ilTorinese

Alla Weber & Weber l’artista visiva iraniana Elmira Abolhasani 

Giovedì 29 gennaio, alle ore 18 fino alle 21, inaugura presso la galleria d’arte contemporanea Weber & Weber di via San Tommaso 7, a Torino, la mostra “Diafania”, prima personale in Italia della giovane artista iraniana Elmira Abolhasani, che ha l’obiettivo di riassumere il cuore pulsante della sua ricerca, incentrata sulla complessa tematica dell’identità e sui suoi significati intimi e personali. La mostra, realizzata in collaborazione con la Weber & Weber, è a cura del collettivo Exo Art Lab. Il progetto “Diafania” nasce dalla pratica di Elmira Abolhasani, la cui ricerca attraversa il tema dell’incontro con l’alterità come fioritura del lavoro di introspezione e apertura del sé. La sua poetica ha una vocazione politica nel senso più autentico del termine: lei si fa messaggera di una pluralità che non dimentica le voci messe a tacere, di una narrazione  che restituisce alla storia una coscienza, per usare le parole di Walter Benjamin “una rammemorazione dell’ingiustizia e delle omissioni su cui si è costruito il racconto dei vincitori”. Elmira libera le note silenziate del mondo attraverso una proposta etica fondata sull’ascolto, sulla collaborazione e sull’incontro. Nelle sue opere, l’alterità non è mai oggetto di dominio o sottomissione, ma uno spazio da accogliere attraverso una frattura interna dell’Io, una crepa che si fa albergo per l’altro da sé.

Questa tensione si traduce nell’uso di materiali caratterizzati dalla trasparenza, intesa come possibilità di passaggio, filtraggio e rivelazione. Il medium privilegiato è il vetro, che incarna al contempo una dimensione rivelativa e riflessiva: superfici che separano e, allo stesso tempo, lasciano filtrare la luce. Il titolo della mostra, “Diafania”, si fa reinterpretazione del concetto di diafano, in chiave simbolica, filosofica e politica. Il trasparente diventa una postura etica, un rivelare attraverso, un lasciar filtrare la luce, che non è altro che un coraggioso nido dell’Io a ciò che è altro. La mostra sarà visitabile fino al 14 marzo prossimo.

Inaugurazione  giovedì 29 gennaio ore 18-21

Galleria Weber & Weber – via San Tommaso 7, Torino

Mara Martellotta

Nel sangue di Garlasco: Gianluca Zanella tra verità, dubbi e nuove domande sul caso

Venerdi 30 gennaio, alle 18:00, insieme alla iena Alessandro De Giuseppe e agli ingegneri Porta e Occhetti, il giornalista Gianluca Zanella presenta il libro che racconta la storia dell’omicidio di Chiara Poggi.

Se non hai seguito il caso Garlasco e non sai cosa sta succedendo attorno all’omicidio della povera Chiara Poggi hai bisogno di questo libro. Se sai tutto su Garlasco e cerchi di districarti tra verità, inesattezze e inaccuratezze allora hai bisogno di questo libro.

Gianluca Zanella dal 2017 segue le vicende che portarono alla condanna di Alberto Stasi. Ha letto tutte le carte, ha indagato, ha scritto. È forse insieme alla giornalista Rita Cavallaro colui che più di tutti si è immerso in una vicenda che vede mettere in discussione una condanna definitiva. Ha un canale su youtube, ed è quindi uno youtuber o content creator, ma è soprattutto un giornalista. Uno di quelli bravi, che racconta con lucidità una vicenda su cui non c’è ancora la parola fine.

Edito da Ponte alle Grazie, “Nel sangue di Garlasco” , che vanta già numerose ristampe, è un saggio che fa il punto della situazione. Sarà presentato venerdì alle 18 al Cap10100; un’occasione di dialogo insieme all’autore, alla iena Alessandro De Giuseppe e agli ingegneri Porta e Occhetti. Potrete così porre le vostre domande, io le mie gliele ho fatte telefonicamente.

Zanella secondo lei Stasi è innocente?

Ti rispondo in due modi. Secondo me è innocente. Nel corso degli anni, avendo approfondito la vicenda, me ne sono convinto. Però non è la mia convinzione che porto avanti come tesi del libro. Io porto le carte. E anche mantenendo in dubbio la colpevolezza o l’innocenza di Stasi, non poteva essere condannato con quegli indizia a suo carico. E questo lo si evince leggendo la sentenza d’appello bis del 2014. Quella sentenza ha delle criticità per le quali nessuno, ma non parlo solo di lui, parlo di chiunque. Va bene il processo indiziario ma con quel processo indiziario non poteva portare nessuno in galera.

Possiamo dire oggi che Stasi è stato incastrato? 

Non me la sento di affermarlo con certezza, anche perché per sostenere una cosa del genere bisogna poterla dimostrare. È però indubbio che siano emersi elementi potenzialmente favorevoli all’innocenza di Stasi che non sono stati valorizzati, o addirittura ignorati, come la vicenda del DNA, mentre altri aspetti, invece, sono stati ingigantiti a suo sfavore.
In certi casi, oltre all’enfasi, si sono viste operazioni che hanno dato l’impressione di un lavoro “sartoriale”, quasi volto a cucire addosso a Stasi la cappa della colpevolezza.

