I PROSSIMI CONCERTI


GLI APPUNTAMENTI MUSICALI DELLA SETTIMANA
Lunedì. Al teatro Alfieri la cantante Silvia Mezzanotte rende un omaggio a Mina.
Martedì. Al Vinile si esibisce il cantautore Gerardo Balestrieri. Al Circolo Mossetto suona il trio Monne.
Mercoledì. Al Blah Blah sono di scena i The Fuzztones. All’Osteria Rabezzana si esibisce il quartetto di Federica Gerotto, con un tributo a Amy Winehouse.
Giovedì. Al Teatro Colosseo Angelo Branduardi e Aldo Cazzullo, presentano lo spettacolo “Francesco”. Al Blah Blah suonano i The Fire. Alla Divina Commedia sono di scena i Not Very Blues.
Venerdì. Al Blah Blah si esibiscono i Small Jackets. Al Magazzino sul Po è di scena Kety Fusco. Alla Divina Commedia suona la The Lost Track Band. Al Magazzino di Gilgamesh si esibisce la Vanja Sky Band. Al Circolino suona Miriam Jitaru Quartet.
Sabato. Allo Ziggy sono di scena The Spiritual Bat + Varg I Veum.
Domenica. Al teatro Colosseo arrivano i Jethro Tull. Al Blah Blah suonano i Swirl + Cromia.
Pier Luigi Fuggetta
Approda a Torino il primo show dedicato alla felicità, con il primo grande ospite, Arturo Brachetti, che proporrà il 17 marzo prossimo “La prima storia straordinaria è della leggenda del trasformismo”.
Arturo Brachetti è un artista italiano famoso e acclamato in tutto il mondo, considerato universalmente “The legend of quick- change”, il grande maestro del trasformismo internazionale. Profondo conoscitore del teatro internazionale, da anni affianca a quello di artista il ruolo di showteller, vale a dire divulgatore teatrale, oltre a quello di regista e di direttore artistico. In oltre quarant’anni di carriera, è stato insignito di numerosi riconoscimenti, tra cui il Guinness dei Primati. I suoi spettacoli sono stati applauditi da oltre 5 milioni di persone in tutto il mondo.
La partecipazione agli spettacoli è gratuita
Inalpi Arena – corso Sebastopoli, 123, Torino – 17 marzo ore 21.
Mara Martellotta
Il 9 marzo scorso al Museo della Cavalleria di Pinerolo si e’ inaugurata la sala delle Amazzoni, dedicata alle celebri cavallerizze, che verra’ per utilizzata per diversi eventi pianificati nel 2025.
Durante l’incontro, che ha visto un susseguirsi di testimonianze ed interventi preziosi e prestigiosi, si e’ parlato anche di Fanny Vialardi di Sandigliano, la cavallerizza piemontese che ha portato gloria a questa regione nel 1925, al Concours Hippique International Militaire di Nizza, il primo campionato del mondo di monta all’amazzone su Zaglione, battendo concorrenti di alto livello come Yvonne de la Croix e vincendo il primo premio. Ma cosa vuol dire montare all’amazzone? Definita come modalita’ nell’800 prevedeva un abbigliamento speciale e vedeva la donna seduta su una sella speciale con le gambe posizionate da una parte del cavallo. La sua prima apparizione avvenne nel XIII secolo ed ebbe una evoluzione nel tempo soprattutto riguardo alla sella che, inizialmente, era molto scomoda e non permetteva di cavalcare con disinvoltura fino a che non arrivo’ quella con il doppio appoggio o corno.

Fanny, appartenente ad una delle famiglie piu’ conosciute e potenti del Piemonte: i Tornielli, fu una cavallerizza della scuola di Federico Caprilli che modifico’ lo stile e la relazione tra cavallo e cavaliere.
Gentile e mai aggressiva nella sua personalita’ di cavallerizza, la sua specialita’ fu il salto ad ostacoli; debutto nel 1923 ai campionati di Pinerolo e continuo’ la sua carriera partecipando a diversi concorsi in Italia e all’estero, soprattutto a quelli delle Grandi Prove Ippiche.

