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Con ‘Icona Callas’ l’Università di Torino si apre alla cittadinanza nel progetto UniVerso

Il mito di Maria Callas rivive nel programma di eventi promossi dall’Università degli Studi di Torino per i cento anni dalla suanascita, dal titolo “Icona Callas”, presentati lunedì 20 novembre scorso.

Si tratta di un palinsesto di iniziative organizzato dall’Università degli Studi di Torino nell’ambito del progetto UniVerso, che partirà il 6 dicembre prossimo per animare il palazzo del Rettoratoe altre location cittadine, con mostre, proiezioni, concerti, masterclass e un convegno internazionale di studi. Il tutto realizzato in collaborazione con Fondazione Teatro Regio di Torino, Archivio Storico Ricordi, Archivio Intesa San Paolo e Gallerie d’Italia, Marina Abramovic Institute,  Museo Nazionale del Cinema, Conservatorio Statale di Musica Giuseppe Verdi di Torino, Ono Arte,  Fondazione Ellenica di Cultura e con il patrocinio di Regione Piemonte,  Città di Torino, Città Metropolitana di Torino, Accademia Albertina di Belle Arti, Consulta Universitaria del Cinema, Fondazione Zeffirelli e con il supporto di Fondazione CRT.

Il programma “Icona Callas” sarà aperto da alcune masterclass, la prima delle quali il 6 dicembre prossimo con la fumettista e illustratrice Vanna Vinci che, per Feltrinelli Comics, ha pubblicato la graphic novel ‘Io sono Maria Callas’, una biografia per immagini in cui il soprano è al contempo un personaggio da tragedia greca e una superstar. Il 7 dicembre Mario Riberi, docente di Storia del Diritto Medievale e Moderno all’Università di Torino, indagherà il rapporto tra diritto e opera lirica. L’11 dicembre prossimo Pierluigi Ledda, direttore dell’Archivio Storico Ricordi, condurrà il pubblico nell’esplorazione della Medea di Cherubini, un disco leggendario che sancì l’ingresso di casa Ricordi nel mondo della discografia come Dischi Ricordi, etichetta che pochi anni dopo avrebbe dato vita al fenomeno dei “cantautori”.

II 12 dicembre verrà indagato il rapporto tra Maria Callas e quella che era conosciuta come la sarta della soprano, Elvira Leonardi Bouyeure (1906-1999), in arte Biki. A farlo la docente di Storia della moda dell’Università di Bologna Simona Segre Reinach.

II 14 dicembre l’autore del libro Maria Callas, Alberto Bentoglio, illustrerà il profilo del soprano come cantante-attrice, nelle relazioni con i registi con cui ha lavorato.

Non mancherà la rassegna cinematografica,  dall’8 all’11 dicembre, in collaborazione con il Museo Nazionale del Cinema dal titolo “Maria Callas e il cinema”. Verranno proiettati al cinema Massimo in via Verdi 18 la Medea di Pier Paolo Pasolini, Maria by Callas, “In her own words” di Tom Volf, “Callas forever”di Franco Zeffirelli e “Callas assoluta” di Philippe Kohly.

L’8 dicembre al Conservatorio Giuseppe Verdi di Torino si terrà il recital intitolato “100 +1: Maria Callas e Irene Papas”, ideato  e prodotto da Maria Mitsopoulou, per la regia di NIkaito Kontouri, che pone in relazione il percorso artistico di Maria Callas con quello di Irene Papas, altra icona della cultura greca del  Novecento, scomparsa lo scorso anno.

Quattro mostre inedite inaugureranno il 17 dicembre al palazzo del Rettorato, capaci di esplorare la figura di Maria Callas, attraversando diversi linguaggi. Saranno presenti dieciingrandimenti scenografici  che vestiranno il cortile del Rettorato per la  mostra fotografica “Maria Callas fuori dal palco. Ritratti dall’archivio Publifoto Intesa Sanpaolo”. Verrà poi allestito il nuovo spazio espositivo dall’Ateneo intitolato galleria di UniVerso  che ospiterà l’installazione video “Seven Deaths” di Marina Abramovic. Nella Sala Athenaeum, si terrà  una mostra in collaborazione con l’Archivio storico Ricordi dal titolo “Callas-Medea. Storia di un disco”, un percorso espositivo che ricostruisce la vicenda di un disco leggendario, Medea, attraverso preziosi materiali originali dell’epoca per la prima volta in mostra. Nellesale storiche della biblioteca Graf saranno esposte 25 tavole originali realizzate dalla fumettista Vanna Vinci, per la sua graphic novel “Io sono Maria Callas”. Da lunedì 18 a mercoledì 20 dicembre, al Teatro Regio, nell’Aula Magna della Cavallerizza Reale e poi in quella del Rettorato, si riuniranno più di sessanta studiosi italiani e stranieri, che si confronteranno nel convegno internazionale “Maria Callas at 100: Opera, Celebrity, Myth”, per affrontare in una prospettiva multidisciplinare e transmediale la figura di Maria Callas, una personalità d’artista che ha segnato la storia dell’opera, ma anche più in generale l’immaginario, divenendo una vera e propria icona del ‘900.

