Nel cuore pulsante della notte torinese, Hiroshima Mon Amour continua a essere molto più di un palco: è una fucina sonora dove le traiettorie musicali si incontrano, si contaminano e prendono forma davanti a un pubblico che non si limita ad ascoltare, ma attraversa l’esperienza.
Di Renato Verga
Al Teatro Regio di Torino debutta finalmente Dialogues des Carmélites, capolavoro di Francis Poulenc, in uno degli allestimenti più celebri degli ultimi decenni, firmato da Robert Carsen. Nato nel 1997 e ormai divenuto un punto di riferimento internazionale, lo spettacolo arriva in città con intatta forza espressiva, dimostrando una longevità rara nel panorama operistico contemporaneo.
Ispirata al dramma di Georges Bernanos e alla tragica vicenda storica delle carmelitane di Compiègne, ghigliottinate durante il Terrore rivoluzionario, l’opera si impone come una riflessione profonda sulla paura, sulla fede e sul senso ultimo della vita. Poulenc costruisce un tessuto musicale continuo, privo di numeri chiusi, in cui parola e musica si fondono in un fluire teatrale serrato e coinvolgente. Il recitativo diventa così elemento portante di una drammaturgia musicale che privilegia la chiarezza espressiva e l’intensità emotiva.
A guidare l’Orchestra del Regio è Yves Abel, interprete raffinato e profondo conoscitore del repertorio francese. La sua direzione si distingue per equilibrio e trasparenza, con una particolare attenzione ai dettagli timbrici e alle dinamiche. Abel accompagna il racconto con sensibilità teatrale, mantenendo costante la tensione narrativa e valorizzando i contrasti tra i momenti di raccoglimento e quelli di maggiore drammaticità.
Il cast si dimostra all’altezza della complessità dell’opera. Ekaterina Bakanova offre una Blanche intensa e sfaccettata, restituendo con efficacia le fragilità di un personaggio segnato da un’angoscia esistenziale profonda. Il suo fraseggio elegante e la qualità del timbro contribuiscono a delineare un percorso interiore credibile e toccante.
Di grande impatto la Madame de Croissy di Sylvie Brunet-Grupposo, protagonista di una scena di morte tra le più sconvolgenti del teatro musicale. L’interprete riesce a rendere con forza il dramma di una fede messa in crisi, offrendo una prova di forte intensità emotiva e scenica. Accanto a lei, Francesca Pia Vitale disegna una Soeur Constance luminosa e spontanea, portatrice di una dolcezza che fa da contrappunto alla cupezza della vicenda. Meno convincente la Madame Lidoine di Sally Matthews, la cui linea vocale appare talvolta irregolare.
Ben delineati anche i ruoli maschili, con interventi efficaci che contribuiscono a definire il contesto storico e familiare della protagonista. Solido l’insieme dei comprimari, così come il contributo del coro, fondamentale nel costruire la dimensione collettiva dell’opera.
Il vero punto di forza dello spettacolo resta tuttavia la regia di Carsen, ripresa con precisione e coerenza. La scena, ridotta all’essenziale, si configura come uno spazio astratto, privo di riferimenti realistici. Pochi elementi, geometrie rigorose e una disposizione coreografica dei corpi costruiscono immagini di grande impatto visivo. Questa scelta consente di concentrare l’attenzione sul conflitto interiore dei personaggi, evitando ogni distrazione decorativa.
Le figure collettive – monache, rivoluzionari, folla – diventano parte integrante della drammaturgia visiva, creando configurazioni simboliche che riflettono il rapporto tra individuo e comunità. In questo contesto, la presenza della violenza rivoluzionaria si percepisce come una minaccia costante, anche quando resta fuori scena.
Fondamentale il ruolo della luce, utilizzata come vero e proprio strumento narrativo. I contrasti tra ombra e illuminazione, le improvvise aperture luminose accompagnano i passaggi emotivi e spirituali dei personaggi, contribuendo a costruire un’atmosfera sospesa e intensa.
Il momento culminante è il finale, di straordinaria forza evocativa. Senza ricorrere a soluzioni realistiche, la regia traduce la morte delle monache in una progressiva scomparsa delle voci e dei corpi. Il canto si spegne lentamente, mentre le figure cadono una a una, in una sequenza di grande impatto visivo ed emotivo. Un’immagine che resta impressa e che chiude lo spettacolo con rara potenza.
Il pubblico torinese accoglie con entusiasmo questa produzione, tributando calorosi applausi a interpreti e creatori. A distanza di quasi trent’anni dalla sua nascita, l’allestimento di Carsen continua a parlare con sorprendente attualità, confermando la forza di un’opera che non smette di interrogare lo spettatore.
In programma al Teatro Alfieri dall’1 al 3 maggio, Luca Barbareschi porta in scena lo spettacolo “November”, interpretando il presidente degli Stati Uniti Charles Smith.
Dal 1 al 3 maggio, l’attore, regista e conduttore di Montevideo, Luca Barbareschi, sarà protagonista sul palco del Teatro Alfieri di Torino con la commedia “November”. Si tratta di un’opera in due atti dal ritmo incalzante e ricca di imprevisti, diretta da Chiara Noschese. In scena, insieme a Barbareschi, anche Simone Colombari e la stessa Noschese.
