CULTURA E SPETTACOLI- Pagina 2

In scena al teatro Astra “Gli angeli dello sterminio”

In prima nazionale andrà in scena al teatro Astra , da venerdì 9 a domenica 18 gennaio, la pièce teatrale intitolata “Gli angeli dello sterminio”, dal testo di Giovanni Testori.
Lo spettacolo fa parte della stagione del Teatro Piemonte Europa, che ne cura la produzione in collaborazione con stabilemobile. L’adattamento è di Federico Bellini che affianca Latella anche nella costruzione drammaturgica di un’opera attraversata da immagini estreme e da una lingua che conserva la potenza del testo di Testori. A portare in scena il testo Francesco Manetti, Matilde Vigna e Alfonso Genova.
Cinquanta centauri, angeli di un Paradiso perduto, seminano il terrore tra le rovine di una Milano già devastata dall’Apocalisse. Sono solo temporaneamente sopravvissuti alla fine di tutto in quanto gli eventi di morte si susseguono senza interruzione in tutta la città, trasformata in un vasto obitorio, dove ogni cosa ha perso il suo nome e la stessa urbe, la città,  ha visto il suo Duomo trasformato in latrina o fossa comune. Sarà un cronista, probabile alter-ego dello stesso autore, ad avere il compito di cercare di riordinare la successione dei fatti, affidandosi ai racconti o alle intuizioni di una donna di grande eleganza, una cartomante. Ogni tentativo di dare una logica e una scansione a ciò che avviene si scontra con la rapidità e la frammentarietà della fine, che delega ad ognuno di noi la responsabilità di ricordare o pensare a un’eventuale resurrezione.

Teatro Astra via Rosolino Pilo 6
Tel 0115634352

Mara  Martellotta

Le case più antiche di Torino, il fascino del Medioevo e la storia della città

Torino, conosciuta per la sua eleganza sobria, la sua architettura barocca, ma anche Liberty e neo-classica conserva nel suo cuore tracce di un passato molto lontano: le sue case medievali. Questi edifici sono pregiati e inestimabili testimoni di un’epoca in cui la città si stava trasformando in un centro di cultura, ma anche in un luogo autorevole in fatto di geopolitica. La sua posizione strategica ai piedi delle Alpi e al centro di un crocevia di culture, infatti, l’ha convertita in un modello unico di civilta’. I suoi palazzi contribuiscono a rendere questa citta’ un luogo elegante e fascinoso ed e’ impossibile passeggiando per le vie di Torino non voltare lo sguardo verso l’alto per esplorare visivamente queste opere d’arte costituite da particolari architettonici e artistici, da disegni, da balconi decorati e di finestre dai vetri colorati. Tra le piu’ antiche palazzine della citta, memorie di un passato che arriva fino ai giorni, ne abbiamo tre di sicuro interesse artistico e storico.

Casa del Pingone, posizionata tra piazza delle Erbe e il Duomo, e’ una delle abitazioni più antiche della città, risalente ai secoli XV – XVI e prende il nome da Emanuele Filiberto Pingone, storico di corte del duca Emanuele Filiberto di Savoia che la abito’ dopo il trasferimento da Padova . L’edificio conserva elementi architettonici di grande pregio, come i soffitti in legno, affreschi decorati con motivi a grottesche (pitture di radice romana), e una torre merlata medievale ancora visibile sebbene sia stata coperta in alcune sue parti. Questa casa rappresenta un raro esempio di architettura civile medievale ancora intatta nel cuore di Torino. Nel 2000 e’ stata ridipinta per donarle i colori originari.

Casa del Senato e’ un altro esempio di edilizia medievale che si distingue per la sua base in pietra e per tracce di finestre ogivali, poi sostituite nel XVI secolo da ampie finestre a crociera in cotto. Con i suoi quattro piani fuori terra, la Casa del Senato era sorprendentemente alta per l’epoca, sottolineando il suo ruolo istituzionale e la sua importanza all’interno della città medievale. Costruita come casa nobiliare e poi divenuta luogo di incontro del Senato Subalpino dove furono discusse e approvate alcune delle decisioni più significative per l’unificazione dell’Italia e ha avuto un’importanza particolare durante il Risorgimento italiano. Si trova nel cuore del centro di Torino e rappresenta uno dei simboli capitale del Regno di Sardegna.

