STORIA- Pagina 9

L’unico matrimonio tra i Savoia e i Grimaldi di Monaco

 Ricordato a Castelvecchio di Rocca Barbena

Sabato 30 e domenica 31 maggio 2026 il magnifico Comune di Castelvecchio di Rocca Barbena, uno dei Borghi più belli d’Italia, situato in Provincia di Savona, precisamente in Val Neva, ha ospitato “Florilegio”, la grande mostra mercato di fiori, vivaisti, produttori di eccellenze gastronomiche ed artigiani di alto livello. Le vie di questo magnifico borgo, che ha mantenuto le sue caratteristiche architettoniche invariate nei secoli e proprio per questo motivo è definito un unicum, si sono trasformate in un vero e proprio giardino.
Il numeroso pubblico ha potuto degustare le specialità locali e bere le birre artigianali prodotte dal Birrificio 44 di Albenga.
La manifestazione, magistralmente organizzata dall’Assessore alla Cultura Silvia Molino, ha previsto anche presentazioni di libri, la conferenza “I gelsi, una pianta antica e dalle mille proprietà” a cura del Dott. Bassi e sfilate di gruppi storici.
Nel pomeriggio di domenica 31 lo scrivente, nel corso della presentazione del libro “SAVOIA. L’albero genealogico e i protagonisti della dinastia” scritto con Pierangelo Calvo, ha fatto scoprire ai numerosi presenti l’unico matrimonio tra i Savoia e i Grimaldi di Monaco.
Nel 1486 Antonia di Savoia impalmò Giovanni Grimaldi, erede al trono della Signoria monegasca.
La sposa era figlia del Duca di Savoia Filippo II e della sua amante la carignanese Libera Portoneri. Dall’unione di questi ultimi era nato anche Renato, che nel 1501 impalmò la quattordicenne Anna Lascaris, figlia di Gian Antonio Lascaris, Conte di Tenda e Ventimiglia e fu così il capostipite dei Savoia-Tenda, ramo che si estinse nel 1580 alla morte di Onorato II, figlio della coppia.
Antonia ebbe importanti fratellastri e sorellastre. Dal primo matrimonio di suo padre con Margherita di Borbone nacquero Luisa, che fu la mamma di Re Francesco I di Francia e Filiberto II, che il 7 novembre 1497 succedette al padre come Duca di Savoia.
Dal secondo matrimonio del Duca Filippo II con Claudina di Brosse nacquero tra gli altri, Carlo III, che il 10 settembre 1504 succedette al fratellastro Filiberto II e Filippo, il quale nel 1514 ricevette dal fratello Carlo III la Provincia del Genevese, il cui capoluogo era Annecy e le Signorie di Faucigny e Beaufort; quest’ultimo sposò Carlotta d’Orleans-Longueville, che gli portò in dote il Ducato di Nemours e fu quindi il capostipite dei Savoia-Nemours, ramo dal quale proveniva la seconda Madama Reale.
Giovanni, lo sposo, era membro di una famiglia originaria della Francia e trasferitasi a Genova nel 1070. I Grimaldi legarono il loro destino a Monaco la notte dell’8 gennaio 1297 quando Francesco, detto “Malizia”, travestito da monaco francescano, insieme al figliastro Ranieri I, nato dalla prima unione di sua moglie Aurelia Del Carretto con Lanfranco Grimaldi, conquistò la Rocca di Monaco, fatta costruire dai genovesi nel 1215, diventandone il primo Signore.
Francesco regnò insieme a Ranieri I fino al 10 aprile 1301 quando Monaco tornò genovese. Fu Carlo I, figlio di Ranieri I, a riconquistare la Rocca il 12 settembre 1331 e a diventarne il suo primo Signore sovrano.
Carlo nel 1346 acquistò Mentone e nel 1355 conquistò Roccabruna. Dal 29 giugno 1352 alla sua morte il 15 agosto 1357 regnò insieme ai figli Ranieri II e Gabriele e allo zio Antonio, un altro figlio di Aurelia Del Carretto e Lanfranco Grimaldi.
Alla morte di Carlo I Monaco tornò genovese e lo rimase fino al gennaio 1395, quando regnarono brevemente, fino a dicembre, Giovanni I, figlio di Ranieri II e suo zio paterno Luigi. Quest’ultimo tornò sul trono dall’11 maggio 1397 al 5 novembre 1402, quando, al suo decesso, Monaco divenne nuovamente genovese per poi tornare definitivamente ai Grimaldi il 5 giugno 1419 con il sopraccitato Giovanni I, che fino al 1427 regnò insieme ai fratelli Ambrogio e Antonio.
Egli, dopo aver cercato invano di vendere la signoria nel 1429 alla Repubblica di Genova, nel 1448 al Duca Ludovico di Savoia e nel 1451 al Delfino Luigi di Francia, si spense nel 1454. Il trono passò al figlio Catalano, il quale dalla moglie Bianca Del Carretto di Finale Ligure ebbe solo una figlia, Claudina. Quest’ultima, nata nel 1451, salì al trono a soli sei anni nel luglio 1457 alla morte del genitore, sotto la reggenza della nonna paterna Pomellina Fregoso, la quale nel marzo dell’anno seguente fece abdicare la nipote a favore del lontano cugino Lamberto, proveniente dal ramo di Antibes. I due avevano come antenato comune l’ammiraglio genovese Oberto Grimaldi, vissuto tra il 1140 e il 1232: Claudina discendeva dal primogenito Grimaldo II, Lamberto dal secondogenito Ingone.
Luca, nonno di Lamberto, nel 1384 insieme al fratello Marco ricevette il feudo di Antibes dall’Antipapa Clemente VII di Avignone in cambio di un prestito di cinquemila fiorini che il pontefice non era stato in grado di restituire.
Lamberto nel 1465 sposò sua cugina Claudina, che nel 1458 gli aveva ceduto il trono. Lui aveva 45 anni, lei 14. Dalla loro unione nacquero sei figli, tra i quali:

