CULTURA E SPETTACOLI- Pagina 2

Carlo Degiacomi, una vita per la radio e per il sociale

Ritratti Torinesi 

Carlo Degiacomi, classe 1950, è architetto, giornalista e divulgatore scientifico, molto noto a Torino per essere stato, nel 1983, fondatore e direttore della storica emittente Radio Torino Popolare, oltre ad essere stato direttore del Museo “A come Ambiente”, il primo a livello europeo interamente dedicato ai temi ambientali e situato nel capoluogo piemontese.

“Nel mese di ottobre 2025 è stata pubblicata la mia ultima curatela letteraria, intitolata ‘Ascoltare la città. Comunicare a 360°. Nuotare nel sociale. Radio Torino Popolare. Una radio locale e i suoi sviluppi’ – ha raccontato Carlo Degiacomi –  Direi che ci sono tutte le caratteristiche che hanno portato alla nascita di Radio Torino Popolare, cioè un’emittente locale con l’idea di incarnare una funzione informativa allargata, ovvero dar spazio a tutto ciò che succedeva in città, ma anche agli approfondimenti musicali. Un radio che comprendeva tutta una serie di iniziative parallele che ci hanno portato a creare tre redazioni: la prima dedicata alla musica, la seconda all’informazione e la terza ad attività di varo genere. Insieme costituivano una ricerca assoluta d’ascolto alla città. Radio Torino Popolare è nata con l’intento di stabilire un rapporto con la gente e, in particolare, con i giovani, e gli anni Novanta hanno rappresentato il coronamento di questa volontà”.

“Radio Torino Popolare è nata nella sede della CISL, che ci ha aiutato a creare una struttura solida e con la quale abbiamo mantenuto ottimi rapporti successivamente, quando ci siamo spostati in autonomia in una nuova sede – ha continuato Carlo Degiacomi – all’inizio abbiamo rilevato le frequenze di Radio Città Futura, una delle prime emittenti sul territorio, e fin da subito abbiamo cercato di dare la nostra impronta culturale: il concetto centrale era fare rete proprio nel momento in cui si stava decidendo il futuro delle radio private. Abbiamo così fondato il Sindacato delle Radio Piemontesi, la FERP, che ha svolto un ruolo cruciale nel costruire e difendere un futuro per le radio private, nell’intervenire su quelli che erano diritti, doveri e regole del settore a livello nazionale. Questa unione è poi sfociata anche in iniziative comuni molto importanti: cito, per esempio, il tema sociale degli anni Ottanta legato ai tanti morti di eroina e all’uso della droga, che ha unito una serie di emittenti radiofoniche in vere e proprie campagne contro il dramma rappresentato dal massivo uso di sostanze, in progetti musicali e iniziative legate ai temi caldi di quel periodo storico. Come Radio Torino Popolare abbiamo inoltre fondato un’agenzia chiamata Radionotizie, diventata in seguito il notiziario per tutto un blocco di radio, in Piemonte, importanti. Nel libro tratto anche l’argomento di alcuni format innovativi e iconici di Radio Torino Popolare, tra cui ‘Scrivere la radio’, che ci ha consentito di vincere l’Oscar delle trasmissioni culturali radiofoniche, consegnatoci da Pippo Baudo al teatro delle Vittorie, a Roma”.

“Radio Torino Popolare chiuse nel 2003 – spiega Carlo Degiacomi –  ma le è sopravvissuta fino ad oggi una parte, Ecofficina, nata da quella redazione dell’emittente che si occupava delle iniziative culturali e che ha coinvolto decine di migliaia di persone. Ecofficina ha curato, per 16 anni, fino al 2006, il progetto grafico e le mostre delle edizioni della ‘Tre giorni del Volontariato, della solidarietà, della cittadinanza’, un evento locale che ha sviluppato un respiro nazionale, ospitando personalità di ogni tipo, dal mondo musicale a quello sociale, e occupando luoghi simbolo di Torino come il Valentino, piazza Castello, via Po, Piazza Vittorio con banchetti, incontri, mostre e iniziative culturali dalle finalità benefiche.