Casa Romagnano, sita in via dei Mercanti 9, conosciuta anche come “Casa Armissoglio”, è un’altra testimonianza dell’edilizia civile della Torino medievale costruita tra la fine del XIII e l’inizio del XVI secolo. Dimora dell’omonima famiglia, nonostante i numerosi interventi di restauro nel corso del tempo, la casa conserva il suo aspetto nobile con dettagli architettonici dell’epoca come le quattro eleganti finestre in cotto e marcapiani che le danno equilibrio e sobrieta’ e che rispecchiano la maestria artigianale di quel periodo. Afine del 1800 fu riqualificata e vennero riportati alla luce diversi elementi come le parti in cotto e le finestre.

Altre Testimonianze Storiche

Oltre a queste dimore, Torino conserva altri edifici medievali sparsi per il centro storico. Le mura romane, le torri e alcune chiese completano un quadro ricco di fascino, che permette di immaginare com’era la città secoli fa.

Maria La Barbera

Trasferta meneghina per il torinese Salone del Libro

Ospite Massimo Gramellini, si terrà a Milano il terzo appuntamento di “Prendersi cura”, Progetto del “Salone” in collaborazione con “Esselunga”

Lunedì 12 gennaio, ore 18,30

Milano

Lavorano a pieno ritmo tutto l’anno i motori del “Salone Internazionale del Libro” di Torino. Non ci sono pause. Così, per chiudere in bellezza il 2025 e inaugurare con il consueto entusiasmo l’anno nuovo, è già pronto a debuttare a Milano (in attesa della sua 38^ edizione che si terrà dal 14 al 18 maggio presso il “Lingotto Fiere”) il terzo appuntamento di “Prendersi cura”, Progetto ideato nel 2024 dal “Salone”, sui temi dell’“ascolto” e reso possibile dalla collaborazione con il Main partner “Esselunga”, che dal 2021 sostiene la manifestazione subalpina.

Dopo gli incontri con Chiara Gamberale (2024), Andrea De Carlo e Teresa Ciabatti (2025) a Torino, il nuovo appuntamento – organizzato in collaborazione con il “Piccolo Teatro” di Milano – vuole riflettere sul valore dell’attenzione verso gli altri e il mondo e in particolare (quanto bisogno ce n’è oggi più che mai!) sui temi universali dell’“affettività”, come il possesso e l’attaccamento, il tradimento e la gelosia.

L’appuntamento è in programma lunedì 12 gennaio (ore 18,30), al “Teatro Studio Melato” del capoluogo lombardo (via Rivoli, 6); ospite il giornalista e scrittore torinese Massimo Gramellini, attualmente (dopo aver lavorato a “La Stampa”, al “Corriere della Sera” e su “Rai Tre”, ospite fisso di Fabio Fazio a “Che tempo che fa”) conduttore del programma “In altre parole” su “La7”. Gramellini presenterà al pubblico il suo nuovo libro “L’amore è il perché” (“Longanesi”), in dialogo con Annalena Benini, giornalista, scrittrice e direttore del “Salone Internazionale del Libro”.

L’ingresso è gratuito con prenotazione obbligatoria su www.piccoloteatro.org, presso la Biglietteria del “Teatro Strehler” e tramite “biglietteria telefonica”.

Ad accompagnare gli incontri di “Prendersi cura” è il claim “Diamo spazio all’ascolto”, attraverso gli spunti e le riflessioni che i libri possono offrire alle lettrici e ai lettori, con appuntamenti a Torino e a Milano nei “Supermercati Esselunga” o in “spazi pubblici” (non prettamente sedi di eventi culturali, ma spazi comunque di intensa aggregazione) ad essi vicini e al “Salone”.

