redazione il torinese

Evacuation è la parola d’ordine

LIBRI /FOCUS INTERNAZIONALE 

di Filippo Re
Quando la realtà si avvicina alla trama del romanzo. L’allarme delle sirene, la corsa disperata ai rifugi, ambulanze che sfrecciano, carri armati nelle strade, soldati con le tute antigas, tutti pronti all’esodo

Evacuation è la parola d’ordine. In una Tel Aviv assediata dalla guerra, raggiunta da missili e razzi, l’esercito ordina alla popolazione di evacuare la città. Su tutti i canali televisivi si invitano gli abitanti a chiudersi nelle “stanze sigillate” che sono state allestite in ogni abitazione in vista di un possibile conflitto. È come se la vita di Tel Aviv, principale centro economico del Paese, si fermasse di colpo per giorni o per settimane. Ma il vecchio Saba, nonostante gli appelli diffusi con gli altoparlanti, decide di scendere dall’autobus su cui era stato fatto salire per essere portato al sicuro, insieme al giovane nipote Naor e alla fidanzata Yael. I tre iniziano un tour clandestino e pericoloso nelle strade di Tel Aviv, nel cuore di una metropoli deserta dove si può morire da un momento all’altro. Il romanzo “Evacuazione” di Raphael Jerusalmy (La nave di Teseo) descrive il dramma di una città laboriosa, piena di vita e di giovani che sprofonda all’improvviso in uno scenario di guerra. Il libro di Jerusalmy preannuncia ciò che potrebbe accadere in caso di guerra tra Israele e i Paesi arabi o tra Gerusalemme e Teheran. La guerra sembra lontana ma poi un razzo lanciato da Gaza sorprende e trapassa la “cupola di ferro”, il sistema difensivo “Iron Dome”, centrando il kibbutz Mishmeret, nell’area di Kfar Saba, a pochi chilometri a nord di Tel Aviv e a km 80 da Gaza, ferendo sei persone, come è accaduto di recente. La paura si diffonde tra la popolazione e paralizza ogni movimento. Dopo il razzo caduto sulla città è a rischio anche l’Eurofestival della canzone che si dovrebbe svolgere a maggio al Centro Congressi. Tel Aviv era stata colpita anche dieci giorni prima ma in quel caso i razzi erano stati intercettati e distrutti in volo. L’aviazione israeliana ha risposto con una pioggia di missili contro postazioni di Hamas e della Jihad Islamica. Scenari di guerra che si avvicinano a quelli descritti nel libro. Ma le intimidazioni a Israele non vengono solo dai gruppi jihadisti. Il regime siriano ha più volte minacciato di colpire l’aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv se non si fermeranno gli attacchi israeliani contro obiettivi iraniani e di Hezbollah in Siria. Non è la prima volta che Tel Aviv viene presa di mira dai missili. Già nel 2012 e nel 2014 in città era risuonato l’allarme antimissile. Non accadeva dal 1991, al tempo della guerra del Golfo, con 41 vecchi missili scud lanciati da Saddam Hussein contro Israele. Anche oggi, come ai tempi del rais di Baghdad, Israele si scopre debole e vulnerabile. In casi di guerra con l’Iran le autorità israeliane dovranno evacuare gli abitanti di Tel Aviv e sistemarli in altre aree, come nel deserto del Negev. Tre milioni di persone che vivono tra Tel Aviv e i numerosi sobborghi, tutti molto popolati, sono pronti a lasciare le loro case. Durante la guerra fra Israele ed Hezbollah nel 2006, il movimento sciita libanese lanciò 4000 razzi contro la Galilea, obbligando migliaia di israeliani a fuggire verso sud. Oggi ci si chiede cosa potrebbe accadere in caso di conflitto con l’Iran? Temendo una pioggia di missili dall’Iraq nel 2003, durante l’invasione americana, l’esercito aveva progettato di sistemare l’intera popolazione di Ramat Gan, la più popolosa zona di Tel Aviv, in tende allestite su un terreno individuato fra Kiriat Gat ed Ashkelon, nel sud del Paese. Chi non riuscirà a lasciare la città dovrà cercare riparo nei rifugi sotterranei, sotto teatri, cinema, scuole e ospedali. I missili di Hamas, Hezbollah e della Jihad islamica hanno già paralizzato diverse città israeliane, molto più piccole di Tel Aviv. Le immagini della casa in fiamme colpita da un razzo nei dintorni di Tel Aviv hanno impressionato l’opinione pubblica. Non si può tollerare un missile contro un aereo civile in fase di decollo o in atterraggio. Tzahal è pronto a rispondere.

Una vita operaia

LIBRI / RILETTI PER VOI   Giuseppe Granelli, classe 1923 ( morto a novant’anni nel 2013), operaio colto dell’acciaieria Falck di Sesto San Giovanni, è il protagonista di questo libro-inchiesta di Giorgio Manzini. Cresciuto nel villaggio Falck divenne, grazie a “Una vita operaia”, emblema della condizione dei lavoratori metalmeccanici nell’Italia del secondo dopoguerra

“Una vita operaia”, scritto da Giorgio Manzini e pubblicato da Einaudi negli “Struzzi Società” nel 1976, non è certo un libro nuovo e nemmeno si può dire sia stato un bestseller anche se vendette parecchie copie. E’ però un libro importante e persino attuale. Giuseppe Granelli, classe 1923 ( morto a novant’anni nel dicembre di due anni fa ), operaio colto dell’acciaieria Falck di Sesto San Giovanni, è il protagonista di questo libro-inchiesta di Giorgio Manzini. Cresciuto nel villaggio Falck divenne, grazie a “Una vita operaia”, emblema della condizione dei lavoratori metalmeccanici nell’Italia del secondo dopoguerra. Manzini, giornalista e redattore di “Paese Sera” ( scomparso, a 61 anni, nel 1991)  interrogò a lungo Granelli, scelto tra decine di migliaia di operai  di Sesto San Giovanni perché era conosciuto come un sindacalista di fabbrica che non ha mai sgarrato e perché era una persona libera e intelligente. Una vita come tante, chiusa in un giro ristretto, ma anche investita “dai bagliori dei grandi avvenimenti politici”:la Resistenza, le illusioni del ’45, le difficoltà economiche del dopoguerra,la rottura del fronte operaio,la restaurazione, la caduta del mito di Stalin, la lenta riscossa sindacale.

Questo libro di Giorgio Manzini – saggio, inchiesta, romanzo vero – ripubblicato recentemente dall’Archivio del Lavoro, oggi assume un significato ancora più profondo perché racconta di un uomo – Giuseppe Granelli, il protagonista in carne e ossa – che per quarant’anni ha lavorato alla Falck di Sesto San Giovanni. La sua esistenza è stata quella della città dove ha vissuto, dagli stabilimenti dell’acciaieria al villaggio operaio al Rondò da dove partivano le grandi marce solidali. Storie che sono diventate una parte della nostra storia nazionale: un simbolo altalenante di conquiste, di sconfitte, di risalite, di cadute, un microcosmo che può rispecchiare la vita dell’intero Paese. La fabbrica amata e odiata – il pane, la fatica, il conflitto – non c’è più. I resti, certi resti, dei vecchi capannoni (Concordia, Unione, Vittoria: si chiamavano così i vecchi stabilimenti della Falck),le fonderie, i laboratori, il forno sono come ombre e fantasmi di un passato. Resta la memoria di “una vita operaia”, di quel Giuseppe Granelli che, una volta andato in pensione, diventò la “voce degli operai” e raccolse le biografie di quasi 490 sindacalisti della Fiom,militanti, semplici operai che avevano speso la vita in fabbriche come l’Alfa Romeo, la Falck, l’Innocenti, la Breda, la Pirelli, la Richard Ginori, la Magneti Marelli e tante altre di cui non ci si ricorda nemmeno più il nome. Un lavoro prezioso, certosino, cosciente che quelle “sue vite”, raccolte con la consueta pazienza, catalogate nell’Archivio del lavoro di Sesto, erano la sua eredità, la medaglie al valore che nessuno gli ha mai messo sul petto. Il padre di Granelli, Tone, aveva lavorato anche lui alla Falck Concordia per quarant’anni, manutentore al laminatoio. Giuseppe (detto Giuse, Tumìn, Granel) cominciò a faticare, ragazzo di fabbrica, a 14 anni, per 84 centesimi l’ora a portar l’olio, scopare i trucioli di ferro, allungare gli stracci ai compagni alla macchina. Manzini seppe fare di Granelli il simbolo di milioni di uomini di un passato ora morto e sepolto.