Attraverso campagne e un progetto di visione legato alla città, come Ecofficina abbiamo anche  trasformato, con un supporto importante da parte del Comune di Torino, alcune aree dismesse in progetti come ‘Parco Giò’ (all’interno di Parco Michelotti) e ‘La casa della Tigre’, una struttura polivalente che era stata ideata come spazio dedicato alla didattica e alla divulgazione per i più piccoli, una sorta di salotto all’aperto nel centro della città, incentrato su attività creative continue e laboratori. La Casa della Tigre ha rappresentato per Ecofficina uno dei progetti più strutturati, insieme al Museo ‘A come Ambiente’, nato nel 2003, alla fine di Radio Torino Popolare, e ancora oggi in attività. Con una mostra al Museo dell’Automobile, intitolata ‘R come Rifiuti’, siamo stati tra i primi ad aiutare, con un’iniziativa che ha coinvolto successivamente anche il Museo ‘A come Ambiente’, le aziende che si occupavano di rifiuti a stimolare la cittadinanza a fare la raccolta differenziata. Il Museo ‘A come Ambiente’ è il primo, a livello europeo, interamente dedicato alle tematiche ambientali, pensato per offrire ai bambini, scuole e cittadini la possibilità di sperimentare in prima persona e confrontarsi su temi quali l’energia, il riciclo dei materiali, l’acqua, i trasporti e l’alimentazione”.

“Per quanto riguarda invece il futuro delle radio – conclude Carlo Degiacomi – se volgo lo sguardo verso il passato penso siano stati fatti errori e cose positive. Bisognerebbe provare a ragionare sul tema riguardante gli spazi dell’informazione locale. Io penso che questi spazi siano enormi. Il pensiero che questi non esistano, fa sì che si parta da un punto di vista non corretto all’origine. Penso sia valido ancora oggi il consiglio di ‘fare rete’ per rafforzarsi: chiunque voglia operare all’interno di questi spazi d’informazione deve tenere sempre a mente questo concetto della rete. Credo che con spirito d’iniziativa e innovazione si possa andare incontro al futuro con ottimismo”.

 

MARA MARTELLOTTA

Elio Germano e Theo Teardo: “La guerra com’è”

Al Teatro “Superga” di Nichelino, lo spettacolo teatrale e musicale tratto dall’ultimo libro (postumo) di Gino Strada

Martedì 10 febbraio, ore 21

Nichelino (Torino)

Alla coraggiosa lezione di una vita pressoché interamente dedicata alla cura degli “ultimi” (nelle ultime Terre del mondo falcidiate dall’inarrestabile tragicità della guerra) e raccontata da Gino Strada, anima e cuore di “Emergency”, nel suo ultimo libro “Una persona alla volta” (uscito postumo nel 2022, per i tipi di “Feltrinelli”), trae fervida ispirazione “La guerra com’è”, testo teatrale che vedrà in scena, martedì 10 gennaio (ore 21), al Teatro “Superga” di Nichelino, Elio Germano e Theo (Mauro) Teardo. Un attore – regista e un musicista – compositore, noti al grande pubblico e capaci di ricreare sul palco momenti di intensa e toccante resa emotiva. Romano il primo, friulano di Pordenone il secondo, i due tornano a rinnovare in scena  la loro collaborazione e piena sintonia, dopo il successo ottenuto con “Il sogno di una cosa”, tratto dall’omonimo primo romanzo di Pier Paolo Pasolini, scritto nel 1949-’50, ma pubblicato solo nel 1962 ed originariamente intitolato “I giorni del Lodo De Gasperi”. Ancora una volta, la proposta che arriva agli spettatori dal duo Germano – Teardo è quella di un “teatro civile” che racconta, come sottolinea il titolo, tutta la drammaticità della guerra, contrapposta all’esigenza pressante e al bisogno (insito, almeno primariamente, nella natura umana) di “diritti” e “umanità”. Attraverso le esperienze del medico chirurgo di Sesto San Giovanni (dove Strada nasce nel 1948 per finire la sua corsa terrena in Francia, a Honfleur nel 2022) quello narrato sul palco del Teatro “Superga” è “un viaggio appassionato tra esperienze vissute in prima linea, riflessioni sul diritto universale alla salute e la forza di chi ha scelto di ricucire vite invece che dividerle”.

 

Un viaggio e un suggestivo racconto di tutte le non facili esperienze che hanno condotto Gino Strada (“Right Livelihood Award” o “Premio Nobel Alternativo per la Pace”) dalla sua natia “Stalingrado d’Italia” – come Sesto San Giovanni venne definita, quale simbolo della locale “Resistenza operaia” contro il nazifascismo – dopo importanti esperienze professionali negli Stati Uniti fino alle spesso improvvisate sale operatorie in Pakistan, Etiopia, Perù, via via fino all’Afghanistan, al “Centro Salam” di Cardiochirurgia in Sudan e ai Paesi più lontani, per seguire in modo instancabile l’idea portata avanti con estremo coraggio dalla sua “ONG”, fondata nel 1994 insieme alla moglie Teresa Sarti, scomparsa nel 2009: “Salvare vite umane e lottare per i loro diritti”. Impegni di vita, cui Strada fu fedele in ogni istante dei suoi giorni e raccontati con chiarezza e passione nel suo libro – testamento “Una persona alla volta”“Un libro – sottolinea Elio Germano – forte e semplice nel linguaggio che restituisce la voce di Gino, il modo di dire le cose di una persona molto competente che ha vissuto esperienze importanti e non può fare a meno di raccontarle, senza retorica. Il racconto di chi la guerra l’ha vissuta dalla parte di chi ricuce, di una persona che non è interessata ai colori degli schieramenti, ma a rimettere insieme pezzi di umanità scomposta. Cosa forte e rivoluzionaria in questo momento storico”. Parole cui fanno eco quelle di Theo Teardo“Quando leggo le pagine scritte da Gino Strada vengo travolto da un’energia irresistibile che mi fa venir voglia di fare, di costruire qualcosa, di reagire. Anche quando arrivano dall’epicentro di una tragedia umanitaria, dal mondo che va in frantumi. Lo faccio con la musica che è ciò con cui mi sintonizzo con il mondo”.

