I pittori che dipinsero gli Italiani all’indomani dell’Unità

Al castello di Novara, sino al 6 aprile

 

Adesso che s’era fatta l’Italia bisognava fare gli Italiani. E ancora oggi sappiamo quanta fatica si porti appresso l’infinito di quel verbo. Prima c’erano state le “speranze e aspirazioni” di chi sognava un’Italia unita: c’erano stati alcuni prima, all’inizio di un lungo percorso, le giornate di Milano ma anche “la fatal”Novara che quelle aveva spazzato via, poi finalmente, il 17 marzo 1861, l’unione. Ma ancora molto rimaneva da fare – ma pure, “la storia poi è proseguita, certo tra mille difficoltà, tra eventi gloriosi e altri meno, ma una bellissima storia”. Anche l’arte e gli artisti vollero raccontare, come fedeli narratori, il cambiamento di questo popolo “nuovo” ripreso nei tanti aspetti piacevoli della sua quotidianità, ma anche il disincanto e la fatica del lavoro, la giustizia, l’istruzione, la condizione della donna, troppe volte avvilente: magari con lo sguardo dell’uomo rattristito e ferito, con una moglie e un figlio alle sue spalle, un misero bagaglio con sé, all’interno di un paesaggio roccioso, a osservare una terra che non vede il momento di raggiungere, protagonista dell’opera di Stefano Usai L’esule che dall’Alpe guarda l’Italia (1850). È il punto d’inizio della mostra L’Italia dei primi Italiani. Ritratto di una nazione appena nata, curata da Elisabetta Chiodini negli spazi del Castello di Novara, organizzata da Mets Percorsi d’Arte con il Comune di Novara e la Fondazione Castello di Novara, con l’apporto di importanti sponsor e visitabile sino al 6 aprile. ”Dovevamo offrire qualcosa che lasciasse il segno – dice Paolo Tacchini, presidente di Mets -, di cui si potesse conservare un ricordo indelebile e che fosse legato alla nostra terra e alle sue peculiarità. Qualcosa però che fosse coerente con la nostra specifica missione, divulgare l’arte di un periodo ben preciso.” Ovvero di quell’Ottocento che, ormai dal 2018, ha preso a invadere felicemente le sale del Castello, nei suoi aspetti più differenti e culturalmente validi, nei suoi percorsi più approfonditi, guardando al paesaggio e a Les Italiens à Paris, al Romanticismo per le strade di Milano e i canali veneziani, al Divisionismo e ai Macchiaioli, promettendo fin da ora il prossimo appuntamento Moda e costume nella società moderna, tre ritratti – Hayez Boldini Casorati – e oltre, a partire dal 31 ottobre prossimo.

Non un percorso legato al passaggio del tempo ma la visione dilatata di questo, settant’anni circa, sino agli anni Trenta del Novecento, e settanta opere in esposizione, provenienti da collezioni private e da importanti gallerie di Milano (Maspes ed Enrico, Quadreria dell’Ottocento e Mainetti), Torino (Aversa) e Pinerolo (Il Portico), dalla Fondazione Cariplo, da Novara (Galleria Giannoni) e dalla GAM torinese, attraverso sette sezioni: dal territorio variegato di pianure, valli e monti alle regioni bagnate dal mare con le loro attività, dai tanti volti delle città al tempo libero della borghesia, dall’arte declinata al femminile all’amore nella sua venalità alla vita nelle metropoli, dove lusso e miseria convivono, dove la medicina progredisce e i più o meno grandi soprusi crescono. Opere di grande importanza e nomi che abitano l’immaginario artistico collettivo (Lega e Signorini, Carcano e Fattori e Cosola, De Nittis e Morbelli e Maggi), opere preziose che ci portano anche a scoprire bellezze di autori forse immeritatamente tenuti lontani dai grandi appuntamenti (Eugenio Spreafico e Arnaldo Ferraguti, Stefano Bruzzi e Guglielmo Ciardi, Pio Joris (che in Circo Agonale del 1900 ritrae una piazza Navona nel suo dispiegarsi di popolani, venditori di frutta, religiosi in attesa, bambini ai primi passi, cani che giocano, il tutto raccontato in una affascinante ricchezza di abbigliamenti, affabulazioni, pettegolezzi di donne), Alberto Rossi e Carlo Cressini e Italo Nunes Vais (Ancora un bacio, 1885, una addio o un arrivederci sul predellino di un treno che sta per partire), Giovanni Sottocornola e il mirabile Francesco Netti, allievo di Domenico Morelli, con il suo In Corte d’Assise, un olio su tela del 1882, di importanti dimensioni (96 x 182 cm), proveniente dalla Pinacoteca Metropolitana Corrado Giaquinto di Bari. 

Dove racconta di una seduta del processo – lo potremmo definire il “primo mediatico” della storia, assai simile a quelli che circolano oggi – che doveva condannare i responsabili dell’omicidio del capitano Giovanni Fadda, eroe delle guerre risorgimentali in cui, il poveretto, aveva perduto la propria virilità, ovvero la moglie Raffaella Saraceni, particolarmente bella, e il suo amante, un giovane cavallerizzo che aveva tolto di mezzo quell’imbarazzante coniuge con 23 pugnalate. Processo nel ’79, ergastolo per lui e per lei, riconosciuta come mandante, condanna ai lavori forzati e a trent’anni di reclusione prima, ridotti poi per essere fatta uscire dopo soli dieci anni (con buona pace degli “scandali” attuali). A chi vorrà ancora visitare la mostra – e ve la consigliamo davvero in quest’ultimo scorcio – interesserà quella sorta di rituale che Nitti ci ha tramandato, quelle signore che tra abiti eleganti e cappellini alla moda, tra ventagli e tazzine distribuite di caffè e gioielli che il pittore ha posto in primo piano, talune comodamente sedute alla balaustra del piano superiore e altre costrette scomodamente a sporgersi per non perdere nulla della scena che al piano inferiore mostra l’imputata stretta in mezzo a una coppia di cappelluti carabinieri; come pure il testo di Carducci, dell’ottobre, quando il poeta, graffiante e acido cronista, nel suo A proposito del processo Fadda stigmatizzava signore e signorine che, con “gli occhi dilatati,/ le pupille in giù fitte,/ tra le labbra rosse/ contratte in fiero ghigno”, sgretolavano “i pasticcini/ tra il palco e la galera” mentre si cullavano nel sogno degli “abbracciamenti de’ cavallerizzi/ tra i colpi di pugnali.”

