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TORINO: ATTIVITA’ FISICA E SPORTIVA IN CITTA’ / di Paolo Michieletto

Io proprio io: Enrico Panattoni

in SPORT

Come sempre lo sport accoglie le persone che hanno una forza di volontà positiva, e, di solito, questa qualità tali individui la trasferiscono anche nella vita quotidiana.

Enrico Panattoni, coordinatore dell’Università Popolare di Torino ha questa qualità tangibile e sensibile fin dal primo istante in cui ti parla: energia allo stato puro. La voglia di fare e di costruire qualcosa nasce dai suoi occhi, passa dalla sua mente e, a seconda dei casi, si trasforma o in azioni strategiche per la conduzione dell’Università oppure in gesti motori se si tratta di sport.E’ un triatleta volitivo capace di competere ad alto livello sulle due ruote ciclistiche, così come con la corsa di cui è appassionato, e capace di “azzannare” l’acqua come uno squalo pur di non perdere contatto con gli avversari. E’ una qualità che trasferisce nel suo lavoro e che lo spinge a non rinunciare mai ad un’opportunità perché sa che con il lavoro e\o con l’allenamento i risultati si possono ottenere. Enrico Panattoni è laureato in Economia e Commercio e inizia il suo lavoro in ambito aziendale in vari ambienti fino a diventare Amministratore Delegato di una importante industria che lavora in ambito “auto e dintorni”. Lascia tutto e si getta a capofitto nell’avventura Unipop Torino (abbreviazione della fondazione Università Popolare di Torino). Ma non inizia come “capo del mondo”, ma come tutte le persone di qualità, dal basso, da “volantinatore” poi a co-coordinatore, da curare gli ingressi tutte le sere fino a guadagnarsi la fiducia al punto che ora, di tale istituzione è divenuto coordinatore didattico, responsabile marketing e pubblicità e responsabile delle segreterie organizzative.

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Gli aneddoti degli anni passati tra le mura dell’Unipop Torino sarebbero inenarrabili in questa sede (ma speriamo voglia avere del tempo per poterne scrivere alcuni in un libretto di memorie…) ma durante tale percorso gli studenti di tale istituzione sono passati da circa 1000 a quasi 5000 del momento attuale. Allora viene spontaneo chiedergli il percorso verso la crescita da cosa sia costituito e la sua risposta è condensata in tanta attenzione rivolta a chi potrà occuparsi della docenza, vero motore dell’università popolare. Riceve decine di curriculum ogni anno, e per ognuno crea almeno due o tre appuntamenti per valutare attentamente la persona. La fase successiva prevede la valutazione di impatto della materia che dovrà essere presentata al pubblico dei futuri studenti e comprendere in anticipo se avrà o meno successo. Questo lavoro, nascosto, oscuro ai più e molte volte sottovalutato è un’arma segreta che merita di essere messa in evidenza.Questo adoperarsi in maniera garbata e senza riflettori addosso ma efficace è un po’ quello che realizza nello sport, dove i suoi orari di allenamento sono molto più che mattinieri, a volte anche prima dell’alba, e i suoi allenamenti rubati…al tempo libero: i risultati sembrano apparire dal nulla, ma sono frutto di tanta fatica.Lo sport non è quindi solo divertimento ma è una vera scuola di vita e la disciplina conduce ad un’attitudine che è propria delle persone di livello. Solo pochi comprendono quanto lo sport, quando non produce denaro, crea in ogni caso persone di alto profilo morale. Difficile che chi sa sacrificare (con tutta la benevolenza che vorrete dare a questo termine) parte di sé sudando sotto il sole o la mattina presto o rinunciando ad alimentarsi “male”, non sappia poi gestire al meglio la propria quotidianità. Il senso del dover fare bene lo trasporti in ogni cosa che fai. E allora sembra tutto facile adesso, ma negli anni, in collaborazione con tutto lo staff Unipop, e in particolare con il presidente Dottor Eugenio Boccardo (tra le altre note… medico sportivo del Torino Calcio quando vinse lo scudetto del 1976… ) la crescita da 35 a 118 corsi, la realizzazione di collaborazioni in varie sedi per quel che riguarda lo svolgimento dei corsi, importante e preziosa tra le altre quella raggiunta in questi anni con il Collegio San Giuseppe di Torino, il conseguimento di numeri tra i più rilevanti in Italia, il recente riconoscimento come polo formativo del Ministero Istruzione italiano, e tante altre cose (concerti, proiezione di film, teatro…ecc) sono frutto di un “allenamento” costante e quotidiano paragonabile a quello sportivo.

 

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Nulla nasce dal caso, ma dal lavoro delle persone. Ma Enrico Panattoni ci tiene a dire una cosa che vedo uscirgli dal “cuore degli occhi”. Mi dice infatti: “Il mio pensiero è sempre rivolto ai docenti, alcuni dei quali addirittura forniscono la loro opera gratuitamente tanto è forte il rapporto quasi di missione con l’Unipop. Sono loro il vero motore pulito dell’Università Popolare. Io posso anche essere il direttore d’orchestra, ma senza i musicisti l’opera non può realizzarsi. Ed è a loro che va tutto il mio ringraziamento per quello che in questi anni in tutte le sere hanno fatto e faranno”. Enrico nuota, pedala e corre (anche se bisognerebbe aggiungere che è maestro di sci, che pratica ed è trainer di body building, e altre cose che di solito non dice), è appassionato di archeologia, studia percorsi storici in montagna … ma non è questa la cosa importante. In realtà è una persona che ha coraggio, che non improvvisa, che prepara ogni evento con cura e meticolosità così come affronta una gara studiando percorsi, distanze, abbigliamento e particolari in abbondanza. L’effetto sembra sempre apparire dal nulla, ma come la maschera di chi recita non consente di vedere il vero volto della fatica nascosta sotto, così Enrico non vi dirà mai come l’ha fatto, ma non per presunzione, ma per indole timida, e non racconterebbe mai per vantarsi che è stato bravo perché ha fatto così…così e così. E’ abituato a sorridere nel suo ufficio dei risultati ottenuti insieme ai suoi oggetti di antiquariato che lo guardano, riservato e a volte un po’ orgoglioso di quanto fatto semplicemente per aver svolto il proprio dovere. Sembra facile, ma non lo è, e non è comune vederlo ai nostri giorni di esternazioni folli e inutili di “social estremi”. Atleti si nasce nello spirito, sul campo si prova la fatica, ma corretti e di stampo nobile lo si è nella semplicità di tutti i giorni. Enrico Panattoni, coordinatore dell’Università Popolare di Torino è tutto questo.

