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PG Plast, l’azienda di imballaggi e buste dal cuore green

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PG Plast

Rubrica a cura di ScattoTorino

Impresa manifatturiera che realizza packaging destinato alle attività produttive, PG Plast è stata fondata nel 1973. La continua ricerca nell’ambito delle materie prime e delle tecniche realizzative le ha consentito di crescere in termini di dimensioni, fatturato e personale, gran parte del quale composto da donne. Il 2018 ha visto un passaggio generazionale con il rinnovamento del management aziendale ed il trasferimento dei reparti produttivi presso la nuova sede di Robassomero, in provincia di Torino. ScattoTorino ha incontrato Simona Porchietto, che garantisce la continuità famigliare nella leadership aziendale, e Piero Cena. Gli Amministratori e proprietari della PG Plast puntano sulla qualità più che sulla quantità e hanno una visione eco-sostenibile della produzione. Imprenditori lungimiranti, investono in studi e ricerche finalizzate all’individuazione di processi produttivi virtuosi che sono volti alla riduzione della produzione di rifiuti, al riutilizzo dei prodotti immessi sul mercato, al recupero e al riciclo degli scarti di produzione e dei materiali di risulta e alla riduzione degli impatti sulle matrici ambientali dei processi produttivi, anche con politiche volte alla riduzione dei consumi energetici e all’approvvigionamento da fonti rinnovabili. Dal settore automotive a quello alimentare, dai grandi imballi alle bustine, dai packaging neutri a quelli personalizzati, la PG Plast garantisce ai clienti la propria expertise per individuare la soluzione migliore per tipo di materiale, dimensioni, spessore e chiusura. Inoltre fornisce materiali idonei a venire a contatto con gli alimenti, garantendo le più verificate condizioni per una corretta conservazione dei cibi in essi imballati.

PG PlastCi presentate PG Plast?

L’azienda, 100% made in Italy e 100% eco-friendly, è specializzata in shopping bag ed imballaggi industriali ed utilizza materiali plastici riciclati o di provenienza naturale. Ci rivolgiamo ad un mercato nazionale specifico e qualificato e siamo legati al territorio: i nostri 12 dipendenti sono infatti tutti della zona. Da qualche tempo produciamo anche buste di sicurezza e per la spedizione ed abbiamo acquisito clienti europei. Il nostro plus è rappresentato dall’essere stati all’avanguardia nel settore: quando nei punti vendita le borse sono diventate veicolo del logo del negozio, l’azienda si è rinnovata tecnologicamente per garantirne la produzione. Pur lavorando materiali spesso oggetto di critica come le plastiche, assicuriamo un futuro al nostro pianeta attraverso una ricerca costante di soluzioni sempre più eco-sostenibili. Infatti promuoviamo studi e ricerche sui nostri prodotti sia per quanto attiene ai materiali impiegati sia per l’adozione di misure organizzative e standard qualitativi in grado di soddisfare le esigenze di settori merceologici connotati da particolari necessità, quali le produzioni alimentari”.

Qual è la vostra mission?

“Come sa, le plastiche non vivono un momento di popolarità. Per questo ci siamo posti l’obiettivo di acquisire know-how e tecnologie capaci di offrire la massima sicurezza in termini di impatto ambientale. Il mondo di oggi non può fare a meno dei materiali plastici e chi afferma il contrario sa perfettamente di non dire il vero, ma è nostro dovere ridurre gli effetti negativi sull’ecosistema e incentivarne il riuso. Crediamo infatti che si possa garantire il minor impatto possibile sull’ambiente cercando di approfondire gli aspetti tecnico-scientifici. L’adozione di puntuali ed efficaci Buone Pratiche di Fabbricazione, verificate anche dalle Autorità sanitarie competenti, consente alla PG Plast di fornire ai propri clienti materiali sostenibili e di qualità”.

L’eco-sostenibilità è un tema centrale per voi. Quali Good Manufacturing Practices attuate?

“Abbiamo ragionato e lavorato molto sul tema delle Buone Pratiche. Le plastiche hanno un’elevata durabilità e, se correttamente gestite nel loro fine vita, hanno impatti contenuti sulle matrici ambientali. Molti studi condotti da autorevoli istituzioni e centri di ricerca scientifica, in ultimo ad esempio dall’Agenzia di Protezione Ambientale danese Miljøstyrelsen, dimostrano che i materiali plastici impattano sull’ecosistema meno di quelli alternativi in molti casi ritenuti comunemente meno inquinanti, quali i prodotti realizzati in carta. Inoltre la loro produzione non ha costi elevati, anche se questa caratteristica ha paradossalmente contribuito in alcuni casi ad agevolare impieghi non indispensabili di prodotti plastici, portando allo spreco. Partendo da queste valutazioni ci siamo interrogati spesso su come rendere sempre più sostenibili i nostri prodotti. Il vero problema di questo materiale è il fine vita perché, durando anni, impatta sull’ambiente qualora irresponsabilmente abbandonato e in mare contribuisce all’inquinamento che le microplastiche inducono sulle catene alimentari. Per contro si tratta di un materiale facilmente riciclabile e recuperabile, se correttamente conferito nella raccolta differenziata. Negli anni abbiamo investito molto nella ricerca e siamo giunti a creare dei packaging riciclabili che hanno un minor impatto sull’ecosistema e favoriscono l’economia circolare. Giunto a fine vita, il nostro pack viene recuperato e trasformato per essere riutilizzato. Un esempio concreto sono le buste impiegate dai corrieri per le spedizioni pensate anche per consentire l’eventuale reso dei prodotti da parte dei clienti, che se riutilizzate anche dal destinatario dimezzano l’impatto sull’ambiente, agevolano la possibilità di non venir disperse e quindi inquinare”.

PG PlastQuali materiali utilizzate per i vostri sacchi e per gli imballaggi?

