Ottant’anni di suffragio universale: un punto di partenza, una soglia non un traguardo

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IRMA CIARAMELLA *

 


“Di parole gentili ne abbiamo sentite tante. Di fatti, ne abbiamo visti pochi.”

Ottant’anni di suffragio universale: un punto di partenza, una soglia non un traguardo

«Vi invitiamo a considerarci non come rappresentanti del solito sesso debole e gentile, oggetto di formali galanterie e di cavalleria di altri tempi, ma pregandovi di valutarci come espressione rappresentativa di quella metà del popolo italiano che ha pur qualcosa da dire e che ora con voi lotta per una democrazia che sia libertà politica, giustizia sociale, elevazione morale.» Erano le parole di Angela Maria Guidi Cingolani nel 1946. E poi, rivolta ai colleghi maschi della Consulta, la chiosa senza sconti: «Di parole gentili, ne abbiamo sentite tante. Di fatti, ne abbiamo visti pochi.»
Ottant’anni dopo, quelle parole non hanno perso un grammo del loro peso. Ma qualcosa, finalmente, è cambiato.

La soglia

Il 2 giugno 1946 era una giornata di sole. Le più giovani sorridevano in abiti leggeri e colorati; molte altre indossavano ancora il vestito del lutto. Ma tutte, intellettuali e contadine, operaie e studentesse, erano emozionate e trepidanti, consapevoli dell’importanza del loro primo voto.
Questa la descrizione delle tante donne, che, con la consapevolezza della sacralita’ che si tributa ad un gesto storico, si accingevano a mettersi in fila per esercitare il loro primo diritto di elettorato attivo (e passivo).
Quella stessa sacralità, mi si consenta il paragone, che lessi vedendo la foto (bellissima) della lunga fila donne afgane al voto, il 5 aprile 2014, per l’elezione del presidente, quelle stesse donne afgane che avevano conquistato il diritto al voto nel 1919, un anno prima degli Stati Uniti.
C’è un’annotazione preliminare che si fa spesso dimenticare: quel 2 giugno non fu tecnicamente il primissimo voto delle donne italiane. Già il 10 marzo 1946, nelle elezioni amministrative di centinaia di comuni, le donne avevano potuto deporre la loro prima scheda una prova generale, commovente e silenziosa, di una democrazia che stava imparando a camminare su tutti i suoi piedi.
Ma il 2 giugno fu il voto che fondò la Repubblica.
Non fu una gentile concessione, ma una conquista. Finiva la storia di un Paese che da ottantacinque anni (dall’unita’) ignorava la volontà di oltre la metà dei suoi cittadini. Il suffragio universale in Italia arrivava in ritardo rispetto all’Europa: in Finlandia le donne votavano dal 1906, nel Regno Unito ed in Germania dal 1918, in Francia dal 1944 (solo la Svizzera, peggio di noi, nel 1971).
Un ritardo non solo amministrativo: strutturale, culturale, ostinato.
Quel giorno votarono circa tredici milioni di donne e dodici milioni di uomini, per una partecipazione complessiva dell’89%. Ventuno donne furono elette all’Assemblea Costituente: ventuno su 556. Il 3,8%. Una minoranza assoluta che lasciò un’impronta permanente.

La scrittura della Carta

Le ventuno Costituenti provenivano da mondi lontani, erano comuniste, democristiane, socialiste. Ma proprio questa pluralità di idee e di retroterra culturali fu la loro forza.
La loro capacita’ operativa fu la scelta di campo: meno dichiarazioni identitarie di principio e più incisività nella scrittura delle norme. Come dire, ancora una volta, fatti (atti, norme) non parole. Cinque di loro entrarono nella Commissione dei 75 incaricata di redigere la Costituzione. A Lina Merlin si devono le parole «senza distinzioni di sesso» dell’articolo 3 ( ‘’Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge senza distinzioni di sesso … omissis’’ art. 3 Cost.). Nilde Iotti battagliò sull’articolo 29, opponendosi all’indissolubilità del matrimonio. Teresa Noce, operaia tessile e partigiana torinese, fu l’architetta dell’articolo 37 sulla parità retributiva (ancora lontana dall’essere attuata) e la tutela della maternità. Maria Agamben Federici, democristiana, difese il riconoscimento della famiglia come nucleo da proteggere su basi di uguaglianza, non di gerarchia. Come avrebbe detto la Iotti: «Dal momento che alla donna è stata riconosciuta nel campo politico la piena eguaglianza col diritto di voto attivo e passivo, ne consegue che la donna stessa dovrà essere emancipata dalle condizioni di arretratezza e di inferiorità in tutti i campi della vita.» Era un dichiarazione programmatica, oltre che una constatazione empirica.

