CULTURA E SPETTACOLI- Pagina 124

Gianduiotto d’Oro a Tommaso Cerno, all’EnjoyBook una storia di libertà 

Nella serata di giovedì 19 febbraio, presso il teatro Juvarra, è andato in scena il terzo appuntamento, dei sette previsti, della rassegna EnjoyBook, promossa da Marco Francia, Maurizio Conti e Cristiana Ferrini.

L’incontro con Tommaso Cerno, già direttore responsabile del quotidiano Il Tempo, de L’Espresso, condirettore di Repubblica e che dall’inizio di dicembre scorso ha assunto la direzione de Il Giornale, non ha deluso le aspettative. Il talk, moderato dall’ inviato Mediaset Marco Graziano, bravissimo nel far emergere con leggerezza i temi della serata, ha avuto come ospite anche Vladimir Luxuria, che ha dialogato con Tommaso Cerno su alcuni temi fondamentali nella nostra società: il valore di rappresentare se stessi per ciò che si è, senza compromessi, se non quello della verità, il significato di viaggiare “controcorrente”, la censura e il tradimento, soggettivo e politico, in un continuo stimolo che Tommaso Cerno approfondisce nel suo libro “Le ragioni di Giuda: quando il tradimento ideologico diventa un atto di libertà”, in uscita il 10 marzo prossimo per l’editore Rizzoli, nel quale impone una riflessione su cosa davvero sia il tradimento, se una colpa morale opportunistica o un estremo atto di libertà, quale confine separi il “vendere l’anima” dalla salvezza dello spirito. Partendo dalla controversa figura di Giuda, Cerno indaga sul senso del tradimento in quanto gesto umano fondamentale: nella fede, nell’amore, nell’ideologia, nell’appartenenza. Un libro che non offre assoluzioni né provocazioni gratuite, ma rivendica il diritto al dubbio, alla contraddizione, alla disobbedienza del pensiero, in cui il tradimento non è sempre una resa, ma anche l’unico modo, talvolta, per non tradire se stessi.

Tommaso Cerno e Vladimir Luxuria hanno portato sul palco un dibattito divertente poiché profondamente onesto, colto, ironico e pieno di connessioni con la grande letteratura e il mito: i lettori appassionati degli immortali testi inglesi e francesi avranno potuto notare, tra le righe, importanti rimandi al “De Profundis” di Oscar Wilde, quando il piano del discorso ha assunto connotati intimi nelle parole di Vladimir Luxuria, oppure a “L’immoralista” di André Gide, quando a prendere la parola è stato Tommaso Cerno, nell’ampio concetto universale del vivere “controcorrente” per guardare avanti e proiettarsi verso il futuro, dell’essere orgogliosamente percepiti “sbagliati” in quanto teste autonome e pensanti, anticonformiste per natura. D’altra parte, se ci pensiamo bene, la letteratura è il coraggio del dubbio, una lettura differente rispetto alle verità imposte, da qualsiasi parte esse provengano. Questo aspetto sembra emergere fortemente in Tommaso Cerno, che interpreta il suo ruolo di giornalista servendo l’informazione nel modo più nobile, escludendo ogni tipologia di pensiero contraffatto.

“Detengo un record – ha raccontato Tommaso Cerno – quello di essere l’unico giornalista italiano ad aver diretto un giornale fondato da Eugenio Scalfari e un giornale fondato da Indro Montanelli, una cosa che fino a dieci anni fa era considerata impossibile. Scalfari e Montanelli avevano in comune l’essere due persone totalmente libere nel loro giudizio. Scalfari fondò l’Espresso ispirato da una storia d’amore vissuta a Parigi, in gioventù fu un grande amatore, e nel suo fare giornalismo potevamo trovare lo stesso senso di libertà e la stessa passione richiesti per fare bene l’amore. L’Espresso è stato il giornale ‘corsaro’ per eccellenza. Montanelli, invece, era un gigante fra i giganti del giornalismo, lavorava al Corriere della Sera, il giornale che si tramanda di generazione in generazione, quotidiano che fu un pilastro dell’Italia intera, ma a un certo punto decise di andare via e fondò, nel 1974, il Giornale nuovo (che dal 1983 in avanti divenne il Giornale), dandogli un orientamento fortemente liberale, indipendente dalle linee dei partiti politici. All’Espresso mi scelsero perché io rappresentavo quello ‘sbagliato’, quello che sapeva ragionare con la propria testa, che poi è il vero significato del termine ‘controcorrente’: nuotare con la forza delle proprie idee guardando al futuro”.

“Durante tutta la mia carriera – ha continuato Tommaso Cerno – ho seguito questi principi liberali con estrema serietà. La libertà di potermi esprimere secondo il mio pensiero, senza ‘influenze’ esterne, mi ha permesso di leggere il mio Paese attraverso una lente critica che al tempo mi portò a difendere la satira di Charlie Hebdo (in riferimento alla vignetta riguardante il terremoto che colpì Amatrice) e che mi porta oggi ad affermare che il germoglio di una società libera lo vedo più a destra che a sinistra”.

“Io ho avuto da piccola la sindrome del salmone – ha raccontato con dolcezza e ironia Vladimir Luxuria – mi sono sentita controcorrente rispetto ai miei compagni di scuola, ai miei cugini e ai miei amici perché stavo sviluppando un’identità di genere differente. Già da ragazzina ero visibilmente diversa rispetto ai miei coetanei, però non ho mai smesso di nuotare, neanche di fronte all’impeto della corrente, e oggi posso dire di essermi trasformata in una persona serena, tranquilla e in pace con me stessa. Il nome Vladimir significa ‘la potenza della pace’, e sento di portarlo con maggior senso di appartenenza e orgoglio rispetto all’altro Vladimir…”

“Le parole di Vladimir sono belle perché vere – ha commentato Tommaso Cerno – che è anche il tema della serata: è controcorrente chi dice la verità senza pensare troppo alle conseguenze. Io e Vladimir, in maniera apparentemente diversa, facendo cose differenti, rappresentiamo in Italia due menti libere, e ora che ci stiamo conoscendo meglio riesco a percepire in lei una potenza e un’intensità che ho visto in pochissimi italiani”.

A Tommaso Cerno è stato consegnato il Gianduiotto d’Oro, assegnato nell’ambito della rassegna EnjoyBook.