Il convegno si aprirà domenica 17 dicembre alle ore 17:00 nell’Aula Magna della Cavallerizza Reale, con una tavola rotonda dedicata ai grandi archivi in cui sono raccolti importanti documenti che raccontano la figura di Maria Callas da diverse prospettive. Gli interventi previsti sono di Pierluigi Ledda (Archivio Storico Ricordi), Simona Segre Reinach (Archivio Biki), Barbara Costa (Archivio Publifoto), Caterina d’Amico (Fondazione Zeffirelli) e Simone Solinas (Archivio Storico Editoriale Teatro Regio di Torino).

“Con il progetto ‘Icona Callas’ – ha dichiarato il Rettore dell’Università di Torino Stefano Geuna – il nostro programma di eventi culturali UniVerso dimostra di voler investire con sempre maggiore impatto l’obiettivo di aprire spazi universitari alla cittadinanza, e di contribuire da protagonista al potenziamento dell’offerta culturale del territorio. UniVerso è stato inaugurato nel 2021 e ha intrapreso un percorso guidato dall’idea di mettere in rete quel capitale di conoscenza che è la più grande risorsa strategica dell’Università, connettendola al fianco al più ampio sistema culturale di Torino e del Piemonte. Questo progetto nuovo e articolato è dedicato a un’artista che ha segnato il ‘900 e che ha un rapporto privilegiato con la nostra città, ed è una straordinaria dimostrazione dell’alto valore pubblico della divulgazione culturale. In un momento storico nel quale c’è molto da riaffermare il significato di ciò che è e che deve essere pubblico, anche grazie a ‘Icona Callas’, ognuno potrà fare esperienza dell’Università come spazio aperto per fruire di una proposta culturale di livello internazionale. Quale immagine migliore, quella di Callas, per rappresentare il pubblico come bene di tutti e alla portata di ognuno. Lei, che ha scritto le pagine più alte del melodramma, e che è stata a sua volta ‘melodramma’.”

“Il programma di eventi dedicati a Maria Callas nel centenario della nascita, ideati da UniVerso Università di Torino – ha dichiarato la Prorettrice dell’Università di Torino Giulia Carluccio – propone un percorso multidisciplinare e trasversale che intende offrire un ritratto sfaccettato di una delle più potenti icone del ‘900, ma anche evidenziare l’impatto che la grande artista continua ad avere nella cultura contemporanea. Attraverso diversi format, e con la preziosa collaborazione di numerose istituzioni culturali, con ‘Icona Callas’ UniVerso realizza un vero e proprio festival in cui esposizioni, performance, incontri e proiezioni si integrano con l’importante occasione di studio costituita dal convegno internazionale ‘Callas at 100’, in cui circa sessanta relatori e relatrici interverranno da diverse prospettive disciplinari per ricostruire l’arte, la vita e il mito di Maria Callas”.

“Due debutti diversissimi fra loro e in due fasi differenti della vita dell’artista – ha precisato il Sovrintendente del Teatro Regio Mathieu Jouvin, ricordando che i due grandi debutti che la Callas realizzò per il Teatro Regio furono il primo nel 1948, quando in una delle sue prime presenze in Italia Maria Callas interpretò per la prima volta il ruolo di Aida sotto la direzione di Tullio Serafin. Il secondo debutto avvenne esattamente cinquant’anni fa, quando il Teatro Regio le affidò, prima e unica volta per lei, la regia dei ‘Vespri siciliani’ di Giuseppe Verdi, che inaugurarono il nuovo teatro progettato da Carlo Mollino – abbiamo ricordato questa storica produzione con un concerto speciale prima dell’estate e ora siamo molto felici di contribuire al programma di ‘Icona Callas’”.

“Il nostro patrimonio musicale ci permette di ripercorrere il processo creativo dei grandi capolavori del melodramma italiano, nonché le vicende di Casa Ricordi, un’industria culturale stratificata e complessa”, ha dichiarato Pierluigi Ledda, Direttore dell’archivio storico Ricordi. “È con Maria Callas nel disco ‘Medea’ che l’editore milanese ha avviato nel 1958 la propria etichetta discografica, quella ‘Dischi Ricordi’ che sarebbe diventata la ‘casa dei cantautori’. La collaborazione a ‘Icona Callas’ ci permetterà di analizzare e condividere l’importante progetto artistico ricostruendo l’intreccio di vite e professionalità che ne ha permesso la genesi e il ruolo fondamentale che ebbe la ‘Divina’ a determinarne il successo”.