“Come abbiamo già sottolineato, l’offerta aziendale è fortemente incentrata sulla progettazione di prodotti riutilizzabili, mira a ridurre l’impatto sulle matrici ambientali impiegando materiali di seconda vita realizzati dalla rigenerazione di materiali di risulta e propone alla clientela prodotti in plastica, in carta ed ecologici. BioCom, ad esempio, è un’alternativa 100% biodegradabile e 100% compostabile, mentre il Green PE deriva dalla lavorazione della canna da zucchero ed è riciclabile ed ecologico, quindi ideale per realizzare shopper e materiali di imballaggio durevoli nel tempo e riutilizzabili. Inoltre le nuove tecnologie di stampa ci permettono di sviluppare lavorazioni sempre più preziose per le nostre multibags, puntando sull’utilizzo di inchiostri a ridotto impatto ambientale realizzati con base all’acqua”.

Ci presentate il Progetto Reciplast?

“In linea con la nostra mission aziendale, PG Plast ha promosso insieme ad altri partners questa iniziativa co-finanziata dalla Regione Piemonte e dall’Unione Europea che ha come obiettivo ricercare nuove strade e perfezionare il riciclo e lo smaltimento di materie plastiche al fine di limitarne l’impatto sull’ambiente e sulla società. Aderiscono al progetto il Politecnico di Torino, l’Università del Piemonte Orientale, l’Università degli Studi di Torino, API, Corepla e diverse aziende del territorio. Insieme ricerchiamo soluzioni tecniche per migliorare il riciclo degli scarti plastici nei settori dell’automotive e dell’imballaggio alimentare in modo da riutilizzarli e avere un minor impatto ambientale”.

I vostri prodotti monouso hanno avuto un ruolo centrale durante l’emergenza sanitaria?

Durante la pandemia alcuni amici dottori ci hanno segnalato che non avevano i dispositivi di protezione necessari. Abbiamo quindi sentito l’esigenza di offrire un nostro contributo e ci siamo inventati un prodotto. Già producevamo dei grembiuli ai quali abbiamo aggiunto maniche adesive che davano una perfetta chiusura e garantivano l’ermeticità dell’indumento. Prima li abbiamo omaggiati ai medici della valle e poi alcune ASL e RSA ce li hanno richiesti. Per tutto il mese di aprile abbiamo lavorato alacremente per produrne il più possibile e abbiamo deciso di rinunciare ad un’occasione di business creando un prodotto utile durante l’emergenza e proponendolo al costo di fabbrica”.

Torino per voi è?

Simona Porchietto: “Sono affezionata al Piemonte, ma Torino l’ho vissuta poco. Un tempo come azienda lavoravamo molto con la città, oggi meno”.

Piero Cena: “Non sono nato a Torino, ma qui sono diventato grande grazie alla scuola e all’amicizia. Io mixo il ricordo degli anni della formazione e della rinascita della città come vetrina europea grazie alle Olimpiadi con la situazione presente. Osservo il tessuto economico locale odierno con preoccupazione perché non mi pare che si riesca ad avere un’idea legata al futuro economico e non si superi il trauma dell’essere orfani della grande fabbrica”.

Un ricordo legato alla città?

Simona Porchietto: “La prima volta che sono stata a Superga e ho visto Torino dall’alto. È stata un’emozione forte che conservo ancora oggi”.

Piero Cena: “Il me ragazzo che andava a fare le scuole superiori in città. Una Torino ricca di opportunità perché tutto lì era a portata di mano. Un altro ricordo, più romantico, è legato a Michel Platini: tagliavo da scuola per andare a vedere i suoi allenamenti”.

Coordinamento: Carole Allamandi
Intervista Barbara Odetto

Tamango, il famoso cocktail “allucinogeno” tutto torinese

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tamango drink

Torino è sempre stata una città molto attenta ai piaceri della vita: si mangia e si beve bene e c’è una grande attenzione per le materie prime. E per quanto riguarda il bere, i torinesi si sono sempre lanciati in sperimentazioni, basti pensare al Vermouth, nato in un una bottega della città o all’amaro San Simone. Ma c’è un altro drink che si è rapidamente guadagnato la fama in Italia e non solo, basti pensare al servizio che la BBC gli ha dedicato nella sezione “travel” qualche anno fa: il Tamango.

Cos’è il Tamango

I più esperti della città e della sua cultura lo conosceranno di sicuro: il tamango è un cocktail leggendario di Torino, un infuso di un particolare tipo di erbe che, secondo le storie che circolano nella movida torinese, avrebbe anche proprietà allucinogene. È infatti conosciuta come la bevanda alcolica che provoca allucinazioni, e lo stesso articolo della BBC ne parla come della “risposta italiana all’assenzio”. 

Gli ingredienti “allucinogeni”? Sono africani

Il popolare drink è un mix di alcol e con un’infusione di piante e radici, che in diverse culture venivano mescolate nelle bevande per ravvivare matrimoni, funerali e altri eventi. Il colorito del Tamango, di un rosato tendente al fucsia, viene dalle foglie di Hibiscus, pianta che provocherebbe un senso di euforia. Naturalmente, l’effetto è soggettivo. Certo è che è un super alcolico e ha una gradazione altissima – tra i 70 e gli 80 gradi. In molti credono sia a base di tamarindo, mango e alcol puro, oltre a piante e radici africane. Ma a parte qualche indiscrezione, gli ingredienti del Tamango rimangono un mistero: e forse questo contribuisce ad accrescerne la popolarità.

Perché si chiama Tamango?

Il nome di questo affascinante drink non è casuale: il nome deriva da un personaggio nato dalla penna di Prosper Mérimée, uno scrittore, storico e archeologo francese del XIX secolo. Tamango è un guerriero senegalese dalla forza straordinaria, amante delle armi e dell’alcol. Che pur di non rinunciare all’alcol, arrivò persino a barattare sua moglie!

