Fuori dal quadro

BRANDELLI  Postille di troppo su artisti contemporanei

Di Riccardo Rapini

Il lavoro di IOSONOMAT si sagoma dentro una relazione che, vista da fuori — e ancor più raccontata — rischia sempre di essere fraintesa, ridotta, resa esemplare, mentre invece resta molto più concreta, ineludibile, più quotidiana di quanto si sia disposti a riconoscere.
E certamente più straordinaria.

Il binomio è composto da Fulvio Luparia, con un trascorso che va dal tessile alla moda, e da suo figlio Mattia Luparia, che sin dalla nascita si è visto stringere il mondo e il corpo nella tetraplegia.

Una morsa che, come mi conferma anche il padre utilizzando la metafora del calabrone che vola pur non potendo, non è mai riuscita a comprimere quella che è la natura insita nella realtà umana: una perenne zona d’interesse in cui forze ineffabili erompono nel desiderio d’esprimersi per generare qualcosa di irregolare, di particolare, di imbrattato e policromo e che si oppone senz’altro al tipico.

Mi incontro con Fulvio in un bar pasticceria vicino a casa sua nel quartiere Parella a Torino, è primavera.
Sono in ritardo come al solito e lui già ha finito la sua tazza grande di ginseng, nell’indecisione lo imito e ne ordino una anch’io.

In sottofondo un’implacabile musica reggae commerciale, che suppongo abbia l’intento di spandere leggerezza nel ripetersi ossessivo dei suoi giri armonici elementari, ma che su di me ha invece un subdolo effetto narcotico.
“Dov’eri finito?” mi accoglie sorridendo.

L’impressione che subito mi dà è quella di un uomo smaliziato, pratico e stratificato, svagato, a tratti nostalgico, che porta addosso quella precisione un po’ ostinata di chi ha lavorato a lungo su superfici e stoffe come su rapporti e città.

Mi fa pensare, strampalatamente, a un’armoire à glace un po’ vissuta, su cui la luce fa risaltare le piccole e grandi tracce, graffi e pedate, ma che riflette anche il mondo intorno attraverso lo specchio.

Fa una battuta scherzosa sulla mia giacca vintage presa a Porta Portese, credo gli piaccia.

È un fiume in piena Fulvio, mi confida con autoironia che sua moglie Gabriella lo chiama giocosamente Dottor Divago.
Mi parla degli anni ’80 quando collaborava con Franco Arese nella distribuzione di marchi sportivi nel Nord d’Italia, di quando era responsabile commerciale nel settore sportswear del Gruppo Finanziario Tessile, tra Torino e Modena, in un ambiente legato anche alle esperienze di Stone Island CP Company accanto a Carlo Rivetti.

Degli anni ’90 apre il negozio vintage Docks Dora a Milano in corso Garibaldi, segnando un passaggio più netto verso una pratica che cominciava a svincolarsi da una logica commerciale lineare.

Qui infatti inizia a smontare abiti da lavoro, canapa, lino, cotone spesso, per poi intervenire con il colore per restituirli a nuova funzione, anche in oggetti d’arredo.

Oggi queste pratiche si condensano ed espandono nel suo laboratorio, Laboratorio Luparia, in via Quittengo a Torino e che può vantare collaborazioni con marchi come Jil Sander, Miu Miu, Zegna, Faliero Sarti, Cristiano Fissore, Avant Toi e, negli ultimi anni, anche con il famigerato Kanye West che ha acquistato delle sue creazioni.

Ed è qui, nel laboratorio, che entra Mattia.

Il padre lavora il colore per vaporizzazione e intervento diretto: aerografo, rullo, pennelli, spugne.
Il pigmento arriva come pulviscolo, si deposita, poi viene ripreso, spinto, stratificato dentro il tessuto.

Su queste basi entra lui: il lavoro si costruisce per passaggi usando pennelli adattati alla sua carrozzina: movimenti minimi ripetuti, a volte circolari, altri paralleli o ortogonali, spiraliformi, divergenti o convergenti, obliqui (quasi euclidei), arcuati, pirotenici, segmentati, a ventaglio, a raggiera, radiali che distribuiscono forme e colore fino a riorganizzarsi per accumulo, pressione e ritorno in definitivi vortici asimmetrici, blocchi cromatici, dissolvenze e linee arruffate.
E con stile.

Tra i due c’è un ritmo complice in cui Fulvio prepara e apre le danze, Mattia attraversa e si diverte.

Le opere entrano presto in circuiti che tengono insieme arte e moda: vengono esposte a Paratissima a Torino, attirano l’attenzione di galleristi milanesi, arrivano a WHITE Milano, alla Torino Fashion Week, poi a Pitti Immagine a Firenze e a Première Classe a Parigi, spostandosi tra contesti diversi senza fissarsi in uno solo.

In dodici anni di lavoro di coppia prendono forma i MatBook, le MatBags in canvas, le collaborazioni con Geox, in una serie di oggetti in cui il lavoro cambia solo di contesto.

Lo stesso giorno in cui incontro Fulvio conosco anche Mattia.
Non usa la parola come mezzo preferito per esprimersi, e se ci resti qualche minuto accanto, non trovi nessun vuoto comunicativo. Anzi.

Incandescente di un sorriso che lo aggancia all’altro, usa altri sistemi per entrare in relazione —corporei e psicologici — che, per chi non ne ha dimestichezza come me, lasciano sul momento un po’goffi.

Per aggirare certi ostacoli fisici si affinano strumenti che altri, non avendone bisogno, tengono quiescenti; è questione solo di rivificarli.
Abituato come sono al sonnambulismo di perenni dialoghi quotidiani insufficienti, metodici, anestetizzanti, il contatto con un ragazzo diretto come Mattia mi ridesta, ma un poco anche intimorisce.

È però una sensazione che non dura, perché, come ho scritto, basta poco per non percepire alcun punto cieco nella comunicazione.
Ci si avvezza velocemente, anche perché Mattia ti aiuta e vien subito voglia di entrare in confidenza e iniziare a prendersi in giro.

Salgo a fine incontro a casa loro, con padre e figlio, in un’abitazione bohemien dove trovo un affettuoso e anzianotto Labrador, Rum, che dorme sul pavimento in legno (“la parte forte della casa”) che mi spupazzo riempiendomi consapevolmente di peli, un’enorme Dracaena Marginata che prende luce da una grande finestra e un bel terrazzino al sole rigonfio di piante e alberelli di ulivo.
Ai muri della casa varie opere del duo.
Chiedo a Mattia se c’è un quadro a casa che gli piace di più e lui mi dice sorridendo “tutti”.

Quello che mi resta, confermando l’impatto iniziale, è che è il rapporto tra padre e figlio a restare il nocciolo, e che la loro è una performance spontanea e giocosa che genera germogli e gemme per compulsione naturale.
Per motivi diversi ma intersecabili.

E l’immagine che mi porto via, scendendo le scale per andare a prendere il tram 13, è quella di Mattia quando aveva ancora una sola sedia a rotelle, con cui si muoveva e insieme creava in laboratorio.

Nei giorni di pioggia, o appena a contatto con l’acqua, le spazzole legate alla sedia riprendevano colore e finivano per dipingere ovunque: marciapiedi, pianerottoli, stanze, come opere fuori dal quadro.

 

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