“Fu Pier Paolo Pasolini a mostrare al cinema, sotto un diverso punto di vista, il grande talento scenico della soprano – ha dichiarato il Direttore del Museo Nazionale del Cinema Domenico De Gaetano.

“Medea, con cui sia apre la programmazione dei film al Cinema Massimo nei giorni del convegno è testimonianza della versatilità di Maria Callas e della sua forza interpretativa, che vengono descritte e esaminate in altri momenti topici della sua vita e della sua carriera”.

“Non credo esista uno studente di canto di un conservatorio italiano che inizi i suoi studi senza guardare al mito di Maria Callas – conclude il Direttore del Conservatorio Statale di Musica Giuseppe Verdi, Francesco Pennarola – un mito che, in quanto tale, porta con sé grande musica, successo e soprattutto sogni. Una voce come quella di Maria Callas, la sua presenza scenica e la capacità di calarsi nei personaggi che portava in scena, sono il più straordinario modello per ogni cantante, ma posso tranquillamente dire per ogni musicista che deve affrontare il pubblico in recital e concerti”.

 

Mara Martellotta

Memorie squisite: la storia Ginori, un racconto itinerante del drammaturgo Luca Scarlini

In occasione dei vent’anni dell’associazione culturale Amici di Doccia

 

Mercoledì 29 novembre 2023 ore 17.30

 

Palazzo Madama – Museo Civico d’Arte Antica

Sala Feste Piazza Castello, Torino

Fauno danzante, 1750 circa, porcellana

Torino, Palazzo Madama – Museo Civico d’Arte Antica

Palazzo Madama – Museo Civico d’Arte Antica, ospita, mercoledì 29 novembre alle ore 17.30Memorie squisite: la storia Ginori, un racconto itinerante dello scrittore e drammaturgo Luca Scarlini, dedicato alle vicende della manifattura Ginori, impiantata nel 1737 sulle colline di Sesto Fiorentino. È una storia tutta toscana quella della porcellana, nata quando il marchese Carlo Ginori (Firenze, 1702-Livorno, 1757) acquistò la Villa Buondelmonti per fondarvi la Manifattura di Doccia, così chiamata dal nome della località in cui si trovava e che ben presto divenne una delle più prolifiche e rinomate.

Palazzo Madama custodisce una raccolta di circa 200 porcellane di Doccia, in gran parte provenienti dalla collezione di Emanuele Tapparelli d’Azeglio, donata al museo nel 1874. Tra i capolavori, il Fauno danzante, replica in porcellana della celebre scultura antica conservata nella Tribuna degli Uffizi, e due vasi con il Trionfo di Nettuno e Galatea da originali in bronzo di Massimiliano Soldani Benzi.

Amici di Doccia, l’associazione culturale senza fini di lucro che dal 2003 promuove la ricerca, lo studio, la conservazione e valorizzazione dell’antica porcellana Ginori, una delle prime a essere prodotte in Italia e tra le più prestigiose in Europa, festeggia l’importante traguardo dei suoi vent’anni attraverso il monologo di Luca Scarlini, che ha narrato la vicenda della manifattura in alcuni dei luoghi più strettamente legati a essa.

L’appuntamento a Palazzo Madama è l’ultimo dei cinque incontri, che si sono svolti alla Biblioteca E. Ragionieri di Sesto Fiorentino, nel cortile di Palazzo Ginori a Firenze, al Museo Poldi Pezzoli di Milano e alla Pinacoteca dei Musei Capitolini di Roma.

Il ciclo è organizzato in collaborazione con il Museo Poldi Pezzoli a Milano, la Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali – Musei Capitolini a Roma e Palazzo Madama a Torino, con il patrocinio del Comune di Sesto Fiorentino e della Fondazione Museo Archivio Richard Ginori della Manifattura di Doccia.

“Lo scopo dell’iniziativa – dice Livia Frescobaldi, presidente degli Amici di Doccia – è suscitare la curiosità e l’interesse del pubblico sull’incredibile storia della porcellana Ginori e abbiamo pensato che le mille vicende narrate da Scarlini, così avvincenti da sembrare uscite dalla migliore delle serie televisive, fossero assolutamente perfette per questo scopo”.

L’evento è reso possibile grazie al contributo di Bonhams.

Luca Scarlini, scrittore, drammaturgo per teatri e musica, narratore, performance artist. Raccontatore d’arte, collabora con numerosi musei. Laureato in Storia dello Spettacolo all’Università di Firenze, insegna tecniche narrative presso la Scuola Holden di Torino, IED e ha collaborato con numerose istituzioni teatrali italiane e europee, tra cui il National Theatre di Londra, la compagnia Lod a Ghent, il Festival Opera XXI a Anversa, La Batie e il theatre amstramgram a Ginevra, lavorando in varie occasioni su temi di storia della scenografia.

