|
Rivoli, 01 febbraio 2025 – Si è svolta a Rivoli l’annuale commemorazione organizzata dall’associazione culturale L’Obelisco in via Roma 66.
Alla annuale manifestazione dinnanzi alla lapide in ricordo delle vittime dei bombardamenti del 1943 organizzata dall’associazione L’Obelisco presieduta dal consigliere comunale Federico Depetris sono intervenuti il Sindaco Alessandro Arrigo, il Presidente del Consiglio Comunale Paolo De Francia ed hanno partecipato all’evento la Vicesindaca Silvia Romussi ed i consiglieri comunali Laura Adduce e Luca Murzio.
“Anche quest’anno abbiamo voluto ricordare le vittime rivolesi dei bombardamenti inglesi del 1943 – ha dichiarato Federico Depetris presidente dell’associazione culturale L’Obelisco – Ogni anno ci ritroviamo di fronte alla lapide in Via Roma per non dimenticare le vittime civili della seconda guerra mondiale.” “E’ compito delle Amministrazioni intitolare piazze, porre lapidi ed insegne ma è poi dovere di tutti i cittadini rendere vivi i luoghi, coltivando la memoria, il confronto ed il dibattito. Con questo spirito – ha proseguito Depetris – noi organizziamo le nostre iniziative sul territorio.”
“Infine un doveroso e sentito ringraziamento ai tanti cittadini intervenuti questa mattina ed ai rappresentanti delle istituzioni che hanno impreziosito la sobria manifestazione in ricordo delle vittime rivolesi dei bombardamenti del 1943.”
|
Protesta degli anarchici al Cpr
Al presidio promosso ieri da organizzazioni sindacali e associazioni per chiedere che il Cpr di corso Brunelleschi venga trasformato in un centro di accoglienza, un gruppo di anarchici ha scritto sui muri del centro: “Qui lo Stato tortura”. Il Cpr è inattivo dal 2023, dopo che un suo ospite si tolse la vita. Si sta ipotizzando però di riaprire la struttura.
“La memoria non si ferma mai. Appaia i morti ai vivi, gli esseri reali a quelli immaginari, il sogno alla storia”. Parole che sono tra quelle iniziali de “Gli anni” che Annie Ernaux, nata in Normandia, nella cittadina di Lillebonne, nel 1940, ha scritto sessantottenne, “autobiografia impersonale”, immagini per un affresco che accompagni il lettore dal dopoguerra ai giorni nostri, tappa importante di quel cammino che la condurrà al Nobel per la Letteratura del 2022. In una coproduzione che vede tra gli altri gli apporti del Centro Nazionale di Produzione della Danza Virgilio Sieni e della Fondazione CR Firenze, del Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa, di Emilia Romagna Teatro ERT – Teatro Nazionale e ancora di Tanzhaus di Düsseldorf, “Gli anni” sfidano oggi lo spazio del palcoscenico nella scrittura coreografica di Marco D’Agostin – successi in Italia e all’estero e vari riconoscimenti come tra gli altri il Premio Ubu e il BEFestival – e l’interpretazione di Marta Ciappina – formatasi a New York al Trisha Brown Studio e al Movement Research, docente alla Scuola Luca Ronconi del Piccolo milanese, premio Danza&Danza nel 2022 come interprete e nel 2023 il Premio Ubu come Performer. “Gli anni” è uno dei tre titoli che riuniti in rassegna di danza contemporanea vengono ad arricchire la attuale stagione del teatro Marenco di Novi Ligure, sinergia tra Piemonte dal Vivo e il Balletto Teatro di Torino, compagnia diretta da Viola Scaglione, a cui è stata affidata la curatela della selezione degli spettacoli, progetto che vede il soddisfacente e sempre più auspicabile uso di spazi teatrali e che è la piena conferma della volontà di ampliare e diversificare l’offerta culturale del territorio. La rassegna che si è aperta l’11 gennaio – con “White Pages – Dedica al dinamismo” e “Play_Bach divertissement”, coreografie di Manfredi Perego per una produzione del Balletto Teatro Torino, ospitando in chiusura la compagnia “Larreal” del prestigioso Real Conservatorio di Danza “Mariemma” di Madrid con la serata “Race/Eleven11/Galea”, danzatore ospite Pablo Vàzquez, ad unire tradizione e innovazione coreutica, con la valorizzazione di giovani talenti della danza contemporanea spagnola – ha la sua centralità (7 febbraio) nella proposta de “Gli anni”. Sottolineano i responsabili della proposta: “Qualcuno ha scritto che c’è una distanza incolmabile