Ricorda Annalena Benini“Mettersi all’ascolto dell’altro significa molte cose. Prima fra tutte, una predisposizione allo sbilanciamento. Il passaggio avventuroso dal nostro sé più profondo al mondo fuori da noi (la famiglia, il lavoro, l’amicizia e naturalmente l’amore, in tutte le sue forme). È prima uno slancio del cuore, poi un sentimento che tiene in sé emozione e ragione e costruisce il ‘prendersi cura’. Delle relazioni, degli ambienti, della vita quotidiana, delle intermittenze del cuore nel rispetto della diversità, nella consapevolezza che tutto chiede di essere visto per ciò che è, e che ci sono tantissimi modi per chiedere aiuto e per offrirlo. Piccole cose e cose grandi”.

Parole in cui pienamente si riflettono i contenuti e le relazioni raccontate da Gramellini in “L’amore è il perché”, un ibrido tra “memoir” e “saggio narrativo”, una sorta di emozionante “viaggio interiore” che sospende chi scrive e chi legge tra il desiderio di un “amore assoluto”, capace di sconfiggere l’impossibile, e la “paura di farsi male”. Percorso, dunque, tormentato in aspra contesa fra cuore e ragione, in pagine che incontrano pur anche Platone e i “miti greci”, per divenire “storia di educazione sentimentale” e di “crescita esistenziale e spirituale”: la storia di tutti noi che aneliamo all’amore, ne soffriamo e a volte vi rinunciamo. Ma, sottolinea a ragione Gramellini“Rifiutarsi di amare per paura di soffrire è come rifiutarsi di vivere per paura di morire”. E aggiunge la Benini“L’amore muove tutto e a tutto offre un senso, gioia e fatica insieme. ‘Prendersi cura’ significa anche imparare ad amarci”. Un buon auspicio per un anno che si apre riflesso in territori dell’anima in piena salita e confusione, nell’annullamento di sogni e umanità, bagliori di un mondo che urla, inascoltato, desideri di pace e amore, amore vero, amore totale.

Per infowww.salonelibro.it

Gianni Milani

Nelle foto: Locandina “Prendersi cura”; Massimo Gramellini (Ph. Lorenzo Fanfani); Cover “L’amore è il perché” (Longanesi)

Claudio Bagnasco, alla libreria La Ciurma il possibile prende forma

Nel cuore di Torino, in via Caprera 20/b, La Ciurma non è soltanto una libreria indipendente: è un presidio culturale, un luogo di resistenza gentile dove i libri diventano occasione di incontro e le parole tornano a circolare dal vivo. Tra scaffali curati e un’atmosfera intima e partecipata, sabato 3 gennaio 2026 lo spazio ha accolto la presentazione di Fare il possibile di Claudio Bagnasco (TerraRossa), in dialogo con Edoardo Ghiglieno, davanti a un pubblico attento, curioso e coinvolto.

Una biografia in frammenti

Fare il possibile si offre al lettore come una costellazione di brevi testi, piccoli “minerali narrativi” che, accostati l’uno all’altro, compongono una biografia scomposta. Trentuno racconti autonomi, ciascuno intitolato con una data, disposti però fuori da ogni ordine cronologico rigido. Non un diario, ma una mappa emotiva e temporale, nata – come racconta l’autore – tra ottobre 2022 e novembre 2023, con vuoti, addensamenti e improvvise accensioni.

Voce, ritmo, visione

Bagnasco definisce il proprio stile come un flusso continuo, sostenuto da un uso quasi “ipertrofico” della virgola accanto al punto: un respiro narrativo che cerca di tenere insieme l’esperienza del vivere, senza mai chiuderla davvero. In alcuni passaggi la scrittura si fa quasi visionaria, come nel racconto dedicato a Matilde, figura intensa e radicale, che durante l’incontro è stata accostata a una scrittura di flusso di coscienza, capace di evocare e destabilizzare.

Tra ironia e ferite, pubblico e privato

Il libro attraversa con naturalezza registri diversi: il comico e il drammatico, l’intimo e il collettivo. Emergono riferimenti cinematografici (Altrimenti ci arrangiamo), musicali (Guccini), ma anche episodi di cronaca recente, come la morte nello stesso giorno di Francesco Nuti e Silvio Berlusconi, osservata attraverso le reazioni contrastanti di una comunità divisa.