Scritta durante un periodo di crisi economica, “November” si rivela oggi sorprendentemente attuale rispetto alle dinamiche della politica americana. Ambientata nel mese delle elezioni presidenziali, la commedia segue le ultime, disperate strategie del presidente uscente Charles Smith, ormai in netto svantaggio nei sondaggi e con una guerra imminente. Mentre il suo staff getta la spugna e la moglie si prepara a lasciare la Casa Bianca, il presidente tenta il tutto per tutto, arrivando perfino a concedere la grazia a due tacchini destinati al macello per conquistare il favore dell’opinione pubblica.
Scritta nel 2007, in piena recessione, la pièce dipinge un’America segnata da una profonda crisi morale, dove il sogno americano sembra giustificare qualsiasi mezzo. Ne nasce una commedia amara e brillante al tempo stesso, capace di intrecciare satira pungente e riflessione sociale, tra momenti di comicità, colpi di scena e verità scomode.
Venerdì 1 e sabato 2 maggio ore 20.45
Domenica 3 maggio ore 15.30
Teatro Alfieri, Piazza Solferino 4
Tel. 011 5623800
Email: info@fdfgestioniattivitateatrali.com
Mara Martellotta
Proseguono giovedì 2 al teatro Regio, le repliche de “Dialoghi delle carmelitane” fino a domenica 12. Venerdì 3 alle 20.30 all’auditorium Toscanini, “Concerto di Pasqua”. L’Orchestra Rai diretta da Giuseppe Mengoli e con il controtenore Carlo Vistoli, eseguirà musiche di Part, Vivaldi e Beethoven.
Martedì 7 alle 20.30 nella sala 500 del Lingotto, Alexander Romanovsky al pianoforte, eseguirà musiche di Mozart, Debussy, Musorgskij. Giovedì 9 alle 20.30 e venerdì 10 alle 20 all’auditorium Toscanini, l’Orchestra Rai diretta da Andrès Orozco-Estrada e con Julia Hagen al violoncello, eseguirà musiche di Elgar e Rachmaninov. Martedì 14 alle 20 al teatro Vittoria per l’Unione Musicale, Alfio Antico, tamburi e voce e Amedeo Ronga contrabbasso, presentano il progetto Anima. Mercoledì 15 alle 20.30 al conservatorio per l’Unione Musicale, Simone Lamsma violino e Jonathan Fournel pianoforte, eseguiranno musiche di Stravinskij, Faurè, Brahms e Ravel. Sabato 18 alle 18 al teatro Vittoria, Stefano Bruno violoncello e Maya Oganyan pianoforte, eseguiranno musiche di Beethoven, Debussy, Sostakovic, con invito all’ascolto di Antonio Valentino. Domenica 19 alle 16.30 per l’Unione Musicale, il Trio Hermes eseguirà musiche di Schubert, Hensel Mendelssohn e Mendelssohn. Lunedì 20 alle 20 al teatro Vittoria, La Vaghezza eseguirà musiche di Negri, Crosetto, Geremia, Turini, Merula, Ramal, Rossi-Marini, Kadish, Bertali-Merula. Martedì 21 alle 20.30 all’auditorium Agnelli per Lingotto Musica, l’Accademia Bizantina con Ottavio Dantone nel doppio ruolo di direttore e clavicembalista con Alessandrio Tampierii violino, Suzanne Jerosme soprano e Delphine Galou contralto, eseguirà musiche di Handel, Corelli, Geminiani e Pergolesi. Mercoledì 22 alle 20.30 per l’Unione Musicale, il Quartetto Simply, eseguirà musiche di Mayer, Wolf e Brahms.
Pier Luigi Fuggetta
Alla Mole, sino al 5 ottobre, “My name is Orson Welles”
Un cadenzato biglietto da visita, il biglietto di presentazione della mostra. “My name is Orson Welles”, pienamente specificando “Sono un attore. Sono uno scrittore. Sono un produttore. Sono un mago. Mi esibisco sul palco e alla radio. Perché ci sono così tanti ‘me’ e così pochi ‘voi’?” Già, soprattutto quel “mago”, un uomo pronto alla trasformazione, non soltanto fisica – il viso di un ragazzino paffuto e dagli occhi scuri e profondi, poi, per la sua prima copertina, a ventitré anni, per “Time”, una grande barba e una gran massa di capelli ingrigita, gli occhi infossati e un gran naso posticcio – ma anche imprenditoriale, di vero metteur en scène, di quello che Godard avrebbe definito un “autentico auteur”, l’autore senza limiti e a tutto tondo, dell’uomo che nel mondo dello spettacolo è capace, con un respiro inarrestabile, di raccogliere attorno a sé un vero gruppo, di scrivere e dirigere e disegnar scene, di indicare le tracce delle musiche e d’istruire per un montaggio. Di sapersi reinventare, nella diversa complessità del proprio lavoro, tra un grande progetto e un film di poco conto o di infimo interesse. “Raccontare la storia di Welles – sottolinea Frédéric Bonnaud, direttore della Cinémathèque française e realizzatore di questa splendida mostra che dimentica le controversie all’epoca della mostra su James Cameron (sino al 5 ottobre nella Sala del Tempio del Museo del Cinema) e che allarga ampiamente lo sguardo su un cineasta “innovatore e rivoluzionario, fascinant”, su un artista “enorme” – significa raccontare la storia di un uomo del XX secolo, che merita una visione completa; non scrive un romanzo, non compone musica, non dipinge un quadro, per cui è obbligatoria una stanza e una solitudine, lui pensa in grande e in grande agisce.” Carlo Chatrian, direttore del Museo, in un articolo dei giorni scorsi nelle colonne della Stampa, parlando di “inno al trasformismo” ha scritto: “oggi che nessuna verità appare certa, i suoi film, i suoi racconti, le sue illusionistiche performance acquistano una dimensione profetica.”
