L’intervento di domenica 7 giugno alla Casa della Madia, ha avuto come ospite Alessandro Aresu, studioso di geopolitica e autore di diversi lavori sulla competizione tecnologica tra Stati Uniti e Cina. Il tema dell’incontro, Lo specchio della Cina e noi, ha aperto una riflessione sul modo in cui l’Occidente guarda un mondo che conosce ancora troppo poco.
La Cina è ormai centrale nell’economia, nella tecnologia e nella produzione industriale; i suoi prodotti entrano ogni giorno nelle nostre case, dagli smartphone alle auto elettriche, ma fatichiamo ancora a vedere le persone, le strategie e le trasformazioni che stanno dietro a questi oggetti.
Come spiega Aresu, non si tratta di un Paese “emerso” dal nulla negli ultimi decenni. Per i cinesi, lo sviluppo attuale è piuttosto un ritorno a una centralità storica. Infatti, dopo un lungo periodo in cui si è pensata come centro del mondo, la Cina ha vissuto una frattura profonda: il cosiddetto “secolo delle umiliazioni”, segnato da colonialismo, guerre dell’oppio e sconfitte davanti alle potenze straniere.
Da qui, nacque la consapevolezza che la debolezza tecnologica potesse diventare anche debolezza politica e storica. Ed è stata anche questa percezione a trasformare, in pochi decenni, un Paese poverissimo in uno dei principali centri produttivi del mondo.
Ma l’aspetto più interessante è che la Cina ci costringe a vedere anche i nostri limiti, perché mentre Pechino studiava l’Occidente, osservandone punti di forza e debolezze, quest’ultimo non si interessava realmente alla Cina. E questo, oggi, ci costringe a realizzare che il centro del mondo non è più scontato e che conoscere l’altro non è solo un interesse culturale, ma una condizione fondamentale per abitare il presente.
Lo specchio della Cina, alla fine, riflette anche noi e la nostra fatica nel capire un mondo che non ruota più soltanto attorno al nostro sguardo.
IRENE CANE

un fiasco di vino. Solo Giovanni stava zitto. Parlò solo quando venne sollecitato (“E tu, Giovanni, cosa porti?”), rispondendo con noncuranza: “Io porto mio fratello”. Ariberto, nato e cresciuto nelle case torinesi della barriera di Milano, era un tontolone, un pezzo di pane, un gariboja. In piemontese per indicare uno sciocco si usa dire “a l’é furb coma Gariboja”. Non si tratta certamente un epiteto lusinghiero poiché non si segnala la destrezza di chi se la cava con l’imbroglio ma bensì la dabbenaggine dell’individuo. Gianluigi, professore di storia e grandissimo scassatore di scatole, ci ha raccontato che il nome Gariboja risale ad un francese originario della Borgogna, tale Jean Gribouille, personaggio popolare in Francia e molto simile al nostro Bertoldino, altro bell’esempio di credulone. Oltralpe fu protagonista del romanzo La Sœur de Gribouille scritto nel 1862 da Sophie Rostopcina, contessa di Ségur. Importato da noi in Piemonte il buon Gariboja è diventato l’emblema di una ingenuità spinta ai confini della stoltezza, tant’è che vi sono moltissime espressioni che lo riguardano. Si diceva che nascondesse i soldi in tasca degli altri per timore di essere derubato (così se qualcuno li rubava non erano più soldi suoi), che la paura di bagnarsi sotto la pioggia lo induceva a nascondersi nell’acqua o che tentasse di spaccare le noci con le uova. Anche sul commercio aveva le sue idee come, ad esempio, quella di acquistare le uova a dodici soldi la dozzina per rivenderle a un soldo l’una, immaginando di ottenere un guadagno sulla quantità. Per questo l’essere furbo come Gariboja non era propriamente un complimento. Fatto sta che una sera, uscendo dall’osteria dopo aver ecceduto un tantino con le libagioni, ci avviammo sul sentiero che attraversava i campi fino a raggiungere l’alta recinzione che circondava la centrale.