Le donne afghane e le loro conquiste perdute

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Germana Zuffanti ci parla della “Fuga da Kabul” dell’agosto del 2021 e dell’omonimo libro scritto con il Generale Giorgio Battisti.
 

Il ritiro “frettoloso” di quel che era rimasto della coalizione internazionale e la chiusura delle ambasciate occidentali in Afghanistan ha fatto riflettere tutti noi, ci ha lasciato amareggiati e con un senso di vuoto, in quei giorni d’estate a tutto pensavamo tranne che essere immersi in un’altra dimensione come quella di un paese di nuovo in mano ai temuti Talebani. Paese lontano eppure mediaticamente ed empaticamente così vicino.
Germana Zuffanti, funzionario presso il Rettorato dell’Università di Torino e giornalista pubblicista, da tempo impegnata nello studio dell’attualità geopolitica, ha scritto a quattro mani con il Generale Giorgio Battisti, primo comandante della Missione internazionale ISAF in Afghanistan, il libro “Fuga da Kabul”, edito da Paesi Edizioni. Il saggio racconta del ritorno dei Talebani in Afghanistan nell’estate del 2021, dell’ attualissima importanza del territorio asiatico all’interno degli equilibri internazionali e dell’oscuramento dei diritti umani anche per le giovani generazioni.
La missione Nato, impegnata a ristabilire la democrazia e la libertà -“la famosa attività di peace keeping”-  in un paese dilaniato dai conflitti, si è conclusa con un significativo senso di frustrazione e con un forte interrogativo: ” ne è valsa la pena,  considerati i morti, i sacrifici umani, il difficile e inefficace impegno diplomatico? Sono stati spesi trilioni di dollari, si è cercato di esportare la democrazia in un paese perennemente in guerra, ma alla fine sono tornati loro a governare l’Afghanistan, i Talebani; lo avevano già fatto dal 1998 e fino al 2006 imponendo rigide regole e gravissime limitazioni sui diritti umani, in particolar modo contro le donne in nome di quel credo religioso che li ha formati nelle madrase pakistane.
Dal libro:
“Forse però non tutto è stato vano, la missione ha ridato speranza ad una popolazione senza pace e ha indicato una via di sviluppo sociale ed economico che il nuovo Emirato non potrà cancellare facilmente.”

Dottoressa Zuffanti quale è l’attuale situazione in Afghanistan, soprattutto per le donne, dopo il ritiro delle truppe Nato e il ritorno del regime talebano? 
Qualche dato può dare una idea della situazione e spingerci a fare una riflessione. 

Le ragazze prima dell’agosto 2021 rappresentavano il 40% degli studenti, 300.000 frequentavano l’università e 100.000 erano donne, mentre nel 2001 solo poche migliaia si recavano a scuola.
Sono stati costruiti 4.500 edifici scolastici e formati più di 200.000 insegnanti dei quali oltre il 30% donne. L’80% della popolazione possedeva un cellulare, il 66% un televisore e il 18% usava internet, con maggiore sviluppo nella regione centrale di Kabul. Erano in vita 45 stazioni radio, 75 canali televisivi, agenzie di stampa e tante pubblicazioni, inclusi 7 quotidiani. Sono state edificati oltre 33.000 km di strade asfaltate e la più importante autostrada del Paese è stata completata al 90%.
La mortalità legata alla maternità è diminuita del 15% e quella infantile del 35%, oltre il 61% della popolazione aveva accesso all’acqua potabile.
Ma un grande risultato, soprattutto, era stato raggiunto: far conoscere agli Afghani, ai giovani in particolare (oltre il 50% della popolazione ha meno di trent’anni), le condizioni e i presupposti legittimi della propria libertà.Dopo il 15 agosto, al di là dell’immagine che i Talebani 2.0 hanno voluto regalare al mondo ed alla comunità internazionale, si è tornati violentemente indietro di vent’anni. Il loro governo ha sostituito il ministero degli Affari Femminili con il ministero per la propagazione della virtù e la prevenzione del vizio. Il nuovo organismo ha ricominciato a far rispettare molti rituali islamici con la forza attraverso la polizia morale come era anni addietro. Tra i ministri e viceministri non ci sono più donne ( prima della presa del potere dei guerriglieri, le politiche all’esecutivo erano il 6,5%, una percentuale bassa, ma migliore rispetto alla condizione attuale).
Una donna afghana oggi non può lavorare fuori casa (ad eccezione di qualche medico o infermiere) e fare qualsiasi altra attività se non accompagnata da un mahram (un parente stretto come il padre, il fratello o il marito). È proibito trattare con negozianti uomini, essere visitate da dottori di sesso maschile o studiare in scuole, università o altre istituzioni educative. Le limitazioni comprendono anche normali abitudini femminili come usare cosmetici, portare tacchi alti o vestiti colorati (è obbligatorio il burqa, pena violenze e frustate). Presenziare a trasmissioni radio e tv, praticare sport, andare in bicicletta o in moto, ridere ad alta voce non è neanche contemplato. Esistono bus per sole donne e non ci sono bagni pubblici femminili, per quelle che hanno relazioni fuori dal matrimonio è prevista la lapidazione pubblica, in sostanza un inferno.

Durante la missione della coalizione internazionale, durata 20 anni, la situazione femminile in fatto di diritti e di evoluzione socio-culturale era la stessa in ogni parte del paese?
No la situazione non era la stessa, non lo è mai stata. Se è vero che a Kabul negli ultimi anni si respirava aria di modernità e democrazia, nelle parti più lontane dalla capitale, quelle geograficamente più difficili perché aspre e montuose, vigeva e vige il cosidetto Pashtunwali, “la via del pashtun”, un codice di vita, un insieme di regole morali e di comportamento a cui gli afghani sono molto più devoti che alla legge dei tribunali. Il Pashtunwali promuove il rispetto di sé, l’indipendenza, la giustizia, l’ospitalità, l’onore, l’amore, il perdono, la tolleranza, ma anche la vendetta, soprattutto verso gli estranei. In questo modello di vita le donne hanno, nella famiglia e nel clan, un ruolo subordinato e vivono una condizione di assoluta segregazione e isolamento.

Come è nata l’idea di scrivere il libro “Fuga da Kabul”?
Lo scorso fine agosto il Generale Battisti ed io ci siamo ritrovati a partecipare ad un webinar sulla questione afghana. Nella mia attività di giornalista pubblicista mi sono occupata di Afghanistan, di Medioriente, di terrorismo internazionale, di questione femminile. Ci è stato chiesto di dar vita ad un libro sul ritiro delle truppe internazionali da Kabul che non fosse però un istant book, ma un breve saggio dedicato alla situazione afghana che approfondisse, altresì, la questione del declino dell’occidente e della sua decisa determinazione di imporre la democrazia attraverso quella che anche noi nel libro chiamiamo  ultima “ingerenza umanitaria”. Non avendo esperienza come giornalista di guerra, ho cercato di riportare, attraverso le testimonianze del Generale Battisti ,“boots on the ground”, e in maniera più obiettiva possibile l’immagine di un paese da sempre martoriato da guerre intestine e portate dal nemico, ma certamente popolato da gente fiera e guerriera che porta sulla pelle i segni della sua gloriosa storia.

Maria La Barbera

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