STORIA- Pagina 63

Il Duca d’Aosta a vent’anni

I monumenti di Torino  / La statua in bronzo fu  trasportata, nel giugno del 1900, dalle fonderie Sperati (corso Regio Parco) al Parco del Valentino e per compiere quel tragitto di circa tre chilometri furono necessarie più di sei ore a causa appunto delle ingenti dimensioni del monumento

Il monumento è situato all’interno del Parco del Valentino, in asse con corso Raffaello e nel centro del piazzale nel quale confluiscono i viali Boiardo, Ceppi e Medaglie D’Oro. La statua che raffigura, sul cavallo ritto sulle zampe posteriori, il poco più che ventenne Amedeo di Savoia Duca d’Aosta durante la battaglia di Custoza, è posta su un dado di granito che poggia a sua volta su un basamento contornato da una fascia di coronamento in bronzo,rappresentante (in altorilievo) 17 figure tra cui numerosi personaggi celebri della dinastia sabauda. Ai gruppi di cavalieri si alternano vedute paesaggistiche come la Sacra di San Michele, il Monviso e Torino con il colle di Superga sullo sfondo.Sul fronte del basamento, poggiata sulla chioma di un albero al quale è appeso lo stemma reale di Spagna, un’aquila ad ali spiegate regge tra gli artigli lo scudo dei Savoia.Nato il 30 maggio 1845 da Vittorio Emanuele (il futuro re Vittorio Emanuele II) e da Maria Adelaide Arciduchessa d’Austria, Amedeo Ferdinando Maria Duca d’Aosta e principe ereditario di Sardegna, crebbe seguendo una rigida educazione militare.Nel 1866 gli venne affidato il comando della brigata Lombardia e partecipò alla battaglia di Custoza nella quale, nonostante fosse stato ferito da un proiettile di carabina, continuò a battersi distinguendosi così per il suo coraggio ed il suo valore.In seguito alla rivoluzione del 1868 e alla cacciata dei Borboni, in Spagna venne proclamata la monarchia costituzionale e nonostante la situazione risultasse molto difficile, Amedeo di Savoia accettò l’incarico così, il 16 novembre 1870, venne eletto Re di Spagna con il nome di Amedeo I di Spagna.Ma la situazione politica risultò ancora più instabile di come lui se la fosse prospettata e davanti a rivolte e congiure (nel 1872 sfuggì miracolosamente ad un attentato), nel 1873 abdicò rinunciando per sempre al trono.Tornato in Italia, venne nominato Tenente Generale e Ispettore Generale della Cavalleria; si spense il 18 gennaio 1890 a causa di una incurabile broncopolmonite.

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Signorilmente affabile con tutti, sempre pronto a prodigarsi per il bene della sua amata città, fu (anche durante il periodo della sua sovranità in Spagna) un personaggio molto popolare e ben voluto tanto che, neanche una settimana dopo la sua morte, la città di Torino costituì un comitato promotore per l’erezione di un monumento a lui dedicato, sotto la presidenza del conte Ernesto di Sambuy. Venne aperta una sottoscrizione internazionale alla quale, la stessa città di Torino, partecipò con la somma di L. 25.000 e in seguito, il 6 marzo 1891, venne bandito un concorso tra gliartisti italiani per stabilire chi sarebbe stato l’autore dell’imponente opera. Tra i ventinove bozzetti presentati ne furono scelti sei che vennero esposti nei locali della Società Promotrice di Belle Arti, in via della Zecca 25 ed in seguito, tra i sei artisti vincitori, venne bandito un nuovo e definitivo concorso che vide come vincitore (nel dicembre del 1892) Davide Calandra. La decisione, secondo le parole della Giuria, fu motivata “dal poetico fervore immaginoso della concezione, dall’eleganza decorativa dell’insieme, dalla plastica efficacia del gruppo equestre e dalla vivace risoluzione del difficile motivo della base“. Inizialmente l’ubicazione del monumento avrebbe dovuto essere, secondo la proposta del Comitato Esecutivo approvata dalla Città di Torino nella seduta del Consiglio Comunale dell’11 giugno 1894, il centro dell’incrocio dei corsi Duca di Genova e Vinzaglio, ma a causa delle dimensioni maestose del basamento si decise che fosse necessario uno spazio più ampio per ospitare l’opera. Dopo avere effettuato delle prove con un simulacro di grandezza naturale in tela e legname (costato alla Città la somma di L. 2480), si decise di collocarla nel Parco del Valentino sul prolungamento dell’asse di Corso Raffaello, presso l’ingresso principale dell’Esposizione Generale Italiana tenutasi del 1898: il 9 novembre 1899 il ConsiglioComunale approvò la scelta della Giunta di tale ubicazione.

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La statua in bronzo fu dunque trasportata, nel giugno del 1900, dalle fonderie Sperati (corso Regio Parco) al Parco del Valentino e per compiere quel tragitto di circa tre chilometri furono necessarie più di sei ore a causa appunto delle ingenti dimensioni del monumento. Il monumento venne inaugurato il 7 maggio 1902, in occasione della Prima Esposizione Internazionale di Arte Decorativa e Moderna di Torino, durante la quale lo scultore fu anche premiato per aver inserito nell’opera elementi di “Art Noveau”. Nel corso dell’inaugurazione il conte Ernesto di Sambuy, a nome del Comitato, consegnò l’opera al Sindaco di Torino. Originariamente il monumento venne circondato da una cancellata in ferro dell’altezza di circa 130 centimetri, disegnata dallo stesso Calandra, che venne rimossa probabilmente a causa delle requisizioni belliche durante la Prima Guerra Mondiale. Nel 2004 il monumento è stato restaurato dalla Città di Torino. Per fare un piccolo accenno al Parco del Valentino, di cui certamente parleremo in modo più approfondito prossimamente, bisogna ricordare che ilmonumento ad Amedeo di Savoia è situato nell’area nella quale, fra Ottocento e Novecento, si tennero a Torino alcune tra le più importanti rassegne espositive internazionali. Nel 1949, proprio a fianco del monumento, sorse il complesso di Torino Esposizioni, un complesso fieristico progettato da Pier Luigi Nervi che, durante le Olimpiadi Invernali di Torino 2006, ha ospitato un impianto per l’hockey su ghiaccio dove sono state giocate circa la metà delle partite dei tornei maschili e femminili. Al termine delle Olimpiadi, la struttura è tornata all’originario uso abituale ripredisponendo un padiglione come palaghiaccio per i mesi invernali. Cari lettori anche questa ennesima passeggiata tra le “bellezze torinesi” termina qui. Mi auguro che il monumento equestre ad Amedeo di Savoia vi abbia incantato ed incuriosito proprio come ha fatto con me; nel frattempo io vi do appuntamento alla prossima settimana alla scoperta o meglio “riscoperta” della nostra città.

