STORIA- Pagina 6

I marchesi Scozia di Calliano. Juvarra al Real castello di Verduno 

Il territorio astigiano di Calliano, elevato a marchesato, fu affidato nel 1604 a Galeazzo Canossa, il quale nominò procuratore il veronese Francesco de Cremis. Al marchese Galeazzo, discendente della antica famiglia di Reggio Emilia iscritta nel Circolo Nobile di Verona, si avvicendarono i fratelli Tommaso, governatore generale del Monferrato, Orazio, primo ministro dei due Ducati, Luigi e Isabella. Rimasta vedova e senza figli dalle prime nozze con il conte Lelio Filiberto Scarampi di Camino, Isabella nel 1642 andò in sposa a Bernardino III Scozia con gli stessi beni e nacque un figlio, Francesco Maria I Scozia che prese possesso di Calliano. Dopo i lunghi litigi dei Canossa e le vertenze con gli Scozia per i beni feudali, nel 1704 il duca Ferdinando Carlo ordinò, per ragioni dotali di Isabella, la successione di Calliano al nipote Carlo Bernardino I Scozia, primo marchese di Calliano e quarto conte di Murisengo, gentiluomo di Camera del duca,  coppiere della duchessa Enrichetta, decurione e sindaco di Casale.

 La figlia, contessa Maria Anna Caterina Scozia, era sposata con il secondo marchese di San Giorgio Antonino Felice Gozani, sepolto a Casale nell’altare familiare di San Matteo nella chiesa di San Paolo dei padri Barnabiti, la cui facciata fu interamente ricostruita a sue spese. All’interno si trova il monumento posto in sua memoria dal figlio Giovanni Battista, edificatore del palazzo Gozzani San Giorgio, ora municipio di Casale. Per “lo felicissimo maritaggio” di Antonino e Maria Anna Caterina, furono composti cinque sonetti e uno scherzo poetico dai cognati, marchesi Fassati di Balzola e Ricci di Cereseto. Gli Scozia erano già consignori di Murisengo con Bernardino II, bisnonno di Bernardino III, nativo del luogo e sepolto nel duomo di Casale, presidente del Senato monferrino, consigliere di Stato, conte di Benevello di Alba per dono del duca Vincenzo e marito di Livia, figlia di Lello Asinari signore di Costigliole.

Nel 1585 Bernardino II ebbe in dono il feudo cuneese di Verduno dallo zio Benedetto Cerrato che edificò l’antico castello, ceduto nel 1633 alla famiglia Rachis di Racconigi dal nipote Francesco III Scozia, padre di Bernardino III, consignore di Valmacca,  nominato primo conte di Murisengo per la cessione di Benevello al duca Ferdinando Carlo. Parte del castello fu ricostruito su progetto dell’architetto Juvarra, ceduto dal marchese Caisotti agli ospedali San Giovanni e Carità di Torino, acquistato in seguito dal re Carlo Alberto. Il Real castello è oggi adibito ad albergo-ristorante e le cantine sono state riattivate per la produzione del Barolo e del Verduno.

Gli attuali proprietari raccontano che l’antico viale alberato di accesso al maniero era denominato il meleto dei Gozzano. Alessandro Scozia, premorto al padre Giuseppe, ereditò il marchesato di Calliano sempre appartenuto alla famiglia anche dopo l’annessione del Monferrato allo Stato Sabaudo. Avvocato, sesto marchese di Calliano, consignore di Valmacca, nono e ultimo conte di Murisengo fu anche sindaco di Casale. Nel 1848 Alessandro fu nominato giudice aggiunto al tribunale monferrino di prima cognizione, marito di Adele Andreis, figlia del presidente del Nuovo Senato di Casale S.E. Benedetto conte di Cimella di Nizza Monferrato e di Tarsilla Sordi dei conti di Torcello, cognati dei Gozzani, rimasta vedova a 28 anni.
La loro unica e diletta figlia, Tarsilla Giuseppa Scozia, fece erigere i monumenti ai genitori e ai nonni nella tomba di famiglia del cimitero di Casale, situata accanto alle tombe dei parenti Langosco, Leardi, Savio e Gozzani. Il matrimonio del 1873 con don Francesco Guasco, marchese di Bisio e Gavi, nuovo proprietario di Murisengo, Calliano e del palazzo casalese in via Garibaldi, segnò l’estinzione degli Scozia. I marchesi Scozia erano già presenti nel territorio di Somma Vesuviana nel 1550, novità storica emersa dalla collaborazione con il giornalista Alessandro Masulli, editore e redattore del Mediano di Napoli.
Armano Luigi Gozzano 