Mi riferisco in particolare alla questione del DNA e a quella dei graffi sulle braccia. Per entrare più nello specifico: siamo nel 2014, poco prima dell’apertura del processo di appello bis. Stasi arriva da due assoluzioni, ma la Cassazione dispone un nuovo appello e, nell’estate del 2014, si cercano prove contro di lui perché, di fatto, non ce ne sono. Rimangono solo gli stessi indizi per cui era già stato assolto, e per inciso verrà poi condannato, ma in quel momento ciò che si cerca è la “pistola fumante”.

L’intuizione arriva dalla parte civile: l’avvocato Tizzoni, nel 2014, propone di analizzare i margini ungueali di Chiara Poggi con nuove tecniche e strumentazioni, per verificare l’eventuale presenza di DNA maschile. L’obiettivo era evidente: trovare il DNA di Alberto Stasi e sostenere che Chiara si fosse difesa graffiando il suo aggressore. La presenza del DNA di Stasi sotto le unghie sarebbe stata plausibile comunque, dato che era il fidanzato e la sera precedente erano stati insieme. Ma immagina l’impatto processuale se si fosse trovata quella traccia.

L’8 settembre 2014 Stasi deve presentarsi per il prelievo del DNA. Il giorno prima, il 7 settembre, l’ANSA pubblica un lancio che parla di presunti graffi sulle sue braccia. Un carabiniere, intervistato a sette anni dai fatti e poi ascoltato anche in aula, riferisce di quei «graffi», salvo poi correggere parlando di semplici arrossamenti.

Risultato: alla vigilia del prelievo del DNA si diffonde la notizia dei graffi sulle braccia di Stasi. Se sotto le unghie di Chiara fosse stato trovato il suo DNA, l’accoppiata graffi + DNA avrebbe avuto un peso enorme. Ecco perché parlo di operazione “sartoriale”, costruita per cucire addosso a Stasi il cappotto della colpevolezza.

Questo è un esempio lampante di come alcuni elementi, anche grazie a una narrazione mediatica distorta, siano stati “aggiustati”. È un caso particolarmente significativo.

Perché ingigantire i fatti e costruire una narrazione del genere? Per via della spettacolarizzazione del processo? Forse una procura, travolta dall’attenzione pubblica, si sente obbligata a consegnare un colpevole? O si è piuttosto cercato di sviare dai veri responsabili?

Personalmente non credo, salvo smentita dei fatti, che in questa storia ci sia qualcuno tanto potente da deviare un’intera indagine. Con qualche eccezione possibile, ma ci arrivo. Io penso piuttosto a una concatenazione di eventi, a un effetto domino.

Immaginiamo questa vicenda come una fila di tessere: da un lato la pressione mediatica, dall’altro quella sugli investigatori, che a loro volta avevano pressioni dai superiori, che a loro volta ne ricevevano dai magistrati per arrivare a un colpevole. A questo va aggiunto un mix di incompetenza ed errori.

Nell’immediatezza del delitto, sulla scena sono intervenuti tre reparti diversi dei Carabinieri, territoriale, compagnia di Vigevano e nucleo operativo di Pavia, producendo una quantità enorme di materiale, spesso incoerente. In mezzo a questo caos, se qualcuno ha sentito il bisogno di “mettere a posto” qualcosa, ha potuto farlo senza attirare l’attenzione. Mi riferisco, per esempio, alla sparizione dei mozziconi di sigaretta dal portacenere in cucina, o dei pallini di carta che nelle foto del 13 agosto sono presenti sul tavolo e in quelle del 14 non ci sono più.

Non parlo di un depistaggio generale, ma di interventi mirati. Potrebbero essere suggestioni: magari la finestra era aperta e i pallini sono volati via. Ma in assenza di spiegazioni, per me quei pallini e quei mozziconi sono stati fatti sparire. E se è stato un errore, è un errore chirurgico: proprio su elementi dove sarebbe stato certo trovare DNA (sigarette in bocca, pallini arrotolati tra i polpastrelli). Questi buchi nella vicenda generano inevitabilmente sospetti, illazioni e alimentano un rumore di fondo che ancora oggi rimane fortissimo. Assordante, direi.

Nel capitolo dedicato al Santuario della Madonna della Bozzola si accenna a un possibile collegamento con l’omicidio di Chiara Poggi. Secondo te esiste davvero un legame?

No, assolutamente no. Il Santuario della Bozzola è un contesto interessante perché mostra un certo modo di affrontare i problemi: nascondere la polvere sotto il tappeto, mantenere le apparenze, evitare scandali a ogni costo. E questo atteggiamento ricorre anche nella vicenda del delitto di Garlasco, ma solo come dinamica culturale, non come collegamento diretto.

Alla Bozzola esistono testimonianze che parlano di ambienti ambigui, persone losche, seminaristi che avrebbero subito violenze. Ma da qui a collegare tutto al delitto di Garlasco ce ne passa. Ho studiato a fondo lo scandalo della Madonna della Bozzola, quello che coinvolse Don Gregorio: ho letto le carte del procedimento e non c’è un singolo riferimento al delitto di Garlasco.

Non c’è nemmeno alcun riferimento da parte di Flavius Savu, il cittadino romeno che estorceva denaro a Don Gregorio. Savu, intercettato dai Carabinieri, usava qualunque espediente pur di ricattare non solo Don Gregorio, ma anche altre persone. Inventava di tutto per ottenere soldi, davvero di tutto. Quindi, se avesse saputo qualcosa sull’omicidio di Chiara Poggi, pensi che non avrebbe sfruttato quella carta?

