STORIA- Pagina 23

Le origini di Torino: prima e dopo Augusta Taurinorum

Breve storia di Torino


1 Le origini di Torino: prima e dopo Augusta Taurinorum
2 Torino tra i barbari
3 Verso nuovi orizzonti: Torino postcarolingia
4 Verso nuovi orizzonti: Torino e l’élite urbana del Duecento
5 Breve storia dei Savoia, signori torinesi
6 Torino Capitale
7 La Torino di Napoleone
8 Torino al tempo del Risorgimento
9 Le guerre, il Fascismo, la crisi di una ex capitale
10 Torino oggi? Riflessioni su una capitale industriale tra successo e crisi

1.Le origini di Torino: prima e dopo Augusta Taurinorum

Torino è una città che invita al rigore, alla linearità, allo stile. Invita alla logica, e attraverso la logica apre alla follia. Queste le parole del grande intellettuale Italo Calvino, forse un po di parte, certo, ma non per questo meno veritiere.
Così abituati a guardare lontano, intenti ad indagare il mondo oltre i confini visibili, perennemente alla ricerca di qualcosaltro in un laggiù” di labile definizione, spesso diamo per scontato ciò che ci circonda, e talvolta nemmeno ci impegniamo a conoscere i luoghi a noi più vicini.
Rifletto spesso su tale tematica con i miei studenti a scuola, approfittando delle potenzialità della materia che insegno; quando chiedo ai ragazzi di raccontarmi una loro esperienza riguardo a mostre darte, musei o luoghi culturalmente conosciuti, mi rendo conto di quanto poco conoscano il territorio in cui vivono, è più probabile infatti che essi si siano ritrovati per le strade di qualche capitale straniera e non di aver visitato Palazzo Madama, Palazzo Reale, un qualunque museo torinese di arte contemporanea o qualche luogo cittadino che proprio nulla ha da invidiare all esotico estero.
Non ne faccio loro una colpa, anche io tendo spesso a incappare nel medesimo errore, protesa verso il desiderio di prendere aerei e partire, corro per prima il rischio di tralasciare interessanti occasioni di visita di esposizioni darte di artisti che magari apprezzo particolarmente e che si svolgono proprio a Torino.

È secondo questottica che ho deciso di scrivere tale serie di articoli dedicati alla capitale sabauda, per riscoprire e tentare di approfondire la storia e le vicissitudini di quella che è la mia città natale, la stessa che mi pare così lontana anche se abito nei suoi vicinissimi confini, che talvolta mi ha stancato, che non sempre mi ha accolto o confortato, della quale spesso mi sono dimenticata, ma a cui rimango indissolubilmente affezionata.
Torino è così, una città antica che accetta le sfide della globalizzazione e della multiculturalità, attenta alla qualità ambientale, dove da sempre il saper fare si accompagna al saper pensare, è localitàforte delle proprie radici eppure pronta a fronteggiare le numerose riqualificazioni urbane che nei secoli si sono succedute, invasive e necessarie, le medesime che ora stabiliscono laspetto multiforme di quella che è stata la prima capitale dItalia.
Nel capoluogo popoli, culture, tradizioni e differenti consuetudini si sono stratificate nel tempo, a partire dagli usi e costumi degli antichi romani, fino ai cittadini odierni, autoctoni, migranti e tutte quelle etnie in equilibrio tra il mantenere le proprie usanze e limparare il dialetto locale.
La storia di Torino è qualcosa di tangibile, passeggiando per le vie della città infatti ci si imbatte continuamente in testimonianze del passato: le Porte Palatine, gli edifici di Italia 61, le palazzine barocche e le ville liberty, le chiese ed i monumenti, tutti tasselli di ununica grande vicenda che comincia più di duemila anni fa, ai tempi di un piccolo insediamento chiamato Taurasia, distrutto da Annibale nel 218 a.C.  

La nascita e lo sviluppo della città sono indissolubilmente legati alla posizione geografica che essa occupa: Torino sorge sulla sponda occidentale del Po, nella regione chiamata Pedemontium ossia la terra ai piedi delle montagne, uno strategico crocevia assai significativo  per i commerci, sia via terra che via acqua. Fin dai tempi antichi eserciti, mercanti e pellegrini erano costretti ad attraversare il fiume in quel preciso punto geografico, laddove sorgeva il piccolo villaggio Taurasia. Nei secoli sono molti coloro che ambiscono al controllo dello stabilimento, rilevante scalo tattico e commerciale, nonché snodo significativo posto sulla via che collega il Sud della Francia e il Nord dellItalia.
Tuttora Torino sorge lungo la principale articolazione stradale e ferroviaria dellarea alpina, su un percorso che da sempre è ritenuto di considerevole importanza, da qui infatti sono passati, secondo gli studiosi, dapprima Annibale, nella sua marcia verso Roma e successivamente, nel 773, lesercito di Carlo Magno, durante la calata in Italia.
Il tempo conferma la centralità della posizione strategica dellantica Augusta Taurinorum, abbracciata dai fiumi e protetta dal duplice ruolo delle montagne, da una parte le Alpi, dallaltra i Colli del Monferrato, che sia mettono in comunicazione la città con i comuni limitrofi, sia fungono da barriera protettiva naturale; gli stessi Savoia, i custodi dellItalia approfitteranno dellubicazione dellurbe per gestire i propri poteri.
La natura dunque favorisce la nascita di un insediamento destinato ad ingrandirsi nei secoli, ma se da subito le condizioni di vita paiono favorevoli per la cittadinanza, sarà necessario attendere diversi secoli prima che la Storia si accorga della bella Torino, relegata per tempo immemore alla condizione di cittadina di provincia, adombrata dalle limitrofe Asti e Vercelli, infatti solo verso la fine del Cinquecento, grazie ai Savoia che qui sposteranno la propria corte, al capoluogo viene riconosciuto peso politico e comincia a brillare di luce propria.
Ma andiamo per ordine, poiché assai remote sono le origini della nostra città; larea appare abitata fin  dallepoca tardo paleozoica, come testimoniano i numerosi ritrovamenti di utensili in pietra.
Allepoca la regione doveva essere ricoperta di foreste e acquitrini, tuttavia già i coltivatori delletà neolitica erano intervenuti a favore di una repentina trasformazione del paesaggio, processo che continueràattraverso diverse azioni di bonifica dalletà medievale fino alletàmoderna.
I primi abitanti del Piemonte sono i Celto-Liguri, gruppi migranti celtici che mentre si spostano verso il Nord della Penisola si fondono con alcune tribù liguri già presenti sul territorio.
Si tratta di popolazioni dedite allagricoltura, con un livello di organizzazione politica e culturale non molto sviluppata, vivono sparsi per le radure tra le foreste, coltivano segale e granaglie e allevano pecore e maiali. Nello specifico sono gli Insubri e i Taurini ad occupare le sponde del fiume Po.
Come è noto, il destino di Torino risulta legato almeno a livello di nomenclatura-  ai Taurini, da cui deriva lappellativo Augusta Taurinorum, dallanimale totemico attribuito alla tribù, ossia il taurus, -che tuttoggi rimane simbolo indiscusso della moderna cittàpiemontese-.
Ben poco sappiamo di tale popolazione, se non che compare negli annali nel 218 a.C., quando tenta invano di fermare la discesa di Annibale, per poi entrare a far parte delle tribù inglobate nella sfera culturale e politica di Roma che,  a partire dalla metà del II secolo a.C., colonizza la zona subalpina nordoccidentale per aprirsi una piùfacile via verso la Gallia.
Lo spirito decisamente concreto e pratico dei romani fa sì che le cittàfondate nel territorio piemontese rispondessero a precise funzioni: si tratta di avamposti militari  e centri di governo che favoriscono il controllo e la comunicazione lungo il tragitto verso le Alpi.