Falabrach, un bonario insulto in lingua piemontese

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Falabrach stupido

Rubrica a cura del Centro Studi Piemontesi

Falabrach. Persona sciocca, ingenua, inetta. Fa parte una folta schiera di parole usate per insultare bonariamente qualcuno. Ce ne sono una gran quantità. Ne ha fatto uno studio curioso e interessante Luca Bellone, Lo sciocco in piemontese: preliminari di un’indagine onomasiologica, pubblicato sulla rivista “Studi Piemontesi” (XLIII, 2, 2014, pp.435-447): “Dallo spoglio dei principali strumenti lessicografici nostrani, come risaputo principalmente sensibili – seppur con eccezioni – alla sola koinè torinese, si rilevano oltre 210 varianti sinonimiche per designare ‘chi è poco intelligente, privo di vivacità di spirito e di arguzia, superficiale, stupido, babbeo’”. Falabrach è anche il titolo di una bella poesia in piemontese di Giovanni Arpino (1927-1987) (in Bocce ferme, Torino, Daniela Piazza Editore, 1982).

Falabrach: qualche curiosità

E  “ ‘L Falabrach”  è stata la testata di un giornale in piemontese, rarissimo, che si pubblicò a Torino a cominciare dal 1877 fino ad almeno il 1884.  Acquistò popolarità pubblicando in particolare una rubrica di Falabracade (scempiataggini). La storia del «Falabrach» è complicata dal fatto che dall’8 luglio 1888 cominciò ad uscire un settimanale dal titolo «’L neuv falabrach, giornal scassa fastidi», stampato a Torino, ma senza indicazioni tipografiche e l’11 gennaio 1902 cominciò ad uscire un altro settimanale «L’ falabrach modern, umoristich, satirich, politich, regional», stampato sempre a Torino dalla Tipografia Bosio, di cui la Nazionale di Firenze possiede, in forma lacunosa, la prima e la seconda annata, e non si sa se la pubblicazione cessò con il 1903. Vedi Gianrenzo P. Clivio, I Giornali in Piemontese, in Profilo di storia della letteratura in piemontese, Torino, Centro Studi Piemontesi, 2002.

Chi è Cristina Portinaro, founder dell’omonimo brand di cosmetica creativa

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Cristina Portinaro

Rubrica a cura di ScattoTorino

Cristina Portinaro è un mix di scienza e innovazione. Farmacista e cosmetologa, la sua visione originale del mondo della beauté ha fatto di lei un punto di riferimento per chi vuole sviluppare delle linee cosmetiche tailor made. Grazie ad un team multi-disciplinare segue i clienti in tutte le fasi del progetto: dalla strategia di mercato alla selezione dei prodotti, dalla scelta degli ingredienti, alla creazione di formule esclusive, dal packaging alla produzione che abbatte i minimi d’ordine e si basa sulle necessità commerciali e sulla capacità di investimento di ciascun cliente. L’approccio sartoriale, che rispetta l’unicità di ogni brand, permette di creare prodotti innovativi e di alta qualità nei quali gli ingredienti attivi e le fragranze si trasformano in una coccola sensoriale. La cosmetics designer collabora con case di moda, produttori di eccellenze alimentari, agriturismi, spa, hotels e aziende vinicole che ad una linea cosmetica richiedono formulazioni customizzate, texture golose, principi attivi innovativi e performanti. Sciatrice e velista, insieme con l’imprenditrice Maria Elena Udali ha creato il brand FreeRide Cosmetics pensato per chi ama lo sport e le attività outdoor. La linea cosmetica green, prodotta nel totale rispetto dell’ambiente, è distribuita in farmacia e nei più prestigiosi alberghi, chalet e negozi di sport. Last but not least, la Dottoressa Portinaro firma anche una gamma di prodotti igienizzanti e nutrienti studiati insieme con l’agenzia di comunicazione Perabite, tra cui spicca il gel mani igienizzante, una referenza quanto mai attuale che alla qualità delle materie prime green unisce principi attivi lenitivi e delicatezza della profumazione.

Cristina PortinaroQuando è nata la passione per la beauté?

“Come per molte donne è una passione che ho sempre avuto, sin da ragazzina. Tutto nasce da un viaggio in Medio Oriente: approfondendo lo studio relativo agli usi e ai costumi dell’Antico Egitto sono stata attratta dal fatto che nella civiltà egizia la cosmesi aveva significati diversi, era considerata un elemento ornamentale, spesso utilizzata per la cura e l’igiene del corpo, ma aveva anche una funzione religiosa e funeraria. Mi hanno sempre colpito i dipinti, le statue, i sarcofagi raffiguranti personaggi con gli occhi truccati e tutti gli oggetti usati dalle donne egizie per la cura del corpo. Mi sono laureata in Farmacia con specializzazione cosmetica e la mia tesi è stata “La cosmesi nell’antico Egitto: fonte di curiosità e di informazioni per il cosmetologo di oggi” per gli ingredienti che venivano utilizzati e che sono attuali ancora oggi. L’argomento scelto è stato molto interessante e mi ha permesso di frequentare il Museo Egizio di Torino in qualità di ricercatrice. Prima di fondare la mia azienda ho lavorato nel laboratorio di ricerca e sviluppo del team rossetti e gloss della Intercos, grande azienda cosmetica a livello mondiale che produce make-up conto terzi e ha come clienti grandi firme del panorama beauty, e in seguito come collaboratrice farmacista dove seguivo il laboratorio di preparazioni galeniche e il reparto dermocosmetico.

Cosa significa avere un approccio sartoriale alla cosmesi?

“Significa sedersi a fianco di altri imprenditori, ascoltare le loro esigenze, capire il loro business nel profondo e interpretarlo con una linea di prodotti cosmetici che rispecchi e soprattutto trasmetta i valori dell’impresa. Grazie alla ricerca chimica e alle tecnologie più avanzate concepiamo i nuovi prodotti creando formule esclusive con texture particolari e principi attivi innovativi e performanti, oltre che con aromi e fragranze selezionati in base alle esigenze di ogni cliente. Infine creiamo il progetto di identity per caratterizzare la nuova linea utilizzando il logo del committente e scegliendo i packaging che possano interpretare al meglio lo spirito del brand. Rispetto ad altre aziende concorrenti offriamo la possibilità di produrre piccoli lotti; inoltre utilizziamo formule green, un aspetto fondamentale nella cosmesi di oggi”.

Come avviene la selezione degli ingredienti?