L’usignolo e l’imperatore alla Casa Teatro Ragazzi e Giovani

In scena sabato 2 dicembre una coproduzione Fondazione TRG e Unione Musicale Onlus

 

Andrà in scena sabato 2 dicembre alle 20.45, alla Casa del Teatro Ragazzi e Giovani di Torino l’Usignolo e l’imperatore, uno spettacolo coproduzione dalla Fondazione TRG e Unione Musicale Onlus, una fiaba in musica ispirata a “L’usignolo” di Hans Christian Andersen con Miriam Schiavello, Pasquale Buonarota e Alessandro Pisci, per la regia, ideazione e scene e costumi di Giacomo Ravicchio, testo di Pasquale Buonarota, Alessandro Pisci, Giacomo Ravicchio, musiche originali di Andrea Chenna.

Il grande imperatore della Cina scopre che la meraviglia più invidiata al mondo è il canto di un usignolo che vive nel suo immenso giardino reale. Quando finalmente ascolta quel canto, si commuove di tanta bellezza e fa rinchiudere l’usignolo nel suo palazzo reale, così da poterlo ascoltare a suo piacere. Un giorno gli viene offerto un uccellino meccanico.

La trama delicata e limpida della fiaba di Andersen traccia percorsi tematici di sorprendente attualità, quali il rapporto tra reale e virtuale, naturalezza e artificio. Lo spettacolo vuol essere una riflessione sulle forza dell’esperienza diretta, del contatto, dell’incontro nei rapporti tra persone e cose e, per analogia, sulla forza del Teatro, sul suo mistero, sulla musica eseguita e fruita dal vivo, sulla forza data dalla fisicità dei gesti, dei suoni, della voce e del canto.

L’usignolo che dà il titolo al racconto è paradigma di natura e bellezza, di meraviglia e vitalità. Quel che rende prezioso e commuovente il canto dell’usignolo è la sua autenticità, perché è presente e vivo come lo sono i suoi sentimenti. Il canto dell’usignolo è un ideale di espressione vera, libera e vitale. Una bellezza che non si oppone ad altre meraviglie, neanche a quella tecnologica dell’uccellino meccanico.

Qui il teatro di parola si intreccia al teatro musicale, al canto, al gioco delle ombre e alle proiezioni in uno spettacolo che vede Giacomo Ravicchio, drammaturgo, regista, attore, scenografo e video designer, tra i fondatori del Teatro dell’Angolo, e in scena un trio già consolidato in ‘Cenerentola, Rossini all’opera’, composto dall’attrice e cantante Mjriam Schiavello e dagli attori Pasquale Buonarota e Alessandro Pisci.

MARA MARTELLOTTA

Fondazione Teatro Ragazzi e Giovani Onlus

Corso Galileo Ferraris 266.

Tel 01119740260

Caterina Caselli tra musica e cinema al Tff

Caterina Caselli, protagonista ieri della masterclass al media center della Cavallerizza, viene accolta tra fragorosi applausi dal sottofondo di “Insieme a te non ci sto più”, una canzone significativa non solo perché scritta da Paolo Conte, di cui ha prodotto il film a lui dedicato e presentato in serata, ma ancheperché la canzone è intrecciata al mondo del cinema. Infatti Nanni Moretti l’ha utilizzata ben due volte nei suoi film, per Bianca e perLa stanza del figlio, come ci tiene a ricordare Steve Della Casa.

E poi una canzone manifesto di libertà che ci parla ancora oggi, in un periodo così scottante per la difesa dei diritti delle donne. LaCaselli si è intrattenuta generosamente qui a Torino per il Torino Film Festival nella giornata di ieri per l’anteprima del film “Paolo Conte alla Scala – Il maestro è nell’anima”, la testimonianza superlativa del concerto alla Scala del 19 Febbraio scorso prodotto dalla Sugar, casa discografica della famiglia Caselli per la regia di Giorgi Testi e distribuito da Medusa, nelle sale dal 4 al 6 dicembre. Leitmotiv della masterclass è stato l’intreccio tra cinema e musica. Diversi gli aneddoti: dalla canzone scritta da Ennio Morricone per Elisa, di cui la Caselli è stata talent scout, che poi venne utilizzata da Quentin Tarantino nel film Django Unchained, alla collaborazione con Davide Ferrario,presente alla masterclass, il quale ha anticipato il suo prossimo film dedicato all’ Italo Calvino delle Città invisibili in cui è presente il brano “Ora mi alzo” di Luciano Berio, reinterpretato da Raphael Gualazzi, artista della scuderia della Caselli.

A coronare l’incontro un richiamo all’attualità nei testi delle sue canzoni più famose “Nessuno mi può giudicare” e “Insieme a te non ci sto più” “che sottolineano” commenta la Caselli “la prima che laverità è senza tempo e che la libertà è di tutte e di tutti e nella seconda c’è una donna che capisce che l’altro non è più e quindi “si muore un po per poter vivere” cioè dobbiamo accettare il rifiuto, che la vita è una conquista e che dobbiamo accettare la sofferenza, ascoltare gli altri perché siamo tutti collegati e cercare di volerci bene”.