Scriveva Gino Strada“Gli impegni internazionali, gli equilibri geopolitici, la deterrenza…persino i posti di lavoro vengono evocati da decenni per dire che no, non è possibile togliere soldi alla guerra. E invece un modo diverso di vivere su questo pianeta è possibile. È possibile vivere in una società che rispetta alcuni principi, indiscutibili e non negoziabili: i diritti umani. Non è una questione di risorse che mancano, ma di scelte che non si fanno. È arrivato il momento di decidere che priorità ci diamo come società: la vita delle persone o la guerra? Salute, istruzione gratuita, un lavoro dignitoso e protezione o fame e sofferenza per molti? Non è troppo”. Monito di altissima attualità per chi (i “potenti” che tengono in mano le redini di un mondo miseramente abbrutito) ha orecchio e cuore e volontà d’intendere.

“Curare le vittime e rivendicare i diritti, una persona alla volta … Persona dopo persona, diritto dopo diritto”. Grazie, Gino!

Per info: Teatro “Superga”, via Superga 44, Nichelino (Torino); tel. 011/6279789 o www.teatrosuperga.it

Gianni Milani

Nelle foto: Gino Strada (Ph. Giles Duley); Elio & Theo; Cover “Una persona alla volta”

Emma Strada, la prima donna ingegnere in Italia si laureò a Torino

Era il 5 settembre 1908 quando una torinese, Emma Strada di 24 anni con il numero di matricola n.36, divento la prima ingegnera d’Italia.

Classe 1884, figlia d’arte, suo padre fu ingegnere civile con un suo studio in citta’, si iscrisse al Regio Politecnico, che una volta aveva la sede al Valentino, dopo aver conseguito il diploma di liceo classico presso la scuola Massimo D’Azeglio.

In Italia le donne furono ammesse all’universita’ solo nel 1874 e la prima donna in assoluto a laurearsi, in medicina, fu Ernestina Paper a cui ne seguirono altre alle facolta’ di Lettere o Giurisprudenza, ma fino a quel momento nessuna si era avventurata nel mondo maschile dell’ ingegneria.

L’ardimentosa Emma si classifico terza su 62 studenti (61 uomini) ottenendo il massimo dei voti e, dopo la discussione della tesi, la camera di consiglio ci mise piu’ di un ora per decidere se il titolo dovesse essere “ingegnere” o ingegneressa”.

Si interessarono a lei anche i media di allora come La Stampa che scrisse orgogliosamente: “Emma Strada, sabato scorso, al nostro Istituto Superiore Politecnico ha conseguito a pieni voti la laurea in ingegneria civile. La signorina Strada è così la prima donna-ingegnere che si conti in Italia e ha appena altre due o tre colleghe all’estero”.

Emma lavoro’ come assistente all’Universita’ fino alla morte del padre e successivamente esercito’ nello studio dello defunto genitore insieme al fratello (anche lui ingegnere), e si occupo’ della realizzazione di acquedotti, gallerie, miniere; non poteva firmare i documenti perche’ non era iscritta all’Albo, ma si recava regolarmente e di buon grado presso i cantieri.

Il primo progetto dell’ing. Emma Strada fu la realizzazione di una galleria di accesso ad una miniera di Ollomont in Val d’Aosta, si occupò, inoltre, della progettazione dell´automotofunicolare di Catanzaro e della costruzione del ramo calabrese dell’acquedotto pugliese. Per promuovere il lavoro delle donne nel campo della scienza e della tecnologia, fondò con altre colleghe, nel 1957, l’Associazione Italiana Donne Ingegnere e Architetti (AIDIA), di cui diventò la prima presidente.