Tra questi insediamenti spicca per importanza Augusta Taurinorum.
Le leggende prendono il sopravvento sulle sporadiche fonti accreditate riguardanti le origini di Torino, se diverse sono le versioni fantasiose legate alla fondazione del capoluogo, dallaltra sono poche e controverse le notizie degli studiosi dedicate a tale argomentazione.
Lo stesso appellativo apre a diverse ipotesi interpretative: secondo alcuni Iulia Augusta Taurinorum viene fondata da Giulio Cesare durante le sue campagne militari in Gallia, secondo altri invece il nome della cittadina si rifà allimperatore Ottaviano, meglio noto con lappellativo di Augusto.
Vi è poi la versione di una duplice fondazione, suggerita da diversi studi del terreno, dai quali si denota una lavorazione dei campi limitrofi alla città che suggerisce una edificazione svoltasi in momenti differenti.
Quel che invece è noto riguarda la trasformazione del villaggio tribale prima in colonia militare poi in civitas, ossia una città con una propria struttura amministrativa ben definita; allincirca nello stesso periodo viene fondata Augusta Pretoria, lodierna Aosta, con lo scopo di assicurare il dominio romano sulla vallata circostante e sui valichi del Grande e del Piccolo San Bernardo.
Dalle fonti tuttavia si evince che ledificazione effettiva di Augusta Taurinorum avviene nel corso del I secolo a.C.; i lavori di costruzione seguono lo schema prefissato dalla tradizione romana e la colonia si struttura secondo una griglia rettangolare circondata da una cinta muraria di circa 2,5 km.
Lo spazio interno è diviso da due strade principali, il Cardo e il Decumano le attuali via Garibaldi e via San Tommaso -, rimane invece incerta lubicazione del foro, anche se probabilmente doveva occupare lattuale zona in cui oggi si trova il municipio. Allinterno delle mura, le strade secondarie suddividono lo spazio urbano in insulae, isolati residenziali dotati di fognature sotterranee e pavimentazioni regolari e ordinate.
La nuova colonia viene inoltre dotata di un acquedotto per la fornitura idrica, bagni pubblici, templi e un teatro, le cui fondamenta sono ancora visibili accanto a Palazzo Reale.
Lo schema rettilineo rimane alla base della Torino moderna e resta inevitabile punto di partenza per tutti i successivi sviluppi urbanistici eseguiti fino ai giorni nostri.
Altra questione aperta riguarda gli abitanti: molto probabilmente si tratta di immigrati provenienti direttamente da Roma o veterani dellesercito, solo in una minoranza potevano discendere direttamente dalla tribù dei Taurini.
Limportanza della colonia rimane relegata al transito stradale e alla riscossione dei pedaggi; essa  tuttavia è indicata  nei documenti dellepoca come snodo primario allinterno della grande rete di comunicazione costruita dai Romani  per agevolare il transito di merci, truppe e messaggeri imperiali in tutta lItalia settentrionale.
La situazione muta bruscamente nel III secolo a.C., quando la guerra civile, la recessione economica e le incursioni barbariche minano lesistenza stessa di Roma. La crisi colpisce tutto lImpero, ma sono proprio le colonie sorte lungo le rive del Po che devono fronteggiare in prima linea gli invasori germanici.
Augusta Taurinorum rimane per molto tempo, come le altre province, in una situazione instabile, preda del vuoto di potere dovuto al crollo delle istituzioni governative e politiche romane fino allemergere di una nuova autorità: il vescovo, simbolo della Chiesa Cristiana. Per i secoli a venire è questa la figura essenziale a cui tutta la comunità si rivolge e sulle cui spalle pesa il gravoso compito di organizzare la nuova vita cittadina allalba dellavvento del Cristianesimo.
Non si sa molto riguardo alla diffusione della nuova religione in Piemonte, la tradizione si sofferma sullavvento del culto dei tre martiri (Ottavio, Avventore, Solutore), particolarmente apprezzato proprio a Torino, cerimoniale religioso surclassato poi dalladorazione di Giovanni Battista.
Scarse sono le notizie a proposito del primo vescovo di Torino, probabilmente un certo Massimo, pupillo di Eusebio  e forse anche di Ambrogio, arcivescovo di Milano. Massimo era un buon imprenditore edile, a lui infatti si deve ledificazione del primo edificio ecclesiastico locale, una chiesa probabilmente dedicata al Salvatore, ubicata dove ora sorge il Duomo. Attraverso larchitettura egli ritiene di esorcizzare i demoni pagani che albergano tra le rovine dellantica città romana, costruendo chiese e santuari laddove sorgevano gli antichi templi dedicati agli dei. Inoltre egli riveste la figura del principe-vescovo, così come i suoi contemporanei Ambrogio di Milano, Agostino dIppona e Gregorio di Tours. La sua figura austera, severa e forte si fa punto di riferimento per i suoi successori, i quali come lui si adoperano per difendere la città dai barbari, dare asilo ai profughi e riscattare i prigionieri.
Decisamente interessanti sono i sermoni redatti da Massimo, grazie ai quali ci è possibile immaginare come doveva essere la lontana societàtorinese agli albori della diffusione del Cristianesimo.
Allinterno dei testi spiccano le critiche feroci mosse dal vescovo nei confronti dei cittadini, costantemente invitati al pentimento, ad allontanarsi dai beni materiali, sovente accusati di pigrizia e venalità: della prima comunità torinese ne esce un quadro tuttaltro che edificante.
Eppure tali sono le origini di Torino.
Affondiamo le nostre arcaiche radici in una turbolenta cittadinanza ancora legata ai vecchi culti, che tuttavia con fatica e forza si è poi evoluta fino ai giorni nostri, passando per le guerre contro i barbari, la dominazione sabauda fino a Napoleone e oltre.
Complessa e stimolante è la vicenda di Torino e questo è solo linizio.

