E’ stata introdotta la figura di Gramsci dal trasferimento dal piccolo comune sardo di Ales a Torino, fino agli anni passati a Mosca

Ieri presso i locali dell’ NH- Collection Carlina è stata inaugurata “Casa Gramsci”, dove il politico, giornalista e letterato vi abitò nei suoi anni universitari a Torino. Il progetto è stato realizzato dalla Fondazione Istituto piemontese Antonio Gramsci e dalla CARLINA srl per valorizzare la memoria di uno dei personaggi politici italiani più importanti. Ad aprire la presentazione è stato il duo violoncello e violino dell’ Exenia Ensamble che ha eseguito due brani. Il primo di un compositore cecoslovacco coevo di Gramsci mentre il secondo, eseguito solo dal violoncello, dell’ avanguardista italiano Luciano Berio. A seguire è stata introdotta la figura di Gramsci dal trasferimento dal piccolo comune sardo di Ales a Torino, fino agli anni passati a Mosca insieme alla moglie. Poi si è passati al racconto del quartiere che ospitò il politico e alla storia dello stabile in cui visse dal 1913 al 1922, anni in cui iniziò la sua carriera politica. Il semiologo Massimo Leone ha illustrato le rappresentazioni iconiche, simboliche, indicali, narrative, teatrali, cinematografiche della figura di Gramsci. Il disegnatore Gianluca Costantini, coautore insieme a Elettra Stamboulis del volume “Cena con Gramsci”, ha raccontato il suo intento di dare nuova luce e nuova vita alle foto dei luoghi e di Gramsci nel realizzare la prima biografia illustrata del personaggio. Ha chiuso la presentazione il sindaco Piero Fassino ricordando l’importanza della memoria collettiva da tramandare alle generazioni successive. “Casa Gramsci” sita nell’angolo tra via San Massimo e via Maria Vittoria ospita oggetti, immagini, libri e manifesti legati alla figura del politico. L’intento della Fondazione è quello di dare alla città un nuovo luogo della cultura per promuovere eventi per i torinesi, per le comunità straniere della città, per tutti.
Federica Monello