Politica, memoria, relazioni

Lo sguardo politico è presente e dichiarato: l’io narrante si riconosce nella sinistra, ma ne mette in discussione automatismi e retoriche, interrogandosi sul rapporto tra militanza, memoria e abitudine. Accanto a questi temi si intrecciano storie sentimentali, come un amore giovanile nato durante l’occupazione di una scuola, segnato da contraddizioni e sorprese.

Al centro, però, resta un’urgenza condivisa: far circolare cultura, tornare ad abitare luoghi fisici come le librerie indipendenti, riprendersi il tempo del confronto e dell’ascolto. In questo senso, La Ciurma non è solo cornice ma parte attiva del racconto: uno spazio che rende possibile ciò che altrove rischia di perdersi.

Per Claudio Bagnasco, “fare il possibile” significa costruire qualcosa che resti, pur nei limiti individuali, senza inseguire l’illusione del tutto. Un gesto minimo ma necessario, che si iscrive in una tradizione narrativa capace di tenere insieme fragilità e resistenza.

Il prossimo appuntamento a La Ciurma è fissato per il 9 gennaio alle ore 18.30, con Paola Barbato, che presenterà il suo libro Cuore capovolto: un nuovo incontro per continuare a fare, insieme, il possibile.

Valeria Rombolà

L’eclettismo culturale di Mario Soldati

Il 19 giugno del 1999 Mario Soldati moriva a Tellaro, piccolo borgo marinaro ligure. Nato a Torino nel novembre del 1906, Soldati è stato uno dei più grandi intellettuali del Novecento italiano.

Scrittore, giornalista, regista e sceneggiatore cinematografico e televisivo, ha contribuito moltissimo alla cultura e al costume italiano. Intellettuale finissimo, regista di autentici capolavori come “Piccolo mondo antico” e “Malombra”, autore di romanzi come “America primo amore”, “Le lettere da Capri” (premio Strega nel 1954), “I racconti del maresciallo”, di reportage famosi come “Viaggio lungo la valle del Po alla ricerca dei cibi genuini”, Soldati ha lasciato un segno indelebile con la sua poliedrica attività artistica. Lo storico e saggista Pier Franco Quaglieni, l’ha ricordato con il libro “Mario Soldati. La gioia di vivere”, pubblicato nel ventennale della morte dello scrittore e regista torinese. Un testo di grande interesse aperto da un ampio saggio del direttore del Centro Pannunzio, amico personale di Soldati che fu uno dei fondatori del sodalizio culturale subalpino, presiedendolo per due decenni. Un altro grande amico di Soldati, il novarese Enrico Emanuelli, grande firma de La Stampa e del Corriere della Sera, ne tratteggiò così il profilo: “Soldati è scorbutico. Dicono che spesso lo sia per posa. E’ anche legato ad umori repentini, una cosa gli va o non gli va, un po’ a capriccio. Ma dietro a questi suoi estri, vi è una natura d’uomo indipendente, acuto, pieno di difetti appunto perché ha virtù non comuni”. Il brevissimo racconto che segue ( La camelia di Mario Soldati) è un piccolo omaggio alla sua memoria.

