CULTURA E SPETTACOLI- Pagina 11

Fruttero 100

Nasce il Club Fruttero

Una mostra, un libro, una passeggiata letteraria, una cena immersiva, una maratona di lettura, uno spettacolo

Un progetto culturale diffuso per il centenario

 

Nel 2026 Carlo Fruttero avrebbe compiuto cent’anni. Per l’occasione, la Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori, che conserva l’archivio personale di una delle figure di spicco della letteratura e dell’editoria italiana, non celebra una ricorrenza. La trasforma in un progetto: il Club Fruttero.

Ideato e prodotto da FAAM, con il coinvolgimento diretto delle eredi Carlotta e Federica Fruttero, e sviluppato in collaborazione con la Fondazione Circolo dei lettori e progetto Urania del Dipartimento di Comunicazione, arti e media Giampaolo Fabris Università IULM, il Club Fruttero è un programma culturale diffuso che attraversa luoghi, linguaggi e pubblici diversi. Fruttero era uno scrittore, un traduttore, un curatore, un editore: scriveva, traduceva, curava, sceglieva. Il centenario ne restituisce il metodo: leggere per capire, scegliere per escludere, discutere per non essere neutrali.

Nove mesi di appuntamenti, da marzo a novembre 2026: a Torino una mostra al Circolo dei lettori e delle lettrici, una cena letteraria immersiva e una maratona di lettura, la presenza al Salone Internazionale del Libro di Torino, un evento teatrale a Siena, una passeggiata letteraria in Toscana, un libro dai suoi taccuini, progetti per le scuole. Il Club è aperto: si entra, si partecipa, si prende posizione. Ogni evento lascia un segno, un timbro sulla tessera del Club, una traccia di un percorso personale.

 

LA MOSTRA

Dal 23 aprile al 29 maggio 2026, a Torino al Circolo dei lettori e delle lettrici prende vita una mostra in cui il pubblico non è spettatore passivo ma parte attiva. In esposizione materiali originali dell’Archivio Fruttero conservato dalla Fondazione Mondadori e oggetti dalle collezioni custodite dalle eredi: taccuini, manoscritti, lettere, appunti, giochi. Fruttero scriveva a mano, con il Tratto Pen– la celebre penna pennarello di FILA Fabbrica Italiana Lapis ed Affini, partner del progetto – e in mostra si vedono le tracce concrete del suo metodo. Ci sono le lettere di Samuel Beckett al suo traduttore italiano. C’è il manoscritto originale di A che punto è la notte, affiancato da alcuni degli innumerevoli taccuini preparatori e dalle bozze che restituiscono la lunga gestazione del romanzo (sette anni di lavoro) e le fotografie della campagna pubblicitaria che accompagnò l’uscita del libro, con le vetrine dedicate a Milano, Torino e Roma. C’è il tavolo di lavoro e la teca dedicata al “Metodo Fruttero”: la scrittura a mano sui taccuini, le correzioni, l’abitudine di raccogliere articoli e interviste come parte integrante del processo creativo. In quella stessa teca è esposta anche la lettera della fotografa, scrittrice e attivista Carla Cerati che racconta di aver saltato una manifestazione pro-Vietnam per restare a leggere La donna della domenica: un documento che restituisce la forza dei libri e il loro potere di spostare le priorità. E poi, ancora, la sala di Urania e la collana Presa Diretta dove negli anni Sessanta si pubblicavano scelte controcorrente. Il percorso invita a leggere, scegliere, prendere posizione, discutere, giocare, restituendo l’idea di cultura come esercizio critico condiviso.

La mostra è affiancata da una serie di eventi speciali, ospitati nelle sale del Circolo, che ne ampliano il racconto e ne attivano i contenuti in forma partecipata. Il 23 aprile vernissage e “A cena con Fruttero”: sette tavoli, sette libri, sette conduttori. Un format della Fondazione Mondadori che diventa esperienza immersiva: intorno ai libri si sta a tavola come dentro un romanzo. Il 29 maggio finissage e “Frullato Fruttero”: una maratona collettiva e performativa di lettura.

