

1 Le origini di Torino: prima e dopo Augusta Taurinorum
2 Torino tra i barbari
3 Verso nuovi orizzonti: Torino postcarolingia
4 Verso nuovi orizzonti: Torino e l’élite urbana del Duecento
5 Breve storia dei Savoia, signori torinesi
6 Torino Capitale
7 La Torino di Napoleone
8 Torino al tempo del Risorgimento
9 Le guerre, il Fascismo, la crisi di una ex capitale
10 Torino oggi? Riflessioni su una capitale industriale tra successo e crisi
L’evento che più di ogni altro segna il XVIII secolo è senz’altro la Rivoluzione Francese.
Il movimento parigino che si batte per i diritti dell’uomo riecheggia in tutta Europa e anche la nostra bella Torino non ne rimane indifferente, e non solo per ciò che riguarda gli alti ideali proposti ma soprattutto per via dell’occupazione militare francese che, nel 1798, porta l’impeto rivoluzionario all’interno delle stesse mura cittadine.
Nello stesso anno Carlo Emanuele IV di Savoia abdica e si ritira con la sua corte in Sardegna, lasciando la cittadinanza ad affrontare un periodo di forti trasformazioni politiche e sociali: Torino è pronta ad un ulteriore mutamento che presto la porterà ad assumere la forma di una moderna città borghese ottocentesca.
Il nuovo governo repubblicano prende il posto della monarchia, abolisce molti privilegi aristocratici e ridimensiona non di poco l’influenza della Chiesa.
Tale situazione tuttavia non ha vita lunga, la parentesi repubblicana termina appena un anno dopo, nel 1799, quando le armate austro-russe invadono il Piemonte, sconfiggono i Francesi e occupano la città.
Sarà necessario attendere l’arrivo di Napoleone, nel giugno 1800, per assistere ad una nuova riorganizzazione politica della penisola italica, assetto che vede il Piemonte riannesso al Primo impero francese e costringe i Torinesi a sottoporsi al Codice napoleonico, accettando di conseguenza di sottostare al sistema giuridico e amministrativo francese.
Torino non è più la città-fortezza dei Savoia, e per sottolineare tale circostanza il generale di origini corse, protagonista indiscusso della prima fase della storia contemporanea, ordina lo smantellamento delle fortificazioni cittadine, rendendo l’urbe una “città aperta”, dall’impianto più similare a quello urbanistico francese, giocato su un’impostazione ad ampio raggio. Il regime governante impone ai costruttori l’edificazione di nuove piazze, strade e ponti, come ad esempio quello realizzato tra il 1810 e il 1813 sul Po, viene poi abolita l’antica divisione in isolati della città a favore di un’amministrazione basata su quattro distretti denominati Po, Dora, Moncenisio e Monviso, corrispondenti alla circolazione dell’andirivieni da e verso il centro abitato.
Ancora una volta, anche il potere ecclesiastico viene colpito duramente, nelle stessa Torino ben ventinove tra monasteri e conventi vengono chiusi, con conseguente confisca delle terre di cui disponevano gli stabilimenti.
La città pedemontana risponde ormai alle nuove procedure in voga nella Francia napoleonica: si introduce il concetto di uguaglianza tra cittadini, si esalta il valore dell’autorità imperiale, del progresso razionale e del servizio pubblico.
La nuova legislatura torinese si basa sul Codice napoleonico, che riconferma l’abolizione dei privilegi della nobiltà, estende i diritti civili, amplia la tolleranza religiosa, specie nei confronti della comunità ebraica presente sul territorio piemontese e – fatto che mi piace rimarcare in questi periodi “così moderni”– considera il matrimonio più come un contratto civile di competenza statale che un sacramento religioso, logica che porta anche alla legalizzazione del divorzio.
Le nuove norme investono anche il campo amministrativo-commerciale. Napoleone ordina l’eliminazione delle corporazioni, cancella i dazi doganali e tutte le difficoltà che possono recare danno alle vendite, inoltre istituisce nuovi organi quali la Camera del commercio, la Borsa e il Tribunale commerciale, tutti enti appositamente pensati per promuovere rapporti di mercato tra i Torinesi e gli imprenditori francesi.
Questa generale spinta modernizzatrice investe le autorità di nuovi poteri, ad esempio il ruolo del sindaco acquisisce un maggior valore, si ampliano le mansioni dell’amministrazione municipale, che ora si occupa anche del mantenimento dell’ordine pubblico, della sanità, dell’assistenza ai bisognosi nonché della gestione degli ospedali.
Altro aspetto determinante del dominio napoleonico riguarda proprio l’ambito della cura alla persona, l’assistenza medica rispecchia ora dei canoni moderni, in più gli stretti contatti tra Torino e Parigi fanno sìche si crei una sorta di infrastruttura amministrativa interna che rende più veloci le mansioni burocratiche, snellendo il carico di lavoro che prima ricadeva su medici e infermieri, che ora possono dedicarsi quasi esclusivamente allo studio delle terapie. Il punto di riferimento per la sanità, nello specifico per le malattie non infettive e curabili, diviene l’ospedale San Giovanni, a cui è riconosciuto lo status di “ospedale nazionale” ed è posto sotto il diretto controllo del ministero degli interni di Parigi; si affiancano a tale struttura specifiche istituzioni con compiti precisi, ognuna appositamente dedicata ad una categoria di persone con criticità, quali orfani, poveri o donne che dovevano affrontare gravidanze indesiderate.