“Mario l’aveva portata da Tellaro a Corconio, dalla frazione più orientale del comune di Lerici, nello spezzino, dove aveva scelto di vivere i suoi ultimi anni, al luogo che, forse, più di altri, aveva lasciato un segno, una traccia indelebile nel suo animo, sulla collina che guarda il lago d’Orta. La “General Coletti” era una camelia bella,forte e rigogliosa, con i suoi grandi fiori doppi, a peonia, rosso ciliegia intenso chiazzato a macchie di un bianco candido, puro. L’aveva curata con le proprie mani, pazientemente, con l’attenzione necessaria che si presta ad una creatura apparentemente fragile e delicata. Così l’aveva portata con sè, sul lago d’Orta. Tornare in quel luogo dove aveva vissuto, con il suo più caro amico, “l’altro Mario”, un lungo momento magico, tra l’autunno del 1934 e la primavera del 1936 quando il destino li appaiò, assecondandoli nella scelta di un volontario esilio sul lago d’Orta, si era rivelata una buona idea. Anche portare in dono la camelia agli eredi delle due sorelle Rigotti, l’Angioletta e la Nitti, che all’epoca gestivano l’alberghetto dove dimorarono, era stata un’ottima e gradita intuizione. La locanda non c’era più e il suo posto era stato preso da un’abitazione privata che, però, aveva mantenuto intatta la fisionomia dello stabile. Lì, entrambi, quasi adottati da quella famiglia, misero radici e vissero intere stagioni alloggiando in “una stanza d’angolo, la più bella e più soleggiata dell’albergo, con una finestra a nord e una a ovest”. I ricordi erano come un fiume in piena. Le lunghe chiacchierate davanti al fuoco del camino, mangiando castagne arrosto o bollite, bevendo il vino nuovo nelle ciotole, si accompagnavano alle pagine che vennero scritte, ai libri che presero forma, agli articoli e ai saggi critici che consentirono a entrambi di racimolare il necessario per poter vivere “da scrittori”. L’ambiente circostante si era offerto con generosità ai “due Mario”, Soldati e Bonfantini, ricompensando i loro sguardi con l’intensa bellezza del paesaggio da una sponda del lago all’altra; da Gozzano a Orta, fino ad Omegna e da lì verso Oira, Ronco, Pella e Lagna. Dal balconcino della casa di Corconio, il panorama era rimasto intatto. Mario guardava, ammirato, la camelia dai fiori color panna e fragola. Poi, chiusi gli occhi, annusando l’aria, immaginava i colori del lago. Mario dubitava di potervi tornare. L’età non consentiva grandi progetti e nemmeno di coltivare illusioni. Lo consolava il pensiero che la più bella delle sue camelie potesse rimaner lì, a dimora. Un gesto d’amore di un uomo che in quei luoghi aveva lasciato una parte del suo cuore”.

Marco Travaglini

La rinascita nella musica tra il “prete rosso” e l’allieva

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Primavera”, opera prima di Damiano Michieletto

PIANETA CINEMA a cura di Elio Rabbione

Ricavandolo dal romanzo “Stabat Mater” di Tiziano Scarpa, vincitore dello Strega nel 2009, Damiano Michieletto, enfant prodige dell’opera lirica per le sue regie (da Pesaro alla Fenice a Berlino, da Salisburgo alla Scala alla Royal Opera House di Londra: nella giornata del 6 febbraio prossimo, nello Stadio di San Siro, sarà lui il Direttore Creativo della Cerimonia di Apertura dei Giochi Olimpici Invernali Milano-Cortina), genio e sregolatezza intesa come piena libertà contemporanea nel rendere al pubblico di oggi certi sacrosanti libretti, firma la sua prima prova cinematografica con “Primavera” – se escludiamo il “Gianni Schicchi” presentato quattro anni fa al Torino Film Festival -, con rara importanza e con tempistica consacrazione se, come appare nei titoli, anche la Warner Bros. s’è interessata all’operazione, produttiva e di distribuzione, con buon occhio al mercato estero. Scommettendo persino l’uscita nel giorno di Natale e andando a cozzare per cui nei giganti del divertimento squinternato di Checco Zalone e nella macchina hollywoodiana e fantastica di Cameron con il suo terzo capitolo della saga di “Avatar” e degli uomini Na’vi. Film imperfetto ma colto, dedicato non soltanto allo spettatore musicale, bensì al cinefilo che cerca agganci con titoli del passato, esempio perfetto di passaparola, ricercato ma pronto al vasto pubblico, in sontuosa forma, elegante.