In mostra gli 80 anni dal primo voto delle donne

 

In occasione dell’80°anniversario del primo voto delle donne in Italia, un traguardo storico che nel 1946 vide le cittadine partecipare per la prima volta alle elezioni per la Costituente, al Referendum istituzionale e alle consultazioni amministrative, la Città metropolitana di Torino torna a mettere a disposizione del territorio una riedizione della mostra fotografica “Torino 1946 – 2016. Settant’anni dal primo voto delle donne“.
Proprio in questi giorni, il vicesindaco metropolitano Jacopo Suppo ha inviato una lettera a tutti i sindaci del territorio per illustrare la possibilità e le modalità per richiedere l’esposizione in prestito gratuito. L’iniziativa vuole coinvolgere capillarmente i Comuni nella celebrazione di questo anniversario, offrendo uno strumento culturale di grande impatto per ricordare il cammino verso la piena parità di diritti.
L’esposizione, che riscosse un grande successo dieci anni fa, viene riproposta oggi per testimoniare un passaggio epocale: la partecipazione femminile al voto non fu solo un atto politico, ma un evento rivoluzionario per il costume sociale, vissuto con un entusiasmo e una speranza che traspare nitidamente da ogni scatto. L’esposizione, progettata per essere facilmente itinerante e adattabile a diversi spazi, è costituita da 12 pannelli (70×100 – 6 verticali e 6 orizzontali) in forex, leggeri e pronti per l’affissione e da un roll-up di presentazione.
 
Archivio “La Bottega del Ciabattino”
Il valore documentario della mostra è reso possibile dal prezioso lavoro di Franco Senestro, custode e proprietario dell’archivio “La Bottega del Ciabattino“. La storia di queste fotografie è un racconto di passione e intuizione che inizia nel 1983, durante la liquidazione della storica redazione della Gazzetta del Popolo in corso Valdocco a Torino. “In seguito alla chiusura della redazione torinese, mentre cercavamo materiali tipografici per l’attività di mio padre, chiesi di vedere l’archivio fotografico situato nel solaio,” racconta Senestro. “In un armadio trovai sette scatole di negativi che il curatore fallimentare non aveva notato”.
Quel tesoro dimenticato si rivelò un patrimonio inestimabile: negativi che documentavano la vita di Torino tra il 1945 e il 1950, dai fatti di cronaca agli eventi politici, fino alle storiche immagini delle donne ai seggi il 2 giugno 1946. Un archivio che Senestro ha poi digitalizzato e catalogato con cura, dedicandolo alla memoria del padre, uomo coraggioso che nel 1942, nella sua vera bottega da ciabattino, faceva da basista per la Resistenza.
 
Dai negativi a Cinecittà: la collaborazione con Paola Cortellesi 
La qualità e l’autenticità di queste immagini hanno recentemente raggiunto il grande pubblico grazie alla collaborazione con la produzione del film “C’è ancora domani” di Paola Cortellesi.
“La produzione aveva visto le fotografie esposte proprio grazie alla mostra proposta dalla Città metropolitana di Torino nel 2016 – spiega Senestro -. Si cercavano riferimenti visivi autentici per ricostruire l’atmosfera del 1946, le code ai seggi e i volti delle donne che andavano a votare”. Il contributo dell’archivio è stato fondamentale per l’accuratezza storica della pellicola, tanto che il nome “Archivio La Bottega del Ciabattino” compare nei titoli di coda del film.
Questa citazione ha rappresentato un’ulteriore commovente omaggio alla memoria di Giovanni Senestro, padre di Franco, che molto prima di diventare fotografo e tipografo, aveva iniziato il suo percorso lavorativo proprio come ciabattino.