 

Paolo Michieletto

La vittoria del Fitness

in SPORT

In questi ultimi anni, stiamo gradualmente assistendo alla morte storica dello sportivo di alto livello che non arriva primo. E’ difficile spiegare a chi arriva a partecipare ad una finale mondiale di qualsiasi disciplina che, se non vince una medaglia, ha realizzato una mezza delusione…

 

Il mondo dello sport di vertice repelle il secondo, stima poco il terzo e del quarto non sa nemmeno l’esistenza. Questo è già presente in ogni trasmissione televisiva dove, ad esempio, uno che salta in lungo “solo” otto metri (vale a dire due macchine parcheggiate una in fila all’altra) realizza, secondo i commentatori televisivi, una prestazione al di sotto del livello decente (che è poi 30-40 cm più in su…), o dove un nono posto ai mondiali di sci viene catalogato come un risultato che non ha valore in questo contesto e comunque quasi in ogni gara.E allora perché partecipare? Se non puoi vincere, lascia stare, non serve. Se non sei il numero uno non esisti e quindi? Chiedersi come mai un ragazzo giovane di belle speranze arrivato quinto ad una gara poi pensi al doping forse non è un dilemma fantascientifico…E allora, improvviso, nasce il Fitness. La voglia di stare bene con se stessi, la volontà di farcela anche senza battere nessuno, anche senza cronometro e senza giudici.Si comincia a muovere il corpo a tempo di musica, si alzano pesi per più volte per scaricare tensione e avere un aspetto più “tonico”. Si fatica tutti insieme dal primo all’ultimo minuto e ognuno contribuisce per come può con i suoi mezzi. I pesi sono diversi, l’espressione corporea ha livelli di gradimento discordanti ma ognuno ci mette l’anima, e sotto la doccia vanno persone diverse ma con l’animo più sereno.

 

Già, lo sport, nella sua versione più affascinante ma anche più crudele, è da sempre testimone di eroi vincenti e poco di gregari importanti. Ma tutti noi che abbiamo fatto quello che il certificato medico definisce sport agonistico non sappiamo distinguere l’impegno della partita di Basket giocata in serie B da quella giocata al campetto dell’oratorio con gli amici. Il cuore batte sempre forte e lui, un po’ come i campi di grano non distinguono il martedì dal sabato e quindi vanno lavorati sempre, quando c’è partita non distingue e lavora al massimo.Il fitness è “sala pesi”, è sala “aerobica”, è sala “cardio”, è attività del benessere e molto altro.Dopo aver lavorato “alzando ghisa” e bilancieri, l’uomo del fitness sta meglio, sente i suoi muscoli attivi e alcuni direbbero “…braccia rubate all’agricoltura”. Probabilmente anche tempo fa ai mercati generali si faceva sala pesi, ma è tutto un altro mondo e un altro divertimento… A volte penso che chi si ritrova in sala pesi, se fosse pagato per fare tutta quella fatica, probabilmente alzerebbe minor carico e meno volte, ma questa è la potenza del Fitness, della voglia di stare bene con il sudore della fronte e con i muscoli che fanno male. Forse, tutto questo progresso, questi ascensori così come questi avvolgibili elettrici e stare seduti tutto il giorno dietro un monitor, non fa tanto bene…In sala aerobica, sotto la guida del miglior istruttore del momento (o il più delle volte è lui che si presume tale…), una tribù di educati allievi esegue con la massima diligenza i compiti assegnati dal movimento imposto dalla figura che conduce la lezione. Non importa a quale classe sociale tu appartenga: a questo punto sei un allievo e sei sullo stesso piano degli altri. Devi sudare e impegnarti anche tu come tutti gli altri. Come “livella” il fitness, almeno per un’ora… Eppure questa è un’altra forza del Fitness: tutti uguali, tutti insieme, tutti a sorridere facendo fatica; come sarebbe diversa la vita quotidiana se anche sul lavoro ordinario si faticasse insieme con il sorriso…, questa è forse vera utopia.In sala “cardio” si cammina su tappeti che rullano e, su bici che non si muovono, si pedala. E’ impressionante.

Eppure trovi il tempo di conversare con il vicino, leggi un libro, pensi per qualche istante a te stesso e mentre “bruci grassi” ritrovi per un attimo i tuoi tempi. Cosa dire di chi per un’ora legge il giornale sulla cyclette? Ora et labora non si può affermare, ma lege et pedala si… Chi non ha testa mette gambe, ma talvolta si possono mettere le gambe e usare anche la testa.E quando hai finito tutte le tue attività, puoi andare vincente sotto la doccia o in sauna o al centro benessere. Sì, vincente: hai provato a sfidare te stesso, hai rinunciato a correre in centro al bar a prendere qualcosa, hai deciso che anche tu hai diritto a “faticare” come vuoi e che anche il movimento è salute. E ora puoi sorridere raccontando amenità o sfoderando commenti ironici sui tuoi compagni di avventura in palestra o elargendo consigli da ct della nazionale o commenti tecnici sulla nuova crema per la pelle. Ognuno ha la sua vittoria, ognuno ha fatto ciò che poteva: nessun cronista lo innalzerà agli onori della gloria, ma nessun idiota dirà ad un ragazzo che arriva quarto alle olimpiadi che è una delusione. Lo sport talvolta dovrebbe avvicinarsi al fitness, che forse non ha tradizioni centenarie, che non ha i suoi idoli, che non vive di medaglie, ma di tante brave persone che si allenano con se stesse e a volte litigano con il proprio io e a volte perdono e vincono da soli. Ma inequivocabilmente esistono e vivono al meglio se stessi e questa è già la loro vittoria, che nessun giornale al mondo racconterà ma che li farà stare bene con i propri dolori e la propria roba sudata lanciata in lavatrice per essere testimone di tanta fatica evaporata e di tanta salute fisica e mentale già trovata. Non saprei dire se il fitness sia migliore dello sport, ma posso credere che se dopo essersi mossi facendo qualsiasi cosa, si è più contenti alla fine che prima di iniziare, quello che si è fatto è una tappa verso una vittoria.

Paolo Michieletto

 

L’allenamento a porte aperte della FIAT TORINO

in SPORT

Uno spettacolo da tempo non più visto: tanta gente a seguire il primo allenamento a porte aperte della nuova stagione della FIAT AUXILIUM TORINO, squadra di basket della nostra città iscritta al massimo campionato nazionale.

Gente sugli spalti attenta e curiosa, e non solo, addirittura coinvolta dall’allenamento al punto tale da applaudire ed esultare ad ogni canestro di ottima fattura che gli atleti realizzavano in partite di “sintonizzazione d’intenti “ che sono consuetudine in questo periodo.

La prima cosa che salta agli occhi è lo sguardo volitivo di tutti i partecipanti, se così vogliamo definire i giocatori della FIAT TORINO, che sembrano aver guadagnato in intensità già fin dai primi giorni rispetto allo scorso anno. Coach Banchi è attento e sensibile e la sua cura dei particolari sembra essere un fattore che potrà risultare importante nel corso dell’anno. Da segnalare anche la sua capacità di invogliare i giocatori, dai top player ai ragazzi giovani aggregati al gruppo, con piccoli ma fondamentali “consigli” tecnici che rivolge personalmente ad ognuno di loro stimolandoli e gratificandoli con la sua attenzione. Voi direte…è ovvio che sia così… ma non è vero, e come diceva qualcuno, è dai piccoli particolari che si costruisce un grande progetto. I giocatori sono in buona parte nuovi, ed alcuni sono palesemente ancora spaesati, ma qualcuno sembra già avere un qualcosa in più. Il nuovo Lamar Patterson gestisce la partita con uno sguardo attento e divertente, protagonista di momenti interessanti pur di vincere la mini partita interna (vedi tiro veloce sul tiro libero per riprendere il proprio rimbalzo e, nella simulazione di una partita, vincere all’ultimo secondo). Andre’ Jones sembra essere molto pronto ad entrare nel cuore dei torinesi con momenti di grande energia fisica. Quinton Stephens al primo anno in Italia sta entrando nei meccanismi piano piano ma i mezzi atletici non mancano.

