redazione il torinese

Torta con crema e albicocche, morbida dolcezza

Ecco un dolce irresistibile
Una base e una copertura di friabile pasta frolla che racchiude un cuore morbido di delicata crema pasticcera e albicocche fresche. Deliziosamente buona!
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Ingredienti
250gr. di farina 00
20gr. di maizena
120gr. di burro
60gr.+ 70gr. di zucchero
2+3 tuorli
250ml. di latte
10 albicocche
1 pizzico di sale
Scorza di limone q.b.
Zucchero vanigliato q.b.
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Preparare la frolla. Impastare velocemente la farina 00 con il burro freddo tagliato a dadini, 60gr. di zucchero, 2 tuorli ed un pizzico di sale. Formare una palla, avvolgerla in pellicola da cucina e riporla in frigo per almeno mezz’ora. Sbollentare per pochi secondi le albicocche intere, scolare e asciugare. Preparare la crema pasticcera. Portare a bollore il latte con la buccia di limone. Sbattere i 3 tuorli con 70gr. di zucchero e la maizena, versare a filo il latte e cuocere a bagnomaria per 7/8 minuti. Tagliare il panetto di frolla in due parti, stendere una parte con il mattarello e sistemare nella teglia rivestita di carta forno, bucherellare il fondo. Farcire la frolla con la crema pasticcera, tagliare le albicocche a meta’, togliere il nocciolo e sistemarle sulla crema. Stendere con il mattarello la frolla rimasta e coprire la base di frolla e crema. Bucherellare la superficie con i rebbi di una forchetta. Cuocere a 200 gradi per 45 minuti. Lasciar raffreddare e cospargere con zucchero vanigliato prima di servire.

Paperita Patty

Infradito, sandali senza tempo

Colorate, comode, modaiole, spensierate. Chi non ne possiede almeno un paio? Chi non le tiene in macchina, nel portabagagli, così, magari potrebbero servire

 Questi sandali leggeri e informali che ci fanno subito pensare all’estate, al mare, insomma alla bella stagione e alla vacanza hanno origini molto antiche, si parla infatti di antico Egitto dove venivano fatte con foglie di palma e papiro. In Giappone si possono trovare in fibra di riso, in India invece in legno, meglio conosciute come paduka. Le prime prodotte in gomma risalgono al 1962 e   sono brasiliane. Gli americani le indossano le flip flop con qualsiasi outfit, noi europei le usiamo con più attenzione rispettandone la vocazione minimalista e non particolarmente aggraziata. Nonostante siano considerate scarpe da usare solo in certe occasioni, dove la l’eleganza non è richiesta, possiamo comunque trovarne davvero di tutti i tipi, colori e forme, con decorazioni talvolta sfavillanti e luminosissime, con applicazioni preziose che ne fanno lievitare il prezzo facendole diventare richiestissime calzature di tendenza.

 

Ci sono aziende specializzate nella loro produzione che hanno fatto di questo prodotto la loro fortuna perché, contrariamente a quanto si pensi, il loro uso non è temporale o stagionale, in realtà si vendono e si indossano sempre, perfino con le calze nei periodi più freddi. Molti vip del presente e del passato, protagonisti del jet set, celebrità senza tempo come Jackie Kennedy, Greta Garbo, Audrey Hepburn, Rita Hayworth, Elisabeth Taylor, le hanno indossate, facendo conoscere in tutto il mondo le meravigliose e nostrane collezioni di Positano o di Capri, le hanno celebrate con portamento magicamente glamour eleggendole oggetti di culto. Seppur comode e facili da indossare è bene non farne un uso smisurato e prolungato, avvertono i podologi, infatti la conformazione tipica di questi sandali non favorisce il corretto appoggio del piede provocando disagi a causa della forzata camminata innaturale.

Maria La Barbera

 

 

“Crossa a sinistra, boia di un mondo…”

Sullo spelacchiato rettangolo  del campo sportivo di Torre Beretti, come ogni inizio d’estate, andava in scena la sfida calcistica tra le formazioni delle sezioni comuniste della Lomellina. Carletto Ramenghini, titolare di una ditta impegnata nell’ecologia  ( “un compagno che si era fatto un nome con il sudore della fronte”), era il principale sponsor della competizione sportiva. Aggiudicarsi il trofeo “Carletto Spurghi”, era l’ ambito obiettivo  di ogni squadra che, per essere più competitiva, cercava di rafforzare la propria “rosa” con i migliori calciatori in circolazione.

 