tra quel che è successo un tempo e il modo in cui ci appare ora, ammantato di una strana realtà. La coreografia de “Gli anni” è costruita per tentare di ricucire questo strappo: l’incandescente storia di un singolo – Marta Ciappina, interprete unica per itinerario artistico e peculiarità tecniche nel panorama della danza italiana – invita gli spettatori a giocare con la propria memoria. Il corpo di Marta e gli occhi di chi guarda intraprendono un viaggio che fa la spola tra il presente – il momento della performance, irripetibile incontro romantico – e il passato di ognuno, in una trama di andate e ritorni che confonde le storie, le canzoni e i ricordi. Su palco e platea si stende lenta l’ombra di un romanzo: l’invito è a scriverlo insieme, un’opera a cento mani che ci esorti ad attraversare le rovine guardando in alto.” Inserito tra le ospitalità della stagione del teatro Astra, “Gli anni” potrà essere già visto nella sala di via Rosolino Pilo nella serata del 5 febbraio, alle ore 21. Fedele al percorso portato avanti da Marco D’Agostin, “lo spettacolo si distacca dai consueti canoni di “messa in scena” che la danza, anche quella contemporanea, ci ha abituati a seguire e porta in scena una intensa riflessione coreografica sui tempi del tempo e della memoria intrecciando racconti di vita e dinamismo corporeo coinvolgendo gli spettatori in un’esperienza intima e universale”.
e.rb.
Con l’immagine della rassegna, due momenti di alcuni spettacoli: Marta Ciappina ne “Gli anni” (foto di Michelle Davis) e “Galea” (foto di Alfonso Sastre).
Mary non è solo la figlia di Ezra Pound
Al Centro Pannunzio un incontro su Mary de Rachewiltz, figlia del grande poeta statunitense
Giovedì 31 gennaio, presso la sala conferenze del Centro Pannunzio di via Maria Vittoria 35h, a Torino, si è svolto l’incontro di presentazione del libro “Processo in verso – Tutte le poesie italiane”(Bertoni, 2024) , un volume unico che contiene tutte le poesie italiane di Mary de Rachewiltz, figlia illegittima di Ezra Pound, curatrice e divulgatrice in Italia dell’opera dello straordinario poeta statunitense. L’evento, introdotto dal poeta e scrittore Loris Maria Marchetti, ha avuto come relatori Luca Borrione, docente di Italiano, Storia e Filosofia al Liceo Salesiano Valsalice, lettore e studioso di Ezra Pound, e Daniele Gigli, archivista documentalista, poeta e studioso di T.S.Eliot, di cui ha tradotto gli Ariel Poems, The Hollow Men e Ash-Wednesday.
Borrione e Gigli, partendo da un’affermazione che stimola alla riflessione – “ Mary non è solo la figlia di Pound”- hanno evidenziato l’importanza che Mary de Rachewiltz ha avuto come traduttrice e curatrice in Italia dell’opera del padre, facendo pubblicare nel 1985 la traduzione integrale dei “Cantos” in italiano e, contemporaneamente, come poetessa e saggista indipendente e abbastanza forte da emanciparsi dalla figura paterna. Il percorso tracciato dai due relatori, biografico e letterario, ha messo in luce le fasi principali della vita di Mary de Rachewiltz, nata nel 1925, a Bressanone, da una relazione tra Ezra Pound e la violinista Olga Rudge. La sua condizione di figlia inizialmente non riconosciuta la costrinse a spostarsi dalla Val Pusteria, dove venne affidata a una famiglia di contadini tirolesi, a Firenze, fino a Sant’Ambrogio, sopra a Rapallo. All’età di 14 anni entrò in contatto con il mondo della poesia e dalla traduzione grazie al padre Ezra, che le affidò come “esercizio” alcune traduzioni di sue poesie. Un mondo che la vide protagonista non solo come curatrice e traduttrice dell’opera del padre, ma anche come firma di importanti traduzioni italiani di poeti americani come Edward Estlin Cummings, Robinson Jeffers, Ronald Duncan e Denise Levertov, oltre a essere a sua volta poetessa e autrice di raccolte tradotte in Italia e in altri Paesi. Il memoriale “Discrezioni. Storia di un’educazione” (1973), di cui Luca Borrione ha letto diversi passaggi, è considerata dai critici la sua opera più importante. Nel 1946 sposò l’egittologo Boris de Rachewiltz, dal quale ereditò il cognome, e si stabilì a Castel Fontana, una frazione di Tirolo, dove custodisce oggi l’archivio paterno.
