CULTURA E SPETTACOLI- Pagina 2

L’attore Simone Moretto si racconta

Di Laura Goria

 

Voi lo conoscete come l’esilarante protagonista di “Forbici Follia“ (in scena da anni al Teatro Gioiello di Torino) o come il dolcissimo papà di uno spot natalizio, o ancora l’attore di serie tv e film di successo. Quindi già sapete che è un interprete di razza, abile nel calarsi agevolmente in molteplici ruoli. Ma, oltre alla lampante bravura, c’è in lui un intero universo molto profondo ed affascinante.

Passione viscerale per il suo mestiere, tanto lavoro e senso di sacrificio, amore immenso per la moglie e la figlia ancora in fasce, piedi saldamente piantati per terra, ma uno sguardo che vola alto verso un orizzonte più ampio e idee molto chiare sulla strada da percorrere.

 

Hai chiuso il 2025 diventando papà (il 17 Dicembre), il 2026 è agli inizi; a 360º, a bruciapelo, un bilancio della tua vita?

Positivo ed è proprio il flash che ho avuto in sala operatoria appena ho preso in braccio mia figlia. Emozione unica, mi sono sentito profondamente grato per la mia vita. La sua nascita è stata l’apice di una serie di fortune; a partire dall’aver incontrato mia moglie Luna al momento che sto vivendo sul lavoro. Mi piace ringraziare ogni giorno per quello che ho costruito. Inizio l’anno carico ed entusiasta.

 

Professionalmente come giudichi la tua carriera fino ad oggi?

Sono soddisfatto perché mai avrei pensato di fare 5 film nel 2025. Due serie internazionali; una francese e una americana. Se penso che sono partito da uno sperduto paesino della Valle D’Aosta, dove negli anni 80 c’era solo una videoteca in cui si potevano prendere 3 VHS per volta, ed è lì che ho visto tutti i film possibili, strada ne ho fatta.

Progetti di lavoro dietro l’angolo?

A Torino, il 14 marzo andrò in scena con “Actorman”, scritto da Massimo Pica e Giampiero Perone. Spettacolo a cui sono molto legato perché ripercorre la mia vita. “One-man show” che avevo già portato al Teatro Gioiello una settimana prima che iniziasse il Covid, con il teatro pieno, 500 persone. Poi sto lavorando ad una mia versione dell’“Otello”, prevista a maggio. Amo i classici e sarò uno Iago molto particolare, vero, attuale; personaggio buono di facciata, ma che cela follia e rabbia. E stiamo già facendo le prove.

 

E per il cinema?

Ora ho un’agente eccezionale, Silvia Ferrarese, con cui mi trovo benissimo, la stimo molto e insieme andiamo verso l’obiettivo prefissato. Più una squadra di suoi colleghi che mi rappresentano nel mondo. Quindi stanno arrivando ottimi provini e per lavori importanti. Ho il vantaggio di parlare più lingue e poter recitare anche in altri idiomi.

 

Nel 2025 hai avuto un ruolo nella serie tv americana The Faithful…

Ero pazzo di entusiasmo, per la prima volta su un set della Fox; in una grande produzione sui 10 comandamenti. Girata a Roma, in una cava dove era stato ricostruito un villaggio della Bibbia. Interpretavo un pastore in difficoltà; l’unico italiano in mezzo a tutti stranieri. Con le difficoltà di un attore che recita in inglese, ma deve eliminare il suo accento; per questo sul set c’era un “language coach”.

Ammetto che tremai quando lessi il mio nome sul foglio di convocazione del giorno, in mezzo a colleghi solo british; poi in scena, davanti a centinaia di persone che lavoravano al colossal e al via all’azione: “Camera rolling action”….

Ti piacerebbe planare a Hollywood?

Certo, anche se al momento preferirei Parigi. Dopo il Covid i provini si fanno anche online ed ora lavorare all’estero è più facile. Distanze e barriere sono in parte ridotte; ma bisogna sempre studiare, essere pronti e con bravi agenti che credano in te facendoti accedere ai provini giusti. Io ne faccio quasi quotidianamente; recentemente, uno per una serie americana che si gira a Parigi. Ovvio che sarebbe meglio vivere dov’è la produzione. Pensare che nella Ville Lumière ho studiato e mi sento a casa; essendo bilingue ho recitato anche in un film in francese.

 

Teatro, tv, cinema, pubblicità: quale senti più nelle tue corde?

Tutti, perché fanno tutti parte della mia anima. In teatro il sold-out è entusiasmante, ma dopo mezza giornata sul palco ho già voglia del set; mentre negli spot pubblicitari bisogna saper recitare ed anche quello è utile allenamento.

 

Personaggi preferiti da interpretare?

Quelli dei gialli e dei crime che, inizialmente sembrano buoni; poi si rivelano cattivi, viscidi, rancorosi e letali. In “A un passo dal cielo” ero un normale assistente sociale che, poi, si scopre essere l’assassino. Perfetto per me.

Mi piacerebbe interpretare un medico; peccato non lo fossi nella puntata di “Doc” in cui ho lavorato. Ma guardo tutte le serie tv e in ospedale amo osservare i dottori, cerco di “rubare” più possibile il loro modo di essere. Pensare che sono agofobico; in sala operatoria, quando è nata Zelda, mi hanno vestito da chirurgo… e stavo quasi per svenire.

 

Un lavoro di cui sei più fiero?

La serie televisiva di Prime Video “Sul più bello” dove interpretavo il cattivo Omar, gestore di un bar; mi è venuto bene e mi sono divertito moltissimo a interpretarlo. In teatro sono affezionato a “Forbici Follia” spettacolo che adoro e ho fatto più a lungo nella vita; sono in scena da16 anni ininterrotti con oltre 2000 repliche.

É un giallo comico, ma interattivo. Il pubblico impazzisce all’accendersi delle luci in sala e le indagini le svolge lui. Nel corso delle tante rappresentazioni mi è passata la vita davanti: dal debutto agli amici passati a vedermi, le ex fidanzate e mia moglie, una delle prime volte che la vidi. Era una spettatrice che, ad una mia battuta, rise così tanto che le cadde il telefonino che si danneggiò.

 

La tua filosofia di vita?

Un piccolo passettino alla volta. Mai pensato di fare grandi picchi, tipo domani vinco un Oscar. Ricordo sempre da dove arrivo e gli inizi. Oggi lavoro tanto e bene. Da ragazzo sognavo di diventare famosissimo, ma adesso quando mi fermano per strada un po’ mi imbarazza. Ho anche aperto uno studio attori, il “Backstage Acting Studio-BAS”, dove quotidianamente insegno, alimento e cerco di trasmettere questo mio fuoco, lo stesso di sempre.

 

Come definiresti il tuo mestiere?

Ho esordito come comico e amo pensare che, facendo divertire, allevio un po’ il peso delle vite altrui. Mi stupì un chirurgo delle Molinette che mi riconobbe e ringraziò per il pomeriggio sereno in famiglia con il mio programma. Detto da chi salva vite ogni giorno?! Così pensai che, nel nostro piccolo, anche noi, siamo utili. Che sia teatro o tv, diamo esempi, raccontiamo storie che possono fare bene.

 

Cosa occorre per fare l’attore?

Innanzitutto Passione, con l’iniziale maiuscola. Sentire e vivere visceralmente questo mestiere; è la molla che ti fa sopportare i sacrifici, senza non si va da nessuna parte. Disciplina nell’aggiornarsi e studiare. Obiettivi; avere una strategia e mai andare a caso. È grazie a mia moglie se ora ho mete più chiare e fatto scelte manageriali migliori. Poi occorrono sfrontatezza e coraggio infiniti. Per esempio, è impegnativo tenere la scena in un teatro pieno con un monologo; implica una mole di lavoro che gli altri non vedono… ma non sai quanta fatica per arrivare lì!

Quando hai sentito di voler far parte del mondo del cinema?

Primissima volta durante il liceo ad Aosta. Grazie a un programma di scambi, finii a Parigi in una classe di teatranti francesi che fecero un piccolo spettacolo per noi. Rimasi folgorato. Inizialmente pensai alla regia, frequentai un corso di cinema nel mio paesino valdostano e poi la passione si è alimentata guardando ogni VHS disponibile.