Il primo articolo (1926) con cui ci si interessò di lui recitava: “poeta, artista, fumettista e attore all’età di dieci anni… Orson ha molte ambizioni. Per il momento, non sa ancora decidere cosa farà da grande”. Aveva undici anni e forse sapeva già benissimo quel che non voleva essere, un uomo e un artista di second’ordine, una vita da mediano gli sarebbe andata stretta. Anche attraverso – con le collezioni private – il cospicuo Fondo Orson Welles del Museo del Cinema, salendo la scala elicoidale di Confino, ti vengono incontro una vita e una carriera, spezzoni di capolavori, brani di interviste, fotografie, storyboard e sceneggiature, disegni (vivacissimi, colti sul retro di tante scatole dei suoi amati sigari) e una scultura (sì, perché era anche scultore: un omino barbuto e intabarrato, con due bastoni a mo’ di stampelle, immagine di un re Lear che non filmò mai), documenti di prima grandezza, invidiabili manifesti: partendo dal suo certificato di nascita, di quel 6 maggio 1915, nel Wisconsin, sulle sponde del lago Michigan. Dando ampio respiro inizialmente al giovanissimo interprete (e regista, incontrando in Roger “Skipper” Hill quel produttore e amico che dà vita ai sogni) di Shakespeare, un “Macbeth voodoo”, interpretato interamente da attori afroamericani, per il quale nell’aprile del ’36 si fa a botte pur di assistervi. Tutta New York parla di Welles. Come ci sono, tra le realizzazioni, Amleto e un “Giulio Cesare”, nel quale – con il timore addosso di un rigurgito negli States di quei fascismi che già avevano invaso Germania, Spagna e Italia – vivono atmosfere da camicie nere e affollati raduni, attualizzazione di grande scalpore per l’epoca. Timori e terrori che due anni dopo, la sera del 30 ottobre, il ventitreenne Orson porta in radio adattando “La guerra dei mondi” di Wells e spaventando gli americani con l’annuncio di una “realissima” invasione di astronavi marziane.
La mostra corre parallela al successo, anche con “ricostruzioni” scenografiche mai banali. Se Hollywood lo cerca, Welles risponde con “Quarto potere”, glorioso debutto, considerato da qualcuno il miglior film statunitense di sempre, ispirato (era il 1941) alla biografia del magnate dell’editoria William Hearst trasfigurato in Charles Foster Kane – e “Citizen Kane” fu il definitivo titolo originale, con una grandezza e una solitudine da ricostruire, con la sontuosità di Xanadu, con l’enigma di Rosebud, con le rivoluzioni visive che l’autore ebbe a inventare, nella piena libertà che aveva preteso dallo studio (clausola imposta dalla RKO e da rispettare era il non superare il budget di 800mila dollari), con il capo-operatore Gregg Toland che utilizza “degli obiettivi angolari con lenti molto grandi per riprendere l’immagine in profondità e posiziona la camera al di sotto del pavimento, immagini bizzarre e inquietanti” che sono entrate tra le leggende del Cinema. Ma il capolavoro (Sartre parlò di “attaque courageuse” in una sua critica qui esposta, mentre Aragon corre a rivederlo e sente di doverne riparlare, con altri occhi, con un altro cuore) si scontra con un debole successo commerciale, soprattutto con la stampa di Hearst (tra le chicche della mostra, con i bozzetti delle scenografie, una lettera dell’avvocato che mette in guardia Welles in merito a potenziali azioni legali del magnate) che lo boicotta per cui sono molte le sale che preferiscono non programmarlo: Welles deve fare i conti con la realtà, non può più permettersi di esclamare, entrando nei teatri di posa, “è il più bel trenino elettrico che un ragazzo possa sognare”, deve fare i conti con “un punto di svolta disastroso” (“It’s All True”), con i tagli che la RKO, in sua assenza, farà sull’”Orgoglio degli Amberson”, con l’FBI che comincia (lo farà sino al ’56, un dossier di 300 pagine) a tenerlo d’occhio in quanto simpatizzante comunista, con il matrimonio presto naufragato con Rita Hayworth (riusciranno a concludere “La donna di Shanghai”), con i progetti che gli sono bocciati o miseramente amputati (“L’infernale Quinlan”) o in altri, altrui, in cui si deve rifugiare, pur dando sempre prova della sua grandezza d’interprete (“Il terzo uomo”, diretto da Carol Reed, con le sue ombre sui muri di Vienna e le musiche di Anton Karas), con quei film e quelle pubblicità che gli danno quattrini e gli permettono di continuare. “Ha spremuto finché ha potuto gli studios”, ricorda con un sorriso Bonnaud, dopo anni guadagna con l’obbligo di reinvestire, s’affida alle produzioni indipendenti.