GIULIANA PRESTIPINO

Per la salute di tutti e del pianeta, convegno scientifico al Campus Einaudi

il 30 novembre inizia la Conferenza delle Nazioni Unite, dedicata ai cambiamenti climatici – Cop 28 a Dubai.
Per la prima volta, nel programma ufficiale della Conferenza, verrà dedicato un giorno al tema della salute.
Il 29 novembre Amref – più grande ong sanitaria africana – in collaborazione con l’Università di Torino, organizza un convegno scientifico con degli interventi di livello.
CONVEGNO SCIENTIFICO
ONE HEALTH: PER LA SALUTE DI TUTTI E DEL PIANETA
29 Novembre 2023, dalle ore 9 alle 13:30
Campus Luigi Einaudi
Sala Lauree Blu – Complesso D1
Lungo Dora Siena, 100 – Torino
Per adesioni: bit.ly/ConvegnoOneHealth
SALUTI ISTITUZIONALI
Egidio Dansero, Vice Rettore Vicario per la sostenibilità e la cooperazione allo sviluppo, Campus Luigi Einaudi,
Università di Torino
Francesco Tresso, Assessore servizi demografici e statistici Città di Torino
PROGRAMMA
Daniela Rana, referente One Health Amref Health Africa Italia
Ilaria Capua, Senior Fellow of Global Health, Johns Hopkins University – SAIS Europe, Director Emeritus of One Health Center of Excellence, University of Florida – “La salute circolare, la salute del futuro”*
Claudia Robbiati, Global Health Researcher Istituto Superiore di Sanità – Università La Sapienza di Roma – One Health a supporto di strategie di salute globale: un caso studio dal bacino del Mediterraneo
Guido Boella, Vicerettore dell’Università di Torino – Salute circolare nell’industria della salute e dell’agrifood con l’ausilio della IA
Martin Muchangi, Director for Population Health and Environment at Amref Amref Health Africa – Fostering health through enhancing climate early warning systems for infectious diseases and advancing sustainable agriculture to support nutrition and health* (english only)
MODERA
Nicolas Lozito, giornalista La Stampa
*in remoto

Mozart al concerto rotariano dell’Orchestra Polledro diretta dal Maestro Bisio

Il  5 dicembre 2023 

 

Il concerto natalizio che coinvolge il Distretto Rotariano 2031 sarà affidato all’Orchestra Polledro e si terrà martedì 5 dicembre alle 20:30 presso il Teatro Vittoria, in Via Gramsci 4, a Torino. Al concerto è abbinato un service a favore delle Fonderie Ozanam, che operano nel sociale formando e inserendo nel mondo del lavoro decine di ragazzi che si trovano in situazioni difficili. Il concerto, diretto dal Maestro Federico Bisio, prevede l’Ouverture dall’opera “Artaserse” di Johann Christian Bach; di Wolfgang Amadeus Mozart la Sinfonia di Do Maggiore n. 28 KV 200 e la Sinfonia in Re Maggiore n. 30 KV 203.

L’ Artaserse è la prima opera di Johann Christian Bach, sul libretto di Pietro Metastasio, che andò in scena al Teatro Regio di Torino il 26 dicembre del 1760. Nel ruolo del protagonista, il celebre Gaetano Guadagni, in seguito primo interprete di Orfeo nell’omonima opera di Gluck. Nonostante la calorosa accoglienza, l’opera ebbe soltanto sette rappresentazioni a causa di un’epidemia che colpì i membri della casa regnante e alcuni musicisti. L’Ouverture comincia in modo sorprendente: all’unisono e con una figura ascendente basata sulle note dell’accordo perfetto in Re Maggiore. Il carattere generale risulta febbrile e scattante. Il secondo movimento, in netto contrasto, presenta una figurazione più riflessiva e calma degli archi, arricchita da interventi dei fiati. Il finale si presenta come un Rondò in miniatura, con due episodi (il secondo in tonalità minore) che ristabiliscono il carattere festoso del primo movimento.

Mozart compose la Sinfonia in Do Maggiore n. 28 KV 200 nel 1773, o 1774 per Salisburgo. Come le altre Sinfonie scritte prima della sua fuga dall’autocratico arcivescovo di Salisburgo nel 1781, la n. 28 è stata immeritatamente oscurata dalle sue ultime sei Sinfonie, a partire dalla Haffner del 1782. Secondo alcuni studiosi la Sinfonia n. 28 riecheggia (o anticipa) opere che vanno dalla Sinfonia Degli Addii di Haydn del 1772 al suo stesso Flauto Magico del 1791. A Salisburgo, sotto l’ala protettrice di Michael Haydn, Mozart si spinse a investire la sua musica con sentimenti più profondi di quanto avesse rischiato in precedenza e, a partire dalla Sinfonia n.25, il cambiamento si manifesta in modo straordinario.