 

In seguito che strada hai percorso?

È stata una continua scoperta, ogni anno aggiungevo qualcosa. Dopo l’inizio da comico, sentii che volevo raccontare storie drammatiche. All’Actor Studio di New York non avevo i mezzi per andare, ma scoprii che c’era anche a Parigi; così per un anno ho fatto un faticosissimo avanti-indietro due volte a settimana. In aeroporto tutti mi conoscevano ed aiutavano a cercare i voli più economici da Torino. Martedì e domenica o martedì e giovedì, seguivo la lezione e rientravo in giornata. Se potevo risparmiare, restavo la notte e mi godevo la città. Ricordo che una volta arrivai 8 ore in anticipo, si gelava ed era impossibile resistere all’aperto; non sapendo dove andare, mi rifugiai, a studiare e ripassare, in una chiesa vicino allo studio.

 

Il Simone bambino cosa sognava?

Ero timidino; guarda come è strana la vita! Se c’era troppa gente, svenivo. Per la recita all’asilo mi avevano vestito da carciofo e… sono svenuto! Perché non gestivo la tensione di fronte al pubblico. Tutto avrei detto… meno che avrei fatto l’attore e recitato di fronte a 500,1000 persone!

 

Immagino che la nascita di Zelda abbia fatto la differenza: ma amate così tanto F.S.Fitzgerald?

L’aneddoto del suo nome ha dell’incredibile. Luna è appassionata di videogiochi e un giorno disse di voler chiamare una figlia come la principessa di “The Legend of Zelda”; lo trovai assurdo e ne risi. Due anni fa, per il suo compleanno la portai a Roma, a Cinecittà, e scommisi che se avesse trovato nella vita reale una persona con quel nome, l’avremmo dato alla nostra bambina. Entrammo negli studi e una signora ci chiamò «Voi due venite qui. Buongiorno a tutti, io sono Zelda». Era la nostra guida!

 

Avverti che da quando sei padre viaggi meno leggero nella vita?

Si, è cambiato tutto. Ma ho un’ansia positiva, anche grazie a mia moglie che è molto equilibrata. Insieme a lei mi sento protetto e collaboriamo per un 50 e 50; dove non arrivo io subentra Luna e viceversa. Tra poco quando scadrà il suo congedo di maternità, Zelda starà con me; già rido e mi spavento all’idea di come me la caverò.

 

Che papà sei e conti di diventare?

Ho seguito il corso preparto e collaboro in tutto. Mia moglie è più brava in tante cose, come cambiare Zelda. Mentre io la intrattengo: canto, racconto storie, la distraggo. Ovvio che inoltre la cullo, coccolo e copro di amore e tenerezza. Ogni giorno fa versi nuovi e credo che parlerà presto. L’ho già portata in teatro, a respirare l’aria di casa. In futuro, vorremmo insegnarle che non tutto è dovuto; assegnarle compiti come rifarsi il letto, riordinare,…..

Se in futuro Zelda volesse recitare?

Sarei super entusiasta nel caso fosse affascinata e capisse la magia della nostra vita. Quando inizierà a parlare la iscriverò al corso di una mia collega, che è la migliore; è Franca Dorato e insieme alla figlia, Lucrezia Collimato, sono magiche. Avendo io insegnato so, per esperienza personale, che ai bambini di 3-4 anni fa bene imparare teatro e recitazione. Se poi intendesse emularmi avrebbe tutto il mio aiuto. Ma l’appoggerei anche se scegliesse altro; magari diventerà un buon medico o un chirurgo.

 

Cos’è il talento e come si gestisce?

È come la fiamma di un caminetto, se la lasci sola si spegne; se invece la alimenti con continui ciocchi di legna, diventa un fuoco che brucia intenso e non si spegne. Il nostro principale talento è saper resistere quando non ti chiama nessuno. In quel periodo difficile cosa fai? Ti lamenti e perdi tempo? Oppure ti alleni, studi e porti avanti altre cose? Ecco è lì che si vede il talento.

 

Tu come vivi le battute d’arresto?

Un aneddoto a cui tengo molto riguarda il grande Antonino Cannavacciuolo, che ringrazierò sempre per l’aiuto che mi diede, qualche anno fa, quando sul set mi vide triste e preoccupato per il lavoro. Così mi raccontò i suoi inizi faticosi e, con una passione tale che, mi trasmise nuova energia. Poi disse: «Tu ora ti dai da fare e raggiungi i tuoi obiettivi come ho fatto io». Lezione utile per lamentarmi meno, rimboccarmi le maniche e far decollare la carriera. I grandi progetti non sarebbero arrivati se non avessi avuto certe difficoltà che mi hanno fatto cambiare strada.

 

Cosa ami fare nel tempo libero?

Ne ho poco; ma mi piace camminare e appena posso, parto, mi incammino e vado. Ho fatto il cammino di Santiago e la Via Francigena; non vedo l’ora di portare mia figlia con me. È fantastico il fatto che ti alzi al mattino e devi solo pensare a camminare, anche a passo lento, e guardarti intorno.

 

Per te il bicchiere è mezzo vuoto o mezzo pieno?

Mezzo pieno, sempre. Il lamentino non mi appartiene.

 

Dimmi chi è Simone Moretto

Sicuramente una persona di cuore, grande passione,  carismatica, un po’ magica.

 

Mare o montagna?

Mare

 

Il viaggio più bello fatto e quello che sogni?

Sono un grande viaggiatore. Il più bello, quello di nozze in Giappone, dove ho scoperto una cultura con cui mi sono trovato molto bene. Sogno di fare a piedi per mesi un lunghissimo cammino; perché solo così respiri davvero le culture, ti fermi, conosci, scopri. Non saprei esattamente

dove; ma c’è un percorso dal Sud Africa agli Urali….

Devi abbandonare la terra e scegliere tra: un pianeta nello spazio o un’isola sperduta nei nostri mari?

Sicuramente l’isola sperduta

 

Puoi portare con te -oltre a moglie e figlia- solo 5 cose: cosa scegli?

Un libro e qualcosa per sopravvivere, tipo un coltello e simili. Bella l’idea di spogliarsi di tutto.

 

La tua paura più grande?

Adesso che ho famiglia, quella di non lavorare, perché nel nostro mestiere possono trascorrere anche molti mesi fermi. Negli ultimi tempi cerco, senza riuscirci molto, di vivere in maniera un po’ zen, alla giornata. Non chiedermi cosa succederà tra 2 mesi, piuttosto dirmi: è una bella giornata, godermi il momento e l’amore per quello che faccio.

 

La gioia più pura?

Ho due momenti catartici. Ero emozionato da morire all’altare il giorno del matrimonio; mi sono sciolto e ho ceduto un minuto prima. Poi quando ho visto mia figlia.

 

Per te amare significa?

Sentirsi in uno stato appagante, non solo riferito all’amore di coppia, ma alla vita, al lavoro. Molte volte quando arrivo sul set, un attimo prima respiro e mi dico: «Ma che meraviglia!» Un amore totale.

 

Ma tu l’hai capito il significato della vita?

[Ride….] Il suo senso è godersela. Non stare a perdere tempo con dubbi e recriminazioni, ma fare! L’anno scorso ho capito che una delle traduzioni della parola karma è azione: quindi, se vuoi qualcosa vattelo a prendere e goditi la vita. Trovare un equilibrio per cui svegliarsi al mattino e dirsi «Io sono felice di quello che farò oggi». E circondarsi delle persone che ci vogliono bene, che è la cosa più importante.

 

 

Come portati dal vento

BRANDELLI  Postille di troppo su artisti contemporanei

Di Riccardo Rapini

A Torino, fino ai primi di marzo, negli spazi di PAV – Parco Arte Vivente, c’è l’esposizione Dove le liane si intrecciano. Resistenze, alleanze, terre di Binta Diaw.

Vi troverete in un ecosistema parcellizzato in più ambienti: una foresta sospesa di trecce, radici artificiali, pozze d’acqua e terriccio.
Ovunque lunghe compagini di capelli si avvolgono come liane scure, creando configurazioni che sono la trama di un’istanza identitaria espressa per nodi.