Invece Savu inizia a parlare solo dopo il suo arresto, tra il 2016 e il 2017, quando va alle Iene sostenendo di sapere qualcosa. Dice di aver riconosciuto Andrea Sempio e Michele Bertani assegnando loro i soprannomi di “sadico” e “picchiatore”, ma quando fa queste dichiarazioni la foto di Sempio era già stata pubblicata sui giornali. Questo lo rende totalmente inattendibile.

In sintesi: il contesto della Bozzola è interessante perché racconta un certo mondo e certe dinamiche, ma un collegamento diretto con l’omicidio di Chiara Poggi non c’è.

Il libro mette in luce molte incongruenze e mancanze. Parlando con la gente, noto due sentimenti opposti: da un lato la paura che ciò che è successo a Stasi possa capitare a chiunque; dall’altro, lo scetticismo di chi pensa che non cambierà nulla, che non si arriverà a una verità e che nessuno pagherà.

Per quanto mi riguarda, ritengo molto probabile che si arrivi a un processo nei confronti di Andrea Sempio. Condivido però in parte quella paura: sono convinto che non ci sia un solo responsabile, al di là di Sempio o di Stasi, e temo che possa finire per pagare solo uno per tutti.

I piani sono distinti: con gli elementi emersi, Alberto Stasi ha buone possibilità di ottenere la revisione del processo. Ma immaginiamo lo scenario in cui Stasi venga riabilitato e Sempio assolto (o neppure processato): resterebbe un cold case, e sarebbe una sconfitta per la giustizia italiana e per chi segue questa vicenda da anni.

Qualunque esito ci sarà, qualcuno resterà scontento: se Stasi venisse riabilitato e Sempio condannato, c’è chi direbbe comunque che un assassino l’ha fatta franca e un innocente ha pagato.

Sul piano oggettivo, il limite più grande è il tempo: le nuove indagini sono efficaci, ma arrivano dopo quasi 19 anni. Io resto convinto che più persone siano coinvolte nell’omicidio, e che alcune abbiano avuto un ruolo più grave nel nascondere le tracce.

Talvolta i cold case si risolvono dopo molti anni, basti pensare al delitto dell’Olgiata. Qualcuno decide di parlare, oppure le prove c’erano ma non erano state interpretate correttamente. In parte sta accadendo anche qui.

Ci sono casi risolti persino dopo trent’anni. Io spero che si possa mettere la parola fine anche su questo, ma temo che alla fine possa pagare solo una persona per responsabilità che, a mio avviso, sono condivise.

Leggendo il tuo libro, molti vanno a cercare gli articoli dell’epoca e scoprono che “era già tutto lì”. Se oggi si rivedono i vecchi documenti, le trasmissioni dell’epoca, i commenti in TV, sembra di entrare in un universo parallelo: quel soccorritore che disse “sembra la lite tra due donne”, le ipotesi iniziali su due killer… e oggi si torna a parlare di almeno due persone sulla scena. Non credi ci fosse già tutto?

Nelle carte c’è molto, ma sono mancati approfondimenti investigativi cruciali: le carte non dicono tutto perché in molti casi le indagini non sono state fatte, quindi quelle carte non esistono.

Prendiamo l’inchiesta su Sempio del 2017: io quelle carte le ho lette, da lì è partita la mia indagine. Se si rilegge ciò che scrivevo già nel 2021 sembra scritto oggi, perché descriveva questioni che erano evidenti dalla semplice lettura: il fatto che Sempio si presentò all’interrogatorio sapendo già cosa gli avrebbero chiesto; il giro anomalo di documentazione. Non era un mistero: era un segreto di Pulcinella. Molte cose erano davanti agli occhi, ma non sono state valorizzate.

Altre invece non sono state fatte: ad esempio molte illazioni su Marco Poggi sarebbero state facilmente smentite se fossero stati acquisiti i tabulati del suo telefono.

Oggi abbiamo però un’ultima “macchina del tempo”: il computer di casa Poggi, usato da tutta la famiglia. È probabilmente l’ultimo strumento che ci permette di tornare al 2007, non solo ad agosto, ma ai mesi precedenti.

Alla presentazione del tuo libro, che si terrà venerdì 30 gennaio al Cap 10100, oltre alla iena Alessandro De Giuseppe saranno presenti anche gli ingegneri Porta e Occhetti, che nel 2009 individuarono l’alibi di Stasi fornendo la loro perizia al giudice Vitelli e che hanno poi proseguito con i loro studi, fornendo recentemente nuovi dettagli sul computer di Chiara Poggi. Perché tanta attenzione su quel computer?

L’evidenza che abbiamo è parziale. Le ricerche che Chiara Poggi aveva effettuato erano salvate online, ed erano ricerche molto particolari: alla luce di ciò che è poi accaduto, sembrano tessere di un puzzle incompleto.

Nel libro scrivo una cosa in cui credo fermamente: Chiara aveva scoperto qualcosa. Un segreto grave, che riguardava probabilmente qualcuno a cui teneva molto. Ne rimase spaventata, non comprese del tutto la natura di ciò che aveva trovato e cercò di informarsi. Quel suo approfondire mise in allarme qualcuno, forse più di una persona. Ed è qui, secondo me, il nodo centrale della vicenda.