regolatore della reattività del nocciolo nucleare, era stato costruito un enorme serbatoio artificiale di circa 22 chilometri quadrati, alimentato dal fiume Pryp’jat’. Proprio quel giorno i gestori degli impianti stavano preparando un arresto per eseguire la manutenzione ordinaria sul reattore numero quattro. Violando le norme di sicurezza, secondo quanto s’apprese in seguito,. vennero disabilitati anche i meccanismi automatici di spegnimento. Il disastro avvenne all’una e mezza del mattino del 26 aprile, quando un brusco e incontrollato aumento della temperatura del nocciolo innescò una tremenda esplosione fece saltare la piastra di tonnellate che copriva il “cuore” del reattore, rilasciando radiazioni nell’atmosfera e interrompendo il flusso del liquido di raffreddamento dello stesso. Alcuni secondi dopo, una seconda esplosione di maggiore potenza distrusse l’intero edificio del reattore, provocando incendi attorno al reattore danneggiato e a quello numero 3, che era ancora in funzione al momento delle esplosioni. Quelle esplosioni
generarono un fall-out radioattivo che interessò oltre 200.000 chilometri quadrati di territorio, coinvolgendo più di sei milioni di persone. La maggior parte di quelle radiazioni erano di iodio -131 , cesio -134 e cesio -137. Questi ultimi, in particolare, sono isotopi con tempi di dimezzamento lunghi (il cesio -137 ha una emivita di trent’ anni) e rappresentano tutt’oggi una fonte di preoccupazione e di inquinamento ambientale. Tornando a quei giorni, gli abitanti di Pryp’jat’ vennero evacuati circa 36 ore dopo l’incidente. Sulla bacheca di classe di un asilo della città, una mano anonima scrisse: “ Non ritorneremo.Addio, Pryp’jat’, 28 aprile 1986”. Molti già lamentavano vomito, mal di testa e altri sintomi da esposizione a radiazioni.Venne isolata una zona di trenta chilometri intorno alla centrale, assicurando i residenti che sarebbero tornati dopo qualche giorno, tanto che la maggior parte delle persone lasciò la maggior parte degli effetti personali e degli oggetti di valore nelle case. Al momento dell’incidente i venti soffiavano da sud e da est, così che la maggior parte delle nubi radioattive viaggiò in direzione nord-ovest, verso la Bielorussia. le autorità sovietiche, lentissime e riottose a rilasciare informazioni sulla gravità del disastro al resto del mondo, furono costrette a rivelare la reale portata della crisi quando l’allarme radiazioni raggiunse una centrale nucleare in Svezia. Ormai, mezza Europa era stata lambita e contaminata dalla nube tossica. Più di trenta lavoratori di Černobyl’ morirono nei primi mesi successivi l’incidente, secondo la US Nuclear Regulatory Commission (NRC), tra i quali alcuni di quegli eroici operai che si esposero consapevolmente a livelli mortali pur di evitare ulteriori perdite di radiazioni. Migliaia di casi di cancro alla tiroide sono stati collegati all’esposizione alle radiazioni in Ucraina, Bielorussia e Russia, anche se il numero preciso di casi direttamente causati dall’incidente è difficile (se non impossibile) da accertare. Basti
pensare che gli alberi dei boschi circostanti l’impianto morirono a causa degli alti livelli di radiazioni, tant’è che quella regione è nota oggi come la “foresta rossa”, per il loro colore bruno-rossastro. Il reattore danneggiato venne frettolosamente sigillato in un sarcofago di cemento destinato a contenere la radiazione residua. Quanto sia stata efficace questa soluzione e quanto continuerà ad esserlo nel futuro è un argomento di intenso dibattito scientifico. Nonostante la contaminazione del sito e dei rischi inerenti il funzionamento di un reattore con gravi difetti di progettazione, la centrale nucleare di Černobyl’ è restata in funzione per molti anni, fino a quando , nel dicembre del 2000, il suo ultimo reattore è stato spento. L’impianto, le città fantasma di Pryp’jat’ e Černobyl’, oltre ad una vasta area che circonda la centrale conosciuta come “zona di alienazione”, sono in gran parte off-limits per gli esseri umani. Vi sono, tuttavia, delle eccezioni. A poche centinaia di ex-residenti della zona è stato concesso di tornare alle loro case, nonostante i rischi di esposizione alle radiazioni. Gli scienziati, i funzionari governativi e altro personale sono ammessi sul sito per le ispezioni. Da qualche anno,incredibile ma vero, l’Ucraina ha aperto l’area ai turisti che vogliono vedere in prima persona le conseguenze del disastro. Così , con circa 150 dollari, è possibile visitare la centrale nucleare, arrivare fino a poche centinaia di metri dal reattore numero quattro, quello dell’incidente, e vagare per qualche ora fra rovine di cittadine abbandonate. L’esplosione ha rilasciato una ricaduta 400 volte più radioattiva della bomba di Hiroshima, contaminando quei 200.000 km quadrati d’Europa. Circa 600.000 persone sono state esposte a dosi elevate di radiazioni, e più di 350.000 persone hanno dovuto essere evacuate dalle zone contaminate. Anche dopo molti anni di ricerca scientifica e di indagine del governo, ci sono ancora molte domande senza risposta sull’incidente di Černobyl’: a distanza di anni restano ancora alcuni misteri legati al peggior disastro nucleare della storia dell’umanità. A trent’anni dal più grave incidente tecnologico del XX° secolo, la prova drammatica che la sicurezza, quando si parla di nucleare, è una mera illusione e che può essere sufficiente anche un solo, banale errore tecnico per innescare conseguenze tragiche come quelle verificatesi quel 26 aprile 1986. Trecentosessanta mesi ci separano da quei giorni ma gli effetti di quel disastro continuano a pesare sull’esistenza di milioni di persone che vivono, loro malgrado, nei territori più colpiti dal fall-out radioattivo, contaminati da livelli di radiazioni a volte difficilmente compatibili con la stessa sopravvivenza.


E’ intervenuto l’elisoccorso, ma ha solo potuto constatarne il decesso