Giovedì 5 marzo, al teatro Juvarra, Emanuele Filiberto di Savoia sarà l’ospite di EnjoyBook per l’incontro dal titolo “Identità Reale”. I biglietti sono acquistabili su Mailticket al costo di 33 euro, di cui 3 saranno devoluti alla Fondazione Piemontese per la Ricerca sul Cancro

https://www.mailticket.it/rassegna-custom/301/enjoybook-2026–storie-di-libert%C3%A0-e-visione

Gian Giacomo Della Porta

“365 Oscar Mondadori”… quando i libri si pagavano ancora in “lire”

Al “Circolo dei lettori” di Torino, si presentano, in un gradevolissimo “libro illustrato”, sessant’anni di storia della grande editoria italiana

Lunedì 23 febbraio, ore 18,30

Che nostalgia! Quanti anni sono passati. Ero ancora un ragazzotto, un abbastanza studioso “pivello” (o “pischello” direbbero a Roma) e frequentavo a Torino il mitico “Istituto Rosmini” – oggi sede del “Corso di Laurea in Infermieristica” dell’Università subalpina – sito nell’omonima via dedicata al sacerdote – filosofo (“beatificato” da Papa Benedetto XVI nel 2007) roveretano. Andavo bene a scuola, benissimo a tirar di palla nel cortile affacciato alla via Nizza e avevo un sogno: crearmi in un angolo dell’alloggetto in cui vivevo con mamma e papà al civico 17 della vicina via Bidone, una mia piccola casalinga “biblioteca”. Già, amavo tanto leggere. Ma i soldini che circolavano in casa non arrivavano quasi mai a soddisfare quel tanto di “superfluo” che andasse oltre il necessario tran tran del vivere quotidiano. Fu per me, quindi, una grandissima gioia, scoprire un bel giorno nella vetrina della solita “Cartolibreria” vicina a casa, in via Saluzzo, l’uscita di piccoli “grandi” libri a prezzi (con qualche mio personale sacrificio) finalmente abbordabili. Correva l’anno 1965. Circolavano ancora le lire (l’“euro” era lontano) o, al più, i “gettoni telefonici” usati, oltre che nelle cabine (quelle tante che ancora oggi resistono inutilmente!) per chi ancora non disponeva della comodità di un telefono casa, come equivalenti delle monete di piccolo taglio e di piccolo valore. Ebbene, quei libri tanto desiderati e “assaporati” , naso incollato a quella vetrina da sogno (come un bimbo goloso di fronte agli irresistibili dolci di una “signora” pasticceria) costavano, allora, la cifra “da non crederci” di 350 lire (a fronte del costo medio che si aggirava, in quegli anni, per le opere di Narrativa intorno alle 1800 lire), l’equivalente di un biglietto per il cinema. Sconvolgente!

Ma che libri erano mai? Erano i primi nati della celebre Collana “Oscar Mondadori”, prima Collana italiana di “libri tascabili” (o “libri – transistor”slogan coniato dal poeta Vittorio Sereni, che alla Collana lavorava con Alberto Mondadori, figlio del grande Arnoldo) venduti, per la prima volta in Italia anche nelle edicole.

L’abbiamo detto, correva l’“Anno Domini” 1965. E oggi, in occasione del 60° anniversario di quella “benedetta invenzione”, la “Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori” presenta a Torino al “Circolo dei lettori e delle lettrici” (via Bogino, 9) “365 Oscar Mondadori”, il secondo annuario della Collana “365”, a cura di Arianna Gorletta (dal 2015 impegnata nell’“heritage” della “Fondazione”) e Livia Satriano (responsabile della pagina “Instagram” libribelli_books, seguita da oltre 43mila utenti).

L’appuntamento, in programma lunedì 23 febbraio (ore 18,30), si inserisce in “Dialogo aperto”, la Stagione 2025/2026 della “Fondazione Circolo dei lettori”.

Dopo il successo di “365 Telegrammi”“365 Oscar Mondadori” intende celebrare la storia della collana che ha, davvero, rivoluzionato l’editoria italiana, proponendo una selezione di 365 copertine a colori tratte dai 13.431 titoli pubblicati tra il 1965 e il 2025.

Ogni copertina racconta non solo i bestseller e i grandi illustratori come l’alassino Ferenc Pintér o il milanese (“Uomo del cerchio”Carlo Jacono o l’olandese Karel Thole, ma anche “le trasformazioni della grafica, del gusto e del costume dell’Italia negli ultimi sessant’anni”.

Ma, attenzione!, “365 Oscar Mondadori” non è solo un libro da leggere, ma un vero e proprio “catalogo storico illustrato”, il primo della storia, con l’elenco alfabetico completo di tutti i titoli “Oscar” pubblicati dal debutto della collana, il 27 aprile 1965, con “Addio alle armi” di Ernest Hemingway al prezzo di 350 lire (stampato in 60mila copie, tutte esaurite il giorno stesso dell’uscita), per arrivare alle “uniform edition” firmate da “graphic designer” di fama internazionale come l’irlandese Jack Smyth per Italo Calvino o alle copertine “anonime”, non firmate e prive di autore, e a quelle “rare”, subito sostituite o andate fuori catalogo.

A completare l’opera, 52 pagine di curiosità, aneddoti e numeri sulla storia dei “libri-transistor” che, fin dalla nascita, si rinnovano ogni settimana e durano tutta la vita. Ad esempio, come ci racconta il libro, sono 288 gli “Oscar” che contengono nel titolo la parola “amore” e 171 quelli con “guerra”121 é invece il numero dei romanzi dell’autrice più rappresentata negli “Oscar”: l’ineguagliabile Agatha Christie che batte Georges Simenon (83) e Italo Calvino (61).  Fra i titoli “leader” di mercato, nel corso degli anni e delle varie “sottocollane”: “Un amore” di Dino Buzzati, con 400mila copie vendute, per non dire del vero long-seller, a firma di Carlo Cassola,“La ragazza di Bube”446.800 copie vendute in sei anni.

Un “tuffo” nel “passato”. E in un “presente” che ancora ha tanto da apprendere e restituire in fatto di emozioni.

La prefazione è a cura di Giacomo Papi (scrittore, nonché “direttore dei contenuti” di “Fondazione Mondadori”) e Livia Satriano.