Binta Diaw nasce a Milano nel 1995 da famiglia senegalese.

Si forma all’Accademia di Brera e alla École d’Art et de Design di Grenoble-Valence, in Francia; svolge inoltre un internato presso SAVVY Contemporary a Berlino nel 2018, esperienza che la mette a confronto con pratiche e metodologie artistiche non eurocentriche, aprendo la sua ricerca a un dialogo più ampio con contesti africani e diasporici.

Lavora tra Italia e Senegal ed entra presto nel circuito internazionale, fino alla partecipazione alla Biennale di Venezia del 2022.

Diaw vive una spaccatura identitaria netta: italiana per lingua e formazione, “altra” per sguardo sociale; in Senegal è percepita come europeizzata, mentre in Italia mai completamente integrata nel tessuto collettivo, come spesso accade in questi contesti migratori.

Un’ambivalenza che è il nocciolo psichico della sua ricerca: il corpo diviene il punto caldo di irradiazione del suo destino artistico, crogiolo che conserva, compattati, appartenenza e rigetto, visibilità e negazione.

Dal periodo berlinese in poi, un elemento ricorrente nelle sue residenze e nei suoi progetti è la collaborazione con comunità e pratiche locali: spesso filma luoghi di partenza di migrazioni reali, come il distretto di Yarakh vicino a Dakar, utilizzando poi questi materiali nelle sue installazioni; in Senegal ha realizzato il progetto Dïàspora, coinvolgendo braiders ivoriane.
Il richiamo è quello degli antichi usi di tessitura legati alla sopravvivenza e alle vie di fuga dalla schiavitù.

Da questa usanza, dalla primordiale sapienza di mani che generano viluppi, Binta estrapola una delle sue orme distintive: i capelli, che, in quanto diretta prosecuzione del corpo, utilizza per occupare spazio, (ri)mettere radici.
Durante la tratta atlantica degli schiavi, molte donne nascondevano semi tra le trecce per custodire parte della loro terra, sapendo che i capelli sarebbero stati meno violati dei loro corpi.
Così quei semi attraversarono l’oceano e si dispersero nei continenti, come portati dal vento o dal volo degli uccelli.

Quelle trecce/tracce, in Binta, si fanno paradigmi in cui rizomi e germogli nidificano e che compongono grandi strutture intersecate che assumono le sembianze di sistemi arteriosi e agglomerati venosi di un immenso corpo astratto.
Estrae delicatamente elementi fondativi tradizionali e, riversandoli nel suo alambicco psichico, ne fa un distillato in cui risorgono macroscopici e spansi, come in un quadro di Domenico Gnoli.

Una delle sue opere più emblematiche è Chorus of Soil.

La matrice è lontana: a undici anni vede in un’enciclopedia l’immagine di una nave da schiavi settecentesca, la Brooks, correlativo oggettivo del dolore di corpi allineati, compressi e numerati.

La planimetria storica dell’imbarcazione è la matematica della brutalità, in cui l’ottimizzazione dello spazio si unisce alla razionalizzazione della “materia umana”.

Da ciò Diaw crea un’installazione ambientale composta da materia organica e semi che riproduce, in scala monumentale, la pianta della nave.

Il disegno, visto dall’alto, è reso con la terra: non c’è più il legno della nave né lo sciabordare del mare, perché lo sfruttamento oggi assume altre forme ma colpisce ancora gli stessi corpi, incurvati nei campi del sud Italia.

La scelta della terra è ambivalente: grembo e sepoltura, fertilità e abuso, bulbo e annullamento.

Ciò a cui penso è che il giogo dell’oppressione e della solitudine può rivelarsi anche in una sfolgorante cornice naturale come quella dei Caraibi, dove erano dirette le navi negriere inglesi, o nelle coltivazioni di clementine della Piana di Gioia Tauro, con il Mar Tirreno da un lato e l’Aspromonte dall’altro.

E che il sentimento di abbandono di questo mondo glaciale può essere riassunto in una piantina che spunta tenace da un mucchietto di terra in un museo.

 

Nelle foto:

1.Binta Diaw in Prada, fotografata da Szilveszter Makó nel suo studio a Milano
2. Durante l’allestimento della mostra “In Search of Our Ancestors’ Gardens”, Binta Diaw interviene sulla superficie delle stampe fotografiche con l’uso dei gessi colorati.
Foto: Olga Michahelles
3.La spiaggia nera. Veduta dell’installazione presso Prometeo Gallery Ida Pisani, Milano, 2022. Foto: Antonio Maniscalco
4.Binta Diaw, Chorus of Soil, 2023, veduta dell’installazione alla Biennale di Liverpool 2023. Foto: Mark McNulty.
5. Binta Diaw In Search of Our Ancestors’ Gardens, 2020 Veduta dell’installazione presso Galleria Giampaolo Abbondio. Foto: Antonio Maniscalco

 

Al Concordia il meraviglioso e bizzarro Regno di Oz

domenica 15 febbraio – ore 16
TEATRO CONCORDIA  Venaria Reale (TO)
IL MAGO DI OZ
Catapultata da un ciclone nel meraviglioso e bizzarro Regno di Oz, Dorothy, una ragazzina del Kansas, intraprende un viaggio alla ricerca del potente Mago che, forse, potrà aiutarla a
tornare a casa. Lungo la Strada di Mattoni Gialli, incontra tre compagni indimenticabili: uno Spaventapasseri che sogna un cervello, un Uomo di Latta che desidera un cuore, e un Leone che cerca il coraggio. Insieme affronteranno prove, magie e incontri sorprendenti in un mondo dove nulla è come sembra.
Un classico che ha conquistato generazioni di persone sia al cinema che a teatro torna a Torino grazie alla TMA Productions, che mette in scena al Teatro Concordia la prima data di un tour che toccherà le principali città italiane in autunno.

Io sono

La poesia di Graziella Provera

IO SONO

Non ho ali né piume
eppur sono uccello e farfalla,
s’innalza il mio volo
fino ai picchi innevati
e alle verdi colline
dove a mezzogiorno i campanili
tutti insieme suonano a festa.

Il mio viaggio mi porta lontano
a contemplar le macerie
lasciate da coloro che non riconoscono
se’ stessi nell’altro,
oltre l’illusione della forma.

Vedrò la Bellezza e l’orrore
camminar sulla Terra
tenendosi per mano
e saprò che Io Sono
questo cuore che batte,
Io Sono tutte le lacrime
che ho pianto,
Io Sono la Vita che non conosce
la morte.

11 Febbraio 2026

 

Oggi al cinema. Le trame dei film nelle sale di Torino

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A cura di Elio Rabbione

Agata Christian – Delitto sulle nevi – Commedia, giallo. Regia di Eros Puglielli, con Christian De Sica, Pasquale Patrolo, Paolo Calabrese e Chiara Francini. Christian Agata, il detective e criminologo più famoso d’Italia viene invitato da Walter Gulmar, figlio di Carlo, patron della celebre ditta di giocattoli Gulmar&Gulmar, per fare da testimonial nello spot della nuova edizione di un gioco da tavolo, il Crime Castle, best seller dell’azienda. Lo spot sarà girato in Val d’Aosta e Agata raggiunge i Gulmar nel loro sontuoso castello fra le montagne innevate, che è stato di ispirazione per il gioco di cui sopra. Nel castello ci sono molti ospiti. Quando una valanga isola tutta l’improbabile compagnia, spunta il classico cadavere e i dieci piccoli indiani resteranno intrappolati nell’edificio. Il detective dovrà risolvere il mistero. Durata 109 minuti. (Massaua, Ideal, Reposi sala 2, The Space Torino, Uci Lingotto, The Space Beinasco, Uci Moncalieri)

