e datosi in seguito al bere, si tolse la vita allo stesso modo, nel 1958, dopo averne ricavato un volume che non ebbe alcun successo. Incisivo nel/per il racconto l’urlo che Göring getta in faccia a Kelly nel disperato tentativo di mantenere ben salda la sua supremazia, la sua eternità: “Io sono il libro, tu non sei altro che una nota a piede pagina!” Il film, di uscita natalizia, che è quasi un obbligo vedere per ripassare una pagina di Storia che non dev’essere dimenticata”. Durata 148 minuti. (Reposi sala 4)
Primavera – Drammatico. Regia di Damiano Michieletto, con Michele Riondino e Tecla Insolia. Cecilia è stata affidata all’Ospedale della Pietà nella Venezia del 1716, ha imparato a leggere e scrivere, ha imparato a suonare il violino. Le allieve più dotate, non potendo apparire in pubblico, si esibiscono al riparo di una grata, relegate in quel luogo sino a che un nobile o un ricco borghese non le chieda in sposa dietro una pingue borsa di soldi. Un giorno incontrerà gli insegnamenti di Antonio Vivaldi, malato e in disgrazia, pronto tuttavia a cogliere il talento e la passione della ragazza. Durata 110 minuti. (Romano sala 3)
Send Help – Horror. Regia di Sam Raimi, con Rachel McAdams e Dylan O’Brien. Linda Liddle è una donna che vive sola, appartata da tutto e da tutti, ma il CEO dell’azienda presso cui lavora ha riconosciuto le sue doti e le ha promesso una promozione. Purtroppo l’uomo è poi morto ed è stato sostituito dal figlio Bradley, che preferirebbe di gran lunga promuovere il suo compagno di confraternita, un giovane rampante che si appropria dei lavori di Linda ma che sa presentarsi molto bene. Linda invece cura poco il proprio aspetto e questa trasandatezza la rende sgradevole al superficiale Bradley, che comunque la vuole su un aereo privato per sfruttare ancora una volta le sue doti matematiche. Qui Linda è ancora una volta umiliata da Bradley e dai suoi amici, sino a che a seguito di un incidente Linda e il suo datore di lavoro si ritroveranno su un’isola deserta. La preparazione della donna che sogna da anni di diventare una concorrente dello show “Survivor”, si rivelerà molto preziosa arrivando a ribaltare il rapporto tra i due. Durata 113 minuti. (Ideal, Reposi, The Space Torino, Uci Lingotto, The Space Beinasco, Uci Moncalieri)
Sentimental Value – Drammatico. Regia di Joachim Trier, con Renate Reinsve, Elle Fanning e Stellan Skarsgård. Nora e Agnes sono due sorelle profondamente unite. L’improvviso rientro nella loro vita del padre Gustav – regista carismatico e affascinante ma genitore cronicamente inaffidabile – riapre ferite mai del tutto rimarginate. Riconoscendo il talento di attrice di Nora, Gustav vorrebbe che sua figlia interpretasse il ruolo principale nel film che dovrebbe rilanciare la sua carriera; lei rifiuta e quella parte finisce a una giovane star di Hollywood, Rachel Kemp. Il suo arrivo getta scompiglio nelle delicate dinamiche della famiglia: per le due sorelle sarà il momento di confrontarsi con il padre e con il loro passato. Designato Film della Critica dal SNCCI: “Due necessità primarie a confronto – quella di seguire il proprio percorso artistico e quella di rimanere accanto ai propri figli – confluiscono in un dramma familiare delicato e struggente. Stellan Skarsgård giganteggia nei panni del regista di successo che ha smarrito la via, e Renate Reinsve gli tiene testa in quelli della primogenita, attrice di razza che rifiuta di interpretare se stessa nell’Amarcord paterno. Una parabola sulla possibilità di perdono e redenzione, mai sentimentale, a dispetto del titolo, sempre vibrante di intensa emozione. Durata 133 minuti. (Eliseo, Greenwich Village V.O. sala 2, Romano sala 2)
Sirāt – Drammatico. Regia di Oliver Laxe, con Sergi Lòpez e Bruno Nùnez. Luis con il giovane figlio Esteban si aggira in un rave party mostrando una fotografia della figlia Mar della quale ha perso da alcuni mesi le tracce e che vorrebbe ritrovare. Nessuno la conosce ma, nel corso della ricerca, l’uomo fa delle conoscenze che, dopo la chiusura della festa da parte dei militari, lo indirizzano verso un altro rave. Il viaggio non sarà dei più facili e non soltanto per le asperità del terreno, “un viaggio accidentato e pericoloso verso un ignoto dentro e fuori di noi: solo il nulla del paesaggio minato”, ha scritto Maurizio Porro nel Corriere della Sera. Premio della Giuria a Cannes. Il film è stato designato Film della Critica dal SNCCI: “Oliver Laxe dirige un film di rara potenza, devastante nella forma e dalla narrazione continuamente vissuta sullo strapiombo di avvenimenti tragici, un on the road tra musica martellante e danze tribali, alla ricerca di persone scomparse e del senso ultimo della vita, rappresentata in modo nichilistico, in un paesaggio di bellezza agghiacciante, muovendosi costantemente su un terreno minato.” Durata 115 minuti. (Massimo)
Sorry, baby – Drammatico. Regia di Eva Victor, con Eva Victor, Naomie Ackie e Lucas Hedges. Una violenza sessuale, la vittima è Agnes. La ragazza cerca di superare il suo dramma. L’amica Lydie, al contrario, è felice, vive a New York, si è sposata e le racconta di aspettare un bambino. Nell’occasione di una riunione di classe i ricordi riaffioreranno. Durata 103 minuti. (Centrale)
Torna Seeyousound edizione numero 12. Il Festival di cinema e musica si svolgerà dal 3 all’8 marzo al cinema Massimo. Quest’anno vi saranno 2 giorni in meno. Sono previsti 68 titoli (senza repliche),dj set, live e performance audiovisive. Il direttore Carlo Griseri alla domanda se si farà di nuovo il Festival, (visto la difficoltà a reperire risorse) risponde, “non è facile ma lo facciamo”. La kermesse dal titolo “Make Some Noise”, si propone di esplorare il “rumore” come impulso creativo. L’edizione 2026 si aprirà il 3 marzo con due film dedicati ai Casino Royale.
