Torino e il tartufo: un profumo che arriva dalle colline e conquista la città

A Torino il tartufo non è solo un ingrediente: è un rito, una stagione dell’anima, un profumo che attraversa le cucine e si insinua nei mercati, nei ristoranti, nelle conversazioni tra appassionati. Anche se il suo cuore batte poco più a sud, tra le colline delle Langhe e del Roero, il tartufo trova da sempre nel capoluogo piemontese una delle sue vetrine più attente e competenti.
Gran parte del tartufo che arriva sulle tavole torinesi proviene infatti dalle zone attorno a Alba, territorio considerato tra i più vocati al mondo per la raccolta del tartufo bianco. Un prodotto che, una volta scavato nei boschi, trova nella ristorazione torinese un pubblico preparato e disposto a riconoscerne il valore.
Bianco o nero: due mondi diversi
Il più celebrato resta il tartufo bianco, raro, intensamente profumato, delicato e impossibile da coltivare. È quello che può raggiungere cifre importanti: il prezzo al chilo varia molto a seconda dell’annata, della pezzatura e della qualità, ma non è insolito che superi abbondantemente i mille euro nei periodi di maggiore richiesta.
Accanto al bianco, il tartufo nero occupa un posto stabile nelle cucine torinesi. Meno costoso, più resistente al calore e dal gusto deciso, viene spesso utilizzato anche in preparazioni elaborate. Non ha l’aura mitica del bianco, ma offre continuità e versatilità.
Il tartufo “da gara” e le aste del prestigio
Da anni, nelle zone di origine, si svolgono eventi e aste dedicate ai tartufi più pregiati, esemplari eccezionali per dimensione, forma e profumo. Alcuni di questi raggiungono valutazioni molto elevate e finiscono nelle mani di collezionisti, ristoratori o imprenditori disposti a cifre importanti pur di aggiudicarsi un pezzo unico. Sono momenti che contribuiscono ad alimentare il mito del tartufo e che rafforzano il legame tra territorio, economia e alta cucina.
Come riconoscere un tartufo di qualità
Il valore di un tartufo non si giudica solo dal peso. A fare la differenza è soprattutto il profumo, che deve essere intenso ma equilibrato, persistente senza risultare aggressivo. Anche la forma conta: un tartufo compatto, regolare e senza fenditure è generalmente più apprezzato.
Al taglio, la polpa deve presentare venature ben definite. Un tartufo troppo secco o, al contrario, eccessivamente umido perde valore. Per questo, nei ristoranti più attenti, la scelta avviene sempre davanti al cliente, che può vederlo, annusarlo e approvarlo prima della preparazione.
Pochi ingredienti, massimo rispetto
A Torino il tartufo viene trattato con una sorta di rispetto quasi religioso. I piatti più classici restano i più amati: tajarin al burro, uovo al tegamino, carne cruda battuta al coltello. Preparazioni semplici, pensate per non coprire il profumo del tartufo, che viene affettato all’ultimo momento, direttamente nel piatto.
Il burro, rigorosamente di qualità, va usato con parsimonia. Il tartufo non ama la competizione: meno ingredienti ci sono, più riesce a raccontarsi.
Torino, i ristoranti e la cultura del tartufo
Molti ristoranti torinesi, soprattutto quelli legati alla tradizione piemontese, dedicano ogni anno menu specifici al tartufo, spesso con piatti fuori carta che variano a seconda della disponibilità del prodotto. C’è chi punta sulla classicità assoluta e chi sperimenta, proponendo abbinamenti più audaci.
Negli ultimi anni sono comparsi anche piatti insoliti: gelati al tartufo, formaggi aromatizzati, persino cioccolato. Esperimenti che dividono gli appassionati, ma che testimoniano quanto il tartufo sia diventato un elemento centrale dell’identità gastronomica locale.
I cani da tartufo: compagni indispensabili
Dietro ogni tartufo c’è quasi sempre un cane. L’addestramento dei cani da tartufo è lungo e impegnativo: può durare anni e richiede costanza, esperienza e un legame profondo tra animale e cercatore. I cani più bravi possono avere un valore elevato, proprio perché determinanti nella qualità e nella quantità della raccolta.
Non esiste una razza unica: ciò che conta è l’olfatto, ma anche il carattere. Un buon cane deve essere concentrato, obbediente e capace di lavorare senza rovinare il tartufo durante lo scavo.
Una passione che va oltre la tavola
A Torino il tartufo non è soltanto una moda stagionale. È parte di una cultura gastronomica radicata, fatta di conoscenza, rispetto della materia prima e piacere della convivialità. Che sia grattugiato su un piatto di pasta o semplicemente annusato prima di essere affettato, il tartufo continua a esercitare un fascino particolare.
Un profumo che arriva dai boschi, attraversa le colline e trova nella città una delle sue espressioni più raffinate. Anche senza clamore, anche senza eccessi. Basta un piatto caldo e qualche scaglia sottile per capire perché, da queste parti, il tartufo non smette mai di far parlare di sé.
NOEMI GARIANO
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