Simona Pili Stella

Mattei, un caso ancora aperto

di Massimo Iaretti

A poco più di sessant’anni la tragica scomparsa di Enrico Mattei suscita ancora interrogativi e discussioni, anche accese. Lo ha dimostrato la conferenza ‘Il caso Mattei’, organizzata a Somma Lombardo, nell’area delle ex Officine Aeronautiche Caproni, nel parco di Volandia, a poca distanza dai terminal 1 e 2 dello scalo internazionale di Malpensa.

Il 17 dicembre scorso grazie alla Fondazione Volandia si sono confrontati. con grande rigore, pur talvolta su posizioni diverse, tutti relatori di grande spessore, con l’avvocato Paolo Re, del Foro di Pavia, membro del comitato scientifico della Fondazione a fare da moderatore.

Ad aprire la serie dei contributi è stato Massimo Ferrari, già docente di storia del giornalismo all’Università Cattolica di Milano, che ha evidenziato come la storia di Mattei debba essere inserita in quella della Democrazia cristiana, del movimento cattolico italiano e della stessa Università Cattolica, alla quale era stato iscritto pur senza raggiungere la laurea per via dei moltissimo impegni di lavoro. “Gliene conferirono una in ingegneria honoris causa, che non c’entrava niente” ha detto Ferrari, ricordando anche il contributo ‘defilato ma importante’ dato alla lotta partigiana in cui stabilì relazioni solide sia nell’ambito delle Fiamma Verdi, formazioni cattoliche, sia delle Garibaldi, comuniste. Quando iniziò la sua attività amministrativa all’Agip, che avrebbe dovuto liquidare dal Pci dissero “è bravo perché coinvolge tanto i politici, quanto i preti”.

Ferrari ha poi ricordato come, pur incaricato da De Gasperi di liquidare l’Agip, face esattamente in contrario, credendo nella possibilità di trovare delle fonti energetiche sul suolo nazionale, partendo dalle prospezioni e dagli studi fatti nel 1944 nel cremonese, tenuti rigorosamente nascosti ai tedeschi. E quando gli fecero notare che i tecnici erano stati fascisti rispose, lui che era partigiano ed antifascista, “ ma che me ne frega, se sanno fare il loro lavoro apriamo una pagina nuova”.

La relazione di Ferrari ha poi riproposto quello che accadde dopo, con lo sviluppo della ricerca delle fonti energetiche, la nascita dell’Eni, i rapporti con Paesi del Terzo Mondo impostati in modo assolutamente innovativo, la sua figura come una sorta di ‘Adriano Olivetti nel settore petrolifero’ per i rapporti con la maestranze.

Bruno Franchi, presidente dell’Agenzia Nazionale per la Sicurezza di Volo e docente di diritto aeronautico a Modena, invece, ha tracciato, soltanto sotto un profilo squisitamente giuridico,quello che è stato il lavoro effettuato dalla Commissione Savi, senza entrare assolutamente nel merito di quelle che furono le modalità di intervento e le conclusioni.

Il relatore ha spiegato che, sin dal 28 ottobre1962, su disposizione del Ministro della Difesa, l’Ufficio del Segretariato Generale dell’Aeronautica dispose la costituzione di una commissione tecnica per verificare quanto era accaduto, presieduta da un generale dell’Aviazione e composta da quasi tutti militare, la quale terminò i suoi lavori nel marzo del 1963.

Franchi ha spiegato che tale scelta fu coerente con quelle che erano le disposizioni normative dell’epoca: l’organizzazione civile divenne autonoma nel 1963, quindi successivamente al sinistro avvenuto il 27 ottobre del 1962.

Oggi, ovviamente, le cose sarebbero diverse in quanto l’inchiesta tecnica, è stata sostituita da una inchiesta di sicurezza e lAnsv, che le conduce è un soggetto posto in condizione Di terzietà effettiva.

Franchi in ogni caso ha evidenziato che “tutto quello che c’è in relazione di inchiesta non deve scandalizzare perché è coerente con gli impianti allora esistenti a livello nazionale ed internazionale” e non emerge che vi siano stati problemi con l’autorità giudiziaria sulla documentazione.

Di tenore decisamente divergente, invece, sono stati i contributi dei due relatori successivi, Gregory Alegi e Vincenzo Calia.

Alegy, docente alla Luiss di Storia delle Americhe e autore di due saggi storiografici su Ustica e la morte di Italo Balbo, dopo aver detto che la prospettiva è capire, raccontando le cose come sono andate, si è soffermato sulle conclusioni della Commissione Savi, al nome del comandante della prima regione aerea, Ercole Savi, considerato uno dei maggiori esperti di volo strumentale in Italia.

Il relatore ha detto di averlo intervistato e conosciuto, che la commissione era composta da membri piloti di valore ed esperienza per valutare un collega come Bertuzzi con alle spalle 1200 ore di volo militare come capo equipaggio e 10mila come civile.