“Gli ingredienti devono avere due caratteristiche fondamentali: la funzionalità cosmetica, per cui devono garantire al consumatore un risultato coerente con la promessa del prodotto, e la caratterizzazione, cioè la capacità di rendere il prodotto rappresentativo dei valori del brand. Un esempio di risultato coerente con la promessa del prodotto è l’aceto balsamico di Modena IGP che contiene polifenoli dell’uva con azione antiossidante. Tutti gli ingredienti hanno una funzionalità specifica per il benessere e la bellezza della pelle”.

Chi sono i vostri clienti?

“Il nostro è un lavoro molto stimolante anche grazie alla varietà di clienti che serviamo, tenendo presente che ogni settore merceologico ha differenti caratteristiche, bisogni e approcci: lavoriamo con il turismo ovvero con alberghi, resort e ristoranti, con il settore del benessere ossia farmacie, SPA, centri estetici e studi medici, con l’agroalimentare, con la moda e con il design”.

Gel mani Cristina PortinaroCi presenta i gel mani e i saponi igienizzanti?

Anche noi, come molte imprese in Italia, spaventati  per gli effetti del lockdown, che ha impattato in maniera grave i business di molti dei nostri clienti, ci siamo domandati cosa potevamo fare in quel frangente per dare il nostro piccolo contributo e quando è stato evidente che servivano prodotti igienizzanti, senza indugi ci siamo messi al lavoro creando diversi prodotti: gel mani igienizzante, sapone mani igienizzante, spray igienizzanti superfici e spray mascherine igienizzante. Per dare visibilità a questa nuova linea, grazie a Perabite agenzia di comunicazione nostra partner, abbiamo realizzato a tempo di record, il sito in cui presentiamo le caratteristiche dei nostri prodotti e dove si possono acquistare on line. Inoltre offriamo alle aziende la possibilità di personalizzare questi prodotti con il proprio logo sull’etichetta, realizzando una linea cosmetica esclusiva. Oggi continuiamo a lavorare soprattutto sul gel mani igienizzante di alta qualità, che garantisce una protezione efficace e sicura e nel contempo idrata la pelle. Abbiamo anche creato uno spray igienizzante per le mascherine in tessuto ed un gel igienizzante per bambini sopra i tre anni. Poiché infine in questo periodo ci si lava spesso le mani, abbiamo creato una crema e una maschera per proteggerle”.

FreeRide Cosmetics è la linea protettiva per chi pratica sport outdoor. Come è nata?

FreeRide Cosmetics è nata sulle piste da sci, quasi per scherzo, con mio marito e con la nostra amica Maria Elena Udali, che oggi è nostra socia in questa avventura a cui teniamo molto e che vedrà delle importanti evoluzioni. Ci siamo ispirate alla natura e agli sport legati al mare e alla montagna e abbiamo creato un balsamo per le labbra e per le zone sensibili del viso con protezione solare e resistente all’acqua, disponibile in quattro diversi colori (azzurro, bianco, fucsia e arancione). La novità del 2020 è il balsamo nell’attualissimo color nude. Inoltre abbiamo sviluppato due linee per proteggere la pelle in inverno e in estate: la Winter Collection si compone di una crema viso protezione freddo e vento, un solare anti-age, una crema mani e un balsamo labbra riparatore per labbra secche e screpolate, mentre la Summer Collection conta sei referenze: lo shampoo-doccia per acqua di mare e per acqua dolce, l’olio nutriente e protettivo per capelli, viso e corpo, lo spray viso e corpo desalinizzante-restitutivo, la maschera per capelli e due creme solari anti-age viso e corpo. Tutti i prodotti FreeRide Cosmetics sono green, made in Italy e hanno un packaging in alluminio riciclabile”.

Torino per lei è?

“Torino è molto di più della mia città natale, è la città in cui ho scelto esplicitamente di vivere. Quando mi sono sposata con mio marito vivevamo a Milano e abbiamo rifiutato un’occasione importante per trasferirci all’estero: il nostro piano era di tornare a Torino e lo abbiamo fatto”.

Un ricordo legato alla città?

Le olimpiadi invernali del 2006: eravamo appunto appena tornati torinesi ed è stato un sogno vivere quelle settimane in cui la nostra città era diventata il centro del mondo!”.

 

Coordinamento: Carole Allamandi
Intervista: Barbara Odetto

Ghiaccioli ai mirtilli e lamponi, sani e rinfrescanti

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Ghiaccioli mirtilli e lamponi

Rubrica a cura de La Cuoca Insolita

Alzi la mano, chi è sempre in cerca di una merenda sana per i propri bambini! Finalmente è arrivata l’estate e a merenda si pensa spesso al gelato! Ultimamente si trovano facilmente anche dei ghiaccioli o sorbetti a base di frutta “vera” (non al gusto di frutta, intendo…). Segno che qualcosa sta cambiando e che siamo sempre più attenti alla qualità di quello che mangiamo. Il fatto però è che spesso contengono moltissimo zucchero.

Ecco allora questi ghiaccioli, senza zucchero e con i frutti di bosco estivi. Sono davvero buonissimi… ancora di più di quelli che si comprano di solito al bar. Tutti naturali.

I lamponi mi fanno venire in mente le mie estati in campagna, quando ero piccola. Lungo la strada c’erano centinaia di piante, cariche di lamponi, e noi passavamo i pomeriggi a raccoglierli. Ancora adesso, quando mangio un lampone maturo, torno indietro in un baleno a quei pomeriggi d’estate…

Perché vi consiglio questa ricetta?

