Uno tra i più brillanti direttori d’orchestra della nuova generazione è ospite regolare di compagini internazionali come l’Orchestre de Paris, l’Orchestra dell’Accademia di Santa Cecilia e la Danish National Symphony e il più giovane vincitore della storia del Concorso Sibelius di Helsinki, solista con i Berliner Philarmoniker, la London Symphony Orchestra e l’Orchestra del Concertgebouw di Amsterdam.
Sono il direttore russo Stanislav Kochanovsly e il violinista armeno Sergey Khachatryan, che tornano a collaborare con l’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai, il primo dopo i Concerti d’Inverno del 2021, nella serata in programma giovedì 2 marzo alle 20.30 presso l’Auditorium Rai Arturo Toscanini di Torino.
La serata sarà replicata, sempre all’Auditorium Rai, a Torino, venerdì 3 marzo alle ore 20.
In apertura ricordiamo il brano per Orchestra op. 47 del compositore russo Alfred Schittkle, di cui quest’anno ricorre il venticinquesimo anno dalla scomparsa, proposto per la prima volta dall’OSN della Rai a Torino.
Il brano fu scritto nel 1968 e è stato commissionato dal Donaueschinger Musikage, il più antico Festival dedicato alla musica contemporanea, fondato nel 1921 in una cittadina nel Sudest della Germania.
La parte centrale della serata vedrà impegnato Sergey Khachatryan che interpreterà il concerto per violino e Orchestra in re minore op. postuma di Robert Schumann, scritto nel 1853, in poco meno di due settimane, mentre il compositore stava vivendo gli ultimi momenti di lucidità della sua vita, prima del tentato suicidio e del successivo ricovero nell’ospedale psichiatrico di Endenich, dove morì nel 1856.
L’opera risulta ispirata al virtuoso violinista Joseph Joachim e eseguita per la prima volta solo nel 1937, a Berlino, dopo la sua riesumazione dagli Archivi della Biblioteca di Stato.
In chiusura Kochanovsky proporrà le danze sinfoniche op. 45 di Sergey Rachmaninov.
Queste danze chiudono il catalogo delle opere di Rachmaninoff. Furono scritte nel 1940, destinate per la loro prima esecuzione, avvenuta nel gennaio dell’anno seguente, e dedicate nell’edizione a stampa a un complesso come la Philadelphia Orchestra e al suo direttore Eugene Ormandy.
La composizione originariamente era stata scritta per pianoforte a quattro mani e fu provata nella sala di Beverly Hills, dove l’anziano compositore era riuscito a ricostruire un angolo della vecchia Russia, questo autore insieme a un altro esule russo e sommo pianista, Vladimir Horowitz. La destinazione finale della partitura sarebbe stata quella di fungere da base a un vero e proprio balletto, se non fosse poi intervenuta la morte di Fokin, il coreografo che, nel giugno 1939, al Covent Garden aveva collaborato con Rachmaninoff per creare un balletto sulla leggenda di Paganini
Si tratta dell’ultimo lavoro del compositore russo creato nel 1940, su commissione della Philadelphia Orchestra. Rachmaninov voleva farne un vessillo di quella civiltà tardoromantica a cui era stato sempre legato.
CHIARA DE CARLO



Il titolo mantiene la promessa. Di “emozioni” ce n’è, infatti, da vendere nella collettiva curata da Elio Rabbione – che da tempo si occupa di dar vita anche alle esposizioni di “Palazzo Lomellini” a Carmagnola – ospitata fino a sabato 11 marzo nelle sale della Galleria “La Conchiglia” al 13 bis di via Zumaglia a Torino. La rassegna segue quelle “Emozioni d’autore”, oggi “Emozioni d’artista” (ma la storia è ancora quella), tenutasi, sempre nella Galleria di Diana Casavecchia, nell’ottobre dello scorso anno. Venti erano allora gli artisti partecipanti – pittori e scultori – quasi tutti già in allora appartenenti alla carmagnolese Associazione “Amici di Palazzo Lomellini”.
quante ce ne regala il volto senza età della donna indiana (“Sono qui”), opera di Alessandro Fioraso, figlio d’arte (allievo di Lella Burzio e Oscar Bagnoli) e due infinite passioni, la pittura e l’India; in quella tribolata “maschera”, leggiamo un accenno di sperduto sorriso e di pacata solitudine, ogni piega del volto è un tortuoso sentiero dell’anima con quegli occhi di un azzurro indefinito e l’antica collanina che spunta appena dai veli rosa-violacei, memoria di remote piccole e obliate vanità.
“grintose”, coraggiose “pulzelle d’Orléans” dei nostri tempi, che sembrano quasi “aggredirti” e “sfidarti” con i loro ripetuti “What’s?” e il dito puntato contro. Altre strade, alla ricerca di nuove imprevedibili sperimentazioni tese all’astrazione e a cifre stilistiche decisamente informali affidate alla casualità del colore, percorrono invece il carignanese Ezio Curletto con le sue “pitto-sculture”, “sogni inconsci” (nati sotto la rassicurante guida di Isidoro Cottino e Fernando Eandi, impreziositi da foglie e polvere d’oro) e la siciliana d’origine ma torinese d’adozione Paola Sciuto, con i suoi rapidi nudi femminili che lasciano piena libertà espressiva al “gocciolare” di materia cui s’affida la necessità del narrare.
magico” teso alla creazione di “spazi tridimensionali nei quali lo spettatore ha l’illusione di proiettarsi”. Tanti i racconti di paesaggio: dalle vivaci visioni fiabesche di Burano e lagunari di Gastone Toldo e Danilo Baruffaldi, al sogno luminoso di un’“alba sulla neve” di Giorgio Cestari, fino alla suggestione delle dune sulle coste danesi raccontate da Franco Goia e alla “gioiosità della natura” fermata su tela da Graziella Alessiato, accanto all’efficace controluce su cui si staglia l’oscura sagoma di un alpinista (cuffia con pon pon) immerso nella teatrale bellezza di un grigio panorama montano, opera di Lucia Busacca. A chiudere il percorso, le adorate “Peonie Sarah Bernhardt” di Mariarosa Gaude accanto alle “Ortensie” e al palpitante nudo “in meditazione” di Maria Teresa Spinnler, per finire con i paesaggi immaginifici, da fiaba di Carlo Dezzani, che dona, a casa a cose e a presenze urbane varie, piena libertà di spiccare voli inattesi e totalmente imprevedibili. Lasciati andare. A volo di poesia.