Secondo la lettura di Alegy i commissari sono stati molto attenti a tutelare la memoria del collega. Se poi quanto è accaduto sia stato generato a un malore del pilota non si può escludere o ammettere, nel senso che non ci sono abbastanza elementi per poterlo affermare.

Per quanto attiene l’ipotesi che sia stato un attentato la Commissione escluse che possa essersi verificato uno scoppio in volo, non avendo rilevato, a suo dire, elementi oggettivi su base concreta.

In sostanza il dramma in cui morirono Enrico Mattei, il pilota Irnerio Bertuzzi e il giornalista americano William McHale sarebbe stato dovuto ad una serie di cause non ad una causa unica.

Di altro tenore e basata su una diversa lettura dei fatti e degli atti la relazione di Vincenzo Calia che, quando era procuratore di Pavia riaprìl’inchiesta per verificare se quando accaduto fosse conseguenza di un sabotaggio all’aereo  Morane-Saulnier  come aveva raccontato un collaboratore di giustizia alla procura di Caltanissetta.

Il magistrato ha raccolto in un libro, scritto con la giornalista Sabrina Pisu, le risultanze di un lavoro investigativo durato anni.

La tragedia fu al centro di 2 inchieste parallele. Quella dell’aeronautica, come già detto, nel marzo del 1963 escluse l’ipotesi di sabotaggio, pur ammettendo che non era stato possibile accertare con esattezza le cause di quanto avvenuto.

La seconda della magistratura di Pavia si concluse nel 1966, stabilendo l’accidentalità dell’evento, badandosi in particolare sulle condizioni meteo proibitive, la sola testimonianza di Mario Ronchi, proprietario del campo dove cadde l’aereo, gli accertamenti medico-legali che non evidenziarono tracce di esplosivi, gli accertamenti tecnici.

Il dottor Calia, dopo aver ricordato di aver sentito la maggior parte dei membri della commissione tecnica ha evidenziato, quanto è risultato dalle nuove indagini, in difformità da quelle della precedente inchiesta.

Innanzitutto il bollettino della stazione meteo di Linate di quella sera che parlava di “pioggia, nebbia, visibilità a 800 metri, visibilità in pista a 1400 metri”, quindi una situazione non critica. Nell’occasione è stato fatto ascoltare l’audio delle comunicazioni tra Bertuzzi e Linate.

Sulla ‘sola testimonianza di Ronchi’ il magistrato ha detto, a 33 anni dal fatto di aver trovato 31 persone che avevano visto, alla stessa ora, nello stesso punto del cielo, fiammelle’. Ronchi, a caldo, in un’intervista aveva detto di aver udito un boato e fiammelle nel cielo. E’ stato anche fatto vedere un vecchio filmato Rai dove si sente soltanto  una parte delle dichiarazioni di Ronchi, fatte a caldo: l’audio è stato cancellato ma a suo tempo ricostruito grazie alla lettura del labiale. Stessa sorte ha subito un’intervista ad un’altra testimone del fatto a Bascapè.

Riguardo agli accertamenti medico legali non c’è stato alcun conflitto tra la magistratura e la commissione tecnica, in quando, secondo quanto appurato dall’inchiesta del 1994, i consulenti avrebbero acquisito le conclusioni della commissione tecnica senza controlli o verifiche.

Secondo quando emerso dalla nuova indagine, che ha visto la riesumazione dei resti di Mattei e di McHale (non di Bertuzzi), su quanto rimasto dei reperti, si sarebbe arrivati, con consulenze scientifiche di altissimo livello, alla conclusione di schegge dovute ad esplosivo di bassa intensità,

Sicuramente sul luogo del sinistro, la sera in cui avvenne, ci furono delle stranezze: i vigili del fuoco arrivarono dopo due ore, nell’immediatezza c’era invece l’investigatore Tom Ponzi che acquistò tutte (o una grande parte delle) foto scattate, personale della Snam.

Sui quanto rimaneva delle persone che viaggiavano a bordo dell’aereo, poi venne effettuato un esame dei resti già detersi dal fango..

Infine il magistrato ha ricordato che i resti dell’aereo vennero stoccati provvisoriamente presso il 4° Gruppo Manutenzione e Motori dell’Aeronautica a Novara che in un opuscolo celebrativo della sua attività ricorda che nel 1962 si svolsero presso la sala prove di Novara fasi dell’inchiesta per accertare le cause dell’incidente in cui perse la vita Enrico Mattei, che ‘avrebbe potuto essersi verificato per altimetro manomesso o una bomba a bordo’.

In sostanza ha detto Calia  che sulla base delle risultanze e degli accertamenti compiuti “è certo che sia esplosa una bomba”, il resto sono tutte ipotesi di plausibilità.

A rafforzare queste conclusione c’è la sentenza del 10 giugno 2011 della Corte d’Assise di Palermo nel processo contro Salvatore Riina per la scomparsa di Mauro De Mauro, giornalista dell’Ora di Palermo, rapito ed assassinato perché si sarebbe spinto troppo oltre nella sua ricerca della verità sulle ultime ore di Entico Mattei in Sicilia.

Riina venne assolto dall’accusa ma nella sentenza si legge: ‘data per acclarata la natura dolosa, causa della caduta I-Snap, condivisibile con quanto accertato dalla Procura di Pavia”, affermazione ripresa anche dalla Corte d’Assiste di Palermo e dalla Cassazione.

Il relatore ha infine citato una frase detta da Amintore Fanfani, all’epoca presidente del Senato, nell’ottobre 1986 e pubblicata da ‘Il Resto del Carlino’ che disse “chissà forse l’abbattimento dell’aereo di Matteo è stato il primo gesto terroristico del nostro Paese”.

E Fanfani non era certamente, navigatore di lungo corso della prima Repubblica.

Un caso, dunque ancora aperto, a sessant’anni da quella tragica notte del 27 ottobre.