Questo libro appartiene, come ha scritto Corrado Stajano, “alla letteratura industriale”, quella dei Carlo Bernari, Ottiero Ottieri, Paolo Volponi, Primo Levi, Vittorio Sereni. Granelli, nel portafoglio, conservò per anni una fotografia di Stalin, per lui l’uomo della guerra patriottica, il vincitore delle armate naziste. Il XX Congresso del Pcus fu un trauma, la rivolta di Budapest un colpo al cuore. Granelli tenne sempre fede ai suoi principi di giustizia sociale: tolse dal portafoglio la foto di Stalin e non ne rimise altre. Amava il dubbio, il confronto. Aveva un grande rispetto per il sapere, era curioso, frequentò a Milano la Casa della Cultura diretta da Rossana Rossanda, era attratto dal fascino di Cesare Musatti e lesse i grandi libri della storia e della letteratura. Il libro di Manzini lo rese felice. Gli fece capire che una vita come la sua, simile a quella di infiniti altri, poteva  e doveva essere ricordata. Le ultime tre righe del libro raccontano la sua pazienza, la sua tenacia e la saggezza di quest’operaio che sapeva fare “i baffi alle mosche”: “ L’importante è continuare il rammendo, sostiene Granel, e avere fiducia. Se non si avesse fiducia si starebbe qui a diventar matti tutti i giorni?”. Manzini è morto da quasi venticinque anni. Anche Granelli non c’è più : è sepolto nel silenzio del cimitero del paese dei suoi genitori, a  Moio De’ Calvi, nella bergamasca. Rimane questo libro, “Una vita operaia”, troppo bello e troppo importante per non essere ripreso in mano, per leggerlo o rileggerlo.

 

Marco Travaglini

L’indicibile errore del povero Slinzer

Novara, Piazza della Libertà, ore 19. Il sole, a malincuore e controvoglia, s’avviava lento al tramonto dietro alla corona delle montagne, tingendo di rosso il cielo in una promessa di bel tempo per l’indomani. Una speranza che, in cuor nostro, andava ben oltre, dopo tutti quegli anni di guerra e miseria

La maggior parte di coloro che, come me, stavano confluendo in piazza portavano sulle spalle il peso delle fatiche e in bocca l’amaro dei lunghi silenzi. Per tanti mesi avevamo combattuto sulle montagne,con il cuore in gola e lo stomaco stretto. Io  ero stato sul monte Biasco con Cino e Ciro.

Sullo spartiacque tra la Valsesia e la conca del lago d’Orta organizzammo le prime azioni di guerriglia con il distaccamento “Gramsci”, per poi confluire nella 6ª Brigata Garibaldi “Nello”. Mario era stato tra quelli che salvarono la galleria del Sempione, con i partigiani della Brigata “Comoli”, al comando di Mirco. Un lavoraccio lungo e snervante, sotto la pioggia e il vento. Ma nonostante tutto riuscirono a sventare l’attentato, portando sul piazzale della stazione e nella spianata a fianco del torrente Diveria le oltre mille casse di tritolo con le quali i tedeschi volevano far saltare il tunnel ferroviario. Ne parlava con orgoglio e noi tutti lo ascoltavamo con ammirazione. Anche Luigi era stato un garibaldino della “Fratelli Varalli”, con il Capitano “Bruno”. Oreste, invece, pur non essendo stato in montagna, aveva fatto la resistenza in città come gappista, insieme a tanti altri ragazzi della sua età. Dopo la calata al piano e la liberazione, si era spostato con Lucilla, staffetta partigiana della brigata “Rabellotti”, una formazione d’ispirazione cattolica. Agli amici che gli chiedevano come facesse lui, comunista e mangiapreti, a stare con una cattolica osservante, rispondeva risoluto che “l’amore non ha ideologia o fede. Per di più abbiamo combattuto insieme per la libertà. Quando affrontavamo fascisti e tedeschi non badavamo alle differenze e io non ci bado nemmeno ora, soprattutto con la mia Lucilla”. Comunque, da quel venticinque aprile di festa era passato più di un anno e da poche settimane l’Italia era diventata una Repubblica, dopo che il referendum aveva chiuso l’esperienza monarchica sia pure di misura. Anche il voto per eleggere l’Assemblea Costituente aveva confermato la volontà del cambiamento, con la Democrazia Cristiana al 35% e le sinistre che, sommando socialisti e comunisti, raggiunsero il 40%,ottenendo molti consensi tra le masse operaie. Ed è per festeggiare la Repubblica che oggi siamo qui, in piazza della Libertà, ad ascoltare il comizio del nostro Prefetto, antifascista tutto d’un pezzo e pure gran dottore. E’ un gran via vai di gente che arriva da ogni parte della provincia. Alcuni sbucano dalle vie alla chetichella, da soli o in piccoli gruppi. Altri, invece, entrano in piazza marciando baldanzosi in improvvisati cortei. Ecco le mondine, con i loro canti da risaia; raggiungono le operaie dei cotonifici, con i capelli raccolti nei foulard. Dalla via Raspetti, dove svetta la ciminiera in mattoni rossi della vecchia fornace, risale un gruppo di ferrovieri, con macchinisti e fuochisti dalle facce nere di fuliggine. Anche gli impiegati del comune sono qui,tirati a lucido in questa sera di festa e allegria. L’appuntamento è fissato per le venti, dopocena. Sì, perché ora che si può mangiare regolarmente, la pentola fumante con la minestra è già in tavola prima delle sette e con il ricordo della fame patita le scodelle, in un turbine di cucchiaiate, vengono svuotate in fretta. Molti dei partecipanti, però, hanno rinunciato alla cena per prendere posto il più vicino possibile al palco. C’è scarsa fiducia nella potenza degli altoparlanti messi a disposizione dalla Camera del Lavoro e quindi è meglio portarsi a tiro d’udito per sentire il discorso. Sento Mario che mi chiama: “Marco, vieni qua. Dai, svelto. C’è posto vicino alla ringhiera”. Con lui ci sono già Oreste ,Luigi e Costante. Quest’ultimo, durante la battaglia del Monte Calvo, mise in fuga un drappello di fascisti sparando in aria e gridando “Garibaldi combatte. Stella rossa, vince”. Era solo ma pensavano fosse un intero reparto garibaldino e se la diedero a gambe a rotta di collo, con i talloni che picchiavano sul sedere. Comunque, ricordi a parte, ora siamo quasi sotto il palco, dietro una transenna fatta con un pezzo di ringhiera portata lì chissà da dove. Davanti a noi c’è il servizio d’ordine, composto da operai delle manifatture novaresi. Tutti della CGIL, con le fasce rosse al braccio e i fazzoletti dello stesso colore al collo. Tra gli applausi della folla salgono sul palco gli oratori. C’è il prefetto, il dottor Manara e, accanto a lui, il segretario della Camera del Lavoro, Aristide Rabolloni. Ci sono anche i segretari dei partiti socialista e comunista, Ascanio Slinzer e Duilio Scarpi, il dottor De Marinis del Partito d’Azione e il “capitano” Sliveri, comandante dei Gap novaresi. Ovviamente ci sono anche gli altri comandanti partigiani. Sono in molti sul palco a salutare la piazza ormai stracolma di persone ma solo uno, da quanto è stato detto, dovrebbe parlare: il dottor Manara. Pediatra di fama, ben conosciuto per la sua grande umanità e per l’innato senso di giustizia, venne indicato all’unanimità dal CLN, all’indomani del 25 aprile, per ricoprire il delicato ruolo di Prefetto. A presentarlo, essendo entrambi socialisti, toccava al segretario del suo partito, Ascanio Slinzer, che ormai non più giovanissimo guidò le lotte dei contadini a Lumellogno. Non alto, piuttosto tarchiato, con due braccia robuste e muscolose a forza di scavar solchi e muovere aratri, Ascanio impugnò il microfono con una tal foga che parve volesse strangolarlo. Avvicinò le labbra, si schiarì la voce e attaccò: “Compagne e compagni, cittadini e popolo novarese. E’ una sera di gioia e di festa. L’Italia è una Repubblica e la monarchia, che tanti danni e tanti lutti ha provocato al paese, è ormai un ricordo dietro alle spalle”. Si capì, dal tono tribunizio, che cercava l’applauso per scaldare la piazza. E l’applauso non tardò a venire. Lo scrosciare ritmato di migliaia di mani sottolineò le parole del capo dei socialisti. Lui,visibilmente compiaciuto,continuò: “Le nostre lotte, i sacrifici, l’amarezza dei giorni tristi e la gioia delle vittorie che ci hanno accompagnato fino alla calata al piano sono state ricompensate. Oggi qui stiamo facendo la storia, cari compagni. La storia nuova di un paese che vuole progredire nella libertà e nella giustizia. Abbiamo sconfitto i fascisti e i tedeschi invasori. Ora dobbiamo costruire l’Italia e sconfiggere l’ignoranza, la povertà, le ingiustizie sociali. Ma di queste cose ci parlerà ora con maggior capacità il nostro prefetto, il dottor Manara. E’ a lui che cedo volentieri la parola ricordando che non solo è un grande prefetto ma è anche uno dei pederasti più importanti d’Italia. Prego, dottore…”. La piazza, che stava sottolineando il momento con un lungo applauso,ammutolì di colpo. Il Prefetto,imbarazzatissimo, riuscì a
malapena a tirare la giacca al povero Slinzer che, nella foga oratoria, aveva confuso il termine pediatra con quel “pederasta” che aveva lasciato tutti a bocca aperta. Il segretario socialista però, preso ormai dalla foga, non comprendendo l’errore, aggiunge con una certa enfasi: “Hai ragione, compagno Manara. La tua modestia è proverbiale ma diciamolo a questa gente che ti vuol bene: tu non sei solo il più grande pederasta d’Italia. No, tu sei il più grande pederasta d’Europa”.Così, inconsapevolmente stupito dal gelo che era sceso sul palco e sulla piazza, il pover’uomo aveva rafforzato il malinteso a tal punto che, nonostante la sua capacità oratoria e il grande prestigio, il dottor Manara non fu in grado di evitare che il suo intervento fosse accompagnato da un certo numero di maliziosi sorrisi e qualche gomitata. Ce ne andammo tutti un po’ frastornati ma peggio di noi doveva sentirsi Ascanio Slinzer se, terminato il comizio, con la testa bassa come un cane bastonato, s’avvicinò a noi quattro dicendo: “Ragazzi, ma cosa ho detto, boia di un boia, per fare incazzare il Manara? Mi ha detto “Ascanio, vai a quel paese!”, e mi ha persino dato uno spintone. E io che ci ho fatto tutti quei complimenti? Mah, questi qui che han studiato saranno anche dei dottoroni ma a riconoscenza non stanno mica tanto bene, eh..Roba da matti..”.