Nel primo movimento risalta il tono rigoroso dell’introduzione, mentre nei successivi melodie e temi sono sviluppati nella semplice tonalità in Do Maggiore, ma in modo più leggero, contrastando con gli arpeggi il primo movimento. Nel finale Mozart fa suonare gli ottoni in modo più prominente del solito, offrendo un primo indizio di quella che sarà la Sinfonia n. 41 chiamata Jupiter.

L’ultima parte del concerto prevede l’esecuzione della festosa Sinfonia n. 30 in Re Maggiore KV 203, scritta a Salisburgo per un’occasione non conosciuta, completata il 5 maggio del 1764. Mentre la Sinfonia precedente, la n. 29, raggiungeva una nobile serenità, e quella ancora precedente denominata n. 25 era la prima Sinfonia veramente tragica, questa sembra essere più incentrata sulla leggerezza e il divertimento. Questo fatto ha portato i commentatori dell’epoca romantica a considerarla un passo indietro, in quanto opera meno seria. In realtà è una Sinfonia che per la varietà delle idee musicali e l’intelligenza del loro trattamento è pari alle altre due. A unificare l’opera sta il fatto che sia il primo sia l’ultimo movimento iniziano con una melodia discendente che traccia un accordo di Re Maggiore. Nel primo movimento questo è preceduto dal alcuni accordi e figure introduttive, tra cui una che include un semplice trillo. Nel corso dell’esposizione questo trillo cresce e acquista importanza, fino a quando l’intera orchestra è dominata dal suo “ronzio”.

Il secondo movimento per soli archi è in forma di Sonata su scala ridotta ed è ricco di melodie cantabili. Mostra la cura da parte del compositore nel mantenere interessanti tutte e quattro le voci. Il Minuetto è uno dei più danzanti tra le Sinfonie più mature di Mozart. Il finale, sempre in forma di Sonata, contrappone una fanfara d’apertura a passo veloce in ritmo puntato a un’idea lirica contrastante. Il colpo di genio è la coda conclusiva che fa evaporare la Sinfonia in piano, non facendoci dimenticare che il compositore era allora un diciottenne dotato di grande senso dell’umorismo.

Mara Martellotta

 

Nel 2024 il Mastio della Cittadella renderà omaggio a Fernando Botero

È uno dei più importanti artisti contemporanei recentemente scomparsi

 

Il Mastio della Cittadella, dal 20 aprile 2024, tributerà un grande omaggio a uno dei più importanti artisti contemporanei da poco scomparsi, Fernando Botero. L’esposizione dal titolo “Ricordando Fernando Botero, Via Crucis-la Passione di Cristo” è visitabile fino al 21 luglio 2024, e vuole celebrare la vita del pittore, scultore e disegnatore colombiano.

Si tratta di un viaggio attraverso le opere dell’artista che ha sfidato il pregiudizio, ostinandosi a aderire ai canoni dell’arte figurativaclassica quando stava esplodendo la pop art, rimanendo comunque legato all’arte classica, caratteristica delle pitture di Botero rappresentata da una insolita dilatazione dei soggetti, che assumono forme fuori dal comune, quasi irreali e, allo stesso tempo, ricche di fascino. Per le sue figure femminili monumentali si ispirava ai canoni classici di Piero della Francesca.

L’esposizione, presente nelle sale del Mastio della Cittadella, ospita un ciclo di opere di Fernando Botero in cui l’artista fonde la tradizione della storia dell’arte occidentale con elementi contemporanei, mantenendo la sua caratteristica cifra stilistica. In questa occasione affronta un tema sacro e il suo sguardo pare volgersi alla condizione umana, all’ingiustizia, al dolore e alla sofferenza da cui essa è permeata.

La mostra è un’occasione per ammirare le opere di uno dei più grandi artisti contemporanei e per riflettere sulle tematiche universali da esse rappresentate.

Dal 20 aprile 2024 al 21 luglio 2024

Dal lunedì al venerdì – 9.30/19.30

Sabato e domenica – 9.30/20.30

Mastio della Cittadella, Corso Galileo Ferraris 0, Torino

Mara Martellotta

Sigillo Civico di Torino per Christian Greco

Il Consiglio comunale ha approvato una mozione, presentata questo pomeriggio dalle consigliere del PD Lorenza Patriarca e Nadia Conticelli, contenente la proposta di conferimento del sigillo civico, la più alta onorificenza che un cittadino torinese possa ricevere, equiparabile alla cittadinanza onoraria, al direttore del Museo Egizio di Torino, Christian Greco.