“Mary ha assorbito l’ombra del padre in modo da trasformarla in una forza e non in un’oppressione – ha dichiarato il relatore Daniele Gigli – e questo è evidente in molti suoi testi e traduzioni, in cui accanto a un’ispirazione letteraria paterna vivono dei versi intensi, indipendenti”.
Il volume “Processo in verso – Tutte le poesie italiane”, curato dal Professor Massimo Bacigalupo, è acquistabile in tutte le librerie, presso il sito dell’editore Bertoni e sulle principali piattaforme online.
Gian Giacomo Della Porta
Il Ministero dell’Università e della Ricerca (MUR) ha pubblicato le graduatorie di assegnazione del Fondo Italiano per la Scienza – FIS 2. Per i progetti dell’Istituto Nazionale di Ricerca Metrologica di Torino il finanziamento previsto è di 1.324.445,76 euro per attività di ricerca nel macrosettore ‘Physical Sciences and Engineering’.
Il FIS è pensato per ricercatori emergenti ed esperti sui principali ambiti di ricerca: dall’ingegneria alle scienze della vita. Nasce sul modello dell’European Research Council (ERC), il prestigioso programma comunitario dedicato alla ricerca di base valutando i ricercatori per l’eccellenza della loro attività.
“Non c’è futuro – ha dichiarato il Ministro dell’Università e della Ricerca, Anna Maria Bernini – se non c’è ricerca. È per questo che noi vogliamo e dobbiamo investire sulle nostre eccellenze. Vogliamo farlo con contributi stabili, che diano prospettive e certezza al lavoro dei nostri ricercatori. Questa assegnazione rappresenta un ulteriore passo nella strategia del Ministero per sostenere la ricerca e consolidare il ruolo delle università italiane come poli di eccellenza a livello internazionale”.
A livello nazionale, lo stanziamento totale è di 338 milioni di euro. Le proposte, giunte da 136 istituzioni del mondo accademico, sono state 2.289. Il Ministero ha già previsto, per il biennio 2024-2025, la terza edizione del bando FIS con una dotazione di 475 milioni, rafforzando così l’impegno a favore della ricerca di base.
SOMMARIO: Le luci d’artista di piazza Carignano ancora in funzione rabbuiano – Alda Croce, dov’è la targa? – Torna la tesina alla Maturità – Lettere


Alda Croce, dov’è la targa?
La targa dedicata ad Alda Croce continua a mancare. Malgrado gli interventi e le promesse dell’assessore Bresso in Consiglio comunale la targa in ricordo di una torinese illustre come Alda Croce, malgrado una interpellanza del Consigliere De Benedictis, la targa non è tornata al suo posto. I vandali ancora una volta prevalgono. Non commento, certo è tutto molto triste.
.

LETTERE scrivere a quaglieni@gmail.com
.



Il 29 gennaio scorso, presso la prestigiosa sede del Polo del Novecento, a Torino, si è svolta la premiazione del concorso promosso a livello nazionale PCTO, percorsi per le Competenze trasversali e l’orientamento.
“Siamo emozionati – afferma Simona Riccio, Social Media Manager e Agrifood Specialist – nel condividere che il nostro progetto “Non si può non comunicare”, promosso da ‘Parla con me’, dedicato alla comunicazione digitale nel settore agroalimentare, abbia conquistato il terzo posto nella sua categoria.