  • Giovanni, che nel 1486 sposò Antonia di Savoia;

  • Agostino, Vescovo di Grasse;

  • Francesca, che nel 1491 sposò Luca Doria, Signore di Dolceacqua;

  • Luciano, che nel 1514 sposò Jeanne de Pontevès-Cabanes.

Lamberto Grimaldi durante il suo regno utilizzò la spada e la diplomazia con egual destrezza e adottò per primo il motto della famiglia Grimaldi: Deo iuvante (Con l’aiuto di Dio).
Alla sua morte nel marzo 1494 a succedergli fu il figlio Giovanni, il protagonista di questo articolo, il quale nel 1486 aveva sposato Antonia di Savoia. Dalla loro unione nacque una sola figlia, Maria.
Antonia fu signora di Monaco per soli sei anni, in quanto si spense nel 1500. Suo marito fu protettore e mecenate di diversi artisti, tra i quali il pittore Ludovico Brea, ricoprì la carica di ciambellano del Re di Francia e fu comandante delle flotte francesi.
Venne ucciso al Palazzo Principesco di Monaco nella notte tra il 10 e l’11 ottobre 1505 da suo fratello minore Luciano, il quale si prese il trono. Maria, unica figlia di Giovanni II, dieci anni dopo sposerà Girolamo Della Rovere, Signore di Vinovo, rinunciando con queste nozze ai suoi diritti al trono monegasco.
Luciano farà la stessa fine del fratello qualche anno dopo: il 22 agosto 1523 verrà fatto uccidere da suo nipote Bartolomeo II Doria Signore di Dolceacqua, figlio di sua sorella Francesca, con il probabile aiuto dell’Ammiraglio Andrea Doria, il cui padre era Ceva II co-Signore di Oneglia e la cui madre era Caracosa Doria di Dolceacqua.
Il trono di Monaco passò allora al piccolo Onorato, nato nel dicembre dell’anno precedente; il giovanissimo nuovo sovrano venne posto sotto la reggenza dello zio paterno Agostino, Vescovo di Grasse, il quale per vendicare il fratello assediò la Signoria di Dolceacqua, che verrà liberata nel 1527 grazie all’intervento di Andrea Doria.
I legami tra i Savoia e i Grimaldi sono ancora forti ai giorni nostri: il due novembre 2023 S.A.R. il Principe Emanuele Filiberto di Savoia, allora erede al trono, ha consegnato ufficialmente a S.A.S. il Principe sovrano Alberto II di Monaco le insegne dell’Ordine Supremo della Santissima Annunziata da parte del Suo Augusto genitore, S.A.R. il Principe Vittorio Emanuele di Savoia, Duca di Savoia, Principe di Napoli.
Alla conferenza di domenica 31 maggio 2026, oltre all’organizzatrice Silvia Molino, Assessore alla Cultura di Castelvecchio di Rocca Barbena, hanno presenziato molte personalità, tra le quali il Consigliere Regionale Angelo Vaccarezza; Daniele Galliano, Sindaco di Bormida; Lina Cha, Sindaco di Cervo; Romano Damonte, Sindaco di Diano Castello; Francesco Garofano, Sindaco di Millesimo; Marco Pallaro, Sindaco di Novello e Franco Scrigna, Consigliere Comunale di Villanova d’Albenga.
L’evento è stato impreziosito dalla presenza dei seguenti gruppi storici: “Bastian Contrario e Bela Lidia” di Sciolze; “I Signori di Rivalba” di Castelnuovo Don Bosco e “I Signori di Torino nel Seicento” con il Duca di Savoia Carlo Emanuele II e la consorte Maria Giovanna Battista di Savoia-Nemours.