L’estrema attenzione alla questione sanitaria porta a due grandi vittorie: la prima riguarda l’impedimento di consumare cibo avariato, attraverso controlli meticolosi e l’imposizione di rigide norme su mercati e macelli, la seconda invece concerne la (momentanea) sconfitta del vaiolo, una delle malattie più temute dell’epoca, grazie ad una sorta di vaccinazione di massa attuata nei primi anni dell’Ottocento.
Lo Stato si impegna inoltre anche in campo sociale: vengono tutelati gli orfani, gli anziani e gli indigenti e anche le persone con disabilità.
Nondimeno Napoleone ha a cuore la diffusione della cultura all’interno della capitale piemontese. Diversi circoli letterari privati ricevono ingenti fondi monetari, come ad esempio accade all’Accademia dei Concordi o ai Pastori della Dora. Anche alcuni personaggi ricevono l’onore di essere sostenuti dal generale francese, come Prospero Balbo, diplomatico e intellettuale, nonché giovane rampollo di nobili origini, che, nel 1801, è nominato Rettore dell’Università di Torino. Balbo, grazie a legami politici e a un innato atteggiamento avveduto, riesce a gestire non solo il polo universitario, ma anche l’Accademia delle Scienze, l’Accademia di Agricoltura, l’Osservatorio astronomico e diversi Musei. Inoltre, il vero merito di Balbo – e dei suoi collaboratori- sta nell’essere riuscito a realizzare un primo effettivo progetto di collaborazione tra ricerca e istruzione a livello territoriale piemontese.
Tuttavia non è tutto ora ciò che luccica, infatti se da una parte il nuovo governo pare dare vita ad una città idilliaca, all’interno della quale vigono giustizia ed uguaglianza, dall’altra, l’imperatore teme di poter perdere il consenso nobiliare, motivo per il quale diverse famiglie illustri vengono favorite, attraverso l’assegnazione di cariche pubbliche o ricoprendo ruoli di prima importanza all’interno delle diverse corti, come ad esempio quella assai ambita di Camillo Borghese, governatore francese di Piemonte, Parma, Liguria.
Si assiste dunque ad una lenta ma continua fusione tra aristocrazia e borghesia: si forma una nuova classe dirigente che occupa i piani alti del consiglio municipale e degli altri organi che reggono la città di Torino.
È poi opportuno sottolineare come agli immediati successi subentrino non poche difficoltà, legate a problemi economici, al brusco impatto dei repentini cambiamenti imposti dal regime francese alla cittadinanza e all’applicazione concreta delle riforme amministrative. Torino poi è certamente parte del generale rinnovamento, ma rimane in una posizione subordinata rispetto al resto dell’impero francese, fatto che implica diverse problematiche legate alla circolazione delle merci e all’economia, anche l’andamento demografico riporta alcune criticità: nei primi vent’anni dell’Ottocento la popolazione pare diminuire di un terzo rispetto al secolo precedente.
Torino si scopre dunque ad eseguire le nuove indicazioni in modo decisamente passivo e ben presto il malcontento si diffonde non solo tra la popolazione ma anche all’interno della classe nobiliare; chi partecipa alla vita pubblica lo fa senza esporsi eccessivamente, chi invece risente del taglio dei legami con la famiglia Savoia non puòche rimanere ostile al nuovo governo straniero. A livello lavorativo la modernizzazione non porta solo dati favorevoli, al contrario aumenta la disoccupazione e i nuovi ritmi di produzione si fanno ancora piùestenuanti senza la protezione delle corporazioni e dell’atteggiamento paternalistico dell’aristocrazia.
Quando l’ 8 maggio 1814 le truppe austriache entrano a Torino sotto la guida del del generale Ferdinand von Bubna-Littiz, la popolazione non si dimostra ostile nei confronti dei nuovi arrivati.
Non ci sono né giubili né azioni violente, solo un generale e livellato malcontento, perché il potere e il benessere sono di pochi, per i più la fame e la miseria rimangono sempre tali, indipendentemente dalle insegne che le ricoprono.
“Nihil sub sole novum”.
ALESSIA CAGNOTTO
Il Museo Diffuso della Resistenza, in collaborazione con il Polo del ‘900, presenta “I difficili anni del dopoguerra”, un ciclo di 4 incontri dedicato alle trasformazioni politiche, giuridiche e istituzionali che hanno segnato l’Europa e l’Italia tra la fine della seconda guerra mondiale e l’immediata ricostruzione. Si tratta di 4 appuntamenti con studiosi ed esperti di livello nazionale che affronteranno questioni cruciali: sui nuovi confini europei, le migrazioni forzate, la nascita del diritto internazionale e la rinascita democratica della Città di Torino. Il primo incontro si terrà mercoledì 10 dicembre dalle ore 18 alle ore 20 presso il Polo del ‘900. Relatori lo storico Antonio Ferrara e Niccolò Pianciola, professore associato presso l’Università di Padova, coautore del volume “L’età delle migrazioni forzate – esodi e deportazioni in Europa 1853-1963”. Fra gli anni Cinquanta del diciannovesimo secolo e la metà di quello successivo, decine di migliaia di persone vennero espulse e collocate altrove, o costrette a emigrare, solo per he classificate come membri di uno specifico gruppo etnonazionale o religioso. Il fenomeno interessò quell’Europa di mezzo, divisa fino alla prima guerra mondiale tra gli imperi zarista, tedesco, asburgico e ottomano, e si concentrò soprattutto nel periodo tra le guerre balcaniche e il consolidamento dei regimi comunisti nell’Europa Centrorientale. L’incontro, con un ampio raggio d’osservazione, affronta le connessioni nel periodo tra il 1945 e il 1961, tra le migrazioni forzate che ebbero luogo nell’Europa Centrorientale dopo la conclusione della seconda guerra mondiale e quelle che coinvolsero palestinesi ed ebrei, e che si verificarono in Medioriente successivamente alla creazione dello Stato di Israele.