Il nostro progetto ha avuto come obiettivo quello di unire teoria e pratica per formare i giovani in un settore cruciale come quello della comunicazione digitale applicata all’agroalimentare.
Abbiamo creato un ambiente dinamico dove studenti e aziende si sono confrontati, permettendo ai ragazzi di acquisire competenze pratiche e prepararsi alle sfide del mondo del lavoro”.
“Il progetto è consistito in un’esperienza formativa – ha precisato Simona Riccio – che ha reso gli studenti protagonisti nell’elaborazione d’idee innovative per le sfide comunicative di oggi e di domani. Un ringraziamento particolare va agli studenti, la vera forza del progetto, all’istituto tecnico Carlo Levi di Torino, alle professoresse Tiziana Laganà e Pina Grimaldi e al Preside Giampaolo Squarcina per aver reso possibile questa preziosa esperienza di apprendimento, oltre che alla Camera di Commercio di Torino che ha supportato questa iniziativa”.
Mara Martellotta
Una notizia positiva per i 250 lavoratori del reparto mascherine di Mirafiori: sul finire della scadenza degli ammortizzatori sociali Stellantis ha prorogato di un anno i contratti di solidarietà.
Il nuovo anno di ammortizzatori sociali partirà dal 14 febbraio in base all’accordo siglato da azienda e sindacati per i lavoratori del reparto Preassembly & Logistic Unit a Mirafiori.
Per i sindacati l’intesa, seppur positiva, è una soluzione temporanea per consentire in un anno di individuare una collocazione definitiva per questi lavoratori.
E c’è da pensare anche agli altri 2800 lavoratori ancora in cassa integrazione, sperando che arrivino nuove produzioni.
Breve storia di Torino: la Capitale
Breve storia di Torino
1 Le origini di Torino: prima e dopo Augusta Taurinorum
2 Torino tra i barbari
3 Verso nuovi orizzonti: Torino postcarolingia
4 Verso nuovi orizzonti: Torino e l’élite urbana del Duecento
5 Breve storia dei Savoia, signori torinesi
6 Torino Capitale
7 La Torino di Napoleone
8 Torino al tempo del Risorgimento
9 Le guerre, il Fascismo, la crisi di una ex capitale
10 Torino oggi? Riflessioni su una capitale industriale tra successo e crisi
6 Torino Capitale
Sto proponendo, in questa serie di articoli, una breve ricostruzione storica delle vicissitudini della nostra bella Torino. In questo articolo nello specifico, desidero soffermarmi sul momento di massimo splendore che vede l’urbe pedemontana tramutarsi da cittadina basata sull’antico “castrum” romano in una vera e propria capitale regionale; nella seconda parte del Cinquecento, i diversi membri della famiglia Savoia, i signori torinesi per eccellenza, ordinano a diversi artisti una serie di interventi urbanistici che modificano definitivamente l’aspetto della città, rendendola un gioiello barocco invidiato e osservato da tutta la regione.
Sono questi gli anni del primo effettivo ampliamento territoriale, opera nella quale si inseriscono i grandi nomi dell’architettura barocca italiana: Ascanio Vittozzi, Carlo di Castellamonte e suo figlio Amedeo, Guarino Guarini, Filippo Juvarra, Benedetto Alfieri e Bernardo Antonio Vittone. Il lavoro di tali immense personalità fa emergere la nuova anima della città, adeguandola al ruolo di protagonista assoluta del Regno sabaudo.
Molti dei tratti architettonici assunti nel lontano Seicento sono ancora oggi ben visibili, passeggiando per le vetuste vie ci si imbatte in palazzi caratterizzati dalla monumentalità delle forme, piazze dall’impianto fortemente scenografico, giardini adorni di fontane e giochi d’acqua e, se si alza lo sguardo verso il cielo, grandiose cupole che si stagliano all’orizzonte. Non c’è dubbio, la nostra bella Augusta Taurinorum ancora sa risplendere del suo fascino sempiterno.
Tuttavia, come sempre, mi piace andare per ordine e definire dapprima il contesto.