L’agente segreto – Drammatico, thriller. Regia di Kleber Mendonça Filho, con Wagner Moura. La dittatura brasiliana, l’anno è il 1977, il protagonista è Marcelo – nome di copertura per un professore universitario – che a Recife raggiunge il figlio e che ben presto dovrà accorgersi di essere seguito da due sicari che lo vogliono morto: negli anni passati ha ostacolato le attività di un imprenditore di origini italiane. Uccisioni, antiche realtà e ricostruzioni cinematografiche, le ricerche di due studentesse che tentano di ridare esattezza e verità ai periodi più o meno conosciuti della storia di quel paese, mezzo del regista per ricordare allo spettatore le proprie origini giornalistiche. Premiato al Festival di Cannes, due Golden Globe, due candidature ai Bafta, quattro candidature agli Oscar, uno dei successi dell’annata. “Il thriller tiene il respiro e la morale in sospeso, e ricostruisce l’atmosfera in un’epoca in cui la dittatura faceva volentieri sparire le persone: la spy story si nasconde dietro ogni angolo, ogni occhiata, ogni fuga e ogni samba”, ha scritto Maurizio Porro nelle colonne del Corriere. Il film è stato designato Film della Critica dal SNCCI: “Il regista brasiliano insegue i fantasmi della sua città e del suo paese con una spy story insieme appassionante e amara. In fuga dalla polizia della dittatura militare, nel Brasile del 1977, un militante comunista arriva a Recife… sono i giorni del Carnevale, la città è in fermento, un serial killer minaccia la sicurezza, al cinema i film mostrano un mondo di esaltanti esagerazioni. Ma cosa significa, oggi, raccontare quel passato? Cosa ne è rimasto nelle immagini e nei luoghi del presente? Un film continuamente spiazzante e sorprendente.” Durata 158 minuti. (Greenwich Village sala 2 V.O., Nazionale sala 3)

Buen Camino – Commedia. Regia di Gennaro Nunziante, con Checco Zalone, Beatriz Arjona, Letizia Arnò e Martina Colombari. Checco, erede ricchissimo e viziato, prole ultrafelice di Eugenio ricchissimo produttore di divani, innumerevoli ville con piscina e altrettanto innumerevoli servitori di origine filippina alle sue dipendenze, yacht su cui invitare amici che hanno le sue stesse idee di libertà e di non lavoro, una fidanzata messicana di professione modella, è costretto a lasciare la sua vita dorata sulle tracce della figlia Cristal, adolescente dal carattere un pochino turbolento. Per la prima volta in vita sua viene messo di fronte alle sue responsabilità di padre, inaspettate quanto da prendere con i classici guanti, anche perché Checco del sangue del suo sangue proprio niente sa. Grazie l’opera di corruzione attuata nella persona di Corina, la migliore amica di Cristal, il binomio viene a sapere che la fanciulla è partita per la Spagna. È così che finisce suo malgrado sul Cammino di Santiago: un’occasione per conoscersi veramente. Durata 90 minuti. (Massaua, The Space Torino, Uci Lingotto, The Space Beinasco, Uci Moncalieri)

Cime tempestose – Drammatico. Regia di Emerald Fennell, con Margot Robbie e Jacob Elordi. Fin da bambini il legame tra Cathy Earnshow, orfana di madre e figlia di un inglese che ha perso ogni cosa al gioco, e Heathcliff, trovatello preso in casa dal padre di Cathy e trattato come un servo, è viscerale e indissolubile. Da adulti, quel legame si trasforma in passione travolgente, ma Cathy ritiene la possibilità di una relazione ufficiale con Heathcliff degradante, e prende in considerazione la possibilità di sposare il ricco vicino di casa Edgard. Heathcliff fugge dall’umiliazione e cerca fortuna all’estero, per poi tornare nello Yorkshire da trionfatore e conquistare Wuthering Heights, la casa in cui lui e Cathy sono cresciuti. Ma al suo ritorno trova la sua anima gemella sposata con Edgard, e per i due inizierà quell’inferno (e paradiso dei sensi) cui sembrano destinati sin dall’infanzia. Durata 136 minuti. (Centrale V.O., Massaua, Due Giardini sala Ombrerosse, Fratelli Marx sala Harpo e sala Chico anche V.O., Greenwich Village sala 3 V.O., Ideal anche V.O., Reposi sala 4, The Space Torino, Uci Lingotto anche V.O., The Space Beinasco, Uci Moncalieri anche V.O.)

Le cose non dette – Drammatico. Regia di Gabriele Muccino. con Stefano Accorsi, Miriam Leone, Claudio Santamaria e Carolina Crescentini. Carlo Ristuccia è un docente universitario, autore di un unico libro di successo. Sua moglie Elisa è una giornalista di Vanity Fair Italia in crisi creativa, e il suo direttore le consiglia di “staccare” e di partire per una vacanza. Decidono dunque di partire per Tangeri, insieme a un’altra coppia: Paolo, il migliore amico di Carlo, ristoratore stakanovista e padre assente, e sua moglie Anna, iperansiosa e prepotente. Con loro però c’è anche la figlia tredicenne Vittoria, che ha una particolare simpatia per Carlo. Peccato che in vacanza si presenti a sorpresa Blu, la giovanissima amante del professore. Durata 114 minuti. (Massaua, Ideal, Reposi sala 1, Romano sala 2, The Space Torino, Uci Lingotto, The Space Beinasco, Uci Moncalieri)

Crime 101 – La strada del crimine – Thriller. Regia di Bart Layton, con Chris Hemsworth, Halle Berry e Mark Ruffalo. Il film racconta la storia di Davis, un ladro le cui rapine, magistralmente pianificate, hanno da tempo lasciato le forze dell’ordine senza indizi. Davis sta organizzando il colpo più ambizioso della sua carriera, quello che spera possa essere l’ultimo, quando il suo cammino s’incrocia con quello di Sharon, una disillusa assicuratrice con cui è costretto a collaborare, e di Orman, un rivale dai metodi molto più pericolosi. Con l’avvicinarsi del furto multimilionario, l’inarrestabile tenente Lubesnik si avvicina alla verità, facendo crescere la tensione e rendendo sempre più sottile il confine tra cacciatore e preda. Ognuno dei protagonisti dovrà confrontarsi con il prezzo delle proprie scelte e con la consapevolezza di essere ormai oltre il punto di non ritorno. Durata 135 minuti. (Ideal, Reposi, The Space Torino, Uci Lingotto, The Space Beinasco, Uci Moncalieri)

Due procuratori – Storico, drammatico. Regia di Sergei Loznitsa, con Alexander Kuznetsov e Anatoliy Belyy. Unione Sovietica, 1937. Migliaia di lettere di detenuti ingiustamente accusati dal regime vengono bruciate nella cella cella di una prigione. Contro ogni previsione, una di queste richieste d’aiuto giunge a destinazione, sulla scrivania del procuratore locale appena nominato, Aleksandr Kornev. Il giovane Kornev fa del suo meglio per incontrare il prigioniero, vittima di agenti corrotti della polizia segreta, l’NKVD. Bolscevico convinto e integro, il giovane procuratore sospetta una serie di abusi e illegalità. La sua ricerca di giustizia lo porterà fino all’ufficio del Procuratore Generale di Mosca. Incontrerà attese, depistaggi, inganni. Durata 118 minuti. (Eliseo)

La Gioia – Drammatico. Regia di Nicolangelo Gelormini, con Valeria Golino, Saul Nanni, Jasmine Trinca, Francesco Colella e Betty Pedrazzi. Gioia è un’insegnate di liceo che non ha m,ai conosciuto l’amore, se non quello opprimente dei genitori, con cui vive ancora. Tra gli studenti della sua scuola c’è Alessio, un ragazzo che usa il suo corpo come uno strumento per rimediare qualche centinaio di euro e aiutare la madre, cassiera in un supermercato. Tra Alessio e Gioia nasce un legame proibito, fragile e inspiegabilmente necessario per entrambi. Ma il desiderio di un riscatto sociale e umano per Alessio è un veleno silenzioso che gli impedisce di farsi conquistare definitivamente dalla dolcezza disarmante di Gioia. Così, distrugge tutto e cancella l’unica persona che abbia mai amato. Scrive Maurizio Porro nelle colonne del Corriere: “Una storia incrociata di menzogne e amori sognati e non realizzati: contano solo i soldi, i baci impiccano. Coi ritmi di un sovvertimento dei sensi alla Zweig, di un doppio processo alle intenzioni, il film tiene un impeccabile equilibrio tra i personaggi, grazie al cast perfetto”. Durata 108 minuti. (Ideal, Romano sala 3, The Space Beinasco)