Alessia Cagnotto 

Cinque pagine inedite di Mussolini riemergono dal mercato antiquario torinese

Recentemente a Torino sono stati individuati e recuperati alcuni manoscritti originali attribuiti a Benito Mussolini, poi restituiti allo Stato e destinati alla conservazione presso l’Archivio Centrale dello Stato. L’operazione è stata condotta dai Carabinieri – Nucleo Tutela Patrimonio Culturale di Torino, che hanno intercettato i documenti mentre stavano per essere immessi nel circuito del collezionismo privato.

Si tratta di cinque pagine autografe, riconducibili con certezza alla mano del duce, contenenti annotazioni preparatorie per l’incontro del 22 aprile 1944 con Adolf Hitler, avvenuto al Castello di Klessheim. I fogli riportano appunti sintetici su questioni militari, politiche ed economiche, probabilmente utilizzati come traccia in vista del colloquio con il leader nazista.

Non si tratta di lettere personali, bensì di note operative che offrono uno spaccato diretto del clima politico e strategico degli ultimi mesi della Repubblica Sociale Italiana. Il recupero di questi documenti rappresenta un contributo significativo per gli studiosi, poiché consente di approfondire la comprensione dei rapporti tra Mussolini e la Germania nazista nella fase conclusiva della Seconda guerra mondiale.

Il museo di anatomia umana Luigi Rolando

Tra i reperti i calchi del cranio di  Napoleone Bonaparte e Raffaello Sanzio

Situato a pochi passi dal Parco Valentino, in zona San Salvario a Torino, il Museo di Anatomia Umana offre una interessante collezione di riproduzioni del corpo umano in carta pesta, cera, ma anche reperti originali, grazie a diverse e generose  donazioni. L’area espositiva si sviluppa in una stanza unica ampia e  lunga dove si respira l’aria ottocentesca del positivismo torinese e di una scienza che tra meta’ e fine del 1800 trova il suo apice anche attraverso le prime esposizioni che avvengono nel Palazzo dei Regi Musei (oggi Museo Egizio e Accademia delle Scienze). A fine secolo le collezioni, ulteriormente arricchite, vengono spostate presso l’Ospedale Maggiore di San Giovanni Battista per essere trasferite definitivamente nella sede attuale in via Massimo D’azeglio 52. Luigi Rolando docente di Anatomia presso l’universita’ di Torino viene coinvolto nell’attivita’ del museo grazie anche alle sue competenze di ceroplastica che trasmettera’ai tecnici modellatori che si occuperanno per il museo delle riproduzioni di alcuni organi del corpo umano.


I percorsi espositivi
, oltre all’ anatomia umana, affrontano temi come la criminologia, la biodiversità, le differenti culture del mondo, la storia della scienza e la vita degli scienziati torinesi nell’Ottocento, un approccio multidisciplinare molto utile alla comprensione da parte di chi non conosce la materia e un ottimo approfondimento per chi, invece, e’ piu’ avvezzo a questi argomenti scientifici.

Il museo ripropone volutamente l’atmosfera di quel passatostorico con teche, vetrine e mobili originali, che, seppur limitanti e vecchie a livello espositivo, regalano una suggestione affascinante del mondo scientifico ottocentesco, a tratti cupo. Il materiale e’molto interessante e istruttivo, ma per la particolarita’ dei temi  trattati e soprattutto per l’approccio che vede una fedele ricostruzione dei vari organi del corpo umano potrebbe risultareun po’ inquietante, quindi e’ meglio prepararsi.

 

Alcune collezioni, non ancora restaurate, come quella strumentaria medica, sono incluse in futuri progetti  espositivi; al momento sono in vetrina esempi anatomici in cera, da poco riqualificati,  preparati a secco e in liquido, la raccolta craniologica e quella frenologica con calchi in gesso di crani di personaggi famosi come Raffaello Sanzio, Napoleone Bonaparte, il Principe di Talleyrand, il Conte di Cavour, Goffredo Mameli, Vincenzo Bellini, oltre a criminali famosi, come Giorgio Orsolanodetto “la iena di San Giorgio”.

Molto apprezzabile l’impegno di creare dei servizi educativi per gli studenti di ogni eta’, dall’infanzia alle scuole superiori, con laboratori e visite guidate specifiche e adattate con l’obiettivo di ampliare la conoscenza e approfondire questa materia, a moltissimi ignota.

Torino si conferma la citta’ dei musei, preziosi, differenti, utili e arricchenti. Una citta’ che offre ai suoi cittadini e a chi la visita un tesoro formidabile di arte, storia e cultura.

MARIA LA BARBERA

https://www.museoanatomia.unito.it/info/biglietti-orari/

 Palazzina di Caccia di Stupinigi: “A tavola con la Regina”

Venerdì 27 febbraio , alle ore 16, si terrà un incontro nelle cucine della Palazzina di Caccia di Stupinigi dal titolo “A tavola con la Regina. I menù di Margherita”, per raccontare miti gastronomici e rituali di corte all’epoca della prima regina d’Italia.
Dalla pizza più famosa d’Italia ad un gesto sorprendentemente informale come mangiare il pollo con le dita. L’appuntamento dal titolo “A tavola con la regina. I menù di Margherita” trasporta i visitatori in un percorso che intreccia curiosità gastronomiche a gusto personale e rituali conviviali di fine Ottocento, restituendo un ritratto vivace e inedito della sovrana.
Il riferimento più celebre è quello alla pizza Margherita, tradizionalmente legato alla visita della regina a Napoli nel 1889; pomodoro, mozzarella e basilico, i colori della bandiera italiana, divennero non soltanto una ricetta, ma anche un simbolo capace di unire cultura popolare e immagine istituzionale.
Si tratta di un episodio entrato nell’immaginario collettivo che testimonia come  la tavola potesse trasformarsi in strumento di comunicazione politica e culturale.