Per infowww.circololettori.it o www.fondazionemondadori.it

Gianni Milani

Nelle foto: Cover “365 Oscar Mondadori” e cover prime edizioni di “Addio alle armi” (Ernest Hemingway) e di “Poirot e i quattro” (Agatha Christie)

Riccardo Muti per Anteprima Giovani di Macbeth al Teatro Regio

Venerdì 20 febbraio, alle ore 20

Attesissimo ritorno del Maestro Riccardo Muti al Teatro Regio di Torino, sul podio dell’Orchestra e del Coro per dirigere il Macbeth di Giuseppe Verdi, melodramma in quattro atti su libretto di Francesco Maria Piave e Andrea Maffei, dall’omonima tragedia di William Shakespeare. Si tratta della quarta presenza del maestro al Regio in cinque anni, con uno dei titoli verdiani che più hanno distinto la sua carriera. Il nuovo allestimento, dal grande impatto visivo, e capace di immergere lo spettatore nell’inconscio del protagonista, è firmato dalla figlia Chiara Muti.
In scena, nel ruolo principale, Luca Micheletti, baritono e attore di straordinaria intensità scenica, sempre più assiduo frequentatore del repertorio verdiano, in scena affiancato dal soprano Lidia Fridman, nelle vesti di Lady Macbeth, soprano dalla voce incisiva e di grande presenza scenica, che torna al Teatro Regio dopo il ‘Ballo in maschera’ del 2024. In un cast d’eccellenza, figurano con loro il tenore Giovanni Sala, già applaudito nel ‘Don Giovanni’ del 2022, e Mahrram Huseynov, reduce dal recente successo della ‘Cenerentola’, mentre il Coro del Regio è istruito da Piero Monti. Le scene sono firmate da Alessandro Camera, i costumi da Ursula Patzak, la coreografia di Simone Valastro e le luci di Vincent Longuemare. L’opera, in coproduzione con il teatro Massimo di Palermo, andrà in scena per sei recite, dal 24 febbraio al 7 marzo prossimo, e tutte le date sono sold out. Questo nuovo Macbeth è stato reso possibile grazie al contributo di Reale Mutua, che rinnova il suo sostegno ai grandi progetti artistici del Teatro.

“Siamo davvero molto contenti di dare il benvenuto al Maestro Riccardo Muti per questo ritorno così gradito al Teatro Regio – ha dichiarato il Sindaco di Torino, Stefano Lo Russo – la sua presenza conferma in questa attesa produzione di Chiara Muti il ruolo del Regio come punto di riferimento per una proposta artistica di livello internazionale, ma anche di luogo in cui la città si conosce e si interroga su temi profondi e quanto mai attuali, come il desiderio di supremazia e la tirannia che la tragedia di Macbeth porta in scena”.

“Con Macbeth, la nostra stagione “Rosso” trova una delle sue espressioni più intense – afferma Mathieu Jouvin, Sovrintendente del Teatro Regio – l’opera di Verdi, ispirata a Shakespeare, mette in scena il conflitto tra desiderio di potere e responsabilità morale, in quella regione cruciale dell’anima dove ogni scelta lascia un segno. È proprio questa tensione, attuale e universale, che rende il ritorno al Regio di Riccardo Muti, con questo titolo, un momento di straordinario valore artistico, rinnovando un legame fondato su stima reciproca e altissima qualità musicale. Il Maestro Muti è un interprete che scava nella partitura, fino a restituire la verità teatrale più profonda, e Macbeth, opera che lo accompagna da tutta la vita, trova in lui una guida capace di coniugare tensione drammatica e lucidità musicale. La nuova produzione firmata da Chiara Muti, con uno sguardo che penetra lo spazio interiore del protagonista, e il confine instabile tra visibile e invisibile, indaga il dramma della coscienza e della percezione, dove bene e male si confondono. Si tratta di un allestimento che parla direttamente al nostro tempo, perché mette al centro la responsabilità individuale, il peso delle scelte e le conseguenze morali del potere. Con Macbeth il Regio conferma la propria vocazione di teatro che, attraverso la forza della musica e della scena, invita il pubblico a confrontarsi con le domande più profonde dell’essere umano”.

“Macbeth rappresenta uno dei vertici musicali e drammatici dell’intero repertorio verdiano, e occupa un posto centrale nella nostra stagione “Rosso” – dichiara Cristiano Sandri, direttore artistico del Regio – È un’opera che unisce forza teatrale, tensione psicologica e modernità di linguaggio, e che trova un’interprete d’elezione nel Maestro Riccardo Muti. Il suo ritorno al Regio con questo titolo rinnova un rapporto artistico profondo con l’Orchestra e il Coro, suggellato anche dalle parole che egli stesso rivolse ai nostri complessi fin dal 2021, riconoscendone l’eccellenza a livello nazionale. La regia di Chiara Muti affronta Macbeth come un viaggio nella coscienza, uno spazio mentale in cui colpe, visioni e desideri deformano la percezione della realtà. È uno sguardo teatrale intenso e contemporaneo, capace di restituire tutta l’ambiguità e la vertigine morale del dramma shakespeariano filtrato da Giuseppe Verdi. Siamo inoltre felici di presentare un grande cast, di alta qualità e dall’importante presenza scenica”.

Quando Verdi mise in scena Shakespeare nel 1847, trasformò la materia teatrale in materia visionaria, anticipatrice del suo linguaggio futuro. Macbeth è il più tenebroso. Una storia di potere e usurpazione resa fisica e concreta, dove il sangue e la colpa dilagano fino a travolgere, mentre l’avidità del male, che tanto affascinò Verdi, lettore di Shakespeare, mostrò le sue conseguenze più estreme.
Chiara Muti scava nei tormenti del protagonista e nel rosso più oscuro, quello del sangue versato per sete di dominio, della colpa che non si lava, del desiderio che si tramuta in condanna.

“Macbeth è il dramma dell’antitesi – come ha dichiarato Chiara Muti al quotidiano La Repubblica – in scena assistiamo a un capovolgimento di valori. Sotto i nostri occhi, l’eroe della storia da positivo diventa negativo: sceglie il male mascherandolo per un bene. Un Re da difendere si trasforma in un ostacolo da sormontare. Ecco la straordinaria lezione che racchiude il testo di Shakespeare, in cui le streghe, all’inizio del dramma, ci prendono per mano sussurrando una frase che custodisce la chiave di lettura: “bello è il brutto, brutto è il bello. Per sostenere emotivamente le conseguenze dei propri atti bisogna giustificare le scelte, quindi il bene diventa un male e un male diventa un bene. Macbeth non incontra le streghe, ma le genera, sono l’indicibile materia grigia del suo inconscio confuso, avvelenato da una febbre di onnipotenza”.

