In scena dal 20 al 22 febbraio prossimo al teatro Astra la pièce teatrale dal titolo “Manson” di Fanny & Alexander, per l’ideazione, la regia, le luci e il progetto di Luigi Noah De Angelis, la drammaturgia e i costumi di Chiara Lagani. Nello spettacolo Andrea Argentieri indossa i panni dell’accusato e, a partire dalle testimonianze video e audio, e dalle numerose interviste che in vita Manson rilasciò, incarna una sorta di ritratto mimetico del suo personaggio facendoci ripercorrere, tramite l’iperbole variegata delle risposte, i meandri della mente labirintica, istrionica, scivolosa e manipolatoria di Charles Manson. È così che si imprimono nella voce e nel corpo dell’attore i ritmi, la gestualità spezzata e gli sguardi mutevoli del personaggio che gli è ora matrice, come se per un attimo ci trovassimo di fronte ad un fantasma, che ci visita nel momento in cui ci accingiamo a formulare un giudizio. La pièce teatrale pone il pubblico nello scomodo ruolo di una sorta di giuria postuma; in un buio compatto e sonoro, immersivo e da incubo, si dipingono all’improvviso frasi secche e ritmate, che conducono a una riesumazione narrativa e sensoriale degli eventi, come se per un attimo ci trovassimo nella famosa villa dell’omicidio, circondati dai passi ghiaiosi degli assassini, oppure prigionieri della loro auto in fuga tra urla e stridore di freni, o ancora circondati dai canti hippy nel famoso ranch, dove la famiglia praticava i suoi riti e, infine, nel tribunale vociante di arringhe dove Manson è stato processato. È soltanto al termine di questa fantomatica ricostruzione, che avviene per suoni e scrittura concreta, che ci si accorge di una presenza reale in sala, una specie di testimone silente che dà le spalle fin da principio alla platea. L’uomo si gira, si avvicina, invita ripetutamente il pubblico a rivolgergli delle domande. È proprio Manson , è qui di fronte a noi, il pubblico pesca da un elenco di trentadue domande che gli sono state consegnate all’ingresso a teatro e poi, singolarmente e volontariamente, rivolge il quesito scelto all’attore, che adesso risponde in inglese, sopratitolato. Poco a poco, quasi inavvertitamente l’incalzare delle domande produce una strana enigmatica trasformazione nella percezione di chi assiste. In ballo c’è davvero solo il giudizio, la condanna alle azioni di questo strano e ambiguo personaggio? Oppure ci siamo anche noi, la nostra stessa repulsione oppure l’indecifrabile attrazione verso questo caso macabro, per le parole depistanti e oblique che stiamo ascoltando? Avremo dunque la capacità, la possibilità di far luce nell’oscuro paesaggio dei significanti, di leggere nel libro nero e illeggibile del significato, delle molte rifrazioni manipolatorie del discorso? Potremo, alla fine, aprire attraverso il muro specchiante della nostra stessa voglia di sapere, del nostro bisogno di vedere, di ottenere un dettaglio e poi ancora un altro e sempre più? Che cosa è che cerchiamo esattamente? Cos’è alla fine che stiamo davvero guardando? Charles Manson nella sua dichiarazione processuale affermava “Non ho niente contro nessuno di voi. Non posso giudicare nessuno di voi. Ma penso che sia il momento buono perché voi tutti cominciate a guardarvi, e giudichiate le bugie nelle quali vivete. Voi non siete voi, siete solo dei riflessi di tutto ciò che credete di sapere, di tutto quello che vi è stato insegnato”. Teatro Astra Via Rosolino Pilo 6 fondazionetpe.it Mara Martellotta
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