73 secondi al disastro, la tragedia del Challenger 40 anni fa

Ero incollato anch’io davanti alla tv quel pomeriggio del 28 gennaio del 1986 per assistere ad un evento pochi anni prima impensabile. Durò pochi secondi, tutto finì troppo presto. Era mattina negli Stati Uniti e molte persone in tutto il mondo erano davanti alla televisione. Un’insegnante americana di 37 anni Christa McAuliffe sta per salire sullo Space Shuttle Challenger per trasmettere la prima lezione di scienze dallo spazio agli studenti della scuola in cui insegna. Mai accaduto prima. Quel giorno di 40 anni fa qualcosa non funzionò come avrebbe dovuto e la corsa allo spazio si trasformò in una tragedia. Il Challenger esplose 73 secondi dopo il lancio. Un bagliore, poi più niente, si disintegrò in aria in seguito al guasto di una guarnizione nel razzo destro che provocò una fuoriuscita di fiamme e il cedimento del serbatoio esterno dello Shuttle, pieno di ossigeno e idrogeno. Tutti morti, 6 astronauti e la maestra. A quel tempo ero appassionato di missioni spaziali, non ne perdevo una, conservavo in una cartellina tutti gli articoli, e quel disastro me lo ricordo come se fosse accaduto oggi.
La capsula della navicella con l’equipaggio, rimasta intera, si schiantò sull’acqua 2 minuti e 45 secondi dopo la rottura. Un impatto terrificante. La cabina resistette al disastro e qualcuno era ancora vivo al momento dello schianto. Ma quando precipitò nell’Oceano Atlantico a una velocità superiore i 300 km/h non ci furono speranze di sopravvivenza. Fu una delle peggiori sciagure della storia dell’esplorazione spaziale e uno dei momenti più bui della storia della Nasa.
Lo Space Shuttle Challenger decollò per la sua decima missione dal Kennedy Space Center di Cape Canaveral in Florida, a oltre 14.000 metri di quota. A bordo c’erano 7 astronauti: Dick Scobee, il comandante, e i colleghi Michael John Smith, Ronald McNair, Ellison Onizuka, Gregory Jarvis e Judith Resnik e c’era anche Christa McAuliffe, selezionata dalla Nasa tra centinaia di candidati e addestrata per un volo spaziale. Insegnava in una scuola del New Hampshire e avrebbe dovuto fare lezione dal cosmo ai suoi studenti. Fu una missione tormentata, non nacque bene e secondo molti esperti doveva essere rinviata. Il lancio infatti aveva già subito numerosi ritardi e doveva trasportare in orbita due sonde per studiare la cometa di Halley. Alcune parti dello Shuttle furono recuperate dal fondo dell’oceano 36 anni dopo il disastro. I voli nello spazio con equipaggio si fermarono per quasi tre anni. Molti frammenti della navetta, inclusi i resti umani di alcuni astronauti, furono recuperati solo alcuni decenni dopo. La tragedia del Challenger seguì il disastro della missione Apollo 1 il 27 gennaio 1967 e anticipò di 17 anni il terzo dramma spaziale, quello dello Shuttle Columbia il 1 febbraio 2003.        Filippo Re
nelle foto: 28 gennaio 1986, il decollo dello Shuttle Challenger dal Kennedy Space Center in Florida
Il Challenger si disintegra in volo a 73 secondi dal lancio.
L’equipaggio al completo. La prima donna a sinistra è l’insegnante Christa McAuliffe

La tragedia della principessa Mafalda

Al Centro Pannunzio è stata ricordata la figura e la tragedia della Principessa Mafalda di Savoia-Assia, figlia del Re d’Italia e della Regina Elena di Montenegro da Barbara Ronchi della Rocca, Lorenzo Pesce e Maria Vittoria Pelazza nel corso di una conferenza realizzata in collaborazione l’Associazione Internazionale Regina Elena Odv e l’associazione culturale “La Tela di Clio”.