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E i nostri italiani non si estraniano dalla lotta… ovviamente. Capitan Poeta gioca come se avesse 18 anni ed è il solito trascinatore con la voglia sempre di giocarsi la partita anche all’ultimo secondo. Valerio Mazzola è il solito gentleman del Parquet che con eleganza svolge il suo compito di atleta raffinato e che sembra far apparire tutto facile; Iannuzzi è l’emblema della solidità e darà grandi gioie ai puristi del basket, e il giovane Okeke neo vice campione del mondo under19 con la nazionale Italiana, sembra destinato a grandi futuri e credo che il prossimo Antetokoumpo sia già nato all’ombra del Parco Ruffini. Il grande protagonista dell’altr’anno Deron Washington lo abbiamo visto recuperare in panchina ma il suo sorriso ha tenuto compagnia al neo arrivato Trevor Mbakwe che sembra avere tutte le caratteristiche per spostare i tabelloni e non solo gli avversari con la sua prestanza fisica. E’ una bella prospettiva quella che ha dato questo allenamento: entusiasmo e fatica, lavoro e sorriso, ma tanta voglia di fare bene. A volte i commenti esterni fanno male, ma vedere dal vivo questa FIAT TORINO di basket non può far altro che far sperare bene… e intanto Vujacic è in arrivo…

Paolo Michieletto

 

Lo sport: combinazione di eventi…

in SPORT

Quando qualcuno ottiene un risultato in qualsiasi competizione sportiva talvolta non si comprende bene quale sia la causa di tale effetto finale oggettivo.

La persona comune si ostina a pensare che sia l’ultima cosa che ha fatto che le ha permesso di raggiungere quest’ultimo traguardo. Eppure, a ben vedere, si scopre che il risultato è sempre una combinazione di eventi, che mai per caso si combinano insieme affinché il risultato sia positivo. Un insegnamento profondo suggerisce di giudicare la bellezza di chi ha creato qualcosa proprio valutandolo da ciò che ha creato, e anche lo sport non fa eccezione. Il punto è valutare tutte le componenti di questo risultato. Chi vuole andare più veloce, chi vuole dimagrire, chi diventare enorme, chi resistere più a lungo, chi … altro vorrebbe fare…, dovrebbe avere la correttezza morale di stabilire dove era situata la sua base di partenza e gli “strumenti” impiegati per avanzare nel suo percorso. Così come invece chi ha la responsabilità di squadre sportive dovrebbe avere ben presente il risultato finale da raggiungere e, a ritroso, valutare tutti i passi necessari affinché tale obiettivo venga realizzato.I componenti sono diversi in ogni ambiente, ma anche quando è uno solo a vincere, pur non togliendo i talenti individuali, sovente il tutto si accompagna alla “fatica” tecnica ed organizzativa di tante altre persone.Si è tentati di dire “…ho fatto tutto da solo…” ma da soli si può realizzare poco, e anche se fosse quello di aver vinto una gara o un torneo allenandosi da soli…senza coloro che organizzano gare e tornei anche il campione non saprebbe né dove né con chi né quando gareggiare, e quindi… .Lo sport è una comunione di intenti talvolta opposti che sinergicamente si combinano spingendo vettorialmente in una sola direzione. Quando le direzioni sono più di una l’evento si complica e di solito fallisce. Chi vuole vincere, chi vuole guadagnare, chi vuole avere visibilità, chi vuole vedere uno spettacolo, …, sono vari aspetti apparentemente slegati, ma la mente “superiore” che coordinerà qualsiasi momento sportivo dovrà tenerne conto in simultanea, affinché tutto accada nel modo giusto per tutti o, almeno, quasi tutti… .

Non è facile gestire lo sport, e diventa ogni giorno più difficile fare i conti con la moneta che sempre più manca allo sportivo di livello amatoriale e meno ancora alle società sportive che sono però la base reale di tutto lo sport anche di altissimo livello.

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Compiere tutti i passi rivolti alla realizzazione di un fine socialmente utile come una competizione sportiva comporta dispendio di energie fisiche e mentali veramente notevole. E la cosa più triste è che di solito si vede solo il “vincitore” (e talvolta anche lui o lei passa inosservato) e tutto il lavoro oscuro, il mecenate, il volontario, colui che professionalmente ha lavorato bene affinché tutto riuscisse, non esce dalla “camera buia dei lavoratori nella miniera dello sport”.E allora, almeno, proviamo con un qualcosa di facile, da fare ad esempio, durante occasioni particolari. Quando guardiamo i giocatori impegnati in una partita di calcio o basket, quando osserviamo una gara ciclistica o di canottaggio, un gruppo di gente che nuota-pedala-corre… e tanti e tanti altri ancora, date un sorriso a loro, ci mancherebbe altro, ma rivolgete anche un pensiero a tutti coloro che, da dietro le quinte oscure e nell’ombra talvolta totale, permettono a tutti gli atleti di svolgere attività sportiva.E, a dirla tutta, questo consiglio è diretto anche a tutti gli atleti che è proprio solo grazie alle tante persone “oscure” che hanno più o meno coscientemente incrociato nella loro carriera che possono sperare di raggiungere se non proprio “fama e gloria”, almeno le proprie soddisfazioni personali e perché no, qualche volta anche economiche. L’arte di riconoscere le abilità altrui richiede uno sforzo di una qualità ormai quasi dimenticata: l’umiltà. Ma anche dove non arrivasse tale qualità, proprio dallo sport dovrebbe rinascere quella cosa chiamata “educazione sportiva” che tanto serviva e serve nella competizione quanto, come scuola di vita, servirebbe nella quotidianità di tutti i giorni.

 

Paolo Michieletto

 

Commentare: l’altro potere dello sport…

in SPORT

E’ tipico di questi ultimi tempi trovare nella libertà di espressione la contraddizione stessa di negare con la propria l’altrui libertà. Il nuovo mondo ormai ben configurato dei social è un nuovo potere anche all’interno dello sport. I commenti saccenti sono una nuova “moda doverosa” per alcuni professionisti del gruppo “critici per caso” che esiste all’interno di ogni sito internet che abbia un riferimento sportivo.

Di solito, non si inviano più giornalisti ad effettuare un servizio direttamente presso il luogo desiderato, ma la notizia viene fornita, se va bene, così com’è traendola da un’altra fonte, oppure, quando chi detiene il dominio in oggetto non è proprio una persona a modo…, trasformandola con modifiche in qualcosa di più “curioso” lavorandola ad arte per creare maggiori click sul proprio sito, e tutto questo al solo fine (pur se comprensibile, è sempre non giustificabile) di guadagnare qualche soldo in più.