Definito dal documento personalità rinomata a livello scientifico, Greco ha all’attivo diverse pubblicazioni e numerose partecipazioni a convegni in qualità di esperto. Può vantare, inoltre, collaborazioni come docente nelle università di Torino, Napoli, Pisa, della Cattolica del Sacro Cuore di Milano e della New York University di Abu Dhabi. Recentemente è stato insignito del premio di torinese dell’anno dalla Camera di commercio di Torino, per l’anno 2023.

Nella mozione gli viene riconosciuta, inoltre, la straordinaria qualità del lavoro svolto con il Museo Egizio cresciuto, sotto la sua direzione, in popolarità e seguito anche internazionale, tanto da raggiungere i 900mila visitatori l’anno e il prestigioso traguardo di risultare il terzo museo più visitato in Italia dopo la Galleria degli Uffizi e la Galleria dell’Accademia a Firenze, con un impatto economico positivo per il nostro territorio pari ad un valore di 187 milioni di euro.

La Sala Rossa ha approvato la mozione all’unanimità dei partecipanti al voto.

Durante i primi giorni del 41° TFF. Eccellente prova della francese Iris Kaltenbäck con “Le ravissement”

DAL TORINO FILM FESTIVAL

Nel panorama di una Parigi caotica e affannosa nel vivere quotidiano, sembra scorrere tranquilla la vita di Lydia, felicemente portata avanti la sua professione di ostetrica, diligentemente corretta in “assistente al parto”, ovvero quelle donne che durante e dopo una nascita badano più alle mamme che ai piccoli. Tranquilla fino a che il compagno le confessa, dopo tre anni di convivenza, di essere andata a letto con un’altra persona, fino a che non scopre che la sua migliore amica Salomè è incinta, fino a che non incontra, nel suo girovagare notturno – anche la casa le sta stretta e inospitale -, Milos, di origini serbe, fuggito ragazzino dalla guerra, in terra francese solitario conduttore di autobus. Una chiacchierata in un caffè, una notte insieme e tutto parrebbe finire lì: ma nel cuore di Lydia si viene creando una sofferenza non superabile, nella mente di Lydia scatta una spirale di frenesia, di castelli di fantasia costruiti per sé e per gli altri, di bugie che sconvolgono del tutto quella vita. Perché con il passare dei giorni e delle settimane non alleggerire le giornate dell’amica traumatizzata dal parto prendendosi cura della piccola Esmée (“l’amata”), portarla al parco, giocare con lei, prepararle le pappe, dimenticare il lavoro per starle sempre più accanto, per sentirsela sempre più propria? Perché non catturare sempre più gli affetti e la passione di Milos facendole credere sua la bambina? Perché non essere inevitabilmente coinvolta dalla famiglia del ragazzo, affettuosamente oppressiva? Perché non tentare di formare anche per soli pochi giorni una coppia con una bambina, continuando a mentire, fuggendo verso le spiagge della Normandia?

Iris Kaltenbäck, per la prima volta dietro la macchina da presa (un passato di sceneggiatrice, “Le vol des cicognes” è del 2015, mai apparso da noi), ci offre con “Le ravissement” (2023) – non soltanto per noi “il rapimento” ma altresì “l’infatuazione” o “l’incantamento” – il quadro preciso dell’urgenza senza confini di certi sentimenti, dello scompiglio che possono creare, di uno sconvolgimento totale verso gli altri che può annientare una vita. Sono bisogno d’amore, sono lo specchio del desiderio di uscire da una troppo duratura solitudine. Accompagna la regista con una fermezza e una durezza (come sono costantemente duri i tratti della protagonista Hafsia Herzi, eccellente, pochi i sorrisi, quasi sempre innaturali e forzati) senza mai sbavature il cammino interiormente doloroso di Lydia, intrappolata nelle sue giornate e nelle sue menzogne, in quella costruzione assurda di un universo parallelo che finisce col coinvolgere tutti. Racconta con autentica padronanza un’amara vicenda tutta in salita, affaticata, dolorosa e offre ai due protagonisti principali (Milos è Alexis Manenti) l’occasione per altrettanti ritratti fatti di cuore e di animi controversi.

Nelle prime giornate di questo 41mo Torino Film Festival arriva anche dal Canada “Soleils Atikamekw”, un’altra donna alla direzione, Chloé Leriche, alla sua seconda opera. Il film (che somiglia di lontano al fratello povero se non poverissimo dei recenti e poco soddisfacenti “Killers” di Martin Scorsese) è il racconto ai giorni nostri, la disperazione non scomparsa, il ricordo triste dei famigliari delle cinque vittime di un incidente realmente accaduto nel giugno del 1977 e mai completamente chiarito. Un’auto finita poco oltre la riva di un fiume, due metri d’acqua al massimo, due ragazzi del Québec che si salvano e cinque, uomini e donne, della comunità Atikamekw perdono la vita, annegati in circostanze su cui si pretende di vederci chiaro. La polizia concluse all’epoca le indagini con la parola incidente, gli indizi, i dubbi, le prove scoperte non sono mai state prese in considerazione. Per sette anni la regista e produttrice ha lavorato in comunione con quelle cinque famiglie per renderle partecipi davanti e dietro la macchina da presa. Alcuni, in doppio ruolo, incarnano i loro avi, altri testimoniano per intero la mancanza di considerazione subita. Come per Scorsese, anche qui la volontà del bianco di nascondere ogni responsabilità, di tirar fuori da ogni coinvolgimento chi potrebbe spiegare il passato e calmare il presente: mentre le note di regia ci dicono che in Canada, malgrado le apparenze, il razzismo nei confronti dei popoli autoctoni è oggi ancora presente nelle istituzioni pubbliche.