Nel 1922 sposò il conte Carlo Vialardi di Sandigliano, ufficiale e diplomatico e nel 1930 si ritiro’ dalle gare e si dedico all’allevamento dei cani che amava di piu’, gli airedale terrier, che le diedero’ molte soddisfazioni anche come campioni.
Fu una grande viaggiatrice in un periodo in cui spostarsi non era per nulla confortevole. Tra i suoi viaggi piu’ belli troviamo quello che fece sull’Himalaya in Nepal per i suoi 75 anni e l’altro al Polo Sud per celebrare i suoi 80.
In sua memoria, il nipote Tomaso Vialardi di Sandigliano ha istituito nel 2006 il Prix International Fanny Vialardi di Sandigliano, che premia ogni due anni la migliore amazzone del Rassemblement International des Amazones di Carcassonne. Fanny Vialardi resta una figura emblematica nel panorama equestre italiano, simbolo di eleganza, tecnica e passione per l’equitazione. Questa signora straordinaria ha contribuito a rendere piu’ accessibile lo sport alle donne, ha dimostrato, nel fatto specifico, che a cavallo non ci sono differenze di genere, neanche quando si tratta dei percorsi piu’ ardui e complicati. La sua vita e’ un altro importante esempio di volonta’ e tenacia non solo in riferimento alla sua carriera, ma anche per la sua audacia nel vivere la sua esistenza come desiderava e non secondo le aspettative culturali.
Maria La Barbera




A volte il ricordo
A volte il ricordo dell’amore
mi prende
Mi fonde e mi confonde
In una fuga dolce di parole
E mi ritrovo a salire correndo
i vecchi gradini delle nuvole
E ricercare l’azzurrità della vita
in due occhi profondi
in due mani sapienti
in due corpi nudi e bianchi
mentre fugge crudele la vita
avanti. Tra grandine e sole
nella tenerezza sempre nuova
dell’alba
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LETTERE scrivere a quaglieni@gmail.com
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Lo sa che Zagrebelski, ricordando Gobetti, ha ignorato Einaudi e Salvemini, concentrando la sua omelia su Gramsci? Filippo De Nicola


Torino e le sue donne
Le storie spesso iniziano là dove la Storia finisce
Con la locuzione “sesso debole” si indica il genere femminile. Una differenza di genere quella insita nell’espressione “sesso debole” che presuppone la condizione subalterna della donna bisognosa della protezione del cosiddetto “sesso forte”, uno stereotipo che ne ha sancito l’esclusione sociale e culturale per secoli. Ma le donne hanno saputo via via conquistare importanti diritti, e farsi spazio in una società da sempre prepotentemente maschilista. A questa “categoria” appartengono figure di rilievo come Giovanna D’arco, Elisabetta I d’Inghilterra, Emmeline Pankhurst, colei che ha combattuto la battaglia più dura in occidente per i diritti delle donne, Amelia Earhart, pioniera del volo e Valentina Tereskova, prima donna a viaggiare nello spazio. Anche Marie Curie, vincitrice del premio Nobel nel 1911 oltre che prima donna a insegnare alla Sorbona a Parigi, cade sotto tale definizione, così come Rita Levi Montalcini o Margherita Hack. Rientrano nell’elenco anche Coco Chanel, l’orfana rivoluzionaria che ha stravolto il concetto di stile ed eleganza e Rosa Parks, figura-simbolo del movimento per i diritti civili, o ancora Patty Smith, indimenticabile cantante rock. Il repertorio è decisamente lungo e fitto di nomi di quel “sesso debole” che “non si è addomesticato”, per dirla alla Alda Merini. Donne che non si sono mai arrese, proprio come hanno fatto alcune iconiche figure cinematografiche quali Sarah Connor o Ellen Ripley o, se pensiamo alle più piccole, Mulan. Coloro i quali sono soliti utilizzare tale perifrasi per intendere il “gentil sesso” sono invitati a cercare nel dizionario l’etimologia della parola “donna”: “domna”, forma sincopata dal latino “domina” = signora, padrona. Non c’è altro da aggiungere.