Il mondo sportivo ne trae di solito i maggiori benefici, perché da sempre le nazioni sono piene di commissari tecnici e allenatori mancati solo per “sfortuna”, di critici sportivi che non possono professare solo perché sventurati e poi, tutti, chi più chi meno, da giovani ha fatto sport ad alto livello, … anche se nessuno se ne ricorda più. Il fornire quindi una notizia su giornali e siti telematici che consentano a tutti di esprimere la propria opinione è una fortuna per tutti questi novelli Manzoni della penna sportiva, che pur sapendone poco o addirittura niente, sono in grado di pontificare su tutto!

E’ un fenomeno relativamente nuovo ma in espansione. Ogni critico improvvisato fornisce la propria opinione impunito come al bar, salvo il fatto che si nasconde dietro nickname mentre al bar dovrebbe discutere con persone vere e che potrebbero vedere diversamente la realtà dalla propria; inoltre, la faccia del “criticone” non “esce” mai, e, anche se non corretta la sua resta una opinione che lascia il segno e, se dolosamente sbagliata, lascia il segno su persone che nulla possono fare se non reagire con un muto silenzio, altrimenti il rimedio potrebbe essere peggiore del male.

Infatti, la libertà di espressione ha un solo verso per gli opinionisti di bassa lega del Web: la loro. Contraddirli è quasi un reato, dire che sbagliano è un’offesa, causare loro qualche dubbio crea disagio e quindi la loro opinione è da rispettare e venerare, mentre la risposta d’altri è un insulto alla loro libertà di espressione. Lo sport è anche in balia di questo nuovo potere: dei commentatori social che urlano di più scrivendo migliaia di “post” forse sperando da parte loro di essere assunti un giorno come critici ufficiali… . E intanto lo sport, quello vero, fatto da imprenditori che comunque la si voglia vedere, legalmente o oltre i limiti, si impegnano a tempo pieno in quello che fanno rischiando a tutti gli effetti la loro tranquillità nella vita, oppure realizzato dagli atleti che non possono più pensare di vivere la loro quotidianità senza ingerenze, è sottoposto a super vigilanza da “grande fratello” proprio da coloro che se glielo chiedeste, direbbero che la loro privacy è prima di tutto!

Non esiste fatto che non sia visto da tutti i lati, dai protagonisti, dagli osservatori, dagli addetti ai lavori, e su questo nulla di nuovo sotto il sole, direbbe il saggio. Ora, esistono coloro che commentano sulla base dei commenti!… e che, piano piano, rendono reale una voce eterea di qualcosa che non c’è. Un saggio diceva che il vero demone è la nostra immaginazione, che ci prende così forte da farci vedere quello che non esiste. Ma, a forza di pensarlo, tutto questo, pur se non reale, in pratica prende vita nella nostra testa e diventa effettivamente qualcosa di esistente. Il demone dell’immaginazione sportiva è il commentatore “esperto” del blog, del sito, della squadra, del gruppo dei tifosi: sovente non ne sa nulla ma la sua immaginazione crea realtà che superano la sostanza reale dei fatti e la rende vera agli occhi dei non sapienti…

La nostra realtà torinese ne può ricavare più di una vedendo le vicissitudine delle squadre di vari sport inserite nelle più alte realtà dello sport nazionale. Più di ogni altra cosa, fanno male i commenti degli “ignoranti”, cioè di coloro che ignorano ma sicuramente sanno come è andata… . E comunque, nel più classico del comportamento “ignorante”, per certo criticano. L’arte di criticare è sempre molto facile. Costruire qualcosa richiede impegno, progettazione, lavoro, rischio e fatica per tanto tempo. Per distruggere basta un secondo, e i critici improvvisati sono abbastanza esperti per saperlo fare bene.

Paolo Michieletto

 

Anni 2020… la gestione dello sport nel futuro

in SPORT

Il mondo dello sport è in continua evoluzione, anche se sembra però che a questa evidenza molti non sappiano farsene una ragione. Parlo dell’acquisizione sul campo dei diritti per svolgere un campionato di qualsiasi categoria vincendo un campionato di categoria inferiore oppure del suo contrario, perdere la categoria e discendere negli abissi della retrocessione. Tutto ciò era romantico se consideriamo e valutiamo lo sport per quello che in passato era considerato, cioè uno svago, un passatempo da praticare quando si era giovani e poi si andava a lavorare. Purtroppo il tempo è passato (o forse per fortuna…) e ora gli svagati del calcio, del basket, del tennis…etc… guadagnano cifre non sempre iperboliche ma comunque molto alte se paragonate a lavoratori “comuni”. Si dirà che la loro carriera è breve, che devono capitalizzare in fretta e tante buone ragioni consimili, ma in realtà, quello che molti ignorano, chi per vera ignoranza e chi per convenienza da strumentalizzare, è che l’atleta, in un modo o nell’altro, troverà un nuovo impiego in un’altra squadra, mentre altre sono le realtà (altrimenti dette “persone” e non risorse umane…) che si troveranno in difficoltà. Un’impresa sportiva, intesa come azienda, non ha solo gli atleti, anzi! Ha gli impianti da gestire con personale adeguato, ha le segreterie da mettere in funzione, uffici stampa, addetti agli atleti, magazzinieri, staff medici e persone addette alle biglietterie, addetti allo stadio o ai palazzetti e molteplici altre figure in funzione dell’ambiente e del livello raggiunto.

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Tutte queste persone lavorano grazie all’azienda che “gioca” in serie A… o altro livello che sia. Mettere in piedi tutto questo meccanismo ha costi elevati (se lo si vuole fare in regola) ed è necessario che chi investe non debba temere di buttare tutto in un attimo per un rigore sbagliato o un tiro libero finito sul ferro. Salire di livello crea entusiasmo, ma la strutturazione necessita di tempo. E se la piazza non risponde, tutte queste persone non lavoreranno più, in questo ambito almeno. Il diritto sportivo è romantico, giustifica passioni ma non considera i “drammi” che questo causa, e la parola non è usata abusandola. Le grandi città o le grandi piazze in generale come bacino di utenza garantiscono pubblico, attenzione dei media, sponsor, ma nonostante questo anche qui si fatica a costruire. Se a tutto questo si aggiunge ancora l’incognita di restare a questi livelli si comprenderà la difficoltà a realizzare qualcosa di particolarmente bello. Lo sport è gioia, sofferenza, entusiasmo e agonismo, ma deve essere anche spettacolo, altrimenti il pubblico non si muoverà per vederlo. E se è solo tecnica piacerà a pochi. Quando uno sport non ha pubblico, il perché c’è sempre, che lo si voglia o meno. Ma se è la paura di perdere a non permettere lo spettacolo o l’ingresso di volti nuovi magari dal mondo dei vivai sportivi, è evidente come non sarà lungi il tempo in cui a tale “non-spettacolo” si recheranno solo gli appassionati tifosi, che in ogni tempo e luogo sono sempre un sottoinsieme degli appassionati dello sport in sé.