L’equivoco del 18 aprile 1948

Le elezioni politiche del 1948 si tennero il 18 aprile. Per la seconda volta, a guerra finita e liberazione avvenuta, si votava a suffragio universale. Una campagna elettorale dura, senza esclusione di colpi , si consumò nel paese nel breve volgere di un mese e mezzo.

Il mondo diviso in blocchi dalla “guerra fredda”, il piano Marshall e il peso degli Stati Uniti d’America in Europa , l’influenza della chiesa cattolica,  determinarono prima  la frattura nel governo a tre che vedeva insieme DC,PCI e PSI , con l’esclusione delle sinistre, inasprendo le polemiche nel paese, e poi il ricorso alle urne. Il 20 marzo 1948, a un mese dal voto, il segretario di Stato Usa George Marshall,  artefice del piano di aiuti economici definito dal governo di Washington per la ricostruzione dei Paesi europei “amici”, dichiarò che gli aiuti economici all’Italia (erano già arrivati 176 milioni di dollari in tre mesi) sarebbero cessati nel caso di una vittoria elettorale delle sinistre. Parole velenose, pronunciate mentre prendeva corpo l’idea che dal responso delle urne  dipendesse la scelta tra occidente e comunismo. Si fronteggiarono così, a muso duro,  la Democrazia Cristiana, con il pieno e incondizionato appoggio del mondo ecclesiastico, e il Fronte popolare, al quale aderivano principalmente comunisti e  socialisti.  Il simbolo delle sinistre  era una stella a cinque punte con la faccia di Garibaldi. Pio XII mobilitò la Chiesa cattolica a sostegno dello Scudo crociato “per impedire che l’Italia cada nelle mani dei comunisti”.

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L’italico stivale era un paese profondamente cattolico e la paura che la libertà di culto potesse essere messa in pericolo era un argomento di forte presa emotiva  sull’elettorato. La Chiesa , inoltre, rappresentava  l’istituzione più diffusa e radicata nel territorio, con 282 diocesi, 25.647 parrocchie, 4.456 istituti di assistenza e di beneficenza (con 232.571 assistiti)  e ben  249.042 ecclesiastici fra cui 71.072 preti, 27.107 religiosi professi e 150.843 professe. Per non parlare delle Case religiose maschili e femminili, delle associazioni giovanili e sportive. Insomma, un vero e proprio esercito che, buttatosi a corpo morto nella mischia,  ripeteva all’infinito lo slogan più in voga in quei giorni: “Nel segreto dell’urna Dio vi vede, Stalin no”. A due mesi dal voto Luigi Gedda, l’ex presidente dell’Azione Cattolica, fondò i Comitati civici, che svolsero un fondamentale ruolo di collegamento tra Democrazia cristiana e parrocchie. Gedda era il deus ex machina che risolveva i problemi di una Dc ancora priva di una struttura degna di un partito di massa. Lo stesso Gedda definì quelle elezioni di metà aprile come “una seconda Lepanto in quanto se Lepanto ha impedito ai turchi di invadere l’Italia, il 18 aprile impedirà a Stalin e a Tito di conquistare l’Europa”. Che dire? Tanto tuonò che piovve. E non furono gocce d’acqua ma voti, tanti voti, una tempesta di alla Dc che , raggiungendo il 48,5 per cento, si assicurò la maggioranza assoluta nei seggi, mentre il  Fronte popolare  si assestò su di un modesto 31 per cento. Il resto dei consensi andò ai missini-; ai monarchici e ai repubblicani con un paio di punti a testa, mentre i liberali raccolsero il 3,8 per cento  e i socialdemocratici di Unità socialista il 7,1.

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Gli altri dovettero accontentarsi delle briciole. «L’impero del male» (come i democristiani definivano il comunismo) non trionfò e la sintesi che fede il Bollettino Parrocchiale redatto da don Giovanni nel maggio di quell’anno non lasciava dubbi a chi attribuirne il merito: “La vergine SS. ciò non ha permesso; una volta ancora Ella ha vegliato su di noi e ha salvato l’Italia”. Per non farsi mancare niente, il 25 aprile  si cantò il «Te Deum» in Parrocchia per ringraziamento a Dio. E il 6 maggio successivo si svolse un pellegrinaggio di riconoscenza al Santuario della Madonna della Bocciola, a Vacciago. Eppure, nonostante la sua verve, ci fu un episodio in quella campagna elettorale dove Don Giovanni non riuscì a trovare le giuste parole per contraddire l’onorevole Figurelli e dovette affidarsi a ben altri argomenti. Il fatto avvenne una fredda domenica mattina sul sagrato della chiesa del paese più grande della valle. A quel tempo s’usava inscenare  il pubblico contraddittorio e il luogo prediletto dai comunisti era proprio l’area antistante i luoghi di culto, nell’ora d’uscita dei fedeli dalla messa grande. La scena era sempre la stessa.