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8. Una vita in prima linea: la storia di Ada Gobetti
Dopo l’annuncio dell’armistizio, l’ 8 settembre 1943, le donne aprono le porte delle loro abitazioni ai soldati allo sbando, stravolti dal conflitto bellico. È il primo atto di resistenza femminile. Secondo i dati ufficiali dell’epoca, le donne partigiane sono state 35mila e le stime successive arrivano a contarne almeno 2 milioni. Eppure le partigiane non sfilano nei cortei insieme agli uomini, le foto mentre imbracciano i fucili per molto tempo rimangono nascoste, così come il loro coraggioso operato. È una strana contrapposizione di pensiero immaginare sul campo uomini e donne sulla stessa linea, spalla a spalla, e veder riconosciuto il valore più degli uni che delle altre, eppure, alla fine, al di sopra di ogni cosa valgono le azioni, l’unico modo che l’essere umano ha per dimostrare quanto vale. Ada Gobetti ha agito e combattuto tutta la vita e nessuno potrà mai mettere in ombra il suo mirabile e costante impegno. Ada Gobetti nasce a Torino il 23 luglio del 1902, da un commerciante di frutta svizzero originario della Valle di Blennio e da una casalinga torinese. Brillante studentessa al liceo classico Vincenzo Gioberti di Torino, collabora attivamente alle riviste “Energie nove”, “la Rivoluzione liberale” e “il Baretti” di Piero Gobetti. Con
quest’ultimo si sposerà nel 1923 e da lui avrà nel 1925 il figlio Paolo. In quegli anni con Piero, Ada è testimone delle rivolte operaie del biennio rosso torinese, alle quali guardano entrambi con vivo interesse e per cui esprimono fin da subito una appassionata solidarietà. Nel 1925 Ada si laurea in Filosofia e in seguito si dedica all’insegnamento, continuando ad approfondire studi letterari e pedagogici. Nello stesso anno la rivoluzione liberale viene soppressa dal regime mussoliniano. Nel 1926 Piero Gobetti è costretto a emigrare a Parigi, dove morirà nel febbraio dello stesso anno, in un ospedale di Neuilly sur-Seine, a causa di problemi di salute aggravati da una violenta aggressione squadrista, che aveva subito due anni prima a Torino, mentre usciva dalla sua abitazione, che era anche sede della sua casa editrice. Di grande esacerbato dolore le parole vergate da Ada sul suo diario per la morte del marito: «Non è vero, non è vero: tu ritornerai. Non so quando, non importa, non importa. Ritornerai e il tuo piccolo ti correrà incontro e tu lo solleverai tra le tue braccia. E io ti stringerò forte forte e non ti lascerò più partire, mai più. È un vano sogno, tutto questo, una prova di fronte a cui hai voluto pormi: tu mi vedi, mi senti: e io saprò mostrarmi degna del tuo amore. Quando ti parrà che la prova sia durata abbastanza, tornerai per non più lasciarmi. Saranno passati molti anni ma immutati splenderanno i tuoi occhi e ritroverò le espressioni di tenerezza della tua voce. Mio caro, mio piccolo mio amore, ti aspetterò sempre: ho bisogno di attenderti per vivere».