Venerdì 20 febbraio, alle ore 20, andrà in scena l’Anteprima Giovani del Macbeth, riservata al pubblico under 30. I biglietti per l’Anteprima sono disponibili a 10 euro fino a esaurimento posti.

Info: www.teatroregio.torino.it

Mara Martellotta

“Il maggiordomo” di Simone D’Angelo, una figura che ripercorre la storia della commedia

Domenica 8 febbraio scorso, presso il teatro Provvidenza di via Asinari di Bernezzo 34/A, a Torino, è andata in scena la “prima” dello spettacolo “Il maggiordomo”, commedia teatrale in due atti scritta e diretta da Simone D’Angelo, capocomico dell’omonima compagnia, sul palco insieme ad Antonella Legittimo, Giuseppe Nicoletti e Daniele Caggia. La scenografia minimale da ambientazione casalinga evidenzia quanto prevalga in Simone D’Angelo il senso del testo brillante, con una scelta dialogica che diverte e fa riflettere, come la grande comicità di tutti i tempi richiede. La bravura degli attori in scena, i tempi comici studiati alla perfezione e un’affiliazione totale a quello che viene definito “physique du role”, hanno contribuito a dar vita a una pièce teatrale che ha il potere di rinfrancare e lavare via le fatiche di una settimana in procinto di volgere al termine.

Nelle commedie brillanti, e “Il maggiordomo” non rappresenta l’eccezione, vi sono alcune figure e alcuni ruoli che, per suscitare la risata, devono in qualche modo evocare un intimo sentimento che abbia a che fare con la tragedia: ciò che fa molto ridere ha sempre qualcosa che il potere associato alla risata fa emergere come un tratto tragico, molto spesso individuabile nelle dinamiche in scena, universali perché, in fondo, rappresentano ognuno di noi, come quando ci si guarda davanti a uno specchio la mattina prima di iniziare la giornata.

Quella del maggiordomo, nella commedia, è una figura iconica, archetipica dell’anima, una sorta di figura medianica tra le semplici vicende umane e la loro esasperazione, quella del grande burattinaio dell’intera trama, rappresentazione dell’innesco comico senza il quale sarebbe impossibile mettere in atto il gioco del teatro.

“il mio ringraziamento va a tutti i presenti, agli assenti che verranno a vederci a teatro la prossima volta e a tutto il bellissimo cast che mi ha accompagnato nella rappresentazione de ‘Il maggiordomo’ – ha chiosato Simone D’Angelo al termine dello spettacolo – questa commedia è la prima a essere stata scritta e diretta da me, e voi del pubblico presente in sala avete rappresentato il mio battesimo. E’ stata un’esperienza dura e intensa, fatta di tanto lavoro e sacrificio, ma si lavora per soddisfazioni come quella di oggi”.

Di questo spettacolo, consigliatissimo, sono in via di definizione le prossime date.

Mara Martellotta

Crown of glory. Palazzo Madama approda in Cina

CROWN OF GLORY 18th Century Italian Court Treasures from the House of Savoy

 

Tianjin Museum

Repubblica popolare Cinese

13 febbraio – 12 luglio 2026

 

Alla presenza dell’Ambasciatore d’Italia in Cina, Massimo Ambrosetti, e di Yu Pengzhou, Vice Segretario Generale del Governo Popolare Municipale di Tianjin, Segretario del Gruppo di Partito e Direttore dell’Ufficio Municipale della Cultura e del Turismo di Tianjin si è inaugurata al Tianjin Museum lo scorso 13 febbraio la mostra Crown of glory. 18th Century Italian Court Treasures from the House of Savoy.

Dopo il notevole successo riscosso nella precedente tappa in Cina, al Guandong Museum di Guangzhou – tra le prime tre istituzioni museali della Repubblica Popolare Cinese, con oltre sette milioni di visitatori annui – il progetto espositivo promosso da Palazzo Madama di Torino approda al Tianjin Museum, una delle istituzioni culturali più prestigiose del Paese, consolidando un percorso di cooperazione internazionale che vede protagonista il patrimonio storico-artistico piemontese e sabaudo, alla sua terza grande esposizione aperta in Cina negli ultimi dodici mesi, considerato anche il significativo successo della mostra al Museum of Wu di Suzhou, che ha attratto oltre 180.000 persone.

La mostra Crown of glory offre al pubblico cinese l’opportunità di scoprire la Torino del XVIII secolo, ormai affermata come una delle capitali più raffinate d’Europa, fulcro della vita politica e culturale della dinastia sabauda. Attraverso oltre 160 opere – tra preziose oreficerie, bronzi, vetri dorati, dipinti, tessuti, porcellane, mobili, libri e straordinari esempi di arti applicate – il percorso espositivo racconta quasi due secoli di vita di corte, restituendo la complessità di un sistema culturale fondato su cerimoniale, rappresentazione del potere, arti decorative e saperi artigianali di eccellenza.

Cuore concettuale della mostra è il “saper fare”: quell’idea tutta italiana che trasforma la tecnica in arte, la funzione in bellezza, l’abilità manuale in valore simbolico. È il principio che ha reso la manifattura sabauda un modello europeo e che ancora oggi costituisce uno dei tratti distintivi dell’identità culturale italiana. Orafi, ebanisti, vetrai, tessitori e intarsiatori non furono semplici artigiani, ma interpreti di un linguaggio estetico e politico capace di definire il prestigio di una dinastia tra le più longeve d’Europa.

La Casata dei Savoia, una delle più antiche dinastie occidentali, ha contribuito in modo determinante alla costruzione dell’identità italiana e alla definizione di Torino quale capitale culturale e politica. Nel Settecento la città affermandosi quale modello di eleganza urbana, con le sue residenze reali, le grandi architetture barocche, le cerimonie solenni e un sistema di palazzi e paesaggi – oggi riconosciuto dall’UNESCO quale Patrimonio dell’Umanità – che costituiva la scenografia del potere.

E se la mostra principia da questo abbrivio, essa giunge a raccontare anche la storia di un grande incontro tra culture, esponendo opere realizzate in Cina per la corte sabauda, testimonianza della profonda fascinazione che l’Oriente esercitò sull’Europa del XVIII secolo. Questi oggetti, nati dal dialogo tra mondi lontani, tornano oggi simbolicamente in Cina, e trovano a Tianjin – città storicamente aperta agli scambi e alle relazioni internazionali – un contesto particolarmente significativo. Un ritorno che ribadisce come la cultura abbia sempre viaggiato oltre i confini, creando connessioni e influenze reciproche.