Il secondo incontro si terrà giovedì 18 dicembre, dalle 18 alle 20, con Alberto Perduca, già magistrato, e si concentra sulla giustizia penale internazionale, che si occupa dei crimini più gravi riconosciuti dal diritto: crimini di guerra, contro l’umanità, genocidio e crimine d’aggressione. L’obiettivo è perseguire gli abusi che, continuati su vasta scala nel Novecento, la comunità internazionale, dalla fine della seconda guerra mondiale, ha ritenuto necessario reprimere. Per dare applicazione come,età a questo principio di responsabilità sono nati tribunali e corti internazionali il cui percorso negli ultimi ottant’anni ha segnato passi importanti.
Il terzo incontro si terrà lunedì 22 dicembre, dalle 18 alle 20, sempre al Polo del ‘900, presso lo spazio Incontri. Protagonisti Antonella Finiani, insegnate e ricercatrice del Centro Studi Piero Gobetti, e Gianni Bissaca, drammaturgo, regista e attore. L’incontro sarà dedicato al biennio 1945-1946, la prima Giunta Comunale a Torino dopo la Liberazione, che operò in una situazione di sofferenza e difficoltà. Ada Prospero Gobetti, dopo la Liberazione, fu nomjnata Vicesindaca di Torino, incaricata dal Comitato di Liberazione Nazionale in rappresentanza del partito d’Azione. Ricoprì tale carica sino all’elezione del 1946, occupandosi in particolare di istruzione e assistenza. La realtà che emerge rappresenta una testimonianza preziosa di ritorno alla vita, in cui cura e politica sono assunte a dimensioni fondative del tessuto democratico. La riflessione ne ricostruisce la figura di politica e partigiana nel delicato passaggio tra la liberazione e la ricostruzione. Questa difficile fase della storia della città sarà oggetto nella primavera del 2026 di un’azione teatrale che il museo organizzerà in collaborazione con il Consiglio Comunale.
Ultimo incontro previsto, in programma il 23 dicembre dalle 18 alle 20, presso lo spazio Incontri del Polo del ‘900, è con Andrea Di Michele, docente ordinario dell’Università di Bolzano. Il titolo dell’incontro sarà “Confini”, e riguarderà la riorganizzazione dell’Europa dopo la fine della seconda guerra mondiale, che per metà avviene portando o riportando regimi illiberali, mentre per l’altra metà ritrova la democrazia. La divisione dell’Europa è sempre stata vista sotto la prospettiva della Guerra Fredda, cioè del conflitto tra le due superpotenze nei rispettivi campi di influenza che si contrappongono. In Italia, come avvenuto alla fine e della seconda guerra mondiale, la questione dei confini si pone in particolare nel quadrante Nordorientale, con conseguenze drammatiche per le popolazioni. Con il passare dei decenni, la precarietà e le discussioni sui confini tornano d’attualità e interrogano le istituzioni internazionali faticosamente costruite nel dopoguerra.
Gli incontri si terranno al Polo del ‘900, presso Palazzo San Daniele.
Il primo dicembre del 1988 perdeva la vita Aldo Viglione, vittima di un incidente stradale nei pressi di Moncalieri Tra i tanti protagonisti del primo mezzo secolo della Regione un posto di rilievo spetta senz’altro a lui. Cuneese di Morozzo, socialista d’antico stampo, è stato come si usava dire un tempo un “politico di razza” dotato di realismo, grande concretezza e spiccata personalità. Un piemontese a tutto tondo, fiero della sua origine, capace di far emergere nella sua “piemontesità” non il sentimento campanilistico, ma la ferrea convinzione della capacità della regione e della sua gente di poter ancora “fare” la sua storia con dignità e coraggio. E tutto ciò riassumeva lo spirito che l’accompagnò nel far conoscere l’istituzione regionale, il suo ruolo, le competenze. Un impegno che fu tragicamente interrotto a sessantacinque in quella tragica notte di 37 anni fa. Il Piemonte che auspicava Aldo Viglione era un territorio “forte della sua storia e del suo carattere; presente, attivo, partecipe e propositivo nell’ambito nazionale proprio attraverso la Regione”. Una personalità forte, attiva, profondamente antifascista. Teneva molto alla sua esperienza da partigiano sui monti del Cuneese, in valle Grana con Duccio Galimberti e Ignazio Vian. Era ancora studente in Giurisprudenza quando, tre giorni dopo l’annuncio dell’armistizio, raggiunse la Val Pesio e, col nome di battaglia di “Aldino”, divenne partigiano della Brigata Val Grana. “Aldino” si distinse subito tra i suoi compagni di lotta, tanto che il 15 dicembre 1944 ricevette il delicato incarico di commissario della Brigata Val Pesio della III Divisione Alpi. Mantenne la sua funzione sino alla Liberazione, anche se il 17 dicembre fu catturato durante un rastrellamento dai nazifascisti. Imprigionato nei Forti di Nava il giovane Viglione riuscì ad evadere dopo dieci giorni di carcerazione e a tornare alla testa della sua formazione. Nel 1945 alla Liberazione, si iscrisse al Partito Socialista che rimase per sempre il “suo” partito. Nel 1946 conseguì la laurea in Giurisprudenza, iniziando la professione forense. Quasi in contemporanea si dedicò all’impegno politico e amministrativo. Dopo l’elezione nel consiglio comunale di Boves, città simbolo della Resistenza piemontese e italiana, Aldo Viglione fece parte dell’amministrazione