Se la Dinamo Gambolò e il Rapid Mortara si potevano avvalere dell’apporto del miglior portiere l’una ( Duilio Saracineschi che, sin da piccolo e già dal nome, era un predestinato)  e del più prolifico attaccante l’altra ( l’Azeglio Fromboli, detto anche “Kalashnikov”, ormai quasi quarantenne segretario della locale sezione ma con l’esperienza calcistica di un decennio tra i semiprofessionisti lombardi), la Torpedo di Robbio puntava tutto sui giovani e il “Grido del Popolo” di Vigevano sui fratelli Taccoletti, ex giocatori del Pavia in serie C. Il Sartirana e lo Scaldasole faticarono a mettere in campo due formazioni e non sfuggirono ad un certo anonimato. Le altre due squadre  erano l’Idraulica Bodoni ( Vladimiro “Lenin” Bodoni  era di Groppello Cairoli) nella quale militava Evaristo Trepassi, vecchia gloria del Brescia, e i padroni di casa del Torre Beretti , allenati da Liborio Venticelli, indimenticata mezz’alta del Monza negli anni sessanta che, avendo sposato la signora Clelia Fortini, zia del sindaco comunista, era imparentato con la massima autorità locale. Il Torre Beretti, con la tradizionale divisa giallo-blu, aveva i suoi punti di forza in “mastino” De Rulli, delegato della CGIL, di mestiere carpentiere e mediano di vocazione come del resto l’altro pilastro del centrocampo, Tommaso Sgnaffoli, detto “cagnaccio” per la tenacia e il mordente con cui affrontava gli avversari. Gli altri due degni di nota erano Vincenzo Gasparotti,  terzino in campo e falegname fuori, ribattezzato dal pubblico “il piallatore” poiché tendeva ad applicare al diretto avversario la stessa tecnica riservata nel trattamento del legname, e Leolpoldo Leopoldini ( per tutti Poldo), che di soprannomi ne vantava ben due. La scelta era indotta dalla necessità. essendo difficile riassumere doti e caratteristiche in un solo soprannome: “poiana”, in quanto predatore d’area, e “fondoschiena” per l’incredibile fortuna che accompagnava il più delle volte  le sue prestazioni. Poi, ovviamente, c’era lui, il centrattacco di sfondamento, l’uomo-goal del Torre Beretti, Palmiro Taglietti. Soprannominato dai critici “Il vitellone”, si era fatto ricamare sulla maglia, all’altezza del cuore, un umile e modesto “il Migliore”. Il torneo, ad eliminazione diretta, dimezzati dopo il primo turno i contendenti ( il Torre Beretti “regolò” lo Scaldasole per tre a zero, con una doppietta del “poiana” e un contestatissimo goal del Taglietti che, imitando Maradona contro l’Inghilterra, infilò la sfera alle spalle dell’allibito estremo difensore avversario colpendola con il pugno chiuso), stabilì le semifinaliste. La Dinamo Gambolò travolse sei a zero l’inconsistente Sartirana mentre i padroni di casa faticarono sette camicie per aver ragione con il minimo scarto dei bianco-viola groppellesi dell’Idraulica Bodoni. La sera della finalissima si scatenò il putiferio. Già nel pomeriggio la pioggia, caduta copiosamente, aveva trasformato il campo in un acquitrino. Il pallone rimbalzava a malapena e, di tanto in tanto, incontrando una pozzanghera, s’impantanava tristemente. Il temporale, con uno sfolgorio di saette e grancassa di tuoni, non scoraggiò le due tifoserie che gremirono gli spalti, incuranti della pioggia, in un tripudio di bandiere rosse e slogan. Su quel terreno pesante la tecnica del centrocampo del Gambolò risultava evidentemente penalizzata , lasciando spazio alla foga muscolare di Taglietti e dei suoi. Liborio Venticelli, il trainer del Torre Beretti che non avevano mai vinto il torneo in precedenza, era stato chiaro: “Questa volta non si va in bianco, eh ragazzi?! Bisogna portare palla senza buttarla via, tenere la testa a posto, non far passare la metà campo a quelli là e cercare Palmiro per lo sfondamento. Ci siamo capiti? E tu, cagnaccio,ricordati: crossa a sinistra, boia di un mondo!”. Dopo i primi quarantacinque minuti i quattordici giocatori ( sette per parte) erano delle maschere di fango dopo essersele date di santa ragione, correndo a perdifiato su e giù per le fasce, randellandosi in epici scontri a centrocampo senza quasi mai affacciarsi nelle due aree piccole. Il risultato vedeva in vantaggio il Gambolò di una segnatura, frutto di un missile calciato da venticinque metri dall’ala sinistra dei gambolesi, tal Martinelli Eugenio, detto “Molotov”. La ripresa vide però la riscossa del Torre Beretti con uno scatenato Taglietti che urlava, sotto la pioggia battente, “Compagni, che lotta. Esaltiamoci, attacchiamoli, schiantiamoli. Facciamo venir fuori gli spiriti animali. Siamo come la Guardia Rossa che marcia alla riscossa!!”. Ululava il centrattacco, sbracciandosi per dare la carica. Il pubblico locale sosteneva la sua compagine cantando a squarciagola l’Internazionale..”compagni, avanti il gran partito…”, inanellando una rima dietro l’altra. Quando un lungo lancio del “piallatore” scodellò la sfera sul sinistro del centravanti,Palmiro  fulminò Saracineschi. Sull’uno pari la battaglia in campo divenne durissima e, grazie a un fallo un po’ dubbio in area, i padroni di casa si trovarono tra i piedi un bel rigore per passare in vantaggio. Taglietti ululò che, essendo “il Migliore”, toccava a lui tirare il penalty ma l’allenatore non volle sentir ragioni  e, nonostante la cascata d’insulti che lo investì, ordinò a “poiana” Leopoldini di battere dal dischetto. Detto e fatto, il Torre Beretti rovesciò il risultato e resistette fino allo scadere, non senza fatica , agli assalti all’arma bianca dei furibondi gambolesi. Nel tripudio generale, placati gli animi e accettato da tutti il risultato che assegnava il trofeo “Carletto Spurghi” ai locali, l’unico che brontolava era proprio Palmiro Taglietti: “’Va là che dovevo tirarlo io il rigore. Se segnavo, boia cane, impazzivano tutti per me e potevo fare un po’ il gallo in giro. Ma andate tutti a …..!”. Nessuno si fece intimorire, ovviamente. E nemmeno se la presero più di tanto. In fondo, quello che contava, era vincere il torneo e vedere la notizia pubblicata sulle pagine lombarde de L’Unità. Per tutta onestà, però, va precisata una cosa, a difesa della scelta, rivelatasi comunque vincente, di Liborio Venticelli: nei precedenti tornei, per dieci volte dieci, il Taglietti aveva “ciccato” altrettanti rigori, dimostrando che la sua mira dai sedici metri era oltremodo sciagurata. Tant’è che “cagnaccio”, arrabbiandosi, gli aveva gridato più di una volta: “ Di un po’, Migliore delle balle. Non pensi che sia ora di raddrizzare quelle piantane che hai al posto dei piedi?”.