 

IL SALONE DEL LIBRO

Dal 14 al 18 maggio 2026 il Club Fruttero si allarga, dialoga con editori, scuole, lettori con uno stand dedicato al Salone Internazionale del Libro di Torino ispirato al salotto de L’arte di non leggere, che riprende l’atmosfera del salotto torinese di Fruttero come spazio di confronto e discussione sui libri. L’incontro pubblico in programma al Salone è dedicato al Cretino, figura centrale dell’immaginario di Fruttero & Lucentini, chiave ironica e critica per interrogare il conformismo e la responsabilità del lettore.

 

LO SPETTACOLO

Il primo appuntamento pubblico sarà l’8 marzo a Siena, al teatro dei Rozzi: Donne informate sui fatti, lettura scenica del romanzo del 2006, il primo a firma unica, uscito quattro anni dopo la morte di Lucentini. Otto donne, otto versioni dei fatti sul ritrovamento di un cadavere, una verità che sfugge tra confessioni e reticenze. L’adattamento del testo e la regia sono di Paola Benocci e Maria Grazia Solano, con la collaborazione di Carlotta e Federica Fruttero.

Siena e la Toscana hanno un legame storico con Fruttero & Lucentini e celebrano il centenario con altri due appuntamenti dedicati. Il 19 settembre passeggiata letteraria nella pineta di Roccamare (GR), nei luoghi vissuti da Fruttero. Il percorso, affidato alla compagnia teatrale Confine Zero, intreccia brani tratti dai suoi testi con il paesaggio, mettendo in dialogo parola, memoria e territorio. Il 19 settembre appuntamento serale al Castello di Castiglione della Pescaia (GR), riservato a sostenitori, partner e ospiti, dove il contesto storico diventa spazio di racconto e ascolto in dialogo con l’opera e la figura di Carlo Fruttero.

 

IL LIBRO

Nel mese di novembre uscirà 365 Notes, a cura di Domenico Scarpa: il libro strenna della Fondazione Mondadori declinato per il centenario sui taccuini di Fruttero. Appunti, note, tracce di lavoro restituiscono una dimensione quotidiana e materiale del pensiero dello scrittore. Il libro sarà presentato a BookCity Milano 2026.

 

I PROGETTI PER LE SCUOLE

Il Club Fruttero incontra anche gli studenti. In Lombardia e Piemonte si attivano progetti scuola: studenti chiamati a lavorare sui documenti d’archivio, a riscrivere finali, a immaginare una possibile “nona donna informata sui fatti”, sperimentando il metodo critico di Fruttero.

 

Club Fruttero è ideato e prodotto da Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori, con il coinvolgimento diretto delle eredi Carlotta e Federica Fruttero, sviluppato in collaborazione con la Fondazione Circolo dei lettori e delle lettrici di Torino e progetto Urania del Dipartimento di Comunicazione, arti e media Giampaolo Fabris dell’Università IULM, e la partnership tecnica di FILA con Tratto Pen.

 

Info

Club Fruttero sito ufficiale www.ilclubfruttero.it

A scuola di jazz con Paolo Fresu

A Rivoli incontro speciale per gli studenti dell’istituto Matteotti

Mercoledì 11 marzo, dalle 11 alle 13, il Centro Congressi di via Dora Riparia ospiterà un appuntamento speciale dedicato agli studenti dell’istituto Comprensivo Giacomo Matteotti  di Rivoli, il dialogo musicale “Kind of Miles” con il trombettista Paolo Fresu e la sua band.
L’iniziativa, curata dall’ Il Jazz va a scuola, nasce con l’obiettivo di avvicinare i più giovani al linguaggio del jazz attraverso un’esperienza diretta e partecipativa, in cui la musica diventa occasione di confronto tra studenti e musicisti.
Gli studenti prenderanno parte a un incontro che unirà esecuzione musicale e dialogo, permettendo di esplorare i processi creativi, l’improvvisazione  e i linguaggi espressivi propri della tradizione jazzistica.
L’appuntamento si inserisce in un percorso educativo che integra musica, creatività  e formazione, offrendo agli studenti l’opportunità di sviluppare capacità di ascolto, curiosità e riflessione critica.
Attraverso il confronto diretto con artisti professionisti,  l’esperienza favorisce anche la comprensione del valore della collaborazione e del lavoro collettivo, elementi fondamentali della musica jazz.
L’evento è  riservato agli studenti dell’Istituto Comprensivo Matteotti.