Emma Strada fu una fervente monarchica e per molti anni trascorse le mattine nella sede dell’Associazione Monarchica Torinese come organizzatrice e animatrice. Era molto legata al Re Umberto II, in quel periodo in esilio, che a sua volta la apprezzava e stimava e la insignini’ di importanti onorificenze sabaude.

Fu l’artefice del suo sogno e delle sue ambizioni, ma anche una donna coraggiosa che demoli’ lo stereotipo secondo cui le donne non potevano accedere ai molti mondi allora dedicati solo agli uomini, come l’ingegneria appunto. Grazie anche a lei e alla sua determinazione, al giorno d’ oggi essere una donna ingegnere non fa piu’ notizia.

MARIA LA BARBERA

Unione Musicale, al Conservatorio il quartetto Consone e il pianista Gadjev

 

Protagonista del concerto al Conservatorio Verdi di Torino di mercoledì 4 febbraio, alle 20.30, dell’Unione Musicale per la serie “Dispari”, è il quartetto Consone. Sono protagonisti musicisti di fama internazionale, come il pianista goriziano Alexander Gadjev e l’ensemble Consone, formata da Agata Daraŝkaite, Maddalena Loth-Il al violino, Elisabetta Bogdaniva alla viola e George Ros al violoncello. L’ensemble si è formata al Royal College of Music di Londra, e ha scelto per il nome un vocabolo latino, adottando la parola Consone in riferimento al suono armonioso che li caratterizza. L’aspetto caratteristico che li contraddistingue è quello di operare su strumenti storici. Il quartetto, il primo di strumenti d’epoca, selezionato come BBC New Generation Artist, guiderà l’ascoltatore in questo viaggio con una freschezza e una sincerità che catturano subito l’attenzione. Vincitore di premi prestigiosi come il Borletti Buitoni Trust Fellowship, il Consone ha conquistato grandi palchi europei, incantano per la loro onestà ed espressività. Al loro fianco, Alexander Gadjev, artista in residenza all’Unione Musicale, tra gli interpreti più in vista della sua generazione. Premiato al concorso di Sidney e al premio Chopin di Varsavia, Gadjev è ammirato per la sua musicalità e un’intensità travolgente.

Gadjev in questo concerto si presenta con un pianoforte storico, un Pleyel del 1958, indicato per eseguire il concerto n.2 composto da Chopin fra il 1829 e il 1830, nella trascrizione per pianoforte e quartetto d’archi del polacco Kominec. La seconda parte del concerto vedrà l’esecuzione del Quintetto op.44, una delle prime composizioni cameristiche scritte da Schumann, risalenti al 1842.

Unione Musicale – mercoledì 4 febbraio 2026, ore 20.30 – Conservatorio Giuseppe Verdi di Torino, via Giuseppe Mazzini 11, Torino

Mara Martellotta

Doppia esposizione al Museo MIIT Italia Arte

Il primo appuntamento si intitola “La maschera e il volto”, un dialogo di Angelo Cucchi e Giuseppe Comazzi tra arte contemporanea internazionale e prestigiosi reperti antichi orientali. La seconda esposizione si intitola “Sei gradi di separazione, ovvero, ël mond a lè cit” con la partecipazione di Doriana Bertino e Luca Givan (Luigi Vigna).


“La maschera e il volto” non è solo una mostra di arte contemporanea ricca di opere di pittura, scultura, fotografia e installazioni, ma vuole essere anche un salto nel passato e nell’affascinante arte orientale e tribale, in particolare del territorio dell’Indonesia e delle isole che ne formano l’arcipelago. Tutto ciò grazie all’esposizione di maschere appartenenti al mistero suscitato da quel territorio, eppure per certi versi così vicino alla cultura occidentale della commedia dell’arte. La maschera viene intesa come elemento decorativo, ma soprattutto come presenza sacrale e ancestrale per esorcizzare paure ataviche, per porsi in contatto in dialogo con le divinità, per richiamare fertilità e benessere in una sorta di duplicazione contemporanea e spirituale. Il prestito di queste maschere antiche, provenienti da una preziosa collezione privata, fa da cornice alla mostra di sculture di Angelo Cucchi e alle fotografie Giuseppe Comazzi. Angelo Cucchi, tra i maggiori scenografi italiani, ricrea con le sue sculture realizzate con elementi di recupero macchinari futuristici, presenza totemiche, maschere del nostro subconscio e della nostra storia. Nato nel 1949 a Torino, è figlio d’arte di un antiquario e restauratore, intagliatore del legno, da cui giovanissimo ha imparato il mestiere. Giuseppe Comazzi, da sempre fotografo attento e rigoroso nella tecnica, ha selezionato una serie di scatti dedicati ad alcuni grandi artisti del Novecento, anch’essi maschere che rientrano nella sua passione per l’incontro, l’amicizia e la condivisione di emozioni, fotografando grandi maestri e attori del passato e contemporanei. Comazzi è nato nel 1954. Diplomatosi al liceo artistico di Torino, vive e lavora a Torino e contribuisce con il suo lavoro fotografico alla creazione del Film “Anni duri alla Fiat” di Gian Vittorio Baldi.