ANDREA CARNINO

Emilio Salgari non era violento e dedito all’alcol

UN LETTORE CI SCRIVE
Caro direttore, in riferimento all’ articolo della Cagnotto del 1 febbraio 2019, “La pazzia è donna”, di cui ho apprezzato l’ incipit, segnalo tuttavia che  una parte della vicenda biografica, inerente Ida Salgari, è inventata di sana pianta: affermare che Emilio Salgari fosse violento o bevesse è  senza fondamento storiografico, pare inoltre che fosse Ida/Aida, purtroppo, ad avere manifestazioni colleriche, secondo molte testimonianze e analizzando il prospetto nosografico della cartella medica  che portò il 19 aprile 1911, all’ internamento, il quale  avrebbe dovuto essere provvisorio.
La morte dello scrittore e, soprattutto, il quadro particolarmente fosco descritto dalla famiglia Peruzzi- sul quale si concentrano attualmente le ricerche degli studiosi salgariani contemporanei- nominati tutori dei figli, modificarono nettamente la situazione della povera Aida: molto probabilmente, se non fosse morto lo scrittore, la donna sarebbe uscita dal Regio Manicomio prima del fatidico 4 maggio 1911.
Tanto dovevo per esattezza storiografica.
Jonata Poloni
Post scriptum:
Salgari non beveva smodatamente, come si evince dalle ricerche dello storico Turcato

L’omaggio di Quaglieni a Dionisotti

Il Prof . Pier Franco Quaglieni presidente del Centro Pannunzio  ha concluso il suo soggiorno sul lago Maggiore, rendendo oggi omaggio a Carlo Dionisotti al cimitero di Romagnano Sesia. Il prof. Quaglieni ha ricordato il grande italianista che ha insegnato ad Oxford per tanti anni, autore di opere di fondamentale valore storico- letterario  che hanno onorato la cultura italiana all’estero. Durante le sue vacanze estive Dionisotti fu abituale frequentatore  del Centro Pannunzio che onorò come presidente del Comitato scientifico. Il prof. Dionisotti fu amico di Gobetti e di tutta una generazione di intellettuali tra cui Galante Garrone. Il prof . Dionisotti si oppose insieme a Franco Venturi con grande fermezza alla contestazione violenta del ‘68 , disconoscendo il legame tra essa e la Resistenza. Era un abituale frequentatore di Varigotti.

Le tavole ritrovate di Giulio Bizzozero esposte all’Accademia delle Scienze

Quello che l’occhio non vede

Per la prima volta in mostra le straordinarie tavole didattiche del padre dell’istologia italiana, visitabili dal 27 maggio fino all’8 luglio

Torino, 27 maggio 2026 – Grandi fogli dipinti a mano libera con acquerelli e china, in cui cellule, tessuti e strutture microscopiche prendono forma con una precisione e una bellezza che ancora oggi lasciano senza parole. Per anni erano appese ai corridoi dell’ex Istituto di Patologia Generale, così familiari da diventare invisibili, dato che nessuno sembrava più accorgersi del loro straordinario valore scientifico e artistico. Oggi quelle tavole escono dall’ombra e trovano la loro sede più naturale: l’Accademia delle Scienze di Torino, in collaborazione con l’Università di Torino, apre al pubblico Guardare l’invisibile, la mostra sulla più antica collezione italiana di disegni di istologia normale e patologica, visitabile fino all’8 luglio.

