Il trucco del clown verso la mostruosità della vendetta

in CULTURA E SPETTACOLI

Nelle sale “Joker” di Todd Phillips, Leone d’oro a Venezia

 

Pianeta Cinema a cura di Elio Rabbione

 

 

Difficilmente si sarebbe scommesso di poter aggiungere alla filmografia di Todd Phillips – lui, che una quindicina d’anni fa rinverdisce gli irriverenti Starsky & Hutch e allinea poi titoli come Parto col folle e la trilogia di Una notte da leoni – questo Joker che s’è portato via dalla laguna il recente Leone d’oro (forse, qualcuno ha anche scritto, con qualche luccichio di troppo). Non già (o ancora) il Joker con impresso sulle labbra lo sghignazzo di Nicholson o di Ledger, ma il prima, la nascita di quella risata contorta, un tic di malato che si porta quasi cucito addosso un biglietto che la mamma gli ha posto a difesa, scusatemi ma è la mia malattia a spingermi dentro questa maschera delirante, una difesa che vorrebbe proteggerlo da chi lo attacca e lo colpisce senza freno.

Arthur Fleck – allontanato da ogni altro essere umano, bullizzato, schiacciato, ridicolizzato per le strade di New York – ha una missione, portare risate e gioia nel mondo, lavora come clown per un’agenzia, come altri suoi colleghi si trucca e distribuisce sorrisi, trascorre le proprie giornate tra i mille tentativi per diventare un grande cabarettista e la cura e l’odio per una madre malata, videodipendente, ancorata ad un passato che ha il suo centro nel ricco magnate Thomas Wayne, che sta per prendere del tutto le redini di Gotham City. Il simbolo del successo, forse la certezza di una paternità rassicurante. Lavora anche davanti all’innocenza dei bambini, Arthur, ma forse portarsi una pistola in ospedale non è una pensata geniale: licenziato, imbocca sanguinosamente la strada della ribellione in una città dove i topi sono lì ad invadere e l’immondizia a soffocare, dove le aggressioni e il malaffare e i soprusi la fanno da padrone, dove le lunghe e fredde scalinate possono essere il giusto palcoscenico per un nuovo numero. Ecco allora che la risata si tinge di un colore violento, ecco che il rossetto attorno alle labbra somiglia troppo al sangue. Qualcuno in una sala cinematografica ride alle piroette di Chaplin sull’orlo del vuoto in Tempi moderni, altri là fuori si camuffano dietro maschere e bruciano e assalgono e saccheggiano in un affresco che si fa totalizzate e si inserisce con prepotenza nelle rivolte del nostro tempo. Un’epoca che vede calare il sipario anche sullo strabenedetto porto sicuro della cura (“siamo costretti a chiudere, ci hanno tagliato i fondi”), per la mente di Arthur né per la sua salvezza c’è più spazio, gli sfottò e i cartelli spaccati in faccia che avevano il sapore della gag hanno lasciato il posto alla rabbia senza ritorno, al portabandiera della sommossa. Tutto è marcio, tutto è in abbandono, bianchi corridoi in centri psichiatrici o studi televisivi: anche l’ultima strizzacervelli, anche Robert De Niro, anchorman che ospita come Letterman, meritano una condanna senza appello.

Nella tensione che accompagna l’intera vicenda, in un film che ha quasi la presunzione della perfezione, Phillips cala con intelligenza – a tratti non l’estro, non la sua “ribellione” registica, forse ci si sarebbe atteso anche da lui uno sgraffignante sberleffo -, ma in modo angosciante e allarmante, le carte della commedia e della tragedia e le sa mescolare a dovere, in perfetta alternanza. Chiaramente Joker appare in maniera straordinariamente stralunata guidato dall’interpretazione tutta da premiare (ma Venezia gli ha preferito il nostro Marinelli e il suo scrittore Martin Eden, per un affaire di giochini di giuria o di norme di regolamento: un Oscar a febbraio?) di Joaquin Phoenix (un applauso per noi all’immedesimazione di Adriano Giannini, ben oltre il comune “doppiaggio”), pianti, disperazione, risate, il grande sfodero del corpo, il parlare degli occhi, i movimenti della bocca, tutto eccelle in un interprete che già in passato ha dato grandi prove ma che qui, nel cammino verso la mostruosità della vendetta, scolpisce un personaggio che non si potrà facilmente dimenticare.