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Nel 1928 Ada vince la cattedra di Lingua e Letteratura inglese, insegna per alcuni anni a Bra e a Savigliano. Dal 1936 è docente presso il ginnasio del Liceo Cesare Balbo di Chieri (TO). In quegli anni rafforza la propria amicizia con Benedetto Croce, che la sprona a proseguire gli studi e a compiere le prime traduzioni dall’inglese, con le quali introdurrà in Italia gli scritti di Benjamin Spock. Negli anni precedenti l’8 settembre 1943, la casa di Ada Gobetti costituisce un punto di riferimento per l’antifascismo intellettuale e per gli ambienti legati al movimento Giustizia e Libertà. Nel 1937 si risposa con Ettore Marchesini, tecnico dell’ EIAR (Ente Italiano per le Audizioni Radiofoniche). Ada
continua ad essere una donna forte e decisa, politicamente attiva e schierata; nel 1942 è tra le fondatrici del Partito d’Azione (PdA), mentre nel 1943, durante la Resistenza, coordina le Brigate Partigiane e fa la staffetta in Val Germanasca e in Val di Susa, dove è attivo il figlio Paolo. Mai stanca di battersi anche su più fronti, nel 1943 è fondatrice dei Gruppi di Difesa della Donna e si prodiga per la nascita del Movimento Femminile. Terminata la guerra, il suo coraggio viene formalmente riconosciuto e viene insignita della medaglia d’argento al valore militare. Dopo la Liberazione è la prima donna a venire nominata vicesindaco di Torino, designata dal CLN, (Comitato di Liberazione Nazionale), in rappresentanza del PdA. Ricopre la carica sino alle elezioni del 1946, interessandosi e occupandosi particolarmente di istruzione e assistenza. Negli anni Cinquanta scrive su molte testate comuniste, tra cui l’Unità, sempre negli stessi anni affianca al costante impegno letterario l’interesse per la pedagogia e nel 1955 entra nella redazione di “Riforma della Scuola”. Nel 1957 fa parte della prima delegazione femminile italiana nella Repubblica Popolare Cinese. Nel 1959 fonda e dirige la rivista “Il giornale dei genitori” a cui collabora, tra gli altri, Gianni Rodari. Dopo una lunga vita avventurosa e dai molteplici interessi politici e culturali, Ada Gobetti muore il 14 marzo del 1968 nella sua casa nella frazione torinese di Reaglie È sepolta nel cimitero di Sassi a Torino, città per cui si è sempre impegnata, che ha tanto amato e che, di rimando, la ringrazia, proteggendola nel suo grembo di terra.
Alessia Cagnotto
Al teatro Vittoria, lunedì 23 febbraio, si terrà un concerto dedicato alla grande tradizione della musica da camera ottocentesca con il quintetto dell’Accademia Stefano Tempia, in coproduzione con il Conservatorio di Alessandria, con protagonisti al violino Nicola Bignami, alla viola Claudio Andriani, al violoncello Claudio Merlo, al contrabbasso Penelope Mitsikopoulos, e al pianoforte Francesco Pasqualotto. In apertura di concerto si ascolterà il “Gran Duo concertante” di Giovanni Bottesini, leggendario contrabbassista, compositore e direttore d’orchestra detto “il Paganini” del contrabbasso, in cui lo strumento dialoga con il violino in una modalità teatrale. Seguirà il Quintetto “La Trota” D.667 di Franz Schubert, capolavoro della musica da camera ispirato all’omonimo Lied. La freschezza melodica, l’accuratezza discorsiva e la raffinatezza formale trasformano un semplice tema cantabile in una costruzione cameristica luminosa.
Lunedì 23 febbraio, ore 21-teatro Vittoria – via Gramsci 4, Torino – “Il sorriso del Romanticismo”
Biglietti: intero 15 euro – ridotto 10 euro (soci Tempia, under 30)
https://www.ticket.it/musica/evento/il-sorriso-del-romaticismo.aspx
Mara Martellotta
Lunedì 23 febbraio prossimo, dalle 15 alle 18, l’appuntamento alla Biblioteca Civica di Chieri ha il titolo “Chiedi al commercialista”, un appuntamento con un professionista dell’ordine dei Commercialisti di Torino, che sarà a disposizione in presenza per fornire gratuitamente una consulenza di primo livello su temi fiscali e tributari del terzo settore e societari. Sono esclusi i temi giusvaloristici, di controllo delle buste paga, contratti di lavoro , TFR.
Per usufruire del servizio occorre prenotarsi al numero 0119428400 oppure scrivendo alla Biblioteca di Chieri a biblioteca@comune.chieri.to.it o recandosi in biblioteca entro le 10.30 del giovedì precedente lo sportello.