Le tavole in mostra sono il frutto del progetto ART IN MED, promosso dall’Università di Torino con l’obiettivo di valorizzare un patrimonio ancora poco noto: oltre 1100 tavole didattiche scientifiche che, introdotte nell’Ottocento e utilizzate fino alla prima metà del Novecento, raccontano lo sviluppo delle scienze mediche e veterinarie. Antesignane degli odierni strumenti informatici, erano il supporto grafico con cui gli scienziati insegnavano e divulgavano le proprie scoperte, realizzate in grandi formati per essere viste a distanza, a mano libera con acquerello e china, riproducendo con rigore organi, tessuti e strumentazioni scientifiche. Un patrimonio che rischiava di restare ignorato e che oggi è censito, valorizzato e accessibile a tutti. Portarlo all’Accademia delle Scienze significa restituirlo al luogo in cui la scienza torinese ha scritto alcune delle sue pagine più importanti: un cerchio che si chiude, a distanza di oltre un secolo.
«La collaborazione con l’Università di Torino rappresenta un esempio virtuoso di come due istituzioni con radici comuni possano unire le proprie competenze per valorizzare un patrimonio scientifico e culturale condiviso. L’Accademia delle Scienze è stata un luogo di ricerca e di pensiero, ma oggi è anche e sempre più uno spazio aperto alla città e a pubblici nuovi: attraverso le mostre, gli incontri pubblici e i podcast con cui raccontiamo la scienza in tutte le sue forme. Vogliamo che la conoscenza prodotta e conservata in Accademia  raggiunga chiunque abbia curiosità e voglia di capire il mondo. Guardare l’invisibile va esattamente in questa direzione: portare davanti agli occhi di tutti ciò che la scienza ha reso visibile nel corso dei secoli», ha dichiarato Marco Mezzalama, presidente dell’Accademia delle Scienze.

Ciò che colpisce, guardando le tavole di Bizzozero, è prima di tutto l’incredulità: come è possibile una simile precisione senza fotografie, senza strumenti di riproduzione, senza altro ausilio che la mano e la mente? Il suo uso del colore era così sapiente da rendere strutture reali non solo fedeli, ma quasi fantastiche – qualcosa che potremmo scambiare per un’illustrazione contemporanea, e che invece nasceva dall’occhio di uno scienziato capace di vedere ciò che nessuno aveva ancora visto, e di restituirlo al mondo con la sensibilità di un artista. Non erano semplici illustrazioni: erano un atto creativo, il tentativo ostinato di rendere visibile e comprensibile ciò che esiste al di là della vista umana. E fu proprio a Torino, che Bizzozero presentò la sua scoperta più importante: l’esistenza delle piastrine del sangue, il terzo elemento che nessuno aveva ancora identificato e che avrebbe posto le basi della medicina moderna.

Due nuove sale, tutte da vedere, alla Palazzina di Stupinigi

Sono la “Sala Crivelli” e la “Sala Principini”: inaugurate nei giorni scorsi, entrano nel percorso di visita della juvarriana “Residenza Sabauda”

Nichelino (Torino)

Se mai ce ne fosse stato bisogno, c’è oggi un motivo in più per debitamente visitare quello splendore “Barocco” – “Rococò” che è la sabauda “Palazzina di Caccia” di Stupinigi, progettata nel 1729 da Filippo Juvarra per volere di Vittorio Amedeo II di Savoia e principalmente adibita, come ben si sa, alle sfarzose “battute di caccia” e alle grandi, sontuose feste e ricevimenti di corte. Nei giorni scorsi, tra storiche “quadrerie”, nature morte, pitture di animali e ritrattistica infantile di corte, sono state infatti inaugurate due nuove magnifiche “Sale” che raccontano un capitolo poco conosciuto del “Museo dell’Arte e dell’Ammobiliamento”, ospitato nella “Palazzina” e composto da oltre duecento opere (datate tra XVII e XIX secolo) giunte a Stupinigi negli Anni Venti del Novecento proprio per l’allestimento del succitato “Museo”. Due nuove “Sale”, si diceva: la “Sala Crivelli” e la “Sala Principini”. Davvero due magnifiche “scoperte”, regalate alla Città e destinate ad arricchire oltremodo gli splendori della “Palazzina”, “Patrimonio UNESCO”.

“Sala Crivelli”

A completamento della visita dell’“Appartamento del Re”, la nuova saletta restaurata (ai tempi destinata a piccola camera da letto) è  dedicata a un nucleo di quindici dipinti, opera di Angelo Maria Crivelli, detto il “Crivellone”, e del figlio Giovanni, il “Crivellino”, tra i più apprezzati interpreti lombardi della pittura di “animali” e “nature morte” tra la fine del Seicento e la metà del Settecento. Padre e figlio lavorarono molto insieme, con uno stile di chiara “matrice fiamminga” il primo, più attento a giochi di rigoroso e suggestivo “virtuosismo espressivo” il secondo, chiamato nel 1733 da Filippo Juvarra a realizzare gli “otto paracamini” del “Salone Centrale” della Palazzina, a tutt’oggi conservati. Le opere esposte – provenienti dal “Castello di Moncalieri” e successivamente confluite nelle raccolte di Stupinigi – raccontano un genere molto presente nelle Residenze Sabaude: scene di cortileselvagginapescipaesaggi boschivi e composizioni floreali costruite con attenzione naturalistica e forte impatto decorativo. Due opere di grandi dimensioni della stessa serie, raffiguranti “animali da cortile”, sono conservate, pare, nello “Studio” del “Presidente della Repubblica” al Quirinale. 