L’Europa è per lui un rifugio, ama la Spagna soprattutto, “poi l’Italia e soltanto in ultimo la Francia”, ancora dispiaciuto il direttore della Cinémathèque, ama unire le diverse culture attraverso l’oceano, gira con tempi lunghissimi “Otello” ma il film gli vale il Palmarès a Cannes nel 1952, è ancora celeberrimo se non appena mette piede in un raffinato ristorante l’orchestra s’interrompe per omaggiarlo con la musica del “Terzo uomo”. Nel capitolo italiano, lo circondano gli intellettuali italiani (non manca la foto famosa di Irving Penn del ‘48 nella sala del Caffè Greco a Roma, tra tredici celebrità, da Palazzeschi a Petrassi a Ennio Flaiano, da Carlo Levi a Brancati a Orfeo Tamburi), ha una breve liaison con Lea Padovani e negli anni successivi Pasolini lo chiamerà per “La ricotta” nelle vesti del regista straniero alle prese con Stracci, che nel doppiaggio troverà la voce di Giorgio Bassani. Guarderà ancora all’Europa con Karen Blixen (“Storia immortale”, 1968), a Rostand e al suo Cyrano, a Cervantes e al suo Don Chisciotte (“resta il film incompiuto che più ci manca”), a Kafka e al “Processo”del 1962 – al quale Roberto Perpignani, oggi ottantacinquenne, debuttante all’epoca nelle vesti di assistente al montaggio (sarebbe stato poi il collaboratore prezioso tra gli altri di Bertolucci e dei fratelli Taviani, di Marco Bellocchio e di Moretti, di Jancsò e di Francesca Archibugi), ha dedicato durante la presentazione della mostra un ampio ritratto, fatto di una “telecronaca” ampia e affascinante, tra gesti e posture e voci e ricchi frammenti che hanno ottenuto un vigoroso applauso.
Uno degli ultimi tableaux a salire, s’intitola “Un re senza regno”, è l’accenno a “The Other Side of the Wind” che solo nel 2018 verrà completato e distribuito, all’aiuto che alcuni suoi amici tentano di dargli, Peter Bogdanovich ad esempio, al non realizzato “The Big Brass Ring”, alle partecipazioni televisive, ai nuovi divi – Redford Eastwood Beatty – e alla New Hollywood che non credono in lui e gli hanno voltato le spalle. Tutti i progetti falliscono. Ma sopravvive e vive il genio, campeggia ancora una volta il mago, quello che continua a viaggiare per il mondo avendo come unico bagaglio cinepresa e moviola, qui ancora una volta si rende omaggio all’”atteggiamento morale di un artista di raffinata cultura che dedica anima e corpo alla più popolare delle arti dello spettacolo, superandone i limiti soffocanti.” Rimane il suo cinema – al cinema Massimo la retrospettiva dal 2 al 15 aprile – che ha avuto la fortuna di avere Welles come “umile servitore”.
Elio Rabbione
Nelle immagini, Foto con dedica, collezioni personali di Welles e Kodar, coll. Archivi di Stato- Šibenik, Croazia; un momento della conferenza stampa (al tavolo, Carlo Chatrian, Roberto Perpignani, Frédéric Bonnaud e l’interprete); “Citizen Kane” (1941) e Orson Welles e Rita Hayworth in “The Lady of Shanghai”, coll. Museo Nazionale del Cinema; una vetrina dell’allestimento.
Al teatro Astra, dal 7 al 12 aprile prossimi, per la stagione 2025-2026
Al teatro Astra, dal 7 al 12 aprile prossimi, andrà in scena la pièce teatrale “A pelle nuda sul palco. Eroine ed eroi shakespeariani per voce femminile” di e con Lucilla Giagnoni, con musiche originali di Paolo Pizzimenti, per una produzione TPE-Teatro Piemonte Europa.
Un’attrice su una pedana in controluce: è Romeo che contempla Giulietta al balcone, ma anche Giulietta stessa, e poi Desdemona, Otello, Emilia, Lady Macbeth. Lucilla Giagnoni interpreta personaggi sia maschili sia femminili, senza distinzione. Nel teatro di Shakespeare le donne non potevano recitare e non avevano voce. Si trattava di una strana condizione per quel tempo, in cui sul trono sedeva una delle più significative regnanti della storia inglese, Elisabetta I Tudor. Il teatro, però, è il luogo in cui dare spazio a queste contraddizioni, in cui poter trovare loro un senso aprendosi a nuove possibilità. Dal teatro si riparte per saldare questo debito e riparare il torto. Lucilla Giagnoni si fa guida del pubblico in un percorso dentro Shakespeare, attraverso le sue opere e i suoi protagonisti in un’affabulazione che si intreccia intimamente all’interpretazione, accompagnandoci nel tempo, nel mondo e nella misteriosa figura dell’autore teatrale che spalancò le porte della modernità (non a caso nato nello stesso anno di Galileo Galilei e morto nello stesso anno di Miguel de Cervantes).
A scandire il percorso sono tre donne delle tragedie shakespeariane, tre figure archetipiche: Giulietta, giovane romantica; Desdemona, ragazza che vuole diventare donna; Lady Macbeth, donna spietata che desidera essere regina. In questa avventura shakespeariana per voce femminile, tragedia e biografia personale si mescolano; la voce dell’attrice si fa personaggio e viceversa. Si tratta di uno spettacolo che omaggia il potere del teatro nel farsi strumento interno, di messa in dubbio; ogni personaggio è un’immersione, un’esplorazione verso se stesso, una scoperta delle proprie parti, che richiede una spogliazione: “A pelle nuda sul palco” non per procurare sofferenza ma per condividere conoscenza. Se la grandezza dell’opera di Shakespeare si rivela quando c’è un corpo che la incarna, dando voce a tutte le luci e le ombre dell’umano, questo spettacolo è un’esperienza che può toccare profondamente il corpo e l’interiorità di ogni adolescente.