Forse i risultati non hanno la chiarezza e l’applauso che la vicenda avrebbe meritato, il film politico della Leriche, pensato e girato per quella comunità, ha di certo il pregio di riportare alla luce scomodi fatti di cui in patria si è rinunciato a parlare: è tuttavia condotto con un’impronta piuttosto debole, indecisa se intraprendere la strada documentaristica piuttosto che quella della ricostruzione, per cui al di là dell’amarezza che continua a essere presente si è portati ad apprezzare maggiormente la componente poetica, quel sottofondo religioso e antico, ancestrale, di cui l’opera contiene non pochi spunti.

Applausi alla proiezione di “Girasoli”, presentato fuori concorso, debutto dietro la macchina da presa di Catrinel Marlon, all’anagrafe Catrinel Menghia, rumena di origine, un passato di sportiva e di modella, volto di Armani, copertine, testimonial d’eccellenza e interprete del primo film di Luigi Lo Cascio, “La città ideale”. Un corto lo scorso anno e adesso, oltre ad essere madrina del Festival, bellezza insuperabile nello scenario dell’inaugurazione a Venaria, autrice applaudita di una storia che, trasportata nel tempo, affonda le radici dolorose nella storia della sua famiglia, “la storia di una zia che vive in Romania”, e tra le righe di una lettera d’amore “che risale al 1888 e che ho trovato nell’ormai chiuso manicomio di Siena”. Al centro della vicenda, Lucia che ha il viso di ventenne e tutta la sempre maggior bravura di Gaia Girace (“L’amica geniale”), una ragazza di quindici anni curata per la sua schizofrenia con cure inconcludenti e sperimentali all’interno di un fatiscente manicomio degli anni Sessanta. È nelle mani di due medici che hanno linee mediche opposte (Monica Guerritore e Pietro Ragusa), che si scannerebbero pur di far prevalere ognuno la propria: mentre Lucia trova un’amicizia e una forza nell’infermiera Anna, una nuova assunta. È chiaro che sorveglianti, medici e monache vigilino su quell’amicizia i cui confini con l’amore sono del tutto labili. Un film a tratti più di scrittura che di direzione registica, più letterario che legato intimamente alla corposità del reale: comunque un’opera che altresì s’imprime nella memoria come esempio di ribellione e di ritratti femminili finemente scanditi, forti nel momento infelice che l’universo della donna continua a vivere.

Il versante del divertimento – che anche in un festival come il TFF è preteso e condiviso – è felicemente rappresentato da “Un anno difficile” (da giovedì prossimo nelle sale) del duo d’oltralpe, re Mida di quel cinema e non soltanto, formato da Eric Toledano e Olivier Nakache, autori di quel “Quasi amici” che poco più di una decina di anni fa ci ha emozionato e divertito. Due amici, anche qui e senza nessun tentennamento, due uomini sempre al verde, di quelli che si sprecano a cercare un ricevimento per sbarcare la giornata nel migliore dei modi. È durante uno di questi che si ritrovano senza nessun preavviso nel bel mezzo di una manifestazione di ecoattivisti: e sarà un susseguirsi di bugie, di giocare a essere quello che mai si sognerebbero, a costruire sotterfugi e maldestre azioni di proteste. Complice una dolce ragazza forte delle proprie idee e anche di una certa insensatezza dei suoi anni. Black Friday in cui tutti tentano di accaparrarsi tutto, ironia a carrettate su consumismo e ambientalismo, dove qualcuno cerca anche di bluffare, tornando a percorrere vecchie strade di comodo. Toledano&Nakache si sono divertiti a dare al film un andamento ultraveloce, a rotta di collo, e a buttarvi dentro i loro attori Pio Marmaï e Jonathan Cohen, cui s’aggiunge una dolcissima Noémie Merlant, srotolando episodi su episodi che faranno la felicità del pubblico. Forse dimenticando – a torto – quegli angoli di sentimentalismo autentico che avevano fatto (più) grande l’opera precedente.

Elio Rabbione

Nelle immagini: scene tratte (nell’ordine) da “Le ravissement”, “Soleils Atikamewk”, “Girasoli” con Monica Guerritore e Gaia Girace e “Un anno difficile” degli autori di “Quasi amici”.