Illuminazione pubblica a Torino, una lunga storia

A CURA DI TORINO STORIA

La grande avventura della luce in città, dalle prime lampade ad olio di fine Seicento fino alle moderne luci a led

La storia dell’illuminazione pubblica a Torino parte nel 1675, quando la Madama Reale, Giovanna Battista di Nemours, ordinò al Consiglio generale della città di illuminare le vie di Torino, posizionando in corrispondenza degli incroci semplici lampade ad olio ricoperte di tela cerata sorrette da leggere pertiche.
Cento anni dopo il primo salto tecnologico: nel 1782 l’architetto Francesco Valerio Dellala di Beinasco progettò un sistema composto da 625 lanterne, parte a olio, parte a sego…

Continua a leggere:

La storia dell’illuminazione pubblica a Torino

Dopo Natale appuntamento con la storia e la cultura ai Musei Reali

Gli orari delle Festività ai Musei Reali

Aperture e tariffe da sabato 24 dicembre 2022 a domenica 8 gennaio 2023

 
 
 
 
 
Da martedì 27 a venerdì 30 dicembre 2022

Musei Reali | apertura 9 – 19 (orario biglietteria 9 – 18)
Biblioteca Reale | apertura 8.30 – 18.30
Mostra Focus on Future | apertura 10 – 19 (chiusura biglietteria ore 18)

Tariffa intera
Musei Reali 15 €
Mostra Focus on Future 10 €
(ridotti e gratuiti vigenti)
Sabato 31 dicembre 2022

Musei Reali | apertura 9 – 17 (orario biglietteria 9 – 16)
Biblioteca Reale | 8.30 – 13:30
Mostra Focus on Future | apertura 10 – 17 (chiusura biglietteria ore 16)

Tariffa intera
Musei Reali 15 €
Mostra Focus on Future 10 €
(ridotti e gratuiti vigenti)
Domenica 1° gennaio 2023

Musei Reali (percorso Palazzo Reale, Armeria e Cappella della Sindone) | apertura ad ingresso gratuito 11 – 19 (orario biglietteria 11 – 18)
Biblioteca Reale | Chiusa
Mostra Focus on Future | apertura 11 – 19 (chiusura biglietteria ore 18)

 

Ingresso gratuito ai Musei Reali
Tariffa intera
Mostra Focus on Future 10 €
(ridotti e gratuiti vigenti)

Da lunedì 2 a domenica 8 gennaio 2023

Musei Reali | apertura 9-19 (orario biglietteria 9 -18)
Biblioteca Reale | apertura lunedì – venerdì 8.30 – 18.30 / sabato 8.30 – 13.30
Mostra Focus on Future | apertura 10-19 (chiusura biglietteria ore 18)

Tariffa intera
Musei Reali 15 €
Mostra Focus on Future 10 €
(ridotti e gratuiti vigenti)
Biglietti online su CoopCulture
Info e contatti in Organizza la tua visita

Dopo Natale si torna nei musei

MERCOLEDI 28 DICEMBRE

 

Mercoledì 28 dicembre ore 15

A SPASSO CON MARGHERITA

Palazzo Madama – attività per le famiglie sulla mostra Margherita di Savoia, Regina d’Italia

(riservata possessori Abbonamento Junior Bella Stagione)

È stata Regina d’Italia e il suo nome è ricordato da strade, scuole ospedali, biscotti e dalla pizza. Ma cosa faceva Margherita quando non era impegnata a fare la Regina? Era un’esperta alpinista e si lanciava in camminate all’aria aperta percorrendo lunghi sentieri a piedi o a dorso di mulo per raggiungere alte vette e ghiacciai.

La veduta di Gressoney-La-Trinité dipinta da Cosola ed esposta nella mostra Margherita di Savoia. Regina d’Italia, ci guiderà nella composizione di un paesaggio montano con effetto 3D da realizzare con cartoncini, colla e fantasia.

Costo: € 7 a bambino per attività; adulti accompagnatori ingresso ridotto in mostra (gratuito con Abbonamento Musei).

Prenotazione obbligatoria: t. 011 4429629 madamadidattica@fondazionetorinomusei.it

 

 

GIOVEDI 29 DICEMBRE

 

Giovedì 29 dicembre ore 16

ORIGAMI PER LE FESTE

MAO – attività per famiglie riservata possessori Abbonamento Junior

Attività gentilmente offerta da Abbonamento Musei.

L’attività prevede la visita della galleria giapponese con particolare attenzione alle opere in carta e con un accenno alle ricorrenze, feste e usanze che caratterizzano il mese di dicembre in Giappone. In laboratorio si realizzeranno origami con soggetti legati al tema della festa e degli auguri.

Da 6 anni in su.

Costo: attività gratuita per bambini possessori di Abbonamento Junior; adulti accompagnatori ingresso ridotto alle collezioni € 8 (gratuito con Abbonamento Musei).

Prenotazione obbligatoria t. 011.4436927/8 oppure maodidattica@fondazionetorinomusei.it

I “Discorsi per il Natale” di Olivetti

Discorsi per il Natale”, agile e interessante pubblicazione delle Edizioni di Comunità, raccoglie e propone tre testi di Adriano Olivetti scritti per le feste di fine anno tra il 1949 e il 1957

 