della “provincia Granda” che lo vide tra i protagonisti, appassionato e presente. Dal 1969 al 1972 venne eletto segretario della Federazione provinciale socialista di Cuneo. In quel periodo avvenne quello che potremmo definire il “grande incontro” con la neonata Regione. Eletto fin dalla prima legislatura, per diciotto anni – dal 1970 al 1988 – ricoprì varie cariche, identificando la sua stessa vita con l’Istituzione regionale. Nominato assessore della prima giunta regionale, divenne nel 1973 presidente del consiglio regionale. Nel quinquennio 1975-1980 fu chiamato a presiedere la Giunta di Palazzo Castello proprio nella fase di decollo dell’Ente, negli anni in cui si portava a compimento il trasferimento delle funzioni dallo Stato previste dal Decreto del Presidente della Repubblica n. 616 del luglio 1977. Per la Regione Piemonte furono gli anni della Legge di Riforma urbanistica, del primo Piano di sviluppo regionale, del Piano sanitario, dell’istituzione dei Parchi regionali, intesi come reale patrimonio della collettività, di una mirata politica del patrimonio che portò all’acquisizione di ville e dimore storiche come Palazzo Lascaris e i Castelli di Rivoli e Ivrea. In quel tempo, insieme a Dino Sanlorenzo e tanti altri, Aldo Viglione si impegnò a fondo sul versante della difesa della nostra democrazia negli anni bui del terrorismo. Se il nostro Paese è riuscito a sconfiggere il terrorismo molto deve a quegli uomini, tra i primi ad intuire che per isolare i violenti bisognava discuterne con la gente, mobilitare le forze sane, fare appello ai cittadini. Lo storico Giuseppe Tamburrano lo ricordò così, a dieci anni dalla morte: “Aldo Viglione è morto sul campo: in un incidente d’auto, reduce da una delle sue innumerevoli visite nei paesi, nei villaggi, nelle comunità del suo amato Piemonte, ove si recava, non solo per adempiere i suoi doveri di rappresentante delle popolazioni locali, ma vorrei dire soprattutto per rispondere ad un suo fortissimo bisogno di essere tra la sua gente, parlare con loro, sentire dalla loro viva voce le riflessioni, i suggerimenti, le attese, le critiche e trovare per tutti, non solo una parola buona, ma una parola giusta”. Un ritratto fedele di quello che fu un “autentico uomo del popolo di stampo antico” che con una punta di orgoglio ricordava di aver visitato tutti i 1206 comuni del Piemonte. Un uomo che seppe salire al più alto livello del potere locale e regionale dimostrando le sue qualità di amministratore senza mai dimenticare “le sue terre”. Come disse ancora Tamburrano è probabile che Viglione si sarebbe riconosciuto volentieri in questa frase di Pietro Nenni: “Vorrei che alla mia morte i lavoratori dicessero: è morto uno come noi, uno di noi”.
Marco Travaglini
STORIE PIEMONTESI a cura di https://crpiemonte.medium.com/
di Marco Travaglini
L’idea di usare quella pietra bianca, screziata di rosa, al posto del mattone per la costruzione della cattedrale fu di Gian Galeazzo Visconti che, per rifornirsi della materia prima, fondò la “Veneranda Fabbrica del Duomo”.

Il Signore di Milano, affascinato dalla bellezza cristallina del marmo, cedette in uso alla Fabbrica le cave di Candoglia, concedendo altresì il trasporto gratuito dei marmi fino al capoluogo lombardo, attraverso le strade d’acqua. Era il 24 ottobre 1387. E, da allora, per secoli, da quelle cave si è estratto il marmo che è servito a costruire il monumento simbolo del capoluogo lombardo, dedicato a Santa Maria Nascente, sormontato dalla madonnina che venne innalzata sulla guglia maggiore del Duomo negli ultimi giorni di dicembre del 1774.

Si trattava di un lavoro faticoso, ritmato da picconi, mazze, punte, cunei e palanchini. Così, partendo dall’impressionante caverna della cava Madre, la montagna è stata risalita, scavandola nel ventre, tagliando i blocchi di pietra con il filo in metallo. Il trasporto via acqua del materiale avveniva dal Toce al Lago Maggiore, lungo il Ticino e il Naviglio Grande per finire nel cuore della città fino alla darsena di S. Eustorgio, a Porta Ticinese. Così, grazie ad un ingegnoso sistema di chiuse, realizzato dalla “Veneranda Fabbrica”, il prezioso carico arrivava fino a poche centinaia di metri dal cantiere della Cattedrale. I barcaioli, per entrare in città senza pagare il dazio, utilizzavano una parola d’ordine — “Auf” — che in realtà era l’abbreviazione di Ad usum fabricae, cioè ad uso della Fabbrica, con la quale potevano passare senza versare il tributo imposto.

In Lombardia, e non solo, è rimasta traccia di quell’usanza nell’espressione “A ufo” , intesa come “gratuitamente”. Chissà, poi, perché, a differenza del “gratis”, si è sempre più connotata con un profilo negativo, ma questa è un’altra storia… Il Cavalier Agenore Brusa, grossista di legname, proveniva da una delle famiglie che avevano, per generazioni, fornito il materiale alla Veneranda, un fatto che lo rendeva oltremodo orgoglioso. “Bei tempi quelli, caro Giovanni. Mio nonno, prima, e mio padre poi hanno lavorato per la Fabbrica di Candoglia tutta la vita. E ora, dopo che anch’io ho fatto la mia parte, tocca al mio Giulio tenere alto il buon nome dei Brusa” era solito ripetere all’amico Ambrogini.

