Quando i metalmeccanici erano più dei pensionati

in ECONOMIA E SOCIALE
Chiara Appendino ha annunciato la conclusione urbanistica di una porzione di città. Zona industriale che noi bocia chiamavamo Ferriere, zona industriale intasata di stabilimenti.  Acciaio e gomma. Con la Michelin che faceva concorrenza alla Ceat, tutto concentrato nella zona Nord, la mitica zona Nord. Il PCI aveva decine di sezioni o di case del popolo
 Tutto ordinato: centro Crocetta e precollina che votavano Dc e le periferie che votavano i comunisti o i socialisti. Muri neri come la pece.  In mezzo agli stabilimenti piccole case con il ballatoio che seguivano con estremo ordine le gerarchie sociali. Dai piani bassi con operai ed artigiani torinesi, alle soffitte piene dell’ ultima immigrazione dal Sud.  In mezzo molti veneti se non istriani.  Gli istriani erano un mondo a sé. Enclave anticomunista nella barriera rossa per antonomasia. E ne avevano ben donde, perché cacciati dalle loro case . Calabresi e siciliani si stavano organizzando, diretti verso Porta Palazzo e i suoi commerci.Con i Pugliesi ottimi commercianti del mercato. Mercati che cominciavano ad essere predisposti verso le 3 e 30 o 5 del mattino. Il primo turno alla Feroce (Fiat) iniziava alle 6. Prima corsa verso Mirafiori alle 4,45. Un altro mondo, un altro pianeta, un altro modo di vivere. Scarsa la vita notturna.  Con Fred Buscaglione che emigrato a Roma trovava la morte troppo presto ad aspettarlo. C’ erano gli echi di scrittori della resistenza, con Beppe Fenoglio, probabilmente il migliore e fieramente monarchico ed anticomunista.  La dolorosa assenza di Cesare Pavese che non aveva saputo tradurre in azione la libertà vissuta dalla letteratura americana. Ed Italo Calvino, ottima sintesi tra pensiero politico ed azione politica. Dalle Ferriere alla casa editrice Einaudi, alla rude razza pagana di Norberto Bobbio, icona mondiale del laicismo. Sempre tutto ordinato: l’intellettuale faceva il pensatore, l’operaio produceva ed il padrone comandava.  Per antonomasia il padrone cattivo si chiamava il padrone delle Ferriere. Lavoro durissimo nelle fonderie. Grandi forni con grandi colate. Gli alti forni non si spegnevano mai, notte e giorno compresi sabato e domenica. Solo d’ agosto la fermata dovuta per manutenzione e pulizia.
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Tanta fuliggine e tanta silicosi.  Operai con i polmoni rovinati. Non erano soli. Le mogli che lavano le tute e i figli che giocano sempre in strada o negli oratori. Di lavoro si moriva anche in questo modo. Sempre in modo ordinato, con tragica fatalità.  Il primo magistrato torinese che indago’ sulle morti alla Fiat fu Sorbello nel 1968. Prima di allora nessuno moriva in officina.  Grazie a medici compiacenti il decesso avveniva in ospedale. Vittorio Valletta docet. Chi protestava veniva licenziato.  Per non lasciare nulla d’ intentato c’era la schedatura degli operai da parte della Fiat. Se era illegale poco importa: la sicurezza era garantita. Tra servizi segreti deviati e servizi d’ informazione privati Torino ha dato il suo contributo a Gladio e P2. Come lo scandalo dei petroli, con dentro imprenditori nostrani o genovesi, quando  i magistrati andavano da Pertini che gli parlava nelle cantine della Camera per paura delle intercettazioni. Divago? Forse, ma Torino era centrale nel bene e nel male. E da tutta Italia arrivavano i “cafoni” del Sud che morendo letteralmente di fame erano disposti a qualsiasi tipo di lavoro. Manovalanza a basso costo con la prima occupazione regolarmente e rigorosamente in nero ed un posto alla Feroce era  un punto inarrivabile per i più. E metà degli intellettuali novelli rivoluzionari che volevano  conoscere la rude razza pagana.  Nanni Balestrini con il suo libro Bibbia. Vogliamo tutto.  O Adriano Sofri che prendeva in parola Palmiro Togliatti che (polemicamente) gli diceva: provaci tu nel fare la rivoluzione. O Toni Negri che oltre a indottrinare chiedeva soldi per le armi.  I disastri sono sotto gli occhi di tutti.  E noi bocia che per giocare sognavamo i muri sporchi di nero per carbone e fuliggine. E le fabbriche erano parte della nostra vita e della nostra formazione. Tutti a Torino avevamo un parente stretto che lavorava o aveva lavorato alla Feroce. O perlomeno da artigiani e piccoli industriali o commercianti che  lavoravano per la Fiat. Lo scontro c’ era eccome.  Persino sul calcio.  Il Torino dove i tifosi erano fieramente anti Agnelli. Poi l’operaio-massa capovolge i rapporti tifando Juve. E nel 1980 cambiò tutto. Ironia della sorte, da lì a poco il piano regolatore di Cagnardi e soci si inventò le Spine, dove prima c’ erano fabbriche case servizi ed assi di penetrazione. Per una città che cambiava  più turismo più servizi e meno industria. Era una città che cercava se stessa sapendo di non poter più essere quello che era stata. Tutto cambiava ed il sindacato passava dai metalmeccanici, categoria più numerosa  come iscritti e come importanza politica, ai pensionati sempre più numerosi.Torino non sapeva che cosa sarebbe stata. Ed oggi continua nel cercarsi,  pur non trovandosi. Tutto è tempo. Viene il tempo di pensare al proprio passato. Con un presente incerto.  Ed il futuro manco immaginabile.
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Patrizio Tosetto