 I discorsi fotografano tre dei momenti più importanti della storia della fabbrica di Ivrea e rendono, in una mirabile sintesi, il profilo dell’autore che va annoverato – a tutti gli effetti – tra le figure più singolari e straordinarie del ‘900. Le idee innovative e comunitarie in campo sociale di questomprenditore e intellettuale  – ancor oggi  attualissime –  ne testimoniano pienamente la capacità visionaria. Adriano Olivetti fu  capace di portare l’ azienda di famiglia a competere alla pari con i giganti del mercato mondiale della sua epoca, trasformando la città del Castello “dalle rosse torri” nella capitale dell’informatica. Un sogno industriale, il suo, che logicamente mirava al successo e al profitto, ma proponeva anche un progetto sociale che implicava una relazione del tutto nuova e compartecipativa tra imprenditore e operai, oltre a un rapporto qualitativamente alto e molto stretto tra quella che era stata la “fabbrica in mattoni rossi” e la città, capoluogo del Canavese. Tornando al libro, nel primo discorso, datato 24 dicembre 1949, l’imprenditore racconta i primi anni del dopoguerra per condividere il sollievo e l’orgoglio della compiuta ripresa dell’azienda dopo la difficile esperienza del fascismo e del conflitto mondiale. Nel secondo, sei anni dopo, il 24 dicembre 1955, Adriano Olivetti rievoca proprio quel discorso per ripercorrere i nuovi traguardi della fabbrica, che ha assunto ormai una dimensione internazionale ma non ha mai perso di vista le proprie radici morali, memore degli insegnamenti del fondatore Camillo. E dice, tra le altre cose: “Tutta la mia vita e la mia opera testimoniano anche – io lo spero – la fedeltà a un ammonimento severo che mio padre quando incominciai il mio lavoro ebbe a farmi: “Ricordati” – mi disse – “che la disoccupazione è la malattia mortale della società moderna;perciò ti affido una consegna:devi lottare con ogni mezzo affinché gli operai di questa fabbrica non abbiano a subire il tragico peso dell’ozio forzato, della miseria avvilente che si accompagna alla perdita del lavoro”. Una grande lezione morale alla quale, nei fatti, accompagnò il suo agire concreto  di imprenditore illuminato. In questi discorsi di Natale emerge la volontà di ringraziare tutti i lavoratori della fabbrica per la loro partecipazione a qualcosa di più grande, a una comune dimensione di riscatto del lavoro che, per usare le stesse parole di Olivetti, “non si esaurisce semplicemente nell’indice dei profitti”. Nell’ultimo discorso della breve raccolta, pronunciato in occasione del Capodanno del 1957, alla vigilia del cinquantenario della fondazione della Olivetti ( datata ottobre 1908) l’augurio dell’imprenditore di Ivrea, ormai all’apice del successo, è quello di non perdere mai di vista, nell’anno e negli anni a venire, il senso di giustizia e di solidarietà umana che è alla base di ogni vero progresso e rappresenta il valore più profondo e ultimo di tutta l’esperienza olivettiana. Vi è l’orgoglio per quello che lui stesso definisce “lo spirito della fabbrica” e una potente visione di futuro. Resta, leggendo queste righe, il rammarico per ciò che potevano diventare l’Olivetti , l’industria italiana e il modello sociale del paese se l’utopia di Adriano non si fosse spenta dopo la sua improvvisa e tragica morte, nel febbraio del 1960, quando non aveva ancora compiuto sessant’anni.

Marco Travaglini

Forse non tutti sanno che il Medioevo…

Forse non tutti sanno che il Medioevo è stato tutt’altro che un’epoca buia e oscura.

Si parla infatti di fase storica in cui dominavano magia e superstizione, le guerre distruggevano città e villaggi, le malattie e la peste sterminavano interi popoli e i sovrani dominavano i sudditi con il pugno di ferro.

Certamente il Medioevo è stato tutto questo ma anche molto di più e da alcuni anni viene studiato e presentato in un modo diverso, sotto un’altra ottica. Non è qui il caso di ricordare che nella Spagna dei cosiddetti secoli “bui” arabi, cristiani ed ebrei vivevano insieme ma forse non tutti sanno che nel Medioevo Roma viene saccheggiata sei volte, viene scritto il Corpus iuris civilis o Codice giustinianeo, si andava già a scuola, ci sono state una ventina di Crociate, è vissuta una donna che scriveva bestseller e ci sono stati tre Papi contemporaneamente. Ed è in questo periodo che vengono raggiunti importanti risultati nell’arte, nella scienza, nella filosofia e nella politica. Insomma, dai grandi avvenimenti alla vita quotidiana, nel libro “Forse non tutti sanno che il Medioevo…”, Newton Compton editori, la studiosa medievista Giulia Boccardi guida i lettori attraverso tutte le sfaccettature del Medioevo passando attraverso le fasi più violente e quelle più prosperose, dalla vita di tutti giorni degli uomini medioevali alle leggende e alle storie più famose. Un vero e proprio tuffo nell’ “Età di Mezzo”, un viaggio interessante e coinvolgente alla scoperta dei segreti di una delle epoche più affascinanti della storia. Ecco alcune storie curiose riportate nel libro. Forse non tutti sanno che… il simbolo del bluetooth sul nostro cellulare nasce proprio nel Medioevo e fa riferimento a un re di Danimarca vissuto nel decimo secolo soprannominato “dente blu” perché colorava i denti in battaglia per spaventare i nemici o forse perchè mangiava troppi mirtilli o forse non tutti sanno che dopo la caduta dell’Impero romano d’Occidente troviamo nel Medioevo ben tre altre civiltà, l’Impero bizantino, l’impero arabo-islamico e il Sacro Romano Impero. Ecco che allora il Medioevo non ci appare più così buio ma un mosaico di culture che finirono talvolta per mescolarsi. Nel Medioevo inoltre c’era una donna che scriveva bestseller. Si chiamava Christine de Pizan poetessa veneziana e scrittrice di corte che nel Quattrocento si trasferì in Francia. Nei suoi libri difese le donne e le loro virtù, quasi una femminista dell’epoca! Nel Basso Medioevo erano già in vigore forme di pedaggio, si pagava una tassa per attraversare una strada e, in cambio dell’imposta, si garantiva sicurezza a viandanti e commercianti. E che dire dei cosiddetti “re fannulloni” che in realtà erano tutt’altro che fannulloni? Per re fannulloni si designano gli ultimi re della dinastia merovingia dei Franchi poiché, si è sempre sostenuto, il potere del regno era in realtà nelle mani dei loro maestri di palazzo che guidavano anche l’esercito. Re solo di facciata mentre i maggiore gerdomi portavano avanti il lavoro? No, per niente, è un falso mito, avverte l’autrice, gli ultimi merovingi non erano dei buoni a nulla, fu una mossa politica dei Carolingi (il più famoso dei quali fu Carlo Magno) per screditare e gettare fango sulla precedente dinastia.
Ma il Medioevo è poi un’epoca di leggende, la stessa parola Medioevo evoca qualcosa di leggendario, di misterioso, dalla leggenda del Sacro Graal alle leggende di re Artù, dalla papessa Giovanna a Robin Hood. Nel Medioevo viene reintrodotto l’uso della moneta, il Papa aumenta il suo potere, i vescovi hanno anche autorità politica e militare, un’imperatrice bizantina, Irene d’Atene, sta per sposare Carlo Magno, è la culla del feudalesimo, i cavalieri galoppano alla ricerca del Santo Graal, spiccano donne con brillanti capacità politiche come Matilde di Canossa, è un’epoca assai superstiziosa, si festeggia il Carnevale, ci sono papi e antipapi. L’età di mezzo termina nel 1492 e nasce l’uomo moderno. Si potrebbe continuare ancora a lungo e, sottolinea la Boccardi, forse non tutti sanno che il termine Medioevo è un’invenzione degli uomini moderni, fu proprio nel Rinascimento che si scelse di definire i mille anni circa che andavano dalla caduta dell’Impero romano d’Occidente (476) fino alla scoperta dell’America nel 1492, un periodo di mezzo tra l’Antichità e la Modernità. E tra le tante invenzioni risalenti al Medioevo una riguarda anche il Natale o meglio Babbo Natale. Anche il vecchio signore con barba bianca e vestito rosso che porta i regali ai bambini proviene dall’Età di mezzo. Era San Nicola, un vescovo del IV secolo che, non a caso, adorava i bambini.
              Filippo Re