La grazia – Commedia drammatica. Regia di Paolo Sorrentino, con Toni Servillo, Anna Ferzetti, Massimo Venturiello, Roberto Zibetti e Milvia Marigliano. Il presidente della Repubblica Mariano De Santis è ormai anziano e alla fine del suo mandato. Vedovo, ex giurista e profondamente cattolico, si troverà di fronte a due ultimi dilemmi: se concedere la grazia a due persone che hanno commesso un omicidio in circostanze che potrebbero essere continuate attenuanti o se promulgare la legge dell’eutanasia. Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile a Toni Servillo. Durata 133 minuti. Il regista Paolo Sorrentino, che ha girato gran parte del film a Torino, sarà al Nazionale domenica 18 gennaio alle ore 18 per presentare il film e rispondere alle domande del pubblico. Da lunedì 19 sarà altresì possibile visitare lamostra fotografica “La Grazia” – Immagini e location della Torino di Paolo Sorrentino”, nelle stesse sale di palazzo Chiablese dove il regista ha ricreato gli ambienti del Quirinale. (Due Giardini sala Nirvana, Eliseo, Fratelli Marx sala Chico, Greenwich Village sala 1, Ideal, Nazionale sala 4)

Greenland 2 – Migration – Azione. Regia di Ric Roman Waugh, con Gerard Butler e Morena Baccarin. Cinque anni dopo l’impatto della cometa Clarke che ha devastato la Terra, la famiglia Garrity è sopravvissuta rifugiandosi in un bunker in Groenlandia. Ma anche quando quest’ultimo baluardo viene distrutto, sono costretti a tornare in superficie. Il mondo che li attende è irriconoscibile. Tra le macerie di un’Europa congelata e ostile, i Garrity intraprendono una migrazione disperata verso la Francia, dove si dice possa esistere un nuovo luogo in cui ricostruire la civiltà. Durata 98 minuti. (Uci Moncalieri)

Hamnet – Storico, drammatico. Regia di Chloé Zhao, con Jessie Buckley, Paul Mescal, Jacobi Jupe ed Emily Watson. In un bosco, una giovane donna dorme rannicchiata nella culla formata dalla radice emersa di un albero secolare: è vestita di rosso cupo, accompagnata da un falco che risponde ai suoi richiami, conosce erbe e pozioni, si dice non sia nata da sua madre ma da una donna venuta da lontano. Si chiama Agnes e quando Will la vede se ne innamora subito. Will è il giovane William Shakespeare, maestro di latino nella Stratford del 1580, che riesce a sposarla nonostante l’ostilità delle famiglie e ad avere con lei tre figli, Susannah e i gemelli Judith e Hamnet. Ma un lutto li colpisce, quando il drammaturgo lavora già a Londra, e Hamnet ucciso dalla peste a soli undici anni (un lutto che mette a dura prova l’unione della coppia) diventa Hamlet. Tratta dal romanzo del 2020 dell’irlandese Maggie O’Farrell, la storia di Agnes (più che di William), tessuta di magia e femminilità. Film già vincitore di due Golden Globe, attende la notte degli Oscar con le sue otto candidature. Ha scritto Alessandra De Luca nelle colonne di “Ciak” che la Zhao, nata a Pechino nel 1982, già premiata a Venezia con il Leone d’oro nel 2020 e Oscar come miglior film per “Nomadland”, “sceglie ancora una volta una strada radicale, quasi estrema, per mettere in scena elaborazione del lutto e catarsi, spingendo i suoi attori in un percorso emotivo dove verità e finzionr, vita e arte, spirito e materia si confondono. La scena nel finale ambientato al Globe Theatre di Londra, durante la prima rappresentazione di “Amleto”, vale la spesa del biglietto e un’altra statuetta nelle mani di Jessie Buckley, dopo il Golden Globe, ci starebbe proprio bene.” Durata 125 minuti. (Massaua, Classico anche V.O., Eliseo Grande, Nazionale sala 1, The Space Torino, Uci Lingotto anche V.O., The Space Beinasco, Uci Moncalieri)

Lavoreremo da grandi – Commedia. Regia di Antonio Albanese, con Antonio Albanese, Giuseppe Battiston, Nicola Rignanese e e Nicolò Ferrero. Umberto ha dilapidato i soldi del padre e continua a immaginarsi grande musicista, ma partorisce soltanto creazioni sonore cacofoniche. Ha due ex mogli che l’hanno sfruttato e ora lo detestato e due figli, Toni e Beppe. Gigi contava sull’eredità di una zia facoltosa ma lei gli ha lasciato solo trucchi e parrucche, che lui indossa per protesta, ubriacandosi e ingerendo pillole. Una notte mentre trasportano quest’ultimo in stato semicomatoso, Umberto Beppe e Toni (sotto misura cautelare in vista dell’ennesimo processo, questa volta per truffa ai danni del Fisco) fanno un incidente – credono di aver travolto con l’auto qualcuno in bicicletta – del quale dovranno affrontare le conseguenze, dando il via a una catena di equivoci e di sorprese atte a sconvolgere la loro vita senza direzione. Durata 91 minuti. (Blue Torino/via Principe Tommaso 6, Massaua, Due Giardini sala Nirvana, Fratelli Marx sala Groucho, Ideal, Reposi sala 3, The Space Beinasco, Uci Lingotto, Uci Moncalieri)

Il Mago del Cremlino – Le origini di Putin – Drammatico. Regia di Olivier Assayas, con Jude Law, Paul Dano e Alicia Vikander. Russia, primi anni Novanta. L’URSS è crollata. Nel caos di un Paese che cerca di ricostruirsi, Vadim Baranov, un giovane brillante, sta per trovare la propria strada. Orima artista d’avanguardia, poi produttore di reality show, diventa spin doctor di un ex agente del KGB in ascesa: Vladimir Putin. Immerso nel cuore del sistema, Baranov plasma la nuova Russia, confondendo i confini tra verità e menzogna, credenze e manipolazione. Ma c’è una figura che sfugge al suo controllo: Ksenia, donna libera e inafferrabile, che incarna la possibilità di fuga, lontano da questo gioco pericoloso. Quindici anni dopo, ritiratosi nel silenzio e avvolto nel mistero, Baranov accetta di parlare, rivelando i segreti occulti del regime che ha contribuito a costruire. Durata 120 minuti. (Massimo anche V.O., Reposi sala 5, Uci Lingotto, The Space Beinasco, Uci Moncalieri)

Marty Supreme – Commedia drammatica. Regia di Josh Safdie, con Timothée Chalamet, Gwyneth Paltrow e Abel Ferrara. Marty Mauser è un venditore di scarpe con una irrefrenabile ossessione per il ping pong che si muove nella New York degli anni Cinquanta tra truffe, scommesse, passioni proibite e sogni di gloria. Un’esistenza rocambolesca per un personaggio larger than life, eccentrico e ambiziosissimo, smodato e leggendario. Durata 90 minuti. (Massaua, Centrale V.O., Due Giardini sala Ombrerosse, Fratelli Marx sala Harpo, Massimo sala Cabiria anche V.O., Nazionale sala 3, The Space Torino, Uci Lingotto)

Pillion – Amore senza freni – Drammatico. Regia di Harry Lighton, con Alexander Skarsgård e Harry Melling. Colin è un giovane timido e mite: un giorno ha il compito di fare multe ai proprietari di auto mal parcheggiate, di sera si esibisce malinconicamente al pub in un coro a cappella. Proprio in quel pub, una sera, viene avvistato da Ray, un motociclista che è vero esemplare di maschio alfa. L’attrazione è immediata e, incredibilmente, reciproca. I genitori di Colin, che conoscono e sostengono la sua omosessualità, sono dapprima felici che il figlio abbia trovato una compagnia amorosa, ma non sanno che Ray è un dominatore e Colin il suo “pillion”, termine con cui si indica il sellino posteriore delle moto, ma che in questo caso è una metafora per “sottomesso”. La relazione tra i due è unilaterale. Ray comanda e Colin ubbidisce, vista la sua “naturale attitudine alla devozione”, come la descrive il compagno. E questo succede anche nel sesso, regalando a Colin il primo rapporto completo al prezzo della sudditanza a binario unico. Ma quando Colin cerca di trasformare la relazione in un rapporto di coppia le cose si complicano. Durata 106 minuti. (Centrale V.O.)

