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Smart working: diavolo o acqua santa?

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SOCIOGRAFIA  LETTERE DAL PRESENTE

Lo smart working, italianizzato in lavoro agile, ha avuto il suo esordio durante il lockdown.

Aziende che, nel giro di pochissimi giorni, hanno dovuto realizzare piattaforme in grado di consentire il collegamento alle loro VPN (reti private virtuali) alle centinaia, quando non migliaia, di propri dipendenti. Fu, com’è facile comprendere, una necessità; l’alternativa sarebbe stata chiudere l’azienda, con tutto ciò che avrebbe comportato.

Visto il (relativo) successo, tale istituto rimase anche dopo la cessata emergenza, consentendo alle persone di collegarsi anche dalla seconda casa, andare in ferie senza segnare ferie (a condizione di collegarsi), risparmiare carburante e tangenziale, stress, ore fuori casa ecc. ecc.

Ovviamente c’è sempre un rovescio della medaglia.

Dal punto di vista della persona, del dipendente il lato negativo dello SW è l’allontanamento dall’azienda, dai colleghi; non è solo un problema di affettività, di relazioni sociali piacevoli o affettive ma anche di aziendalismo. Non entrare in azienda tutti i giorni, non vedere i colleghi magari per mesi (se i giorni di presenza non coincidono), non recarsi in mensa, non vedere loghi e colori aziendali alla lunga tende a staccare affettivamente una persona dal suo datore di lavoro.

Per le aziende l’aspetto è duplice, antitetico: senza i dipendenti sotto gli occhi, si perde il controllo su di essi; la Legge 300/70 (Statuto dei lavoratori) vieta espressamente il controllo a distanza dei lavoratori. Il datore, cioè, può verificare se il lavoratore si sia collegato alla rete aziendale, ovviamente se abbia prodotto dei report, ma non può sapere se oltre al pc sia acceso anche il cervello del dipendente. Per contro, vantaggio per l’azienda, isolati così i dipendenti sono meno reattivi, meno forti contro l’azienda e, dunque, meno portati ad avanzare rivendicazioni, Una forma contrattualizzata di “divide et impera”.

Poiché nella nostra società occidentale è sempre il denaro (e chi lo possiede) a decidere, ecco che alcune aziende, già da alcuni anni, hanno fatto marcia indietro abrogando lo statuto dello SW dai loro contratti, indipendentemente da ciò che ne pensino i lavoratori.

Sicuramente, almeno per tutte le persone che conosco io, lo SW ha comportato più ore collegati rispetto ad una presenza fisica, “tanto sono qui”, “così controllo se arriva qualche mail” o motivazioni simili.

Quello che forse in Italia non molti possedono è l’onesta di erogare, in SW come in presenza, la stessa durata e qualità di servizio, cosicché il datore di lavoro non debba rimpiangere la presenza fisica. Di sicuro i colleghi sono tali, non sono amici, per cui fuori dalle mura aziendali siamo tanti soggetti singoli non in grado di far valere le proprie ragioni, i propri diritti.

Chissà perché siamo campioni del mondo nell’avanzare pretese, olimpionici di lancio della critica e sollevamento della polemica, ma non sappiamo confrontarci costruttivamente per avanzare proposte e, parimenti, richieste.

Se andassimo a scuola dai cugini d’oltralpe?

Sicuramente abbiamo tanto da imparare.

Sergio Motta

Con vero piacere ho accolto l’offerta del Direttore di avere una mia rubrica che ospiti i miei articoli. Dopo oltre 4 anni, l’appuntamento settimanale con iltorinese.ité diventato un motivo di orgoglio, oltre che un piacere.Ringrazio, perció, il Direttore e la redazione tutta promettendo che continueró ad impegnarmi, come ho fatto finora. 

Sergio Motta

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