L’Imperatore e la contessina astigiana

Favola natalizia, leggenda, storia romanzata?

Nulla di tutto ciò, la storia è vera ma poco conosciuta. Il celebre Federico II, imperatore, re di Sicilia e amante dell’Italia, si innamorò perdutamente di una giovane nobildonna astigiana che si chiamava Bianca Lancia o Bianca d’Agliano. Un amore a prima vista che scoppiò ad Agliano Terme, appena i due si videro davanti al castello della famiglia Lancia. Non si poterono sposare perché lei apparteneva solo alla piccola borghesia ma il loro fu comunque un grande amore semi-segreto. O forse è stata l’ultima moglie dell’imperatore che egli sposò in punto di morte. Fra le tante donne di Federico, tra mogli e amanti, lo svevo-jesino scelse Bianca. Oggi Agliano d’Asti, piccolo paese di 1500 abitanti, è più noto per le terme e il suo barbera che per il passaggio dell’imperatore svevo. L’antico castello non c’è più, distrutto nel Seicento durante le guerre tra i Savoia e gli spagnoli, ma la torre è sopravvissuta, c’è ancora, è lì a ricordare l’incontro storico tra Federico e Bianca intorno al 1225. Fu un colpo di fulmine per entrambi. Ma cosa ci faceva il grande Federico II in un piccolo borgo a 20 chilometri da Asti? I Lancia erano conti piemontesi e hanno sempre avuto stretti legami con il casato svevo degli Hohenstaufen. Il capostipite della famiglia Lancia, il nobile Manfredi, aveva ottimi rapporti con il Barbarossa, nonno di Federico II. Sia i Lancia sia gli Agliano erano aristocratiche famiglie ghibelline del Piemonte, tra loro imparentati, e proprietari di castelli, palazzi, tenute e interi paesi del Monferrato. Un tal giorno Bonifacio di Agliano, cognato di Manfredi Lancia e vassallo dell’imperatore, ricevette un giovane Federico II che, in visita in Piemonte, tornava da una battuta di caccia e gli presentò la sua famiglia. Tra Bianca, appena sedicenne, e il trentenne Federico, fu subito grande amore. La castellana, secondo le fonti storiche, era molto bella, snella, bionda, elegante, una bellezza mozzafiato che fulminò Federico. Se ne innamorò alla follia e, nonostante fosse già sposato, la portò con sé nei suoi tanti castelli che ancora oggi si possono ammirare in Italia e da lei ebbe tre figli, Costanza, Manfredi, re di Sicilia, e Violante. Fu tuttavia una relazione semi-clandestina e secondo una leggenda, durante la gravidanza di uno dei figli, Federico, forse per gelosia, tenne chiusa l’amante in una torre del castello di Gioia del Colle nel quale erano soliti trascorrere lunghi periodi. Fu molto generoso con Bianca e le assegnò terre e proprietà. E bravo il nostro Federico, nostro perché in fondo è più italiano che straniero: nato a Jesi, morto in Puglia, sepolto a Palermo. Ma il racconto non finisce qui anche perché la storia di Bianca Lancia è circondata dal mistero. I due personaggi forse si sposarono nell’ultimo istante della loro vita. Federico fu costretto, per esigenze reali, a sposarsi per la terza volta e di conseguenza la bella amante fu allontanata. Ma non sparì mai dalla sua vita e si sostiene che il matrimonio fu fatto in punto di morte al capezzale di Federico nel 1250 o a quello di Bianca ma fu in qualche modo celebrato. Bianca fu l’unica donna che conquistò davvero il cuore di Federico II di Svevia. Né con le mogli legittime né con le amanti Federico ebbe mai una relazione così intensa e lunga. Pensando a Oria (Brindisi) dove ogni anno, pandemia permettendo, si rievocano con un corteo storico i fasti del matrimonio tra Federico II e Jolanda di Brienne, la seconda moglie, chissà se un giorno anche ad Agliano d’Asti sarà possibile organizzare qualcosa di simile, come si vede nel dipinto, per ricordare il grande amore tra Federico e Bianca?
                                                             Filippo Re