Dal 1563, grazie alla decisione del duca Emanuele Filiberto, Torino diviene sede ufficiale della famiglia sabauda, tale scelta influisce grandemente sulla sorte dell’urbe pedemontana, che passa dall’essere prima un “semplice” avamposto, poi una vera e propria capitale regionale e infine, nel glorioso periodo cinquecentesco, verrà considerata cuore pulsante dell’intero Stato sabaudo.
Tale passaggio di status accelera non di poco la crescita della città: parimenti all’aumento demografico si promuovono gli interventi, sia politici che architettonici, fervidamente voluti dai Savoia.
L’assetto strutturale di Torino è ormai gerarchico, esso rispecchia l’ordine sociale secondo cui il potere si acquisisce per nascita, come testimonia la corte nobiliare che si accerchia sempre più intorno alla figura del monarca. È opportuno tuttavia sottolineare come in realtà i sovrani non fossero dei veri “desposti”, essi a loro volta dovevano comunque sottostare alle leggi dello Stato, perseguendo l’alto e specifico obiettivo di amministrare la giustizia, perseguendo il difficile scopo di mantenere l’ordine sociale, anche tenendo in considerazione i principi divini.
Col tempo i Savoia, anche grazie ai loro ministri e ai loro burocrati, riescono a rendere sempre più “illuminata”la struttura del governo torinese, rifacendosi ai dettami dell’Anciem Régime.
Ciò che è bene sottolineare è altresì la scelta della famiglia sabauda di non limitarsi ad interventi politici ed amministrativi, ma anche –soprattutto- a livello estico-costruttivo sul territorio: Torino viene costantemente ampliata, rafforzata e abbellita; inoltre è evidente come al nuovo aspetto corrisponda l’importanza simbolica dei luoghi, infatti alla giovane capitale vengono affidate diverse “funzioni chiave”, essa è sede degli uffici del governo, ossia domicilio dell’autorità politica, nonché residenza della base militare dello Stato.
Il potere monarchico, solido e ben definito, si riflette nell’omogeneo assetto urbanistico e nell’impianto stradale che regola e suddivide i diversi quartieri, l’ordine urbanistico si fa simbolo dell’ordine politico che lo Stato vuole instillare all’interno dei propri domini.
La partecipazione dei Savoia è più che attiva nel frangente costruttivo, la famiglia promuove una sistematica opera di ampliamento e modifica del primigenio impianto medievale, attraverso la costruzione di palazzi estrosi ed eleganti, che fanno da contrappunto al rigore stradale. Torino nel tempo si trasforma in una capitale barocca, le cui tracce sono tuttora ben visibili nel centro della città.
Si pensi ad esempio ad uno degli edifici simbolo della città: Palazzo Reale. Qui il barocco si mescola al rococò e al neoclassico, la facciata principale è esempio tipico del barocco aulico piemontese, così come lo sono l’eleganza delle decorazioni esterne ed interne alle varie sale.
Vi è poi la peculiare Chiesa di San Lorenzo, edificata a metà Seicento dal maestro Guarino Guarini per commemorare la vittoria di Emanuele Filiberto nella battaglia di San Quintino in Piccardia. L’ambiente interno si presenta ricco di marmi policromi, adorno di cappelle concave e convesse, così come vuole il gusto barocco, che esalta il ritmo della linea curva; l’illuminazione è data da un preciso e puntuale gioco di luci, tutto basato sullo sfumare dalla zona d’ombra dell’ingresso, verso il chiarore che aumenta con il sollevarsi dello sguardo; esaltano l’effetto gli oculi che bucano le pareti.
L’elemento caratteristico dell’edificio è la cupola a costoloni, osservandola si evince anche la genialità costruttiva del Guarini, il quale attraverso l’incastro dei costoloni costringe il visitatore a guardare verso l’alto, unica direzione perseguibile per trovare la salvezza divina.
Palazzo Madama invece deve la sua ristrutturazione allo Juvarra: cuore dell’intervento è lo scalone d’ingresso, tutto stucchi e marmi, costantemente illuminato dalla luce che si irradia dai grandi finestroni.