  • In questo ghiacciolo non c’è neanche un grammo di zucchero tra gli ingredienti! Pensate: dovremmo usarne circa 70 g e invece utilizziamo due dolcificanti alternativi (sciroppo di riso e eritritolo), grazie ai quali possiamo farne a meno. Risultato: -30% di calorie e -60% di zuccheri semplici rispetto ad alcuni stecchi alla frutta che si trovano in commercio.
  • Lo sciroppo di riso è un dolcificante che si ottiene in modo naturale, è dolce e ricorda molto il miele, ma contiene la metà degli zuccheri semplici rispetto allo zucchero. E’ quindi una buona alternativa per una merenda sana, perché i nostri bambini hanno bisogno di energia, ma i cibi troppo ricchi di zuccheri non sono raccomandati!
  • L’eritritolo è un dolcificante naturale, alternativo allo zucchero, a zero calorie e indice glicemico pari a zero. 
  • mirtilli hanno un basso contenuto di carboidrati, sono ricchi di sostanze antiossidanti e di vitamina A, utile per la vista. Per gli adulti, aiutano combattere la fragilità capillare e hanno proprietà antinfiammatorie (in particolare contro la cistite).
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Sciroppo-di-riso ghiaccioli

Tempi: Preparazione (20 min); Riposo in freezer (8 ore); 

Attrezzatura necessaria: Casseruola piccola, frullatore a immersione, 4 stampini per ghiaccioli

Difficoltà (da 1 a 3): 1

Costo totale: 4,96 € 

Ingredienti per 4 ghiaccioli

Per lo sciroppo: 

  • Sciroppo di riso  – 40 g
  • Eritritolo – 30 g  (oppure dolcificante dalle foglie di stevia – 7 g)
  • Acqua – 40 g

Per la frutta: 

  • Mirtilli – 125 g
  • Lamponi – 125 g
  • Succo di un limone – 25-30 g max
  • Scorza di un limone – 5 g

Approfondimenti e i consigli per l’acquisto degli “ingredienti insoliti” a questo link).

In caso di allergie…

Allergeni presenti: nessun allergene

Preparazione dei ghiaccioli

FASE 1: LA PREPARAZIONE DELLO SCIROPPO

Per preparare la vostra merenda sana, prima di tutto mettete in una casseruola piccola l’acqua e portatela a bollore. Versate quindi lo sciroppo di riso e l’eritritolo, fate sciogliere e lasciate cuocere a fuoco medio alto per 2-3 minuti. Mescolate di tanto in tanto agitando la casseruola, senza immergere nessun utensile per mescolare! Si formerà uno sciroppo liquido ma leggermente denso e di colore ambrato. Versate nello sciroppo caldo la scorza di limone e fate raffreddare completamente.

FASE 2: LA PREPARAZIONE DEI GHIACCIOLI

Sciacquate la frutta, se non è biologica, e asciugatela delicatamente sulla carta da cucina. Frullate insieme mirtilli e lamponi con il succo di limone, ma in modo grossolano. Unite lo sciroppo e frullate ancora con il mixer per pochi secondi.

Ora vi basterà versare il composto nella forma dei ghiaccioli, fino all’orlo. Mettete nel surgelatore per circa 8 ore.

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Chi è La Cuoca Insolita

La Cuoca Insolita (Elsa Panini) è nata e vive a Torino. E’ biologa, esperta in Igiene e Sicurezza Alimentare per la ristorazione, in cucina da sempre per passione. Qualche anno fa ha scoperto di avere il diabete insulino-dipendente e ha dovuto cambiare il suo modo di mangiare. Sentendo il desiderio di aiutare chi, come lei, vuole modificare qualche abitudine a tavola, ha creato un blog e organizza corsi di cucina. Il punto fermo è sempre questo: regalare la gioia di mangiare con gusto, anche quando si cerca qualcosa di più sano, si vuole perdere peso, tenere a bada glicemia e colesterolo alto o in caso di intolleranze o allergie alimentari. 

Tante ricette sono pensate anche per i bambini (perché non sono buone solo le merende succulente delle pubblicità). Restando lontano dalle mode del momento e dagli estremismi, sceglie prodotti di stagione e ingredienti poco lavorati (a volte un po’ “insoliti”) che abbiano meno controindicazioni rispetto a quelli impiegati nella cucina tradizionale. Usa solo attrezzature normalmente a disposizione in tutte le case, per essere alla portata di tutti.

“Na partìa a ciance”, un simpatico detto piemontese

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Ciance Centro studi piemontesi

Rubrica a cura di Centro Studi Piemontesi 

Ciance è parola assai nota (e praticata!): chiacchiere! Ciancé, cianciare, fare discorsi futili e oziosi, chiacchierare del più e del meno. Di qui derivano ad esempio ciancèt, chiacchierone; ciancëtta, parlantina, ma anche persona che parla molto; e tanti bei modi di dire e proverbi: avèj mach ëd ciancia, essere vuoto; le ciance a fan nen maja, le chiacchiere non fanno maglia, non producono; Le panse a s’ampinisso nen ëd ciace, le pance non si riempiono di chiacchiere (di grande attualità!). Però quella che mi piace di più è l’espressione Na partìa a ciance, o fé na man a ciance: una partita, una mano (un giro) a chiacchiere!, perché dà l’idea di amici che si incontrano, si ritrovano per contarsela, conversare, stare insieme per “giocare” a parlare. Per l’etimologia di ciancé …cicaleccio vedi Repertorio Etimologico Piemontese REP, a cura di Anna Cornagliotti, Torino, Centro Studi Piemontesi-Ca dë Studi Piemontèis, 2015.