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Lo sport ha costi e persone che vivono grazie allo sport stesso e non dovrebbe più essere permesso di “rischiare” la qualità della vita di chi ci lavora solo in funzione delle capacità degli atleti o rischiare il “posto” a causa degli infortuni che possono subire, o scatti “emotivi” degli atleti stessi che danneggeranno la loro azienda. Lo sport ha bisogno di aziende, impianti e di manager forti che garantiscano sicuramente i giocatori, ma soprattutto i volti oscuri dei lavoranti veri dello sport, di quelli che hanno un lavoro grazie ai giocatori di quella squadra, mentre i giocatori di quella squadra non hanno il lavoro grazie agli “oscuri”…  Per proteggere loro, per tutti quelli che mettono “in campo” la loro opera quotidiana e di cui nessuno mai parla, il vero progetto è: per tutti lo sport, ma per quello professionistico, in quanto tale, solo ai professionisti. Il mondo dello sport non può fare a meno di una piazza sportiva come quella della nostra città. Si possono dire tante cose su altre città con passati più “storici”, ma nel panorama delle diverse discipline sportive, con più vittorie ad alto livello in ogni ambito sportivo Torino non invidia nessuno. Gli spazi per praticare “la qualità” sportiva sono addirittura in surplus rispetto alla necessità. L’antidiluviana concezione dello sport come diritto sportivo è ormai in pieno contrasto con le necessità economiche e fiscali con le quali il mondo dello sport odierno deve fare i conti!  Un progetto sano dovrebbe prevedere aziende in grado di garantire posti di lavoro “agli oscuri” per più tempo. Altrimenti la precarietà di cui tutti lamentano nella quotidianità del lavoro “normale” dovrebbe (e in realtà è!) diventare la condizione unica non di chi gioca sul prato verde o sul parquet ma di tutti coloro che vendono anche le bibite allo stadio (se ci sarà la partita) o i parcheggi intorno allo stadio (se si giocherà una partita) o anche solo delle magliette souvenir (se ci sarà ancora quella squadra…).

Paolo Michieletto

 

Il “fantastico” mondo del doping

in LIFESTYLE

Senza dubbio, se si trattasse di un gioco con le macchinine, potremmo pensare che sarebbe fantastico poter sperimentare come tali giocattoli possano muoversi di più e meglio a seconda del carburante che provvediamo a fornir loro. Particolarmente gradevole potrebbe apparire vedere mutare nel tempo le carrozzerie di tali strumenti, da agili e affusolati a forti e imponenti nel giro di pochi istanti di tempo; da pesanti oggetti ricoperti di morbida gommapiuma a consistenti manufatti tirati a lucido… Eppure, questo fantastico mondo esiste, esiste da tempo, ma non ha molto a che vedere con piccole macchinine inanimate, ma, usualmente, con la macchina uomo.

E’ un mondo impressionante, che turba le coscienze e che a volte ci fa preferire immaginare che non sia vero, che sia tutto una invenzione dei nemici del nostro o di quell’altro sport, che, invidiosi del successo ottenuto, come un bambino livido dalla rabbia e dal fastidio, raccontano che chi vince è un baro…

Eppure è un cosmo che si autoalimenta di leggende al limite della follia sia soggettiva che intorno alle persone che lo vivono. Ci si immagina un mondo fatto di strani maghi che all’interno di antri popolati da elfi e gnomi elaborano sostanze che come filtri d’amore risolvano problemi che salvano i cuori dei poveri atleti che, innamorati del loro sport, dedicano a lui la loro vita.

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E invece il panorama che si presenterebbe ai nostri occhi sarebbe un po’ tanto differente da romantiche suggestioni eroiche. Non è una guerra in cui per salvarsi è lecito ricorrere ad ogni tipo di sostanza per superare una giungla o resistere in un deserto. Non è una corsa in montagna per salvare la fanciulla dal drago e scalare il torrione del suo isolamento. E’ altro.Togliamo fin da subito una falsa illusione: chi si dopa non vince. Non è vero. Doparsi bene (e non è facile) migliora le prestazioni di chiunque, anche se un asino non diventerà mai un cavallo. Doparsi per vincere il Gran Premio del Pianerottolo (situazione così non infrequente, purtroppo…) è oltremodo stupido, inutile oltreché dannoso per la salute. In ogni modo il doping accelera i risultati e permette di raggiungere mete altrimenti lontane, non si deve negare l’evidenza. Le sostanze che si utilizzano sono normalmente quelle che in situazioni estreme di salute servono a salvare la vita delle persone che ne hanno bisogno; in condizioni di supplementazione su persone “sane” (forse non dal punto di vista mentale) fisicamente hanno sviluppi abnormi consentendo prestazioni eccezionali. Si migliora, ma si è placcati oro, non si è oro… E il “placcato” prima o dopo si stacca e scrosta la superficie e rovina l’oggetto che di solito poi si butta o lo si “riplacca” fino a quando lo si scaraventa via in malo modo.

Non sarà questa la sede per un dibattito troppo lungo su una questione etica del doping, ma ci soffermiamo un attimo sulle motivazioni che spingono al doping e valuteremo un istante il perché e come mai…ci si perda in rivoli di momenti folli per pochi istanti di gloria: il doping dei poveri.

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Eliminiamo le Olimpiadi, togliamo i mondiali, evitiamo gli europei, cancelliamo i campionati Italiani, e voliamo direttamente alle gare amatoriali, quelle di campagna, quelle tra amici, quelle dove lo sport si dice più puro, dove il glorioso spirito decoubertiniano (se mai è esistito, visto che sembra essere un falso storico) è ancora presente… In questi contesti langue temibile il morbo della superba volontà di prevalere a tutti i costi; quella curiosa vanità di sentirsi migliori del vicino di casa solo perché si corre più veloce di lui a piedi o con un oggetto, dimenticandosi altri valori più importanti.Nasce il doping mentale: la necessità di farcela, di aiutarsi perché la natura non è stata buona e quindi come per Robin Hood non era reato riprendersi ciò che altri hanno in più, per costoro diventa legittimo appropriarsi di qualità non proprie attraverso strumenti diversi. Ci si allena, a volte bene e a volte male, seguendo consigli di “uno che ne sa” o leggendo riviste specializzate che danno ammaestramenti generalizzati non applicabili ai singoli individui così come vengono presentati. E poi, tra le righe dei fogli dell’inganno, si intravede la luce nera di un passaggio che “permetterebbe di potercela fare”. Si inizia con la supplementazione alimentare, ingerendo sostanze di cui non si ha bisogno perché magari sono già presenti in abbondanza nel nostro organismo, o si assumono pastiglie ripiene di cose che usualmente divorariamo con la normale alimentazione senza saperlo. E tutto questo senza andare neanche dal medico di fiducia, senza consulti sani e competenti. L’amico lo sa, l’atleta bravo non può sbagliare. E se non lo sapesse, e se sbagliasse?

A volte non importa, a volte la riconoscenza del mondo esterno è più importante. Poter dire di aver fatto un tempo che nessuno si aspettava può forse dare grande importanza (?) ma il segreto che si ha dentro può giustificarlo?