Ancora un esempio, Palazzo Carignano, situato nel centro di Torino e progettato dal Guarini, presenta la facciata principale curvata dall’alternanza di parti concave e convesse, il ritmo rispecchia i dettami del gusto barocco, così come lo fanno le particolari decorazioni interne, gli elaborati affreschi e gli stucchi sontuosi.
A segnare l’inizio di questo nuovo periodo, così glorioso e florido per la città di Torino, è il trattato di Cateau-Cambrésis (3 aprile 1559). Il documento non solo sancisce la fine delle guerre che avevano devastato la penisola fino ad allora, ma ripristina la sovranità del duca Emanuele Filiberto di Savoia sui propri domini. Quest’ultimo porta avanti una serie di interventi volti appunto a sottolineare l’importanza della nuova capitale: non più Chambéry ma Torino. Il duca individua come sua dimora, e sede della corte, Palazzo dell’Arcivescovado, edificio che viene così ampliato e modificato; Emanuele ordina poi la costruzione di una cittadella all’estremità sud-occidentale della città che cambia drasticamente il tessuto urbano, la nuova fortezza ha certo funzione difensiva ma essa deve anche simbolicamente rappresentare l’autorità ducale.
A livello politico Emanuele ricostituisce la Camera dei Conti e l’Alta Corte d’Appello francesi rinominandole Senato piemontese e facendo di esse le principali istituzioni del governo.
Per incrementare l’economia cittadina il duca promuove diverse attività, tra cui la piantumazione dei gelsi e la produzione di seta.
In sintesi sono principalmente due i fatti fondamentali che definiscono il nuovo status torinese: il ripristino delle attività dell’Università (1560) e il trasferimento nell’urbe della Sacra Sindone (conservata a Chambéry per più di un secolo). Torino è così anche custode e guardiana della santissima reliquia, il prestigio della città e – di conseguenza- della famiglia sabauda non si possono più mettere in discussione.
A Emanuele Filiberto succede Carlo Emanuele I (1580).
Sono anni turbolenti per il nuovo regnante, eppure Torino continua a prosperare; sotto Carlo la città si trasforma in una delle corti più raffinate d’Europa, il principe ama gli sfarzi, è mecenate di artisti e letterati, tra cui il poeta Giambattista Marino, il filosofo Giovanni Botero e il pittore Federico Zuccaro, autore delle decorazioni presenti nella galleria tra Palazzo Ducale e il vecchio castello, destinata alle curiosità e alle opere d’arte del duca.
Il gusto di Carlo per organizzare celebrazioni di vario genere porta alla costruzione di un grande spazio adibito alle cerimonie di fronte a Palazzo Ducale, il processo di edificazione inizia nel 1619 in occasione delle nozze della principessa Maria Cristina, figlia di Enrico IV di Francia. Per tale evento è inoltre aperta una porta nelle mura a sud (chiamata Porta Nuova), viene in seguito progettato una sorta di corridoio che congiunge Palazzo Ducale e Piazza Castello (attuale via Roma), a metà di tale passaggio è aperta una piazza (attuale piazza San Carlo). Carlo affida il cospicuo progetto del nuovo assetto cittadino a degli architetti esperti, che costituiscono il “Consiglio per l’edilizia e le fortificazioni”. I nuovi quartieri, definiti da residenze aristocratiche ben diverse da quelle presenti nel centro storico, non sono ideati per essere delle “vere abitazioni”, bensì per rendere la capitale preziosa, maestosa ed elegante.
Carlo Emanuele II ordina un ulteriore ampliamento urbanistico, seguito da un terzo progetto, sostenuto e terminato poi da Vittorio Amedeo II; quest’ultimo intervento rappresenta la fase conclusiva di ampliamento cittadino, dopo gli architetti si dedicheranno ad abbellire le antiche strutture preesistenti, rendendole moderne e lineari; si intraprenderanno poi diversi lavori volti a ristrutturare le strade principali, tra cui l’attuale via Garibaldi.
Caratterizza invece l’epoca settecentesca il completamento di diverse residenze nei dintorni di Torino, tra cui le ville nei parchi Mirafiori e Regio Parco e la dimora di Venaria Reale, poi completamente riassestata da Filippo Juvarra, uomo di fiducia di Amedeo II; all’architetto messinese si devono i lavori di modifica del Castello di Rivoli, la costruzione del mausoleo di Superga e la residenza di caccia di Stupinigi.
