Sugli schermi “La mattina lavoro”, premio a Venezia
PIANETA CINEMA a cura di Elio Rabbione
Uno due tre colpi di mazza e a poco a poco si squarcia il buco e crolla il tramezzo, al di là a impugnare e a faticare il quarantenne Paul Marquet. Non è soltanto uno squarcio di lavoro, è lo squarcio all’interno della sua vita. È l’immagine della gig economy che sta impoverendo troppi ragazzi. Sono le prime scene di “La mattina scrivo” di Valerie Donzelli, presentato a Venezia e vincitore del premio per la miglior sceneggiatura (scritta dalla regista, arrivata qui al suo settimo lungometraggio, a quattro mani con Gilles Marchand), ritratto amaro ricalcato sull’esistenza di Franck Courtès e del suo stato d’essere trasmesso alle pagine di “À pied d’oeuvre” (che è anche il titolo originale del film), ritratto che non parrebbe essere troppo staccato dalla filmografia di Ken Loach, senza tuttavia averne la rabbia estrema e gli aculei troppo acuminati. Come l’originale Courtès, anche “lo specchio” Paul vive del suo lavoro di fotografo che gli permette una vita più che agiata e ricca di denaro e soddisfazioni: ma che un bel giorno – al di là dei mugugni di una figura paterna che pretende la sistemazione del figlio con un lavoro sicuro – decide d’abbandonare per dedicarsi con tutte le sue forze alla scrittura. È ormai arrivato al suo terzo romanzo ma, pur con un incontrastato successo di critica, è il pubblico a voltargli un po’ le spalle, a non assecondarlo appieno, per cui la sua editrice (Virginie Ledoyen), che maneggia libri Gallimard facilmente qui riconoscibili, gli rimprovera la mediocrità e gli lascia intravedere un futuro non troppo roseo, anche con la rescissione del contratto, se non sfornerà un vero e proprio successo. In un lungo periodo di débâcle esistenziale, Paul c’insegna che “finire un testo non significa essere pubblicati, essere pubblicati non significa essere letti, essere letti non significa essere amati, essere amati non significa avere successo, e il successo non offre alcuna promessa di fortuna”. Una sorta di decalogo e un macigno quotidiano che continua a pesare.
Per un simile cambiamento radicale – mentalità e sostanze e ricerche continue -, significa lasciare l’appartamento in affitto e scendere in una camera sotto il livello della strada (dove a Donzelli è possibile reinventare oggi il Truffaut dell’”Uomo che amava le donne”), mettere insieme il pranzo con la cena, bollette e il trantran quotidiano, dover rinunciare a prendere un volo per il Canada dove si son trasferiti ex moglie (la stessa Donzelli) e figli e accontentarsi di videochiamate che mettono il magone nel cuore. Considerato l’avvicinarsi di una povertà fatta in casa e non certo paragonabile a quella sempre vista da lontano (“così come alle 17 di un pomeriggio d’inverno è già buio ma non è notte, così io non potevo dirmi davvero povero”), la quasi carta straccia dei diritti d’autore, significa vendere la moto prima e poi entrare in una app per rintracciare una sorta di lavoro, sottopagato, il minimo assoluto rispetto alle altre offerte dei numerosi concorrenti. Vedremo Paul improvvisarsi taxista, tagliare l’erba di un giardino al colmo dell’inesperienza, svuotare una cantina, smontare un soppalco, rovinarsi le mani a togliere piante e rinvasare su un gran bel terrazzo da cui si vede un meraviglioso panorama parigino. Esami di sopravvivenza, i risultati e il proseguo decretati anche dai giudizi soddisfatti o no della clientela.
Superbo, cocciuto, irrequieto, sognatore, non gli sarebbe sufficiente riprendere in mano la vecchia professione, ripensare a un part time? Cancellare per un attimo i sogni e l’instabilità della vita? In quella cocciutaggine lo script non poco pecca di stagnazione, di un inviluppo che non sa come districarsi e il film perde una parte della sua carica iniziale. Sufficiente tuttavia che il successo esploda in un nuovo titolo e in un affollato firmacopie, soprattutto in una dolcissima telefonata con il figlio oltreoceano, capace di un sincero “sono orgoglioso di te, papà” e della confessione d’aver già letto il libro. Anche di una visita che forse non tarderà ad arrivare. Finale zuccherino ma quasi inevitabile. “La mattina scrivo” non resterà negli annali del cinema ma è pur sempre il quadro atterrito e volto allo stesso tempo alla speranza di una certa gioventù di oggi, sincero, autentico, che tende a fissarsi in quelle immagini sgranate che sono vere e proprie soggettive ricostruite a rivivere facce e particolari di un popolo “appagato”, incontrato in precedenza durante i tanti lavori. Barlumi della fotografia antica, un legame con il passato e con la sicurezza di un tempo, immagini che troveranno spazio in una prossima pagina scritta. Ovvero nel film di cui dalla sala stiamo guardando il lieto fine. Interessante il protagonista Bastien Bouillon, alla sua quarta prova con la Donzelli, un viso anonimo e spaesato, preso in un turbinio che lo coinvolge appieno, lui lo cavalca e lo vince. Forse aveva ragione lui.
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