Venezia, 1716, l’Ospedale della Pietà. Colei che è alla guida delle tante ragazze – che le povere madri hanno deposto là, sulla soglia, marchiate sulla caviglia e riunificabili attraverso un’immagine suddivisa à metà e conservata negli annuari del luogo -, scoperta la nascita di una manciata di piccoli gattini, li strappa alla madre, li mette in un sacco e senza una parola li butta nel canale che scorre dinanzi all’ingresso. Perplessità sgomento dolore brividi, ogni sentimento abbraccia le ragazze, vedendo chiaro in quel gesto, simbolicamente, il loro destino di rifiutate. Sanno che da quel luogo potranno uscire un giorno alla richiesta di un matrimonio da parte di un ricco signore, da altri per esse scelto, o in quello stesso luogo coltiveranno una vita, le più dotate, dedita alla musica e al canto. Protette da una grata o da una maschera, unica eccezione ai tanti divieti la presenza di questo o quel potente che si penserà a soddisfare immediatamente, faranno spettacolo per il pubblico elegante, civettuolo, imbellettato, danaroso che all’Ospedale elargirà quattrini a piene mani – “qui si parla solo di soldi”, dirà una ragazza, le relazioni sfociano soltanto in quelli e nient’altro. Alla necessità di un maestro che le guidi con maggior nerbo, torna a frequentare le sale dell’Ospedale Antonio Vivaldi, che ha toccato pressoché i quaranta, di salute malferma ma peraltro deciso a riaffermarsi a seguito di certi incidenti della sorte e deciso a comporre nuovamente; anche incrociando gli sguardi di Cecilia, ventenne, di cui vede immediatamente il grande talento nel ricavare suoni dal suo violino: ragazza solitaria, che aspira a una indipendenza in un secolo che quella indipendenza non accetta, che con amarezza rivive l’abbandono di una madre da sempre sconosciuta a cui, nel buio della notte, continua a rivolgere lettere, prontamente nascoste ai piedi di un altare, che sa benissimo non potranno avere mai risposta. S’instaura tra maestro e allieva, con il passare dei mesi, al di là di una raffrenata quanto sotterranea simpatia, una solida ragnatela d’affinità elettive, d’ammaestramenti che trovano immediate rispondenze, di reciproche soddisfazioni. Sino alle note della “Juditha Triumphans”, sino alle note del capolavoro vivaldiano (già in precedenza “contaminato” dagli apporti musicali di Fabio Massimo Capogrosso) toccato soltanto in quelle della “Primavera”, sino al precipitare degli eventi, ma anche alla fuga di Cecilia che sarà capace d’abbandonare la scena e lo spettatore con un liberatorio sorriso.

Imperfetto, dicevo: nella scrittura (Michieletto ha avuto la collaborazione di Ludovica Rampoldi, anche lei di recente di un’opera prima in veste di regista, “Breve storia d’amore”), nella volontà di ricreare non l’ambiente ma lo spessore dei personaggi, nella troppa linearità a tratti del racconto, mancando di quell’incisività, di uno scavo maggiore che gli avremmo voluto vedere: gli accenni, come quelli che affiorano attorno al personaggio della superiora (seppur ci sia di mezzo la sempre intensa Cecilia Sacchi), avrebbero dovuto trovare più “corpo” per dar vita a una storia “al femminile” che non apparisse qua e là sbiadita, che desse maggior spazio alla disubbidienza e alla rivincita, allo sguardo obliquo sul potere, sul sovvertimento delle regole. Laddove suppliscono le buone prove degli attori, Tecla Insolia, rivelazione e raccoglitrice di successi e di premi per “L’arte della gioia” di Valeria Golino, qui fragile e battagliera al tempo stesso, ribelle e capace d’incassare le tante prove, e soprattutto Michele Riondino, che mostra tutta la debolezza fisica e non soltanto del suo “prete rosso”, lui sì capace di irrobustire con mezzi personali quegli accenni di cui sopra che fanno crescere un personaggio.

Per cui “Primavera” si fa davvero apprezzare, in primo luogo, per quanto di tecnico lo compone. Il montaggio di Walter Fasano, le scenografie di Gaspare De Pasquali a rappresentare gli ambienti bui e soffocanti che soltanto la musica può aprire e lasciar respirare, i costumi bellissimi e importanti di Maria Rita Barbera (cresciuta con Mazzacurati e Moretti, Luchetti e Giordana), quelle divise rosse che astraggono le allieve dal grigio della scuola, la fotografia soprattutto di Daria D’Antonio, abituale collaboratrice di Sorrentino (sino alla “Grazia” di prossima uscita), un gioco perfetto di luci e di ombre, di chiarori improvvisi, certe finestre di sapore caravaggesco e certe candele che rischiarano e che t’accompagnano nella memoria al “Barry Lyndon” di Kubrick.