“Ho scritto la maggior parte degli spettacoli che ho interpretato – afferma l’attrice e regista Lucilla Giagnoni – mi sono immersa anche in grandi classici, dando vita alle loro parole. La mia prima vocazione è quella dell’attrice, abito il palco come gli adolescenti la loro cameretta e i pellegrini il loro santuario. Avvolta nel nero di quinte e fondali, abbagliata dalle luci, supero ogni volta la soglia dello spazio-tempo e dialogo con i grandi artisti e artiste del passato. Questo comporta un lavoro di spogliazione e di mettersi a pelle nuda, condizione necessaria affinché la vita fluisca da me oltre il proscenio. Trasmettere vita è uno dei doni più grandi del teatro, e questa energia me la dà la Poesia, e quindi anche Shakespeare con il suo teatro. I suoi personaggi, maschi e femmine senza distinzione, hanno segnato molte tappe della mia evoluzione, potrei raccontare la mia vita tramite la loro. Sono in me, dormono, sognano, urlano, parlano, discutono, piangono, arrossiscono. Giulietta, Desdemona e le streghe del Macbeth, Lady Macbeth, ma anche Romeo, Otello, Iago e Macbeth. Ecco i personaggi shakespeariani che ho interpretato, maschi e femmine senza distinzione. Curioso perché nel Teatro di Shakespeare le donne non potevano recitare e non avevano voce. Mi viene da pensare che è come se avessi saldato un debito. Interpretare i personaggi maschili è stato divertente e terribile come un transfert, un’esplosione. Ma calarsi nei panni di queste creature femminili è stata una vera e propria esplorazione di un mistero, di ciò che non conoscevo di me. I personaggi femminili rappresentano un’esplorazione che arriva fino al limite della loro morte, una fine violenta che tutte le volte sogni di poter cambiare e, visto che non è possibile, puoi donare loro almeno la tua voce”.
Teatro Astra – via Rosolino Pilo, 6, Torino
“A pelle nuda sul palco. Eroine ed eroi shakespeariani per voce femminile” – 7-12 aprile
Orari: martedì e venerdì ore 21 / mercoledì e sabato ore 19 / domenica ore 17
Mara Martellotta
Dal 2 aprile al 2 giugno, la Corte di Palazzo Carignano ospita la mostra “Torino 4×4. Fotografie di una nuova era”, promossa da Fondazione Boscolo e Camera.
L’esposizione nasce come un progetto fotografico che intreccia arte, comunicazione e impegno sociale. Il titolo rende omaggio al lavoro quotidiano delle quattro realtà torinesi coinvolte, attive in contesti complessi e segnati da fragilità.
In mostra, gli scatti di Fabio Bucciarelli raccontano le esperienze sportive delle squadre degli Insuperabili, dove il calcio diventa strumento di inclusione e socializzazione. Le fotografie di Enrico Gili danno voce ai sogni e alle speranze delle persone accompagnate da Progetto Tenda, impegnato dal 1999 nel sostegno a chi vive situazioni di emergenza abitativa. Deka Mohamed Osman propone invece una serie di still life che reinterpretano, con creatività e colore, gli strumenti sviluppati da Hackability, associazione che promuove l’inclusione delle persone con disabilità attraverso soluzioni tecnologiche su misura. Infine, le immagini di Marco Rubiola lasciano spazio all’immaginazione dei giovani seguiti da Nove ¾, progetto della Fondazione Gruppo Abele dedicato a chi vive condizioni di ritiro sociale.
La mostra è il risultato della collaborazione tra Fondazione Boscolo, Camera Torino e la factory PiazzaSanMarco, con l’obiettivo di valorizzare arte e cultura come strumenti di espressione e, soprattutto, come motori di trasformazione e rigenerazione sociale, capaci di generare consapevolezza e cambiamento.
Questa prima edizione di “4×4”, curata da Marco Rubiola insieme a François Hébel, segna l’avvio di un progetto più ampio volto a mappare le realtà virtuose del territorio, che proseguirà anche il prossimo anno.
L’esposizione rientra nel programma di Exposed Torino Photo Festival 2026.
“Torino 4×4. Fotografie di una nuova era”
2 aprile – 2 giugno 2026
Corte di Palazzo Carignano
Mara Martellotta
Nelle sale della Fondazione Accorsi-Ometto, sino al 6 settembre
A circa vent’anni dalla morte del pittore, Giorgio Vasari nelle sue “Vite” scriveva: “Ma Agostino (Chigi)… gli diede a dipingere nel suo palazzo di Trastevere in una sua camera principale la storia d’Alessandro quando va a dormire con Rosana: nella quale opera, oltre all’altre figure, vi fece un buon numero d’Amori… E vicino al camino fece un Vulcano, il quale fabbrica saette, che allora fu tenuta assai buona e lodata opera.” Uno scrittore che tramanda notizie per il sapere dei posteri, in tutta tranquillità. Invece. Invece Giovanni Antonio Bazzi, chissà per quale ragione, a Vasari doveva stare proprio sullo stomaco – e la condanna condita di tanta ferocia dovette decretargli un lungo ostracismo: sul versante critico, “il capolavoro fioriva tratto tratto, in mezzo ai dipinti mediocri”, come su quello comportamentale, “era celebratore della vita, nelle gioiose gagliardie del cuore e del senso, pagano spirito giocondo… l’irruenza di carattere, la scapigliata trascuranza dello studio, l’indocile e indomata libertà… mutava voglie e modi, cercava motivo di festa e di chiasso anche nell’arte: godeva a godere.” Il quadretto di un tale uomo “chiassoso e vagabondo” che scendeva nei sussurri del gossip quando gli affibbiava e l’accresceva di quel titolo di Sodoma per cui il Bazzi ci è stato tramandato, in tempi non facili per i cultori del “vizietto” (anche Leonardo si vide trascinato in tribunale per un’accusa), anche se a dar retta all’autore delle “Vite” il pittore non faceva nulla per far tacere quell’etichetta che gli era stata appiccicata addosso (“non che si prendesse noia o sdegno, se ne gloriava”): anche se poi quella sorte (al tempo) grama o tollerata, considerata altresì la bisessualità del mondo artistico, fu acquietata con il pensiero che fosse l’intercalare piemontese da qualcuno storpiato, “sù, ‘nduma”, o il risultato frainteso di un “so domà” detto da un pittore che aveva tra le proprie doti la passione per i cavalli.