Il delitto di Garlasco non è un omicidio d’impeto o maturato sul momento. È qualcosa che covava sotto la cenere. Le ricerche di Chiara risalgono a uno-due mesi prima della sua morte.

Analizzare quel computer oggi non ci direbbe solo cosa cercava Chiara, ma anche cosa facevano gli altri membri della famiglia. È lì che potrebbe trovarsi il bandolo, almeno per ricostruire il contesto in cui il delitto è maturato. Forse non ne uscirebbe il nome dell’assassino, ma scopriremmo come veniva usato quel computer, quali interessi c’erano e se qualcosa stava preoccupando Chiara. Di questo sono certo.

Parliamo di comunicazione. Attorno a Garlasco non ci sono più solo i media tradizionali, ma anche youtuber, opinionisti e persone comuni che seguono e interagiscono. Nel momento in cui un giornalista in TV dice qualcosa, sui social si ribatte, e questi messaggi arrivano forte e chiaro anche ai diretti interessati. Secondo te questo può rappresentare un momento di svolta per il giornalismo?

Io credo che sia un’evoluzione del tutto naturale: una diversificazione dei mezzi con cui si comunica. A volte mi chiedono se questi nuovi strumenti siano più affidabili, visto il successo di youtuber e podcaster, ma in realtà credo sia soprattutto una questione pratica: quando sei in macchina non puoi guardare il telegiornale o leggere il giornale, e allora ascolti il podcast, la diretta, o la puntata su YouTube del tuo creator di fiducia. È una questione di facilità di fruizione dei contenuti e di immediatezza.

In più, una diretta YouTube si può improvvisare: nel giro di un quarto d’ora, o meno, puoi essere online. Uno studio televisivo invece ha tempi e modalità di ingaggio molto più pesanti e lunghi, e quindi si muove a una velocità diversa.

Tutto questo offre grandi vantaggi, ma è soggetto anche a grandi distorsioni, perché molti youtuber possono diventare inconsapevolmente un megafono di operazioni orchestrate per agitare il pubblico o attirare attenzione.

 

O gli stessi possono incappare in errori banali.

Spesso, come nel caso Garlasco, ci sono stati molti esperti o presunti tali. Io stesso, che lavoro in questo campo da anni, mi sono trovato con persone che hanno iniziato a studiare la documentazione solo mesi dopo, mentre io avevo impiegato mesi a leggere tutta quella montagna di carte. Puoi avere talento e spirito critico, ma ripubblicare materiale senza averlo approfondito porta a disinformazione. Dico in generale senza fare nomi specifici.

Mi interessa la questione della partecipazione collettiva. La comunicazione nel 2007 era per lo più univoca. C’erano i media tradizionali e pochissima interazione con le notizie. Qui c’è uno scambio. Gli stessi che fanno TV controllano il sentiment sui social. Non siamo più fruitori passive di notizie. Anche noi pubblico abbiamo una voce.

Abbiamo un’interazione con il pubblico molto intensa e riceviamo ogni giorno montagne di messaggi, molti su Garlasco, ma tra questi emergono anche cose interessanti. Per esempio, insieme a Bugalalla, abbiamo ricevuto le famose foto che ritraggono Sempio davantii casa Poggi a poche ore dalla scoperta del delitto: incredibile, perché il marito della fotografa dell’epoca le ha mandate non a un giornale o alla procura, ma a due youtuber. Il pubblico percepisce lo youtuber come più vicino e contattabile rispetto al giornalista tradizionale. Poi io sono anche giornalista, ma qui ti parlo da youtuber.

Facciamo un parallelismo tra comunicazione nel 2007 e nel 2025. Se chi indaga commette errori, la partecipazione attiva del pubblico, scrivere, fare domande, chiedere conto,  può garantire maggiore correttezza?  Nel 2007 l’opinione pubblica riceveva le notizie passivamente; oggi è attiva sui social e questo nuovo modo di interagire può indurre chi sbaglia a pensarci due volte, perché tutto finisce sotto l’occhio del pubblico. Se chi indaga ha fatto errori, la partecipazione collettiva può essere garante di correttezza?

Io credo che chi indaga possa lavorare bene o male indipendentemente dall’esposizione mediatica, che spesso dura poco. Personalmente, però, oggi sento molto più la pressione del pubblico rispetto a un anno fa. Questo mi spinge a verificare tutto cento volte prima di fare un video o scrivere un articolo, perché i feedback arrivano subito. Se faccio una sciocchezza, me lo fanno notare all’istante. Quando scrivevo per un giornale non era così: i feedback erano più rari e indiretti.

E questo vale anche per chi lavora nei casi giudiziari: oggi certe leggerezze emergono subito. Penso all’episodio di Stefania Cappa che, in un’intercettazione, dice «ma figurati chi va a controllare» quando parla con il sostituto del medico che avrebbe firmato delle ricette mettendo un nome diverso dal suo. O alla questione delle firme e dei verbali: sono saltate fuori incongruenze, firme mancanti o verbali con dei buchi.

E sapendo che tutto viene scrutato sotto la lente dei social, non pensi che questo porterà a commettere meno errori in futuro?

Ripeto: oggi questo caso è talmente sotto gli occhi di tutti che, così come sento io la pressione del pubblico, credo che anche chi indaga sia portato a lavorare meglio rispetto al passato. Non tanto per virtù, quanto perché nel 2007 o nel 2009 era impossibile immaginare che questa vicenda sarebbe diventata un caso “per eccellenza”, destinato a rimanere nell’immaginario collettivo.