All’atto della prenotazione sarà necessario indicare il proprio nominativo, tematica da trattare e recapito per essere ricontattati. Ogni utente ha a disposizione circa trenta minuti con il professionista.
Sabato 28 febbraio prossimo alle 15 si terrà il secondo appuntamento del 2026 della rassegna “La città di Carta”, dal titolo “A tutti i chieresi! Lettere dei Duchi di Savoia”
I sovrani del Piemonte nel Medio Evo si rivolgevano alle comunità locali con lettere, ordini, disposizioni di vario genere. Ne restano interessanti testimonianze utili ad approfondire il rapporto tra il potere centrale e i poteri locali. Ogni appuntamento porta il pubblico alla scoperta di alcuni documenti legati a un tema programmato. L’iniziativa consente ai presenti di esaminare da vicino le carte, i disegni, le pergamene, i registri, con la guida dell’archivista che accompagna e illustra il tema servendosi dei documenti.
Ingresso libero senza prenotazione.
Sabato 28 febbraio dalle 9 alle 12, presso la Sala Roccati della Biblioteca Civica di Chieri, si terrà l’appuntamento periodico dal titolo “Giocando s’impara. Il gioco come stimolo educativo e invito alla lettura”. Bambini e bambine dai sette anni saranno accolti dai volontari dell’Associazione Ludichieri che trasformeranno il gioco in uno stimolo educativo e in un invito alla lettura.
Ingresso libero senza prenotazione.
Mara Martellotta
“Indovina chi viene a cena” all’Alfieri, repliche sino a domenica
Una giornata “strana e straordinaria” allo stesso tempo quella che stanno vivendo i coniugi Drayton, una giornata che non è l’occasione per una fiaba ma di una realtà che cade su di loro e in cui bisogna prendere decisioni: la loro figlia July è appena tornata per presentare il giovane dottor Prentice, studioso di malattie tropicali, un curriculum lungo così, un lutto alle spalle che sinora ha cercato di cancellare, un uomo davvero eccezionale. La causa di un colpo di fulmine, lo ha incontrato sotto il sole delle Hawaii e lo vuole sposare e niente e nessuno potrà farle cambiare idea. Ma è nero. Anzi, come si sente dire stasera a teatro, “negro”. Erano gli anni Sessanta, mettiamo per l’esattezza il 1967, da un paio gli afroamericani avevano marciato da Selma a Montgomery per riaffermare il loro diritto al voto, era appena stata promulgata una sentenza della Corte Suprema ad abolire le leggi che facevano illegale il matrimonio interrazziale, da tre Martin Luther King aveva vinto il Nobel per la Pace a Oslo, nello stesso anno Katharine Hepburn con tutta la magnificenza della sua Cristina che spadroneggiava in “Indovina chi viene a cena”, Stanley Kramer regista, vinceva il secondo dei suoi quattro Oscar. Ieri e oggi, una realtà che ha ormai sessant’anni ma che ha profonde radici nel mondo che viviamo.
Matt fa parte della bella borghesia di San Francisco, elegante appartamento con vista sul ponte più famoso al mondo, la sua è una visione liberal e tutte le sue idee lo sono, ha fondato un giornale per poterle affermare appieno, vive per le stesse: ma non ha messo in conto che quelle idee sarebbero potute passare dalle pagine del giornale alle pareti di casa sua e coinvolgerlo con feroce immediatezza e travolgerlo. Quel benestare alle nozze lui non lo darà mai, è la società in cui vive a spaventarlo per l’avvenire dei due ragazzi. Quel matrimonio non s’ha da fare, avrebbe detto qualcuno qualche secolo prima. Cristina, dopo il primo smarrimento, si mette a spalleggiare le decisioni della figlia, che altro non è che “quella che abbiamo fatto noi”, quella che è cresciuta secondo i principi che loro stessi le hanno insegnato. Bisognerà fare i conti, quando con la moglie si presenterà a casa Drayton anche con il vecchio Prentice, l’uomo che non è pronto a sapere che suo figlio sposerà una ragazza bianca, l’uomo che per dare un futuro al figlio s’è spaccato per anni la schiena sotto il peso del suo borsone di portalettere, per tanti chilometri che si potrebbe fare tre volte il giro del mondo, un padre che continua a vedersi come un uomo di colore mentre suo figlio, che aspira a vivere in un mondo in evoluzione, vede in se stesso esclusivamente un uomo. Come già ci aveva spiegato il vecchio Tracy, saranno le parole di Matt a portare a tavola un lieto fine.