I dipinti del “Crivellone” si concentrano in prevalenza su “scene di caccia”, animali selvatici e da cortile colti con grande minuzia di segno e svolazzi cromatici all’aperto, “in un dialogo continuo tra osservazione del dato reale e costruzione scenografica dell’immagine”. Nelle opere del “Crivellino” (forse più apprezzato, rispetto al padre, dalla Corte Sabauda) prevalgono invece le grandi “nature morte” di pesci, soprattutto, arricchite da conchiglie, funghi, verdure e dettagli naturalistici. Pittura più complessa nella struttura scenografica e nella scelta tematica. Esposte tra il 2024 e il 2025 le opere dei Crivelli sono state in parte restaurate, grazie al contributo di “AON spa”, a cura di “Open Care – Servizi per l’Arte” di Milano. Un ultimo intervento di manutenzione straordinaria sulle opere non ancora restaurate è stato recentemente eseguito dal “Centro Conservazione e Restauro” de “La Venaria Reale”.

“Sala Principini”

Nelle sale del “Gabinetto di toeletta” dell’“Appartamento della Regina” e nella “sala successiva” sono presentati 23 ritratti (XVII – XVIII secolo) di “bambini” e “infanti” diretti discendenti della “Casa Savoia” o ad essa correlati: dipinti di raffinata qualità pittorica, che nel tempo sono stati studiati ed esposti in molte occasioni singolarmente. Le firme vanno da autori di pregio della corte sabauda (da Francesco Cairo a Maria Giovanna Battista Clementi – “La Clementina” a Giuseppe Duprà) a  pittori francesi della cerchia di Nicolas de Largillière e Pierre Gobert, loro i ritratti dei principi di Lorena. La nuova “Sala” rappresenta, inoltre, due serie omogenee di ritratti: da una parte i figli di Carlo Emanuele III di Savoia (1701-1773) e, dall’altra la serie dei figli di Vittorio Amedeo III e Maria Antonia Ferdinanda di Spagna, il cui ritratto recentemente restaurato (con il sostegno del “Rotary Club Distretto 2031”) rappresenta il primo recupero delle immagini delle “dame di corte” che affianca quello dei piccoli “principi”. Figlia di Filippo V, re di Spagna, e di Isabella Farnese, Maria Antonia Ferdinanda di Borbone-Spagna sposò nel 1750 il principe Vittorio Amedeo, futuro Vittorio Amedeo III, entrando a far parte della “corte sabauda” in una fase di profondo rinnovamento politico e culturale. “Regina di Sardegna” dal 1773 al 1796, soggiornò a lungo nei mesi estivi alla “Palazzina” di Stupinigi, animandola con “feste” e “battute di caccia”.

Per info: “Palazzina di Caccia”, piazza Principe Amedeo 7, Stupinigi-Nichelino (Torino); tel. 011/6200601 o www.ordinemauriziano.it

Gianni Milani

Nelle foto: Allestimenti (particolari) “Sala Crivelli” e “Sala Principini” (Ph. Mariano Dallago)

Flashback Habitat: storie di nativi e tate

Sabato 30 maggio, alle ore 16, verrà presentato negli spazi di Flashback Habitat, in corso Giovanni Lanza 75, a Torino, nel Padiglione C, il libro edito da Araba Fenice “Mater. Storie di nativi e tate dell’istituto provinciale dell’infanzia e della maternità di Torino”.

Quando nel 2022 vennero scoperti gli spazi di corso Giovanni Lanza 75, sorse spontanea una domanda: cos’è e che cosa è stato questo luogo? Colpì sapere che tra gli anni Cinquanta e gli Ottanta era il brefotrofio della città. E come è caratteristico della poetica di Flashback, la sua storia fu accolta come un dono, abbracciando l’opportunità preziosa di riportarlo alla luce. Così, grazie al riavvicinamento delle persone nate e cresciute lì, al recupero dei materiali e di documenti ufficiali della città ha preso forma “Una vita migliore. Frammenti di storie dell’istituto per l’infanzia e la maternità della provincia di Torino”. Si tratta della mostra permanente negli spazi di Flashback Habitat a cura di Alessandro Bulgini, una dedica a chi tra queste mura ha trovato la sua prima casa. Oggi i nativi e le native dell’ex brefotrofio formano una nuova famiglia, frequentano abitualmente Flashback Habitat riconoscendo nelle palazzine del centro culturale le proprie radici. Proprio dalla loro esperienza, come un ponte tra passato e presente, è nato “Mater. Storie di nativi e tate dell’istituto provinciale per l’infanzia e la maternità di Torino”, volume a cura di Michele Coppi e Arianna Meneghello, nativo e nativa dell’ex brefotrofio della città, e Cesare Bellocchio Brambilla. Attraverso testimonianze, ricordi e racconti personali, il testo intreccia memorie individuali e collettive, a conferma del valore profondamente identitario di questo luogo. Il luogo dei nativi e delle native aggiunge un ulteriore e importante approfondimento alla storia di corso Giovanni Lanza, un atto affettuoso e corale che trasforma la memoria in un patrimonio condiviso.