Il ragionier Giovanni Ambrogini era il braccio destro del signor Brusa. Da oltre trent’anni, senza mancare un giorno dall’ufficio, teneva con scrupolo la contabilità della “Brusa & Figli”. Era diventato, per Agenore, quasi un fratello. E come tale lo trattava, chiedendo consigli e ascoltandone i punti di vista che, immancabilmente, teneva in gran considerazione. Per il resto, grazie all’impegno di tutti, la “Brusa & Figli” era un’azienda più che solida e al fidatissimo contabile l’anziano titolare garantiva un adeguato stipendio, commisurato ai suoi servigi. Da troppo tempo, per mille ragioni, il signor Agenore non si recava a Milano, in visita al Duomo. L’ultima volta, con uno sforzo di memoria, immaginò fosse stata quand’era nato il piccolo Giulio. Ma da allora, di anni n’erano passati ben trentadue. “Occorre andarci, a Milano”, comunicò al ragioniere. “E ci andremo insieme, caro Giovanni. Così vedrai anche tu come sono conosciuto in quella città. Devi sapere che è proprio grazie alla mia attività al servizio della Fabbrica del Duomo che mi hanno insignito del titolo di Cavaliere del Lavoro”.

Agenore teneva moltissimo a quel titolo e amava, come lui stesso affermava, “vestirsi con l’abito giusto”, quello “da Cavaliere”, una divisa che, per l’imprenditore, equivaleva a pantaloni e giacca di fustagno scuro, camicia bianca e corto cravattino nero, scarpe comode e, in testa, un vecchio “Panizza” di feltro al quale teneva molto, regalatogli dal padre Igino. I due partirono dalla stazione di Verbania-Fondotoce con il treno delle 6,29. Era un sabato e non faticarono a trovare posto a sedere sul treno mezzo vuoto, dato che gran parte dei pendolari che si recavano ogni giorno a Milano per lavoro avevano terminato la loro settimana. A Porta Garibaldi presero la linea verde della metropolitana fino a Cadorna e da lì, con la linea rossa, giunsero a destinazione alla fermata “Duomo”. Uscendo dalla metropolitana, in cime alle scale, si trovarono davanti l’imponente e gotica sagoma del Duomo. “Ah, che meraviglia”, esclamò estasiato il Cavalier Brusa, agitando la mano destra dove, tra indice e medio, teneva l’immancabile sigaro toscano. Il ragionier Ambrogini, estrasse dalla tasca un piccolo bloc-notes , leggendo i suoi appunti. “La quarta chiesa in Europa per superficie, dopo San Pietro in Vaticano, l’anglicana Saint Paul di Londra e la cattedrale di Siviglia ;la più importante dell’arcidiocesi milanese, sede della parrocchia di Santa Tecla..”. Il buon Giovanni, preciso come un ferroviere svizzero, si era documentato ben bene. Al Cavaliere quell’accuratezza, diligente e meticolosa, piaceva molto. In molti consideravano l’Ambrogini un pignolo, persino un po’ pedante, ma ciò che i più consideravano un difetto, per Agenore Brusa rappresentava una qualità. E che qualità: cura, scrupolo e rigore! Il massimo che potesse desiderare dal suo più stretto e fidato collaboratore.

Lo ascoltava, ammaliato, senza dimenticarsi di ricambiare — con un cenno di capo — al saluto che gli era stato rivolto da alcuni passanti. “Ci sono voluti cinque secoli per costruirlo, durante i quali si sono avvicendati nella Fabbrica del Duomo architetti, scultori, artisti e maestranze, provenienti da tutta Europa. Il risultato è un’architettura unica, una felice fusione tra lo stile gotico d’oltralpe e la tradizione lombarda. Con una decorazione impressionante di guglie, pinnacoli, cornici e un patrimonio immenso di oltre tremila statue. E sulla più alta delle 145 guglie, la celeberrima Madonnina che non è d’oro, ma ricoperta di fogli d’oro”. Il ragioniere era, come sempre, sintetico ed esauriente. A quel punto il Cavalier Brusa lo esortò a varcare il doppio portale in bronzo.

“Forza, Giovanni. Andiamo a vedere anche all’interno com’è stato magistralmente lavorato il nostro marmo! A proposito, hai visto che persone ben educate? Salutano, cortesemente. Si vede che anche qui conoscono i Brusa, con tutto quello che abbiamo fatto per Milano, eh?”. Spento il toscano sotto la suola della scarpa e riposto in tasca il resto del sigaro ( Brusa era un parsimonioso e il suo motto era “non si butta via niente”), entrarono in Duomo, rimanendo a bocca aperta davanti alle cinque navate. Quella centrale, poi, era davvero ampia e alta e ai lati si potevano ammirare magnifiche vetrate istoriate che raffiguravano scene religiose. Una di esse, superba, rappresentava il Giudizio Universale. Il Cavalier Brusa, informato dal fedele Giovanni, di ciò che conteneva la teca sopra il coro, voleva a tutti i costi ammirare quel chiodo che si riteneva provenisse della croce di Gesù e si avviò in quella direzione con ampie falcate. Mentre camminava, s’accorse degli insistenti sguardi da parte delle persone che incontrava.