Chi è Michele Grio, in prima linea all’ospedale di Rivoli per l’emergenza

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Michele Grio Emergenza

Rubrica a cura di ScattoTorino 

È stato in prima linea durante l’emergenza causata dal Covid-19 e con la sua équipe ha lavorato incessantemente, al di là dei turni e della fatica, spesso in condizioni estreme. Si definisce un caterpillar e, dice, come tutti gli anestesisti è un po’ pazzo. Soprattutto, aggiungiamo noi, è un medico che sa unire testa e cuore e che nel dramma di quelle giornate non ha avuto paura di piangere e lottare per aiutare i suoi pazienti. Nato in provincia di Mantova, da piccolo si è trasferito a Roma con la famiglia e ha vissuto all’ombra del Colosseo. Si è laureato all’Università degli Studi di Roma – La Sapienza, dove si è specializzato in Anestesia e Rianimazione, e successivamente ha conseguito un Master Universitario di II Livello in Direzione e Management delle Aziende Sanitarie. Dopo un breve periodo di lavoro presso l’Ospedale Santo Spirito in Sassia, il più antico del mondo, è approdato in ASL TO3 dove dirige la Struttura Complessa di Anestesia e Rianimazione di Rivoli che comprende gli Ospedali di Rivoli, Susa e Venaria Reale. Torinese d’adozione, ama da vent’anni la stessa donna e lo dice con orgoglio. Parlando di sé non può non raccontare dei suoi tre figli, che definisce meravigliosi: Edoardo di 5 anni, Arianna di 3 anni (nata precipitosamente al settimo mese di gestazione, mentre lui era di guardia in Ospedale, ricoverata in Terapia Intensiva Neonatale per un mese, ma ora in perfetta salute) e Fabio, nato pochi mesi prima dell’inizio della pandemia di Covid-19. Infine, ci tiene a sottolineare, sono tutti tifosi della Roma.

Non c’è che dire: il Direttore della Struttura complessa di Anestesia e Rianimazione dell’Ospedale di Rivoli prima che medico è un uomo. E questo fa di lui un professionista empatico e il dottore che tutti vorremmo incontrare in caso di pericolo.

Michele Grio EmergenzaEsercitare la professione per lei significa?

Il medico è un professionista che ha studiato per tanti anni e che continuerà a studiare per tutta la vita, ma che non può esercitare la professione senza la giusta caratura umana ed una spiccata predisposizione al prossimo. La medicina non è una scienza esatta, anche se le persone sembrano pretendere questo, ma una scienza statistica basata sulle evidenze scientifiche: noi medici studiamo continuamente per conoscere approfonditamente tali evidenze e ci confrontiamo con tutto il mondo attraverso l’aggiornamento con la letteratura scientifica, ma non siamo medici se non abbiamo la capacità di entrare in sinergia ed empatia con i nostri pazienti e con i loro familiari. Limitandoci a trattare le patologie, ci limitiamo ad essere tecnici della scienza medica; siamo medici solo completando le competenze tecniche e dedicando la nostra vita al trattamento dei pazienti, della persona che abbiamo di fronte ed anche delle loro famiglie. Se non fosse così, basterebbe un corso online, che trasmetterebbe in qualche modo concetti e nozioni, senza consentire di creare un modo di essere, una modalità di vita, che è appunto quella che io valuto essere la mia professione di medico”.

L’ospedale di Rivoli e il reparto da lei diretto sono stati in prima linea durante il Covid-19. Quanto è stato complesso gestire l’emergenza?

La Rianimazione dell’Ospedale di Rivoli, come d’altronde tante altre realtà ospedaliere e territoriali, nei rispettivi ambiti, hanno dovuto improvvisamente ed inaspettatamente confrontarsi con una minaccia che forse mai si era palesata in questi tempi. In poche ore e pochi giorni abbiamo avuto la necessità di trasformarci e reinventarci per gestire al meglio e dare le giuste risposte cliniche al caos che ci ha investiti: tutti si sono rimboccati le maniche e hanno lasciato che le nuove modalità di lavoro li investissero e che le stesse mutassero continuamente con il passare dei giorni. Nella nostra piccola realtà, il Dr. Flavio Boraso, Direttore Generale dell’ASL TO3, ci ha consentito di passare da una disponibilità di 5 posti letto ad un adeguamento fino a 19 posti letto in Terapia Intensiva, in soli tre giorni, fornendoci tutto il supporto necessario per costruire un piccolo miracolo organizzativo: questo ci ha permesso di riuscire a dare risposta ad un numero sempre crescente di pazienti gravi in una condizione in cui tutti i posti letto di Terapia Intensiva della Regione Piemonte si erano saturati sia in termini logistici che di personale e tecnologie. In pochi giorni siamo riusciti a definire i percorsi interni che ci hanno consentito di fornire la migliore assistenza ai nostri pazienti e di dare le giuste protezioni al personale sanitario ed indirettamente alle loro famiglie che aspettavano a casa. I risultati che stiamo elaborando in queste settimane mi inorgogliscono immensamente e sono la prova provata che mi onoro di dirigere un gruppo di professionisti di indiscutibile caratura sia umana che professionale, nonché di lavorare in un’Azienda Sanitaria che si staglia nel panorama delle migliori realtà di Sanità Pubblica a cui il cittadino italiano può rivolgersi con la certezza che per lui possiamo fare il meglio”.

A livello personale, cosa le ha lasciato questa esperienza?

“Anche se già da due anni dirigo la Rianimazione di Rivoli, quest’esperienza ha coinciso con l’assunzione definitiva dell’incarico di Direttore di Struttura Complessa ed il banco di prova è stato particolarmente violento: ne esco rafforzato e molto motivato, tranquillo per l’enorme valore del lavoro fatto da tutto il gruppo. Ho avuto l’occasione di vivere le più disparate emozioni, passando dal pianto per situazioni umane estremamente coinvolgenti, alla tristezza per i pazienti che non siamo riusciti a salvare e per le loro famiglie che non hanno potuto essere loro accanto, alla gioia per tutti i successi di cura ed all’esaltazione per aver messo la maggior parte di loro in piedi, riuscendo anche a portare qualcuno a casa, restituendolo direttamente all’affetto dei propri cari, che poi rappresenta la migliore riabilitazione per queste persone dopo settimane di allettamento e cure intensive”.

Michele Grio EmergenzaQuali accorgimenti dobbiamo avere per vivere un’estate in sicurezza?

“All’inizio di quest’esperienza ho sottolineato pubblicamente che nessuno di noi ne sarebbe uscito come prima e mi riferivo anche alle abitudini che, necessariamente, dovranno modificarsi alla luce di nuove regole igieniche e comportamentali: il distanziamento sociale, l’utilizzo delle mascherine e le norme igieniche quali il lavaggio delle mani continueranno a farci compagnia anche in futuro, probabilmente diventeranno aspetti automatici della nostra vita, e ci consentiranno di tornare in sicurezza a rimpossessarci di situazioni ed emozioni che questo virus ci ha tolto e di cui ci ha fatto sentire la mancanza. Torniamo quindi alla nostra vita, con speranza e motivazioni forti, senza derogare all’atteggiamento di prudenza che abbiamo imparato ad avere e che considero un valore aggiunto per la nostra società”.