Il lungo corso giuridico

Quella Costituzione, la nostra Costituzione, era avanzata, molto di piu’ di quanto lo fosse realmente l’Italia. Ed il Paese impiegò decenni ad adeguarvisi. Il percorso successivo al 1946 è una sequenza di conquiste giuridiche faticosamente strappate, ognuna delle quali rivela, a ritroso, quanto fosse profonda la resistenza.
Durante i lavori costituenti, ad esempio per citarne uno tra molti, il dibattito sulla parità di accesso alla magistratura era stato infuocato (l’accesso all’avvocatura era già avvenuto con la abolizione dell’autorizzazione maritale con la legge Sacchi nel 1919). «Con tutto il rispetto per la capacità intellettiva della donna» affermava l’onorevole Molè nella seduta del 20 settembre 1946 «ho l’impressione che essa (la donna n.d.r.) non sia indicata per la difficile arte del giudicare.» Ci vollero diciassette anni per smentirlo. Il 9 febbraio 1963 la legge n. 66 sancì che «la donna può accedere a tutte le cariche, professioni ed impieghi pubblici, compresa la Magistratura, nei vari ruoli, carriere e categorie, senza limitazione di mansioni e di svolgimento della carriera». Il primo concorso aperto alle donne fu bandito il 3 maggio 1963: le vincitrici furono otto.
Nel 1975, con la legge 151, la riforma del diritto di famiglia sancì la parità giuridica tra i coniugi, attribuendo a entrambi la patria genitoriale: fino a quel momento spettava al padre per disposizione esplicita del codice civile, ma i lemmi ‘patria potestà’ superati con la riforma rimasero come residuo di una concezione patriarcale della famiglia ancora a lungo nel lessico comune, e talvolta lo si sente ancora oggi. Poi vennero la legge n. 66 del 1996 sulla violenza sessuale, il Codice rosso del 2019 e la legge 181 del 2025 sul femminicidio e tante altre, il lungo cammino giuridico della uguaglianza, che qui è difficile sintetizzare.
Ogni tappa ha richiesto decenni, battaglie, resistenze. Nessuna conquista è stata una concessione (octroyée).

Il soffitto di cristallo: picconato, non abbattuto

Nella prima legislatura della Repubblica erano entrate 4 donne al Senato e 45 alla Camera: il 5%. Ci sono voluti quasi trent’anni per superare la soglia delle 50 presenze in parlamento, e altri trenta per arrivare a quota 150. Oggi, tra Camera e Senato siedono 203 donne, il 33,6% dei parlamentari, una percentuale superiore alla media dei parlamenti dell’Unione europea.
Ma i numeri più significativi sono quelli delle prime volte. Nel 2018 Maria Elisabetta Alberti Casellati è diventata la prima donna presidente del Senato, la seconda carica dello Stato, dopo settant’anni di monopolio maschile. Marta Cartabia è stata la prima presidente della Corte Costituzionale. Margherita Cassano la prima presidente della Corte di Cassazione. È l’onda di un avanzamento inarrestabile che vede, in questi anni, donne raggiungere i vertici di tutti i gangli del potere istituzionale.
E poi, nel 2022, dopo sessantaquattro governi guidati da uomini, la prima presidente del Consiglio donna nella storia d’Italia. Il governo guidato da Giorgia Meloni ha raggiunto ad oggi, 2 giugno 2026, i 1.319 giorni di attività, diventando il secondo esecutivo più longevo della storia repubblicana. Al di là di qualsiasi valutazione politica, si tratta di un dato storico che appartiene alla storia delle donne italiane, e la durata del governo è la cartina di tornasole della grande capacità di leadership riconosciuta a livello internazionale della Premier anche in un contesto geopolitico ed economico mondiale e di equilibri mondiali complicati, complessi e fragili.
Manca ancora, sola fra le grandi cariche dello Stato, una donna al Quirinale. La Presidenza della Repubblica rimane l’unico vertice istituzionale mai raggiunto.

La domanda aperta

Il suffragio universale fu una soglia. Varcarla fu necessario. Ma ottant’anni di questo percorso ci dicono che il diritto formale, la scheda, la matita che segna la croce su di essa e che determina una scelta, l’urna, il seggio, non bastano se non sono accompagnati da una trasformazione reale dei luoghi del potere, dell’economia. E prima ancora da una profonda opera di educazione, di formazione, in una parola di cultura che comincia dal linguaggio dall’eliminazione di tutti quei pregiudizi di cui la nostra cultura a partire dai libri di testo delle scuole primarie, sono ancora intessuti.
I progressi ci sono, e vanno detti, vanno illustrati e celebrati anche attraverso le donne che hanno contribuito a segnare queste conquiste. Ma le distanze restano, e vanno misurate. Nessuna delle grandi città metropolitane italiane, Milano, Roma, Napoli, Torino, Bologna, Palermo, è oggi governata da una donna. I gangli istituzionali si aprono; le piazze del potere locale resistono. E non solo, le differenze retributive uomo donna (circa 25%) a parità di mansioni, ci dicono che quella parità scritta nella Costituzione ed in tante leggi della Repubblica (e dell’Unione Europea, entra in vigore tra qualche giorno, il 7 giugno, la direttiva sulla trasparenza salariale) è ancora inattuata.
Angela Maria Guidi Cingolani lo aveva intuito prima ancora di entrare in Parlamento: di parole gentili ce ne sono sempre abbastanza. I fatti, invece, si contano. E si conquistano, ancora oggi e sempre, uno alla volta.

* Avvocata

 

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