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Il doping fa vincere? Forse, se sei bravo, sì. Ma il doping fa male? Banale, ma sì. E tanto. Recarsi ogni tanto a vedere cosa succede a chi ne ha abusato può e dovrebbe far bene. Ma è tutto nascosto. C’è gente in ospedale, ci sono persone che rischiano malattie degenerative mortali, ci sono complicazioni al fegato, al cervello, al sangue, e non si esaurirebbe qui l’elenco, ma non si riesce in poco a scrivere tutto.E allora, quando nasce la competizione, sono gli amici il primo problema, quando si vuole vincere per far valere la vecchia legge della Jungla. Siamo noi quando prendiamo in giro chi non vince a spronare il doping. Siamo noi quando non sappiamo apprezzare lo sforzo di qualcuno nel raggiungere la propria meta, denigrandolo con altri che hanno fatto di più, a far cercare “appoggi ulteriori”. Siamo noi che non incoraggiamo un ragazzino che perde o che esaltiamo troppo uno che vince a spingerlo a cercare di superare le regole. Se vinco mi vogliono bene, se perdo mi abbandonano: cosa fareste voi se foste giovani e in queste condizioni socio-sportive? Il doping è tra noi e vive grazie a noi. Ignoriamo per un istante le motivazioni economiche dei grandi eventi, e pensiamo che se la paura del dolore e della morte non è sufficiente a scoraggiarlo, vuol dire che c’è qualcosa di molto più profondo. E’ la nostra cultura del vincente di successo e del secondo che non è più nessuno a uccidere lo sport e la corretta visione dell’attività ludica e sportiva.

 

.Proviamo a spingerci oltre e con il fuoco dell’indifferenza verso chi “trassa” (oltre che con gli strali della giustizia) “eliminiamo” la loro presenza: non esaltiamoli perché hanno fatto una cosa che facevano tutti (doparsi) e non potevano evitarlo e quindi oltre che eroi escludiamo che divengano pure martiri. Celebriamo il semplice comune sforzo di essere se stessi e tirare fuori dal proprio complesso agglomerato di cellule che è il nostro corpo il massimo che possiamo fare ad una certa età e con le qualità che dall’alto ci sono state donate. Incoraggiamo e istighiamo al buon lavoro finalizzato allo sforzo positivo. La tv non è buona maestra, talvolta. Loda i forti e denigra i meno forti. Il successo di oggi è già in discussione con la possibile sconfitta di domani. Che futuro è se non ha un presente? Coraggio, signori e signore: il doping siamo noi quando vogliamo di più da chi ha già dato tutto. Di più, di solito è la salute che non ci sarà più, un sorriso spento nel cuore di chi gioiva e di chi sognava un futuro sportivo. Mettiamo in un angolo chi denigra. C’è gente che lavora e si spezza la schiena tutti i giorni per salvaguardare il futuro dei figli e delle persone intorno a sè: non lasciamoli soli a pensare che ingannare il prossimo sia il rifugio sicuro dei più furbi.

Paolo Michieletto

 

 

Bruciare calorie in palestra: che fare?

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Arriva il caldo e si avvicina anche la prova costume!!! Scopriamo qualcosa da fare per…la nostra salute estetica! Attività prevalentemente aerobica o solo esercizi?

E’ da molto tempo che la letteratura contemporanea dibatte il tema di cosa sia meglio svolgere ai fini della propria salute estetica e… mentale. Nonostante quello che si pensa, non è ancora stato stabilito cosa possa essere meglio tra le due proposte, e chi vi da’ una risposta certa è probabilmente qualcuno che conosce molto poco e che proprio per questo “ignora” la realtà effettiva, o che, ancora peggio, ha qualche suo tornaconto per fornire una risposta così precisa.

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ESISTONO STUDI: ALCUNI VERI, ALTRI…FORSE…

In virtù proprio dei numerosi studi accertati e “fittizi” è possibile stabilire l’impossibilità di fornire una graduatoria di merito dell’esercizio sportivo senza associarla alla persona che la pratica, considerando l’età, la condizione fisica, il pregresso sportivo e tanti altri parametri.Esistono molteplici attività sportive che rientrano nel mondo del fitness sotto il termine “scorretto” ancorché di uso comune, di tonificazione.

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TONIFICAZIONE: STRANO MONDO CHE NON ESISTE…

Infatti, tale termine non ha significato dal punto di vista scientifico in quanto non esiste una qualsiasi proposta sportiva che aumenti il tono muscolare in maniera permanente. Quello che comunemente si indica in questo modo è la modificazione della composizione corporea con un aumento o una definizione migliore dell’apparato muscolare, ma il tono è solo uno stato momentaneo di tale apparato. Esplicate però le parti “accademiche”, soffermiamoci un attimo sul tipo di proposte che possono essere considerate e proverò a fornire un’attenta valutazione di quello che i propositori di tali lezioni forniscono ai propri allievi.

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PROPOSTA AEROBICA-MUSICALE: IL TOP PER DIMAGRIRE

Esiste un tipo di lezione dinamica, con caratteristiche aerobiche dal punto di vista metabolico, che risulta essere molto efficace per quel che riguarda un arduo lavoro dedicato al dimagrimento generale.

Questo tipo di lezione, composta in maniera ingegnosa in modo tale da non impedire mai lo svolgimento delle esercitazioni proposte, è sicuramente musicata (cioè, i movimenti seguono le battute musicali imposte dalla musica) e appositamente costruita. Non viene usata sempre la stessa base musicale ma variata in funzione della parte muscolare interessata.

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SEMBRA FACILE MA NON LO E’

E’ molto complessa e patrimonio solo di istruttori attenti e bisognosa anche di… allievi competenti. Infatti la scelta degli esercizi non è casuale e il “finto” caos (caratterizzato dalla sapiente alternanza tra lavori per la parte bassa – gambe – e alta – tronco- coordinato con un lavoro per la pancia e la bassa schiena – muscoli addominali e lombari – quasi senza soluzione di continuità) è organizzato in funzione degli obiettivi previsti, anche se ai più potrebbe sembrare “improvvisazione”, ma il risultato, seguendo con costanza le lezioni, è quasi… garantito. E’ faticosa e impegnativa, ma riuscire a svolgerla e capirla…potrebbe portarvi gradite sorprese.Se avete però dei dubbi che l’insegnante stia “improvvisando” fate quello che suggerisco sempre agli insegnanti che partecipano ai miei corsi di formazione… chiedetegli il motivo delle sue scelte: se se le ricorda è ok, se non ne è capace o balbetta, o non è così abile a descrivere ciò che ha proposto… beh, a voi le giuste considerazioni del caso.

LA FATICA COME OBIETTIVO…

L’altro tipo di lezione è quella più semplice costruita sulla struttura di serie e ripetizioni (talvolta alte e alcune volte troppo alte come numero) che lasciano anche un segno sulla stanchezza fisica delle persone, molte volte erroneamente associata all’efficacia della lezione stessa. La musica a volte c’è e altre volte è lasciata come sottofondo. Unica importante attenzione è sempre capire se ci sia un filo conduttore che lega la lezione stessa e che la lezione non sia frutto di “geniali” improvvisazioni “reali” degli insegnanti.