Mafalda di Savoia deportata a Buchenwald e colpita da uno spezzone durante un bombardamento “alleato” alle Officine Gustolff il 24 agosto 1944 venne lasciata morire tra atroci sofferenze.

IGINOMACAGNO

Al via i festeggiamenti per l’Abbazia di Novalesa

Voglia di Medioevo, anzi di Alto Medioevo. Salone pieno zeppo di gente all’Archivio di Stato di Torino ad ascoltare i monaci benedettini della Novalesa e alcuni storici medievisti nel convegno che ha aperto le celebrazioni per i 1300 anni dalla fondazione della celebre Abbazia, fondata nel 726 tra i monti della Val Cenischia. E dire che non c’era Alessandro Barbero, illustre storico dell’ “età di mezzo”, trascinatore di folle immense, a parlare di Medioevo. Eppure, ad ascoltare i benedettini della Novalesa c’era tanta gente e molti sono rimasti fuori, nella gelida piazzetta Mollino, per motivi di sicurezza. Chi l’avrebbe mai detto, eppure è così, anche vicende di 13 secoli fa affascinano il pubblico.

Riscossa del Medioevo? Certamente un desiderio di riscoprire un’epoca appassionante e un forte interesse culturale per una fase storica ampiamente rivalutata dalla storiografia moderna. Proprio nel Medioevo sorsero le prime università, cattedrali e abbazie, invenzioni e scoperte di varie tipo, fermenti artistici e culturali. Altroché decadenza e secoli bui! L’esatto contrario. Le celebrazioni per la fondazione della Novalesa si apriranno di fatto il 30 gennaio in Abbazia con i Vespri presieduti dal cardinale Repole e continueranno fino a ottobre con un ricco calendario di eventi, tra cui concerti d’organo e musica sacra, pellegrinaggi nei dintorni del monastero con l’urna di Sant’Eldrado (abate della Novalesa nel IX secolo), conferenze, meditazioni e il 28 giugno la posa della stele commemorativa della fondazione dell’Abbazia.  Filippo Re

Arte e sacro, la chiesa di San Dalmazzo a Torino

In centro citta’ un gioiello molto antico

Dopo un lungo periodo di chiusura, e’ di nuovo possibile visitare la chiesa di San Dalmazzo, situata tra via Garibaldi, una volta via Dora Grossa, e via delle Orfane.

Costruita nel lontano 1271 e destinata all’assistenza dei pellegrini e alla cura degli infermi, nel tempo la sua struttura subi’ un consistente deterioramento e fu cosi’ che nel 1573, periodo in cui fu affidata ai frati Barnabiti, si decise per una riedificazione. Qualche anno dopo per volere del cardinale Gerolamo della Rovere fu nuovamente restaurata e decorata, anche grazie alle numerose donazioni dei Savoia mentre alla fine dell’800 furono ripresi ulteriormente i lavori che la riportarono al suo stile originario. Durante la Seconda Guerra Mondiale fu bombardata riportando seri danni al tetto e agli infissi, il suo ultimo restauro risale al 1959.

L’esterno e’ l’unica parte rimasta in stile Barocco con i suoi pilastri di ordine corinzio, i finestroni da cui entra la luce e un timpano semicircolare che avvolge un prezioso affresco. La chiesa, di medie dimensioni, trova la sua bellezza, oltre che nei suoi sorprendenti interni in stile neogotico che catturano subito l’occhio del visitatore, ma anche nella superficie proporzionata che la rende accogliente e affascinante.

Al suo interno lo sfondo e’ quello tipico dello stile gotico caratterizzato dallo slancio verticale, da vetrate colorate, da stucchi, dipinti neo-bizantini di Enrico Reffo e dorature. L’elemento che attira legittimamente l’attenzione e’ la fonte battesimale originale ereditata dalla vecchia chiesa di San Dalmazzo Martire. La struttura e’ a tre navate decorate da edicole, il bellissimo pulpito incorniciato da mosaici e il ciborio a baldacchino.