Ad affiancare la mostra anche la seconda esposizione, composta da sculture, fotografie e installazioni fotografiche e di virtualismo materico, intitolata “6 gradi di separazione, ovvero ël mond a lè cit”, di Doriana Bertino e Luca Givan (Luigi Vigna), basata sulla teoria dei sei gradi di separazione, sulla statistica, cioè, che ogni persona sulla Terrà è collegata a qualsiasi altra attraverso una catena di conoscenze e relazioni comuni che non superi la media di sei passaggi. Doriana Bertino si è diplomata negli anni Settanta al liceo Artistico e, in seguito, all’Accademia di Belle Arti. Ha avuto la fortuna di conoscere molti grandi artisti che ne hanno segnato la maturazione artistica. Luca Givan, dal 1973 al 1978 ha svolto attività di disegno e progettazione edile presso uno studio di ingegneria di Pinerolo. Ha svolto anche incarichi e docenze per importanti istituzioni culturali italiane, tra le quali la Scuola per Artigiani e Restauratori del Sermig di Torino, il Ministero per i Beni Culturali, la Scuola di Conservazione e Restauro dell’Accademia delle Belle Arti di Torino.

MARA MARTELLOTTA

Museo MIIT – corso Cairoli 4, Torino  -12-28 febbraio 2026 – inaugurazione 12 febbraio alle ore 18 – orari visite: da martedì a sabato 15.30/19.30 – info: 011 29776 – 334 3135903

“Il Mago degli effetti speciali”, la storia di Adriano Crosetto

Lunedì 9 febbraio, alle ore 18, presso il teatro Juvarra di via Filippo Juvarra 13, a Torino, si terrà la presentazione del libro “Il Mago degli effetti speciali”, la storia di Adriano Crosetto, il primo mago italiano degli effetti speciali, Kabuki, scintille laser, nevicate artificiali, scenografie, effetti pirotecnici e ogni tipo di effetto funzionale alla spettacolarizzazione del live entertainment. L’artista e illusionista evidenzia come sia diventato fornitore e distributore di effetto speciali per i più importanti eventi live, sportivi e televisivi. Un racconto autobiografico di amore per la vita e passione per il lavoro vissuti come imprenditore, ma con lo spirito della dell’illusionista, un hobby coltivato fin da bambino e che ha influenzato le sue scelte. Nel 2027 ricorrerà il 30esimo anniversario della Joy Project, e Crosetto, nel corso della sua carriera quasi trentennale, ha messo la sua professionalità al servizio dei concerti, tra gli altri, di Vasco Rossi, Ligabue e Laura Pausini, del Festival di Sanremo e delle più popolari trasmissioni televisive, da Striscia la Notizia a XFactor, da LOL a Masterchef. Per lo sport, a partire dalle Olimpiadi di Torino 2006 a tutte le successive cerimonie torinesi, e non solo, per le aziende di moda con collaborazioni prestigiose, da Monclair al Billionair, da Calzedonia alla Milano Fashion Week, ai grandi eventi in cui è stato coinvolto il Papa.

Secondo le parole della giornalista Marinella Venegoni, Crosetto, torinese e fondatore di Joy Project, persona eclettica e creativa, è “colui che ha reinventato la meraviglia per bambini e i momenti topici”. Una vita spesa per suscitare emozioni.

Al teatro Juvarra, ospite del Circolo degli Amici della Magia di Torino, Adriano Crosetto e il suo libro saranno introdotti da Francesco Mugnai (Florence Art Edizioni), Marinella Venegoni, giornalista e critica musicale, Bruno Gambarotta, scrittore e giornalista, Arturo Brachetti, trasformista, attore, illusionista e regista, Walter Rolfo, autore e conduttore televisivo e Alexander, illusionista e psicoterapeuta.

La serata, a ingresso libero, sarà condotta da Carlo Bono, direttore del teatro Juvarra.

Lunedì 9 febbraio, ore 18 – teatro Juvarra, via Juvarra 13, ingresso libero. Info: teatrojuvarra.it

Mara Martellotta

Marilyn Monroe, una vita in salita

Chi fu davvero “La Bomba Bionda”?