All’epoca era una storia che riempiva i palinsesti e vendeva giornali, ma comunque entro i confini della cronaca nera. Oggi invece è diventata qualcosa di enorme: basta una dichiarazione o un dettaglio fuori posto per scatenare immediatamente l’attenzione pubblica. Questo, secondo me, spinge anche gli inquirenti a maggiore cautela.

La mia speranza è che Garlasco, proprio perché è diventato un caso mostruoso per attenzione e risonanza, segni anche una svolta nelle indagini future.

Ho l’impressione che ci siano persone che temono la procura di Pavia e queste indagini, e non parlo di avvocati o consulenti di parte, ma di opinionisti, blogger e instagrammer. Hai anche tu questa sensazione? E perché?

Guarda, credo sia molto semplice: manca l’onestà intellettuale di rivedere le proprie posizioni. Io lo dico sempre e ti chiedo di riportarlo: se un domani venissi smentito su ciò che sostengo, per esempio se mi portassero la prova che Alberto Stasi è colpevole, io ammetterei di essermi sbagliato, in buona fede. Non mi arrampicherei sugli specchi.

Il problema è che molte persone fanno esattamente questo: anche di fronte a elementi che dovrebbero far sorgere almeno un dubbio, rifiutano di ammetterlo. Vivono il dubbio come una sconfitta, una perdita di credibilità, quasi un disonore.

Ultima domanda, anche se hai già risposto: arriveremo alla verità? E se Stasi è davvero innocente, scopriremo chi ha ucciso Chiara Poggi?

Io non faccio previsioni, non faccio sogni, posso solo dire che spero di sì. La Procura sta lavorando molto bene e molte delle cose fatte finora sono emerse solo col tempo. Al momento abbiamo una visione parziale di ciò che è stato fatto e di ciò che stanno ancora facendo. Credo che faranno tutto il possibile per individuare l’autore di questo delitto.

Se avete domande, l’appuntamento con Gianluca è al Cap10100 di Corso Moncalieri 18, alle 18 venerdì 30 gennaio. L’entrata è libera fino a esaurimento posti con possibilità di prendere biglietti gratuiti su Eventbrite.

Lori Barozzino 

Torino Capitale del Vermouth con la terza edizione del Salone 

Il simbolo dell’aperitivo italiano nel mondo protagonista di un lungo weekend di Salone e di una settimana di eventi a Torino, tra contemporaneità e storia 22 febbraio al Museo del Risorgimento

Il 2026 non è un anno come gli altri per la cultura del bere bene: segna infatti in calendario il 240° Anniversario della nascita ufficiale del Vermouth, nato all’ombra dei portici torinesi nel 1786. Per onorare questa eredità leggendaria, Torino torna a essere il palcoscenico nazionale e internazionale della terza edizione de Il Salone del Vermouth, in programma da sabato 21 a domenica 22 febbraio 2026, al Museo Nazionale del Risorgimento Italiano.

Un’edizione, quella del 2026, pensata come un grande contenitore esperienziale e culturale capace di restituire una visione contemporanea oltrechè storica, di un prodotto simbolo di identità e innovazione. Il Salone non sarà solo una vetrina, ma una celebrazione corale che vedrà la partecipazione di oltre 30 produttori, dando vita a un dialogo unico tra i grandi nomi di fama internazionale, eccellenze storiche del territorio e giovani produttori emergenti che stanno portando nuova linfa e creatività alla categoria.

Il fulcro della manifestazione sarà il Salone del Vermouth nelle giornate del 21 e 22 febbraio 2026, ospitato al Museo Nazionale del Risorgimento Italiano, che accoglierà produttori, operatori del settore e pubblico per dare vita a un articolato palinsesto di incontri, degustazioni e momenti di approfondimento.

Il Salone si distingue inoltre per essere l’unico evento italiano e internazionale interamente dedicato al Vermouth a prevedere anche una giornata B2B esclusiva: alle due giornate aperte al pubblico si affiancherà infatti lunedì 23 febbraio, una mezza giornata riservata al trade, pensata come momento di incontro, networking e confronto tra produttori, buyer, distributori e operatori del settore.

Accanto alle giornate principali, il Salone del Vermouth si estenderà all’intera città con il Fuorisalone, in programma dal 16 al 22 febbraio 2026, una settimana di eventi diffusi che animeranno Torino attraverso degustazioni, incontri culturali, guest shift, presentazioni editoriali e menu dedicati. Cocktail bar, ristoranti, bistrot, caffè storici e spazi culturali saranno coinvolti in un racconto urbano che rafforza il legame profondo tra il Vermouth e la città in cui è nato.

Cit Turin: dove il Liberty incontra la Torino che cambia

ABITARE CON STILE

Rubrica settimanale a cura di Magda Jasmine Pettinà 
Uno spazio dedicato al mondo della casa in tutte le sue forme: dal mercato immobiliare al design d’interni, dall’arte di valorizzare gli spazi alle nuove tendenze dell’abitare contemporaneo. Consigli pratici, spunti estetici e riflessioni su come rendere ogni casa un luogo che rispecchi chi siamo — con uno sguardo che unisce competenza, bellezza e sensibilità.
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Cit Turin è il quartiere più piccolo di Torino per estensione, ma uno dei più densi di identità, storia e qualità urbana. Un microcosmo elegante e coerente, incastonato tra il centro e l’asse ovest della città, che nel tempo ha saputo rinnovarsi senza perdere la propria anima.