Marco Travaglini

Le ciliegie “salate”

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Stavamo bevendo un bicchiere in compagnia quando Giorgio mi rivolse – all’improvviso – una domanda: “Ti ricordi quando andavamo per ciliegie?”.  Ci misi un attimo, giusto il tempo di mettere le mani nel cassetto dei ricordi e – trovato il filo giusto – mi vennero in mente, nitidamente, quei tempi

A Giorgio erano state le amarene rosso scuro che la Maria aveva sistemato nel cestino della frutta ad accendere la “lampadina“. In quell’istante, la nipotina della Maria, ne prese due coppie, tenute insieme dai gambi, e se le appese come fossero orecchini. Ridemmo, entrambi, di quel gesto che, tanti anni fa, avevamo fatto anche noi, scherzando tra ragazzini. All’epoca si andava in “banda” per i poderi a far razzia. Tra la fine di giugno ed i primi di luglio, nei tardi pomeriggi di quelle calde giornate d’estate, si cercavano gli alberi più carichi di ciliegie. Era una “caccia” troppo invitante. Le ciliegie sono frutti allegri, dissetanti. Ci sono quelle dolci, zuccherose, a polpa tenera ( le tenerine) e a polpa più carnosa (i duroni). E poi, le amarene e le marasche. Con gli anni ho imparato altre cose: oltre ad essere buone fanno pure bene. Sono indicate  nella cura di artriti, arteriosclerosi, disturbi renali. Contengono  buone quantità di fibre, potassio, calcio, fosforo e vitamine. Ci si possono produrre sciroppi, marmellate e liquori come maraschino, cherry e ratafià. Insomma, c’è tutto un elenco di cose positive che fanno rima con ciliegia. Ma noi, all’epoca in cui eravamo ragazzi, piacevano soprattutto perché erano il frutto di un piccolo furto e questo fatto, accompagnato dall’avventura, dai rischi e dalla voglia di trasgredire, rendeva le ciliegie il “frutto proibito” per eccellenza. Mario era arrivato al punto di sostenere una tesi tutta sua: Adamo ed Eva erano stati cacciati dal Paradiso non per colpa di una mela colta senza permesso ma di un cestino di ciliegie rosse e carnose. Il rischio più grande era quello di trovarle “salate“.

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Infatti, capitava che i contadini di un tempo, poco inclini a tollerare le nostre scorribande, ci accoglievano con una doppietta caricata a sale grosso, determinati a scoraggiarci con la minaccia di  piantarci due schioppettate nel sedere. All’arrivo dell’estate, immancabilmente, sembravamo due eserciti in assetto di guerra. “Noi“, a gruppi di 4 o 5, lesti a salire sull’albero, cogliere le ciliegie al volo, riempire il sacco di tela o il cestino, cercando di fare il più in fretta possibile. “Loro“, i proprietari dei ciliegi dove cresceva quel ben di Dio, confezionavano cartucce di diverso calibro con sale grosso, in sostituzione dei pallini di piombo. Rinforzavano anche le linee difensive lungo i confini dei frutteti: reti metalliche orlate di filo spinato, staccionate, siepi irte di spine. Era la “guerra delle ciliegie” che, in altre località, si trasformava in una vera e propria “guerra della frutta”. Se i contadini erano i difensori del loro diritto alla proprietà privata noi, gli incursori che negavano questo diritto, sostenendo che la natura non aveva padroni, colpivamo senza pietà, svanendo subito dopo nei boschi e nella campagna circostante, a volte trascinandoci appresso i compagni feriti. “Lo si faceva per fame e per gioco. Per molti di noi era l’unico modo per mettere sotto i denti quella frutta che non potevamo comprare. Ed era una cuccagna perché a casa il cibo era scarso“, rammentava Giorgio. E, come un rosario, sgranavamo i  nomi dei nostri compagni di quella guerriglia senz’armi: io e Giorgio, Mario, Luigino “Trota” – abilissimo nel pescare nei ruscelli e nel fiume -, Remo, Marco ed anche Marina. Era, quest’ultima, una ragazzina sveglia che dava dei punti a tutti noi. Ed era golosissima di ciliegie. Il campo di battaglia più duro era il frutteto del vecchio Roger Zuffoli, detto “il marsigliese“. Aveva un paio d’ettari piantati a frutta dove si trovava di tutto: susine, albicocche, pesche, mele, pere ed ovviamente ciliegie ed amarene. Verso il limite del bosco aveva anche noci e nocciole. Roger, piccolo e secco, vestiva i pantaloni alla zuava e camicie a quadrettoni mentre in testa teneva sempre il suo basco calato sulle “ventitré“. All’epoca poteva avere si e no una settantina d’anni, gran parte dei quali passati a scaricare merci nei porti di Marsiglia e di Tolone. Era tornato a Baveno già anziano perché, diceva, ” dopo tanta acqua salata ho sentito la nostalgia dell’acqua dolce del Maggiore“. In ricordo di quegli anni, al circolo comandava sempre un bicchiere di  “pastis“,  liquore profumato all’anice, tipicamente francese, che allungava con l’acqua di una caraffa dove galleggiavano dei grossi pezzi di ghiaccio. Attaccare le sue piante era molto ma molto rischioso. Raramente riuscimmo a farla franca ed una volta, quasi, ci lasciammo le penne. Quell’episodio, ancor meglio di me se lo ricorda Mario. Stranamente silenzioso, il frutteto pareva incustodito quella sera. Saranno state le diciannove o poco meno. Roger mangiava presto e quindi pensavamo fosse quello il momento giusto per compiere l’incursione. Invece il perfido vecchietto, mangiata la foglia, si era appostato dietro al piccolo fienile con la doppietta in mano.

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Non facemmo in tempo a renderci conto di quanto stava accadendo che l’eco dello sparo risuonò secco, costringendoci a tappare le orecchie. Colpito al sedere dalla fucilata di sale grosso, Mario cadde dal ramo. Dolorante si rialzò e tutti insieme corremmo a più non posso verso il bosco per far perdere le tracce. Mentre fuggiva a gambe levate, Mario sentiva il dolore delle ferite, poi il bruciore dei grani di sale che si scioglievano nella carne viva. Appena avvistò il ruscello, vinto dal bruciore, si gettò nell’acqua per calmare il fuoco che gli stava divorando il fondoschiena. Ma il rimedio si rivelò peggiore del male: l’acqua , accelerando lo scioglimento del sale, rese insopportabile il bruciore. Remo, appassionato collezionista di francobolli, portava sempre con se una pinzetta e con quella, tra le grida ed i lamenti di Mario, estraemmo i grani di sale, pulendo alla meglio le ferite. Per un po’, da quella sera, gli assalti vennero sospesi per poi, calmate le acque, proseguire per la disperazione dei contadini della zona, compreso Roger. Quella volta però, la “missione” si era conclusa senza il “bottino“. Mario , d’allora, non volle più prendere parte alle nostre imprese. L’invitavamo, lo pregavamo ma lui diceva sempre di no,  opponendo resistenza. Diceva che lui, ormai, non aveva più “il sedere di una volta“. In cuor nostro non ce la sentivamo di dargli torto.