 

La leggenda sexy del cinema nasce con il nome di Norma Jeane Baker Mortenson il 1° giugno del 1926, alle 9.30, presso il General Hospital di Los Angeles. Inizia così una vita tutta in salita. Sua madre, Gladys Pearl Monroe, affetta da gravi disturbi psichici, sta lasciando John Newton Baker per sposare Martin Edward Mortenson, pur avendo contemporaneamente altre relazioni, per cui la vera paternità della bimba è destinata a non essere mai chiarita del tutto. Alcuni mesi dopo la nascita, la madre, forse per evitare problemi legali legati all’illegittimità, le cambia il nome in Norma Jeane Baker Monroe.

Privata della stabilità affettiva di cui avrebbe invece disperatamente avuto bisogno, Norma Jeane, dopo troppe esperienze in famiglie affidatarie e orfanotrofi, cerca disperatamente la serenità sposandosi a sedici anni con James Dougherty, di soli cinque anni più grande.

Un’unione destinata a diventare un ulteriore dolore. La giovane coppia vive in casa con la famiglia e, quando Dougherty si arruola nella marina mercantile, la convivenza si fa difficile. È a questo punto che il destino entra in gioco.  Mentre Norma lavora come operaia presso una ditta che produce paracadute per l’industria aeronautica, il fotografo David Conover la immortala per la rivista Yank.

Da quel momento in poi, sotto la guida di Andrè De Dienes, Norma Jeane conquista le copertine delle riviste fino al momento in cui la Fox la nota e le si aprono le porte di Hollywood. Marilyn studia all’Actors Lab di Hollywood e recita al Bliss-Hayden Miniature Theatre di Beverly Hills prima di prendere parte al suo primo film. Siamo nel 1947 e a lei sono affidate poche battute in “The Shocking Miss Pilgrim” di George Seaton. Seguono piccole parti che a volte vengono tagliate in post produzione. In questi anni “muore” Norma Jeane e comincia a brillare Marilyn Monroe, anche se l’identità verrà legalmente cambiata soltanto nel 1956. Nel 1948 diventa Miss California Artichoke Queen, ma è una magra consolazione: nel frattempo la Fox rescinde il contratto e Marilyn si trova senza lavoro. Secondo alcune fonti sarebbe arrivata addirittura a fare la spogliarellista e a prostituirsi per potersi mantenere nonostante un breve periodo di collaborazione con la Columbia Pictures.

L’attrice, pur di lavorare, accetta anche di sottoporsi a piccoli ritocchi di chirurgia plastica al naso e al mento per “ammorbidire” il suo viso e posa nuda. Immagini che poi anche Playboy cercherà di utilizzare.

È ancora il destino a mischiare le carte quando a una festa di fine anno del 1948 incontra l’agente Johnny Hyde che si innamora di lei e la propone per alcune parti.  La inserisce nel cast di “Giungla d’asfalto di John Huston e poi convince Joseph L. Mankiewicz a scritturarla per “Eva contro Eva”. È la svolta decisiva.

Dopo aver recitato in “Il magnifico scherzo” diretta da Howard Hawks, Marilyn nel 1952 ottiene il suo primo ruolo da protagonista in “La tua bocca brucia”. Dal 1953 si conferma una star con  “Come sposare un milionario”  di Jean Negulesco e  “Gli uomini preferiscono le bionde” di Howard Hawks, “La magnifica preda“, del 1954, di  Otto Preminger e “Quando la moglie è in vacanza” di Billy Wilder. Nello stesso anno sposa il famoso giocatore di baseball, Joe Di Maggio. Un’unione destinata a naufragare nel giro di un anno lasciando l’attrice sentimentalmente distrutta tanto da decidere di trasferirsi a News York per cercare un nuovo inizio. È l’ennesimo giro di boa: proprio qui conoscerà il commediografo, Arthur Miller (1915-2005). Un colpo di fulmine che culminerà con le nozze nel 1956. Convinta di aver raggiunto la stabilità e trovato l’uomo della sua vita, Marilyn fonda addirittura una casa di produzione, la Marilyn Monroe Productions, con cui gira un unico film destinato al fallimento: “Il principe e la ballerina”, con Laurence Olivier. Come attrice rinasce invece grazie a Billy Wilder con “A qualcuno piace caldo”. Nel frattempo entra in crisi il matrimonio con Miller e si profila all’orizzonte un nuovo amore: Yves Montand. È un momento magico e la diva, nel 1962, vince il Golden Globe come migliore attrice che la conferma nell’Olimpo di Hollywood. Ma il destino, come sempre, gioca con lei e nella sua vita arrivano il presidente degli Stati Uniti John Fitzgerald Kennedy e il fratello Robert. Per il presidente lei è una conquista, poco più di un gioco, per suo fratello è amore. Un pericoloso triangolo destinato a devastare ancora di più il delicato equilibrio della donna. Nel 1962 “Gli spostati”, scritto per lei dal marito Miller, da cui sta divorziando, è il suo ultimo film. È ormai una donna in crisi e, nella notte fra il 4 e il 5 agosto 1962, Marilyn viene trovata morta, apparentemente suicida, nella sua casa di Los Angeles, per un’overdose di barbiturici. Circostanze mai del tutto chiarite che fanno calare il sipario sulla vita terrena di una donna, ma non sul suo mito.