“Quarantine Scenario” di Pepsy Romanoff e “Alba ad ovest” e da un live del gruppo. La chiusura l’8 marzo invece sarà dedicata a David Bowie con “The Final Act” di Jonathan Stiasny, sull’ultimo periodo della carriera del “Duca Bianco”. Sarà presente in sala il regista. Sono previsti documentari biografici su Sun Ra, Herbie Hancock , Boy George, Madalitso Band dal Malawi e Pablo Milanes. Da segnalare il documentario”A Century in Sound”, ambientato nei caffè giapponesi Ongaku Kissa, dove ci si siede comodamente per ascoltare dischi. Viene riconfermata la tradizione di abbinare alle proiezioni i live. Fabio Giachino (5marzo), Giorgio Li Calzi e Stefano Risso ( 6 marzo), Micah P. Hinson ( 7 marzo). L’8 marzo legato alla proiezione di “Falene” di Ivan Cazzola è previsto un concerto con ospiti a sorpresa.
Pier Luigi Fuggetta
Asuna + Rie Nakajima: quarto appuntamento del “public programme” legato alla mostra “Chiharu Shiota: The Soul Trembles”
Domenica 8 febbraio, ore 18
Dalla sede ufficiale di via San Domenico 11 a corso Castelfidardo 22, sede delle “OGR” di Torino.
Negli spazi delle “Officine Grandi Riparazioni”, dal 2017 – ‘19 “hub internazionale” di cultura, innovazione e tecnologia rinato da un ex complesso industriale ottocentesco – si sposterà infatti il “doppio appuntamento” realizzato per il quarto concerto del public programme “Evolving Soundscapes” (curato, in occasione della mostra “Chiharu Shiota: The Soul Trembles”, da Chiara Lee e freddie Murphy) teso, attraverso una sapiente selezione di musicisti e “sound artist”contemporanei ad “espandere e arricchire” la rassegna, presente al “MAO” fino al prossimo 28 giugno, attraverso l’ausilio del suono.
Nell’ottica della collaborazione che contraddistingue l’attività del “MAO”, per l’edizione 2025-26, il programma si estende infatti oltre gli spazi del “Museo” con concerti co-prodotti e co-curati insieme a “OGR” Torino – dando vita a una rassegna condivisa – e con “Combo”,“hub ibrido” di corso Regina Margherita 128 (sede un tempo dell’ex Caserma dei “Vigili del Fuoco”, zona Porta Palazzo), e location dell’evento inaugurale del 21 ottobrescorso.
All’interno dello stesso percorso curatoriale si inserisce anche la serie di “vinili” ideata da Chiara Lee, freddie Murphy e Davide Quadrio, direttore del “MAO”: un “catalogo audio” delle mostre temporanee, che finora comprende le uscite di Shigeru Ishihara (o DJ Scotch Egg), dell’egiziano Abdullah Miniawy e della polistrumentista e compositrice coreana Park Jiha.
Orbene, la data programmata per il “doppio appuntamento” alle “OGR” è per domenica 8 febbraio (ore 18) con Asuna (“Un’ipnotica e ondulante armonia sonora”) e con Rie Nakajima(“Un’opera inventiva di bricolage meccanico e sonoro”). I due porteranno in scena sperimentazioni che utilizzano oggetti non convenzionali per dare vita ad una performancefatta di “interferenze sonore” e “dispositivi cinetici”.