Marco Travaglini

“La boule va bene così. A me piace fredda, brut demoni”

Il corteo che ieri ha accompagnato il povero Tugnin al camposanto non aveva la mestizia dei soliti funerali. Era arrivato quello che lui stesso chiamava “il giorno in cui staccherò il biglietto di sola andata”.

Diceva proprio così, rimasticando i modi di dire appresi in una vita “da rotaia”, da ferroviere. Al circolo aveva fatto avere i soldi perché gli amici, terminata la cerimonia, potessero ricordarlo alzando i calici in una bella bevuta. “Ricordate che se vi viene voglia di intonare qualcuna delle canzoni che cantavamo da giovani a me farà solo piacere. Ed anche se non potrò aggiungere la mia voce al coro e non potrò sentire se sarete stonati come una campana ciucca, sarò lì con voi, almeno in spirito”. Quando disse queste parole aveva le lacrime agli occhi e fece venire a tutti un gran magone. Anche per la banda musicale, che doveva accompagnarlo nell’ultimo viaggio, aveva compilato di suo pugno il “borderò:la marcia funebre di Franz Listz o il Requiem di Mozart, la Leggenda del Piave, Bella Ciao , l’Internazionale e, dulcis in fundo, il Silenzio. Un bel casino, perché non è stato possibile trovare una banda in grado di eseguire tutt’intero il repertorio che Tugnin aveva “dettato”. Così ci siamo accontentati della Leggenda del Piave, Bella Ciao ed il Silenzio. Quest’ultimo, eseguito dal Birella, cantoniere di mestiere e trombettiere per passione. A dire il vero è stato uno strazio ma, vivi a parte che –  conoscendolo – non  si aspettavano di meglio, il morto non ha avuto da lamentarsi. Il più affranto è stato, com’era ovvio, il “Giuri”. Adriano Arbusti si era guadagnato il nomignolo di “Giuri” dove averlo detto e ripetuto migliaia di volte alla moglie, soprattutto quando quest’ultima era fuori dagli stracci perché tornava a casa un po’ “brillo”. “ A tal giuri, Maria: sun mia ciucc! Gò gnanca vardà drè alla buteglia” ( tradotto:” Te lo giuro, Maria: non sono ubriaco! Non ho nemmeno guardato la bottiglia”). Ma lo tradiva l’alito e allora, giù mazzate sul groppone con la scopa di saggina. Lui e Tugnin erano amici da quando, entrambi venticinquenni, avevano preso parte alla Resistenza. “Giuri” era barcaiolo e portava da una sponda all’altra del lago e da queste in Svizzera, armi e fuoriusciti. Tugnin, ferroviere addetto alla manutenzione degli scambi sulla tratta Arona-Baveno della linea Milano-Domodossola, aveva aiutato diversi ebrei a mettersi in salvo dopo la proclamazione delle leggi razziali e – nel gennaio del 1944 – era andato in montagna con i partigiani. Fu sulle colline del Vergante e sulle pendici del Mottarone che si ritrovarono insieme, mitra in mano, a dar filo da torcere alle camicie nere. Dopo la “calata al piano” erano tornati alle loro professioni. Tugnin s’occupò ancora di binari ma stavolta per la tratta tra Stresa e Mergozzo, riducendo di molto il “campo d’azione”. L’Arbusti, con il suo cappello da marinaio calcato sulla “crapa”,  faceva la spola  tra le isole e la terraferma con la sua “ Iolanda” , una bella barca da pesca a sei posti, dotata di un potente motore da 15 cavalli. Capitava spesso che, senza darsi appuntamento, si trovavano all’osteria dei Quattro Cantoni per una partita di briscola “chiamata”, al Circolo operaio per un mezzino di rosso o dalla Maria, all’osteria dei Gabbiani, per una “merenda”. Tra loro si era rafforzata un’amicizia “solidale”. Tutti ricordano quando Tugnin ebbe l’incidente fuori dalla stazione di Baveno, cadendo dalla “Truman”, vecchia e robusta locomotiva diesel americana, giunta in Italia dopo la seconda guerra mondiale. Aveva perso l’equilibrio, finendo lungo e tirato sulla massicciata. Una brutta botta che gli era costata la frattura di un femore e della scapola sinistra. Ricoverato per diverse settimane nella traumatologia dell’ospedale S.Biagio di Domodossola, aveva ricevuto – ogni due giorni –  le puntuali visite dell’amico “Giuri”. Quest’ultimo, partiva alla buonora con il treno da Baveno, dopo aver fatto – la sera prima – il “carico” da Luigino Bottecchia, vinaio di Oltrefiume che commerciava una barbera monferrina di buona qualità. Il carico consisteva, ovviamente, in due fiaschi che – per Tugnin – rappresentavano la razione delle quarantott’ore. Così, quando una decina d’anni più tardi, toccò al Giuri fare i conti con la “costrizione” dell’ospedale per una brutta polmonite, l’amico ferroviere ( ormai pensionato ) non aveva  esitato un attimo a rendere il servizio. La casa di cura, per sua fortuna, era quella di Stresa, gestita dalle suore. Prendeva “la tradotta” dopo aver fatto anch’esso il “pieno” ad un paio di bottiglioni. Solo che, già alla prima volta, si era scontrato con un ostacolo insormontabile: l’arcigna e “invalicabile” portiera dell’ospedale stresiano, suor Clementina. A differenza del nome, soave e mite, suor Clementina era un donnone di più di cento chili ed era un vero mastino. Antonio Galletti subì la perquisizione ed il sequestro del vino, protestando tanto animatamente quando inutilmente. “Caro il mio ometto, qui il vino non entra. Quindi, se vuol salutare il suo amico passi pure ma a mani vuote”. La suora era come la linea Maginot. Se la pigliavi di petto era invalicabile e ogni tentativo era destinato a mal partita. “Allora mi sono fatto furbo e l’ho aggirata”, confidò Tugnin. Concordò la tattica con l’amico barcaiolo e la mise in pratica. Giuri doveva affacciarsi alla finestra d’angolo che dava sulla scalinata del retro.Lì, con fare lesto, “allungava” la boule dell’acqua calda all’amico che, in un baleno, svitava il tappo e la riempiva di barbera. Giuri, dopo essersi infilato nel suo letto tenendosi stretto la boule opponeva una fiera resistenza ai tentativi delle suore di prelevargliela per cambiare l’acqua,  secondo le religiose, “ormai fredda” . “Ferme lì, sorelle”, intimava con voce che non ammetteva repliche. “La boule va bene così. A me piace fredda, brut demoni”. Il sistema funzionò fino a quando le suore non mangiarono la foglia e il barcaiolo, privato del “carburante”, si rassegnò ad un periodo di forzata astinenza, soffrendo e brontolando. Ed oggi, eccolo qua, il nostro Giuri. Sembra un vecchio tronco spezzato dalla saetta. Ha accompagnato, insieme agli altri, Tugnin al camposanto e ora si trova perso, spaesato. “Cari miei – ci ha detto – ; siete più giovani e a certe cose non ci pensate, e fate bene. Ma io, alla mia età, mi sentivo già perso quando è morta la mia Marietta. E ora? Eh?  Morto anche Tugnin, che era come un fratello, sono solo come un cane”. Ci ha fatto una tenerezza da non credere e l’abbiamo portato con noi a pranzo. E pure a cena.  D’ora in poi, un po’ del nostro tempo, lo dedicheremo a fargli compagnia quando passerà dal Circolo Operaio. Smazzando le carte ci parlerà del lago, dell’onda vagabonda e del suo amico Tugnin. Del resto, i ricordi sono come i pesci del lago. S’impigliano nella rete della memoria e, ogni tanto, li tiriamo in secca.