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MENO MUSICA PIU’ FATICA? FORSE…MA ANCHE QUALCOS’ALTRO.

Il vantaggio sovente può identificarsi nella assenza di concentrazione richiesta durante la lezione; può essere più semplice impegnarsi nell’esecuzione corretta degli esercizi, mentre con la mente si viaggia verso i propri pensieri scaricando tensioni con i pesi e il movimento. I risultati possono anche arrivare, ma sarebbe bene pensare anche ad associare alcune sedute di cardio – fitness in modo da recuperare, o meglio bruciare, le calorie in eccesso che tale lezione, a parte le prime frequentazioni, dopo non permette più di incenerire… .

 

A CHI SERVE? CUI PRODEST?

Questi due tipi di lezione conducono a risultati diversi, rappresentabili in un’accezione generale come una di tipo aerobico e l’altra muscolare. La prima sarebbe ottima per le ragazze che vogliono un “tono” dolce ma atletico e la seconda per chi ricerca masse più pronunciate. Non esiste un meglio o un peggio: sono due cose parzialmente diverse. Scegliere una lezione è anche una questione di istinto e di piacere personale; ma anche in questo caso, come sempre, seguire la testa potrebbe essere una piacevole sorpresa, anche per il nostro corpo…

 

Paolo Michieletto

 

Lo sport praticato in un “Caldo clima al freddo”

in LIFESTYLE

Sebbene si possa ragionevolmente far coincidere con il progresso alcuni notevoli passi avanti nella salvaguardia della salute, non sempre tale innovazione concede a tutti noi gli strumenti per una migliore opportunità di adattamento all’ambiente.

Se da una parte le stagioni soccombono agli eventi derivati dalle differenti situazioni degenerative ambientali, mutando improvvisamente da periodi piovosi a caldi asfissianti, da periodi di gelo a primavere inattese, possiamo però notare come negli ambienti cosiddetti “chiusi” si cerchi di mantenere una certa qual “omeotermia” che preveda sempre un clima “ideale”. Il problema sussiste nel valutare se tale “idealità” sia la stessa per tutti o se tale situazione non possa creare degli scompensi. Si possono osservare persone completamente infagottate al volante di una macchina con riscaldamento acceso d’inverno oppure in maglietta con aria condizionata in funzione d’estate. In entrambi i casi, all’apertura delle porte dell’auto e dal primo passo in poi, il mondo esterno presenterà una situazione diversa da quella vissuta fino ad un attimo prima. Se ragionassimo in modo adeguato, potremmo facilmente intuire che in uno dei due ambienti l’abbigliamento non dovrebbe essere adatto; eppure questa circostanza si realizza puntualmente.

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Cosa succederà al nostro corpo? Si adatterà o sarà semplicemente una passiva accettazione di tale situazione a renderci sempre più deboli? Questi sono problemi che sicuramente afferiscono a sfere più importanti del semplice campo sportivo di nostra competenza, ma anche negli ambienti sportivi si è sottoposti a stress climatici non da poco.Infatti, gli ambienti che si definiscono moderni sono costretti a dotare le sale dove si svolge attività fisica di impianti di climatizzazione che consentano alle persone di fare attività senza sudare… (sigh). Oppure di dotare le sale attrezzi di un clima che rassomigli a quello del proprio salotto di casa quando si è in inverno. Premesso che nulla di sbagliato vige nel ricercare un clima ideale che preservi la salute delle persone, è possibile intuire che il nostro corpo vive “protetto” salvo imprevisti… . Basta infatti dimenticare il cappellino, oppure non aver l’aria condizionata che funzioni in auto o il riscaldamento rotto a casa per mandare in tilt la nostra salute, ormai non più allenata agli “sbalzi di umore climatici”.L’attività fisica può permettere di reagire a quest’apatia reattiva del nostro adattamento fisiologico, stimolando i nostri organi a ricreare in maniera efficace e naturale le condizioni innate e forse dimenticate di assestamento personale.

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Consideriamo quindi, visto il periodo di fine inverno e ripresa primaverile che ci apprestiamo a vivere, quali possano essere le piccole strategie individuali di recupero naturale delle nostre facoltà di adattamento che possiamo realizzare in questo periodo. Innanzitutto, la prima regola di salute, oltre che funzionale, è quella di svolgere attività con la minor quantità di abbigliamento possibile (si intende tecnico, non per altre seconde e ben più variegate finalità,…). Questo permetterà al nostro organismo di adattarsi naturalmente alla temperatura degli ambienti in cui si opererà, senza l’opera di filtraggio creata da strati eccessivi di tessuti che permeano in maniera troppo sensibile il passaggio dall’aria alla pelle. Quando si comincia a svolgere attività fisica la temperatura corporea, innescata dal muoversi delle articolazioni e dei muscoli, si innalza, e quindi se ci si era coperti troppo in partenza, la termoregolazione corporea avrà difficoltà nel registrarsi in maniera adeguata. E’ necessario considerare un tipo di abbigliamento a più strati che consenta l’eliminazione di alcuni capi ogni qualvolta si abbia tale necessità. Molta attenzione dovrà essere posta non tanto ai capi superficiali ma soprattutto a quelli più aderenti alla pelle. Non sarà elegante parlarne, ma è necessario considerare che se dopo esserci scoperti per il calore, l’ultimo strato risulterà essere sudato, allora in questo caso la salute sarà a rischio: aria, correnti fredde o rallentamenti dell’attività potranno essere cause di raffreddamento e cosiddetti colpi d’aria.

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Il “colpo d’aria”, che è per sua natura leggendario, così come “l’accavallamento dei nervi” e altri impedimenti simili, altro non è che un periodo prolungato di esposizione di una parte del nostro corpo a situazioni di freddo che costringono il nostro organismo a reagire o contraendosi per riequilibrare la temperatura o soccombendo quando tale situazione è ingestibile. Crearsi un abbigliamento adatto al clima in cui si opera è necessario. Ma sarebbe importante “allenarsi” anche al freddo, intendendo proprio letteralmente quanto scritto. Alcune scuole cinesi hanno malamente interpretato tale concetto esasperando bambini molto piccoli a vivere per alcune ore in maglietta semplice al freddo delle montagne. Il principio ispiratore consisteva nel fortificare lo spirito ignorando le sofferenze del corpo (…) ma il principio che per noi sarebbe in grado di avere una valenza positiva potrebbe essere solo quello di rinforzare le proprie difese costringendo il corpo a reagire ad uno stimolo intenso. Correre ogni tanto all’aria aperta e non solo sul tapìs roulant potrebbe rappresentare una interessante innovazione per il nostro corpo.

