Il clima, il biologico e la felicità

in ECONOMIA E SOCIETA'

buthan vecchio orienteGARAU2IL MONDO DEL BIO / di Ignazio Garau *

 

Mentre a Parigi i governi di tutto il mondo trattavano per trovare un accordo (dopo oltre 20 anni di dibattiti, mediazioni e intese mancate), il piccolo Regno del Buthan ha offerto un dono a tutto il pianeta promettendo di conservare i propri boschi per sempre!

 

Questo racconto bisognerebbe iniziarlo con il classico “C’era una volta”. C’era una volta un piccolo regno, in Asia, la cui economia era basata esclusivamente sull’agricoltura. Un giorno il paese decide di sorprendere tutto il mondo e dichiara di essere il primo Stato con le carte in regola per diventare la prima nazione BIO del globo. Un paese biologico al 100%! Ma questa non è una favola, è una storia vera ed è una storia di oggi!

 

Stiamo parlando di un piccolo regno incastonato sulle pendici dell’Himalaya, il Bhutan, stretto tra i due giganti asiatici, la Cina e l’India. Il Bhutan ha da tempo sviluppato una particolare attenzione alla tutela ambientale e al benessere dei suoi cittadini. Non a caso qui il PIL (prodotto interno lordo) è stato sostituito con un altro indicatore, più adeguato, il cosiddetto FIL (felicità interna lorda), per considerare, oltre ai parametri economici, anche e, soprattutto, il benessere psicofisico della comunità.

 

Il Ministro dell’Agricoltura del Bhutan ha affermato: ”Abbiamo sviluppato una strategia graduale: non pensiamo di passare al biologico in una notte. Sono state identificate le colture adatte a passare immediatamente alla coltivazione biologica e quelle che avranno bisogno di anni. In alcune zone sarà semplice, in altre molto più complicato, ma vogliamo raggiungere il nostro obbiettivo per ridurre l’impatto che abbiamo sul pianeta, grazie alla collaborazione dei contadini e dei cittadini. Il nostro desiderio è vivere in armonia con la natura“. In questo paese i suoi abitanti hanno rinunciato a uno sviluppo rapido e devastante per preservare l’ambiente naturale e il piccolo regno assorbe già oggi il triplo delle emissioni nocive prodotte dalla sua popolazione.

 

All’apertura della Conferenza di Parigi, il Presidente americano Barack Obama aveva ricordato che se non si interviene per ridurre la pressione climatica che riduce la disponibilità di acqua e di suolo fertile, le guerre sono destinate ad aumentare. Un rapporto dell’Istituto tedesco Adelphi, commissionato dai paesi del G7, diffuso durante la Conferenza, conferma questa preoccupazione. Nel mondo sono in corso 79 conflitti determinati da cause ambientali e, di questi, ben 19 sono considerati di massima intensità. 

 

Il conflitto che sta distruggendo la Siria vede tra le cause anche la terribile siccità che ha messo in ginocchio il paese tra il 2006 e il 2011 e che ha provocato massicce migrazioni di contadini e pastori verso le città: oltre un milione e mezzo di abitanti (su un totale di 22 milioni) è stato costretto a abbandonare le proprie abitazioni nelle zone rurali per concentrarsi nelle aree urbane. Così come lo sfruttamento dei giacimenti petroliferi ha provocato la distruzione degli ecosistemi in Nigeria. Oppure la guerra civile in Darfur, nel Sud del Sudan, per il controllo delle scarse risorse idriche. O, ancora, gli scontri legati alla costruzione della diga Sardar Sarovar sul fiume Narmada, in India. La sfida contro il riscaldamento del pianeta è anche una sfida per la sicurezza globale, ha confermato il nostro Ministro degli Esteri Paolo Gentiloni.

 

Mentre a Pechino viene emesso per la prima volta l’allarme rosso per inquinamento e lo smog e il ministro dell’Ambiente inglese Liz Truss indica i cambiamenti climatici tra le cause delle alluvioni seguite alle piogge torrenziali e ai venti impetuosi della bufera Desmond abbattutasi sull’Inghilterra settentrionale, mentre i cambiamenti climatici innescano guerre che insanguinano diverse aree del pianeta e a Parigi i grandi della Terra raggiungono una difficile mediazione (un accordo che rappresenta un passo avanti, ma che da solo non è sufficiente, come sottolineano scienziati e ambientalisti), ecco che il gesto, e le scelte, del piccolo Regno del Bhutan assumono l’importanza di indicare il percorso per cambiare il mondo: un esempio da ammirare e da seguire, una scelta da non sottovalutare, accecati come siamo dai parametri di un’economia finanziaria che, alla fine, ci ha lasciato in brache di tela.

 

Il dono del regno himalayano, uno dei paesi più piccoli e più fragili al mondo, che è pure tra quelli con il minor impatto globale sulle risorse naturali, annunciato dagli emissari del re alla Conferenza di Parigi per dare il proprio contributo alla lotta contro l’incremento delle concentrazioni di carbonio nell’atmosfera, è quello di impegnarsi a mantenere per sempre coperto di foreste almeno il 60% della superficie nazionale, che sarà conservato “in perpetuo”, come “patrimonio collettivo del mondo”.

 

La testimonianza e l’allarme lanciato dal Bhutan è che se lo sviluppo mondiale non diventa subito sostenibile, a rischiare la catastrofe non è l’ambiente, ma la vita umana. “Proteggere il nostro Paese avvolgendolo di foreste – ha affermato Jigme Khesar Namgyel Wangchuck re del Bhutan – non è un’utopia nostalgica ispirata dal valore della biodiversità, ma l’ultima opzione che ci resta per salvarci la vita”.

 

 

* Ignazio Garau

Presidente Italiabio

ciao@italiabio.net