Accanto al mito gastronomico emerge il gusto personale della regina Margherita, orientato verso preparazioni eleganti e armoniose, con una particolare predilezione per i dolci e l’estetica del piatto, oltre al racconto di aneddoti curiosi, come quello che la vede gustare il pollo con le dita, rompendo l’etichetta formale di corte e restituendo un’immagine più umana e autentica della sovrana.
Porcellane pregiate, argenteria, centrotavola floreali e una mise en place studiata nei minimi dettagli rendevano la tavola un vero e proprio palcoscenico in cui sapore e bellezza dialogavano per esprimere modernità e prestigio. L’incontro offrirà la possibilità di compiere un viaggio tra tradizione, rappresentanza e creatività, attraverso l’analisi dei menù storici, delle abitudini alimentari e delle cerimonie ufficiali e private, rivelando come la tavola fosse non soltanto un luogo di consumo di cibo, ma spazio simbolico di relazione, diplomazia e costruzione dell’immagina pubblica della monarchia, specchio dei gusti e delle trasformazioni sociali di un’epoca.

“A tavola con la regina. I menù di Margherita” rappresenta la prima delle quattro conferenze del ciclo “Margherita a Stupinigi e il suo tempo”, che narra il gusto, le passioni e il ruolo della prima regina d’Italia nella cultura del suo tempo, in occasione del centenario della morte della regina più moderna d’Italia.

Palazzina d Caccia di Stupinigi

Piazza Principe Amedeo 7 Stupinigi- Nichelino ( Torino)

La conferenza e la visita sono comprese nel biglietto d’ingresso

Giorni e orari di apertura: da martedì a venerdì 10-17.30 ( ultimo ingresso ore 17), sabato, domenica e festività 10-18.30 (ultimo ingresso ore 18)

Biglietteria 0116200634

stupinigi@ biglietteria.ordinemauriziano.it

Mara  Martellotta

Fanny Vialardi di Sandigliano, l’amazzone piemontese

Una donna straordinaria che arrivò fino all’Himalaya e al Polo Sud.

Il 9 marzo scorso al Museo della Cavalleria di Pinerolo si e’ inaugurata la sala delle Amazzoni, dedicata alle celebri cavallerizze, che verra’ per utilizzata per diversi eventi pianificati nel 2025.

Durante l’incontro, che ha visto un susseguirsi di testimonianze ed interventi preziosi e prestigiosi, si e’ parlato anche di Fanny Vialardi di Sandigliano, la cavallerizza piemontese che ha portato gloria a questa regione nel 1925, al Concours Hippique International Militaire di Nizza, il primo campionato del mondo di monta all’amazzone su Zaglione, battendo concorrenti di alto livello come Yvonne de la Croix e vincendo il primo premio. Ma cosa vuol dire montare all’amazzone? Definita come modalita’ nell’800 prevedeva un abbigliamento speciale e vedeva la donna seduta su una sella speciale con le gambe posizionate da una parte del cavallo. La sua prima apparizione avvenne nel XIII secolo ed ebbe una evoluzione nel tempo soprattutto riguardo alla sella che, inizialmente, era molto scomoda e non permetteva di cavalcare con disinvoltura fino a che non arrivo’ quella con il doppio appoggio o corno.

Fanny, appartenente ad una delle famiglie piu’ conosciute e potenti del Piemonte: i Tornielli, fu una cavallerizza della scuola di Federico Caprilli che modifico’ lo stile e la relazione tra cavallo e cavaliere.

Gentile e mai aggressiva nella sua personalita’ di cavallerizza, la sua specialita’ fu il salto ad ostacoli; debutto nel 1923 ai campionati di Pinerolo e continuo’ la sua carriera partecipando a diversi concorsi in Italia e all’estero, soprattutto a quelli delle Grandi Prove Ippiche.

Nel 1922 sposò il conte Carlo Vialardi di Sandigliano, ufficiale e diplomatico e nel 1930 si ritiro’ dalle gare e si dedico all’allevamento dei cani che amava di piu’, gli airedale terrier, che le diedero’ molte soddisfazioni anche come campioni.

Fu una grande viaggiatrice in un periodo in cui spostarsi non era per nulla confortevole. Tra i suoi viaggi piu’ belli troviamo quello che fece sull’Himalaya in Nepal per i suoi 75 anni e l’altro al Polo Sud per celebrare i suoi 80.

In sua memoria, il nipote Tomaso Vialardi di Sandigliano ha istituito nel 2006 il Prix International Fanny Vialardi di Sandigliano, che premia ogni due anni la migliore amazzone del Rassemblement International des Amazones di Carcassonne. Fanny Vialardi resta una figura emblematica nel panorama equestre italiano, simbolo di eleganza, tecnica e passione per l’equitazione. Questa signora straordinaria ha contribuito a rendere piu’ accessibile lo sport alle donne, ha dimostrato, nel fatto specifico, che a cavallo non ci sono differenze di genere, neanche quando si tratta dei percorsi piu’ ardui e complicati. La sua vita e’ un altro importante esempio di volonta’ e tenacia non solo in riferimento alla sua carriera, ma anche per la sua audacia nel vivere la sua esistenza come desiderava e non secondo le aspettative culturali.

Maria La Barbera

Qual è stato l’ultimo membro della Famiglia Reale arrestato?