Debora Bocchiardo

Margherita, la “Regina – madre degli Italiani” che cavalcò il futuro

Alla “Palazzina di Caccia” di Stupinigi, un “programma diffuso” per raccontare, nel Centenario della scomparsa, la regina più moderna d’Italia

Da gennaio a luglio 2026

Secondo lo storico e saggista astigiano Ugoberto Alfassio Grimaldi, fu il personaggio politico dell’Italia unita che seppe destare, con tutti i “distinguo” d’obbligo, “dopo Giuseppe Garibaldi e Benito Mussolini, i maggiori entusiasmi nelle classi elevate e nelle classi umili”. Abbigliamento sempre elegante e ricercato, una costante affabilità e una profonda cultura, ma soprattutto un’assetata curiosità del “nuovo”, delle emergenti (fantascienza in allora) innovazioni tecnologiche, tanto da far pensare (ah, se avesse avuto fra le mani la micidiale arma di uno smartphone!) all’odierna figura di un’“influencer” decisamente ante litteram, la regina Margherita di Savoia (all’anagrafe Margherita Maria Teresa Giovanna di Savoia – Genova; Torino, “Palazzo Chiablese”, 1852 – Bordighera, 1926), andata in sposa a re Umberto I e prima regina consorte d’Italia, sarà la grande protagonista di un ricco calendario di iniziative, in programma alla “Palazzina di Caccia” di Stupinigi, per ben sette mesi, da questo gennaio al prossimo luglio, teso a celebrare, attraverso articolati “passaggi” della sua vita, il Centenario della sua scomparsa, avvenuta a 74 anni, nell’amata “Villa Margherita” (suo “buen retiro” invernale) di Bordighera. Un ricco calendario di eventi che vuole avere, quale filo conduttore, proprio il suo sorprendente desiderio di “modernità” (fu anche grande appassionata di alpinismo e prima donna a scalare nel 1889 la “Punta Gnifetti” sul Monte Rosa) e quell’innata capacità di universale “fascinazione” (anche oltre le mura reali) che le valsero significativi omaggi popolari e poetici: dalla celebre “pizza Margherita” creata per lei a Napoli da tal pizzaiolo Raffaele Esposito, alla famosa “ode” carducciana “Alla regina d’Italia”, scritta e a lei dedicata dal “poeta dei paesaggi maremmani”, subito dopo la visita bolognese dei sovrani nel novembre del 1878.

“Margherita. Un secolo di storia” è il titolo di un progetto trasversale che intreccia storia, costume, mobilità e gusto, sviluppato grazie alla collaborazione con il “MAUTO – Museo Nazionale dell’Automobile”, collezionisti privati e altre realtà non solo culturali, tra cui “Museo del Cioccolato e del Gianduja Choco-Story Torino” e “Pfatisch”.

Cuore del programma è la mostra “Sulle strade della Regina. Alle origini dell’automobile moderna”, in programma dal 5 marzo al 28 giugno nella “Citroniera di Ponente” e realizzata in collaborazione con il “MAUTO”“Undici automobili originali” di fine Ottocento e inizio Novecento (dalla “Benz Victoria”, 1893 alla “Fiat Tipo Zero A” del 1913), affiancate da “nove carrozze storiche” provenienti dalla prestigiosa collezione privata “Nicolotti Furno”, raccontano di quando cavalli e motori cominciarono a condividere le stesse strade e il futuro cominciò a “prendere velocità”. Un tema che riflette perfettamente la figura di Margherita, lei stessa dotata di “patente di guida” e proprietaria di una scuderia di ben “tredici automobili”.

Accanto alla mostra, il percorso “Le stanze di Margherita” (che s’insediò nella “Palazzina” fra il 1901 ed il 1919, prima della sua trasformazione in “Museo”) accompagna i visitatori all’interno dell’ “Appartamento di Levante” e in altri spazi, mettendo a confronto fotografie storiche e ambienti attuali. Ne emerge il ritratto di una regina stupenda “interior design”, capace di rendere abitabile e personale anche una residenza monumentale, dove introdusse nuovi comfort (dai servizi igienici con acqua calda e fredda all’ascensore a pompa idraulica recentemente restaurato), portando il suo “moderno” gusto personale e un modo diverso di abitare gli spazi reali.