Spesso la chiesa di San Dalmazzo si fa scenario di concerti di musica, dal gospel alla musica da camera, il prossimo appuntamento? Domenica 15 Dicembre 2024 ore 17:00 TORINO CHAMBER MUSIC FESTIVAL, vibrazioni all’interno di un contesto suggestivo e incantevole.

Per informazioni sugli eventi

www.diocesi.torino.it

Maria La Barbera

I 1300 anni dell’Abbazia di Novalesa

È il più antico documento conservato all’Archivio di Stato di Torino scritto su un foglio di pergamena milletrecento anni fa. Si compone di 43 righe in carattere corsivo merovingico, firmato oltreché dal nobile franco Pietro Abbone, anche da quattro vescovi, due abati, un arcidiacono e diversi chierici. È l’atto di fondazione dell’Abbazia di Novalesa, in Val di Susa, con data 30 gennaio 726. Viene mostrato al pubblico solo in casi eccezionali come accadrà nei prossimi giorni. Uscirà dai depositi dell’Archivio di Stato, con i guanti bianchi e con molta delicatezza, insieme al Chronicon Novaliciense, un rotolo di pergamena con 28 fogli cuciti uno di seguito all’altro e diviso in cinque libri con la storia del monastero fondato sulla via del Moncenisio 1300 anni fa e scritto da un monaco anonimo, ricco di storie e leggende. Due documenti fondamentali per conoscere la storia medievale del territorio e della penisola in occasione del tredicesimo centenario dell’Abbazia (726-2026), un luogo speciale per storia, arte e fede che sotto Sant’Eldrado, abate della Novalesa nella prima metà del IX secolo, ebbe il momento di maggiore fioritura spirituale.
La comunità monastica benedettina il 30 gennaio festeggerà i 1300 anni dell’Abbazia con la celebrazione dei Vespri nel monastero presieduta dal cardinale Roberto Repole, arcivescovo di Torino e di Susa. Sulla vetta del monte Pirchiriano la Sacra di San Michele con le sue leggende e i suoi misteri non c’è ancora, Carlo Magno sta per raggiungere la Novalesa prima della grande battaglia, anche i benedettini dormono sonni tranquilli, i saraceni, futuri invasori e saccheggiatori della valle sono ancora lontani. Parlano le cronache del tempo, fermate in quel 30 gennaio 726, perché quello fu un giorno davvero speciale. La fondazione del complesso abbaziale dei Santi Pietro e Paolo porta la firma di Pietro Abbone, un aristocratico franco appartenente a una famiglia vicina a Carlo Martello. Governatore della Moriana e di Susa, Abbone disponeva di un vasto patrimonio immobiliare. I monaci sapevano leggere e scrivere, riproducevano i libri e conservavano testi antichi. Un lavoro assiduo, quotidiano, e tra loro c’era anche colui che ha scritto il Chronicon Novaliciense, la Cronaca della Novalesa dal 726 all’XI secolo, un monaco benedettino rimasto ignoto. Nel silenzio infinito della Val Cenischia, a pochi chilometri da Susa, otto monaci proseguono oggi il loro cammino di spiritualità alla Novalesa che nell’Alto Medioevo era una potenza religiosa e politica nonché un importante centro culturale. Appartenne al regno dei Franchi che la difesero per controllare meglio il valico del Moncenisio, la ingrandirono, e Carlo Magno vi soggiornò più volte prima del grande scontro con i Longobardi alle Chiuse di Susa. Per secoli fu un grande centro di spiritualità e luogo di incontro tra culture diverse. Poi dalle Alpi circostanti, nel 906, arrivò il flagello dei saraceni che piombarono sull’Abbazia saccheggiandola e incendiandola.
Poche anime scamparono alla strage dei primi “jihadisti” della storia. L’abate e i monaci fuggirono in tempo a Torino e si nascosero in una chiesa che oggi è il Santuario della Consolata. A secoli di splendore seguì un lungo periodo di abbandono che iniziò nel Duecento. La Sacra di San Michele soppiantò la Novalesa. Nel Seicento nell’Abbazia si trovava solo più un monaco e per riportare in vita il monastero furono chiamati i Cistercensi. Ma l’entusiasmo durò poco tempo. Nell’Ottocento la fondazione monastica fu soppressa e i monaci allontanati. Negli anni Settanta la Provincia di Torino acquistò l’Abbazia e la consegnò nuovamente ai benedettini. I festeggiamenti continueranno per gran parte dell’anno con una serie di eventi tra cui concerti di musica sacra e d’organo, conferenze e meditazioni, e si concluderanno il 15 ottobre con un altro cardinale piemontese, Giorgio Marengo, che giungerà alla Novalesa direttamente dalla Mongolia dove da qualche anno guida la piccola chiesa cattolica.
Filippo Re 