Mara Martellotta

Rock Jazz e dintorni a Torino: Giorgia e Paolo Fresu

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GLI APPUNTAMENTI MUSICALI DELLA SETTIMANA 

Martedì. Al teatro Colosseo per 2 sere consecutive, il genio di Miles Davis viene raccontato da Paolo Fresu e il suo gruppo per un viaggio musicale che intreccia brani originali, racconti autobiografici, con il suo sound acustico ed elettrico. Al Milk si esibisce il quartetto di Giorgio Poi.

Mercoledì. Al Vinile suona Il Dubbio Di Davide.

Giovedì. All’Hiroshima Mon Amour è di scena Laila Al Habash. All’Osteria Rabezzana si esibisce il quartetto ArDuoBop. Allo Spazio 211 è di scena Shawn James. Al Circolino suona Calvi Allara Roffino Trio. Al Folk Club si esibiscono: Jeffrey Focault, John Convertino e Ry Cavanaugh.

Venerdì. All’Inalpi Arena arriva Giorgia. Al teatro Colosseo si esibisce Giovanni Lindo Ferretti. Al Blah Blah suonano i Cara Calma. All’Hiroshima  è di scena la Bandabardò. Al Circolino suona Bonadè Uneven Quintet. Alla Divina Commedia si esibiscono i Yourmother.

Sabato. All’Inalpi Arena è di scena Achille Lauro. Allo Spazio 211 si esibisce Umberto Maria Giardini. Al Blah Blah suonano gli Ormai+ Fuco.

Domenica. Al Blah Blah sono di scena i The Cloverhearts.

Pier Luigi Fuggetta

Luigi Boccia, il fotografo che racconta l’anima del cibo

Oltre la perfezione dell’immagine

In un’epoca dominata da immagini perfette, filtri e contenuti pensati per scorrere velocemente sugli schermi dei social, c’è chi sceglie di rallentare lo sguardo. Luigi Boccia, fotografo torinese specializzato in food e fotografia commerciale, ha costruito negli anni un percorso personale che mette al centro la verità della materia e il valore narrativo dell’imperfezione. Il suo approccio parte dall’osservazione: la luce naturale che cade su un ingrediente, le texture di un alimento, i segni che raccontano la sua storia. Per Boccia fotografare il cibo non significa solo renderlo bello, ma restituirne l’identità autentica, liberandolo dalle costruzioni artificiali del marketing. Un pensiero che oggi prende forma anche nel suo libro Cibografia, un progetto editoriale che parla di fotografia, memoria e cultura del cibo.

Chi è Luigi Boccia?

Sono un osservatore che, a un certo punto del suo percorso, ha smesso di inseguire la “perfezione” a tutti i costi. Mi definisco un esploratore visivo del cibo. Lavoro da anni nel campo della fotografia food e commerciale, un settore dove storicamente tutto deve apparire lucido, impeccabile e, molto spesso, artificiale.

Vivendo questo mondo dall’interno, ho sentito l’urgenza di un approccio diverso. Il mio obiettivo oggi non è solo realizzare immagini, ma cercare di educare visivamente le persone, riportando la loro attenzione sulla vera natura delle cose. Voglio raccontare la materia per quello che è, con le sue trame, le sue ombre e la sua autentica identità, liberandola dalle maschere del marketing.

Com’è nata la tua passione per la food photography?

La mia passione ha radici profonde: nasce da un amore incondizionato per il cibo che porto dentro sin da quando ero bambino. Per me il rapporto con la materia non è mai stato legato solo al gusto, ma è sempre stato un’esperienza totale che coinvolge tutti i sensi: toccare le consistenze, odorare i profumi, emozionarmi con i sapori, ascoltare i rumori della cucina, osservare come la luce naturale trasforma un ingrediente.

Crescendo ho sentito il bisogno di trasformare e condividere queste sensazioni. Ho capito che la fotografia era il mezzo più potente per farlo, restituendo a chi guarda l’anima di ciò che portiamo in tavola.