Le origini di Cit Turin risalgono alla seconda metà dell’Ottocento, quando l’area iniziò a svilupparsi come quartiere residenziale borghese, destinato a professionisti, imprenditori e famiglie benestanti. Il nome stesso, “Cit Turin”, ovvero “piccola Torino” in piemontese, racconta la sua natura raccolta e ordinata, quasi un centro nel centro. Fin da subito il quartiere si distingue per un impianto urbanistico razionale, strade ampie, alberate, e una forte attenzione alla qualità architettonica degli edifici.

È proprio qui che si concentra una delle più alte densità di palazzi Liberty della città. Tra fine Ottocento e primi del Novecento, Cit Turin diventa un vero laboratorio di sperimentazione architettonica: facciate decorate, ferri battuti, bow-window, mosaici, motivi floreali e geometrici. Edifici iconici come Casa Fenoglio-Lafleur, Casa La Fleur, Casa Tasca o Casa Masino non sono solo esempi di stile, ma vere e proprie opere d’arte abitate, che ancora oggi definiscono il carattere distintivo del quartiere. A questo si affiancano palazzi eclettici e primi esempi di razionalismo, creando un tessuto urbano colto, stratificato e sorprendentemente armonico.

Per molti anni Cit Turin ha mantenuto una dimensione quasi sospesa nel tempo, protetta dalla sua natura prevalentemente residenziale. La svolta arriva con la grande trasformazione urbana legata alla riqualificazione di Porta Susa. L’interramento della linea ferroviaria e la nascita della nuova stazione hanno ridisegnato completamente l’assetto dell’area, creando uno dei principali nodi di mobilità del Nord Italia. Da qui prende forma il cosiddetto “triangolo” urbano che connette centro, Cit Turin e la zona direzionale ovest, rafforzando il ruolo strategico del quartiere.

La nuova Porta Susa non è stata solo un’infrastruttura, ma un catalizzatore di cambiamento: spazi pubblici rinnovati, nuove funzioni direzionali, servizi, uffici, hotel, e un miglioramento complessivo della qualità urbana. Cit Turin, pur restando fedele alla propria identità elegante e residenziale, entra così in una fase di evoluzione moderna, diventando sempre più attrattiva per chi cerca una posizione centrale, ben collegata, ma lontana dalla frenesia del centro storico.

Oggi il quartiere è al centro di nuovi investimenti immobiliari mirati e selettivi, spesso legati a interventi di riqualificazione dell’esistente e a nuove costruzioni di alto livello, pensate per dialogare con il contesto storico. La presenza della metropolitana, già attiva e destinata ad ampliarsi con le future linee, rafforza ulteriormente l’accessibilità dell’area, rendendola strategica sia per la residenza di qualità sia per investimenti a medio-lungo termine.

Il futuro di Cit Turin si gioca su un equilibrio delicato ma virtuoso: conservare il patrimonio architettonico e l’atmosfera raffinata che lo rendono unico, integrando al contempo innovazione, sostenibilità e nuove infrastrutture. Un quartiere piccolo solo nelle dimensioni, ma grande per valore culturale, qualità abitativa e visione urbana. Un luogo che racconta bene come Torino sappia evolvere senza rinnegare se stessa.

www.domus-atelier.com – info@domus-atelier.com

Disturbi alimentazione, Magliano: “Risorse importanti per pazienti e famiglie”

Insieme alla Legge di Stabilità, il Consiglio regionale del Piemonte approva anche un emendamento a prima firma Silvio Magliano, Capogruppo Lista Civica Cirio Presidente PML, che prevede lo stanziamento di 300mila euro in ciascuna delle annualità 2026, 2027 e 2028 per l’incremento della dotazione del Fondo per i disturbi della nutrizione.

«Con questi fondi, dedicati alla prevenzione e alla cura dei DNA e al sostegno delle famiglie dei pazienti – commenta Magliano – si conferma l’attenzione nei confronti di giovani donne e giovani uomini colpiti da un disagio subdolo e spesso nascosto che però ha ripercussioni molto profonde su chi ne è affetto e su chi gli sta vicino. Sono grato ai miei colleghi di Gruppo e di Maggioranza che hanno condiviso con me questa priorità: continueremo a impegnarci per sostenere iniziative di prevenzione per i DNA che in Piemonte colpiscono oltre 28mila persone, con una crescita del 112% nel post pandemia ma che, soprattutto, spesso sono difficoltosi da diagnosticare».

Auto causa incidente e fugge. Individuata dai carabinieri

Un incidente stradale è avvenuto nella tarda mattinata di ieri lungo l’ex strada statale 35 dei Giovi,  tra Novi Ligure e Serravalle Scrivia, in provincia di Alessandria.

Una vettura è uscita di strada, ribaltandosi. La conducente, soccorsa dal personale sanitario e visibilmente scossa, ha comunque potuto fornire una prima testimonianza ai carabinieri: sarebbe stata urtata da un altro veicolo che avrebbe effettuato un’improvvisa inversione di marcia in un punto dove la manovra è vietata, per poi allontanarsi senza prestare assistenza.

