In Iran si vivono giornate di rivolta, di speranza e purtroppo anche di sangue. Tanto sangue.
In queste ore le milizie filogovernative hanno intensificato il soffocamento delle proteste. Secondo gli ultimi dati diffusi da organizzazioni per i diritti umani come HRANA (che verifica oltre 2.400 morti tra i manifestanti, con totale stimato intorno a 2.500–2.600) e Iran Human Rights (che parla di almeno 3.400), si tratta di una carneficina. Altre fonti arrivano a stimare 12.000 o più vittime, con un bilancio che si aggrava di ora in ora nonostante il blackout informativo.
C’è da dire che già da mesi il regime non appare più così solido. Le donne e i giovani hanno mostrato un coraggio encomiabile per sfidare uno dei regimi più sanguinari del pianeta. Un regime che destabilizza il Medio Oriente e diverse aree del mondo attraverso i suoi collegamenti con organizzazioni terroristiche.
Le donne, già da mesi, hanno lanciato la sfida agli ayatollah togliendo il velo che sono obbligate a indossare e subendo per questo persecuzioni, arresti e torture. Già, perché se cade il velo, cade il regime della Repubblica islamica. Eppure nel lontano 1979, con la rivoluzione, in pochi avrebbero predetto un destino simile, ovvero l’instaurarsi di una teocrazia. Allora i proclami erano ben altri, si sognava e si predicava la libertà.
Negli ultimi giorni il giro di vite si è intensificato con lo spegnimento di internet in tutto il paese (dal 8 gennaio). Si può solo provare a immaginare cosa significhi per questi ragazzi: non poter più restare in contatto con amici, parenti e conoscenti mentre subiscono la più feroce violenza da parte delle forze governative. A detta di testimoni e giornalisti, milizie e forze sparano direttamente sulla folla.
E la politica? La comunità internazionale? La politica italiana si è mostrata compatta condannando l’oppressione in atto in una mozione approvata in Senato (con la sola astensione del Movimento 5 Stelle). Una presa di posizione di una certa compattezza ma comunque tardiva.
Per il resto, Trump, almeno a parole, ammonisce il regime di Teheran minacciando un intervento diretto. Il principe Reza Pahlavi in esilio potrebbe essere la figura cui gli Usa pensano per una possibile transizione. Ma è prematuro pensare al dopo. Ora serve un aiuto a tutti i livelli alla popolazione iraniana. Manifestazioni sono previste questo fine settimana, in particolare quella indetta dal Partito Radicale sabato 17 gennaio a Roma (sono ormai anni che nel silenzio generale cerca di dare visibilità alla questione iraniana) e che sta ricevendo molte adesioni dal mondo della politica e della società civile.
Cosa aspettarsi? Il popolo iraniano è stato illuso, specie dopo il recente intervento di Israele. C’è chi teme di essere nuovamente abbandonato: c’è da augurarsi che questa volta andrà diversamente. Gli iraniani che credono e sperano nella libertà non vanno lasciati soli.
Mario Barbaro
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