Mara Martellotta

L’archeologia si racconta nei Musei nazionali del Piemonte 

Il pensiero di Nicola Matteucci e Augusto Del Noce al “Pannunzio”

Fascismo, antifascismo, post fascismo 

Lunedì 25 maggio prossimo, alle ore 18, il Centro Pannunzio, in via Maria Vittoria 35H, promuove un incontro su uno dei temi più  complessi della storia italiana contemporanea, il rapporto tra fascismo e antifascismo, tra memoria storica e interpretazione critica.
Presso la sede del Centro interverrà il professor Pier Franco Quaglieni, storico e Presidente del Centro Pannunzio, da decenni impegnato nello studio del pensiero politico italiano e del Risorgimento.
La sua riflessione si concentrerà sul tema dal titolo “Fascismo, antifascismo: il post fascismo di Nicola Matteucci e di Augusto del Noce”, due tra i più importanti filosofi del Novecento italiano.
Nicola Matteucci  è  stato un politologo e storico delle dottrine politiche  e ha contribuito ad una rilettura liberale della storia italiana, mentre Augusto del Noce ha indagato in profondità le radici filosofiche del totalitarismo e della modernità,  offrendo degli strumenti interpretativi ancora oggi validi.
Al centro della riflessione sarà presente il concetto di “post fascismo”, inteso come categoria interpretativa utile a comprendere le trasformazioni della cultura politica italiana del secondo dopoguerra, alla luce delle eredità e della discontinuità rispetto al passato. Il professor Quaglieni si soffermerà anche su De Felice e la sua fortunata biografia su Mussolini.
L’incontro intende recuperare una dimensione rigorosa ma non ideologica del dibattito, superando le contrapposizioni semplificate che spesso banalizzano il discorso pubblico. L’iniziativa, in linea con i valori del Centro Pannunzio, si propone di restituire una complessità storica e profondità filosofica a un tema che ancora oggi risulta centrale per la coscienza civile del nostro Paese.

MM

A settanta anni dalla morte di De Gasperi

Una mostra lo ricorda alla Città  Metropolitana di Torino in corso Inghilterra 7

Realizzata in occasione del settantesimo anniversario della scomparsa dello statista, l’esposizione, aperta fino al 15 giugno, si intitola “Servus inutilis. Alcide De Gasperi e la politica come servizio” e propone uno sguardo approfondito sulla figura di uno dei padri fondatori della democrazia italiana,  rievocandone i valori e gli ideali a ridosso dell’ottantesimo anniversario del referendum che sancì la nascita della Repubblica.
La mostra sarà inaugurata martedì 26 maggio alle ore 11 preeso la Città Metropolitana di Torino in corso Inghilterra 7, dalla consigliera metropolitana delegata all’Istruzione Caterina Greco  e dal curatore Paolo Valvo, professore associato di Storia contemporanea  all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano.
L’iniziativa restituisce l’attualità del pensiero e dei valori di De Gasperi, attraverso il racconto del suo impegno civile e politico ed è stata resa possibile grazie alla collaborazione con la Città Metropolitana di Torino  e il sostegno della Fondazione CRT e oltrepassa i limiti di una semplice celebrazione biografica.
Dopo una prima introduzione biografica, il percorso accompagna i visitatori attraverso cinque sezioni tematiche, ricche di documenti d’archivio, manifesti storici e fotografie d’epoca.

La prima sezione si intitola “ Dalla  pazienza alla speranza” e ripercorre i venti anni di emarginazione vissuti da De Gasperi durante il fascismo, mettendo in luce la pazienza come virtù democratica negli anni successivi di governo.
Nella seconda sezione intitolata “Libertà politica e giustizia sociale” viene approfondito il binomio centrale del pensiero di De Gasperi, illustrando la sua evoluzione e la sua attuazione nella stagione riformista che caratterizzò i suoi esecutivi. Il percorso prosegue poi con la sezione “ Costruire la pace” dedicata alla visione internazionale dello statista, impegnato nella costruzione di un nuovo ordine fondato sul diritto internazionale e su pacifiche relazioni tra i popoli.
Nella sezione dal titolo “La nostra Patria Europa” viene evidenziato il ruolo di De Gasperi come pioniere dell’integrazione europea, attraverso il progetto della Comunità Europea di Difesa.
Chiude l’esposizione la sezione “Uomo unito” che restituisce la dimensione privata e la coerenza spirituale che hanno accompagnato l’esperienza intera pubblica dello statista.
La mostra è  aperta al pubblico ad ingresso libero dal lunedì al venerdì dalle 8.30 alle 18.30 con orario continuato e il sabato dalle 8.30 alle 12.30.