Ben oltre quanto rimane gossip, Giovanni Antonio Bazzi è al centro della mostra – composta “con uno sforzo non indifferente”, avvertono i responsabili – che nel titolo si estende in un significativo “Alla conquista del Rinascimento”, che ha la curatela di Serena D’Italia, Luca Mana (direttore del Museo Accorsi) e Vittorio Natale e il patrocinio della Regione Piemonte e della Città di Torino e che sino al 6 settembre occuperà le sale della Fondazione Accorsi-Ometto, importante appuntamento a circa ottant’anni dall’ultima grande retrospettiva che interessò il museo Borgogna di Vercelli e la Pinacoteca Nazionale di Siena (al termine del percorso è l’affiche di quella mostra che fu il primo risultato della lunga produzione di Armando Testa). Esposizione volta, quella odierna, ad analizzare e a porre all’attenzione del pubblico che la visiterà la produzione iniziale del pittore, la precocità e il praticantato di un umile ragazzotto, figlio di un calzolaio di Biandrate, che lo “ha posto e vincolato” nella bottega del casalese Martino Spanzotti (il contratto originale è qui esposto, datato 28 novembre 1490) e da protrarsi per interi anni sette ma che non fu mai completato se il non ancora ventenne Bazzi prendeva nel ’96 già la strada per Siena: continuando a tessere lodi al suo benefattore Francesco de’ Tizzoni, fattosi testimone e mallevadore di quegli anni. Primi anni che non vanno disgiunti dall’altro fatto importante della mostra, “abbiamo voluto organizzare un’occasione che mette in luce la grande ricchezza del patrimonio artistico del nostro territorio, posto in dialogo con gli importanti centri del Rinascimento italiano”, sottolinea la curatrice D’Italia. Oltre cinquanta opere a coprire un lungo periodo, alcune inedite, suddivise in sette sezioni, provenienti – in un elenco di prestiti veramente importante – da collezioni private e da istituzioni pubbliche, da Brera alla Galleria Borghese al Vaticano, dalla Capitolina romana alla collezione Chigi Saracini alla Parrocchia Spirito Santo di Sommariva Perno, dalla Sabauda torinese all’Albertina alla Pinacoteca di Varallo, da Siena da Perugia da Vercelli, dal Musée Jacquemart-André della capitale francese.
All’inizio del prezioso allestimento curato dallo Studio LLTT Architetti Associati, con l’apporto dell’architetto Loredana Iacopino, di un rosa antico che pare a memoria discostarsi da quelli che abbiamo visto sinora, è l’(innocuo) autoritratto del Sodoma (pare che l’uomo accanto a Raffaello nella “Scuola d’Atene” per questioni anagrafiche non sia più il Nostro, come mi insegnò il liceo) ricavato dal Chiostro Grande dell’Abbazia di Monte Uliveto (questo aveva davanti Vasari e ancora per un attimo leggete un’altra sua spina nel fianco dell’odiato: “un volto di uomo innamorato dello sfarzo, conscio d’ogni piacere, dall’occhio brillante e scaltro, dal naso maschio espanso al fiuto, dalle labbra serrate su lo scherzo grasso e la risata mordace”, ritrattino che nemmeno a spingerlo a forza rientra nel giovin signore che ci ritroviamo davanti), avvicinato all’”Ecce Homo” del 1510 che mette in evidenza gli esiti raggiunti e l’arte della maturità di un artista tra i più interessanti dell’epoca aurea della pittura. Nel proseguire attraverso le sale, si toccano le città – del Piemonte, Milano, Mantova, Siena, Roma: dove lo troviamo nel 1508 a fianco di Raffaello nella Stanza della Segnatura con l’incarico di papa Giulio II – che saggiarono la produzione del Bazzi, dando a lui la possibilità di incrociare geni del suo tempo: Bazzi s’immette prepotentemente – assorbendolo appieno – in un panorama lombardo, ne sono testimonianza il “Compianto su Cristo morto” (1503), di collezione privata, che nel taglio visivo – pasoliniano, all’occorrenza, per “Accattone” – s’allinea al Mantegna di Brera e, a pieno diritto, la “Pietà” (dalla Arciconfraternita di Santa Maria dell’Orto a Roma) che in quella diversità e completezza di tratti e di sentimenti e di dolore è un’altra immagine dell’affermazione del pittore che, già a Roma, guarda ancora ai modelli del nord. Aveva ormai alle spalle le prove dei primissimi anni di bottega, una “Sacra Famiglia” che “si nota essere ancora acerba” dice Serena d’Italia.