Alcuni sgranavano gli occhi, altri si davano di gomito. Mentre avanzava impettito, gli venne incontro un sacerdote in chiaro stato d’ansia, visibilmente affannato. Il prelato , rivolto al Cavaliere, ripeteva concitato la stessa breve frase, in milanese: “ Sciur, al Brüsa”, “Sciur, al Brüsa”, “Sciur, al Brüsa”. Agenore Brusa, voltandosi verso il ragionier Ambrogini, disse soddisfatto: “Vedi, Giovanni. Qui mi conoscono tutti”. Solo in quel momento il povero ragioniere s’accorse che la marsina del suo principale stava andando in fiamme. Evidentemente il toscano non era stato spento bene e si era ravvivato nella tasca. Il prete, sicuramente lombardo e certamente alterato, aveva lanciato l’allarme rivolgendosi al Cavaliere in dialetto meneghino e quel “Sciur, al Brüsa”, più che ad una individuazione dell’identità del signor Agenore equivaleva all’allarmante fumo che proveniva dal vestito del medesimo, ignaro, visitatore del Duomo. Così, spento l’incendio, i due lasciarono la cattedrale e Milano, frastornato e ammutolito, Giovanni Ambrogini, contrariato e scuro in volto, il Cavaliere che, una volta tanto e suo malgrado, era stato costretto a venir meno al suo principio del “non buttar via niente”, lasciando in un bidone della spazzatura la giacca bruciacchiata e quel resto di sigaro che aveva tenuto per il viaggio di ritorno.
Mercoledì 3 dicembre verrà presentato alle 11.30, presso la Città Metropolitana di Torino, nella sede di Corso Inghilterra 7, un calendario dedicato allo smemorato di Collegno, realizzato dal fotografo Michele D’Ottavio. Nel 2026, ricorrerà il centenario dell’inizio della vicenda riguardante lo smemorato di Collegno, portato nell’ospedale psichiatrico il 10 marzo 1926. Una vicenda diventata caso nazionale e internazionale, che ha travalica il semplice caso giudiziario e psichiatrico, appassionando l’opinione pubblica, e di cui gli echi non si sono ancora spenti. Nel corso degli anni, molte sono state le ricostruzioni della vicenda, a cura di storici e ricercatori che hanno contribuito a dare a questa storia un taglio universale, a partire dalla considerazione che essere senza memoria, senza storia familiare e civile e senza identità tra passato, presente e futuro, porta al completo sradicamento, fino al punto di chiedersi “dove sono?”, “chi sono?”, “da a dove vengo e dove vado?”. Proprio questo ha ispirato una considerevole produzione letteraria e cinematografica che va da Luigi Pirandello, con l’opera teatrale “Sono come tu mi vuoi”, al celeberrimo film con Totò e Macario, senza dimenticare Leonardo Sciascia e il film del 1984 “Uno scandalo per bene”. Cominciano le iniziative per celebrare questo centenario, per far scoprire e riscoprire la vicenda, mettendo in evidenza la collocazione storica, al periodo nella quale si è inserita e ai progressi scientifici di questo secolo. Il calendario sullo smemorato di Collegno, realizzato da D’Ottavio, contiene 12 immagini ibride, ricavate dalla documentazione fotografica custodita presso il Centro Documentazione sulla Psichiatria dell’ASL Torino 3, ospitato nel locale del Padiglione 8 dell’ex ospedale psichiatrico di Collegno, dove è conservata tutta la memoria documentale della vicenda, compresa la cartella clinica dello smemorato. Alla presentazione interverranno Jacopo Suppo, Vicesindaco della Città Metropolitana di Torino, Matteo Cavallone, Sindaco di Collegno, Clara Bertolo, assessore alla Cultura di Collegno, Carlo Conte, direttore amministrativo dell’ASL Torino 3, Simonetta Matzuzi, Vicepresidente della Cooperativa Immagine, Simone Fabiano, amministratore Sanitalia-Clinica della memoria e Michele D’Ottavio, autore e fotografo.
Ai partecipanti verrà data in omaggio una copia del calendario 2026.
3 dicembre-sede della Città Metropolitana di Torino- sala Panoramica del 15esimo piano – corso Inghilterra 7, Torino
Mara Martellotta


In esposizione negli spazi di via Chiabrera, testimonianze, immagini, oggetti e documenti che restituiscono le esperienze delle scuole allievi FIAT e Lancia
Il Museo Nazionale dell’Automobile apre al Centro Storico FIAT la mostra “Capolavori di Torino”, realizzato insieme all’Associazione Ex Allievi FIAT, che restituisce, attraverso un racconto corale, la straordinaria esperienza novecentesca delle scuole FIAT e Lancia, fatta di teoria, pratica, disciplina ed eccellenza tecnica. Il progetto, ideato e curato dall’artista Nicola Nunziata, è articolato su tre componenti: la call to action partecipativa, la mostra e la pubblicazione, e si distingue per una combinazione unica di cittadinanza attiva, ricerca attiva e metodo partecipativo. “Capolavori” è il termine che definisce gli oggetti che gli allievi realizzavano come prove tecniche durante il loro percorso formativo, a dimostrazione delle capacità acquisite, oggi riletti nel progetto come manufatti simbolici e fossili di lavoro individuale. In occasione di questa mostra, il termine si dilata accogliendo un’idea più ampia di eccellenza e impegno, in un gioco di parole che congiunge il gesto operaio alla dimensione museale, e conferisce il titolo all’intero progetto di ricerca e sperimentazione attraverso il quale, il Museo Nazionale dell’Automobile attiva un dialogo con la cittadinanza, recuperando materiale diffuso tra i cittadini, per raccontare una vicenda storicamente importante. L’obiettivo è rintracciare e acquisire attraverso la raccolta, la digitalizzazione e la catalogazione quella parte di archivi privati invisibili, considerati complementari al materiale ufficiale, diffusi nel tessuto urbano torinese e non ancora emersi.