Nello specifico, la Reggia di Venaria, tuttora considerata un capolavoro d’architettura, si presenta come un’imponente struttura circondata da ampi giardini, ricchi di aiuole, fiori, piante, vanta numerosi esempi d’arte barocca, quali la Sala di Diana, la Galleria Grande, la Cappella di Sant’Uberto, le Scuderie Juvarriane, la Fontana del Cervo e le numerose decorazioni presenti in tutta la struttura. L’edifico è parte del Patrimonio dell’Umanità dell’UNESCO dal 1997.
La scenografica palazzina di caccia di Stupinigi, situata alle porte di Torino, ha un corpo centrale ampio, a pianta ellittica, a cui si accede attraverso un maestoso viale affiancato da giardini. Cuore pulsante della struttura è il salone ovale, affrescato da dipinti che si rifanno all’arte venatoria; dal salone si dipartono a croce di Sant’Andrea quattro bracci che conducono agli appartamenti reali e a quelli degli ospiti.
A fine Settecento anche l’anello satellite costituito da tali residenze testimonia il potere e la gloria della famiglia sabauda.
Figura essenziale del XVIII secolo è Vittorio Amedeo II, il quale si dedica principalmente alle riforme interne: egli riorganizza la burocrazia, istituisce diversi dipartimenti con ambiti di competenza ben distinti; per ospitare tali istituzioni vengono edificati lungo il lato settentrionale di Piazza Castello una serie di uffici comunicanti con Palazzo Reale (un tempo detto Ducale). Accanto a tale struttura viene innalzato un palazzo per gli Archivi di Stato (il primo edificio edificato appositamente per questo scopo in tutta Europa); nel 1738 iniziano i lavori per annettere alle costruzioni preesistenti un teatro lirico a uso esclusivo della nobiltà. La zona adiacente Palazzo Reale è quindi il regno della corte e assume un carattere distinto non solo dal punto di vista architettonico ma anche sociale.
Amedeo II riforma anche l’ateneo, precedentemente chiuso a causa della guerra con i francesi; il re ottiene il controllo dell’Università e la trasforma in una istituzione regia volta a formare futuri uomini di governo, professionisti o ecclesiastici. L’ateneo riformato sorge vicino ai nuovi uffici governativi, apre le porte agli studenti nel 1720, ed è articolato in tre facoltà: Legge, Medicina, Teologia, ( a partire dal 1729 è presente anche l’indirizzo di Chirurgia).
Alla nuova istituzione è affidato il compito di gestire il sistema scolastico dell’intero Piemonte.
A Vittorio Amedeo II si deve il rivoluzionario passo di creare quello che può essere considerato il primo sistema scolastico laico dell’Europa cattolica, sottraendo così il primato dell’istruzione ai religiosi. L’Università è ora il dicastero responsabile dell’istruzione. Sotto Amedeo opera Juvarra, uno dei grandi maestri del barocco, formatosi a Roma come architetto e scenografo. Le sue costruzioni hanno tutte una chiara impronta scenografica, che risponde alle esigenze dei committenti e all’intento di celebrare la grandezza della capitale. Juvarra progetta chiese e facciate di palazzi, come per esempio quella di Palazzo Madama, che dà a piazza Castello una perfetta e nuova prospettica architettonica. Oltre Juvarra anche Guarino Guarini è uno dei protagonisti indiscussi che trasformano la città in un gioiello barocco. Guarini realizza la Chiesa di San Lorenzo, la Cappella della Santa Sindone e Palazzo Carignano, dando vita a eccentrici modelli architettonici divenuti modelli da imitare per gli artisti successivi. Il lavoro di questi architetti è ammirato dai visitatori e l’influenza delle loro opere presto si estende ben oltre i confini piemontesi: è grazie a loro se Torino da anonimo centro provinciale si tramuta in maestoso esempio di architettura barocca e pianificazione urbana. È grazie a loro se ancora oggi possiamo passeggiare per la città con lo sguardo incantato, attraverso l’eterna bellezza dell’arte.