Prima dell’ex principe Andrea bisogna risalire al 1647…

Giovedì 19 febbraio 2026 ha suscitato scandalo in tutto il mondo l’arresto dell’ex principe Andrea, terzogenito della defunta Regina Elisabetta II e quindi fratello minore dell’attuale monarca Carlo III.
Andrea è stato arrestato nella sua residenza nella Tenuta reale di Sandringham, nel Norfolk, con l’accusa di cattiva condotta nell’esercizio della funzione pubblica, in relazione ai suoi presunti legami con Jeffrey Epstein, l’imprenditore e criminale statunitense condannato per abusi sessuali e traffico di minorenni, suicidatosi nel Carcere federale di New York il  9 agosto 2019.
Secondo gli investigatori l’ex principe avrebbe consegnato ad Epstein documenti sensibili del Governo britannico quando ricopriva il ruolo di Rappresentante speciale per il commercio internazionale tra il 2001 e il 2011. Tra le informazioni divulgate ad Epstein, un rapporto confidenziale su opportunità di investimento in Afghanistan e resoconti di viaggi ufficiali in Cina, Singapore e Vietnam.
Andrea, accusato da Virginia Giuffre di aver avuto rapporti sessuali con lei quando lei aveva 17 anni, dopo essere stata adescata da Epstein attraverso le sue reti, nel 2022 pagò un indennizzo di importo non reso pubblico e s’impegnò anche a fare una “donazione sostanziale” a un’organizzazione di beneficenza per vittime di abusi. Sebbene l’accordo non implicasse un’ammissione di colpa, l’ex principe rilasciò una dichiarazione legale in cui esprimeva “dispiacere” per la sua associazione con Epstein, senza però riconoscere specificamente le accuse della Giuffre.
In seguito a queste gravi accuse, il 13 gennaio 2022 la Regina Elisabetta II gli aveva revocato il trattamento pubblico di “Altezza Reale” togliendogli i gradi militari di cui era stato insignito.
Il 17 ottobre 2025 Andrea aveva rinunciato al suo titolo di Duca di York, mentre il successivo 30 ottobre Re Carlo III gli aveva tolto il titolo di principe. Sei settimane dopo gli era anche stato revocato il titolo di 
vice admiral.
Questa triste vicenda è culminata con l’arresto del 19 febbraio, anche se l’ex principe è stato poi rilasciato 12 ore dopo, al momento non è incriminato né formalmente accusato, ma resta sotto indagine.

L’ultimo caso di arresto di un reale inglese

Per vedere un reale inglese arrestato bisogna risalire al lontano 1647, quando il Regno Unito non esisteva ancora, in quanto Scozia e Inghilterra erano Stati distinti, anche se la Dinastia degli Stuart li governava entrambi.
In quell’anno, in piena Guerra Civile Inglese, il 3 gennaio Re Carlo I venne arrestato e il 30 gennaio del 1649 venne decapitato.
Il sovrano, salito al trono nel 1625 dopo la morte di suo padre Giacomo I, convinto di regnare per diritto divino, entrò ben presto in conflitto con il parlamento che cercando di limitare il suo potere, nel 1628 gli impose la Petition of Right, con la quale chiedeva il riconoscimento di alcuni fondamentali diritti, tra cui l’inviolabilità personale e la necessità del consenso del parlamento per l’imposizione di nuove tasse e imposte. Questa Carta, diventata uno dei fondamenti del costituzionalismo britannico, poneva anche limiti al controllo del re sull’esercito, interveniva contro gli arresti arbitrari, contro il ricorso alla legge marziale e l’acquartieramento forzato di soldati nelle abitazioni private.
L’anno seguente Carlo dissolse il parlamento e governò per undici anni senza il suo consiglio, imponendo nuove tasse e cercando di uniformare la pratica religiosa in Inghilterra e Scozia.
Si crearono nuove tensioni che nel 1642 portarono allo scoppio della Guerra Civile Inglese; la popolazione era divisa tra sostenitori del re e sostenitori del parlamento. Il monarca controllava la parte nord e ovest dell’Inghilterra, le cui maggiori città erano Nottingham e Oxford, mentre il parlamento teneva Londra e le regioni a sud-est, per poi estendere il suo controllo fino a York.
Il 14 giugno 1645 con la Battaglia di Naseby le truppe del re furono annientate ed il sovrano cercò rifugio presso i suoi precedenti nemici, gli scozzesi, i quali il 3 gennaio 1647 lo consegnarono allo schieramento opposto. Riuscito a fuggire sull’isola di Wright, fomentò una rivolta con l’appoggio degli scozzesi, ai quali aveva promesso di imporre come religione ufficiale in Inghilterra il presbiterianesimo per tre anni di prova, ma la successiva vittoria del parlamento nella Battaglia di Preston dell’anno seguente segnò la sua sorte. Carlo I fu nuovamente arrestato e trasferito al Castello di Hurst, per poi essere spostato in quello di Windsor.
Accusato di alto tradimento verso il popolo inglese, il 30 gennaio 1649 fu condotto al patibolo eretto davanti al Palazzo di Whitehall a Londra, dove venne decapitato.
Con la sua morte l’Inghilterra fu dichiarata una repubblica sotto la guida di Oliver Cromwell e del parlamento. Iniziò un periodo tumultuoso e di grande instabilità, in quanto la monarchia rimaneva un’istituzione profondamente radicata nella società inglese.
Nel 1660 venne ripristinata la monarchia e il figlio di Carlo I, Carlo II, venne richiamato sul trono.
Il sovrano decapitato è ricordato anche per essere stato un grande mecenate che possedeva una delle collezioni d’arte più ricche e ammirate d’Europa; il suo pittore favorito era Tiziano.
Se nel Seicento la causa della fine della monarchia era stata la guerra, oggi quest’istituzione, fondata sul diritto divino, rischia di crollare sotto il peso di indicibili peccati terreni.

ANDREA CARNINO

Grandi cantieri espositivi e strutturali vivono nei Musei Reali

Nell’attraversare la piazzetta Reale, guardi ai grandi manifesti apposti sulla facciata di palazzo Chiablese, e già conosci la bellezza e il gran successo della mostra di Orazio Gentileschi, “un pittore in viaggio”, come s’è già gustato nei giorni scorsi il confronto, tra colori e particolari e tableaux esaurientemente esplicativi, al secondo piano della Sabauda, negli spazi dello Spazio Scoperte, tra i due “Giudizi Universali”, di Beato Angelico l’uno, di Bartholomeus Spranger l’altro: ambedue le mostre visitabili sino al 3 maggio. Esempio di una bella fucina che non cessa mai di forgiare, oggi si sale nel Salone delle Guardie Svizzere del Palazzo Reale per ritrovarti davanti, eccezione fatta nella presenza di Gaetano Di Marino, pragmatico e sostanzioso Segretario Amministrativo, una bella tavola al femminile, sei donne, al centro la guida e direttrice Paola D’Agostino – succeduta a Mario Turetta, che già in precedenti occasioni ha esposto con considerevole fermezza la sua linea di comportamento -, ai lati le Responsabili d’Area, schermo in perfetto movimento di efficienti sinergie, un lungo e bell’esempio di collaboratrici soprattutto e collaboratori nelle fitte pagine della cartella stampa, Annamaria Bava (Gestione e cura delle collezioni), Giovanna Abruzzese (Amministrazione e gestione risorse umane), Barbara Vinardi (Architettura, strutture e sicurezza), Elisa Panero (Mediazione, Accoglienza, Vigilanza e Servizi educativi), Barbara Tuzzolino (Comunicazione e Promozione, “che gode ottima salute”). È “l’omaggio dovuto a chi lavora dietro le quinte – sottolinea D’Agostino che ha voluto tutti intorno a sé -, a chi dimostra ogni giorno capacità di lavoro, continuo, efficace, fatto di lunghe prospettive, a chi conferma a ogni occasione l’orgoglio di appartenere alla compagine dei Musei”, che quest’anno festeggiano i dieci anni della loro esistenza (era il gennaio del 2016, oggi si pensa già appieno alle impostazioni delle prossime tre stagioni), nel top dei primi dieci musei italiani, pietra miliare, per cui qualcosa sarà pur necessario inventare ed è già pronta una serie di eventi culturali che troveranno il loro perfetto contenitore nell’estate.