“Con ‘Capolavori di Torino’, l’archivio del Centro Storico FIAT, in particolare le scuole di FIAT e Lancia – afferma Nicola Nunziata – diventa materiale di partenza per la creazione di nuove opere d’arte. Un censimento pubblico estende il campo d’azione artistica, trasformando la ricerca d’archivio in un processo partecipativo. ‘Ex allievi cercasi’ è una call to action rivolta ai cittadini di Torino con l’obiettivo di ampliare la documentazione esistente con i materiali dei loro archivi privati, finora latenti, per costruire insieme una mostra al Centro Storico FIAT. L’istituzione culturale riafferma la propria natura di laboratorio di produzione s sperimentazione attivando un dialogo diretto tra artisti e cittadini. Questi ultimi si riappropriano degli spazi museali, riconoscendoli come luoghi accessibili e di trasformazione. Emerge uno scenario in cui ricerca artistica, umanità e tecnologia, complice la memoria, cooperano per accogliere un futuro dove l’arte è bene comune, accessibile e condiviso.
La storia delle scuole aziendali FIAT e Lancia (1923-1983) è storia novecentesca. Di quel secolo ha ereditato le asprezze, la disciplina imposta da due guerre mondiali, la povertà diffusa prima del boom e le promesse di una vita per i figli migliore di quella dei padri. Entrambe le scuole rappresentavano molto più di un semplice avviamento al lavoro: il motto della scuola allievi FIAT era: “Prima educare, poi istruire”, e l’obiettivo era quello di formare giovani che per eccellenza professionale e senso di appartenenza costituisse la spina dorsale di aziende capaci di crescere senza perdere la loro identità, in un processo di crescita che sembrava non dovesse finire mai.
Sono in esposizione materiali d’archivio e manufatti d’epoca, in dialogo con videoinstallazioni, interviste e fotografie realizzate oggi agli studenti di un tempo. La mostra è un pretesto per la ricerca artistica e per interrogare l’archivio con il materiale da cui generare nuove opere d’arte, un campo d’azione dove la pratica artistica del riuso agisce per associazioni libere, attraverso l’ibridazione e la coesistenza di diversi linguaggi dell’arte. La mostra, aperta venerdì 21 novembre, si chiuderà domenica 22 marzo 2026 al primo piano del Centro Storico FIAT, Dirimpetto a quella che fu la scuola allievi di corso Dante 103, un modo per ancorare a un luogo la memoria di una delle più grandi esperienze formative mai temtate dall’industria italiana.
Mara Martellotta
Articolo 1: Torino geograficamente magica
Articolo 2: Le mitiche origini di Augusta Taurinorum
Articolo 3: I segreti della Gran Madre
Articolo 4: La meridiana che non segna l’ora
Articolo 5: Alla ricerca delle Grotte Alchemiche
Articolo 6: Dove si trova ël Barabiciu?
Articolo 7: Chi vi sarebbe piaciuto incontrare a Torino?
Articolo 8: Gli enigmi di Gustavo Roll
Articolo 9: Osservati da più dimensioni: spiriti e guardiani di soglia
Articolo 10: Torino dei miracoli
Articolo 2: Le mitiche origini di Augusta TaurinorumNelle alte valli delle Alpi era usanza liberare una mucca prima di fondare una borgata; l’animale andava al pascolo tutto il giorno per poi trovare il punto in cui distendersi a terra e riposarsi. Quello sarebbe stato il luogo in cui i montanari avrebbero iniziato ad edificare il borgo: «la mucca può “sentire” cose che all’uomo sfuggono, se il posto è sicuro o meno e se di lì si irradiano energie benefiche o maligne».
Anche la fondazione di Torino potrebbe rientrare in una di tali credenze. Ma a questa versione, tutto sommato verosimile e riconducibile a qualche usanza rurale, fanno da controparte altre ipotesi, decisamente più complesse e letteralmente “divine”, poiché hanno come protagonisti proprio degli dei, Fetonte ed Eridano. Avviciniamoci allora a queste due figure. Secondo il mito greco, Fetonte, figlio del Sole, era stato allevato dalla madre Climene senza sapere chi fosse suo padre. Quando, divenuto adolescente, ella gli rivelò di chi era figlio, il giovane volle una prova della sua nascita. Chiese al padre di lasciargli guidare il suo carro e, dopo molte esitazioni, il Sole acconsentì. Fetonte partì e incominciò a seguire la rotta tracciata sulla volta celeste. Ma ben presto fu spaventato dall’altezza alla quale si trovava. La vista degli animali raffiguranti i segni dello zodiaco gli fece paura e per la sua inesperienza abbandonò la rotta. I cavalli si imbizzarrirono e corsero all’impazzata: prima salirono troppo in alto, bruciando un tratto del cielo che divenne la Via Lattea, quindi scesero troppo vicino alla terra, devastando la Libia che si trasformò in deserto. Gli uomini chiesero aiuto a Zeus che intervenne e, adirato, scagliò un fulmine contro Fetonte, che cadde nelle acque del fiume Eridano, identificato con il Po. Le sorelle di Fetonte,, le Eliadi, piansero afflitte e vennero trasformate dagli dei in pioppi biancheggianti. Le loro lacrime divennero ambra. Ma precisamente, dove cadde Fetonte? In Corso Massimo d’Azeglio, proprio al Parco del Valentino dove ora sorge la Fontana dei Dodici Mesi. In un altro mito, Eridano, fratello di Osiride, divinità egizia, era un valente principe e semidio. Costretto a fuggire dall’Egitto, percorse un lungo viaggio costeggiando la Grecia e dirigendosi verso l’Italia. Dopo aver attraversato il mar Tirreno sbarcò sulle coste e conquistò l’attuale regione della Liguria, che egli chiamò così in onore del figlio Ligurio. Attraversò poi l’Appennino e si imbatté in una pianura attraversata da un fiume che gli fece tornare alla mente il Nilo. Qui fondò una città, che dedicò al dio Api, venerato sotto forma di Toro.