Send Help – Horror. Regia di Sam Raimi, con Rachel McAdams e Dylan O’Brien. Linda Liddle è una donna che vive sola, appartata da tutto e da tutti, ma il CEO dell’azienda presso cui lavora ha riconosciuto le sue doti e le ha promesso una promozione. Purtroppo l’uomo è poi morto ed è stato sostituito dal figlio Bradley, che preferirebbe di gran lunga promuovere il suo compagno di confraternita, un giovane rampante che si appropria dei lavori di Linda ma che sa presentarsi molto bene. Linda invece cura poco il proprio aspetto e questa trasandatezza la rende sgradevole al superficiale Bradley, che comunque la vuole su un aereo privato per sfruttare ancora una volta le sue doti matematiche. Qui Linda è ancora una volta umiliata da Bradley e dai suoi amici, sino a che a seguito di un incidente Linda e il suo datore di lavoro si ritroveranno su un’isola deserta. La preparazione della donna che sogna da anni di diventare una concorrente dello show “Survivor”, si rivelerà molto preziosa arrivando a ribaltare il rapporto tra i due. Durata 113 minuti. (Uci Moncalieri)

Sentimental Value – Drammatico. Regia di Joachim Trier, con Renate Reinsve, Elle Fanning e Stellan Skarsgård. Nora e Agnes sono due sorelle profondamente unite. L’improvviso rientro nella loro vita del padre Gustav – regista carismatico e affascinante ma genitore cronicamente inaffidabile – riapre ferite mai del tutto rimarginate. Riconoscendo il talento di attrice di Nora, Gustav vorrebbe che sua figlia interpretasse il ruolo principale nel film che dovrebbe rilanciare la sua carriera; lei rifiuta e quella parte finisce a una giovane star di Hollywood, Rachel Kemp. Il suo arrivo getta scompiglio nelle delicate dinamiche della famiglia: per le due sorelle sarà il momento di confrontarsi con il padre e con il loro passato. Designato Film della Critica dal SNCCI: “Due necessità primarie a confronto – quella di seguire il proprio percorso artistico e quella di rimanere accanto ai propri figli – confluiscono in un dramma familiare delicato e struggente. Stellan Skarsgård giganteggia nei panni del regista di successo che ha smarrito la via, e Renate Reinsve gli tiene testa in quelli della primogenita, attrice di razza che rifiuta di interpretare se stessa nell’Amarcord paterno. Una parabola sulla possibilità di perdono e redenzione, mai sentimentale, a dispetto del titolo, sempre vibrante di intensa emozione. Durata 133 minuti. (Eliseo, Greenwich Village V.O. sala 2, Romano sala 1)

Sirāt – Drammatico. Regia di Oliver Laxe, con Sergi Lòpez e Bruno Nùnez. Luis con il giovane figlio Esteban si aggira in un rave party mostrando una fotografia della figlia Mar della quale ha perso da alcuni mesi le tracce e che vorrebbe ritrovare. Nessuno la conosce ma, nel corso della ricerca, l’uomo fa delle conoscenze che, dopo la chiusura della festa da parte dei militari, lo indirizzano verso un altro rave. Il viaggio non sarà dei più facili e non soltanto per le asperità del terreno, “un viaggio accidentato e pericoloso verso un ignoto dentro e fuori di noi: solo il nulla del paesaggio minato”, ha scritto Maurizio Porro nel Corriere della Sera. Premio della Giuria a Cannes. Il film è stato designato Film della Critica dal SNCCI: “Oliver Laxe dirige un film di rara potenza, devastante nella forma e dalla narrazione continuamente vissuta sullo strapiombo di avvenimenti tragici, un on the road tra musica martellante e danze tribali, alla ricerca di persone scomparse e del senso ultimo della vita, rappresentata in modo nichilistico, in un paesaggio di bellezza agghiacciante, muovendosi costantemente su un terreno minato.” Durata 115 minuti. (Blue Torino/via Principe Tommaso 6 V.O., Centrale V.O.)

Sorry, baby – Drammatico. Regia di Eva Victor, con Eva Victor, Naomie Ackie e Lucas Hedges. Una violenza sessuale, la vittima è Agnes. La ragazza cerca di superare il suo dramma. L’amica Lydie, al contrario, è felice, vive a New York, si è sposata e le racconta di aspettare un bambino. Nell’occasione di una riunione di classe i ricordi riaffioreranno. Durata 103 minuti. (Centrale)

“Dialoghi senza parole” di Pier Tancredi De-Coll’

ARTE TRA I LIBRI: …e la mostra è anche on-line in PIEMONTE ARTE su www.100torri.it

Chieri – Libreria Mondadori-Centro Storico. Dal 20 febbraio al 22 marzo 2026

Continuano gli appuntamenti della rassegna “Arte tra i libri”, negli spazi della Libreria Mondadori – Centro Storico di Chieri, in Via Vittorio Emanuele 42 B, a cura di Piemonte Arte, la testata giornalistica settimanale di www.100torri.it.

Sabato 20 febbraio alle ore 18,00 sarà inaugurata la Mostra “Dialoghi senza parole” opere di Pier Tancredi De-Coll’.

La mostra presenta una selezione di opere recenti di Pier Tancredi De-Coll’ presentate dal critico Angelo Mistrangelo che scrive, tra l’altro:

Sospese in atmosfere immateriali le immagini di Pier Tancredi De-Coll’ rivelano la singolare interpretazione di una quotidianità rivisitata, di una sequenza di meditati e suggestivi interni e di una visione che si rinnova, di volta in volta, secondo un’attenta definizione della struttura compositiva.

Vi è in questa sua lettura della realtà la volontà di fissare un luogo della memoria, un silenzioso giardino o una natura morta, “Cuisine”, che occupano lo spazio con la sensibilità del dialogo che intercorre tra l’artista e gli oggetti, tra il fascino di un incontro e un accogliente salotto……

Maurizio Vitiello – Scrittore e critico

De-Coll’ motiva calibrati impianti, di mano sciolta ed esemplare, che colpiscono ed affasciano, nonché produce interessanti immagini, legate ad una dimensione d’affetti e d’intenti, e sistema e accorda elaborazioni equilibrate per un ventaglio prezioso di riassunti singolari e congruenze su cromatismi segnaletici.

Formula circostanze emotive con accordanti scatti. …

Paola Gribaudo  – Presidente dell’Accademia Albertina ed Editore d’Arte
Con all’attivo oltre mille libri curati  o editati so riconoscere quando ho a che fare con qualcosa di speciale.

Duccio Trombadori – Critico dell’Arte
….C’è un mondo di storia visiva e cultura depositata nell’espressione raggiunta da Pier Tancredi De-Coll’ che emerge appena la sua mano trova la più spontanea e versatile via d’uscita figurativa. Via d’uscita che non risponde tanto al connubio professionale di arte e tecnica, in cui Pier Tancredi è pure un virtuoso, quanto invece alla liberazione di un intenso dispositivo lirico che, come il manzoniano cielo di Lombardia, “è cosi bello quando è bello”….

tancredi

Pier Tancredi De-Coll’, torinese (classe 1959) è un pittore di impianto espressionista che si è formato frequentando l’atelier dell’artista torinese Serafino Geninetti.  Ha esordito come vignettista per i quotidiani Stampa Sera e La Stampa (1982-1995) con oltre 1.000 pubblicazioni.

Nel 1986, con lo scrittore Federico Audisio di Somma (Premio Bancarella 2002) ha realizzato il libro di disegni e poesie Femmes, Donne Elettriche con la prefazione di Gianni Versace.

Su questo percorso artistico è stato scritto il libro Pura Pittura (Gli Ori) curato dalla Presidente dell’Accademia Albertina Paola Gribaudo e scritto da Federico Audisio di Somma (presentato al Salone del Libro 2017). Nel 2018 la Città di Arezzo gli ha dedicato una mostra antologica presso la Galleria Comunale d’Arte Contemporanea, a cura di Liletta Fornasari .