Cultura, innovazione e valorizzazione del patrimonio”, un’animazione che coinvolge altresì “lo stato d’avanzamento dei cantieri strategici finalizzati alla conservazione, valorizzazione e fruizione dei beni architettonici, artistici e naturalistici”, che guarda alle differenti collezioni “enciclopediche per numeri e varietà di opere d’arte” ed “inestimabili”, alla loro maggiore fruizione da parte di un pubblico sempre più attento, al loro consolidamento. Educare proprio quel pubblico, accompagnarlo nella molteplice scoperta di un consistente patrimonio, al di là di questa o quella mostra che si possa definire eccellente fiore all’occhiello. “Una mostra in permanenza del collezionismo sabaudo” quindi, mettendo un giusto accento tra “temporaneo e permanente”, ci tiene ancora ad affermare la direttrice dei Musei. In questo panorama che a tratti abbraccia il non visto, il tenuto nascosto, il non sufficientemente frequentato, si inseriranno tre “piccoli” progetti: grazie al contributo della Fondazione CTR, nell’ambito di “Patrimoni sommersi – parte seconda”. sarà possibile eseguire il restauro dell”Armatura indiana B. 52”, presente all’Armeria Reale fin dal 1840 e custodita nei depositi del museo a causa del cattivo stato di conservazione; come nella primavera di quest’anno sarà ulteriormente valorizzata e arricchita con una serie di approfondimenti multimediali dedicati alla tecnica della ceramica la Collezione Lenci, donata in passato dai coniugi Ferrero, come con il sostegno di enti e associazioni in questo stesso anno verrà restaurato il dipinto a olio su pietra che raffigura “L’adorazione dei Magi”, anch’esso in cattivo stato di conservazione, che potrebbe essere legato alla produzione di Cornelis van Poelenburgh e Bartholomeus Breenbergh, artisti olandesi attivi nell’area romana nella prima metà dei Seicento.

A chi ne chiede notizie, la risposta è negativa, nel 2026 l’”Autoritratto” vinciano se ne starà a riposo e non sarà quindi visibile. Nello Spazio Leonardo, al primo piano della Sabauda, in un ulteriore appuntamento con “A tu per tu con Leonardo”, dal 20 marzo al 28 maggio prossimi, verrà esposto il disegno autografo “Tre vedute di testa virile con barba”, che fa parte del corpus del Genio conservato presso la Biblioteca Reale di Torino. Curatori ospiti Simone Facchinetti e Arturo Galansino. A percorrere l’intera seconda metà dell’anno (dal 21 maggio) sino ad attraversarne il limite (si chiuderà il 6 gennaio), i Musei Reali celebreranno la Regina Margherita, prima regina d’Italia, in occasione del centenario della morte con più iniziative. Curata da Lorenza Santa, Fabio Uliana e Maria Luisa Ricci, la mostra “Margherita, prima Regina d’Italia. Storia, cultura e stile tra Biblioteca e Palazzo Reale” sarà la vetrina di volumi, documenti e fotografie, per la maggior parte inediti, a testimoniare gli interessi artistici della sovrana, il tutto accresciuto dei tanti doni che da ogni parte d’Italia le giungevano, grazie alla vasta popolarità di cui godeva e che aveva saputo nel corso degli anni costruire. Nel corso dell’anno saranno altresì calendarizzate aperture speciali del suo appartamento al primo piano di palazzo Reale, mentre il 12 e il 14 novembre avrà luogo un convegno a lei dedicato. Ancora uno sguardo al femminile: a cura di Elisa Panero, dal 21 maggio al 6 gennaio 2027, ecco “Il Volto delle Donne. L’altra faccia della Storia” ospitata nel Medagliere Reale, un vero museo nel museo, una “nuova stagione espositiva” che metterà in scena una selezione di volti femminili di diverse epoche per farle tornare a dialogare con gli spettatori.

Dagli anni a cavallo tra due secoli a quelli che viviamo. Dal primo ottobre sino al 17 gennaio, forse contravvenendo a quanto solitamente ci è proposto in quegli spazi, le sale di palazzo Chiablese ospiteranno la retrospettiva “Still image. Fotografie di Jessica Lange”, omaggio a una delle attrici più moderne e affermate di Hollywood, due premi Oscar, qui in un aspetto forse meno noto, certo per la prima volta esposto in Italia. Un linguaggio fotografico che vedrà la curatela di Anne Morin, un progetto che esplorerà soprattutto il materiale realizzato a partire dalla fine degli anni Novanta, accompagnando il pubblico lungo un viaggio in bianco e nero e ideale sulla Highway, la strada che collega lo stato del Minnesota, dove l’attrice e fotografa è nata, sino a New Orleans, il racconto di un’America rurale “con uno sguardo poetico e malinconico, attento ai luoghi, alle atmosfere e ai dettagli. Dal 15 ottobre l’ospitalità va, nello Spazio Scoperte della Sabauda, alla mostra “Di padre in figlio: l’arte di Giandomenico Tiepolo tra disegno e incisione”, a cura di Sofia Villano, anche la messa a confronto con il profondo sodalizio creativo con il padre Giambattista, una occasione che nasce dall’immenso patrimonio d’incisioni della Sabauda – un patrimonio numericamente e qualitativamente importante di 6800 incisioni – e che offre la possibilità “di presentare gli aggiornamenti dei dati catalografici , di verifica conservativa e inventariale, di ricondizionamento e manutenzione dei fondi di grafica”.

