C’è un’alchimia segreta che lega il cinema di Paolo Sorrentino ai luoghi che attraversa: non sono mai semplici sfondi, ma interlocutori silenziosi, specchi dell’anima dei suoi protagonisti.
Se la Roma de La Grande Bellezza era un grembo barocco e decadente e la Napoli di È stata la mano di Dio un ritorno viscerale alle origini, la Torino de “La Grazia” si rivela oggi come la nuova, perfetta musa del regista premio Oscar.
Il film, che sta già facendo discutere la critica per la profondità con cui indaga il dualismo tra potere ed interiorità, trova nel capoluogo piemontese la sua dimensione ideale.
Non è un caso che Sorrentino abbia scelto proprio le geometrie rigorose e i chiaroscuri della prima capitale d’Italia per ambientare una pellicola che parla di ascesi, colpa e, appunto, grazia.
Una città-personaggio
Le riprese hanno trasformato Torino in un set a cielo aperto, toccando luoghi iconici che, sotto l’occhio del direttore della fotografia, assumono una veste metafisica.
Da Piazza San Carlo, il “salotto” della città che nelle ore notturne diventa uno spazio dechirichiano, alla maestosità neoclassica della Villa della Regina, ogni scorcio contribuisce a costruire quell’estetica della solitudine tipica del cinema sorrentiniano. Torino, con la sua aristocratica riservatezza e quella nebbia che avvolge i Murazzi, si presta magistralmente a rappresentare i corridoi del potere e i silenzi della coscienza.
Come evidenziato dai primi dettagli tecnici e dai sopralluoghi effettuati tra le sponde del Po e i palazzi storici del centro, il film gioca costantemente sul contrasto: da un lato la Roma del potere politico e religioso, dall’altro una Torino che incarna l’introspezione, il rigore e una spiritualità laica e misteriosa.
Cinema Nazionale
L’attesa per l’opera è culminata nelle proiezioni speciali organizzate al Cinema Nazionale, un evento che ha ribadito il legame indissolubile tra il regista e la comunità torinese.
La presenza di Sorrentino in sala non è stata solo una formalità promozionale, ma un atto di riconoscimento verso una città che ha saputo offrire non solo maestranze d’eccellenza — grazie al supporto fondamentale della Film Commission Torino Piemonte — ma anche un’atmosfera unica, capace di ispirare nuove traiettorie narrative.
Il pubblico ha risposto con un entusiasmo composto, quasi a voler rispettare quel silenzio sacro che attraversa le scene del film. “La Grazia” non è solo un racconto cinematografico, ma un’esperienza sensoriale che sfrutta la verticalità della Mole Antonelliana e l’ampiezza dei viali alberati per dilatare il tempo e lo spazio.
Il senso di un capolavoro
In questo nuovo lavoro, Sorrentino sembra aver trovato a Torino la chiave per risolvere il suo enigma stilistico: l’equilibrio tra l’eccesso visivo e l’essenzialità del sentimento.
La città sabauda, con la sua bellezza severa e mai urlata, funge da contrappunto perfetto alla ricerca della “grazia” dei protagonisti.
Se il cinema è l’arte di guardare dove gli altri distolgono lo sguardo, Sorrentino ha guardato dentro le corti interne dei palazzi torinesi e vi ha trovato un mondo.
Con “La Grazia”, Torino smette di essere solo una location per diventare uno stato mentale, consacrandosi definitivamente come capitale del grande cinema.
Un capolavoro che, siamo certi, resterà impresso nell’immaginario collettivo tanto quanto i passi di Jep Gambardella sul Lungotevere, ma con il battito austero e profondo del cuore del Piemonte.
Cristina Taverniti


Ho ritrovato nei miei archivi una fotografia del 1964 del Duca Amedeo di Savoia, nipote dell’eroe dell’Amba Alagi e nipote di Umberto II che fu suo testimone di notte a Cintra in quello stesso anno. Amedeo, allievo del Collegio militare del Morosini di Venezia si firmava Amedeo di Savoia, una firma che deve far pensare a certi cortigiani odierni. Con Amedeo ci fu un rapporto cordiale. Eravamo stati ambedue allievi convittori all’Istituto Filippin di Paderno del Grappa gestito dai Fratelli delle scuole cristiane. Mi parlò di lui Carlo Delcroix che era amico dello zio del principe morto in prigionia a Nairobi nel 1942 e io, quando Domenico Giglio mi invitò a Roma a ricordare Delcroix, feci ascoltare il suo discorso a Vicenza del 1960 alla presenza del giovanissimo principe. Lo invitai anche a Palazzo Cisterna a Torino insieme a persona sgradita e inopportuna che impedì tra noi la ripresa di un vecchio rapporto. Era in lui che Umberto II riponeva la sua fiducia e la sua speranza. Amedeo incarnava la serietà della stirpe, la sua dignità, la sua continuità storica. Metterò in cornice la fotografia di Amedeo e la collocherò nel mio studio privato. Mi hanno “radiato“ mesi fa, in realtà cacciato, dall’ Ordine cavalleresco Mauriziano perché avevo apprezzato un’intervista del “Corriere “al principe Aimone figlio di Amedeo .Non mi colpì la decisione (non ho mai ambito a titoli anche perché sono insignito della più alta onorificenza dello Stato italiano) ma mi offese il modo grossolano, da fureria di caserma ,di considerare un delitto di opinione poche righe di una rubrica sul “Torinese” che tengo da oltre cinque anni.Un vero attentato alla mia libertà di giornalista iscritto all’Ordine dal 1968. Adesso mi terrà compagnia questo principe marinaio destinato a morire giovane, dopo un intervento chirurgico, nel quale si trovavano riunite le migliori qualità dei Savoia e della loro storia. Lo zio Amedeo rimase, malato, in Africa, per non lasciare i suoi soldati fatti prigionieri sull’ Amba, difesa con eroismo, della cui gloria militare e pietà cristiana scrissero Delcroix e il poeta Nino Costa e sul quale Gianni Oliva ha tracciato una lucida biografia che fa risaltare chi furono gli Aosta nella storia d’Italia.