Si è lasciato alle spalle gli artisti vercellesi e casalesi con cui è venuto negli anni precedenti a contatto, che qui pongono in bella carrellata santi e madonne piene di fascino – Alvise De Donati, Eleazaro Oldoni, Aimo e Balzarino Volpi, Bernardo Zenale (con quest’ultimo si combatté l’attribuzione per il “Martirio di San Sebastiano”, in mostra, fuori di ogni certezza, con un più vago “pittore attivo nel Ducato di Milano”, eccellente studio per un nudo maschile, mentre la persona di colore accovacciata a legare le caviglie del santo vanta ricordi ed espressioni più antiche, mentre ancora una volta andiamo a indagare l’azzurrino sfumato del paesaggio che strizza l’occhio a Leonardo e ai fiamminghi), l’eccellente Boltraffio, certamente Spanzotti (tra le sue opere presenti, una magnifica “Madonna con Gesù Bambino e due angeli”, circa 1490, della torinese Albertina) e Defendente ed Eusebio (“Angelo annunciante”, circa 1506, Museo Borgogna di Vercelli) Ferrari. Il centro della penisola dopo il nord, dove il nome per eccellenza – oltre all’urbinate sempre ammirato e cercato – è quello del Pinturicchio, in omaggio al quale Luca Mana ha creato con i suoi colleghi una mostra nella mostra. Introdotto dalle parole di Rabelais, prese a prestito da una lettera del 15 febbraio 1536 inviata a Monsignor de Maillezais (“papa Paolo Farnese aveva una sorella bella a meraviglia: tuttora si mostra nel palazzo Vaticano, nel corpo di fabbrica in cui risiedono i Sommisti, una figura della Madonna, che si dice sia stata fatta a immagine e somiglianza di costei”), del perugino Bernardino di Betto Betti, proveniente dal Vaticano, è visibile – ambientato in un duplice percorso storico e artistico – il frammento di un affresco, già in bella mostra appunto nell’appartamento privato di papa Alessandro VI, il Bambino benedicente che fu un giorno circondato dalle presenze del pontefice e della Vergine, due reperti a lato a testimoniarlo. Mentre, ancora alla ricerca dell’intensità degli scambi che interagiscono con il nord, tra la fine del Quattro e gli inizi del Cinquecento, s’ammira la “Madonna col Bambino in trono tra i santi Nicola di Bari e Martino” di Macrino d’Alba (“cartina tornasole” lo definisce Luca Mana), proveniente dalla Pinacoteca Capitolina di Roma, come una inedita predella con Cristo benedicente tra gli apostoli, prestito della residenza papale di Castelgandolfo.
Ancora tra le opere giovanili del pittore, eseguite nel primo decennio del XVI secolo, andando a guardare sul versante profano, abbiamo l’”Allegoria dell’Amor Celeste”, dalla collezione Chigi Saracini di Siena mentre dalla torinese galleria Sabauda proviene la “Morte di Lucrezia”, tema in molti esempi caro al Sodoma. Anni di successi e di grande produzione, importanti committenze – i fratelli Chigi, in primo luogo, i ricchi banchieri romani -, anni che lo videro nell’impegno dei grandi cicli d’affreschi che sono in Sant’Anna in Camprena (1503-1504), vicino Pienza, ricchi di quei motivi a grottesca che si andavano ammirando con la scoperta della Domus Aurea neroniana (“motivi fantastici” li ricorda Vittorio Natale) e delle storie di Santa Caterina che lo avvicinano per molti versi a certi lavori del Bramantino in castello Sforzesco e, ancora, del Pinturicchio; e nel chiostro di Monteoliveto (1505-1508), nel senese, succeduto a Luca Signorelli (che era stato chiamato ad Orvieto per la cappella di san Brizio) a illustrare le storie di San Benedetto, basate sul racconto di san Gregorio Magno, ventisei episodiche lunette a completare quello che è da tutti considerato un vero e significativo capolavoro dell’arte rinascimentale del nostro paese.
Elio Rabbione
Nelle immagini, Sodoma, “Compianto sul Cristo morto”; Macrino d’Alba, “Madonna col Bambino in trono con i santi Nicola di Bari e Martino”; Sodoma, “Morte di Lucrezia”; Sodoma, “Allegoria dell’Amore Celeste”.
Inaugurata nel 1692 su commissione della Pia Congregazione dei Banchieri e dei Mercanti, la chiesa costituisce un importante esempio di committenza civile, voluta dal priore della congregazione, Antonio Provana.
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L’opera di Francis Poulenc, che debutta per la prima volta a Torino per la regia di Robert Carsen
Venerdì 31 marzo, alle ore 20, e fino a domenica 12 aprile, va in scena per la prima volta a Torino “Dialogues des Carmélites” di Francis Poulenc, uno dei più grandi capolavori del XX secolo nell’intenso allestimento di Robert Carsen. Debuttano al Teatro Regio di Torino Yves Abel, sul podio dell’Orchestra e Coro del Teatro, e Ekaterina Bakanova nel ruolo della protagonista, di ritorno a Torino dopo il successo in “Manon” di Massenet, ora al debutto nel ruolo di Blanche. Accanto a lei, Jean-François Lapointe (Marchese de La Force), Valentin Thill (Cavaliere de La Force), Sylvie Brunet-Grupposo (Madame de Croissy), Sally Matthews (Madame Lidoine), Antoinette Dennefeld (Madre Marie) e Francesca Pia Vitale (Sorella Constance), oltre a un numeroso cast di solisti chiamati a ricoprire i sedici personaggi dell’opera.