Da fotografo, qual è oggi la vera difficoltà nel fotografare il cibo nell’epoca dei social?

Oggi la vera difficoltà non è fare una foto tecnicamente bella: la sfida è nei contenuti. Non dimentichiamoci che fotografare significa anche documentare. Il fotografo ha una grande responsabilità nel racconto, soprattutto in un periodo storico fatto di iperconnessioni.

I social ci hanno abituati a un’estetica omologata: tutto è perfetto e tutto è simile. Il mio suggerimento è semplice: smettere di copiare i trend e seguire le emozioni. Il futuro della fotografia di cibo dipenderà dalla capacità di abbracciare l’imperfezione come valore narrativo. Se riusciremo a tramandare questo amore per il dettaglio imperfetto, salveremo questo mezzo dalla deriva del copia-incolla estetico.

Parliamo del tuo libro: quando è nato e perché?

Cibografia nasce da un’esigenza quasi fisica: il bisogno di carta e inchiostro in un mondo dominato dai pixel e dallo scrolling compulsivo. È anche un bisogno molto personale: l’idea di lasciare qualcosa di solido a chi, come me, ha iniziato a fotografare con curiosità autentica e con il desiderio di capire davvero cosa stesse raccontando.

Tutto è iniziato circa tre anni fa con i primi articoli sul mio blog personale, che col tempo si sono trasformati in veri e propri racconti. A un certo punto ho capito che potevano uscire dallo schermo del computer e diventare un libro.

L’ho scritto in un periodo della mia vita di forte consapevolezza e autoanalisi, cercando di mettere ordine nei miei pensieri. Non volevo parlare di fotografia come in una scuola, ma raccontarne la parte più umana. Ho scritto questo libro perché volevo raccontare la fotografia di cibo in maniera intima e personale: non come tecnica o mestiere, ma come voce e gesto d’amore.

A quale pubblico è rivolto?

È rivolto ai fotografi, a chi ama l’immagine e a chi vive il cibo non solo come nutrimento, ma come momento culturale. In realtà è un libro pensato per tutti, perché il cibo fa parte delle nostre vite: è connessione umana, convivialità e memoria condivisa.

Per questo motivo si rivolge anche ai ristoratori e agli chef. Cibografia non è un manuale di fotografia e non contiene immagini. Tra quelle pagine si trovano storie vere, emozioni vissute e aneddoti che parlano di noi: dall’antropologia del cibo alle connessioni sociali, passando per il peso della memoria e il tema della sostenibilità ambientale.

Dove si può acquistare?

Il libro è disponibile in esclusiva su Amazon, unicamente in versione cartacea. Ho fatto questa scelta precisa perché desidero che le persone possano toccare con mano il mio lavoro, sfogliarne le pagine e viverlo fisicamente, prendendosi il tempo necessario.

Perché, in fondo, vuoi mettere i pixel con il profumo della carta stampata?

Link diretto:
https://amzn.eu/d/0d5Jz3xy

Chiara Vannini 

“Komorebi (木漏れ日)”

C’è un invito a “cogliere l’attimo” e la semplice armonia della vita quotidiana, nella nuova mostra allestita alla “BI-BOx Art Space” di Biella

Fino al 16 maggio

Biella

Titolo in lingua giapponese. E la scelta non è casuale. Pochi termini, infatti, come il nipponico “Komorebi” riescono nel breve spazio di una parola a indicare la più profonda filosofia legata all’accettazione dell’armonia della vita quotidiana. Pur nella sua minimale semplicità e solo apparentemente inaccettabile ripetitività. Intraducibile letteralmente, il “Komorebi” nel dizionario del Sol Levante vuole descrivere “la luce solare che filtra attraverso le foglie e i rami degli alberi”, generando un suggestivo effetto di ombre e riflessi naturali. Una sorta di magica armonia del vivere quotidiano. Quella ripetitiva ma appagante armonia incarnata cinematograficamente (e l’esempio mi pare calzante, anche per il contesto geografico) dalla stupenda figura di Hirayama – semplice pulitore di bagni pubblici a Tokyo – filosofo del “qui e ora” e protagonista di quel “Perfect Days” di Wim Wenders, che è chiara esaltazione della “poetica del piccolo cinema”, di una felicità riposta nell’apprezzare ogni singolo giorno come fosse il massimo della perfezione.