Una mostra affascinante che fa conoscere una civiltà di corte sofisticata e una capitale culturale come Torino e il suo territorio che molto hanno contribuito alla Storia e alla definizione dell’identità del nostro Paese – ha dichiarato Sua Eccellenza l’Ambasciatore d’Italia in Cina Massimo Ambrosetti, sottolineando con la sua presenza come il progetto nasca dal dialogo scientifico tra Palazzo Madama e il Tianjin Museum e si inserisca in un più ampio percorso di diplomazia culturale che, in occasione del 55° anniversario delle relazioni diplomatiche tra Italia e Cina, rafforza il ruolo dei musei come luoghi di confronto, cooperazione e costruzione di una memoria condivisa.

Con questa bellissima mostra, l’Italia riesce a portare all’attenzione del pubblico cinese un tassello centrale della propria storia e della propria cultura – ha affermato il Direttore dell’Istituto Italiano di Cultura di Pechino, Federico Roberto Antonelli, per una mostra che grazie all’allestimento immersivo e a un ricco apparato multimediale dedicato anche al sistema delle Residenze Reali Sabaude, propone un racconto coinvolgente che intreccia arte, architettura, paesaggio e identità politica, restituendo l’immagine di un Piemonte protagonista della storia europea.

Con questa nuova tappa al Tianjin Museum, Crown of glory conferma il valore strategico della collaborazione tra istituzioni culturali italiane e cinesi, proponendosi non solo come evento espositivo di rilievo internazionale, ma come autentico ponte tra storie, competenze e visioni, nel segno della qualità, del dialogo e della bellezza condivisa.

Quando al Teatro Ariston c’erano i Pandemonium

Sanremo raccontato dai suoi protagonisti

Quando a Sanremo si cantava “Tu fai schifo sempre”. Mancano 5 giorni all’inizio di un Festival in cui troveremo ben 44 volte la parola “amore”, e 14 “cuore”, nei testi dei brani in gara. Mentre nell’ormai lontano 1979 a Sanremo si cantava “Tu fai schifo sempre” e sul palco del Teatro Ariston c’erano i Pandemonium a proporre questa surreale canzone cult, e tra loro l’autore del testo Gianni Mauro che racconta: “siamo nati da un’idea della Rca italiana che voleva creare un laboratorio con tutti i nuovi cantautori sotto contratto. Con me c’erano Amedeo Minghi, Giorgio Bertinelli, Michele Paulicelli e poi alcuni attori, musicisti e cantanti, uomini e donne. Ci misero insieme per fare una specie di comune, come usava allora. Vivevamo tutti insieme, ed il senso era quello di interagire tra di noi: come cantautore potevo confrontarmi con dei musicisti e degli arrangiatori, o far cantare una canzone mia da una cantante, oppure ancora far sentire a Minghi dei pezzi miei, e viceversa lui a me. Era un modo per scambiarci le nostre esperienze, ed anche se eravamo giovanissimi perché avevamo poco più di vent’anni, o forse Amedeo era un po’ più grande ed aveva pure già scritto per i Vianella, ne avevamo tutti quanti comunque già avute.

C’era questo interscambio tra cantautori e cantanti, ed avevamo anche un produttore e arrangiatore, il grande Piero Pintucci, uno dei più grandi autori e arrangiatori italiani che produceva in contemporanea sia noi sia Renato Zero e la Ferri. Gabriella tra l’altro un giorno ascoltò un mio pezzo dal titolo “Lunedì” che volle assolutamente inserire in un suo Lp e che mi aprì le porte come autore, avendo poi in seguito scritto per tanti altri artisti italiani come Gigi Proietti, Lando Fiorini, Gianni Nazzaro e soprattutto collaborato con il maestro Detto Mariano ed il grande Adriano Celentano per fare le sigle dei film di successo negli anni ’80 e ’90, ad esempio, “Il bisbetico domato”, “Il ragazzo di campagna”, “Spaghetti a mezzanotte” ed altri ancora.” Prima di “Tu fai schifo sempre” nel ’79 ci fu però una precedente esperienza, la prima, a Sanremo come corista.

“Sì, nel 1978 con il caro amico Rino Gaetano che aveva già avuto un discreto successo con “Il cielo è sempre più blu”, “Berta filava” e alcuni altri pezzi. Siccome però non veniva fuori in maniera forte la Rca decise di mandarlo a Sanremo per fargli acquisire appunto notorietà. Solo che successe un pò di casino: Rino voleva andarci con “Nuntereggae più”, però la Rca si oppose perché diceva che venivano menzionati troppi nomi di politici e di persone importanti, e quindi non l’avrebbero mai accettata al Festival. Quindi si ripiegò su “Gianna”. L’esperienza del ’78 fu davvero strabiliante e strepitosa perché Rino che io avevo conosciuto qualche anno prima era una persona molto umile, disponibile, e quando si inventò quel finale del “Ma dove vai, cosa fai…” quella specie di filastrocca tarantella, fu il trionfo, iniziò il suo vero successo. Lui volle portare con sé un quartetto e quindi venne a vedere un provino al Cenacolo, un capannone della Rca in aperta campagna dove c’erano tante sale prove e dove venivano tutti, da De Gregori a Battisti alla Schola Cantorum.

Alla fine si convinse che a parte me che già mi aveva scelto perché sembravo un barbone, insomma ero molto caratteristico, con i baffoni, i capelli lunghi e il basco, di portare sul palco dell’Ariston Angelo Giordano perché diceva che assomigliava a Ninetto Davoli, e poi scelse sempre tra i Pandemonium, Monica Bergamaschi e Angiolina Campanelli, due bellissime ragazze molto hippy. Così andammo tutti e quattro con lui a fare questa bellissima esperienza. “Gianna” arrivò a sorpresa terza e quella sera mentre ci stavamo svestendo per andarcene a cena con Rino, il produttore lo chiamò per farlo correre sul palco e riproporre la canzone con noi euforici al seguito.