Nell’ambito di quella attività gestionale delle architetture dei Musei di cui sopra si diceva, entro l’anno termineranno i restauri dei due torrioni della facciata nord verso il Giardino Ducale come il nuovo deposito dell’Armeria Reale nelTorrione Ormea. È invece ancora aperto il cantiere, finanziato con fondi PNRR, che vedrà un miglioramento nell’accessibilità e nell’accoglienza del pubblico grazie alla riqualificazione degli spazi, dall’ingresso del Cortile d’Onore, accompagnato da un nuovo sistema di illuminazione a cui s’unità l’installazione di un nuovo totem informativo ricco di indicazioni su orari e attività in corso, per un maggiore orientamento all’interno del complesso espositivo. Già suggerito in precedenti occasioni ma ora in via di fattiva realizzazione il collegamento tra il Museo d’Antichità e le aree dell’antico teatro finora non accessibili e gli spazi della paleocristiana basilica del Salvatore: progetti in un venire più o meno immediato che avranno concretezza con la richiesta e l’ottenimento dell’ulteriore fondo di 200mila euro, senza tralasciare il restauro della Fontana dei Tritoni posta nei Giardini, rivista nell’illuminazione e nell’impianto idraulico. Grazie alla Fondazione CRT e alla Legge 190, si guarderà al Bastion Verde, antico bastione cinquecentesco posto sul margine nord-est delle mura romane, mentre con l’apporto collaborativo della Fondazione Compagnia San Paolo sono in corso le verifiche tecniche che porteranno alla riapertura delle Serre Reali.

Elio Rabbione

Nelle immagini, Biblioteca Reale, Salone Palagiano, foto Musei Reali Torino; Leonardo da Vinci, “Tre vedute di testa virile con barba”, Biblioteca Reale di Torino, foto Musei Teali Torino; Giandomenico Tiepolo, “Angelica e Medoro incidono i loro nomi sulla corteccia di un albero”, Galleria Sabauda, foto Museo Reale Torino; “Minnesota, 1992”, Jessica Lange Courtesy Howard Greenberg Gallery NY

I tesori dell’Accademia delle Scienze

Un’altra meraviglia nel cuore di Torino.

Nel pieno centro della nostra meravigliosa città si trova un bel palazzo seicentesco originariamente progettato per ospitare un collegio gesuitico e trasformato, in seguito, nella prestigiosa sede dell’Accademia delle Scienze.

Sebbene tra le carte ufficiali non ve ne sia traccia, la paternità di questo edificio è stata a lungo attribuita a Guarino Guarini. A supporto di questa tesi, o che Guarini ebbe un coinvolgimento nei lavori quantomeno parziale, vi è la certezza che l’architetto in quel periodo fu impegnato nel cantiere di Palazzo Carignano che si trova proprio a due passi dall’Accademia; sono visibili, inoltre, chiari influssi dello stile di cui Guarini era uno dei massimi esponenti, il barocco piemontese, che si possono osservare in diverse parti dell’edificio, ma soprattutto ammirando il magnifico scalone.La prima pietra fu posata nel 1679 da Maria Giovanna di Savoia di Nemours, l’idea di costruire il palazzo fu del gesuita Carlo Vota mentre l’urbanista Michele Garove diresse i lavori. Nel 1773 l’ordine dei gesuiti venne abolito e, dopo che la proprietà del palazzo diventò sabauda, il palazzo fu concesso alla neo costituita Accademia delle Scienze.

L’entrata è arricchita da due figure allegoriche femminili: Veritas, rappresentata da una donna appoggiata sul globo, e Utilitas, ritratta con cornucopia e il bastone alato con due serpenti, le statue sono divise tra loro dallo stemma coronato dei Savoia.

Sono diversi i tesori custoditi all’interno di questo luogo prezioso, ma certamente i più importanti e unici si trovano nel cuore dell’edificio, il piano nobile, nella Sala dei Mappamondi che prende il nome, appunto, dai due straordinari globi realizzati dal cartografo veneziano Vincenzo Maria Coronelli. Entrambi hanno un diametro di 110 cm e rappresentano, il primo, la cartografia terrestre e l’altro quella celeste. Le decorazioni della sala, realizzate nel 1787, sono di Giovannino Galliari.

I particolari da non lasciarsi sfuggire negli angoli della volta sono davvero molti tra cui una bussola, un astrolabio un compasso, un coccodrillo e un termometro, mentre il timpano riporta le iniziali di Re Vittorio Amedeo III che istituì l’Accademia. Sopra la porta che conduce alla Sala lettura troviamo i ritratti di Euclide e Pitagora mentre all’interno di questo spazio, colmo di edizioni prestigiose accolte all’interno di ricche librerie, spiccano immagini ornitologiche e tondi con suggestive figure di animali. L’ultima sala, dalla forma stretta e lunga, ospita gli schedari storici, le pubblicazioni periodiche dell’Accademia e i repertori bibliografici per agevolare la consultazione delle opere.

Un’altra ricchezza torinese, un altro pezzo di storia che conferma quanto il patrimonio culturale di questa città, sede di memorie ed eredità culturali, sia di straordinario valore.

MARIA LA BARBERA


Per richieste di informazioni generiche su eventi e iniziative: info@accademiadellescienze.it

Fonte:

Accademia delle Scienze di Torino

Graffiti. Il pugilato casalese metà ‘900

Gli anni ’50 riportarono alla ribalta uno sport nobile e popolare dimenticato a causa del secondo conflitto mondiale, la Boxe. 