La rassegna dei libri del mese

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Il Libro del Mese – La Scelta dei Lettori

Il più discusso tra i titoli presenti sul nostro gruppo FB è Cosa Si Prova, l’ultima pubblicazione di Sophia Kinsella, la scrittrice, recentemente scomparsa, da sempre molto amata nella nostra community.

Anno nuovo libri nuovi! Se avete intenzione di iniziare l’anno nuovo con una buona scorta di letture, accompagnateci in un giro in libreria per scoprire quali novità vi aspettano tra gli scaffali.

Torna Maurizio De Giovanni con un nuovo romanzo dedicato a Sara Morozzi: Sara Le Origini (BUR) sarà in libreria dal 3 gennaio.

Se amate le storie di sport, vi segnaliamo l’uscita di Finding Her Edge – Passione Sul Ghiaccio (Rizzoli), di Jennifer Iacobelli, una storia con risvolti romantici ambientata nel mondo del pattinaggio.

Se cercate letture impegnative, Mondadori in gennaio pubblicherà Linguaggi Della Verità, un’antologia di testi critici di Salma Rushdie, che anlaizza il processo di creazione delle storie.

 

Consigli per gli acquisti

 Questa è la rubrica nella quale diamo spazio agli scrittori emergenti, agli editori indipendenti e ai prodotti editoriali che rimangono fuori dal circuito della grande distribuzione.

Il Demone Di Roma, di Shahram Sherkat (auto-pubblicazione, 2025), un romanzo nel quale si intrecciano storia, teologia e mito, e che ha per reale protagonista  Roma e uno dei suoi figli più enigmatici; un libro che piacerà agli appassionati di storie dense di atmosfera e mistero.

La Grandezza della Semplicità (Nicomp, 2025) di Claudio Zenimond, un romanzo costruito come un’inchiesta consigliato a chi voglia approfondire la storia di Milano attraverso le vicende che l’hanno vista protagonista in anni turbolenti.

 

Per rimanere aggiornati su novità e curiosità dal mondo dei libri, venite a trovarci sul sito www.ilpassaparoladeilibri.it

 

Tan Tan Teatro in “Macbett” di Eugène Ionesco

Il Piccolo Teatro Comico presenta “Tan Tan Teatro”, gruppo teatrale studentesco dell’Università degli Studi di Torino, che porterà in scena “Macbett” di Eugene Ionesco sabato 10 gennaio alle ore 21 e domenica 11 gennaio alle ore 17, presso il teatro di via Mombarcaro 99/b, in zona Santa Rita.

Il Tan Tan Teatro è un gruppo teatrale studentesco presento all’interno dell’Università di Torino, che metterà in scena questa farsa tragicomica sulla sete di potere che rappresenta una lucida riflessione sulla follia e insensatezza umana nella brama insaziabile per il potere. Il Macbett di Ionesco, la cui stesura risale al 1972, offre una riscrittura moderna della tragedia shakespeariana di grande attualità. Il caos del mondo contemporaneo, segnato dalla perdita di autenticità del logos, è qui rappresentato in una chiave grottesca, con una poetica che è per molti versi debitrice dell’archetipo della cupidigia materialista del père Ubu di Alfred Jarry del 1896. Nel contesto di un’assurdità burlesca ed esilarante, il carattere dei grandi personaggi tragici si trova così ridotto a fanfara e a solennità ridicola e tronfia. Dopotutto, per citare Ionesco, è proprio lo humour che rende consapevoli con libera lucidità della condizione e tragica o decisori dell’uomo. L’adattamento del Macbett proposto da Tan Tan Teatro presenta una versione essenziale dell’opera di Ionesco con una regia incentrata sul gioco dell’attore, in stretto dialogo con il testo originale dell’autore, e con l’accompagnamento sonoro e musicale di Andrea D’Oria.