In “Indovina chi viene a cena”, che aveva la sceneggiatura di William Arthur Rose (un altro Oscar) – teatralmente qui riproposta nell’adattamento di Mario Scaletta (che si ritaglia altresì il gustoso personaggio di Padre Ryan, eccellente campione di golf come sacerdote di lungimiranti consigli) e con la convincente regia di Guglielmo Ferro -, si continua a parlare di differenze e a trattare di matrimoni misti, di rapporti tra padri e figli non sempre idilliaci, di vite che s’intralciano e si riappacificano, di un mondo che nel bene e nel male continua a cambiare, si sceglie il termine comprensione al posto di quello di tolleranza, si pronuncia la parola razzismo (applauditissima) come buon senso (magari più da sottolineare?), ci si commuove e ci si diverte per uno svolgimento e un dialogo che non urlano mai ma badano a una umanità autentica, a un’eleganza e a una riflessione che scoperchia temi attuali, importanti, che premono sempre di più, quotidianamente ormai.
Eleganti ed eccellenti nei loro diversi modi e tempi di comprensione Cesare Bocci e Vittoria Belvedere, irriverente ma per molti versi assennata (anche nelle note negative) la camerierina Tillie di Fatima Romina Alì, esuberante di convinta felicità la July di Elvira Cammarone. Con i loro compagni firmano una autentica serata di successo. L’Alfieri stracolmo di pubblico, applausi applausi applausi e qualche commozione: si replica soltanto sino a domenica ed è un vero peccato.
Elio Rabbione
Ritorna nella “Sala Acaia” di Palazzo Madama, dopo un delicato intervento di restauro, il prezioso “Polittico” cinquecentesco del “nostro” Defendente Ferrari
Padre e Dottore della Chiesa, traduttore in latino di parte dell’“Antico Testamento greco” e successivamente dell’intera “Scrittura ebraica”, di San Gerolamo – Sofronio Eusebio Girolamo (Stridone – Istria, 347 – Betlemme, 420), si contano in pittura due “iconografie” principali: una con tanto di abito cardinalizio e con il libro della “Vulgata” in mano o intento e assorto nello studio della “Scrittura” e un’altra, come immagine da ascetico anacoreta nel “deserto della Calcide” (dove rimase un paio d’anni, 375 – 376) o nella “Grotta di Betlemme”, ritratto senza l’abito e senza “galero” (cappello) cardinalizio, spesso accanto al “leone” cui la leggenda racconta avesse tolto una spina dal piede amicandoselo per la vita, al “crocifisso” (simbolo di penitenza) e alla “pietra” con cui pare fosse solito battersi il petto.
A questa seconda rappresentazione s’avvicina in buona parte il “Polittico con san Gerolamo e santi, Annunciazione e scene della Passione”, presentato in “Palazzo Madama – Museo Civico d’Arte Antica” di Torino (dove l’opera aveva già fatto il suo ingresso nel 1932 attraverso l’acquisizione da parte del lungimirante antiquario torinese Pietro Accorsi dal conte bresciano Cesare Jacini e, non meno, attraverso il mecenatismo illuminato di Giovanni Battista Devalle – fra i soci fondatori della “Pininfarina” – del senatore Isaia Levi e del collezionista Silvio Simeom), dopo un delicato e complesso intervento di restauro, reso possibile grazie al generoso finanziamento dell’avvocato Marziano Marzano, già vicesindaco e assessore alla “Cultura”, durante le Giunte Novelli negli Anni ’70 e primi ’80, e “padre” di quella via Garibaldi finalmente senza auto, prima grande “isola pedonale” della Città.