Bio … in pillole
ASUNA è un artista sonoro giapponese riconosciuto a livello internazionale nella scena della musica e dell’arte sperimentale. Attivo dalla fine degli anni ’90, è emerso dalla scena di improvvisazione di Tokyo, fondendo influenze che spaziano dall’“hardcore” al “punk”, fino ad esplorare mondi sonori delicati e melodici. Le sue performance spesso utilizzano fonti sonore non convenzionali – dai giocattoli a carica alle caramelle frizzanti, ai “kazoo” (strumenti musicali a fiato di origine africana) – combinando una sperimentazione ludica con la sensibilità profonda di un vero artista d’avanguardia. Il suo recente progetto su larga scala “100 Keyboards” è una “performance site-specific” che coinvolge oltre cento “tastiere-giocattolo” che suonano contemporaneamente, generando un’armonia sonora ondulante, al tempo stesso ipnotica e misteriosa. L’opera è stata presentata in importanti festival e sedi internazionali, tra cui il “BAM” di New York.
RIE NAKAJIMA, scultrice e “sound artist”giapponese, ma residente a Londra, crea suoni per installazioni e performance, utilizzando una combinazione di dispositivi motorizzati e oggetti quotidiani, fondendo scultura e suono. “La sua pratica artistica rimane aperta al caso e all’influenza degli altri”.
Per ulteriori info: “MAO-Museo d’Arte Orientale”, via San Domenico 11, Torino: Tel. 011/4436932 o www.maotorino.it
g.m.
Nelle foto: Asuna e Rie Nakajima
Al teatro Garybaldi di via Partigiani 4, a Settimo Torinese, per la stagione di teatro, danza, musica e circo contemporaneo vi sarà il gradito ritorno di Lucilla Giagnoni con il “Magnificat”. Hanno collaborato al testo Maria Rosa Pantè e le musiche sono di Paolo Pizzimenti. La pièce è stata realizzata grazie alla produzione di Teatro Piemonte Europa e Centro Teatrale Bresciano. “Magnificat” rappresenta un viaggio poetico e simbolico che attraversa epoche, miti, religioni e vissuti quotidiani, alla scoperta di uno sguardo nuovo sul mondo. Lucilla Giagnoni accompagna lo spettatore in un percorso ispirato a una sorta di gioco dell’oca, un itinerario a spirale fatto di ostacoli e rivelazioni, dove ogni casella è un’occasione per riflettere, emozionarsi e ritrovare il senso delle cose. Al centro dello spettacolo, il concetto di “sguardo poetico”, una lente capace di cogliere la bellezza nascosta nell’ordinario, la forza rigeneratrice del femminile e il potere trasformativo della parola e dell’arte. Con ironia, profondità e grande presenza scenica, l’attrice invita lo spettatore a rallentare, a guardare con occhi diversi, a riscoprire la forza del linguaggio come strumento di cura e unione. Tra sogno e realtà, accompagnata dai video evocativi di Massimo Violato e dalle musiche originali di Pizzimenti, Lucilla Giagnoni consegna un’esperienza teatrale intensa e commovente, che parla al cuore e all’intelligenza dello spettatore. “Magnificat” è un invito a credere nella bellezza e alla potenza del teatro come spazio d’umanità.
Lucilla Giagnoni è attrice, autrice e regista, formatasi alla bottega di Vittorio Gassman, a Firenze, lavorando con grandi maestri quali Vittorio Gassman e Jeanne Moreau. Ha collaborato con Teatro Settimo e lavorato con registi come Alessandro Baricco e Antonella Ruggero. Tra i suoi spettacol piu noti, “Vergine madre”, “Big Bang”, “Apocalisse”, “Ecce Homo”, “Furiosa Mente”, “Magnificat”, “Anima Mundi”, e le meditazioni teatrali come “La Misericordia” e “Pacem in Terris”.
Teatro Garybaldi – via Partigiani 4, Settimo Torinese – sabato 7 febbraio ore 21
Mara Martellotta
La musica classica e il Novecento, l’impegno civile e quello artistico sono i temi che verranno affrontati dal giornalista e presidente del Polo del ‘900, Enzo Sinigaglia, insieme al noto musicologo Enzo Restagno durante il talk del 9 febbraio prossimo, che chiuderà il ciclo dei dieci appuntamenti previsti della rassegna Note Libere, incontri in cui si è parlato di Torino, di musica e dell’ottantesimo anno dalla Liberazione. Al fianco del talk è prevista musica dal vivo targata Centro Civico di Formazione Musicale: sul palco, il sassofonista Claudio Chiara e il fisarmonicista Massimo Pitzianti porteranno in scena le musiche sincopate degli anni Quaranta, periodo in cui il jazz rappresentava un simbolo di resistenza.
Lunedì 9 febbraio – ore 18 – Auditorium di Palazzo San Daniele (Polo del ‘900), piazzetta Antonicelli, Torino.
Ingresso gratuito con prenotazione obbligatoria sul sito del Polo del ‘900
Mara Martellotta