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L’oratore del Fronte popolare che esortava i cattolici ad aprire gli occhi, a guardare la realtà senza farsi rincitrullire dai preti, insistendo sui temi sociali e sulle libertà. Viceversa gli uomini di fede rispondevano lanciando anatemi e strali contro i “senza Dio”, materialisti senz’anima e coscienza, pronti a bruciare le Chiese per costruire poi, sulle macerie delle case del Signore, delle sale da ballo ( cosa che nessuno, sinceramente, aveva in mente di fare ma che faceva presa sui credenti che ascoltavano atterriti, sgomenti ). Quel giorno, l’onorevole, rivolgendosi al parroco, guardandolo dritto negli occhi, disse: “Signor curato, moderi i termini. Lei non ha idea di cosa sia il suo Gesù Cristo per me”. Stupito, perplesso, il Don, quasi balbettando, replicò: “E che sarebbe? Lo dica, su.. lo dica, lo dica”. Vincenzo Figurelli non se lo fece ripetere due volte e rispose  con voce di tuono: “Cristo è mio cognato!”. Un urlo s’alzò dalla folla, mentre il prete – paonazzo in volto – si mise ad agitare le braccia, gridando “ Blasfemo bestemmiatore! Finirai all’inferno, in mezzo alle fiamme e alla pece bollente! “. L’onorevole, con un ghigno sornione, resosi conto di aver fatto perdere le staffe al prelato, precisò: “Calma, prete. Non farti venire un colpo che non voglio averti sulla coscienza. Posso spiegare tutto. Vedi, mia sorella si è fatta monaca e in quanto tale è diventata sposa di Gesù Cristo e quindi, io ne sono diventato il cognato, non credi? “. Fu a quel punto che, dopo alcuni istanti di assoluto silenzio, la folla dei credenti, non trovando parole adatte  per la replica, dimenticando ogni buona maniera e qualsiasi principio di tolleranza, assaltò la vecchia Balilla dei comunisti, rovesciandola e costringendo i cinque esponenti del Fronte popolare ad una repentina fuga nei boschi vicini. Di fronte all’enormità del fatto, non solo venne presa  la decisione di non porgere l’altra guancia all’offesa ma di di passare alle vie di fatto, di offendere – sul piano fisico – chi li aveva affrontati con tanta improntitudine. Se Figurelli e i suoi non avessero scelto la via della ritirata strategica, i guai sarebbero stati molto seri. L’episodio fece il giro della valle e dei dintorni. L’eco dei fatti giunse anche nella campagne della bassa novarese, ringalluzzendo ancor più gli ambienti cattolici. Tra le file comuniste ci furono invece alcuni che, negli anni a venire, continuarono ad  interrogarsi sul perché e sul per come lì , in quella valle tanto operosa, il pensiero sociale non attecchisse e i voti a sinistra si contassero sulle dita delle mani, senza l’ausilio del pallottoliere. Forse avrebbe giovato ragionar meglio sui legami di parentela? Probabilmente sì. 

Marco Travaglini

C’erano una volta i matti

Le storie spesso iniziano là dove la Storia finisce
Non tutte le storie vengono raccontate, anche se così non dovrebbe essere. Ci sono vicende che fanno paura agli autori stessi, che sono talmente brutte da non distinguersi dagli incubi notturni, eppure sono storie che vanno narrate, perché i protagonisti meritano di essere ricordati. I personaggi che popolano queste strane vicende sono “matti”,” matti veri”, c’è chi ha paura della guerra nucleare, chi si crede un Dio elettrico, chi impazzisce dalla troppa tristezza e chi, invece, perde il senno per un improvviso amore. Sono marionette grottesche di cartapesta che recitano in un piccolo teatrino chiuso al mondo, vivono bizzarre avventure rinchiusi nei manicomi che impediscono loro di osservare come la vita intanto vada avanti, lasciandoli spaventosamente indietro. I matti sono le nostre paure terrene, i nostri peccati capitali, i nostri peggiori difetti, li incolpiamo delle nostre sciagure e ci rifugiamo nel loro eccessivo gridare a squarcia gola, per non sentirci in colpa, per non averli capiti e nemmeno ascoltati. (ac)
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1. La folle storia della follia
Per le comunità arcaiche, la follia possedeva una forte connotazione mistica, infatti l’opinione comune voleva che tale stato mentale fosse causato dall’influsso di qualche divinità, ed era quindi compito dei sacerdoti trovarne una cura attraverso riti e preghiere.  Nel Medioevo, invece, la follia era considerata una forma di possessione demoniaca, e la gestione della malattia passò così dai sacerdoti/stregoni alla Chiesa, più precisamente fu affidata all’arbitrio di esorcisti e inquisitori. Si credeva allora che un’entità malvagia si insinuasse negli umori del malcapitato, intaccandone il corpo, e l’unica guarigione possibile, per una mentalità che guardava prevalentemente all’Aldilà, era la purificazione dell’anima attraverso la distruzione della carne, per mezzo di roghi o impalamenti.  Solo nel XVII secolo la psichiatria venne riconosciuta come una scienza medica, anche se la malattia mentale continuò ad essere ritenuta inguaribile, progressiva e incomprensibile. Durante l’Illuminismo le cause della follia vennero ritrovate nella perversione della volontà che sfuggiva al controllo della ragione, di conseguenza la cura si doveva rinvenire in rigidi metodi di insegnamento di “regole di convivenza”, di “socialità” e “tolleranza reciproca”, attraverso semi-annegamenti in apposite vasche, minacce con ferri roventi ed esplosioni improvvise di polvere da sparo. Con il trascorrere del tempo e l’evolversi delle conoscenze, e con altrettanta lentezza, anche l’atteggiamento nei confronti della malattia mentale mutò. La luce in fondo al claustrofobico tunnel della storia della follia fu il medico francese Philippe Pinel, che, nel 1793, propose l’abolizione delle catene, che tenevano gli alienati doppiamente imprigionati alla loro condizione, e la separazione di questi dai criminali. I matti non sono più terribili sbagli della natura da nascondere con disprezzo e vergogna, ma semplici malati da studiare e curare. I manicomi nascono, dunque, da un gesto umano, oltre che scientifico, ma spesso la storia ci insegna che la volontà e i buoni propositi hanno ben poco a che fare con la cruda realtà dei fatti. Anche a Torino c’erano i “pazzerelli”, e ce n’erano tanti, poiché con questo termine non si indicavano solamente gli alienati o le persone affette da qualche disturbo psichico, ma anche i vagabondi, i mendicanti, i nullatenenti, gli sfaccendati, i maghi, i bestemmiatori, le donne di facili costumi, i libertini, i figli ribelli, i sifilitici, gli alcolisti, gli individui politicamente sospetti, gli eretici, e tutti quei personaggi stravaganti che potevano in un qualche modo essere fonte di instabilità sociale, pericolo per la cittadinanza o fonte di scandalo per le famiglie più abbienti.   Per crudele ironia della sorte, fu proprio il re Vittorio Amedeo II, morto pazzo nel 1732, a finanziare la costruzione del primo “Spedale de’ Pazzerelli” a Torino. La struttura sorgeva tra via San Domenico, via Piave, via Bligny e via Santa Chiara, era gestita dalla Confraternita del SS. Sudario e Beata Vergine, che, in cambio, ottenne di non pagare l’acquisto dei materiali necessari per il funzionamento dell’attività, e già nel 1629, un anno dopo la sua costruzione, lo stabile era in grado di accogliere i primi degenti. All’interno della struttura i folli erano divisi dai vagabondi e dai criminali, inoltre i violenti, o coloro di più difficile gestione, erano sistemati in stanze più interne, mentre a potersi affacciare alle finestre che davano sulla normale vita cittadina, erano quelli ritenuti miti e innocui. Il buon cuore e la carità insiti nell’animo umano non tardarono a farsi sentire: all’esterno della struttura, gli abitanti delle case adiacenti al manicomio iniziarono a lamentarsi dei comportamenti scandalosi dei malati aldilà delle finestre; all’interno, invece, le condizioni di detenzione dei degenti stavano via via ulteriormente peggiorando, tanto che un esponente dei Savoia esordì con un “io qui dentro non ci metterei nemmeno i cavalli!” Il 13 maggio 1834, alla presenza di re Carlo Alberto, venne inaugurato il nuovo manicomio di Torino, che sostituì quello vecchio e sovraffollato; la nuova struttura venne indicata come l’“albergo dei due pini”, ingannevole perifrasi con cui veniva soprannominato l’orrido e temuto luogo di detenzione. Il complesso sorgeva non troppo lontano dal primo, tra via della Consolata, corso Valdocco, corso Regina Margherita e via Giulio, dove era situato l’ingresso. L’edifico era costituito da due lunghe maniche parallele interrotte al centro dal settore dei servizi, che separava il reparto femminile da quello maschile. Sulla carta, le corsie e le celle erano distribuite a seconda delle patologie e del grado di difficoltà che presentava il trattamento, vi era, inoltre, una sezione apposita per i maniaci provenienti dalle carceri. La grande innovazione di questo stabile stava nel fatto che veniva consentito ai degenti di passeggiare all’aria aperta, infatti, ad abbracciare l’edificio c’era uno spazioso giardino, a sua volta perimetrato da alte mura, divisione obbligatoria, materica ed ideologica tra il mondo dei normali e quello degli anormali. Anche un’altra innovazione coincise con l’edificazione del manicomio di via Giulio: il passaggio dei poteri dalla Confraternita ai sanitari, il periodo assistenziale gestito dai religiosi era finito, si apriva ora la fase clinica in cui il medico era il funzionario del nuovo ordinamento. Ad assumere l’incarico di primo medico interno in servizio fu Benedetto Trompeo, un dinamico trentunenne di larghe vedute, a cui si deve l’introduzione del concetto di cartella clinica e dell’ergoterapia. Grazie al suo metodo curativo, che si basava su una terapia sedativa, (salassi e bagni bollenti o congelati) e su una terapia “morale” che consisteva nel passeggiare per l’ombroso giardino, giocare alle bocce e leggere dei libri adatti, riuscì a dimettere cento pazienti come “risanati”. Gli successe Stefano Bonacosa, grande viaggiatore e studioso; egli si soffermò sull’influenza delle condizioni organiche e dell’ambiente sulla genesi della malattia mentale. Divenne primario del Regio Manicomio e il primo ad ottenere in Italia, nel 1850, la cattedra per l’insegnamento della psichiatria.
L’8 settembre del 1852 nasce il fin troppo celebre manicomio di Collegno, giorno in cui ottanta “maniaci maschi”, provenienti da via Giulio, furono trasferiti in una parte della vecchia Certosa Reale di Collegno. I nuovi ospiti risultarono un po’ troppo chiassosi per l’antico ordine monastico che viveva lì, volontariamente silenzioso e lontano dal mondo esterno, e così la convivenza finì nel 1855, anno in cui ufficialmente la Certosa di Collegno, con tutti i terreni annessi, entrò a far parte del patrimonio del Regio Manicomio. Le candide mura tennero al sicuro gli scrupoli di coscienza della gente comune fino al 4 giugno del 1998, quando l’ultimo ospite della struttura fu costretto ad andarsene. Dal punto di vista giuridico, la prima legge organica che regolamentò la materia fu la Legge 36, “Disposizione sui manicomi e sugli alienati. Custodia e cura degli alienati”, relatore Giovanni Giolitti, approvata dal Parlamento italiano nel 1904. In questo modo la società si proteggeva dal “matto” e consentiva a chiunque di individuare un individuo “pericoloso a sé o agli altri” e chiederne l’internamento in manicomio dietro l’invio al Pretore di un certificato medico e di un atto di notorietà “nell’interesse degli infermi e della società”. Il numero dei ricoverati nei manicomi triplicò.  La triste vicenda dello studio e della cura della follia continua, si complica e diventa più affollata. Con l’aumentare dei ricoverati nacquero altre strutture, nel 1913 il Ricovero di Savonera, nel 1931 l’Istituto interprovinciale Vittorio Emanuele III per infermi di mente, a Grugliasco, (dove lavorò Luisa Levi, prima donna italiana a laurearsi in Medicina e Psichiatria), tra il 1931 e il 1934 sorsero otto ville Regina Margherita per i pazienti più abbienti e, infine, nel 1966, Villa Rosa, residenza dedicata alle pazienti anziane tranquille. Tuttavia ciò che è lontano dagli occhi rimane anche lontano dal cuore, gli alienati erano comunque spettri di un altro mondo, nulla avevano da spartire con la quotidiana vita della brava gente non-matta, fino a quando la televisione non costrinse tutti a guardare: il 3 gennaio 1961 andò in onda “ I Giardini di Abele”, un servizio sul manicomio di Gorizia, a cura di Sergio Zavoli, su TV7, subito dopo il Carosello. Ora non c’erano più scuse per non vergognarsi.  I protagonisti dell’inizio della fine degli ospedali psichiatrici, (chiamati così dal 1929), furono gli studenti torinesi di Architettura e di Lettere, sotto la coraggiosa guida di Franco Basaglia, brillante psichiatra veneziano, che proprio nel piccolo manicomio di Gorizia iniziò la sua rivoluzione. Il 13 maggio 1978 il Parlamento approvò la Legge 180, nota come Legge Basaglia, che impose la chiusura degli ospedali psichiatrici in cui erano state rinchiuse migliaia di persone in condizioni disumane. Successe quattro giorni dopo il ritrovamento del corpo del Presidente Aldo Moro, assassinato dalle Brigate Rosse e forse proprio per questo tale provvedimento, così rivoluzionario, passò inosservato. O forse perché ci sono delle cose che si fatica ad accettare, ci sono colpe difficili da farsi perdonare, alcuni sguardi che è impossibile sostenere. Caetano Veloso cantava “ da vicino nessuno è normale”, ma solo un matto potrebbe lasciarsi avvicinare così tanto da farsi scoprire per come è veramente.
Alessia Cagnotto