A proposito del libro su Luigi Capriolo

Caro Direttore,

nella mia funzione di curatore dell’Archivio Lorenza e Luigi Cavallo invio la seguente dichiarazione sottoscritta dagli autori e con il loro accordo, grato se vorrà pubblicarla.

“Nel volume di Aldo Agosti e Marina Cassi, Un eroe senza medaglie. Luigi Capriolo dall’antifascismo alla Resistenza, Donzelli, Roma 2024 a p. 88 si è creato uno spiacevole equivoco nell’interpretazione di quanto scritto da Lorenza Pozzi Cavallo nel suo libro Luigi Cavallo. Da Stella Rossa alla rivolta operaia di Berlino, Golem Edizioni, Torino 2022 (p. 415). Gli autori prendono atto che l’autrice non ha imputato ai magistrati Luciano Violante e Raffaele Guariniello e alla Magistratura, la sottrazione, nei lontani anni Settanta, del manoscritto del diario di Luigi Capriolo, allora conservato nell’archivio del giornalista Luigi Cavallo, la cui trascrizione dattilografata del 1946 è stata attualmente depositata presso l‘Istituto piemontese per la storia della Resistenza e della società contemporanea di Torino. La trascrizione è stata messa a disposizione degli autori Agosti e Cassi per gentile concessione di Lorenza Pozzi Cavallo, che ha destinato all’Istituto l’intero “Archivio Lorenza e Luigi Cavallo.

Aldo Agosti e Marina Cassi”

Un testo analogo è stato pubblicato dal professor Agosti sulla sua pagina Facebook, mentre la Casa Editrice Donzelli ha provveduto a correggere la pagina 88 della versione digitale del volume.

Un fascicolo con relativi allegati, redatto dalla signora Lorenza Pozzi Cavallo e contenente le sue osservazioni sul volume dedicato a Capriolo, viene unito alla documentazione già presente presso l’Istituto piemontese per la storia della Resistenza come parte integrante dell’Archivio Lorenza e Luigi Cavallo.

La ringrazio, gentile Direttore, per la pubblicazione della presente lettera e Le porgo i più cordiali saluti.

Luciano Boccalatte

La passione civile di Pier Antonio Ragozza

 