Suoi lavori sono stati selezionati per il  Premio Sulmona, ricevendo nel 2022 la Menzione d’Onore della Giuria presieduta da Vittorio Sgarbi. Ha recentemente aderito alla corrente romana dell’Effettismo, promossa da Francesca Romana Fragale. E’ membro della Consulta dell’Accademia Italiana d’Arte e Letteratura.

Un suo lavoro è stato esposto nel 2024 alla Fondazione Il Vittoriale degli Italiani, nell’ambito della prestigiosa mostra D’Annunzio e la Cina.

Sue opere sono esposte in permanenza presso numerose gallerie italiane e sul suo lavoro si sono espressi critici e personalità del mondo dell’ arte come Angelo Mistrangelo, Maurizio Vitiello, Liletta Fornasari, Cosimo Savastano, Paola Gribaudo, Vittorio Raschetti, Antonio Perotti, Duccio Trombadori.

 Zubin Mehta torna a Torino per la West-Eastern Divan Orchestra

Eccellenza artistica e impegno nella ricerca si incontrano sabato 21 febbraio alle ore 20.30 in un evento musicale che coinvolge tre importanti realtà del territorio piemontese. Il concerto si svolgerà presso l’Auditorium Giovanni Agnelli del Lingotto e vedrà protagonisti Zubin Mehta e la West-Eastern Divan Orchestra. L’iniziativa nasce dalla coproduzione tra la Fondazione per la Cultura Torino e Lingotto Musica, con la Fondazione Piemontese per la Ricerca sul Cancro nel ruolo di Charity Partner. La collaborazione riprende un modello già sperimentato con successo nel gennaio 2024, quando Riccardo Muti e la Chicago Symphony Orchestra furono protagonisti di un evento sold out che riunì per la prima volta i tre enti a sostegno della ricerca oncologica.

La serata segna il ritorno nel capoluogo piemontese, dopo oltre un decennio, di uno dei più grandi direttori d’orchestra contemporanei e rappresenta anche il debutto torinese della West-Eastern Divan Orchestra, ensemble fondato nel 1999 da Daniel Barenboim insieme allo studioso palestinese Edward W. Said. L’orchestra nasce come simbolo di dialogo e convivenza tra giovani musicisti israeliani, palestinesi e provenienti da altri Paesi del Medio Oriente.

Il programma musicale è stato realizzato nell’ambito di Lingotto Musica per la Comunità e rende omaggio a due pilastri del sinfonismo austro-tedesco, Ludwig van Beethoven e Franz Schubert, rafforzando inoltre la collaborazione tra Lingotto Musica e MITO SettembreMusica.

“Siamo davvero onorati di ospitare a Torino un professionista di fama internazionale come il maestro Zubin Mehta e una realtà come la West- Eastern Divan Orchestra, che coniuga la grande qualità artistica con lo straordinario esempio di dialogo tra giovani musicisti provenienti da Paesi diversi del Medio Oriente, che la compongono – ha dichiarato il Sindaco della Città di Torino Stefano Lo Russo. “ Uno spettacolo che conferma ancora una volta l’eccellenza culturale del programma di Lingotto Musica, qui in collaborazione con la Fondazione per la Cultura di Torino, e l’impegno sociale della nostra città con il coinvolgimento della Fondazione Piemontese per la Ricerca sul Cancro, Charity Partner dell’evento”.

“Accogliamo con grande orgoglio il ritorno del maestro Zubin Mehta dopo sedici anni dalla sua ultima presenza nelle nostre stagioni – afferma Paola Giubergia Presidente di Lingotto Musica.
“Un evento di portata artistica assume un significato ancora più profondo grazie alla collaborazione con la Fondazione per la Cultura Torino e alla presenza della Fondazione per la Ricerca sul Cancro come Charity Partner. Attraverso Lingotto Musica per la Comunità vogliamo che i grandi concerti diventino occasione concreta per promuovere cause di valore sociale, unendo la qualità musicale alla responsabilità verso il territorio che caratterizza la nostra missione di ente del terzo settore”.

“La grande musica è ancora una volta al fianco della ricerca sul cancro- ha sottolineato Allegra Agnelli, Presidente della Fondazione Piemontese per la Ricerca sul Cancro – “ Per noi questo evento ha un significato davvero speciale perché si svolge nell’anno che celebra i 40 anni dalla nascita della Fondazione Piemontese per al Ricerca sul Cancro. Siamo legati al maestro Zubin Mehta fin dal 1994 quando decise di sostenere l’Istituto di Candiolo con un concerto memorabile al Teatro Regio. Ringraziamo Fondazione per la Cultura Torino e Lingotto Musica per l’opportunità di raccontare e dare visibilità all’impegno quotidiano di tutti i professionisti dell’Istituto di Candiolo IRCCS, dove cura e ricerca si intrecciano per dare speranza ai pazienti, rafforzando l’unione tra cultura e scienza”.

Il concerto si aprirà con l’Ouverture “Leonore” n. 3 op. 72 b di Ludwig van Beethoven, pagina intensa e drammatica composta per la seconda versione del Fidelio. Scritta nel 1806, l’ouverture riassume in forma sinfonica i temi centrali dell’opera: la lotta per la libertà, la fedeltà coniugale e l’affermazione della giustizia.

Seguirà la Sinfonia n. 8 in fa maggiore op. 93, composta da Beethoven nel 1812 negli stessi anni della monumentale Settima Sinfonia. L’Ottava si distingue per un carattere più contenuto e brillante, caratterizzato da ironia e leggerezza che richiamano il classicismo di Haydn, pur mantenendo l’energia tipica del linguaggio beethoveniano.

La serata si concluderà con la Sinfonia n. 9 in do maggiore D 944 “La Grande” di Franz Schubert, considerata una delle massime espressioni del sinfonismo romantico. Completata nel marzo 1828, pochi mesi prima della morte del compositore, la partitura fu scoperta da Robert Schumann circa dieci anni dopo e venne eseguita per la prima volta sotto la direzione di Felix Mendelssohn nel 1839. Il titolo “grande” serve a distinguerla dalla precedente Sinfonia n. 6, anch’essa in do maggiore, ma sottolinea soprattutto l’imponenza della struttura e l’ampiezza del respiro melodico.

I biglietti sono disponibili su Anyticket oppure presso la biglietteria del Centro Commerciale Lingotto esclusivamente il giorno del concerto, dalle 18 alle 20.30, in via Nizza 280/41 a Torino.

Mara Martellotta

“La materia delle forme”. Edward Weston a Camera

Approda in Italia, negli spazi di Camera – Centro Italiano per la Fotografia di Torino, l’importante mostra dedicata al celebre fotografo statunitense Edward Weston, intitolata “La materia delle forme”.

L’esposizione, curata da Sergio Mah e organizzata dalla Fundación Mapfre in collaborazione con Camera Torino, sarà visitabile fino al prossimo 2 giugno. Dopo le tappe di Madrid e Barcellona, la mostra arriva per la prima volta nel nostro Paese, offrendo un ampio approfondimento sull’opera di uno dei protagonisti assoluti della fotografia moderna. La mostra propone una lettura articolata dell’eredità lasciata da una delle figure più influenti della fotografia nordamericana, il cui lavoro rappresenta un significativo contrappunto estetico e concettuale al modernismo delle prime avanguardie fotografiche europee.

Il percorso espositivo presenta 171 immagini, molte delle quali vintage, configurandosi come una vasta antologia che attraversa tutte le fasi della produzione artistica di Weston, nato in Illinois nel 1886 e scomparso in California nel 1958. La rassegna include inoltre una selezione delle prime edizioni dei libri pubblicati dall’autore durante la sua carriera. Completa il percorso il cortometraggio The Photographer, diretto da Willard Van Dyke nel 1948, che documenta l’ultima fase dell’attività di Weston, offrendo uno sguardo ravvicinato sul suo metodo di lavoro e sul suo processo creativo.

Il percorso ricostruisce l’evoluzione della ricerca fotografica di Weston a partire dagli esordi, caratterizzati da un linguaggio vicino all’impressionismo e al pittorialismo. In questa prima fase, l’autore si concentra su temi pastorali, ritratti espressivi e su un uso morbido della messa a fuoco e delle ombre, rivelando già un forte interesse per la fotografia come forma autonoma di espressione artistica.