L’opera è ambientata nella regione della Compiègne, nel 1794, quando la rivoluzione irrompe nella clausura e trasforma la vita di un convento in una domanda radicale: che cosa significa avere fede quando tutto crolla? “Dialoghi delle Carmelitane” sono ispirate alla vera storia delle sedici Carmelitane ghigliottinate durante il Terrore giacobino; l’opera di Francis Poulenc, su testo di Georges Bernanos, rappresenta un teatro dell’interiorità, dove la musica alterna tensione e contemplazione, luce e ombra, mettendo a nudo la paura che condiziona, la violenza del potere e la scelta del sacrificio.
La lettura di Robert Carsen, creata per il Dutch National Opera di Amsterdam nel 1997, con scene di Michael Levin, è diventato un riferimento internazionale per l’essenzialità del linguaggio scenico e la forza emotiva con cui restituisce il nucleo centrale, morale e spirituale dell’opera. Per il regista canadese, “Dialogues del Carmélites” è un’opera profondamente atipica, dove al centro non vi è il solito intreccio di passioni e morte, ma una questione esistenziale trattata in forma rarefatta e filosofica. Il dialogo è il vero motore drammaturgico, i personaggi parlano molto, ma non sempre riescono davvero a comunicare. In uno spazio astratto, quasi sacro, sono i corpi, le distanze e la luce a costruire i luoghi dell’azione; nessun realismo descrittivo, nessuna simbologia imposta, per lasciare allo spettatore la possibilità di riempire la scena con la propria esperienza interiore. Evitare oggetti e segni superflui significa sottrarsi a una “iper-teatralità” e accompagnare l’opera verso la sua dimensione più universale, come riflessione sul coraggio, sulla paura e sulla responsabilità individuale.
Figura chiave è Blanche de La Force, personaggio letterario, fragile e timoroso, creato da Gertrud von Le Fort, il cui cammino interiore, dalla paura alla scelta consapevole del sacrificio, rende visibile il cuore del dramma. È proprio questa capacità di parlare a tutti, al di là di ogni appartenenza religiosa, che, secondo Carsen, rende l’opera così potente sul piano umano, spirituale e intellettuale. Anche nella celeberrima scena finale, il regista evita ogni realismo crudo, per cercare nella musica di Poulenc una dimensione ulteriore. Ne nasce un’immagine stilizzata e di intensa bellezza che Carsen ha definito “una danza verso la luce”, non solo tragedia, ma attraversamento, trasformazione, compimento.
Ospite abituale delle più prestigiose orchestre e istituzioni liriche internazionali, Yves Abel è direttore principale della San Diego Opera dalla stagione 2020-2021. Il suo incarico è stato rinnovato fino al 2023. Il governo francese gli ha conferito il titolo di Chevalier de l’Ordre des Arts et des Lettres.
Opera lirica, prosa e grandi mostre internazionali, il nome di Robert Carsen è associato in tutto il mondo a produzioni di straordinario rilievo. Considerato uno tra i maggiori registi d’opera viventi, ha saputo rinnovare profondamente il linguaggio della regia lirica raggiungendo vertici di assoluta perfezione stilistica e formale. Il Teatro Regio e il regista canadese vantano un rapporto estremamente significativo, avviato nel 1996 con “Cendrillon” e proseguito nel 2002 con “Mefistofele”, nel 2007 con “Rusalka”, nel 2008 con “Salomè” e nel 2016-2017 con “La piccola volpe astuta” e “Katia Kabanova”.
La storia di “Dialogues des Carmélites” affonda le radici in un episodio storico realmente accaduto: l’esecuzione del 17 luglio 1944, a Parigi, nell’ultima e più repressiva fase del regime del Terrore, di sedici suore Carmelitane che rifiutarono di rinunciare ai loro voti religiosi, passate alla storia come le “Martiri di Compiègne”. Il tragico evento ispirò, nel 1931, il romanzo di Gertrud von Le Fort dal titolo “Die Letzte am Schafott” (L’ultima al patibolo), da cui nel 1947, Raymond Bruckberger trasse una sceneggiatura cinematografica affidando a Georges Bernanos la scrittura dei dialoghi. Pubblicati nel 1949, i “Dialogues” ottennero un tale successo teatrale che, nel 1953, l’editore Ricordi propose a Francis Poulenc di trasformarli in un’opera. Affascinato dalla profondità psicologica dei personaggi, in particolare femminili, il compositore completò la partitura nel 1956. La prima rappresentazione avvenne al Teatro La Scala il 1⁰ gennaio 1957, in traduzione italiana. Pochi mesi dopo, il 21 giugno, l’opera andò in scena in lingua originale francese all’Opéra di Parigi. Poulenc dedicò la partitura alla storia della madre e dei compositori che considerava i suoi maestri ideali: “Alla memoria di mia madre che mi ha dischiuso la musica, di Claude Debussy, che mi ha donato il gusto di scriverla, di Claudio Monteverdi, Giuseppe Verdi e Modest Musorgskij, che mi sono serviti da modello”.
Teatro Regio – piazza Castello 215, Torino
Martedì 31 marzo – domenica 12 aprile 2026
Mara Martellotta