Un giorno Eridano partecipò ad una corsa di quadrighe, purtroppo però, quando già si trovava vicino alla meta, il principe perse il controllo dei cavalli che, fuori da ogni dominio, si avviarono verso il fiume, ed egli vi cadde, annegando. In sua memoria il fiume venne chiamato come il principe, “Eridano”, che è, come abbiamo detto, anche l’antico nome del fiume Po, in greco Ἠριδανός (“Eridanos”), e in latino “Eridanus”. Questa vicenda ci riporta alla nostra Torino, simboleggiata dall’immagine del Toro, come testimoniano, semplicemente, e giocosamente, i numerosissimi toret disseminati per la città. Storicamente il simbolo è riconducibile alla presenza sul territorio della tribù dei Taurini, che probabilmente avevano il loro insediamento o nella Valle di Susa, o nei pressi della confluenza tra il Po e la Dora. L’etimologia del loro nome è incerta anche se in aramaico taur assume il valore di “monte”, quindi “abitanti dei monti”. I Taurini si scontrarono prima con Annibale e poi con i Romani, infine il popolo scomparve dalle cronache storiche ma il loro nome sopravvisse, assumendo un’altra sfumatura di significato, risalente a “taurus”, che in latino significa “toro”. È indubbio che anche oggi l’animale sia caro ai Torinesi, sia a coloro che per gioco o per scaramanzia schiacciano con il tallone il bovino dorato che si trova sotto i portici di piazza San Carlo, sia a quelli vestiti color granata che incessantemente lo seguono in TV. C’è ancora un’altra spiegazione del perché Torino sorga proprio in questo preciso luogo geografico, si tratta della teoria delle “Linee Sincroniche”, sviluppata da Oberto Airaudi, che fonda, nel 1975, a Torino, il Centro Horus, il nucleo da cui poi si sviluppa la comunità Damanhur. Le Linee Sincroniche sono un sistema di comunicazione che collega tutti i corpi celesti più importanti. Sulla Terra vi sono diciotto Linee principali, connesse fra loro attraverso Linee minori; le diciotto Linee principali si riuniscono ai poli geografici in un’unica Linea, che si proietta verso l’universo. Attraverso le Linee Sincroniche viaggia tutto ciò che non ha un corpo fisico: pensieri, energie, emozioni, persino le anime. Il Sistema Sincronico si potrebbe definire, in un certo senso, il sistema nervoso dell’universo e di ogni singolo pianeta. Inoltre, grazie alle Linee Sincroniche è possibile veicolare pensieri e idee ovunque nel mondo. Esse possono essere utilizzate come riferimenti per erigere templi e chiese, come dimostra il nodo centrale in Valchiusella, detto “nodo splendente”, dove sorge, appunto, la sede principale della comunità Damanhur. Secondo gli studi di tale teoria Torino nasce sull’incrocio della Linea Sincronica verticale A (Piemonte-Baltico) e la Linea Sincronica orizzontale B (Caucaso).Vi sono poi gli storici, con una loro versione decisamente meno macchinosa, che riferiscono di insediamenti romani istituiti da Giulio Cesare, intorno al 58 a.C., su resti di villaggi preesistenti, forse proprio dei Taurini. Il presidio militare lì costituitosi prese il nome prima di “Iulia Taurinorum”, poi, nel 28 a.C, divenuto un vero e proprio “castrum”, venne chiamato, dal “princeps” romano Augusto, “Julia Augusta Taurinorum”. Il resto, come si suol dire, è storia.
Queste le spiegazioni, scegliete voi quella che più vi aggrada.
Alessia Cagnotto
Venerdì 21 novembre, alle ore 17, partirà il tour artistico e culturale, da piazza Gherzi a Lu, noto come “Monferrato Decorato”, alla scoperta delle volte degli edifici antichi di Lu – Cuccaro Monferrato
Venerdì 21 novembre, a Lu – Cuccaro Monferrato, vi sarà un percorso luese alla scoperta dei soffitti colorati. Il tour artistico e culturale rappresenta un viaggio alla scoperta del patrimonio colorato monferrino, il paese di Lu – Cuccaro Monferrato, e si terrà venerdì 21 novembre, alle ore 17, con appuntamento a Lu, in piazza Luigi Gherzi. L’evento, ideato da Anna Maria Bruno, è promosso dalla Fondazione Ecomuseo della Pietra da Cantoni, e si propone di far conoscere il patrimonio artistico e decorativo, che nella storia ha determinato la storia di numerose abitazioni monferrine, indipendentemente dalla classe e dal ceto sociale. La prima tappa sarà a Casa Signorini, incantevole dimora situata nel borgo Monferrino, custode di fascino e bellezza. A seguire l’itinerario proseguirà nell’eleganza di palazzo Paleologi, al cui interno sono attivi il relais palazzo Paleologi e il ristorante Daimon. Quindi, il tour si allungherà in un’ala del ristorante Antico Monastero, il cui soffitto a cassettoni rimanda a suggestioni ancestrali.
“Per la prima volta a Lu, con ‘Monferrato Decorato’, potremo farci sorprendere dalle meravigliose volte di due edifici antichi, che ancora oggi trasudano di arte, bellezza e storia – commenta il Presidente Corrado Calvo – con Anna Maria Bruno riscopriremo risvolti meno noti e avremo il privilegio per un giorno di ammirare i bellissimi ambienti decorati e i loro diversi stili”.
La partecipazione è gratuita, ma è richiesta la prenotazione al numero 348 2211219 – chebisa@virgilio.it
Mara Martellotta