Per quanto riguarda il 1979 invece, avevo scritto due anni prima una canzone in base a una musica che mi diede Angelo Giordano, che ha fatto parte per due anni dei Pandemonium; mi diede allora un brano senza testo, o meglio con una specie di testo in finto inglese, ed io un giorno mentre stavamo registrando al Teatro Delle Vittorie lo spettacolo televisivo “…E adesso andiamo a incominciare” con Gabriella Ferri, stavo strimpellando la mia chitarrella e mi venne in mente all’improvviso la brillante e strana idea di metterci sopra invece dei soliti amore mio ti amo, ti voglio tanto bene, esattamente il contrario: “Tu fai schifo sempre/ da mattina a sera”! Perché pensai: voglio uscire fuori dalla banalità, voglio fare una cosa dissacrante al massimo, voglio tentare, sempre se il patron del Festival Gianni Ravera accetta, perché sarà un pugno nello stomaco, una cosa totalmente al di fuori di tutti i canoni di Sanremo. Ed un giorno mentre canticchiavo per i fatti miei questo “Tu fai schifo sempre” in un angolo del Delle Vittorie, si trovava a passare di lì Roberto Lerici, uno dei più grandi intellettuali di origine milanese, amico di Fo, Jannacci e che era autore del programma, il quale appena mi sentì cantare la prima strofa si bloccò, ed io molto intimidito e vergognoso gliela feci sentire nuovamente e lui disse: “ma questa è un’idea fortissima, questa se la porti a Sanremo fa il boom, mi devi credere!” Allora io confortato dalle parole di Lerici corsi subito da Piero Pintucci che ne rimase colpito pure lui. Così la completai e quando la sentì Ravera pure lui mi disse: “questa dobbiamo assolutamente portarla a Sanremo perché farà il botto”, ed anche se non vincemmo e non arrivammo tra i primi tre sono 47anni che rimane una canzone famosissima e sempre ricordata.”

Igino Macagno

Grandi cantieri espositivi e strutturali vivono nei Musei Reali

Nell’attraversare la piazzetta Reale, guardi ai grandi manifesti apposti sulla facciata di palazzo Chiablese, e già conosci la bellezza e il gran successo della mostra di Orazio Gentileschi, “un pittore in viaggio”, come s’è già gustato nei giorni scorsi il confronto, tra colori e particolari e tableaux esaurientemente esplicativi, al secondo piano della Sabauda, negli spazi dello Spazio Scoperte, tra i due “Giudizi Universali”, di Beato Angelico l’uno, di Bartholomeus Spranger l’altro: ambedue le mostre visitabili sino al 3 maggio. Esempio di una bella fucina che non cessa mai di forgiare, oggi si sale nel Salone delle Guardie Svizzere del Palazzo Reale per ritrovarti davanti, eccezione fatta nella presenza di Gaetano Di Marino, pragmatico e sostanzioso Segretario Amministrativo, una bella tavola al femminile, sei donne, al centro la guida e direttrice Paola D’Agostino – succeduta a Mario Turetta, che già in precedenti occasioni ha esposto con considerevole fermezza la sua linea di comportamento -, ai lati le Responsabili d’Area, schermo in perfetto movimento di efficienti sinergie, un lungo e bell’esempio di collaboratrici soprattutto e collaboratori nelle fitte pagine della cartella stampa, Annamaria Bava (Gestione e cura delle collezioni), Giovanna Abruzzese (Amministrazione e gestione risorse umane), Barbara Vinardi (Architettura, strutture e sicurezza), Elisa Panero (Mediazione, Accoglienza, Vigilanza e Servizi educativi), Barbara Tuzzolino (Comunicazione e Promozione, “che gode ottima salute”). È “l’omaggio dovuto a chi lavora dietro le quinte – sottolinea D’Agostino che ha voluto tutti intorno a sé -, a chi dimostra ogni giorno capacità di lavoro, continuo, efficace, fatto di lunghe prospettive, a chi conferma a ogni occasione l’orgoglio di appartenere alla compagine dei Musei”, che quest’anno festeggiano i dieci anni della loro esistenza (era il gennaio del 2016, oggi si pensa già appieno alle impostazioni delle prossime tre stagioni), nel top dei primi dieci musei italiani, pietra miliare, per cui qualcosa sarà pur necessario inventare ed è già pronta una serie di eventi culturali che troveranno il loro perfetto contenitore nell’estate.

Cultura, innovazione e valorizzazione del patrimonio”, un’animazione che coinvolge altresì “lo stato d’avanzamento dei cantieri strategici finalizzati alla conservazione, valorizzazione e fruizione dei beni architettonici, artistici e naturalistici”, che guarda alle differenti collezioni “enciclopediche per numeri e varietà di opere d’arte” ed “inestimabili”, alla loro maggiore fruizione da parte di un pubblico sempre più attento, al loro consolidamento. Educare proprio quel pubblico, accompagnarlo nella molteplice scoperta di un consistente patrimonio, al di là di questa o quella mostra che si possa definire eccellente fiore all’occhiello. “Una mostra in permanenza del collezionismo sabaudo” quindi, mettendo un giusto accento tra “temporaneo e permanente”, ci tiene ancora ad affermare la direttrice dei Musei. In questo panorama che a tratti abbraccia il non visto, il tenuto nascosto, il non sufficientemente frequentato, si inseriranno tre “piccoli” progetti: grazie al contributo della Fondazione CTR, nell’ambito di “Patrimoni sommersi – parte seconda”. sarà possibile eseguire il restauro dell”Armatura indiana B. 52”, presente all’Armeria Reale fin dal 1840 e custodita nei depositi del museo a causa del cattivo stato di conservazione; come nella primavera di quest’anno sarà ulteriormente valorizzata e arricchita con una serie di approfondimenti multimediali dedicati alla tecnica della ceramica la Collezione Lenci, donata in passato dai coniugi Ferrero, come con il sostegno di enti e associazioni in questo stesso anno verrà restaurato il dipinto a olio su pietra che raffigura “L’adorazione dei Magi”, anch’esso in cattivo stato di conservazione, che potrebbe essere legato alla produzione di Cornelis van Poelenburgh e Bartholomeus Breenbergh, artisti olandesi attivi nell’area romana nella prima metà dei Seicento.