Bersaglieri, all’assalto!

Alla scoperta dei monumenti di Torino / Il monumento venne posizionato all’interno del Giardino Lamarmora, un piccolo giardino di 6200 metri quadrati, donato nel 1862 alla Città di Torino da Alfonso Lamarmora (fratello minore di Alessandro). Il monumento celebrativo al Centenario venne posizionato vicino all’opera dedicata ad Alessandro Lamarmora, fondatore del corpo militare

Situata nel giardino Lamarmora, all’angolo tra via Bertola e via Stampatori, si innalza una massiccia struttura lapidea di forma quadrangolare. Nella parte frontale un rilievo bronzeo raffigura un manipolo di bersaglieri che muove compatto all’assalto, animato e guidato dall’allegoria alata della Patria vittoriosa. Dalla rigida struttura di pietra sporgono i corpi dei militari che, macabri e scavati, contemplano e quasi scavalcano un compagno morente completamente nudo.

Le due parti, ossia il gruppo bronzeo e la struttura lapidea, sembranoessere poste in totale disarmonia tra loro, oscillando tra vibrazioni di forme ed instabili equilibri; grazie a tutti questi elementi, la scultura assume un messaggio significante, riflettendo sui temi della morte e della memoria.

Le prime notizie del monumento al Centenario dei bersaglieri risalgono al 1936, occasione in cui si festeggiarono i 100 anni della fondazione dell’arma che, per volere di Benito Mussolini, si svolse con due adunate: la prima a Torino e la seguente a Roma. L’idea di commemorare i caduti di un corpo militare nacque dalla volontà dei commilitoni di ricordare le imprese dell’arma e i loro compagni deceduti.

Fu il presidente generale della sezione del corpo torinese, Luigi Bossi, di concerto con tutte le sezioni dell’Associazione Nazionale Bersaglieri, che decise di commemorare l’anniversario con un segno tangibile e permanente da tramandare a ricordo del grande raduno e a venerazione delle stirpi future.

Durante l’assemblea convocata dal Podestà di Torino per decidere che tipo di monumento erigere in onore della commemorazione, Luigi Bossi fece presente che vi fosse già un altorilievo dedicato ai bersaglieri del IV reggimento della caserma Monte Grappa, sede del reggimento omonimo. Il monumento venne eretto nel 1923 grazie ad una sottoscrizione popolare e fu completamente realizzato dallo scultore Giorgio Ceragioli.

L’opera del Ceragioli, carica dello spirito bersaglieresco, costituì (dal 1923 fino al quel momento) la parte superiore della lapide murata all’esterno della caserma. Nel 1936, però, con il passaggio del IV bersaglieri dalla regione Crocetta a via Asti, secondo il presidente della sezione, l’opera per ragioni ideologiche e di prassi conservative non ebbe più ragione di stare in strutture militari o affini.Venne così proposta, da Luigi Bossi, la nuova collocazione del monumento nel centro di Torino, in onore sia alla stessa città che, sotto Carlo Alberto, diede vita al corpo militare, sia alla commemorazione della nascita dell’arma.