MM

Un ritratto di Margherita di Savoia, tra manoscritti e doni, tra Carducci e Manzoni

Nelle sale della Biblioteca reale, sino al 6 gennaio

Ultime notizie – Italia – Interno – Torino, 20 novembre. Questa notte, ad un’ora, S.A.R. la Duchessa di Genova dava felicemente alla luce una Principessa che sarà tenuta oggi, alle ore 11, al sacro fonte da S.M. la Regina vedova Maria Teresa e da S.A.R. il Principe Giovanni di Sassonia, ed alla quale verranno imposti i nomi di Margherita Maria Teresa Giovanna. Lo stato di salute dell’Augusta Puerpera e della Neonata è ottimo”. Con tanto d’etichetta e di maiuscole ufficialmente rispettate, prendeva avvio nella “Gazzetta Piemontese” il cammino terreno – era il 1851, nelle stanze di palazzo Chiablese, sarebbe deceduta a Bordighera settantacinque anni dopo – di Margherita di Savoia, festeggiata nel suo centenario in più occasioni, non ultima la duplice mostra-dossier “Margherita, prima regina d’Italia. Storia, cultura e stile tra Palazzo e Biblioteca Reale” (alla Biblioteca Reale di piazza Castello sino al 6 gennaio), un viaggio non soltanto attraverso un’esistenza umana ma attraverso gli anni di una nazione che si andava costruendo, un contesto storico di crescita che percorreva i costumi e la letteratura, l’industria e l’artigianato, un repertorio di libri a stampa, documenti d’archivio, incisioni e fotografie, per la maggior parte inediti, “a testimoniare la vita e gli interessi della sovrana, lettrice curiosa e grande appassionata di musica”, non passando certo in secondo luogo le testimonianze dei doni preziosi che le provenivano da tutta Italia e che confermavano la popolarità della sovrana – “era una vera e seria professionista del trono, e gl’italiani lo sentirono. Essi compresero che, anche se non avessero avuto un gran Re, avrebbero avuto una grande Regina”: ebbe a scrivere Indro Montanelli, forse anche ripensando a quell’affetto che si riversò nelle grandi azioni come nelle cose magari di poco conto quotidiane, con un elenco che verrebbe ad abbracciare una pizza e un panforte, certi dolcetti tipici di Stresa e una sala teatrale romana, la Capanna, nel gruppo del Rosa, a ricordare il suo amore per la montagna, un lago in Etiopia e vari giardini, ospedali e ricoveri, corsi e piazze e viali, oltre un modello di macchina da cucire adoperata dalle massaie – e, nello stesso tempo, dell’affermarsi nelle arti di un gusto fin de siècle”. Il tutto culminando in quell’”Onde venisti? quali a noi secoli / Sì bella e mite ti tramandarono?” di un Carducci che aveva superato da poco i quaranta – musicata in seguito per coro e orchestra da Ernesto Luzzato -, che certo non rimase insensibile all’intelligenza e al fascino altresì dell’illustre donna (una sezione della mostra è dedicata al poeta e prosatore, tra manoscritti e dediche).

Ampliandosi il ritratto della sovrana nel Medagliere Reale con “Il Volto delle Donne. L’altra faccia della Storia”, a cura di Elisa Panero con la collaborazione di Patrizia Petitti e Daniele Speranza. È lo sguardo del visitatore a posarsi su alcuni dei personaggi femminili che fanno parte delle collezioni numismatiche dei Musei Reali – ben 60mila tra monete, medaglie e sigilli, un terzo dei quali recano volti di donna -, qui un viaggio ideale che si snoda da Arsinoe II con un ottodramma in oro a Cleopatra e Galla Placidia e Caterina di Russia per giungere appunto alla medaglia d’oro coniata per il XXV di Matrimonio o a quella con l’effigie della sola sovrana, nelle vesti ormai di regina madre (1924), ambìto premio per i riconoscimenti o le andate in pensione di questo o quel dirigente e (crediamo?) lavoratore, sino a quella che è opera di Marcelle Renée Lancelot Croce, nome che si va sempre più riscoprendo nella numismatica, e che fu coniata per le nozze (1896) di Elena di Montenegro e Vittorio Emanuele di Savoia.