Principi da cui credo nasca anche l’idea della mostra “Komorebi” allestita nello spazio della Galleria “BI-BOx” di via Italia, a Biella, a cura dello storico dell’arte Davide Rui. Mostra che è vetrina di una “natura” capace di abbracciare e rasserenare l’osservatore, di una “natura che è “organismo vivo e sensibile”, in grado, attraverso le sue immaginifiche forme plastiche, di accompagnare corpo e anima in un atto purificante di “ascolto interiore”. Il tutto verificabile fino al prossimo sabato 16 maggio, nella Galleria biellese di via Italia che vede, per la prima volta riunite in una ben studiata mostra collettiva, le artiste Martina Cioffi, Maria Elisabetta Novello e Michela Pomaro, con plastiche installazioni capaci di trasformare  gli ex “Magazzini del caffè”, dove ora si trova la Galleria, in un moderno giardino d’inverno”, stravolgendo un luogo anticamente adibito allo stoccaggio in una serra in cui fiori, piante e alberi potrebbero crescere incessantemente, mettendo in dialogo l’identità industriale e naturale di Biella e del suo territorio. Sono opere, quelle portate in mostra dal “tris d’assi” Cioffi – Novello – Pomaro, accomunate, pur nelle loro comprensibili diversità, dal fatto d’essere intelligentemente attente alla più libera scrittura della “contemporaneità”, mai disgiunta dalla “classicità” di un lavoro manuale di certosina precisione e di estemporanea, espressiva visionarietà.

Ecco allora la serie dei fantasiosi “Sopralluoghi” della vicentina Maria Elisabetta Novello, momenti in cui l’artista “viaggia”, gambe e mente e cuore, per spazi urbani e naturali, documentando fotograficamente il percorso e raccogliendo materiale che sarà poi, in un secondo momento, adattato nelle sue “Carte della Terra”, nate proprio dalla raccolta di vegetazione ormai secca impressa, successivamente, su matrici in piombo. Per il processo di stampa la Novello si affida alla tecnica della “fisiotipia” o “stampa naturale” di riproduzione prevalentemente botanica (dove lo stesso oggetto diventa matrice di stampa), tecnica molto in voga nel secondo Ottocento per la realizzazione di illustrazioni scientifiche, spesso utilizzate in enciclopedie ed erbari. Sempre dal “dato naturale” prende avvio anche la riflessione artistica della comasca Martina Cioffi. Riflessione meno “terrena”, rispetto alle visioni della Novello, e perfino a tratti ansiogena, in quelle sue creazioni da “wunderkammer mutante” composte da frammenti vegetali in cui s’innestano alieni, fantascientifici elementi in ceramica e metallo, visti come l’unica ulteriore possibilità di crescita per queste “carcasse vegetali”.

 

Per quell’“Hedera Felix” (2023), ad esempio – realizzata in ceramica, stagno e ferro – che  si arrampica sull’“Osservatorio Naturale” (2025-2026) della lombarda Michela Pomaro, opera esposta, per la prima volta in occasione della mostra, composta da una serie di astratte “strutture in ferro” e che “nasce dall’interesse dell’artista verso la decostruzione dell’immagine di casa come rifugio”, indicando “la necessità, umana e politica, di riconquistare verticalmente lo spazio in cui abitare”. Sottolinea Davide Rui, curatore della mostra: “Tutte le opere presentate in ‘Komorebi’ invitano lo sguardo del visitatore ad una continua riflessione sull’ordine delle cose, permettendo, nello stesso momento, di sostare placidamente nel nostro presente. È solo prestando la giusta attenzione che potremmo, finalmente, scorgere l’instancabile e quasi impercettibile mutare della materia. Una trasformazione costante e, insieme, fragilissima come i raggi del sole che in primavera timidamente discendono dalle chiome degli alberi”.