Ma non sono soltanto corti d’assise. C’è il continuo omaggio al paesaggio visto con gli occhi sperimentatori dei Macchiaioli, come delle Scuole, dall’uno all’altro capo della penisola, di Rivara e di Resina, tra l’Arno (Signorini) e Sur la route de Castellammare di De Nittis, c’è l’Italia rurale e la fatica del lavoro con Le risaiuole di Morbelli (1897) e La raccolta delle zucche di Michetti, il luminoso Alla sbianca di Spreafico del 1890 e Le lavandaie nell’Ema di Angiolo Tommasi, c’è il variare delle stagioni che permette o no questo o quel lavoro (Sole d’inverno di Tominetti e Prime giornate di bel tempo di Bruzzi), in un ampio scorcio di costa e di mare lavorano i Rappezzatori di reti a Castiglioncello di Fattori, forse il capolavoro lo si ritrova per l’eccellente realismo nei tre ragazzini che per raggranellare qualche soldo si dedicano alla Scelta delle moeche, che Leonardo Bazzarro ha dipinto nel 1900. C’è l’animazione dei mercati, non soltanto attraverso le povere cose di Joris ma altresì grazie a Vincenzo Migliaro che con Porta Capuana (1907) ti fa sentire tutta la sonorissima pubblicità che certi venditori, al centro di una indescrivibile folla che preme a ridosso della porta napoletana, fanno dei loro prodotti ittici, tutto e tutti illuminati da un sole che sta invadendo lo spiazzo; come c’è quello milanese di Filippo Carcano, del 1882, Il verziere alla vigilia della commemorazione delle Cinque Giornate, già le bandiere tricolori esposte ai balconi mentre di sotto è tutto un raggrupparsi di banchi e ombrelloni.

Il tempo libero occupa la quarta sezione, dove primeggia di Angelo Morbelli In battello sul lago Maggiore, del 1915, ancora un momento di calma prima che scoppi la bufera della guerra, uno scorcio fotograficamente interpretato a racchiudere in primissimo piano una signora che al riparo dal sole sta attraversando la distesa d’acqua, rappresentante di una nuova borghesia di rapida trasformazione alla ricerca dell’affermarsi di nuovi svaghi, come il viaggio e la vacanza che a poco a poco andavano a sostituire la villeggiatura trascorsa nelle proprietà di mare o di campagna. È la nascita della Belle Epoque, delle stazioni termali con gli hotel di lusso che si possono più facilmente raggiungere grazie ai moderni mezzi di trasporto. È l’epoca in cui la donna – alcune donne, quelle che appartengono alle classi più abbienti – cercano di ritagliare per se stesse un posto discreto ma ben definito all’interno della società e dei fermenti che l’accompagnano: s’affidano al loro gusto e con Carpanetto diventano Critici gentili forse a dare il loro assenso nello studio del pittore a un’opera che esse stesse hanno commissionato o con Lega, che ci tramanda il viso della modella e allieva Isolina Cecchini, tentano La pittura o scoprono il turismo con grande interesse per la scoperta dei tanti itinerari (Alberto Rossi, Il Baedeker, Venezia, non si sa se più ossequioso o critico). Mentre altre ci restituiscono infelicità e sfruttamento, debolezze e classi meno abbienti, prostituzione (una ricerca per Morbelli, tra il 1884 e l’87, un linguaggio fatto di severità e crudezza verso una denuncia che guarda a una dilagante realtà, forse disteso “in un racconto altrettanto drammatico, ma nel quale la raffinatezza tecnica divisionista e quindi la luce, caricano l’immagine di una valenza psicologicamente ed emotivamente più sottile e inquieta”) e lavoro minorile (di Longoni La piscinina, 1890, all’uscita da una sartoria per presentare alla signora l’abito ordinato), piaghe che erano un contraltare non indifferente a quell’aria di festa e di speranza che inevitabilmente circolava all’indomani dell’Unità. 

Ancora la figura femminile chiude la bellezza della mostra. Donne che, con Demetrio Cosola, accolgono la vaccinazione dei figli e la loro istruzione o si mescolano nei ricoveri per una scodella di minestra, magari ripensando a quegli anni antichi che non torneranno più (Pusterla e ancora Morbelli). Emozionante il sonno che ha catturato la giovanissima Venditrice di frutta che Spreafico dipinse nel 1888: anche in quella momentanea “sconfitta” sta il ritratto di buona parte di un popolo. 

Elio Rabbione

Nelle immagini, Francesco Netti, “In Corte d’Assise”, 1882, olio su tela, Bari, Pinacoteca; Pio Joris, “Circo Agonale (Piazza Navona)”, olio su tela, collezione privata; Angelo Morbelli – “In battello sul lago Maggiore”, 1915, olio su tela, collezione Fondazione Cariplo; Silvestro Lega – “La pittura (Isolina Cecchini)”, 1869, olio su tavola, collezione privata.

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