Marco Travaglini

Gli occhiali per leggere

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Albertino era venuto al mondo quando ormai Maddalena e Giovanni non ci speravano più. E così, passando gli anni in un rincorrersi di stagioni che rendevano sempre più duro e faticoso il lavoro nei campi, venne il giorno del ventunesimo compleanno per l’erede di casa Carabelli-Astuti.

E con la maggiore età  arrivò, puntuale come le tasse, anche la chiamata obbligatoria alla leva militare. Albertino salutò gli anziani genitori con un lungo abbraccio e partì, arruolato negli alpini. Un mese dopo, alla porta della casa colonica di Giovanni Carabelli, alle porte di San Maurizio d’Opaglio, dove la vista si apriva sul lago, bussò il postino. Non una e nemmeno due volte ma a lungo poiché Giovanni era fuori nel campo e Maddalena, un po’ sorda, teneva la radio accesa con il volume piuttosto alto. La lettera, annunciò il portalettere, era stata spedita dal loro figliolo. Non sapendo leggere e scrivere, come pure il marito, Maddalena si recò in sacrestia dal parroco. Don Ovidio Fedeli era abituato all’incombenza, dato che tra i suoi parrocchiani erano in molti a non aver mai varcato il portone della scuola e nemmeno preso in mano un libro. Chiesti alla perpetua gli occhiali, lesse il contenuto alla trepidante madre. E così, più o meno ogni mese, dalla primavera all’autunno, la scena si ripetette. Maddalena arrivata concitata con la lettera in mano, sventagliandola. E il prete, ben sapendo di che si trattasse, diceva calmo: “ E’ del suo figliolo? Dai, che leggiamo. Margherita, per favore, gli occhiali..”. E leggeva.  Poi, arrivò l’inverno con la neve e il freddo che gelava la terra e metteva i brividi in corpo. Il giorno di dicembre che il postino Rotella gli porse la lettera del figlio, decise che non si poteva andar avanti così. E rivolgendosi al marito con ben impressa nella mente la scena che ogni volta precedeva la lettura da parte del parroco, disse al povero uomo, puntando i pugni sui fianchi: “ Senti un po’, Gìuanin. Non è giunta l’ora di comprarti anche te un paio d’occhiali così le leggi tu le lettere e  mi eviti di far tutta la strada da casa alla parrocchia che fa un freddo del boia? “.

Marco Travaglini

 

 

Calamari, speciali in tutte le stagioni

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Gusto e colore per questa deliziosa insalata di pesce.

Delicata e leggera è adatta come antipasto o come secondo, speciale in estate ma ottima da servire durante tutto l’anno, anche tiepida. 

Ingredienti 

2 Calamari freschi 
1 patata 
1 carota 
Pomodori Pachino q.b. 
1 limone 
Olio evo, sale, pepe, prezzemolo q.b. 

Lavare e pulire i calamari, cuocerli per alcuni minuti in acqua salata (fino a quando risultano teneri, dipende dalle dimensioni). Lasciar intiepidire e tagliare a pezzi. 
Cuocere a vapore la patata e la carota, lasciar raffreddare e tagliare a pezzi. Lavare i pomodorini e tagliarli a metà. In una terrina unire tutti gli ingredienti, condire con olio evo, succo e buccia grattugiata di limone, sale, pepe e prezzemolo tritato. Servire tiepido o freddo. 

Paperita Patty 

In volo sul lago

Il giorno prima della partenza avevamo controllato per bene le previsioni meteorologiche. La mongolfiera non può staccarsi da terra in presenza di pioggia, temporali, vento troppo forte o gran caldo. Ma dal centro Geofisico Prealpino di Varese, nell’edizione mattutina della trasmissione radiofonica “Gazzettino padano“, garantirono che il tempo volgeva al bello. Era già più che una garanzia ma comunque, per scrupolo, verificammo anche sui vari siti meteo di internet, trovando conferma. Per il decollo avevamo scelto un ampio prato poco distante dal capannone. Era il luogo ideale: non c’erano ostacoli che potessero intralciare le manovre di volo. Posizionata la cesta iniziammo a stendere l’enorme pallone bianco e rosso e in meno di  mezz’ora era pronto per essere gonfiato con l’aria fredda di un ventilatore. Un lavoro che durò circa venti minuti, al termine del quale la mongolfiera era pronta per il decollo. Eravamo emozionati e non vi dico che sensazione provai quando ci staccammo da terra e iniziò l’ascensione. Il rumore del bruciatore e quella fiammata che ci scaldava le guance ci avevano distratti e quasi non ci rendemmo conto di essere già in volo. In meno di un quarto d’ora l’altimetro segnava 3600 piedi. “Quindi, amico mio, stiamo viaggiando a poco più di mille metri d’altezza“,disse Roland. L’apparecchio rilevava anche  la variazione della pressione atmosferica rispetto all’altezza sul livello del mare  e questa tendeva a diminuire aumentando la quota. Da terra, André Lacroix, uno degli amici di Roland, aveva il compito di comunicare con noi attraverso la radio aeronautica in VHF. Quest’ultima, dalle frequenze sempre aperte, ci  consentiva  di mantenere il contatto con l’assistenza. Una rapida occhiata alla sonda termica che misurava la temperatura interna dell’involucro ci confermò che tutto procedeva per il meglio.