Gianni Milani

“Komorebi”: “BI-BOx Art Space”, via Italia 38, Biella; tel. 349/7252121 o www.bi-boxartspace.com;Fino a sabato 16 maggio; Orari, giov. e ven. 15/19,30 – sab. 10/12,30 e 15/19,30

Nelle foto: Allestimento part. (Ph. Anna Pendoli); Michela Pomaro “Osservatorio Naturale”; Martina Cioffi “Senza titolo”; Maria Elisabetta Novello “Carte della terra 4”

La rubrica della domenica di Pier Franco Quaglieni

SOMMARIO: I 150 anni del “Corriere” e la crisi de “La Stampa” – Gli psicologi e la violenza sessuale – I formidabili Anni 50 – Lettere

I 150 anni del “Corriere” e la crisi de “La Stampa”
Sembra una coincidenza inopportuna quella di festeggiare “Il Corriere della sera“ in un momento difficile per “La Stampa” dovuto ad un editore che si è rivelato indegno di Frassati e di Agnelli e di Giovanni Giovannini. Il “Corriere“ ha avuto anche lui momenti difficili, ma Cairo al timone e dei buoni direttori hanno consentito al giornale di essere oggi il principale quotidiano italiano  come lo fu per tanti decenni in passato, a partire dal grande Albertini. “La stampa” deve le sue difficoltà anche ad un direttore come Giannini che ha spostato l’asse politico del quotidiano in modo del tutto sbagliato e repentino. Oggi il quotidiano di via Lugano con Malaguti direttore ha recuperato in termini di equilibrio e anche di lettori.
Ha una cronaca torinese fatta con cura e attenzione per la Città nelle sue diverse realtà. Stiamo tornando ai tempi di Ferruccio Borio. Oggi chi ama il pluralismo deve stare con i giornalisti, gli impiegati e i tipografi de “La Stampa“, abbindolati da un editore  che ha letteralmente distrutto il nome di Giovanni Agnelli per ciò che l’avvocato ha rappresentato anche nel campo dell’informazione. Abbandonare il giornale, vendendolo a chi gli dà più soldi è come considerare un giornale un quintale di patat . Una vergogna destinata a restare nella storia della città, della cultura e del giornalismo.
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Gli psicologi e la violenza sessuale
Gli psicologi, una categoria che non gode della mia stima perché la psicologia non è una  vera scienza, ritengono che solo il “consenso libero e attuale“ garantisca che non si tratti di stupro. Gli psicologi che dovrebbero capire gli aspetti intimi e psicologici appunto della sessualità, sdottoreggiano come fossero dei giuristi.
violenza domestica
La violenza sessuale va sempre combattuta con assoluta fermezza, ma con strumenti legislativi chiari che non lascino i margini interpretativi del  “consenso libero e attuale“ che può portare a condanne ingiuste o a sentenze facilmente appellabili. La formula “volontà contraria all’atto sessuale“ proposta in Senato risponde di più alla necessità di chiarezza e di realismo che sono le basi di una vera giustizia. Il giustizialismo è l’esatto contrario della Giustizia. Mi sto occupando in termini storici di Sibilla Aleramo, una femminista  d’avanguardia che ebbe molti amanti. Chissà cosa direbbe di certe femministe di oggi?
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I formidabili Anni 50
Sono tornato da Stratta in piazza San Carlo. Da bambino, dopo essere usciti dalla Messa a Santa Cristina, mio Padre ci portava a comprare le paste da Stratta tutte le domeniche. Era un rito nel rito. Andavamo in piazza San Carlo con un ‘Aurelia  fiammante che parcheggiavamo in piazza.  Le macchine parcheggiate erano poche. Davvero un altro mondo.
Sono tornato da Stratta e ho preso il loro classico bitter, un panino dolce imbottito di spuma di prosciutto – una squisitezza –  ed ho comprato un po’ delle loro pastiglie di zucchero multicolori. Prelibatezze davvero uniche. Uscendo, ho pensato alla guerra in Iran e alle follie di Trump e ho pensato con nostalgia agli Anni Cinquanta. C’è chi li definì oscuri, invece erano luminosi e pacifici. Resiste solo Stratta che era imparentato con Saragat e che continua a diffondere dolcezza.
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LETTERE scrivere a quaglieni@gmail.com
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Quando c’era il re
Mi sono trasferito dopo la pensione in Portogallo in un paese non distante da Cascais dove visse in esilio l’ultimo re d’Italia Umberto II. Ho avuto in dono queste tre fotografie che ritraggono villa Italia quando era abitata da Umberto  e lo stato di abbandono della villa successiva alla morte del re  e all’incuria  indecente degli eredi.  Aggiungo un’ istantanea del Re a Cascais. Adesso Villa Italia è un hotel dal nome suggestivo e forse un po’ troppo irridente: Grande Real Villa Italia  a 5 stelle. Fu per anni in stato di   abbandono, oggi la villa è rinata a nuova vita, ma è irriconoscibile.
Le scrivo perché lei ebbe il merito in passato di proporre che all’hotel Principe di Piemonte di Viareggio venisse apposta una fotografia di Umberto che fu Principe di Piemonte. E’ strano che gli eredi Savoia attuali trascurino il passato e rivendichino un futuro che non ci sarà.   E voglio anche protestare indignato – anche a nome della piccola comunità italiana portoghese –  per la vendita all’asta a Ginevra  delle storiche onorificenze che appartennero ad Umberto II.   Felice Sanfelice
Ringrazio per il pensiero gentile. Io non aggiungo altro alle sue parole. Ricordo con nostalgia,  quando nel 1961 mio Padre mi portò a Villa Italia a Cascais. Era il centenario dell’Unita’ d’Italia. Umberto era un grande uomo e un re che avrebbe regnato con dignità. Parti’ per evitare una guerra civile .Nel 1964 mio Padre mi portò al matrimonio del Duca d’Aosta Amedeo di Savoia, altra grande  figura.