Il virus sta scomparendo o dobbiamo mantenere alta l’allerta?

Il virus non è scomparso e non dobbiamo fare l’errore di abbassare la guardia: è un virus pericoloso e molto contagioso, che però abbiamo imparato a riconoscere, a contenere nella sua trasmissione e a trattare nelle sue complicanze cliniche anche mortali. Non siamo ancora in grado di annullarlo con terapie specifiche, ma sono fiducioso che la scienza ci saprà dare anche questa volta i giusti strumenti per farlo. Nel frattempo siamo riusciti a ridurre enormemente il tasso di mortalità ed il numero di pazienti che hanno bisogno di cure intensive, e questo è dovuto da una parte alle competenze acquisite, dall’altra al ruolo del nostro sistema immunitario che sa fare il suo lavoro in nostra difesa”.

Torino per lei è?

“Questa è la città in cui è nata mia moglie Antonella, che ho sposato nel 2005, ma che già dal 2000 ho imparato a conoscere ed apprezzare per lei. Poi è inaspettatamente diventata mia, anche se vivo a Rivoli, dove lavoro da dieci anni e dove sono nati i miei tre figli. Sono originario di Castel Goffredo in provincia di Mantova, sono cresciuto e ho studiato a Roma, mi sono completato realizzandomi umanamente e professionalmente a Torino. Il legame con il Piemonte e con il capoluogo è solido, provo riconoscenza per le opportunità offertemi e raccolte, per l’affetto e la stima che continuo a registrare e per l’accoglienza niente affatto fredda che ho ricevuto sin dall’inizio”.

Un ricordo legato alla città?

“Ricordi ne ho moltissimi, sono emozionalmente legato a via Roma ed in particolare a Piazza San Carlo, che per anni sono stati i miei luoghi preferiti. Proprio in Piazza San Carlo, anni addietro, abbiamo organizzato con l’attuale Associazione Lorenzo Greco Onlus una manifestazione con centinaia di bambini e ragazzi che, all’unisono, eseguivano correttamente il massaggio cardiaco e defibrillavano in sicurezza. Un’esperienza unica, meravigliosa, a suggello del fatto che tutti possiamo e dobbiamo essere in grado di soccorrere un’inaspettata vittima di arresto cardiaco in ambito extraospedaliero, rappresentando probabilmente la sua unica speranza di vita. Siamo tuttora impegnati con queste finalità su tutto il territorio piemontese ed in particolare su quello di riferimento della nostra Azienda Sanitaria, con le diverse edizioni di EVVIVA l’ASLTO3, che molti di voi conoscono e che continuano a chiederci di organizzare nelle varie città”.

 

Coordinamento: Carole Allamandi
Intervista: Barbara Odetto

Immuni, come funziona l’app per tracciare il Coronavirus

in ECONOMIA E SOCIETA'/LIFESTYLE
Immuni app

Immuni, tutto quello che c’è da sapere sull’app per tracciare i contagi da Covid-19 in Italia.

Rilasciata in tutta Italia da qualche giorno, ormai tutti sappiamo a grandi linee a cosa serve. Immuni è la nuova app (non obbligatoria) che permette di tracciare i contagi da Coronavirus in Italia. L’app lavora sfruttando la tecnologia Bluetooth e, dopo un periodo di prova in regioni selezionate, dal 15 giugno è disponibile in tutta Italia. Immuni è stata progettata da Bending Spoong, gratuitamente, e selezionata tra altre applicazione dalla ministra dell’Innovazione Paola Pisano, insieme al ministro della Salute Roberto Speranza.

L’app Immuni servirà per tracciare i casi di Covid-19 in Italia ed è disponibile per il download gratuito per iOS, Android e telefono Huawei e Honor che utilizzano il sistema operativo di Google.
Vediamo insieme come scaricare quest’applicazione e come funziona.

Come e dove scaricare l’app Immuni

Per prima cosa ricordiamo che non è obbligatorio scaricare l’app Immuni, ma ognuno può valutare se installarla oppure no liberamente. Si può scaricare l’app Immuni sui due principali sistemi operativi mobile, iOS e Android. L’app è disponibile sui due store online,  sul Play Store e sull’App Store. In futuro sarà rilasciata anche sullo store di Huawei, App Gallery.

Una volta scaricata l’app, basta aprirla e seguire le semplici istruzioni per la configurazione.

Immuni app

Come funziona Immuni

Immuni lavora con un sistema di tracciamento dei contatti che sfrutta la tecnologia Bluetooth Low Energy, una versione che promette di consumare meno batteria, attraverso la quale rileva la vicinanza tra due smartphone entro un metro. Così facendo, l’app conserva sul dispositivo di ciascun cittadino una lista di codici identificativi anonimi di tutti gli altri dispositivi ai quali è stata vicino entro un certo periodo.

Cosa succede se si è positivi al Coronavirus?

Se si scopre di essere positivi al Coronavirus, magari sottoponendosi a un test, attraverso un codice si può caricare su un server in cloud le stringhe alfanumeriche inviate dalla sua app agli altri smartphone. A quel punto il server invia a tutte le app in circolazione queste stringhe, ma sono i singoli smartphone a calcolare il rischio di esposizione al Covid-19 sulla base di parametri come la vicinanza fisica e il tempo, generando una lista degli utenti più a rischio ai quali è possibile inviare una notifica sullo smartphone. Il server, quindi, non ha mai conoscenza degli incontri intercorsi tra gli utenti. 

In un secondo momento l’app avrà anche un’ulteriore funzione, ovvero quella di tenere traccia delle condizioni di salute dei cittadini, che dovranno inserire informazioni rilevanti riguardanti la propria salute. 