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Così come non richiedere aria troppo calda in una palestra o in una piscina potrebbe contribuire a costringere il nostro organismo a rinverdire alcune primitive e salutari facoltà di adattamento all’ambiente.Sudare non fa male, semmai fa male agli altri non lavarsi se si è sudati o se si indossano abiti da troppo tempo “vissuti”, ma la ricerca anche dell’eccessivo caldo può condurre ad errori.E’ importante, piuttosto, predisporre un veloce ed adeguato cambio di indumenti se si opera in un ambiente freddo, una volta terminata l’attività. E’ questo infatti il vero problema. Il maratoneta che corre sotto la pioggia ed il vento non ha grossi problemi fin che corre, così come il ciclista che affronta la salita. Le preoccupazioni nascono o quando la gara termina o quando comincia la discesa. Paradossalmente non è svolgere l’attività fisica “scoperti” quando si è al freddo a creare potenziali nocumenti alla salute (ovviamente quando il freddo è ben tollerato con abbigliamento adeguato) ma è proprio quando questa termina o diminuisce l’intensità che si possono verificare problemi. Predisporre strumentazioni di copertura (felpe o asciugamani) e, soprattutto ricambi delle parti sudate può essere fondamentale. Il sudore che si “asciuga” addosso ha più di un effetto sgradito… . Terminiamo qui questa breve dissertazione con un pensiero finale: non sappiamo più quale sia il clima ideale, ma sicuramente possiamo considerare come la capacità di adattamento si possa “allenare” solo variando più o meno volontariamente clima. Tornare ogni tanto alla “natura” potrebbe essere un gran giovamento per tutti!

 

Paolo Michieletto

 

 

 

 

 

Il basket in città. Vita e opere … dei protagonisti

in SPORT

Penso che chiunque abbia praticato sport, inteso come un’attività fisica con finalità sì ludica ma anche competitiva, possa comprendere quale sia sempre la componente adrenalinica della gara in sé: cercare di vincere o almeno di giocare bene.

Noi tutti, inteso come coloro che osservano lo sport, talvolta ci dimentichiamo delle difficoltà del nostro inquieto vivere osservando abili evoluzioni dei nostri più o meno osannati idoli, e ci identifichiamo a tal punto che sembra, al termine della competizione, di aver faticato anche noi come loro. Eppure, il protagonista ha dei risvolti emotivi che non sempre ci si immagina possano aver luogo. Noi siamo osservatori, ma gli attori, coloro che agiscono, hanno una visione diversa della loro disciplina sportiva.

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Sovente si incorre nel luogo comune che gli sportivi non lavorano, che fanno poco per quello che guadagnano, ecc. … Forse non sempre hanno guadagni proporzionati all’immaginario popolare, ma non è di questo che voglio parlare, seppure possa dire che se qualcuno li paga un motivo ci sarà, non credete?

Vorrei soffermarmi sull’età di questi “lavoratori” sportivi, di questi industriali di sé stessi che impegnano tutte le loro energie per poter vivere di quello che fanno. Sicuramente gli antichi e attuali operai delle miniere potrebbero aver qualcosa da obiettare su quello che sto per scrivere, e credo non solo loro…, ma per un attimo anche solo per un istante, vorrei parlare solo degli atleti.

Quando noi abbiamo giocato in un campetto, in un parco o in una spiaggia non sempre ci siamo preoccupati di aver sbagliato un tiro, un passaggio o non aver difeso bene in una azione. E se la vostra vita futura dipendesse da questo? Se la vostra vita dipendesse da un canestro segnato o da una palla recuperata? Da una palla persa malamente o da una difesa non adeguata?

Il lavoro dello sportivo potrebbe essere uno shock per chi lo ha sempre svolto per hobby o poco di più. Chi deve immaginare di dover vivere grazie a queste “cose” forse non riesce più a giocare… .

Ho visto qualche allenamento di una squadra professionistica della nostra città. E guardavo i visi di questi ragazzi tra i venti e i trent’anni come se non fossero su un campo da gioco. Sono ragazzi! Alcuni già papà con figli e altri “scapestrati” intelligenti in giro per il mondo. Ragazzi di poco più di vent’anni MICHI BASKET6che vivono realtà lontane migliaia di chilometri da casa in balia di un tiro che entra o non entra in partita. Tirare bene o essere bravi non è sufficiente: sono già tutti fisicamente e tecnicamente stratosferici: ma bisogna essere sempre al top in allenamento come in partita. Immaginate le ore di allenamento per tirare a canestro. E poi in partita quelli che tirano di più a canestro, tirano al massimo 10 15 volte, e in base a quanti ne segnano talvolta si decide il loro destino.

Il cittadino modello, l’impiegato quotidiano ha tempo per rileggere la pratica, può studiare per colmare le lacune: il giocatore vive per quei pochi tiri e occasioni che avrà in partita per poter continuare a vivere di quello stipendio che gli permette di lavorare in modo diverso da tanti altri.

Dai loro tiri e dalla loro difesa passa anche il lavoro di tante altre persone che non si vedono, che oscure lavorano affinché si aprano le porte e si accendano i riflettori sullo spettacolo. Gli allenatori, i vice, i fisioterapisti, gli “stancatori” atletici, i dirigenti, i responsabili delle varie aree, coloro che si occupano del sito, le segretarie della società, gli affittuari di tutti i locali che si devono occupare affinchè la squadra si muova (palestre, alberghi, case per giocatori, …) fino a coloro che si occupano delle biglietterie, … i servizi d’ordine e tanto altro ancora. Tutto nelle mani di chi segna o non segna un canestro: davvero è solo un gioco? Davvero il loro lavoro non vale?

MICHI BASKET

Sulle spalle di ragazzi di età giovanissima pende la responsabilità su tutto questo. E il peso lo si vede negli allenamenti dove il clima raramente è divertito. Non è un clima triste, ma è attento: è un consiglio di amministrazione permanente, dove tutti sono a favore ma tutti pretendono il massimo dai soci amministratori. Si sorride e si scherza, ma si lavora. Sì, si lavora. In maniera diversa dalle fabbriche, ma anche qui si lavora, dal primo all’ultimo. L’allenatore osserva, i vice controllano i manager telefonano e i giocatori giocano lavorando. Sono consci del privilegio del loro lavoro. Sono pagati per fare quello che da piccoli ritenevano tale, ma che ora per loro non è più: è un dovere per sé stessi e per le loro famiglie dal quale dipende il proprio futuro. Oggi a Torino, domani a Gerusalemme, e poi chissà, ma sempre lavorando con il tiro a canestro o per non farne entrare uno.

E allora il tifoso onesto, forse in considerazione della giovane età di questi giocatori, forse prima di chiedere la testa di uno e dell’altro, dovrebbe prima pensare a cosa succederebbe se una manica di esaltati lo insultasse quando lui è sul posto di lavoro e deve continuare a svolgere quello che fa. Pensate sia facile? Immaginatevi sul vostro posto di lavoro e qualcuno che a pochi centimetri mette in dubbio la vostra paternità… e immaginate di restare sereni e di rispondere tranquillamente al telefono, scrivere fatture o spiegare il caso ad un cliente… facile, sicuramente no, anche se non è proprio uguale, ovviamente.Il lavoro del cestista è su sé stessi per non sbagliare mai, anche se poi succederà. E le responsabilità sono tante, e se la palla rimbalza di pochi centimetri a destra o a sinistra sarete eroi o traditori, meritevoli dei più grati elogi o di epiteti dolorosi. Ragazzi di vent’anni o poco più che giocano o lavorano: bello sarebbe conoscerli meglio.

 

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