Su volontà del Capo del Governo e in base agli ordini del Ministro dell’Educazione Nazionale, la Città di Torino provvide alla rimozione del monumento dalla caserma e incaricò uno scultore sconosciuto di costruire, in un tempo molto ridotto, il basamento lapideo sul quale, ancora oggi, si inserisce l’altorilievo.

Il monumento venne posizionato all’interno del Giardino Lamarmora, un piccolo giardino di 6200 metri quadrati, donato nel 1862 alla Città di Torino da Alfonso Lamarmora (fratello minore di Alessandro). Il monumento celebrativo al Centenario dell’arma venne posizionato vicino all’opera dedicata ad Alessandro Lamarmora, fondatore del corpo militare.

Anche per oggi la nostra passeggiata alla ricerca delle meraviglie della città termina qui. L’appuntamento è per la prossima volta con Torino e i suoi splendidi monumenti.

Simona Pili Stella

(Foto: Museo Torino)

Gli acchiappaluna

 

La luna ricama di luce l’acqua del Maggiore, dondolando al ritmo delle onde. I cinque amici, pur essendosi resi conto dell’assurdità della loro impresa, almeno un tentativo decidono di farlo

 

“…Tacum i tach… Mi, tacat i tach a Ti che ti tacat i tach? Tacatai ti i tò tach, ti che ti tacat i tach…”. (“Attaccami i tacchi… Io, attaccarti i tacchi a te che attacchi i tacchi? Attaccateli tu i tuoi tacchi, tu che attacchi i tacchi!”) Ogni mattina, quando Berto della Rosetta passa davanti alla bottega di Guido, il calzolaio, è sempre la stessa identica scena. Giunto in prossimità della porta del negozietto comincia a cantilenare a gran voce. Sa bene che all’amico quella filastrocca dà sui nervi ma lui lo fa apposta e continua fino a quando l’altro compare sull’uscio con una vecchia scarpa o una ciabatta e, imprecando, gliela tira. E’ così che si salutano. Bizzarro, vero? E non è niente. Dovreste vedere quando si trovano all’osteria o in qualche altro ritrovo. Si guardano in cagnesco come se dovessero litigare su ogni cosa, e poi si sfidano a proverbi e scioglilingua. Sì, proprio così: una gara incruenta ma ricca di colpi di scena. Volete un esempio? Stamattina, appena si sono visti è iniziato il solito duello. “Il calzolaio non giudichi oltre la scarpa”, ha sentenziato Berto, lasciando intendere all’altro che farebbe bene a fare il suo mestiere standosene zitto. “Sai qual è il colmo per un panettiere come te? Avere una madre che si chiama Rosetta”, ha risposto Guido, sganasciandosi dalle risate. L’altro, con una smorfia e una punta di perfidia, risponde: “Sai qual è il colmo per un calzolaio come te? Trovare un concorrente che ti faccia le scarpe. Ma non c’è pericolo: vedo che hai sempre le scarpe rotte”. Guido, scuro in volto, non lascia cadere la cosa e ribatte: “Dai, Berto, non esagerare, eh? Dagli un taglio. Non è pane per i tuoi denti e non provarti a rendere pan per focaccia, caro il mio mangiapane a tradimento. Vai a insaccare la nebbia invece che la farina, và… Sempre lì ad aprire la bocca e parlare a vanvera”.

Meno male che sono amici, altrimenti la disputa finirebbe male. Così, raggiunto l’apice della polemica, come d’incanto, si danno delle gran pacche sulle spalle e vanno, tenendosi a braccetto, fino all’Osteria per il primo brindisi della giornata. Insieme agli altri amici formano un bel gruppo, senza legami di parentela tra loro (“I parenti sono come scarpe. Più sono stretti e più fanno male”, dice Guido che di scarpe, com’è ovvio, se ne intende.)Sono tutti di Oltrefiume e, ovviamente, sono degli Zulù, portando con spavalderia il soprannome degli abitanti della frazione raccolta tra il Selvaspessa, la Tranquilla, la Viscanìa e il confine di Feriolo. Tutti pronti a far “baracca”, magari anche a litigare tra di loro ma disposti anche a farsi in quattro quando uno di loro è in difficoltà e necessita dell’impegno solidale degli altri. Sembrano quasi una confraternita, come ha detto un giorno Don Piero, scuotendo la testa. “ Come no! Siamo la confraternita degli Zulù. Un po’ matti, un po’ balordi ma di buon cuore”, ci tengono a precisare.  Per essere originali lo sono senz’altro. Forse anche un tantino troppo originali. Berto, Guido, Merico, Gianni e Luciano sono compagni di briscole e bisbocce, gran giocatori di carte ma soprattutto di bocce. Luciano è il “puntatore” del gruppo. Preciso come uno svizzero nell’accostare la boccia al pallino. Guido e Gianni, esperti nella “raffa”, bocciano al volo che è un piacere, mostrando dei tiri da veri cecchini.

Berto e Merico sono, come dire?  più “universali”: non eccellendo in nessuna specialità, si arrangiano un po’ con l’una e un po’ con l’altra. Insieme, però, nelle gare sui campi dei Circoli e delle bocciofile, dimostrano d’essere una squadra mica male. Si sono dati anche un nome: “Le bocce degli Zulù”. Che, volendo, può essere esteso all’altra loro caratteristica: l’essere dei testoni, avere delle “bocce” dure come il granito delle cave sul monte Camoscio. In questi giorni, finito di lavorare, si trovano a far due chiacchiere ai tavolini del Circolo. Si sta ancora bene, all’aperto, perché è un autunno strano. Sul calendario di Frate Indovino, affisso nella bacheca a fianco dell’entrata del consorzio agrario, la pagina d’ottobre, con le sue fasi lunari, sta per lasciar posto a quella di novembre, ma l’aria resta tiepida e la luce più viva del solito. Pare più stagione di mosto spumeggiante d’uva americana e di funghi più che di nebbie, primi freddi e caldarroste. Nessun dubbio che, presto o tardi, le cose andranno a posto, immergendo il lago e le colline in quell’opaca e lattiginosa aria triste che solo novembre sa dare al paesaggio. Ma, intanto, è un gran bella cosa potersi godere il clima mite di questa primavera fuori stagione. Così passano le ore, chiacchierando e “trincando”, con le bottiglie che diventano leggere e le teste pesanti. Merico, alzando un po’ la voce, ricorda quella volta che presero in giro stresiani e bavenesi, impegnandosi – in quanto Zulù- a tagliare il fieno del codino dell’Isola Pescatori con i “falcett di Stresa per dar da mangiare il raccolto ai “gòss” di Baveno, prendendo in giro gli uni e gli altri, utilizzando i soprannomi che gli abitanti dei due comuni si portano addosso da una vita. Ride, ricordando, Merico. E ridono anche gli altri, rammentando che quella volta dovettero affidarsi alla velocità delle loro gambe per scansare le botte che gli uni e gli altri avevano loro promesso in quantità non certo modica. Sono dei burloni ma anche, in fondo, dei creduloni.

E così, guardando la luna fare capolino in cielo, proprio dietro al cucuzzolo tondo della vetta, Gianni si alza di scatto, quasi avesse il fuoco sotto il sedere, gridando: “E se andassimo su con la scala del Gioacchino a prenderla e portarla giù, quella luna là? Avremmo luce gratis sempre e per tutti. Eh, che ne dite?Finiremmo su tutti i giornali”. L’idea è così balzana che più balzana non si può. Gli altri quattro guardano Gianni con stupore, come si guardano i matti quando straparlano, quando sono “fora da testa”. Ma, stupore nello stupore, tre di loro dicono all’unisono, a conferma del loro essere dei balordi che, per di più, hanno alzato il gomito più del solito: “Dai… che idea fantastica!”.  Solo Guido, scuotendo la testa, mormora “Ma va a Bagg a sunà l’organ, ciaparàtt d’un ciaparàtt!” (che, tradotto per chi non è un mezzo sangue lombardo-piemontese come noi, equivale a “vai a Baggio a suonare l’organo! Buono a nulla di un buono a nulla!”. Un modo per mandare a quel paese chi s’accusa di falsità poiché nella chiesa di Baggio, alla periferia milanese, l’organo per esserci c’è ma è dipinto sul muro dato che la chiesa non poteva permettersene uno vero.) Ma non perdiamoci in particolari. Fatto sta che alla Confraternita degli Zulù l’idea di un’impresa così strampalata piace. Ad essere sinceri, piace molto. Anche Guido, nonostante il suo scetticismo, non può tirarsi indietro. Guarda storto Gianni e, tradendo le origini meneghine, borbotta a mezza voce un “te ghè ciapà la vaca per i ball”, traducendolo per tutti in un “stai facendo un lavoro sbagliato, alla rovescia”. Ma ormai è tardi e la decisione è presa: si va su al Mottarone per acchiappare la luna. Occorrono, però, una scala bella lunga e delle corde . “Non possiamo andar su per boschi e sentieri con in spalla una scala”, dice Berto.