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Il volume della nostra mongolfiera , come ho già ricordato, corrispondeva a quelle di medie dimensioni, capaci di portare tre o quattro persone. L’autonomia di volo poteva variare da un’ora e mezza a un paio d’ore,secondo la quantità di propano a disposizione per il bruciatore, dalle condizioni climatiche e dal peso trasportato. Nel nostro caso il carico di combustile, il bel tempo e il fatto che eravamo solo due e per di più longilinei, ci garantiva un ampio margine verso le due ore. Roland si confermò un provetto “pilota dell’aria“,controllando l’andamento dell’aerostato e manovrando il bruciatore. Quando apriva la valvola, aumentando la quantità di aria calda,il pallone tendeva a salire;viceversa, quando la diminuiva, tendeva a perdere quota lentamente e in modo graduale. La magia di volare in mongolfiera era indescrivibile. Il panorama non era per nulla paragonabile a quello che si può vedere dall’alto di una montagna. Era più completo, vario, mobile. Il lago pareva una creatura viva. La nostra ombra, in basso, sfiorava l’acqua e le terre che la circondavano. Da quassù le cose mutavano forma: i profili dei monti, il reticolo delle strade, le strutture di case e piazze, i corsi d’acqua,i battelli,la ferrovia. Roland, filosofando,disse: “E’ davvero un altro punto di vista,  molto probabilmente una visione diversa del  mondo“. Ero anch’io molto eccitato.“Guarda là, Roland. Guarda la statua del San Carlone!Impressionante!Domina la città di Arona e parte del Golfo Borromeo dall’alto dei suoi 35 metri”.Si vedevano il centro abitato,il lungolago e i resti della Rocca Borromea , la “Gibilterra del Lago Maggiore” che fu espugnata e distrutta da Napoleone nel 1800. Più a sud le macchie colorate dei campeggi di Dormelletto e il ponte di ferro sul Ticino che segna il confine tra Piemonte e Lombardia dove, da una sponda all’altra del fiume,Castelletto Ticino e Sesto Calende si guardano negli occhi.

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A nord di Arona, tra il lago e le verdi colline del Vergante, s’intravedevano le ville e i borghi di Dagnente, Meina, Ghevio, Lesa, Belgirate e – più in su -Colazza,Pisano,Nebbiuno,Massino Visconti, Brovello Carpugnino. ” Quel campanile è di Gignese e, più giù, c’è Vezzo. Vedi la strada che scende verso Baveno? Levo, Someraro, Campino e Loita sembrano messe in fila“. Stresa, la  “perla” del lago, nobile e un po’ fanè, si specchiava nel golfo borromeo proprio davanti all’Isola Bella e più in su, oltre Baveno, tra Feriolo e Fondotoce, la Toce sfociava nel lago.Ville e campanili, case e fabbriche da Pallanza a Intra sembravano cubetti delle costruzioni mentre la lingua d’asfalto della statale del lago Maggiore attraversava Ghiffa, Oggebbio, Cannero e Cannobio fino a incontrare la sbarra del confine con la Svizzera, tra Piaggio Valmara e Brissago. Sotto di noi, come su di una mappa in rilievo, vedevamo i laghi d’Orta e di Mergozzo e il lungo fondovalle ossolano dal quale partivano come lische di un pesce le strade che salivano verso le testate delle valli laterali, chiuse dalla corona delle alpi Pennine e Lepontine. Ma erano i colori del lago, le increspature dell’acqua mossa dalla brezza di superficie, a provocare una vera e propria vertigine. Galleggiavamo nell’aria e sotto di noi non c’era angolo che non contribuisse a comporre la grande suggestione del paesaggio. Le alture, il profilo dei poggi, i corsi d’acqua scintillanti che corrono tra le vallette verso il lago, la ricca vegetazione dei boschi, i giardini e i parchi, le serre delle aziende che coltivano camelie e azalee. Anche il tempo volava ed era giunto in momento di tornare con i piedi per terra. Ci dirigemmo sulla zona da cui eravamo partiti, scendendo poco alla volta per sondare il vento al suolo. In breve atterrammo nello spazioso prato ai margini della vecchia fabbrica di ceramiche. Scesi dalla mongolfiera ci abbracciammo forte. ” E’ stato un volo bellissimo. Mi era capitato altre volte di salire in mongolfiera ma qui, sul Maggiore, ho provato emozioni da brivido. Adesso io e André sgonfieremo il pallone, smontandolo. Dobbiamo rimetterlo nelle casse poiché, dopodomani, ci toccherà rispedirlo a Ginevra. Come ogni anno, il professor Guy De Marne organizza una gara di mongolfiere e ha bisogno di tutti i suoi aerostati per l’occasione“. Dopo le parole concitate di Roland, ci salutammo con un lungo abbraccio. Era stata davvero una giornata indimenticabile. Sul pontile dell’imbarcadero, nell’attesa di salire a bordo del San Cristoforo, il traghetto che collega Laveno con Intra, pensai che quell’esperienza doveva rimanere unica.  Non era il caso di ripetere quel volo  perché le grandi emozioni sono tali se non ci si fa l’abitudine. A Intra salii sulla motonave “Stambecco” e mezz’ora dopo scendevo al porto di Baveno. Andai a casa, sfinito dalla stanchezza ma contento. Dopo cena mi sdraiai sul letto, guardando fuori dalla finestra della stanza che dà sul lago. La luna, una mezza falce circondata dalle nubi, stava per essere ingoiata dalle stesse. S’annunciava una di quelle notti scure che si mangiano le stelle. Ero pronto a rivivere , in sogno , le gioie intense di questa memorabile giornata. Con un clik! spensi la luce dell’abat-jour. Buonanotte!