Alessia Cagnotto
Cisl, con Sbarra è prevalsa la coerenza
LO SCENARIO POLITICO di Giorgio Merlo
È sempre difficile tracciare un bilancio di un mandato sindacale. Nello specifico, della segreteria
generale della Cisl guidata in questi ultimi anni da Luigi Sbarra. Anni difficili per svariate e
molteplici motivazioni. Dall’irrompere della pandemia al ritorno dei grandi conflitti bellici; dalla
vittoria politica del primo governo di destra-centro alla crescente radicalizzazione del conflitto
politico e culturale. Insomma, un insieme di tasselli che hanno richiesto un grande senso di
responsabilità e una solida cultura di riferimento per cercare di affrontare al meglio i problemi che
di volta in volta si affacciavano all’orizzonte.
Ed è in questo contesto che si inserisce un possibile giudizio sul ruolo che concretamente ha
esercitato la Cisl con il suo gruppo dirigente. Al di là di ogni opinione che si può e deve formulare,
è indubbio che almeno su tre aspetti la Cisl a guida Sbarra ha saputo mantenere una forte e
cristallina coerenza con la sua storia e la sua specificità.
Innanzitutto ha saputo conservare, con coraggio e lungimiranza, il suo profilo di soggetto
autenticamente sindacale. Nessun cedimento nei confronti del governo di turno in carica, nessuna
trasformazione in un movimento politico o, peggio ancora, in una sorta di partito e, men che
meno, nessun ruolo di supplenza – o di egemonia – nei confronti di un partito o di una coalizione.
Lo possiamo dire con franchezza e con altrettanta chiarezza? L’esatta alternativa di quello che è
diventata in questi ultimi anni la Cgil di Landini. Ovvero, non solo la storica e consolidata
tradizione della “cinghia di trasmissione” con il principale partito della sinistra italiana – ieri il Pci e
oggi il Pd – ma, addirittura, una sorta di portavoce di una intera collazione politica. Al punto che
non si sa più se è il cosiddetto “campo largo” che detta l’agenda politica al sindacato di
riferimento o se è la Cgil, con la Uil come ruota di scorta, se la detta alla coalizione progressista.
Insomma, e al riguardo, la Cisl era, ed è, l’esatto opposto di tutto ciò.
In secondo luogo la Cisl è quel sindacato che ha sempre predicato e praticato la cosiddetta
“contrattazione”. Perchè lo storico “sindacato bianco” non ha mai rinunciato a questa sua
originalità e specificità. Certo, per capirci ancora meglio, si tratta di un sindacato che non dichiara
lo sciopero generale contro la manovra di bilancio del Governo prima ancora di averla letta e
discussa con i lavoratori. E questo perchè la Cisl di Pastore, di Macario e di Marini – per citare
solo tre leader storici di questa organizzazione sindacale – ha sempre individuato nella
contrattazione, e senza discriminazione alcuna nei confronti del potere politico o delle altre parti
sociali, lo strumento decisivo per migliorare le condizioni di vita dei lavoratori e di tutti i cittadini.
In ultimo, ma non per ordine di importanza, la Cisl in questi anni ha saputo anche confermare,
seppure in una cornice politica, sociale e culturale profondamente frammentata e contraddittoria,
le ragioni essenziali e costitutive della sua lunga e ricca storia sindacale. Una storia che poteva
essere messa in discussione in qualsiasi momento se fosse prevalsa l’appartenenza – o la
sensibilità o la simpatia – politica, e partitica, di alcuni suoi dirigenti e militanti rispetto al compito
proprio che deve caratterizzare e accompagnare un’organizzazione sindacale laica e autonoma
dai partiti e dal profilo politico degli stessi governi.
Ecco perché, quando si fa un bilancio seppur approssimativo della gestione di un mandato
sindacale, l’elemento cardine e principale resta sempre quello di verificare concretamente il tasso
di fedeltà, e quindi di coerenza, con gli aspetti specifici e costitutivi della sua storica cultura di
riferimento. Tutto il resto è certamente legittimo ma del tutto secondario e marginale ai ni della
credibilità, dell’autorevolezza e soprattutto della coerenza. In questo caso di un grande sindacato
come quello della Cisl.