Avviate le indagini per ricostruire l’esatta dinamica dell’accaduto, anche attraverso l’analisi delle immagini dei sistemi di videosorveglianza, i carabinieri sono riusciti a individuare l’auto sospetta. Il mezzo è stato rintracciato parcheggiato nel centro di Serravalle Scrivia e presenta danni evidenti compatibili con l’impatto.

Sono in corso ulteriori accertamenti per identificare con certezza il conducente fuggito, che dovrà rispondere dei reati di omissione di soccorso e fuga dopo incidente stradale.

Champions League 2025/26: Juve, Inter e Atalanta ai playoff, Napoli eliminato

Si è chiusa la fase a gironi della Champions League 2025/26 e il bilancio per le italiane è misto. L’Inter ha vinto 2-0 a Dortmund contro il Borussia, chiudendo il girone a quota 15 punti, ma dovrà passare dai playoff per raggiungere gli ottavi.
Anche l’Atalanta, sconfitta 1-0 sul campo dell’Unione SG, e la Juventus, che ha pareggiato 0-0 a Monaco, si giocheranno la qualificazione agli ottavi tramite gli spareggi. Niente da fare invece per il Napoli, battuto 3-2 in casa dal Chelsea e costretto all’eliminazione dalla competizione.
Le italiane guardano ora ai playoff, con l’obiettivo di continuare a difendere il prestigio europeo del calcio italiano.

Enzo Grassano

I giorni della merla

Gli ultimi tre giorni di gennaio sono chiamati “i giorni della merla” e secondo la tradizione sarebbero i più freddi dell’anno.
In base al meteo del 29, 30 e 31 gennaio si potrebbero infatti “leggere” le previsioni metereologiche per l’anno appena iniziato: se il tempo è clemente la primavera tarderà ad arrivare e sarà piovosa, se invece i tre giorni sono molto freddi, la primavera sarà bella e arriverà presto.
La protagonista di tutte le leggende è una merla.
Una favola racconta che gennaio in origine aveva 28 giorni. Molto invidioso di una merla dalle piume bianchissime, si divertiva a tormentarla scatenando una bufera di neve ogni volta che il povero animale usciva in cerca di cibo. Stanca di tutte queste angherie, la merla fece scorta di viveri e rimase nel suo nido per 28 giorni; una volta uscita si dilettò a prendere in giro gennaio, pensando di averlo beffato. Messo in ridicolo, il suo nemico andò dal fratello febbraio e gli chiese altri tre giorni, durante i quali scatenò una tremenda bufera di neve.
La merla fu costretta a trovare rifugio in un camino e una volta giunto finalmente febbraio, uscì sana e salva, ma le sue piume erano diventate nere a causa della fuliggine. Da allora gennaio ha sempre avuto 31 giorni e i merli nascono con le piume nere.
Un’altra favola è ambientata a Milano e racconta di una famiglia di merli bianchi, i quali, giunti nel capoluogo a fine estate, avevano costruito il loro nido sotto una gronda. L’inverno fu però molto freddo e nevoso; a causa della mancanza di cibo il capo famiglia fu costretto ad andare a cercare un altro rifugio, stando via gli ultimi tre giorni di gennaio. Nel frattempo la moglie, per proteggere i figli, spostò il nido vicino ad un comignolo, dal quale proveniva un po’ di tepore.
Quando il merlo tornò, trovo i propri famigliari tutti neri e stando a contatto con la loro fuliggine, si scurì anch’esso. Da allora tutti i merli nascono neri.
Lo scrittore Sebastiano Pauli nel 1740 narrò due storielle sull’origine di questi giorni, legate al Po.
La prima parla di un cannone in ghisa molto pesante chiamato “merla”: i soldati piemontesi dovevano portarlo sull’altro lato del fiume e per farlo aspettarono gli ultimi tre giorni di gennaio, quando, grazie al gelo, poterono far scivolare il cannone sul ghiaccio.
La seconda racconta di una nobile signora di Caravaggio chiamata “de Merli”, la quale doveva attraversare il Po per andare a cercarsi un marito; poté farlo negli ultimi giorni di gennaio, quando passò sopra il fiume ghiacciato.
Ancora oggi in diverse parti d’Italia il 29, 30 e 31 gennaio vengono organizzate diverse celebrazioni che vedono protagonisti i canti popolari.
A Lodi due cori, sulle rive opposte dell’Adda, si “chiamano” e si “rispondono”.
La strofa iniziale di questo “botta e risposta
dice: “butta la rocca in mezzo all’aia, se è nuvolo verrà il sereno”.
In Provincia di Cremona ci si raduna attorno ad un grande falò, sul sagrato di una chiesa oppure in riva al fiume e insieme ad un coro, i cui membri vestono abiti contadini, si intonano canti popolari i cui testi variano in base alla zona, ma hanno come temi comuni l’inverno e l’amore. Qui i giorni della merla sono gli ultimi due di gennaio e il primo di febbraio.

