Venerdì 16 gennaio scorso, presso Palazzo Ceriana Mayneri di corso Stati Uniti 11, a Torino, l’Ordine dei Giornalisti del Piemonte e la Federazione delle Chiese Evangeliche hanno organizzato una conferenza sul rapporto fra politica e religione, dal titolo “Quando il Sacro diventa strumento. Dalla teologia della prosperità all’uso politico di simboli religiosi nella comunicazione politica delle destre contemporanee”.
All’incontro, moderato dal giornalista del settimanale Riforma, Gian Mario Gillio, e introdotto da Stefano Tallia, Presidente dell’Ordine dei Giornalisti, sono intervenuti professionisti dell’Informazione molto apprezzati come Daniele Garrone (presidente Centro Culturale Protestante di Torino), il politologo Paolo Naso, Nello Scavo, inviato speciale di Avvenire (in diretta da Gerusalemme), Gianni Armand Pilon, vice direttore de La Stampa e la nota giornalista televisiva Tiziana Ferrario.
Il rapporto fra politica e religione, appurata l’evidente quantità di canali informativi di cui ora godiamo, sembra attuale e, per certi versi, sorprendente, anche se antichissimo. A voltarci indietro, la religione è stato il primo motore politico di storia e preistoria. Senza entrare in particolari socio-antropologici risalenti a tempi arcaici, il fenomeno religioso è certamente stato il primo vagito di comunità organizzate a dettare le regole di quello che si sarebbe evoluto nel concetto di “polis”. Infine, il “sacro” si è innervato fra quelle società guerriere bisognose di capi forti, coraggiosi e carismatici; al comando religioso si è quindi affiancata la monarchia, una dimensione politica che, in alcuni casi, è andata a formare una sorta di ‘sacra alleanza’ fra i due poteri. Chiaramente la conferenza si è principalmente concentrata sulla contemporaneità. Restando sulla cultura occidentale, laica e cristiana, la domanda è: cosa c’entra Dio con l’attuale potere politico?
Apparentemente niente, perché Cristo, nei Vangeli, separa chiaramente i due Regni con il suo famoso: “date a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio” (Matteo (22.21). Siccome l’Europa nasce come continente cristiano, poi allargato all’intero occidente, il concetto è ben noto da 2000 anni. La spalla però esiste, in quanto le nostre monarchie, in qualche modo, reclamano la regalità del loro potere come ispirazione e volontà divina. Possiamo affermare che le nostre dittature novecentesche hanno avuto un forte richiamo alla religione con un’indiretta ispirazione al “Deus vult”(Dio lo vuole) dei crociati in terra di Palestina.
I relatori hanno richiamato anche il famoso “Gott mit uns” (Dio con noi) inciso sulle fibbie dei cinturoni delle armate hitleriane per testimoniare quanto sia importante, per le masse, sapere che un un forte rapporto con l’Aldilà sia anche uno strumento per giustificare tutte quelle “violente prodezze” che si compiono in Terra in nome di Dio. I relatori hanno dibattuto a proposito di esperienze personali e documentali come, per esempio, l’importanza vitale di Dio per quanto concerne le scelte politiche della società israeliana a seguito del 7 ottobre 2023’. La repubblica fondata da David Ben Gurion è ancora ufficialmente laica, ma la destra, attualmente al potere, ha trasformato ogni azione politica e militare sulla Striscia di Gaza come un fine caro a Dio, protettore del Popolo Eletto. Conseguentemente, ogni accusa da parte di mezzo pianeta è sprezzantemente rigettata come antisemita dal presidente Benjamin Netanyahu. Gli esempi si estendono ad ulteriori drammi contemporanei che giustificano l’orrore, con le medesime dinamiche, anche nel cuore dell’Europa, come la crisi ucraina oggi dimostra. Non va dimenticata, inoltre, la fratricida mattanza iugoslava che ha separato ortodossi (serbi), cattolici (croati) e musulmani (bosniaci). Chiaramente si è anche parlato di ‘casa nostra’, come i crocifissi in passato ostentati dall’attuale ministro dei lavori Pubblici Matteo Salvini sottolineano quanto un atteggiamento di sudditanza a Santa Madre Chiesa sia elettoralmente premiante in politica. Globalmente questi comportamenti non si limitano a una nazione in particolare, anche se il caso più macroscopico è quello del presidente Donald Trump, che vanta ormai di essere un predestinato del Signore. L’essere stato fortunatamente risparmiato dalla pallottola di un attentatore gli avrebbe conferito il messianico incarico di riportare il Paese alla sua quasi mitica Golden Age. L’attuale presidenza ha inoltre creato un faith office (ufficio per la Fede) per orientare le politiche religiose della sua amministrazione.
Il convegno ha perfettamente inquadrato quanto la combinazione di politica, religione e media (giornali/televisioni/social network) raccontino queste dinamiche, mettendo così potentemente in crisi la lucidità di interi elettorati. Certo non è casuale che siano i partiti più conservatori a farne uso. La storia non mente perché il Sacro ha sempre innervato il messaggio in qualche modo messianico delle Destre di ogni luogo e tempo. Chiamare Dio, dove Dio non c’entra, significa depauperare i popoli di finezza intellettuale, razionalizzazione ed è molto pericoloso per l’esistere stesso della democrazia.
Ferruccio Capra Quarelli
Chi scrive ha conosciuto un solo e vero Carnevale, quello in piazza Vittorio dove tutta la città si ritrovava in festa. L’assessore Dondona decise molti anni fa di eliminare il Carnevale in piazza Vittorio per riqualificare la piazza. Oggi ho qualche dubbio sulla reale riqualificazione di quell’area non più di parcheggio perché sotto la piazza venne costruito un parcheggio utilissimo, malgrado i limiti di accesso troppo angusti e pericolosi, forse per accontentare i pochi radical- chic come Vattimo ,feroci contestatori anche dei parcheggi sotterranei. Si andava in piazza Vittorio a divertirsi, a vincere un pesce rosso e poi a gustare la cioccolata con panna di Ghigo, l’unica istituzione che regge al tempo dal 1870. C’era anche in via principe Amedeo, poi in piazza Carlo Alberto e alla fine nello spiazzo che diventerà il parcheggio Valdo Fusi, la fiera dei vini dove si mangiava e si stava allegri con buona musica tradizionale: la cucina non era sempre all’altezza , ma ai torinesi piaceva. Si mangiava spesso lo zampone con i crauti. Il carnevale venne spostato in periferia, alla Pellerina in modo particolare. E da allora sono stato una sola volta e mi è bastata. Lo spirito di piazza Vittorio è stato ucciso . Vedo che il Carnevale di quest’anno, che celebra anche il centenario di Gianduia maschera del Carnevale torinese, si è un po’ riposizionato in centro. E’ fatto positivo che può far rinascere la festa che dopo i fasti degli Anni 80 e 90, e’ andata putroppo in crisi anche a Venezia. In Piemonte è bene vivo il famoso Carnevale di Ivrea che si fonda sulla storia e a cui l’editore Pedrini ha dedicato un volume. Resiste poi il Carnevale di Viareggio che non ha mai avuto rivali. Vorrei fare una proposta per il 2027: tornare a fare qualcosa in piazza Vittorio per ricordare il Carnevale storico della Città. Un solo evento rievocativo che piacerebbe a molti e che ci renderebbe giovani per mezza giornata o anche solo due ore.