A chi ne chiede notizie, la risposta è negativa, nel 2026 l’”Autoritratto” vinciano se ne starà a riposo e non sarà quindi visibile. Nello Spazio Leonardo, al primo piano della Sabauda, in un ulteriore appuntamento con “A tu per tu con Leonardo”, dal 20 marzo al 28 maggio prossimi, verrà esposto il disegno autografo “Tre vedute di testa virile con barba”, che fa parte del corpus del Genio conservato presso la Biblioteca Reale di Torino. Curatori ospiti Simone Facchinetti e Arturo Galansino. A percorrere l’intera seconda metà dell’anno (dal 21 maggio) sino ad attraversarne il limite (si chiuderà il 6 gennaio), i Musei Reali celebreranno la Regina Margherita, prima regina d’Italia, in occasione del centenario della morte con più iniziative. Curata da Lorenza Santa, Fabio Uliana e Maria Luisa Ricci, la mostra “Margherita, prima Regina d’Italia. Storia, cultura e stile tra Biblioteca e Palazzo Reale” sarà la vetrina di volumi, documenti e fotografie, per la maggior parte inediti, a testimoniare gli interessi artistici della sovrana, il tutto accresciuto dei tanti doni che da ogni parte d’Italia le giungevano, grazie alla vasta popolarità di cui godeva e che aveva saputo nel corso degli anni costruire. Nel corso dell’anno saranno altresì calendarizzate aperture speciali del suo appartamento al primo piano di palazzo Reale, mentre il 12 e il 14 novembre avrà luogo un convegno a lei dedicato. Ancora uno sguardo al femminile: a cura di Elisa Panero, dal 21 maggio al 6 gennaio 2027, ecco “Il Volto delle Donne. L’altra faccia della Storia” ospitata nel Medagliere Reale, un vero museo nel museo, una “nuova stagione espositiva” che metterà in scena una selezione di volti femminili di diverse epoche per farle tornare a dialogare con gli spettatori.

Dagli anni a cavallo tra due secoli a quelli che viviamo. Dal primo ottobre sino al 17 gennaio, forse contravvenendo a quanto solitamente ci è proposto in quegli spazi, le sale di palazzo Chiablese ospiteranno la retrospettiva “Still image. Fotografie di Jessica Lange”, omaggio a una delle attrici più moderne e affermate di Hollywood, due premi Oscar, qui in un aspetto forse meno noto, certo per la prima volta esposto in Italia. Un linguaggio fotografico che vedrà la curatela di Anne Morin, un progetto che esplorerà soprattutto il materiale realizzato a partire dalla fine degli anni Novanta, accompagnando il pubblico lungo un viaggio in bianco e nero e ideale sulla Highway, la strada che collega lo stato del Minnesota, dove l’attrice e fotografa è nata, sino a New Orleans, il racconto di un’America rurale “con uno sguardo poetico e malinconico, attento ai luoghi, alle atmosfere e ai dettagli. Dal 15 ottobre l’ospitalità va, nello Spazio Scoperte della Sabauda, alla mostra “Di padre in figlio: l’arte di Giandomenico Tiepolo tra disegno e incisione”, a cura di Sofia Villano, anche la messa a confronto con il profondo sodalizio creativo con il padre Giambattista, una occasione che nasce dall’immenso patrimonio d’incisioni della Sabauda – un patrimonio numericamente e qualitativamente importante di 6800 incisioni – e che offre la possibilità “di presentare gli aggiornamenti dei dati catalografici , di verifica conservativa e inventariale, di ricondizionamento e manutenzione dei fondi di grafica”.

Nell’ambito di quella attività gestionale delle architetture dei Musei di cui sopra si diceva, entro l’anno termineranno i restauri dei due torrioni della facciata nord verso il Giardino Ducale come il nuovo deposito dell’Armeria Reale nelTorrione Ormea. È invece ancora aperto il cantiere, finanziato con fondi PNRR, che vedrà un miglioramento nell’accessibilità e nell’accoglienza del pubblico grazie alla riqualificazione degli spazi, dall’ingresso del Cortile d’Onore, accompagnato da un nuovo sistema di illuminazione a cui s’unità l’installazione di un nuovo totem informativo ricco di indicazioni su orari e attività in corso, per un maggiore orientamento all’interno del complesso espositivo. Già suggerito in precedenti occasioni ma ora in via di fattiva realizzazione il collegamento tra il Museo d’Antichità e le aree dell’antico teatro finora non accessibili e gli spazi della paleocristiana basilica del Salvatore: progetti in un venire più o meno immediato che avranno concretezza con la richiesta e l’ottenimento dell’ulteriore fondo di 200mila euro, senza tralasciare il restauro della Fontana dei Tritoni posta nei Giardini, rivista nell’illuminazione e nell’impianto idraulico. Grazie alla Fondazione CRT e alla Legge 190, si guarderà al Bastion Verde, antico bastione cinquecentesco posto sul margine nord-est delle mura romane, mentre con l’apporto collaborativo della Fondazione Compagnia San Paolo sono in corso le verifiche tecniche che porteranno alla riapertura delle Serre Reali.

Elio Rabbione

Nelle immagini, Biblioteca Reale, Salone Palagiano, foto Musei Reali Torino; Leonardo da Vinci, “Tre vedute di testa virile con barba”, Biblioteca Reale di Torino, foto Musei Teali Torino; Giandomenico Tiepolo, “Angelica e Medoro incidono i loro nomi sulla corteccia di un albero”, Galleria Sabauda, foto Museo Reale Torino; “Minnesota, 1992”, Jessica Lange Courtesy Howard Greenberg Gallery NY

Alla Fondazione Amendola al via “Bella Storia”

Parte alla Fondazione Giorgio Amendola il progetto di animazione socio-culturale di prossimità in Barriera di Milano e Aurora, con la Sala Prove dei Podcast e due festival e iniziative per cambiare la realtà e la percezione nei quartieri.
Con la costituzione del Comitato di Coordinamento, avvenuta venerdì 13 febbraio scorso, è ufficialmente partito il progetto dal titolo “Bella storia.  Racconti del territorio ed animazione socio-culturale di prossimità”, finanziato nell’ambito del PN Metro Plus e Città Medie Sud 2021-2027, finalizzato alla promozione di interventi nei quartieri Barriera di Milano e Aurora.

Da oggi fino al 31 dicembre 2027 la Fondazione Giorgio Amendola, in qualità di capofila del partenariato, coordinerà un articolato programma di attività educative dedicate alla narrazione, alla formazione e alla partecipazione giovanile, con l’obiettivo di rafforzare coesione sociale, cittadinanza attiva e nuove competenze culturali nei territori interessati.
Il progetto prende forma attraverso il percorso “Sulle vie del futuro- Giovani che non  si arrendono” ed unisce laboratori multimediali  a musica urban, eventi comunitari a residenze artistiche e produzioni culturali condivise.
Tra le iniziative più significative del biennio, l’allestimento dell’Hub del Podcast, la Sala delle prove dei podcast a partire da maggio 2026, presso la sede della Fondazione Amendola, spazio stabile di produzione e formazione aperto a giovani, scuole, associazioni e cittadini a partire dal maggio 2026 e le due edizioni del Torino Podcast Festival il 4-7 giugno 2026 e nel novembre 2027. Si terranno laboratori, eventi conviviali e comunitari, corsi e workshop. I workshop e il Festival saranno coordinati dal collettivo Sound Design Italia.