Polittico (tempera su tavola di grandiose dimensioni, 282 per 211 cm.) realizzato da Defendente Ferrari (Chivasso, 1475 ca. – Torino, 1540) fra il 1520 e il 1535, l’opera rappresenta indubbiamente un lavoro di straordinaria importanza per la storia della pittura piemontese del primo Cinquecento, la cui perfetta conservazione nel tempo è stata però impedita dalla sue stesse notevoli dimensioni. Quanto mai complesso, dunque, il lavoro condotto dal “Laboratorio di Restauro” di Leone Algisi a Gorle (Bergamo), che ha curato gli interventi sulla parte lignea e strutturale – la composizione era stata ristretta sui lati, a danno delle lesene laterali e del fastigio centrale – con la collaborazione di Carla Grassi per la parte pittorica. Conservato con la “cornice originale” – a differenza di molte altre opere simili oggi presenti in Musei o Chiese – il “Trittico” ha richiesto un intervento di restauro particolarmente articolato, legato alla complessità dell’apparato ligneo e alle condizioni strutturali dei supporti. La presenza della “carpenteria originaria”, rara per “Polittici” di questa epoca, ha reso necessaria la revisione delle soluzioni conservative adottate in precedenti restauri. Principalmente, il lavoro di recupero ha riguardato gli aspetti strutturali e di montaggio dell’insieme, con un complesso lavoro di risanamento delle tavole lignee che costituiscono il supporto dei dipinti. In particolare, la tavola centrale presentava evidenti segni di un’antica frattura, che è stata ricomposta con grande accuratezza, restituendo stabilità e continuità all’intero “Polittico”. Parallelamente, sono stati affrontati gli interventi sulla superficie pittorica. In particolare sulla straordinaria ricchezza di quei preziosismi decorativi e cromatici (rinvenibili, soprattutto, nei monocromi delle “predelle”) assimilabili alla raffinata, rigorosa tecnica dei “vetri dorati e dipinti” propri dei grandi incisori nordico-fiamminghi del Quattrocento e di quel “gusto goticheggiante”, che contraddistinse costantemente l’attività di Defendente, fervodo allievo e seguace, ma con spirito libero, di Giovanni Martino Spanzotti.
arte
Il “Polittico” presenta al centro “San Gerolamo penitente” nel suo eremitaggio, in un paesaggio deserto di rocce “che riempiono gran parte della superficie dipinta, imponendo la propria massa in contrapposizione alla geometria regolare e ordinata delle architetture”. Ai lati, due coppie di santi: il “Battista e San Giovanni con l’Agnello” e dall’altra un “giovane santo guerriero recante l’immagine di una città” di cui potrebbe essere il “protettore”. E qui qualcuno ha ipotizzato trattarsi di “San Secondo”, sospettando dunque una provenienza del “Polittico” dalla Città di Asti. In alto, i due “tondi” con l’“Angelo” e l’“Annunciata”. Elemento di eccezionale interesse è la “cornice originale”, decorata con “candelabre” (motivo ornamentale in uso nell’arte classica e in quella rinascimentale per adornare pilastri, ante, volte e pareti) rilevate “a pastiglia” secondo i dettami della cultura cinquecentesca, così come la “predella”, realizzata con una raffinatissima tecnica di “tratteggio a oro” che richiama tanto l’oreficeria quanto le tecniche incisorie.
Ora, al termine del restauro, l’opera sarà nuovamente esposta nella “Sala Acaia”, al piano terra del “Museo”, nella stessa sede che la ospitava prima dell’intervento, tornando così a dialogare con il percorso permanente di “Palazzo Madama”.
In un circuito storico-artistico che sempre più si rivela essere bene prezioso per l’intera Città.
Gianni Milani
Nelle foto:”San Gerolamo”, parte centrale del “Polittico”; il “Polittico” nella interezza, dopo il restauro; Marziano Marzano e Giancarlo Federico Villa, direttore di “Palazzo Madama” (Ph. Alessandro Bergadano)