A maggior ragione se si tratta di una scala lunga. Dove si può trovare un attrezzo del genere?  L’idea viene a Merico: “ Cavolo, ce n’è una che fa al caso nostro, la scala a pioli del Gìmell, su in Scerèa”. Recuperate delle lunghe corde nel magazzino della Navigazione (“Si chiamano Pietro-torna-indietro, eh? Ci siamo capiti, balordoni? Devono tornare qui”, si raccomanda Duilio Ripari, vociando dal suo ufficio all’Imbarcadero), si parte. Con passo svelto, in breve, si guadagna il sentiero che sale dopo il ponticello sul Selvaspessa fin su, oltre la Fraccaroli. Da lì, tra boschi di castagni e faggi, a mezzacosta, si va a Loita e poi a Campino. Dietro la casa del prevosto s’incontrano il campo di patate e l’orto, dove don Gallia coltiva la verdura. Il sole sta tramontando e le ombre si allungano tra gli alberi. All’alpe Scerèa una volpe svicola via in mezzo al prato, disturbata mentre – con ogni probabilità – sta architettando l’assalto alle galline del Gìmell. In fondo la fulva predatrice ha avuto una gran botta di fortuna. Non può sapere che l’anziano alpigiano la sta aspettando con la sua doppietta, pronto a scaricarle addosso le cartucce caricate a pallettoni. “Bruta logia d’una vulp”, impreca l’Aurelio Gemelli, conosciuto da tutti come il Gìmell, agitando in aria il pugno. Si era appostato dietro al pollaio, pronto a far fuoco, e l’arrivo dei cinque Zulù gli ha rovinato la sorpresa. “Anche stavolta, quella bestiaccia, ha salvato la ghirba ma non è sempre festa. E voi, cocomeri, cosa fate qui all’alpe? Non potevate stare giù in paese a fare i fannulloni? Siete amici miei o amici della volpe?” Tocca a Gianni, titolare dell’idea, esaurite le scuse, spiegare il perché e il per come di quella visita.

Non è ben chiaro, a questo punto, cosa stia dicendo il Gìmellma dal colorito del volto, rosso come un peperone maturo, è meglio lasciar perdere. Comunque, il prestito della scala è concesso. Con una raccomandazione: “Attenti, balordi. La scala è vecchia e qualche piolo malfermo. Io l’usavo per salire sul tetto del fienile ma ora non mi fido più, alla mia età…”.  Raggiunto l’obiettivo, i cinque salutano e, torce elettriche alla mano perché è ormai buio, attraversano il prato. Berto davanti e Gianni dietro, portano la scala e, per poco, non calpestano un riccio che sta lì, vicino al vecchio melo selvatico. Intento a caricarsi una raggrinzita mela sulla schiena, dopo averla inforcata con i suoi aculei, viene evitato per un soffio dallo scarpone numero quarantasei di Berto. Pochi centimetri più in là e addio riccio. Gianni impreca: “Stai attento a dove metti i piedi, crapone!“. Berto bofonchia qualche parola di scusa e il riccio, ignaro del rischio corso, continua lentamente nel suo intento d’accumular provviste per l’inverno che non tarderà ad arrivare. Ritornati nel bosco, camminano in fila indiana sul sentiero che sale verso la Vidabbia, accompagnati dallo stridire acuto di una civetta. A notte inoltrata, giunti al margine del bosco di querce, restano lì, impalati e a bocca aperta, davanti allo spettacolo della luna che inonda di luce la vetta senz’alberi. E’ bellissima. Grande, lucente e tonda. Così bella da far male al cuore. Da ieri è tornata piena e, a sentir Berto, pare una gran bella pagnotta. “Sì, di quelle dorate, gonfie, che facciamo al venerdì nel forno di mia madre, della Rosetta”, aggiunge. “Ma no, dai”, lo interrompe Gianni. “Sembra piuttosto una polenta. Guarda bene. La vedi com’è gialla?”. “Ma la polenta non è tonda e questa è perfetta come un cerchione delle bici del Carlin, quello che ha aperto l’officina da ciclista sul lungolago”, sottolinea a sua volta Merico. Insomma, ognuno la vede a modo suo ma tutti restano incantati quando, giunti sulla sommità del cucuzzolo, si voltano verso il lago e, giù in fondo, tra una riva e l’altra, oltre alle luci dei paesi tremolanti come fiammelle, vedono i larghi riflessi sull’acqua. La luce lunare gioca con l’acqua e risalta le sagome scure delle imbarcazioni attraccate all’Isola Pescatori. Si vede anche la costa e, spostandosi in posizione più favorevole, Baveno e il suo lungolago.

Dal Molino di Ripa alla pianta storta, dall’imbarcadero alle sagome scure nei pressi del Marmo Vallestrona, più in là, verso Feriolo e Fondotoce. La luna ricama di luce l’acqua del Maggiore, dondolando al ritmo delle onde. I cinque amici, pur essendosi resi conto dell’assurdità della loro impresa, almeno un tentativo decidono di farlo. La scala a pioli viene issata in direzione dell’astro lucente. In tre – Berto, Merico e Guido – hanno il compito di tenerla ferma mentre Gianni sale su con la corda che gli ha passato Luciano. Dondolando pericolosamente, con la mano libera, Gianni lancia la corda che cade di sotto, in testa a Luciano che, imprecando, reclama più attenzione. Anche la seconda corda finisce nel vuoto con un sibilo, senza afferrare un bel nulla, frustando il malcapitato di turno che, stavolta, è Merico. La scala, già malferma, persa la presa di uno dei tre, cade con Gianni che lancia un urlo mentre finisce a terra. Il crinale erboso e i cespugli attorno attutiscono la caduta e Gianni se la cava con poco, cadendo di terga, lamentandosi. La luna resta là, in cielo. Irraggiungibile, per quanto appaia vicina, quasi a portata di mano. L’impresa è fallita. L’operazione “acchiappa la luna” si è rivelata ciò che era: una goliardata, un folle disegno al quale nessuno dei cinque credeva davvero. In fondo, la luna sta bene dove sta. E’ di tutti. E di tutti deve rimanere. Nessuno si potrebbe permettere il lusso di tenersela tutta per se. Per i cinque non è una sconfitta, come diranno poi all’osteria, tra i sorrisi maliziosi e le battute degli altri. “E’ stata una rinuncia”, dice serio Gianni, facendo capire che si è trattato, per scelta loro, di un gesto generoso, altruista. Lasciare la luna in cielo, libera, è stata una cosa che va bene così. E poi, non avrebbero saputo dove metterla. Così sono scesi allegri, cantando, a mani vuote. Solo che, giunti in vista delle prime case di Oltrefiume, si accorgono di aver lasciato la scala del Gìmell in vetta. Un rapido sguardo basta per decidere che sarà recuperata in un altro momento. Per quella volta lì, bastava e avanzava.

 

 

Come l’acqua di Sebilj

“Come l’acqua di Sebilj”libro del torinese Alessandro Cerutti (Edizioni Visual Grafika,2019) può essere considerato un romanzo “di formazione”, dove il protagonista vive un’esperienza che lo farà evolvere verso la maturazione e l’età adulta, raccontandone emozioni, sentimenti, i progetti di vita.

