C’è qualcosa di profondamente sfuggente in mareAmare. Un progetto che nasce dalla musica, si espande nella letteratura e trova infine nel teatro la propria forma più condivisa. Oggmi, mercoledì 17 giugno lo spettacolo approda all’Hiroshima Sound Garden, portando sul palco un viaggio tra perdita, ricerca e rinascita, ma anche una riflessione sul ruolo sociale dell’arte.
Ne abbiamo parlato con il suo ideatore, Nicolò Piccinni.
MareAmare nasce contemporaneamente come libro, album e spettacolo teatrale. Da dove è partita l’esigenza di raccontare questa storia attraverso linguaggi diversi e cosa riesce a esprimere ciascuno di essi che gli altri non potrebbero raccontare?
«La scintilla originaria è stata senza dubbio il suono: il suono della melodia insieme a quello della parola. In altre parole, prima di tutto sono nate le canzoni. Rispetto ad altri lavori che ho realizzato, ho sempre avuto la sensazione che mareAmare mi stesse indicando da solo il modo in cui desiderava essere creato. Io e la band ,Gli Internauti, abbiamo sviluppato i brani seguendo questa sorta di comunicazione magica che sembrava emergere dal progetto stesso. A un certo punto mi sono accorto che il mondo racchiuso nel concept album poteva allargarsi attraverso le voci di personaggi differenti. Da lì sono nati i racconti, poi raccolti da Morsi Editore e accompagnati dalle illustrazioni di Sara Zollo. Successivamente sono stati proprio quei personaggi a suggerire una messa in scena teatrale capace di fondere musica e narrazione. Ogni linguaggio creativo possiede un proprio respiro, una propria atmosfera e regole specifiche. Lo stesso vale per il disco, il libro e lo spettacolo. Ognuno può essere vissuto autonomamente, ma insieme costruiscono un orizzonte più ampio e una profondità che personalmente non mi aspettavo di raggiungere.»
Già nel titolo lei parla del “mare” come meta finale e ricerca di senso. Che significato assume questo elemento simbolico all’interno dello spettacolo? È un luogo da raggiungere, uno stato d’animo o qualcosa di diverso per ogni spettatore?
«Il mare è un simbolo profondamente ambivalente. Contiene contemporaneamente superficie e profondità, attrazione e timore. Per me rappresenta qualcosa di affascinante e spaventoso allo stesso tempo, un paradosso che genera un mistero impossibile da svelare fino in fondo. Ho provato ad avvicinarmi a questo mistero attraverso tutti gli strumenti che avevo a disposizione: la musica, la scrittura, il video, il teatro. Eppure non credo riuscirò mai a definirne davvero i contorni. Anch’io, mentre lavoravo a mareAmare, mi sono immerso dentro quest’opera trovandovi significati sempre diversi. È per questo che mi piacerebbe che ogni spettatore potesse specchiarsi nel mare dello spettacolo e scoprire qualcosa che io stesso non sono in grado di immaginare.»
La serata unisce arte e impegno sociale, sostenendo la campagna “Non lasciateci in mutande”. Quanto ritiene importante che oggi il teatro e la musica non si limitino a raccontare il mondo, ma diventino anche strumenti concreti di partecipazione e solidarietà?
«Ogni spettacolo dal vivo è già di per sé un atto collettivo. È un momento di condivisione e trasformazione nel quale si incontrano esperienze, emozioni, ricordi e sogni di persone molto diverse tra loro. Per questo mi sembra naturale che possa accogliere e sostenere una causa sociale. Naturalmente nulla di tutto ciò è scontato: servono realtà come Hiroshima Mon Amour, capaci di creare occasioni di incontro, artisti disposti a mettersi in gioco e progetti come Abito Torino che trasformano le intenzioni in azioni concrete. Nel mio piccolo, come artista indipendente, credo sia giusto contribuire quando se ne ha la possibilità. Se la musica e il teatro possono diventare anche strumenti di partecipazione e solidarietà, allora il loro valore va ben oltre il palcoscenico.»
Tra musica dal vivo, narrazione e immagini, mareAmaresi presenta così come un’opera aperta, capace di attraversare linguaggi diversi senza perdere la propria identità. Un viaggio che parte dal mare, ma che in fondo parla di tutti noi: delle nostre paure, delle nostre domande e di quella continua ricerca di un approdo capace di dare senso al cammino.
Valeria Rombolà
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