In programma anche il progetto speciale “Le Perle della Regina”, un cioccolatino ideato dal “Museo del Cioccolato e del Gianduja Choco-Story Torino” e realizzato da “Pfatisch”: una creazione unica, nata dal “cuore di nocciola Piemonte IGP”, avvolto da un delicato guscio di cioccolato bianco, lucido e perlaceo, che richiama le preziose “collane di perla” (“margarìtes” in greco, da cui il nome Margherita) tanto amate dalla sovrana.

Il racconto si chiude, infine, con il ciclo di conferenze “Margherita a Stupinigi e il suo tempo” che affronta la figura della regina attraverso temi contemporanei – moda, automobili, cucina, design – le visite guidate mensili “Margherita e Stupinigi”, per culminare con la rievocazione storica “I giorni di Margherita”, in programma sabato e domenica 20 e 21 giugno, evento diffuso, a cura de “Le vie del tempo”, che “restituisce atmosfere, gesti e presenze del primo Novecento”.

Per ulteriori info: “Palazzina di Caccia”, piazza Principe Amedeo 7, Stupinigi – Nichelino, Torino; tel. 011/6200634 o www.ordinemauriziano.it

Fino al mese di luglio 2026

Orari: mart. – ven. 10/17,30; sab. – dom. e festivi 10/18,30

Gianni Milani

Nelle foto: Ritratto della regina Margherita; La regina in auto, fine ‘800; La regina nella “Sala da gioco”; I cioccolatini “Pfatisch” e le perle della regina (Ph. Alessandro Rota)

‘Tango, Monsieur?’

La compagnia Non Fate Caso a Noi nello scherzo tragico di Aldo Lo Castro.  In scena il 14 febbraio al Cecchi Point

Il 14 febbraio, al Cecchi Point di Torino, la compagnia Non Fate Caso a Noi presenta “Tango, Monsieur?” nuova produzione Rolling Theatre APS, che porta in scena la commedia di Aldo Lo Castro, per la regia di Flaminio Perez.

L’ambientazione è quella degli anni Cinquanta: In una lussuosa villa di Taormina, quattro donne, molto diverse fra loro, scoprono di essere mogli o fidanzate dello stesso uomo, Marco, donnaiolo impenitente. E’ stato lui a convocarle, sicuro di scatenare una furibonda lite. Ma le cose non vanno come sperava o forse sì? A cercare di destreggiarsi in questo caos, attore e spettatore allo stesso tempo, il povero maggiordomo.

Frizzante, divertente, perfida, questa black comedy esplora fra equivoci e colpi di scena, fra il grottesco, il comico, la farsa e la critica sociale, alcuni degli istinti più viscerali dell’essere umano. E mostra che cosa si sia disposte e disposti a fare per amore. E non solo per amore dell’altro, ma anche, e forse soprattutto, per amore di se stessi. Uno spettacolo in cui la passione, o meglio le passioni, muovono i personaggi, con le quattro donne pronte a diventare protagoniste delle loro vite. In qualunque modo e con qualunque mezzo. Quale modo migliore per passare San Valentino?

“Mettere in scena questo spettacolo per me è un atto d’amore, per tanti motivi – racconta il regista, Flaminio Perez -. prima di tutto perché è praticamente nato con la compagnia, è stato il nostro secondo spettacolo e sono più di otto anni che lo portiamo in scena. Quindi per me è un tributo d’amore per il mio percorso come regista e per il nostro percorso come compagnia. In secondo luogo questo per me questo è un testo che, pur in chiave ironica e grottesca, parla d’amore. Io ho sempre interpretato Marco come un uomo che ama, tanto, forse troppo, ma sceglie l’amore, fino alla fine. E poi, cosa che per me ha un grande significato, Aldo Lo Castro è stato un maestro molto importante per me, e quindi è anche un tributo d’amore e riconoscenza nei suoi confronti”.

“Tango, Monsieur?” – 14 febbraio ore 20.30

prenotazione al link: https://tinyurl.com/correlazionitango

Mara Martellotta

The New Four Seasons, prima assoluta a Torino

 

giovedì 5 febbraio – ore 20.30

AUDITORIUM DEL LINGOTTO G. Agnelli 

Una prima assoluta e storica in Italia, DATA UNICA A TORINO, con la nuova composizione inedita in memoria del 300esimo anniversario dalla nascita, nel 1725, di Antonio Vivaldi e del 150esimo anniversario della nascita, nel 1876, di Pjotr Tschaikowki. Due pietre miliari della musica classica di tutti i tempi che sono stati fonte di ispirazione per un evento live che celebra la rinascita delle Quattro Stagioni in chiave contemporanea e interculturale.

www.ticketone.it
sito ufficiale del tour
www.lisztmusicelite.org