Il ladruncolo informatico
Ho chiamato un tecnico non italiano per farmi vedere il pc. Si tratta di un mago nel suo campo, ma è stato anche un mago nel far sparire e portarsi a casa oggetti di valore che erano vicini al pc. Mi sono sentito tradito. Al ragazzo mi sentivo affezionato. Ma è mai possibile che noi anziani dobbiamo subire questi arbitrii senza fiatare, temendo altre ritorsioni? Questa è violenza vigliacca. Lettera firmata
Non subisca altri arbitrii  e violenze e denunci ai Carabinieri il furto in casa che è cosa ancora più indegna dello scippo in strada. Magari lo rispediscono nel suo paese, impedendogli di  continuare a nuocere.
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Legge elettorale sbagliata
Ho letto cosa ha scritto sulla nuova legge elettorale. Concordo sul fatto che il premio di maggioranza al 40 per cento è troppo basso specie se si tiene conto della bassa affluenza al voto. La legge truffa prevedeva nel 1953 il premio a chi avesse avuto il 51 per cento dei voti. Inoltre è sbagliato togliere i collegi uninominali e non prevedere le preferenze nel proporzionale. Una legge dove ha messo mano Calderoli non può essere una buona legge . Così come è, potrebbe far vincere il campo largo.   Vittorio Enzo  Laguzzi
Concordo con Lei. I legislatori della destra non eccellono . E non eccellono neppure quelli di sinistra. Un governo che vive sui decreti legge da molte legislature ha snaturato il potere legislativo del Parlamento che non scrive più leggi , ma pigia bottoni . Aveva ragione la presidente del senato Casellati.

Il Gianduiotto d’Oro a Emanuele Filiberto di Savoia

Nella serata di giovedì 5 marzo, presso il teatro Juvarra, è andato in scena il quarto appuntamento, dei sette previsti, della rassegna EnjoyBook, promossa da Marco Francia, Maurizio Conti e Cristiana Ferrini. Il talk, dal titolo “Identità reale”, moderato dall’inviato Mediaset Marco Graziano, ha avuto come protagonista il Principe Emanuele Filiberto di Savoia, che si è raccontato a partire dalla sua gioventù vissuta a Ginevra, in Svizzera, fino a oggi. L’evento ha ottenuto un successo pieno, un teatro sold out e i tanti applausi per il rappresentante di Casa Savoia, che ha saputo contemporaneamente salire sul piedistallo solo con la sua eleganza ed essere estremamente “pop”, popolare nell’accezione migliore del termine, quindi vicino alla gente, ironico, divertente e profondo.

