Il Torino Film Festival si conferma l’evento di punta della stagione culturale piemontese e, con l’apertura ufficiale, la Regione rilancia una visione ancora più ambiziosa: trasformare il Piemonte in uno dei principali poli cinematografici d’Europa.
Un obiettivo che prende forma attraverso investimenti mirati, un sistema produttivo in crescita e una programmazione capace di attrarre talenti e produzioni internazionali.
«Il Torino Film Festival è l’evento cinematografico clou della nostra stagione culturale, un appuntamento che porta a Torino il respiro internazionale del grande cinema. Ma oggi voglio dirlo con chiarezza: il Piemonte non deve porsi limiti. Possiamo e dobbiamo ambire a diventare uno dei poli cinematografici più importanti d’Europa», dichiara l’assessore regionale alla Cultura Marina Chiarelli.

L’assessore sottolinea come il TFF rappresenti un laboratorio privilegiato per testare la capacità del territorio di competere ai massimi livelli: «Il Festival cresce, attira talenti da tutto il mondo e dimostra che il Piemonte può giocare nella serie A della cultura. Per questo continuiamo a investire con decisione nell’audiovisivo: non è solo sostegno, è una strategia. Vogliamo che il Piemonte sia scelto non solo per la qualità dei suoi servizi e delle sue professioni, ma anche per la forza della sua visione».
La Regione ribadisce dunque la volontà di costruire una filiera sempre più solida, innovativa e attrattiva per produzioni italiane e internazionali, potenziando strumenti, infrastrutture e professionalità.
«Il messaggio è semplice: il Piemonte non si accontenta. Alziamo l’asticella, ampliamo la nostra presenza internazionale e costruiamo nuove opportunità per chi crea, produce e immagina il cinema del futuro. Il nostro territorio ha tutto per arrivare lontano. E il Torino Film Festival è la prova che questa ambizione è già realtà», conclude Chiarelli.









La questione sociale in Italia esiste di nuovo. Ad essere sinceri, non è mai scomparsa. I dati e i




Quel che proprio non fa Marianne Métivier, regista di origini canadesi-filippine, con il suo “Ailleurs la nuit”, suo primo lungometraggio: ovvero trovare qualcuno che ti mette una macchina da presa in mano e ti dice “gira!” e tu cominci a girare ma a vuoto, andando a riprendere pianure e campagne e vacche da mungere, sentieri e camminate e corse in auto da filmare con tempi e lungaggini incredibili, a considerare una torrida notte d’estate in cui Marie che è un’artista del suono – e va in giro a raccogliere i fruscii delle foglie e lo scorrere delle acque mentre il suo partner ci dovrebbe interessare con i suoi studi delle processionarie – mette in discussione la sua vita di coppia, in cui Noée arrivata dalla grande città da non troppo tempo la disorienta, in cui la giovanissima studentessa Jeanne perennemente in crisi guarda il mondo da un oblò e distribuisce viveri alle porte degli alloggi di Montréal, in cui Eva, appena arrivata dalle Filippine con al seguito una madre che non sai se comprensiva o imbronciata, viaggia nella città notturna insicura dell’intero suo avvenire. Non ci si sente coinvolti da alcuna porzione del film, che al contrario vorrebbe avere un sapore universale, vorrebbe parlare di rapporti e di giovinezza, di esistenze e di equilibri ad ogni istante in cerca di punti fermi: anche i silenzi restano tali e non trasmettono che il nulla.