“Ottocento”, la Collezione della GAM riaperta al pubblico

Dalla classicità a Giacomo Grosso, dalla Scapigliatura a Pellizza da Volpedo

 

“Le sempre più manifeste fragilità” della GAM avevano obbligato i responsabili, nel dicembre 2018, a chiudere la collezione del XIX secolo, ospitata al secondo piano. Una chiusura che si sperava breve, ma così non è stato. Nel frattempo, mentre si eseguivano i lavori di irrobustimento del solaio e di impermeabilizzazione totale dei tetti del museo, numerose arrivavano le richieste del pubblico affinché quella raccolta fosse restituita all’interesse e alle visite degli studiosi e degli appassionati. Dopo circa quattro anni ecco dunque “Ottocento”, la mostra curata da Riccardo Passoni e Virginia Bertone che, riaprendo gli archivi, attraverso un percorso critico che allinea circa una settantina di opere tra dipinti, sculture in marmo, a cere e gessi, a pastelli, riapre le porte di una grande collezione.

Cinque eleganti sezioni, “Nascita di una collezione”, “Nuove sensibilità e ricerche”, “La pittura di paesaggio al Museo Civico”, “Dalla Scapigliatura al Divisionismo” e “Ricerche simboliste tra pittura e scultura”, accompagnate da tre focus su Andrea Gastaldi, Antonio Fontanesi e Giacomo Grosso. Un valido quanto suggestivo percorso che Passoni ama definire altresì una “ricognizione del nostro patrimonio storico”, dove trovano posto anche opere mai esposte, restaurate grazie al contributo degli Amici della Fondazione Torino Musei, quali “Ecco Gerusalemme” di Enrico Gamba, acquistato nell’anno della sua esecuzione per il Museo nel 1862 dalla Società Promotrice delle Belle Arti, e “Nobili in viaggio” (ma ritrovandone il titolo originale con cui fu esposto nel 1867, “La Guida. Studio di castagni dal vero”) di Francesco Gonin, sempre presso la Società Promotrice torinese.

Ancora pienamente legato ai propositi della pittura accademica, il mondo di Gastaldi apre quel percorso con il celebre “Pietro Micca” nell’atto di dar fuoco alle polveri, in un atto di umiltà e sacrificio e in una postura che, ha indicato Enrica Pagella, ricorda il “San Gerolamo” leonardesco, con il ritratto dell’Innominato manzoniano del 1860 o con quello di Saffo, suicida sul litorale dell’isola. Poco più in là chi ancor più pare legato ai canoni classici, siamo nel 1864, immaginati qui a rappresentare “Gli ultimi giorni di Pompei” – grande era stato il successo dell’inglese Edward George Bulwer-Lytton trent’anni prima -, con il dipinto “Jone e Nidia”, “in un’ambientazione antichizzante, resa con precisione quasi antiquaria”, è il napoletano Federico Maldarelli, una classicità ricercata e studiata, osannata quasi e derivata da quelle campagne di scavi, nella città sepolta secoli prima dall’eruzione del Vesuvio, che avevano avuto inizio nel Settecento.

Da quel mondo si era già staccato il milanese Filippo Carcano con “Una lezione di ballo”, soltanto dell’anno successivo, una grande tela (133 x 168 cm) a “fotografare” un momento di modernità, una vasta sala piena di luce dove un maestro di danza è impegnato a condurre una giovane ballerina in abito blu, mentre le altre ragazze, alcune accompagnate da un cavaliere, attendono il loro turno sedute lungo le pareti. I suonatori di pianoforte e di violino non sono gli unici particolari su cui soffermarsi nell’ammirare oggi un’opera bocciata al suo apparire (“Il signor Carcano, colle eminenti qualità che possiede, cessi di far della fotografia e faccia della pittura, e sarà un vero artista”, scriveva Fulvio Accudi alla presentazione di “Una lezione di ballo” alla Promotrice torinese nel 1867, dopo averne definito il soggetto come “insignificante, infimo e volgare”), tanta è la preziosità con cui Carcano definisce la propria opera. Come è doveroso soffermarsi davanti a “La femme de Claude” (o “L’adultera”) di Francesco Mosso (un’esistenza brevissima, nacque a Torino nel 1848 e morì a Rivalta nel 1877), composto nell’ultimo anno di vita e derivato da un dramma di Alexandre Dumas figlio di quattro anni prima. Inutile dire che, pur riconoscendosi da molti l’attualità spregiudicata del quadro e Mosso “vero pittore del presente”, lo scandalo esplose tra il pubblico benpensante, affievolito appena dall’acquisto per le collezioni del Museo Civico (“la più vivace, ardita e significante” opera tra quelle esposte, la definì Marco Calderini), ma oggi riconosciuto autentico capolavoro, la giovane donna distesa sulla dormeuse, il corpo avvolto in una raffinata “robe d’intérieur”, il soffoco dell’ambiente in quei tendaggi fitti ed eguali, i particolari del cilindro e del revolver a terra a definire il compimento di una cruenta vendetta maschile.

Altri preziosi capolavori i paesaggi di Fontanesi e i vari studi che guardano alle acque e alle luci posate sugli stagni nelle diverse ore del giorno, il “Ritorno alla stalla” di Carlo Pittara, uno dei maggiori paesisti dell’Ottocento piemontese e l’esponente principale della Scuola di Rivara, capace di allargare i propri orizzonti e di guardare ai colleghi francesi dell’Ecole di Barbison, la palude di “Castelfusano” dipinta da de Andrade, il famosissimo “Lungo Po” di Enrico Reycend del 1883 dove lo spettatore di oggi individua ancora con curiosità le antiche costruzioni attorno alla Gran Madre. Come davanti a capolavori ci troviamo con “Nuda” e con il ritratto d “Virginia Reiter”, del 1896, di Giacomo Grosso, giocato quest’ultimo sull’uso “sfacciato” della gamma di gialli e proposto in un ambiente raffinatissimo, dove troneggia la figura della grande attrice, reduce dal successo ottenuto tra il gennaio e il febbraio di quell’anno con “La lupa” di Giovanni Verga, rappresentato per la prima volta al torinese teatro Gerbino.