La vicenda si svolge tra Torino e la Slovenia, nel 1993. Marco, 26 anni, vive incurante di tutto ciò che gli accade attorno. Gli amici sono solo compagni di divertimento e le ragazze una piacevole distrazione. Scuola e calcetto rappresentano gli interessi di un’esistenza vissuta con una certa spensieratezza e un po’ di cinismo egoistico, forse in ragione dell’età. Il protagonista ha un carattere irruento, emotivo. E la “bolla” artefatta in cui vive esploderà quando Marco Veroni, seppur controvoglia, parteciperà ad un viaggio che gli farà incontrare la durezza di un campo profughi che, in Slovenia, ospita dei bosniaci fuggiti dal paese in guerra. La lotta per la sopravvivenza, il ricordo dei cari scomparsi, l’amore e la speranza sfidano la violenza, perché, anche se sembra che non ci sia alcuna ragione per sognare, esiste la possibilità di trovare un posto migliore dove riprendere a vivere. Nei giorni in cui inizia il viaggio dei protagonisti del libro a Mostar veniva distrutto a cannonate il ponte sulla Neretva. Accadeva, forse non per caso, nello stesso esatto giorno – il 9 dicembre –in cui quattro anni prima, nel 1989, veniva abbattuto il muro di Berlino. Gorbaciov riceveva il nobel per la pace. A Maastricht, cittadina olandese sulla Mosa, un trattato più economico che politico sanciva la nascita dell’Unione europea. La “cortina di ferro” non c’era più e l’est europeo si disgregava, paese dopo paese. In Israele veniva raggiunto l’accordo fra Yasser Arafat e Yitzhak Rabin. L’Italia era alle prese con “mani pulite” e di fatto il “Bel Paese” passava dalla prima alla seconda repubblica. Ancora pochi mesi e Gino Strada fondava Emergency, l’IRA annunciava lo storico cessate il fuoco, a Mogadiscio venivano uccisi la giornalista del Tg3 Ilaria Alpi e il suo cameraman, Miran Hrovatin. In Ruanda si consumava il genocidio messo in atto dagli Hutu contro la minoranza Tutsi. E intanto, nel cuore dell’europa, l’ ex-Jugoslavia bruciava. Nel campo profughi sloveno il protagonista di “Come l’acqua di Sebilj” prova un disagio che, giorno dopo giorno,evolve in una lenta presa di coscienza su ciò che accade attorno a lui: il dramma dei profughi, l’esperienza umanitaria dell’associazione “Pace adesso” e altri sentimenti che lo scuotono nel profondo. Pietà, tenerezza, tristezza e paura, mescolate l’una con l’altra, iniziano a scavare dentro la sua tormentata coscienza a confronto con il dolore di quelle persone alle quali la guerra prodotta da un nazionalismo cieco e violento ha portato via famiglia, casa, affetti, amici. Il racconto di Alessandro Cerutti – docente, laureato in Teologia, autore versatile che ha sperimentato diversi generi letterari – è una piccola ma significativa lezione di vita. Vedere da vicino gli effetti della guerra senza esserne vittime. E tentare di capire, fare qualcosa, scegliersi la parte. Cosa non facile, soprattutto durante la “decade malefica” degli anni ’90 nei Balcani, nel cuore dolente dell’Europa.

Marco Travaglini

Materada, la malinconia della frontiera nel dramma dell’Istria

Un piccolo borgo vicino alla più grande Umago, in una terra di frontiera, questa dell’Istria, punto d’incontro di tante etnie (Italiani, Slavi e Croati), nei secoli assoggettati alla Repubblica Veneta, all’Impero Austro-Ungarico, all’Italia e infine inglobati nell’allora nascente Jugoslavia. Terra aspra, ricca di contrasti, che si riflettono anche nei suoi abitanti, spesso diffidenti, in ragione della precarietà dello stesso luogo di vita

In “Materada”, scritto nel 1960 da Fulvio Tomizza, si  narra la storia dell’esodo istriano molto meglio di quanto possa fare un qualsiasi trattato storiografico o sociologico. Parole e storie dove s’incastrano – come tessere di un mosaico –  frasi, fatti e vita. Un romanzo crudo, dove la narrazione è sofferta e il ricordo della propria terra (Tomizza vi era nato nel 1935) riemerge con forza. Claudio Magris, a proposito di Materada, ha scritto: “Quando uscì nel 1960 “Materada” – il primo e forse miglior romanzo dell’allora giovanissimo e sconosciuto Fulvio Tomizza – arricchì di una nuova e forte pagina la poesia della frontiera, delle sue lacerazioni e della sua unità. Il mondo da cui nasceva il libro – l’Istria nel momento dell’ultimo esodo, nel 1954 – era un mondo realmente straziato dai rancori, torti e vendette sanguinose fra italiani e slavi e Tomizza l’aveva vissuto e patito”.

Materada è un piccolo borgo vicino alla più grande Umago, in una terra di frontiera, questa dell’Istria, punto d’incontro di tante etnie (Italiani, Slavi e Croati), nei secoli assoggettati alla Repubblica Veneta, all’Impero Austro-Ungarico, all’Italia e infine inglobati nell’allora nascente Jugoslavia. Terra aspra, ricca di contrasti, che si riflettono anche nei suoi abitanti, spesso diffidenti, in ragione della precarietà dello stesso luogo di vita.

Al termine dell’ultima guerra mondiale, dopo lunghe trattative diplomatiche si definì un nuovo assetto territoriale che assegnò alla Jugoslavia gran parte della Venezia Giulia (in pratica quasi tutta l’Istria e le terre ad Est di Gorizia). Il trattato di Parigi del 1947 ratificò questo passaggio di Istria e Dalmazia alla Jugoslavia, scatenando l’esodo del novanta per cento della popolazione italiana (circa 300.000 persone), che abbandonò la casa e gli averi e cercò rifugio in Italia o emigrò oltreoceano. Con i trattati del 1954 la zona B dell’Istria, in cui Materada era inclusa, venne assegnata definitivamente alla Jugoslavia anche se fu permesso scegliere se restare o passare a Trieste, verso l’Italia: è in questo lacerante scenario storico che Tomizza, allora venticinquenne,  ambientò”Materada”. L’autore, che visse quei periodi, ne fece un romanzo corale, per quanto incentrato sulla famiglia Kozlovich, in cui si rifletteva la sua esperienza personale. Un libro in cui speranze, delusioni e rassegnazioni si avvicendano, emergono, si assopiscono, ritornano.

E’ palpabile lo stato d’animo degli italiani, l’emarginazione nei loro confronti del regime comunista di Tito, un intreccio di storie di tanta povera gente la cui unica e ultima scelta è di restare, perdendo la propria identità nazionale, o andarsene verso l’ignoto. Da circa un decennio, il  10 febbraio,  si celebra il Giorno del Ricordo ( istituito con la legge 30 marzo 2004/92)  per conservare e rinnovare “la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale”. Grazie anche a “Materada” e a Fulvio Tomizza, scrittore di frontiera, quella storia non sarà dimenticata.

 

Marco Travaglini

 

Plum cake dolce di zucchine

Una ricetta insolita un dolce a base di zucchine, vero? Il risultato credetemi vi stupira’, e’ un dolce soffice e profumato, veloce da realizzare, adatto a tutti, ideale per ogni momento della giornata, provare per credere!

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Ingredienti

250gr. di farina 00

3 uova intere

180gr. di zucchero

80ml di olio di semi

30gr. di uvetta

50gr. di cioccolato fondente

20gr. di noci

200gr. di zucchine fresche

1 bustina di lievito per dolci

1 pizzico di cannella (facoltativo)

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Lavare le zucchine, grattugiarle e lasciarle scolare per almeno un’ora per eliminare l’acqua di vegetazione. Nel mixer sbattere lo zucchero con le uova, aggiungere la farina, la bustina di lievito e l’olio di semi. Aggiungere all’impasto le zucchine, il cioccolato ridotto a scaglie, l’uvetta precedentemente ammollata in acqua tiepida e strizzata, le noci tritate e un pizzico di cannella in polvere. Mescolare bene e versare in uno stampo da plum cake foderato con carta forno. Cuocere in forno preriscaldato a 180 gradi per circa 45 minuti. Lasciar raffreddare e servire a fette.

Paperita Patty