Sulla scia internazionale del pugile di Borgo San Martino Erminio Spalla campione europeo dei pesi massimi, cantante lirico, scultore e attore cinematografico, diversi dilettanti monferrini intrapresero questa attività sportiva anche senza gli spazi di informazione dell’epoca. Il peso piuma Antonello Roccheri classe 1932, nonostante non fosse in possesso di misure eccezionali, era dotato di spirito combattivo, forza incredibile e grande coraggio. Il suo esordio avvenne a soli 14 anni durante i tornei cittadini ai quali partecipavano anche militari in servizio nelle nostre caserme. Non avendo uno sponsor ufficiale, le spese organizzative degli incontri e del materiale agonistico erano sostenute da Giovanni Pagliano, titolare con il figlio Carlo del negozio di arredamenti in via Paleologi a Casale Monferrato. I pomeriggi pugilistici avvenivano in diversi punti della città: piazza Mazzini, palestra Leardi, giardini pubblici, palestra dello stadio, mostra di San Giuseppe e in alcune feste patronali del territorio con grande partecipazione di pubblico.
I continui successi del pugile emergente lo proiettarono alle fasi finali piemontesi e nel 1948 fu contattato per la pubblicazione di una sua immagine dalla rivista illustrata “La Settimana Incom” dove lavoravano firme importanti come Indro Montanelli, rivista romana che vide il proprio declino a causa dell’avvento della TV. Il matrimonio del 1954 con Anna Capra di Murisengo segnò la fine della sua breve carriera pugilistica. Per salvaguardare l’economia familiare trovò occupazione come operaio nella fabbrica di amianto Eternit, tragico destino di tante persone casalesi. I pugili dilettanti del periodo postbellico favorirono la nascita dell’Associazione Sportiva Boxe Casale, fondata nel 1955 da un gruppo di appassionati. Nel 1959 il sodalizio prese il nome di Franger Frigor Casale Ring portando a livello nazionale ottimi pugili come Bruno Zorzan, Paolo Amisano, Umberto Simbola e nel 1965 fu mutuato in Casale Ring Lambretta Innocenti. Dopo il declino inevitabile degli anni d’oro del pugilato casalese, oggi vengono organizzati incontri di diverse arti marziali quali Lotta Libera e Greco-Romana, Kick Boxing, Shorinji Kempo, Karate, Judo e Boxe tradizionale maschile e femminile come associazioni sportive dilettantistiche.
Armano Luigi Gozzano

Il Mercoledì delle Ceneri

Con il Mercoledì delle Ceneri, la cui data è variabile, inizia la Quaresima, un periodo di penitenza e redenzione in attesa della Santa Pasqua.
Si tratta di una giornata di digiuno ed astinenza dalle carni, che segna l’inizio del lungo cammino penitenziale, quasi un deserto, che ci condurrà all’ambita meta: Pasqua.
Il Mercoledì delle Ceneri pone fine al Carnevale, il cui nome deriva da latino
carnem levare, ossia eliminare la carne, in riferimento al banchetto che si teneva il Martedì grasso. Le origini del Carnevale sono antichissime, già gli egizi celebravano la Dea Iside, in onore della quale si esibivano gruppi mascherati, mentre nelle Dionisiache greche e nei Saturnali romani lo scherzo e il divertimento erano all’ordine del giorno e venivano sciolte le formalità che solitamente contraddistinguevano e governavano la vita sociale. In occasione di quelle festività il caos sostituiva l’ordine e si lasciava spazio al divertimento e al rinnovamento simbolico.
Il giovedì di apertura del Carnevale ed il martedì successivo di chiusura si definiscono “grasso” perché si festeggia e si mangiano cibi grassi in vista del periodo di magro della Quaresima.
La celebrazione delle Ceneri nasce dall’esigenza di una pubblica penitenza dei fedeli, i quali sarebbero stati assolti dai loro peccati la mattina del Giovedì Santo.
In questa giornata il sacerdote impone ai credenti le ceneri, ottenute bruciando i rami d’ulivo benedetti la Domenica delle Palme dell’anno precedente.
Fino al Concilio Vaticano II la frase pronunciata era: “
ricordati uomo, che polvere sei e polvere ritornerai”. Dopo il Concilio è stata modificata nel modo seguente: “convertitevi e credete al Vangelo”. Questo per sottolineare i due aspetti della Quaresima: quello penitenziale e quello di conversione, preghiera assidua e ritorno a Dio.
La cenere con cui ci si cosparge il capo oggi, ricorre spesso nella Bibbia ed indica la fragile condizione dell’uomo di fronte al Signore ed un segno di pentimento.
Nelle Chiese cattoliche di Rito ambrosiano non c’è il rito del Mercoledì delle Ceneri e la Quaresima inizia la domenica immediatamente successiva; il Carnevale termina quindi con il Sabato grasso.
L’imposizione delle ceneri avviene il lunedì seguente ed il giorno di digiuno e astinenza è posticipato al primo venerdì di Quaresima.
Siccome il capo del Rito ambrosiano è l’arcivescovo di Milano, la tradizione fa risalire questa differenza di giorni al fatto che Sant’Ambrogio, nel IV secolo d.C., essendo impegnato in un pellegrinaggio, tornò in città più tardi.
In antichità la cerimonia prevedeva l’imposizione delle ceneri sul capo del Papa per mano del cardinale protovescovo, si teneva nella Basilica di Sant’Anastasia al Palatino ed era seguita dalla processione penitenziale, che saliva fino alla prima stazione quaresimale della Basilica di Santa Sabina all’Aventino. Qui i pontefici celebravano la S. Messa e pronunciavano la loro omelia. Questa tradizione, interrotta nel Settecento, è stata ripresa da Papa Giovanni XXXIII nel 1962.
I riti oggi prendono il via dalla Chiesa benedettina di Sant’Anselmo.
In molte parti d’Italia, dopo la S. Messa delle Ceneri, si purificava con il fuoco la grattugia per prepararsi alla penitenza seguendo un’antica usanza pagana: in questo modo ci si preparava infatti all’assoluto divieto di mangiare carne e tutti quegli alimenti di derivazione animale come formaggio e latte. La grattugia, una volta purificata, era pronta per passarvi il pane raffermo che, sfarinato, costituiva la base principale per la preparazione dell’unico condimento consentito nel periodo quaresimale. Il pangrattato, fritto in olio di oliva, lo si mescolava con acciughe salate, soffritte a parte.
Negli anni passati, in un recipiente si seminavano grano, orzo e lenticchie, che tenuti in penombra ed annaffiati regolarmente, germogliavano prendendo un colore giallastro; da qui il nome di piante vergini, che significa non contaminate dalla luce. Il Giovedì Santo venivano portate in chiesa e posizionate sull’altare.
Un’altra usanza è quella di preparare un fantoccio di stoffa con i caratteri di una donna anziana, unito ad una patata nella quale sono infilzate sette penne di gallina vecchia che non fa più uova.
Il burattino viene posizionato all’esterno delle abitazioni e ogni venerdì di Quaresima una penna viene estratta e bruciata. Il Venerdì Santo la vecchietta viene arsa con l’ultima penna rimasta conficcata nella patata. Quest’usanza è legata ai simboli della morte e della non prolificità.
Secondo un proverbio, se il giorno delle Ceneri il tempo è bello, l’inverno è terminato, se piove il freddo proseguirà.

ANDREA CARNINO