Come funzionano le notifiche di esposizione

Immuni si basa sul sistema di notifiche di esposizione, su cui Apple e Google hanno lavorato, unendo le forze, per mesi. Questo sistema permetterà di notificare gli utenti di eventuali contatti ravvicinati con un caso positivo di Coronavirus. Le notifiche di esposizione, ricordiamo, si basano su un modello decentralizzato, basato sull’analisi dei codici direttamente sugli smartphone e non in un server remoto. La stessa app avverte a diffidare di fake news. 

Immuni app

 

Immuni e la questione della privacy

E la privacy? Sembra essere il nodo cruciale, la principale obiezione fatta da molti, che temono di cedere i loro dati personali e informazioni sensibili. Tuttavia proprio per i dubbi espressi sulla compatibilità dell’app Immuni con la tutela della privacy degli utenti, il sistema che regola il funzionamento di Immuni è stato modificato e allineato a quelle che sono le linee guida di Apple e Google. Semplificando, si può affermare che le informazioni sugli utenti verranno conservate solo ed esclusivamente sui dispositivi mobili degli individui. 

In questo modo i server non saranno in grado di identificare gli utenti. Sono infatti gli smartphone dei singoli utenti a inviare, ricevere e immagazzinare i codici delle persone incontrate per strada, mentre il server riceverà le stringhe inviate dal telefono di un paziente positivo, quando indica la sua positività. Solo a quel punto il server invia queste informazioni a tutte le app in circolazione: se viene trovato un “match” dall’applicazione (un processo che quindi avviene sullo smartphone), il sistema dovrebbe fornire istruzioni in base alla tipologia di contatto (la durata, la distanza, etc). Ricordiamo ancora una volta che Immuni non raccoglie nome, indirizzo e-mail o data di nascita: chi riceverà la notifica di esposizione saprà solo di essere stato “esposto”. 

Zanzare, conoscerle per difendersi: le principali specie in Italia

in Rubriche
zanzare IPLA

Rubrica a cura di IPLA – Istituto per le Piante da Legno e per l’Ambiente

3750 specie diverse nel mondo, più di 60 in Italia.

Pensate che di zanzare ve ne siano solo uno o due tipologie? Siete fuori strada. Delle circa 3.570 specie di zanzare conosciute al mondo, in Italia ne sono presenti più di 60 specie. Di queste tuttavia solo una decina sono interessate al sangue umano. Tra loro ve ne sono in 4 che rappresentano la maggioranza delle zanzare che ci infastidiscono con le loro punture e che, in alcuni casi, possono trasmettere patogeni per l’uomo.

La lotta alle zanzare, che colpisce prevalentemente gli insetti quando sono allo stadio larvale, si deve fare in modo differenziato a seconda delle specie che si vogliono colpire.

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Le zanzare comuni

zanzare comuni foto

La zanzara comune (nome scientifico Culex pipiens) è di aspetto e dimensioni piuttosto minute e colorazione di fondo sul marroncino. Di questa specie esistono due forme biologiche: una rurale e ornitofila (si nutre a spese degli uccelli) e una che predilige il sangue umano, particolarmente adattata agli ambienti urbani, che rappresenta un’evoluzione della prima. Dal punto di vista biologico, la forma adattata a nutrirsi a spese dell’uomo si è abituata alla vita in ambienti chiusi, spesso sotterranei (cantine); è in grado di accoppiarsi in spazi ristretti e di compiere il primo ciclo di produzione di uova senza il pasto di sangue. Esistono popolazioni ibride e con caratteristiche intermedie. Si nutre in prevalenza nelle ore serali e mattutine.

La zanzara tigre

zanzare tigre foto

La zanzara tigre (nome scientifico Aedes albopictus) si distingue dalla zanzara comune per la colorazione: l’adulto è nero con striature bianche su tutto il corpo, in particolare sulle zampe. Le dimensioni non sono diverse dalla zanzara comune.
E’ una specie originaria delle foreste tropicali del sud-est asiatico, da dove nel corso di pochi decenni, a partire dalla seconda metà del XX secolo, ha colonizzato buona parte delle regioni temperate e tropicali del globo. Si nutre di giorno.
La sua diffusione è principalmente dovuta al trasporto accidentale di uova deposte all’interno di manufatti oggetto di commerci internazionali, come i copertoni usati. In Piemonte è ormai diffusa ovunque al di sotto dei 600 metri di quota.

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Le zanzare di risaia

zanzare risaia

La zanzara di risaia (nome scientifico Ochlerotatus caspius o Aedes caspius) presenta una colorazione molto variabile tra popolazioni e anche all’interno della stessa popolazione. Nella forma più comune si distingue per l’addome acuto e scuro che mostra un disegno a “crocette” chiare. Le femmine pungono sia durante il giorno che durante la notte, con un picco di attività nelle ore più fresche della giornata e al crepuscolo. Si tratta di una specie aggressiva, fonte di grave fastidio per l’uomo e gli animali domestici. E’ una specie molto comune in Italia, soprattutto nelle regioni costiere e in quelle risicole. E’ in grado di spostarsi di molti chilometri dai suoi focolai di sviluppo. E’ una delle zanzare più presenti nelle aree risicole piemontesi.

La zanzara anofele

zanzara anofele foto

Zanzara anofele. Per “anofeli” s’intendono generalmente tutte le specie di zanzare appartenenti al genere Anopheles.
In Europa, la maggior parte di esse è riconducibile ad un insieme di specie molto simili, che si possono distinguere solo allo stadio di uovo o con particolari misure biometriche delle larve.
Le specie che compongono il complesso sono 8, di cui 7 presenti in Italia. In Piemonte predominano An. messeaeAn. melanoon e An. maculipennis, specie che si nutrono prevalentemente a spese di animali ma che possono raramente pungere l’uomo e solo quando sono presenti in grandi popolazioni, come accade nel Piemonte orientale a estate inoltrata.
Il corpo è dotato di lunghe zampe e di una evidente proboscide; è di colore scuro e ha dimensioni più grandi delle altre specie. Le ali presentano inoltre caratteristiche macchie, dovute a gruppi di scaglie scure.

 

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