Si intitola “Una passione civile. Scritti scelti sulla storia e la cultura del Verbano Cusio Ossola” l’antologia che raccoglie quarant’anni di ricerche e pubblicazioni di Pier Antonio Ragozza, studioso di storia e dirigente scolastico ossolano, prematuramente scomparso nel maggio 2024. La Casa della Resistenza di Verbania (di cui Ragozza era componente del Comitato Scientifico) in sinergia con l’editore Grossi di Domodossola e il patrocinio della Fondazione Paola Angela Ruminelli ha pubblicato il libro che propone un’antologia di scritti e orazioni scelti in una bibliografia vastissima. Pier Antonio Ragozza (1960-2024), originario di Premosello Chiovenda, dopo la laurea in Giurisprudenza con tesi in Diritto costituzionale su Anticipazioni della Costituzione italiana nella legislazione della Repubblica dell’Ossola, è stato docente di discipline giuridiche ed economiche, preside dell’Istituto Galletti di Domodossola, dirigente scolastico dell’Istituto Cobianchi di Verbania e infine del Liceo “Spezia” di Domodossola. Ragozza è stato anche un apprezzato studioso e un infaticabile ricercatore sulla storia e la cultura delle terre tra i laghi prealpini e le grandi Alpi del nordovest. Le sue ricerche, caratterizzate da un grande rigore scientifico, lo collocano tra gli esponenti più importanti nel campo degli studi umanistici sulla provincia più montana d’Italia, il Verbano Cusio Ossola. A testimonianza di quest’impegno sono le numerosissime collaborazioni con giornali e riviste del territorio, associazioni, gruppi di ricerca, istituti culturali. Il volume offre uno sguardo largo sui numerosi interessi di studioso di Pier Antonio Ragozza: le vicende della lotta di Liberazione e del corpo degli alpini, la storia militare e delle fortificazioni,  la particolarità di una terra di frontiera e l’antropologia alpina, la passione per l’insegnamento e l’oratoria civile. Piuttosto vasta è la tipologia degli scritti di Ragozza che vanno dagli articoli su giornali e riviste a saggi e presentazioni di libri, a relazioni per convegni e incontri pubblici. Una passione civile, curato da Paolo Crosa Lenz e Andrea Pozzetta, ha visto la collaborazione di Gianmaria Ottolini, Stefano Mura, Franco Chiodi, Marco Travaglini, Chiara Uberti.

Marco Travaglini

Giordano Bruno Guerri giovedì a Torino presenta il libro sul Futurismo

IL COMMENTO  di Pier Franco Quaglieni

Giovedì 15 gennaio alle ore 17,30 al Grattacielo della Città Metropolitana di Torino in corso Inghilterra 7 Giordano Bruno Guerri, storico e presidente del Vittoriale degli Italiani, presenterà il suo nuovo libro dedicato al Futurismo: “Audacia, ribellione, velocità. Vite strabilianti dei futuristi italiani” edito da Rizzoli. Si tratta di un libro di storia , ma anche di arte e di letteratura che illustra il Movimento più importante del ‘900 italiano e uno dei più significativi a livello internazionale. Il Futurismo fu penalizzato dal fatto che venne  considerato un anticipatore del fascismo e come tale venne respinto e sottovalutato come espressione di una destra bellicista , violenta , maschilista , contraria alla cultura, volta solo a far baccano e polemiche inutilmente  eclatanti. Guerri dimostra invece  con la sagacia propria dello storico di razza  che il Futurismo e’ qualcosa di molto più articolato e complesso. Già la mostra del 1986 sui Futurismi  a Palazzo Grassi di Venezia, voluta da Giovanni Agnelli anche per  rivalutare i suoi quadri futuristi comprati per pochi soldi, dimostrò la ricchezza poliedrica di una cultura rimasta nel cono d’ombra imposto dalla vulgata settaria  per decine di anni. Il volume di Guerri fa il punto sulla situazione, andando oltre, con un libro che è stato definito da collezione perché le immagini che lo illustrano sono davvero preziose. Guerri ha un cognome che evoca la guerra e un nome che ricorda  il martirio di un frate arso vivo per il suo libero pensiero. Guerri in realtà è il simbolo di una cultura mite, non ideologica che supera i furori novecenteschi attraverso una meditata riflessione storica. E’  un Renzo De Felice  che aiuta a comprendere la storia prima di giudicarla, ma è anche un De Felice che sa scrivere in modo chiaro e attraente ,usando uno stile che è leggibile da un pubblico ampio. Molti storici scrivono per i colleghi universitari, Guerri scrive per i lettori che quindi lo amano molto. Ci sono oggi in Italia  due autori, professori o giornalisti, che si ritengono gli unici divulgatori  autorizzati , mentre in realtà spacciano della paccottiglia tuttologica che parte dalla preistoria e finisce nella contemporaneità, passando per il Santo di Assisi. Guerri si occupa coerentemente  di storia contemporanea da quando essa era materia che scottava e portava alla scomunica e all’emarginazione. Se in Italia si è giunti a poter  discutere e scrivere  di storia senza l’imprimatur dell’ ANPI, èmerito di pochi storici come Guerri, dei veri chierici che non hanno tradito, come diceva Benda.