Marco Travaglini

Profumo di mare con l’insalata di polpo mediterranea

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Il profumo del mare nel piatto. Un piatto fresco e leggero dal gusto unico e saporito. L’insalata di polpo puo’ essere servita come antipasto o come secondo piatto accompagnato da pane abbrustolito leggermente strofinato con uno spicchio di aglio. Una ricetta semplicemente deliziosa.

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Ingredienti

1 Polpo di medie dimensioni

100 gr. di olive verdi o nere

100 gr. di sedano

½ cipolla rossa di Tropea

10 pomodori Pachino

20 capperi dissalati

Olio evo, succo limone, sale, pepe q.b.

2 foglie di basilico e prezzemolo, 1 foglia alloro

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Cuocere il polpo in pentola a pressione in acqua poco salata con l’aggiunta di una foglia di alloro per circa 15/20 minuti dall’inizio del fischio. Lasciar intiepidire. Lavare e pulire le verdure, affettarle e metterle in una ciotola con le olive, i capperi, il prezzemolo tritato e i pomodorini tagliati a meta’. Tagliare il polipo a tocchetti, condire con olio evo, poco sale, pepe macinato al momento e succo di limone, unire alle verdure, mescolare e lasciar insaporire. Servire accompagnato da fette di pane casereccio abbrustolito e strofinato con poco aglio.

Paperita Patty

La gita valdostana sul vecchio Fiat 314

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L’attesa, come ogni anno, si era fatta spasmodica con il passare dei giorni. L’appuntamento della gita parrocchiale – con il passare degli anni – era diventato la più importante occasione di cui potevano disporre gli abitanti del paese per respirare un po’ d’aria diversa, visitare qualche località, stare in compagnia.

 

Don Giusto, parroco di Sant’Anna, coadiuvato da Carlin e Isadora – il sacrestano e la fidatissima perpetua – dopo tanti viaggi nelle Langhe, tra le colline dell’astigiano e nelle campagne dell’Oltrepo pavese, aveva avanzato una proposta del tutto nuova. Ne discussero parecchio e alla fine decisero democraticamente, due contro uno: sarebbero andati in Valle d’Aosta, fino a Courmayeur.  Da subito si era registrata un’intesa tra il prelato e la sua assistente  mentre Carlin si espresse per  un itinerario “più tradizionale”. “Chi lascia la strada vecchia per la nuova sa quel che lascia non sa quel che trova”, ripeté più volte, inascoltato. In realtà, le strade vecchie, negli anni precedenti, portavano dritte in mezzo alle vigne dei barbera, dei dolcetti e delle bonarde. E cosa c’era di meglio, a giudizio del Carlin, di un buon mezzo litro di quello buono? A spalleggiarlo, di solito, c’era il maestro Rubicondi, il quale – citando Molière – sosteneva come fosse grande “la fortuna di colui che possiede una buona bottiglia, un buon libro, un buon amico”. E loro due, libri a parte, erano grandi amici e, soprattutto, forti bevitori. Ma, per un caso fortuito, il maestro era costretto a letto per colpa di una brutta storta che si era procurato uscendo un po’ brillo dall’Osteria del Gatto Nero. Non aveva visto il gradino, inciampando e finendo lungo e tirato sul selciato. Senza l’aiuto e il sostegno dell’amico letterato, Carlin dovette soccombere all’altrui volere. Così la gita prese una via diversa da quelle a sfondo enologico anche se il sacrestano pensò che, in un modo o nell’altro, una puntata alle cantine della Vallée ci sarebbe scappata. Già prima dell’alba un piccolo gruppo si era dato appuntamento nella piazza, davanti  alla statua di Massimo d’Azeglio.

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L’attesa del torpedone li aveva resi insonni e tanto valeva, a quel punto, prepararsi  così da poter salire per primi sul mezzo e accaparrarsi i posti migliori, quelli davanti. Scarsamente abituati ai viaggi lunghi e immaginando una strada tutta curve, a scanso di equivoci e di fastidiosi mal d’auto, era consigliabile mettersi dietro al guidatore, con la strada bene in vista dal parabrezza dell’autobus. Carlin era tra questi. Sia lui che la moglie, Margherita, si erano tirati a lucido, con l’abito delle grandi occasioni. La consorte, oltre alla borsetta, aveva una grande sporta dove teneva il vettovagliamento necessario per quel viaggio. Tra i generi di conforto, nemmeno dovessero andare chissà dove, c’erano frittate, tomini elettrici, coregoni in carpione, capponatine di verdure, un paio di salami e di piccole tome, pane bianco e di segale. Ovviamente, ça va sans dire, un fiaschetto di quel vino che faceva resuscitare anche i morti.  Il torpedone arrivò puntualmente in ritardo di una buona mezz’ora e, brontolando sottovoce, la comitiva occupò tutti i posti disponibili, lasciando quello a fianco dell’autista a Don Giusto che sull’abito talare aveva indossato una vecchia giacca a vento nera. Partirono e dopo aver oltrepassato Ivrea, Montaldo Dora e Borgofranco, giunti nei pressi di Carema, si udirono i primi gemiti da parte di alcuni  passeggeri. Quel cartello che campeggiava all’ingresso del paese, “Fermati a Carema dove il tempo ha un sapore” era ben più che un invito per chi non vedeva l’ora di godersi la festa dell’uva, andar per cantine all’assaggio di quell’inebriante nebbiolo o sedersi al tavolo delle osterie. Il parroco, ben consapevole del significato di quei mugugni, non s’intenerì e invitando il conducente a proseguire, smorzò ogni speranza a coloro che pregustavano quel nettare rosso rubino. Nemmeno il tempo di una sosta lampo presso la piccola rivendita al minuto della signora Lina, tento il sacrestano con voce implorante? Don Giusto, ostinato e inflessibile, non rispose nemmeno, lanciando uno sguardo che non incenerì Carlin solo perché aveva bisogno del suo aiuto per tenere in ordine la sacrestia e la chiesa. Il vecchio Fiat 314  varcò il confine tra Piemonte e Valle d’Aosta ansimando. In breve si lasciò le spalle, dimostrando d’essere ancora in grado di svolgere la sua funzione dopo alcuni decenni di onorato servizio di linea, i primi paesi della Vallée. Il Forte di Bard, imponente fortezza costruita nel XIX secolo dai Savoia, dominava la valle dal suo strategico sperone roccioso, sbarrandone l’accesso. A bocca aperta, torcendosi il collo per guardar meglio le mura dai finestrini, gran parte dei partecipanti alla gita restarono incantati. I commenti  si sprecarono, al punto che passarono da Arnad velocemente, trovandosi alle porte di Verrès. L’unico ad accorgersi che avevano attraversato il paese del famoso lardo,  più immusonito che mai, era il povero Carlin. Ma dopo lo sgarbo di Carema, dal quel suo “don” non si aspettava più nulla di buono, almeno nel viaggio d’andata. Poi, per il resto, si sarebbe visto. Il torpedone faticò molto sulle rampe del Montjovet. La salita della Mongiovetta mise a dura prova i pistoni del motore del pullman che riprese la sua marcia regolare solo nei pressi di Saint Vincent ( lì nessuno ebbe da ridire: il casinò e il gioco d’azzardo non erano nelle corde e nelle possibilità dei gitanti). Il tratto da Chambave a Nus – con il castello medievale di Fénis, uno dei più famosi e meglio conservati d’Italia – venne “digerito” facilmente , una dozzina di chilometri più avanti, entrarono in Aosta. La visita all’antica Augusta Praetoria, la “Roma delle Alpi”, fu rapida. Don Giusto, basco in testa e passo garibaldino, guidò la comitiva della parrocchia di Sant’Anna dall’Arco di Augusto alla Porta Pretoria, attraversando la lastricata via Sant’Anselmo senza per star occhio a vetrine e botteghe. Un salto al Foro e al teatro romano, poi un giro in piazza Chanoux e l’immancabile preghiera nella Cattedrale di Santa Maria Assunta e San Giovanni Battista, con la sua facciata massiccia e i due campanili romanici. Il ritorno all’autobus fu ancor più rapido, con il gruppo sollecitato dal parroco che esortava “Dai, dai. Presto che è tardi! Passi lunghi e ben distesi che ci aspettano a Courmayeur per il pranzo!”. Poco meno di quaranta chilometri sulla Statale 26 furono percorsi in un soffio, passando da Sarre, Saint Pierre, Morgex.