ANDREA CARNINO

I marchesi Scozia di Calliano. Juvarra al Real castello di Verduno 

Il territorio astigiano di Calliano, elevato a marchesato, fu affidato nel 1604 a Galeazzo Canossa, il quale nominò procuratore il veronese Francesco de Cremis. Al marchese Galeazzo, discendente della antica famiglia di Reggio Emilia iscritta nel Circolo Nobile di Verona, si avvicendarono i fratelli Tommaso, governatore generale del Monferrato, Orazio, primo ministro dei due Ducati, Luigi e Isabella. Rimasta vedova e senza figli dalle prime nozze con il conte Lelio Filiberto Scarampi di Camino, Isabella nel 1642 andò in sposa a Bernardino III Scozia con gli stessi beni e nacque un figlio, Francesco Maria I Scozia che prese possesso di Calliano. Dopo i lunghi litigi dei Canossa e le vertenze con gli Scozia per i beni feudali, nel 1704 il duca Ferdinando Carlo ordinò, per ragioni dotali di Isabella, la successione di Calliano al nipote Carlo Bernardino I Scozia, primo marchese di Calliano e quarto conte di Murisengo, gentiluomo di Camera del duca,  coppiere della duchessa Enrichetta, decurione e sindaco di Casale.

 La figlia, contessa Maria Anna Caterina Scozia, era sposata con il secondo marchese di San Giorgio Antonino Felice Gozani, sepolto a Casale nell’altare familiare di San Matteo nella chiesa di San Paolo dei padri Barnabiti, la cui facciata fu interamente ricostruita a sue spese. All’interno si trova il monumento posto in sua memoria dal figlio Giovanni Battista, edificatore del palazzo Gozzani San Giorgio, ora municipio di Casale. Per “lo felicissimo maritaggio” di Antonino e Maria Anna Caterina, furono composti cinque sonetti e uno scherzo poetico dai cognati, marchesi Fassati di Balzola e Ricci di Cereseto. Gli Scozia erano già consignori di Murisengo con Bernardino II, bisnonno di Bernardino III, nativo del luogo e sepolto nel duomo di Casale, presidente del Senato monferrino, consigliere di Stato, conte di Benevello di Alba per dono del duca Vincenzo e marito di Livia, figlia di Lello Asinari signore di Costigliole.

Nel 1585 Bernardino II ebbe in dono il feudo cuneese di Verduno dallo zio Benedetto Cerrato che edificò l’antico castello, ceduto nel 1633 alla famiglia Rachis di Racconigi dal nipote Francesco III Scozia, padre di Bernardino III, consignore di Valmacca,  nominato primo conte di Murisengo per la cessione di Benevello al duca Ferdinando Carlo. Parte del castello fu ricostruito su progetto dell’architetto Juvarra, ceduto dal marchese Caisotti agli ospedali San Giovanni e Carità di Torino, acquistato in seguito dal re Carlo Alberto. Il Real castello è oggi adibito ad albergo-ristorante e le cantine sono state riattivate per la produzione del Barolo e del Verduno.

Gli attuali proprietari raccontano che l’antico viale alberato di accesso al maniero era denominato il meleto dei Gozzano. Alessandro Scozia, premorto al padre Giuseppe, ereditò il marchesato di Calliano sempre appartenuto alla famiglia anche dopo l’annessione del Monferrato allo Stato Sabaudo. Avvocato, sesto marchese di Calliano, consignore di Valmacca, nono e ultimo conte di Murisengo fu anche sindaco di Casale. Nel 1848 Alessandro fu nominato giudice aggiunto al tribunale monferrino di prima cognizione, marito di Adele Andreis, figlia del presidente del Nuovo Senato di Casale S.E. Benedetto conte di Cimella di Nizza Monferrato e di Tarsilla Sordi dei conti di Torcello, cognati dei Gozzani, rimasta vedova a 28 anni.
La loro unica e diletta figlia, Tarsilla Giuseppa Scozia, fece erigere i monumenti ai genitori e ai nonni nella tomba di famiglia del cimitero di Casale, situata accanto alle tombe dei parenti Langosco, Leardi, Savio e Gozzani. Il matrimonio del 1873 con don Francesco Guasco, marchese di Bisio e Gavi, nuovo proprietario di Murisengo, Calliano e del palazzo casalese in via Garibaldi, segnò l’estinzione degli Scozia. I marchesi Scozia erano già presenti nel territorio di Somma Vesuviana nel 1550, novità storica emersa dalla collaborazione con il giornalista Alessandro Masulli, editore e redattore del Mediano di Napoli.
Armano Luigi Gozzano 

Treni Pinerolo – Torino – Chivasso: riunione in Regione

L’assessore Gabusi: «Situazione insostenibile, servono risposte immediate per i cittadini» 
Di fronte ai gravi e ripetuti disservizi ferroviari che stanno colpendo in particolare la linea Pinerolo-Torino-Chivasso, l’assessore regionale ai Trasporti Marco Gabusi ha convocato una riunione urgente con i vertici di Trenitalia e Rete Ferroviaria Italiana.
L’obiettivo dell’incontro, che si terrà venerdì mattina nel Grattacielo della Regione, è ottenere un quadro chiaro delle criticità, comprendere le cause di ritardi e soppressioni, definire azioni urgenti per il ripristino di un servizio ferroviario affidabile e dignitoso.
«I disagi che stanno vivendo pendolari, lavoratori e studenti non sono più accettabili – sottolinea Gabusi – La Regione ha pianificato investimenti sul materiale rotabile e ha sostenuto i numerosi interventi del Pnrr sulla rete che certamente condizionano le performance in questo periodo. Per questo motivo non può accettare che ogni giorno sulla Pinerolo-Torino si viva nell’incertezza».
La Regione Piemonte, insieme all’Agenzia della Mobilità Piemontese, ribadisce il proprio ruolo di indirizzo e controllo nei confronti dei gestori del servizio, a tutela del diritto alla mobilità.