Mentre le sculture di Bistolfi (“Crepuscolo”, “Le lagrime”) e di Rubino (“La danza” del 1902) punteggiano il percorso attraverso la ricchezza delle sale, il divisionismo di fine secolo vede nello “Specchio della vita” di Pellizza da Volpedo forse uno dei suoi punti più alti del Divisionismo come “L’edera” di Tranquillo Cremona viene considerato una delle immagini più affascinanti della scapigliatura di area milanese, un’immagine disperata e struggente, un successo che si è prolungato lungo i decenni, “una delle opere più note e riconoscibili dell’Ottocento italiano”, nelle parole di Enrico Thovez una “preziosissima opere che molte Gallerie invidieranno al nostro Civico museo”, una lunga gestazione fatta di riprese e ripensamenti, che attraverso le parole di Camillo Boito accompagnerà la sepoltura dell’artista scomparso troppo prematuramente nel 1878, all’età di quarantuno anni, una morte dovuta ad una intossicazione che lo colpì per l’abitudine di stemperare i colori direttamente sulla mano e sul braccio.

 

Elio Rabbione

 

 

DIDASCALIE

Nelle immagini (Ph. Perottino): Giacomo Grosso (Cambiano 1860 – Torino 1938), “Nuda”, 1896, olio su tela, 105 x 205 cm, dono di Eugenio Pollone, GAM Torino e “Ritratto dell’attrice Virginia Reiter”1896, olio su tela, 245 x 177 cm, acquisto presso la Società Promotrice delle Belle Arti, Prima Esposizione Triennale, Torino 1896, GAM Torino; Filippo Carcano (Milano 1840 – 1914), “Una lezione di ballo”, 1865, olio su tela 133 x 168 cm, lascito di Ada Olmo Serra Torino 1977, GAM Torino; Francesco Mosso (Torino 1848 – Rivalta 1877), “La femme de Claude (“L’adultera”), 1877, olio su tela, 201 x 154 cm, acquisto presso la Società Promotrice delle Belle Arti, Torino, 1877, GAM Torino; Tranquillo Cremona (Pavia 1837 – Milano 1878), “L’edera”, 1878 ca, olio su tela, 132 x 98 cm, Legato di Benedetto Junck, Torino 1920, GAM Torino; Leonardo Bistolfi (Casale Monferrato 1859 – La Loggia 1933), “Crepuscolo” 1893, gesso, 52 x 60 x 45 cm, pervenuto dai depositi di Palazzo Madama Torino nel 1981, GAM Torino

Tra i due laghi sui binari del tram

Per più di tre decenni, dal 1910 al 1946, fu possibile raggiungere il lago d’Orta dal lago Maggiore viaggiando comodamente in tram.

Il collegamento venne garantito dalla tramvia Intra-Omegna, linea a scartamento normale che copriva il tragitto di venti chilometri con nove fermate, gestita dalla Savte, acronimo della Società Anonima Verbano per la Trazione Elettrica. Il materiale rotabile era stato ricavato dalle motrici usate per la ferrovia sopraelevata costruita per l’Esposizione milanese del 1906  che collegava, a sette metri d’altezza e per poco più di un chilometro e mezzo, il Parco Sempione e la Piazza d’Armi (l’attuale zona Fiera). Terminata l’Esposizione che in omaggio al traforo del Sempione,  inaugurato lo stesso anno, era stata dedicata ai trasporti, gran parte di quel  materiale venne acquisito dalla Savte che aveva in programma l’ambizioso progetto della tranvia tra i due principali centri del Cusio e del Verbano. Impresa di tutto rispetto che, divisa in vari tronchi, si concretizzò  in pochi anni. Il progetto iniziale prevedeva un collegamento tra la stazione ferroviaria di Fondotoce e la città svizzera di Locarno. Vari enti, tra cui la Banca Popolare di Intra, s’impegnarono dal punto di vista finanziario ma il progetto venne ripensato, realizzato solo parzialmente e con grande ritardo, tra Pallanza a Fondotoce. Il primo viaggio della tranvia avvenne il 16 Ottobre 1910. Ma si trattava , come scrissero i giornali dell’epoca, dell’attuazione “di una minima parte del grandioso programma che la Società Anonima Verbano ha tracciato e si ripromette di esaurire non oltre l’autunno prossimo“. In realtà il secondo tratto fino ad Omegna fu aperto nel gennaio del 1913 e , successivamente, furono posati i binari per il proseguimento da Pallanza all’imbarcadero di Intra. L’ipotizzato prolungamento fino a  Cannobio, a ridosso del confine con l’elvetico Canton Ticino, non fu mai realizzato. La giornata della tranvia era articolata con ventidue coppie di corse tra i due capolinea e poche altre limitate al segmento Gravellona – Omegna. Nel 1939 la Savte si rese conto della necessità di operare un restauro delle infrastrutture e dei tram, ma lo scoppio del secondo conflitto mondiale rese impossibile la fornitura dei materiali per la necessaria manutenzione. Terminato il conflitto i problemi legati al funzionamento della tranvia si palesarono in tutta evidenza e la Savte immaginò di abbandonarla per privilegiare il trasporto su strada. Fu ipotizzata la trasformazione in filobus, ma la linea venne definitivamente chiusa nei primi anni ’50, sostituendola “in via provvisoria” con il trasporto automobilistico. E, come tutte le cose provvisorie, la scelta della gomma a discapito del ferro diventò definitiva e segnò il tramonto della tranvia. Le uniche rotaie su cui sferragliarono ancora dei convogli fino ai primi anni ‘80, seguendo il vecchio tracciato per un breve tratto, collegarono la ferriera  omegnese della Pietra, ex Cobianchi, alla stazione ferroviaria di Crusinallo.

Marco Travaglini