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Forse fu la fame ( nonostante gran parte delle provviste, preparate per la merenda del ritorno, fossero già state consumate) ma l’arrivo a Courmayeur venne salutato da un gran applauso. Il signor Del Grosso, l’autista, si guadagnò delle robuste pacche sulle spalle, mostrando però di non gradire tutto quell’entusiasmo. Allo Chalet de la bonne cuisine, il cuoco – monsieur Vittoz – aveva preparato una grande tavolata, riservando la sala più spaziosa alla comitiva canavesana. Don Giusto fece accomodare tutti e chiese un minuto di silenzio e raccoglimento in preghiera. A voce bassa, il prelato disse: “Guarda con bontà, o Signore, e benedici questo cibo e tutti coloro che l’hanno preparato; aiutaci a condividere il nostro pane con tutti i poveri del mondo”. Dopo aver fatto tutti il segno della croce, iniziarono il pranzo. E, come promesso nei giorni precedenti, il banchetto fu davvero memorabile. Dopo gli antipasti con i salumi tipici – dal lardo d’Arnad al prosciutto alla brace, dalle mocette ai boudins – si passò al primo: una scodella di pèilà, la minestra di farina di segale e di frumento, con pane, fontina e burro. “Una cosina leggera,eh!”, disse la signora Margherita che però non ne lasciò nemmeno un’ombra. La seconda portata fu molto apprezzata. E a chi non piaceva la carbonade? Antico piatto di montagna a base di carne bovina salata a lungo e  cotta lentamente con aglio e lardo affumicato. Preparata con il vino rosso, sparì in un battibaleno. Poi, per gli stomaci più resistenti, quelli che il prevosto amava definire “i mai sazi”, una larga fetta di polenta con fontina e toma ( quella locale, poiché l’altra e più famosa, quella di Gressoney, era finita). Come dolce, per tutti, le tegole valdostane, celebri gallette di pasta di mandorle. E il vino? In fondo – da Carema in poi – l’attesa per quel nettare d’uva andava in qualche modo compensata. E così venne servito  dell’Enfer rosso, prodotto nelle vigne di Arvier. Sul nome, Don Giusto ebbe da ridire ma si trovò d’accordo sulla sua ottima qualità con il suo sacrestano, sentenziando un po’ brillo “A chi non piace il vino, il Signore faccia mancare l’acqua”. Si pentì, chiese perdono per quell’improvvida frase e, con fare mesto, se ne versò un altro bicchiere. Al termine del pranzo – sorbiti caffè e una grappa o un génépy come ammazza-caffè – raccolsero le loro cose predisponendosi al ritorno. Una breve sosta venne dedicata per una visita e una preghiera al Santuario di Notre Dame di Rochefort, poco distante da Arvier. E poi, via. In discesa, verso Aosta e il canavese, con il vecchio Fiat 314 affidato alle cure di Ausilio Del Grosso che, da autista provetto e responsabile, si era limitato ad un solo bicchier di vino e agli antipasti. Giunsero al calar delle prime luci della sera nella piazza dove, insensibile al tempo e alle stagioni, li aspettava la statua del grande statista  Massimo Taparelli. Si salutarono, congedando l’autista che doveva condurre il mezzo alla rimessa di Ivrea. Don Giusto era contento e strinse la mano a tutti, ringraziandoli per la compagnia e per l’ottimo contegno che avevano dimostrato. “ Ah, cari miei. Se il buon D’Azeglio, ai tempi suoi e di Cavour avesse potuto contare su dei concittadini così in gamba, in quel suo dire – “Abbiamo fatto l’Italia. Ora si tratta di fare gli italiani” – avrebbe inserito una nota di speranza in più”, disse il prelato. In qualche sguardo s’intuì un cenno di commozione e a un paio di gentildonne scese una lacrima fugace. Solo Margherita lanciò uno sguardo torvo al suo Carlin che, quatto quatto, se ne stava andando verso l’Osteria del Gatto Nero a verificare se almeno lì c’era traccia di quel Carema che avrebbe voluto sorseggiare e che gli era rimasto in mente come un desiderio inappagato.

 

Marco Travaglini