“Sono felicissimo di essere qui con voi – ha raccontato il Principe Emanuele Filiberto di Savoia – a Torino respiro la storia della mia famiglia, anche se non ho mai pensato o sognato di essere Re. Sarebbe stato qualcosa di troppo più grande di me, in più ho vissuto i miei primi trent’anni all’estero, a Ginevra, quindi non ero realmente a contatto con la realtà dell’Italia, non mi vedevo all’interno della storia o della narrazione di Casa Savoia. Quando nel 2002 sono tornato in Italia non è stato facile, il mio cognome era pesante: ricordo che, nell’anno in cui ho partecipato al programma televisivo ‘Ballando con le stelle’, ho ricevuto molti fischi, insulti, pregiudizi, e in seguito è capitato nelle mie visite a Napoli e a Torino. Per fortuna, nel tempo, sono riuscito ad affermarmi più come Emanuele Filiberto che non come discendente di Casa Savoia, anche se inevitabilmente le due componenti coincidono, ma posso affermare, oggi, di essermi ritagliato un mio personalissimo ruolo all’interno della storia italiana e della mia famiglia”.

Personaggio eclettico, il Principe Emanuele Filiberto. Durante la serata, che lo ha visto premiato con il Gianduiotto d’Oro, il prestigioso riconoscimento assegnato all’interno della rassegna EnjoyBook, è stata ricordata la sua partecipazione al Festival di Sanremo nel 2010 con la canzone “Italia amore mio”, di cui scrisse il testo e che cantò sul palco insieme a Pupo e al tenore Luca Canonici, ottenendo il secondo posto e un notevole successo al televoto, appena dietro a Valerio Scanu. Oggi è impegnato nella stesura di un romanzo storico dedicato agli ottant’anni della Repubblica Italiana, in ricordo anche del nonno, il Re d’Italia Umberto II, un libro simbolo del “trait d’union” che lega il passato di Casa Savoia al presente, fino al luminoso futuro cui l’Italia potrebbe andare incontro di fronte a una maggiore valorizzazione delle sue bellezze.

“L’Italia per me è amore – ha continuato il Principe Emanuele Filiberto – e mi dispiace vederla spesso bistrattata o poco valorizzata a causa dei lenti e speciosi meccanismi della burocrazia. Solo in Piemonte penso che il complesso delle residenze sabaude possa essere sfruttato meglio di quando non si faccia oggi. Io vivo a Montecarlo, ma passo molto tempo in Italia, nella mia residenza in Umbria, dove possiedo una tenuta in cui produco vino e olio, oltre a occuparmi personalmente dell’orto: ecco, penso che la valorizzazione del territorio debba partire dalla basi, dalle cose semplici, seminando e raccogliendo amore, avendone rispetto e cura”.

“Oggi, per me, l’unica cosa ‘reale’ è la realtà, ciò che sta succedendo – ha spiegato Il Principe Emanuele Filiberto di Savoia – è il presente. Non associo mai il termine ‘reale’ a qualcosa di regale. Tutto ciò che ho vissuto fa parte della tradizione e della continuità millenaria sabauda, ma per me è stato importantissimo pensare al futuro da lasciare alle mie figlie, e questa è la continuità a cui do valore. Vorrei potessero vivere in un clima più sereno, nella pacificazione tra la storia d’Italia, gli italiani e Casa Savoia, che sta avvenendo. Mi piacerebbe essere ricordato come la persona che ha tenuto insieme la tradizione e la continuità: sto provando a facilitare il passaggio tra la tradizione e ciò che potrà essere il futuro dell’Italia, a patto di viverlo in una dimensione costruttiva e pacifica”.

Il prossimo appuntamento della rassegna EnjoyBook, intitolato “La libertà di raccontare” è previsto per giovedì 19 marzo, alle 20.15, sempre al teatro Juvarra, e avrà come protagonista lo scrittore e giornalista Roberto Parodi. I biglietti sono acquistabili su Mailticket al costo di 33 euro, di cui 3 saranno devoluti alla Fondazione Piemontese per la Ricerca sul Cancro.

https://www.mailticket.it/rassegna-custom/301/enjoybook-2026–storie-di-libert%C3%A0-e-visione

Mara Martellotta