Lunghe le teche che raccolgono i ricordi di Margherita, lavoro di ricerca dovuto ai curatori Lorenza Santa, Fabio Uliana e Maria Luisa Ricci, si guarda ai Calendari Reali che racchiudono gli elenchi dei membri della famiglia reale e dei regnanti europei, e una doppia veduta di Piazza Castello durante il carnevale del 1857, gli inviti e le disposizioni a tavola per le feste organizzate nel 1868 a Torino, Firenze e Genova e i balli a corte (in un invito torinese leggiamo le “persone che v’interverranno” sono Signore 417 e Signori 1519 sommando ai quali Guardia Nazionale e Armata e vari il totale raggiungeva i 2907 ospiti) in occasione del matrimonio con il cugino e principe ereditario Umberto di Savoia, che diverrà re dieci anni più tardi e che cadrà assassinato a Monza nel luglio del 1900 per mano dell’anarchico Bresci. Atto che mise fine a una malsicura vita di coppia, a un legame che Margherita, dopo un primo pensiero di separazione, aveva, camuffandolo, salvaguardato dal momento che il regio consorte dal 1864 intratteneva una liaison con la duchessa Eugenia Attendolo Bolognini Litta, di sette anni maggiore, che gli aveva generato il piccolo Alfonso: quadretto extraconiugale che non impedì ai principi di celebrare nell’aprile del 1893 le Nozze d’argento. E alla sovrana di piangere le più calde lacrime, sincere, che la portarono a formulare quei fogli che oggi vediamo e che contengono l’accorata preghiera alla “Devozione in memoria del Re Umberto I mio signore ed amatissimo consorte”, con tanto di rosario credo de profundis e requiem che per suo desiderio avrebbero dovuto ingrossare il libro delle preghiere di ogni buon cristiano: ma che la Chiesa rifiutò. Una frase del tipo “per quel tuo sangue vermiglio che sgorgò da tre ferite, per il tuo martirio che incoronò tutta una vita di bontà e di giustizia” – con buona pace di Bava Beccaris e Compagni e delle cannonate milanesi -, eccetera eccetera, non avrebbe avuto un seguito.

Tra i doni che Margherita ricevette e sono oggi in mostra è il manoscritto autografo di Alessandro Manzoni “Dell’unità della lingua e dei mezzi del diffonderla”, documento ricavato dai lavori della Commissione per l’unificazione linguistica nazionale, di cui – con un’ulteriore necessità di “sciacquare i panni in Arno” – divenne presidente nel gennaio del 1868. In occasione della mostra vengono riaperte le splendide sale settecentesche al primo piano di Palazzo Reale che accolgono l’appartamento abitato da Margherita, al centro il grande ritratto in sembianze giovanili che è opera di Michele Gordigiani e le preziose porcellane acquistate negli anni di regno presso le più prestigiose manifatture europee (Meissen) e nazionali (Richard Ginori) come le eleganti committenze assegnate agli ebanisti. Sino al 29 settembre, prestito della Reggia di Caserta, sarà possibile ammirare nella Sala dei Medaglioni dell’Appartamento di Rappresentanza la culla sontuosissima di Vittorio Emanuele III, eseguita su disegno di Domenico Morelli da artisti ed esperti artigiani campani, donata ai Savoia dalla città di Napoli. “La Biblioteca Reale è per me il luogo del cuore – ha confessato durante la presentazione della mostra la direttrice dei Musei Paola D’Agostino – e questa mostra non vuole essere soltanto il ricordo di una sovrana nel centenario della morte ma un’occasione per mostrare il patrimonio prezioso librario delle collezioni, dei manoscritti e fotografico; non soltanto un omaggio a una regina amata ma anche a Torino e a quella stagione che la città visse prepotentemente a cavallo dei due secoli”.

Elio Rabbione

Nelle immagini, Michele Gordigiani (Firenze 1835 – 1909), Margherita di Savoia Genova, 1872, olio su tela, legno scolpito, intagliato e dorato, Musei Reali di Torino, Palazzo Reale; Album fotografico per la culla del principe di Napoli, 1869 Musei Reali di Torino, Biblioteca Reale; “Margherita, prima Regina d’Italia. Storia, cultura e stile tra Palazzo e Biblioteca Reale”; Musei Reali di Torino, Biblioteca Reale e Medagliere Reale, 2026, installation view: crediti: Giuliano Berti per i Musei Reali di Torino; “Il volto delle Donne. L’altra faccia della Storia”; Musei Reali di Torino, Biblioteca Reale; 2026; installation view; crediti: Giuliano Berti per i Musei Reali di Torino.