Determinanti per la sua maturazione furono i soggiorni in Messico tra il 1923 e il 1926. In questo periodo Weston ampliò il proprio repertorio tematico, abbandonando definitivamente il pittorialismo e sviluppando uno stile fondato su rigore tecnico, precisione formale e attenzione compositiva. L’artista maturò la convinzione che l’essenza della fotografia risiedesse nel momento dello scatto e nella capacità di osservare e selezionare, trasformando soggetti ordinari in immagini di straordinaria intensità visiva.

Successivamente Weston realizzò importanti serie dedicate al nudo, in cui il corpo umano viene concepito principalmente come forma. Emblematiche sono le opere del 1936, nelle quali la sensualità nasce dal dialogo tra linee, volumi, contorni e giochi di luce, più che da una dimensione narrativa o psicologica.

Dal 1927 l’autore si dedicò anche alle nature morte, attraverso le quali ricercò l’essenza senza tempo degli oggetti naturali, mettendo in risalto le potenzialità percettive del mezzo fotografico. In immagini celebri come Peperone n. 30, il soggetto assume le sembianze di un corpo umano colto di spalle, mentre opere come Conchiglia e Foglia di cavolo trascendono la dimensione dell’oggetto quotidiano per trasformarsi in protagonisti assoluti della scena.

A partire dalla fine degli anni Venti, il paesaggio diventa centrale nella sua produzione. Weston fotografa i vasti territori dell’Ovest americano — deserti, coste e parchi naturali — privilegiando luoghi incontaminati e privi di presenza umana. Le sue immagini restituiscono una visione epica e contemplativa della natura, attenta alla luce, ai fenomeni atmosferici e alla morfologia del territorio. Le fotografie realizzate nella Death Valley, ad esempio, perseguono finalità artistiche piuttosto che documentarie. Negli anni Quaranta il suo immaginario assume toni più malinconici, con immagini legate ai temi della decadenza e della morte.

A Point Lobos Weston individua infine una natura primordiale e vitale, capace di sostenere uno sguardo rinnovato sul mondo naturale, al tempo stesso concreto e metafisico.

Pioniere di una visione rigorosamente moderna, Weston scelse la fotocamera a grande formato come strumento privilegiato, realizzando immagini in bianco e nero di straordinaria nitidezza e ricchezza di dettagli. Il suo rigore tecnico, unito a un profondo legame con luce, forma e natura, ha dato vita a un corpus che comprende nature morte, nudi, paesaggi e ritratti oggi considerati iconici. La sua opera, profondamente radicata nel paesaggio e nella cultura statunitense, offre una prospettiva unica sul processo di affermazione della fotografia e sul ruolo che essa ha assunto nella cultura visiva contemporanea.

Camera – Centro Italiano per la Fotografia
Via delle Rosine 18, Torino
www.camera.to

Mara Martellotta

Elena, la piccola torinese che morì sola ad Auschwitz

 

Martedì 17 febbraio, alle ore 18, lo spazio incontri del Polo del ‘900 di Torino ospiterà la presentazione del libro di Fabrizio Rondolino “Elena. Storia di Elena Colombo. Una bambina sola nella Shoah”. L’evento è promosso dalla sezione Anpi “Giambone” di Torino Centro in collaborazione con Istoreto e Unione Culturale Antonicelli. Nell’occasione dialogherà con l’autore la direttrice dell’Istoreto, Barbara Berruti. La storia narrata nel libro rappresenta un caso particolare che ebbe inizio il 9 dicembre 1943 con l’arresto della famiglia Colombo a Forno Canavese dove si era rifugiata in seguito all’8 settembre e alla spietata caccia all’ebreo messa in atto da nazisti e fascisti. Ma mentre i genitori, Sandro e Wanda, vengono immediatamente trasferiti in carcere a Torino, la figlia Elena, una bambina di dieci anni ( ne avrebbe compiuti undici a giugno) venne affidata dalle SS a una famiglia di amici, i De Munari. “Un caso pressoché unico nella storia della deportazione italiana – come sottolinea Rondolino – poiché le famiglie erano sempre arrestate e deportate in blocco, dai nonni ai neonati. Quel giorno a Torino accadde qualcosa di incredibile. Elena si separa dai genitori convinta di rivederli presto, Sandro e Wanda la salutano convinti di averla messa in salvo”. Ma il destino sarà ben diverso: i genitori vengono infatti inviati ad Auschwitz dove arrivano il 6 febbraio 1944. Wanda è fra le quasi trecento donne che, caricate sui camion, sono subito condotte alle camere a gas di Birkenau. Sandro invece muore il 25 marzo 1944, cinquanta giorni dopo l’arrivo ad Auschwitz: era stato portato a Birkenau per essere ucciso il giorno stesso nelle camere a gas. La piccola Elena rimase invece a Torino e visse per tre mesi e mezzo con quella famiglia. Il 9 marzo i tedeschi la prelevarono, portandola all’Istituto Charitas dove venne arrestata dalle SS il 25 marzo 1944, esattamente lo stesso giorno in cui suo padre veniva spinto nella camera a gas. Il giorno successivo venne caricata su un treno e portata nel campo di concentramento di Fossoli (Modena) dove rimase fino al 5 aprile 1944 quando partì per il suo ultimo viaggio verso Auschwitz. Morì sola, “sostenuta dalla speranza, alimentata dai suoi carnefici, di rivedere la mamma e il papà”. Molti anni dopo, Fabrizio Rondolino ricevette una e-mail dal Museo Diffuso della Resistenza di Torino: stavano preparando la posa di alcune pietre d’inciampo e avevano ritrovato, tra le carte della Delegazione per l’Assistenza degli Emigranti Ebrei, una lettera scritta nel maggio 1946 da Marcella Colombo. Era una richiesta di aiuto per avere informazioni sulla sorte di suo fratello Sandro, di sua moglie Wanda e della loro figlia perché, scriveva, che non avevano mai più avuto notizie della bambina. Fabrizio Rondolino è partito da lì per ricostruire la breve vita di Elena, cugina prima di suo padre, l’unica bambina ebrea italiana che – come apprese durante le indagini – ha affrontato da sola l’arresto, la detenzione e la deportazione. È un percorso che attraversa archivi, testimonianze, vecchie foto, nomi quasi dimenticati. Un viaggio dentro la propria storia familiare alla ricerca di ciò che del passato continua a vivere, fosse anche solo un nome da ricordare. Oltre al libro, la memoria di Elena è impressa nel selciato al numero tre di via Piazzi a Torino dove sono state poste tre pietre d’inciampo per lei e i genitori; a Forno Canavese, dove le è stata intitolata la scuola primaria, e a Rivarolo Canavese dove è un’ area giochi a portare il suo nome.

Marco Travaglini

Al teatro di Bosconero Neil Simon: “Un giardino di aranci fatti in casa”

Al teatro di Bosconero, in provincia di Torino, venerdì 13 febbraio prossimo andrà in scena la commedia “Un giardino di aranci fatti in casa”, tratta da un testo di Neil Simon, uno dei più amati rappresentanti del teatro contemporaneo. Si tratterà di una serata all’insegna del sorriso intelligente e della comicità agrodolce, che da sempre contraddistingue la penna del celebre drammaturgo americano.

Ambientato in un contesto familiare, apparentemente ordinario, la commedia mette in scena personaggi vividi e profondamente umani, alle prese con fragilità, speranze, incomprensioni e slanci d’affetto. I dialoghi sono serrati, le situazioni paradossali e la comicità non è mai fine a se stessa. Neil Simon accompagna il pubblico in uno spettacolo divertente e toccante, capace di far ridere e riflettere al tempo stesso. “Un giardino di aranci fatti in casa” tratta i  temi dei legami, della crescita e di quella sottile linea che separano il disincanto dalla tenerezza. Si tratta di una storia in cui l’ironia diventa strumento di racconto dei difficili legami umani, e la necessità universale di sentirsi accolti. Tra gli interpreti, Marco Costantini, Antonella Calderola e Martina D’Antoni.

Teatro Civico di Bosconero – via Villafranca 5, Bosconero – Officina dell’arte – biglietti: 10 euro – info: 389 3126525 – 328 2198601

Mara Martellotta