Le attività si svilupperanno lungo l’asse tra via Bologna, corso Giulio Cesare e Lungo Dora Napoli, coinvolgendo direttamente oltre trecento persone, in particolare ragazzi del quartiere, giovani richiedenti asilo, studenti universitari, e raggiungeranno una platea ancora più vasta attraverso contenuti audio-video, eventi pubblici e, soprattutto, il Torino Podcast Festival, che nella prima edizione del prossimo giugno inaugurerà ufficialmente l’hub e lancerà il percorso triennale del progetto.
Il partenariato, guidato dalla Fondazione Amendola, vede la partecipazione  della Cooperativa Le Soleil, della Fondazione Relife ETS e di Panacea Social Farm, con la collaborazione di Panafricando.

“Insieme – dichiara Domenico Cerabona direttore della Fondazione Amendola – lavoreremo per trasformare il racconto del territorio con gli strumenti dell’inclusione e dello sviluppo sociale, contrastando stereotipi e marginalità attraverso modelli positivi di sviluppo, impegno, creatività e solidarietà.  Pensiamo davvero di aver individuato un modello innovativo di cittadinanza culturale di prossimità, in cui arte, linguaggi digitali e partecipazione attiva possono diventare fattori di rigenerazione  urbana e di fiducia collettiva”.

Mara Martellotta

Prorogata fino al 3 maggio la mostra “Manifesti d’artista”

Allestita al piano d’accoglienza della Mole Antonelliana, presso il Museo Nazionale del Cinema di Torino
È stata prorogata fino al 3 maggio prossimo la mostra “Manifesti d’artista”, allestita al piano d’accoglienza della Mole Antonelliana, realizzata dal Museo Nazionale del Cinema e a cura di Nicoletta Pacini e Tamara Sillo. Le opere in mostra sono dieci manifesti di grande formato che vanno dal muto al sonoro, ai quali si aggiunge la brochure realizzata da Guttuso per il lancio del film “Riso amaro” di Giuseppe De Santis. Queste opere provengono dalle collezioni del Museo e sono dei veri e propri gioielli nascosti, esposti, alcuni per la prima volta. La loro particolarità è di essere espressioni della cartellonistica cinematografica ad opera di artisti capaci di trasformare l’affisso pubblicitario in un’opera d’arte a sé stante. Grazie a questi autori, i manifesti assumono un’autonomia artistica che prescinde dai fini per i quali sono stati realizzati. Dietro ogni manifesto vi è, infatti, la mano di un artista eclettico, capace di trasformare in tratto grafico la propria notevole creatività. Attraverso le opere di questi autori, che si sono occasionalmente prestati alla promozione cinematografica, si percepisce la vivacità culturale degli anni in cui hanno vissuto e ai quali risale la loro creazione artistica.
Mara Martellotta

I tesori dell’Accademia delle Scienze

Un’altra meraviglia nel cuore di Torino.

Nel pieno centro della nostra meravigliosa città si trova un bel palazzo seicentesco originariamente progettato per ospitare un collegio gesuitico e trasformato, in seguito, nella prestigiosa sede dell’Accademia delle Scienze.

Sebbene tra le carte ufficiali non ve ne sia traccia, la paternità di questo edificio è stata a lungo attribuita a Guarino Guarini. A supporto di questa tesi, o che Guarini ebbe un coinvolgimento nei lavori quantomeno parziale, vi è la certezza che l’architetto in quel periodo fu impegnato nel cantiere di Palazzo Carignano che si trova proprio a due passi dall’Accademia; sono visibili, inoltre, chiari influssi dello stile di cui Guarini era uno dei massimi esponenti, il barocco piemontese, che si possono osservare in diverse parti dell’edificio, ma soprattutto ammirando il magnifico scalone.La prima pietra fu posata nel 1679 da Maria Giovanna di Savoia di Nemours, l’idea di costruire il palazzo fu del gesuita Carlo Vota mentre l’urbanista Michele Garove diresse i lavori. Nel 1773 l’ordine dei gesuiti venne abolito e, dopo che la proprietà del palazzo diventò sabauda, il palazzo fu concesso alla neo costituita Accademia delle Scienze.

L’entrata è arricchita da due figure allegoriche femminili: Veritas, rappresentata da una donna appoggiata sul globo, e Utilitas, ritratta con cornucopia e il bastone alato con due serpenti, le statue sono divise tra loro dallo stemma coronato dei Savoia.

Sono diversi i tesori custoditi all’interno di questo luogo prezioso, ma certamente i più importanti e unici si trovano nel cuore dell’edificio, il piano nobile, nella Sala dei Mappamondi che prende il nome, appunto, dai due straordinari globi realizzati dal cartografo veneziano Vincenzo Maria Coronelli. Entrambi hanno un diametro di 110 cm e rappresentano, il primo, la cartografia terrestre e l’altro quella celeste. Le decorazioni della sala, realizzate nel 1787, sono di Giovannino Galliari.

I particolari da non lasciarsi sfuggire negli angoli della volta sono davvero molti tra cui una bussola, un astrolabio un compasso, un coccodrillo e un termometro, mentre il timpano riporta le iniziali di Re Vittorio Amedeo III che istituì l’Accademia. Sopra la porta che conduce alla Sala lettura troviamo i ritratti di Euclide e Pitagora mentre all’interno di questo spazio, colmo di edizioni prestigiose accolte all’interno di ricche librerie, spiccano immagini ornitologiche e tondi con suggestive figure di animali. L’ultima sala, dalla forma stretta e lunga, ospita gli schedari storici, le pubblicazioni periodiche dell’Accademia e i repertori bibliografici per agevolare la consultazione delle opere.

Un’altra ricchezza torinese, un altro pezzo di storia che conferma quanto il patrimonio culturale di questa città, sede di memorie ed eredità culturali, sia di straordinario valore.

MARIA LA BARBERA


Per richieste di informazioni generiche su eventi e iniziative: info@accademiadellescienze.it

Fonte:

Accademia delle Scienze di Torino