Info e prenotazione: Franco Abba: 339 3010381 – www.teatrocostumitorino.it

Contributo associativo 15 euro

Mara Martellotta

Una notte A Teheran. Cecilia Sala a Torino

sold out  Cecilia Sala debutta al Teatro Colosseo e porta sul palco la sua voce, la sua esperienza e il suo sguardo sul mondo con uno spettacolo tratto dal podcast di Chora Media Stories. Giornalista, inviata e storyteller tra le più seguite e riconoscibili del panorama italiano, Sala ha costruito negli anni un linguaggio personale e diretto, capace di coniugare rigore giornalistico e partecipazione emotiva. Con Una notte a Teheran Sala porta in scena un reportage che diventa racconto teatrale, trasformando la cronaca in esperienza condivisa. Dalle feste clandestine alle piazze in rivolta, fino alle celle del carcere di Evin, attraversa la notte iraniana come un viaggio nella resistenza e nel desiderio. Quelle mura le ha conosciute davvero: nel 2023, durante un suo viaggio a Teheran per documentare la rivolta delle donne, è stata arrestata e detenuta proprio a Evin, il famigerato carcere simbolo della repressione iraniana. Da quell’esperienza nasce la parte più intima e struggente dello spettacolo, in cui la giornalista restituisce la paura, l’attesa, ma anche la dignità e la forza di chi sceglie di non smettere di lottare. Diretta da Bruno Fornasari e accompagnata dalle musiche elettroniche di CLAP! CLAP!, Sala intreccia testimonianze reali e ricordi personali, alternando lucidità e passione, ironia e dolore. È un racconto di libertà negate e coraggio quotidiano, di vite che si ostinano a danzare anche quando tutto intorno brucia.

La pieve di San Pietro a Pianezza. Uno dei tesori oltre la cintura di Torino

 

Eretta sulla sponda del Dora Riparia nel XII secolo in stile romanico lombardo, con il tetto a capanna, e dedicata a San Pietro, la pieve di Pianezza, a pochi chilometri da Torino, offre uno spettacolo unico e, probabilmente, inaspettato grazie ai suoi affreschi, un ciclo dipinto, quasi interamente, da Giacomo Jaquerio e altri artisti della sua scuola. Il pittore fu il rappresentante della pittura tardo-gotica in Piemonte e le sue opere, grazie al duca Amedeo VIII, arrivarono fino a Ginevra.

Sconsacrata oramai da molto, un tempo fu luogo di preghiera di pellegrini e viandanti, e venne costruita, con molta probabilita’, al posto di un tempio pagano; in origine era costituita da una sola navata, ma in epoca gotica (tra il 300 e il 400) ne furono aggiunte altra due piu’ piccole. La facciata, in un primo tempo poco curata, fu riqualificata a fine ‘300 con mattoni rossi romanici e materiali di recupero mentre l’entrata fu collocata nella parte laterale da dove si accede anche al presbiterio. Durante l’ultima fase dei lavori sono stati dipinti il Cristo in Croce, una santa non identificata sul pilastro di entrata ed un’altra vicina all’immagine di Santa Margherita. Molto belle anche le vetrate colorate, copie create nell’800, i cui originali di Antoine de Lonhy sono conservati al Museo Civico Torinese di Palazzo Madama.

I Provana, una tra le cinque famiglie feudali piu’ importanti del Piemonte, volle fortemente le decorazioni della Pieve di San Pietro, tra queste, oltre a quelle gia’ citate, abbiamo la raffigurazione degli Apostoli, l’Annunciazione e il dipinto dedicato a Santa Caterina; nella cappella che porta il loro nome, invece, troviamo il dipinto sulla vita di San Giovanni in cui si riconoscono anche i simboli della famiglia: il liocorno e i tralci di vite.

La Pieve di San Pietro si aggiunge alle moltissime opere in stile romanico del Piemonte (chiese, castelli, abbazie) che venivano edificate perlopiu’ sulle strade devozionali, come la via Francigena che portava i pellegrini dall’Inghilterra fino a Roma.

Normalmente non e’ aperta al pubblico, ma si può visitare contattando gli uffici comunali o i gruppi di volontari dedicati. In questa chiesa, inoltre, e’ possibile celebrare matrimoni civili assecondando cosi’ la volonta’ di valorizzare ancora di piu’ il patrimonio architettonico della citta’.

MARIA LA BARBERA

Apertura su richiesta; prenotazioni presso l’ufficio URP 011/9670211 oppure
presso UNECON: 3333903669 – 3394620103 – 3356171376
unecon2019@gmail.com