Come non raccontare il femminicidio in Italia

In arrivo da Venezia “Serpenti” di Roberto De Paolis Maino

Un lentissimo movimento zoomato, la mdp che avanza a sorprendere Paolo Marra/Leonardo Lidi – bravo: corpulento, barbone tra il nero e il grigio, maglietta estiva con le sue belle palme bianche stampate sul davanti, ciabatte, quindi rimuginante, accigliato, imploso, sbattuto dentro quella verità che tenta di imporre – a imbracciare lo scopettone per far ordine e pulizia sul pavimento della cucina di casa. “Ho appena ucciso mia moglie… non so perché l’ho fatto” sussurra in macchina tristemente, poi sono i sensi di colpa e la volontà di costituirsi. “La situazione politica italiana è grave… ma non è seria” ci ha già avvertito Ennio Flaiano con una di quelle sue massime tra il sorriso e la lacrima e il graffio che nessuno ahinoi! ricorda più. Marra corre in commissariato mentre scorrono i titoli di testa di “Serpenti” e per lui sarà l’inizio di una giornata kafkiana, surreale, incredibilmente raccontata e vissuta, dove sconcerto e risata quanto più amara si mescolano.

Roberto De Paolis Maino – “mi ero chiesto tante volte come si potesse trattare il tema della violenza sulle donne (o della violenza in generale) cercando una via pungente e originale, evitando un approccio facile e retorico”: possibile? solo queste le due strade da seguire? – ha ripreso e collaborato alla sceneggiatura dei fratelli D’Innocenzo (il film presentato a Venezia nella sezione Spotlight), ha costruito per lo più in ambienti chiusi e in qualche modo soffocati e soffocanti un teatrino (quotidiano?) o un più serioso teatro dell’assurdo dove il protagonista attende quasi con disperazione il proprio Godot che dovrebbe avere le sembianze della autodenuncia – e della condanna futura – che è venuto a offrire in quella sorta di fumettistico commissariato romano. Laddove il rilassato che è di guardia gli passa moduli da riempire e dopo una buona attesa lo mette nelle mani del poliziotto che è Alessandro Borghi (il più apprezzabile e “stralunato” delle “macchiette” che circolano nel film): il quale avrà tutto il tempo – mentre “altrove” ci sta una donna vittima di un femminicidio che rimarrà sempre al di là del racconto e il reo confesso (“ma quale reo confesso! finché io non ho in mano tutte le prove qui di reo confesso non c’è nessuno”) scalpita – di farsi indicare con esattezza l’indirizzo di casa, la disposizione delle stanze nella medesima (“va bene, due bagni, in uno c’è la vasca nell’altro la doccia”) di mandarlo fuori alla vicina ferramenta per comprare quei gommini colorati da applicare alle troppe chiavi di casa per cui non perdere poi tempo a cercare questa o quella, a cincischiare (!) con la collega davanti alla macchina del caffè, a parlare con la moglie al cellulare per stabilire che cosa mangeranno per cena. Davanti a un dramma tanto abnorme, per cui ci arrabattiamo in sit-in, nel disporre scarpe rosse nelle piazze, nel fare fiaccolate, in ridicoli bracciali che funzionano male, in chiacchiere e lacrime che diventano giorno dopo giorno più inutili, un dramma che non fa che perseguitarci senza che nessuno – unitamente – afferri anche con prepotenza una soluzione, De Paolis gioca con un giochino che gli si sgonfia prestissimo tra le mani (“quando si è capito il gioco”, avrebbe detto Pirandello), con Borghi la narrazione e il poi si sono già pressoché completamente esauriti e la sceneggiatura, sotto altre facce, si ripete: perché arriva Pietro Castellitto, avvocaticchio d’ufficio e filosofo della domenica mentre al tavolino di un bar è pronto a far assolvere il proprio assistito e con lo stesso sguardo a tentare la fortuna con un gratta & vinci, e Valeria Golino inverosimile cartomante che magari prospetta a Marra di uscirsene e progettare un altro assassinio.

Forse, con e oltre De Paolis, con la sua “cancellazione” fisica e narrativa ed emotiva della donna ammazzata, quella donna che non facciamo altro che immaginare, lungo la parabola cinematografica, soltanto ricordata, siamo sempre più disorientati dallo starnazzare a volte della giustizia di casa nostra, è facile pensare alle impronte o le orme che si riscoprono dopo una ventina d’anni circa o i nuovi studi su un flauto che una povera ragazza ha posato per sempre quarant’anni fa, con altre ricerche e ripensamenti e rilassamenti che la cronaca di tutti i giorni ci mette sotto gli occhi. Ma il problema, quel problema resta, grave. Non più rimandabile. Per Marra, fuoriuscito da quelle spire che l’hanno soffocato sino a quel momento, è più facile finire dietro le sbarre per un biglietto non pagato sull’autobus e per aver alzato la voce davanti a quei tre (l’assurdo nell’assurdo, per noi normali frequentatori dei mezzi pubblici) addetti al controllo che immediatamente si sono svelati a rendergli conto della sua disobbedienza di utente onesto. Per dar lustro alla sua opera, De Paolis infastidisce con pretese bellurie le anse e le zone d’ombra del racconto e la noia che arriva a prenderti, bellurie che sono quei personaggi a lungo, normalmente o al ralenti, sorpresi a riflettersi nelle pozzanghere delle strade di Roma. Grazie no! da evitarsi assolutamente.

Elio Rabbione

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