Dalla storia al cinema: una torinese racconta l’eccidio di Otranto

Dietro la telecamera c’è Stefania Rocca, attrice torinese, che debutta con questo film nella regia cinematografica. La pellicola narra l’estate tragica del 1480 nel Salento, l’eccidio turco a Otranto, una vicenda poco conosciuta ma che rischiò di cambiare il corso della storia in Italia. Quando dal mare in tempesta spuntarono le nere vele dei turchi le mura di Otranto erano troppo deboli e crollarono sotto i colpi delle bombarde saracene nonostante l’accanita resistenza degli otrantini. Le scimitarre ottomane fecero strage uccidendo migliaia di persone. Ancora oggi, a distanza di oltre 500 anni, Otranto racconta quel che accadde nell’estate del 1480 e ogni anno, il 14 agosto, commemora l’eccidio e l’eroismo dei suoi martiri con cerimonie e solenni commemorazioni. Entro l’anno potremo vedere al cinema il sacco di Otranto ma prima è meglio leggere “L’ora di tutti” (1962), il libro di Maria Corti, uno dei romanzi storici più importanti del Novecento. Questa volta, come detto, la torinese Stefania Rocca indossa i panni della regista esordiente. La storia racconta l’assedio e la caduta di Otranto per mano dei turchi Ottomani. “Ho letto il libro anni fa, un’estate a Otranto, afferma Stefania Rocca, e in quel luogo la narrazione prendeva forma concreta. Alla storia si univano le leggende, la memoria degli otrantini che ancora oggi festeggiano i Santi martiri di Otranto che, in attesa di aiuti, furono costretti a combattere per difendere le proprie case e il proprio credo (intervista al Corriere della Sera, 16 novembre 2025).
Non è una storia così lontana. È una storia di invasione e oggi le invasioni sono all’ordine del giorno. Volevo raccontare chi non sceglie la guerra: gli otrantini si misero valorosamente in difesa della loro città”. Una storia tragica che pochi conoscono e che fa onore agli otrantini che preferirono morire piuttosto che rinnegare la loro fede. Molti furono trucidati e decapitati e le ossa di 800 otrantini sono conservate nella cattedrale di Otranto. I martiri furono canonizzati nel 2013 da Papa Francesco. Scrittrice, critica letteraria e filologa, Maria Corti, scomparsa nel 2002, invece di dare troppo spazio ai condottieri, si concentrò sulla gente comune di Otranto. E così troviamo, tra i vari personaggi descritti nel suo libro, un pescatore che assiste allo sbarco dei turchi nel porto, il governatore della città, un povero calzolaio, una giovane donna vedova, uomini che si rifiutano di rinnegare la propria religione e un sopravvissuto che descrive Otranto dopo il saccheggio degli invasori. Per le vie della cittadina salentina restano ancora oggi le tracce di quel drammatico evento di oltre cinque secoli fa. Le grandi palle di pietra che si vedono nelle viuzze bianche, su e giù per il centro storico, accanto a portoni ed edifici o ammucchiate nel cortile del castello sono proprio quelle che durante l’assedio volarono dalle navi turche e sfondarono le difese di Otranto. Alcune vie portano i nomi dei martiri mentre i resti umani di centinaia di otrantini, tra ossa e teschi, furono recuperati e sono ben visibili in cattedrale dall’inizio del Settecento in alcuni grandi armadi nella cappella al fondo della navata destra mentre sotto l’altare si trova il ceppo della decapitazione. Su un colle, poco sopra la città, una chiesetta votiva indica il luogo dove avvenne l’ultimo massacro con la decapitazione di 800 cittadini. È il 28 luglio 1480. Provenienti dal porto albanese di Valona quasi 20.000 turchi a bordo di 90 galee e 48 galeotte mettono piede sul litorale salentino scaricando dalle navi 1600 pezzi di artiglieria tra cui centinaia di bombarde, armi, munizioni e viveri.
All’interno delle mura di Otranto 20.000 cristiani, di cui solo 6000 armati, attendono l’assalto dell’armata ottomana guidata dall’ammiraglio dell’Impero Ottomano Gedik Ahmed Pascià, detto “lo sdentato”, il cui piano era molto ambizioso. Non si fermava alla conquista della Puglia ma prevedeva uno sbarco a Napoli, in Sicilia e in Sardegna per poi puntare a Roma. In sostanza si trattava di impadronirsi di gran parte della penisola. Le difese di Otranto sono deboli e vengono facilmente sfondate dai colpi della moderna artiglieria ottomana. La piccola guarnigione aragonese, a protezione della città, si ritira appena si rende conto della potenza dell’armata turca. Il 10 agosto i turchi sono già dentro le mura di Otranto e il muezzin sale in cima al campanile per chiamare i fedeli alla preghiera. Ahmed Pascià ordina di rastrellare tutti i superstiti maschi di età superiore ai 15 anni mentre le donne e i bambini sono ridotti in schiavitù. Il 13 agosto Otranto è un mucchio di cadaveri e rovine. Diecimila otrantini muoiono combattendo e alcune migliaia, in fuga, vengono uccisi per le vie della cittadina pugliese o fatti prigionieri e poi schiavi. La tragedia di Otranto è diventata leggenda per il valore con cui gli otrantini difesero la loro città e per il coraggio con cui respinsero la resa chiesta dal nemico. “L’ora di tutti, scrisse Maria Corti, è quell’ora che, prima o poi, capita a tutti nella vita, quell’ora in cui ognuno può dimostrare a se stesso e agli altri di valere qualcosa”. Ora aspettiamo il film.
Filippo Re
Stefania Rocca, attrice e regista
Nelle foto, quadro con la decapitazione degli otrantini da parte dei turchi
libro di Maria Corti, “L’ora di tutti”
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