STORIA- Pagina 16

La tragedia della principessa Mafalda

Al Centro Pannunzio è stata ricordata la figura e la tragedia della Principessa Mafalda di Savoia-Assia, figlia del Re d’Italia e della Regina Elena di Montenegro da Barbara Ronchi della Rocca, Lorenzo Pesce e Maria Vittoria Pelazza nel corso di una conferenza realizzata in collaborazione l’Associazione Internazionale Regina Elena Odv e l’associazione culturale “La Tela di Clio”.

Mafalda di Savoia deportata a Buchenwald e colpita da uno spezzone durante un bombardamento “alleato” alle Officine Gustolff il 24 agosto 1944 venne lasciata morire tra atroci sofferenze.

IGINOMACAGNO

Al via i festeggiamenti per l’Abbazia di Novalesa

Voglia di Medioevo, anzi di Alto Medioevo. Salone pieno zeppo di gente all’Archivio di Stato di Torino ad ascoltare i monaci benedettini della Novalesa e alcuni storici medievisti nel convegno che ha aperto le celebrazioni per i 1300 anni dalla fondazione della celebre Abbazia, fondata nel 726 tra i monti della Val Cenischia. E dire che non c’era Alessandro Barbero, illustre storico dell’ “età di mezzo”, trascinatore di folle immense, a parlare di Medioevo. Eppure, ad ascoltare i benedettini della Novalesa c’era tanta gente e molti sono rimasti fuori, nella gelida piazzetta Mollino, per motivi di sicurezza. Chi l’avrebbe mai detto, eppure è così, anche vicende di 13 secoli fa affascinano il pubblico.

Riscossa del Medioevo? Certamente un desiderio di riscoprire un’epoca appassionante e un forte interesse culturale per una fase storica ampiamente rivalutata dalla storiografia moderna. Proprio nel Medioevo sorsero le prime università, cattedrali e abbazie, invenzioni e scoperte di varie tipo, fermenti artistici e culturali. Altroché decadenza e secoli bui! L’esatto contrario. Le celebrazioni per la fondazione della Novalesa si apriranno di fatto il 30 gennaio in Abbazia con i Vespri presieduti dal cardinale Repole e continueranno fino a ottobre con un ricco calendario di eventi, tra cui concerti d’organo e musica sacra, pellegrinaggi nei dintorni del monastero con l’urna di Sant’Eldrado (abate della Novalesa nel IX secolo), conferenze, meditazioni e il 28 giugno la posa della stele commemorativa della fondazione dell’Abbazia.  Filippo Re

I 1300 anni dell’Abbazia di Novalesa

È il più antico documento conservato all’Archivio di Stato di Torino scritto su un foglio di pergamena milletrecento anni fa. Si compone di 43 righe in carattere corsivo merovingico, firmato oltreché dal nobile franco Pietro Abbone, anche da quattro vescovi, due abati, un arcidiacono e diversi chierici. È l’atto di fondazione dell’Abbazia di Novalesa, in Val di Susa, con data 30 gennaio 726. Viene mostrato al pubblico solo in casi eccezionali come accadrà nei prossimi giorni. Uscirà dai depositi dell’Archivio di Stato, con i guanti bianchi e con molta delicatezza, insieme al Chronicon Novaliciense, un rotolo di pergamena con 28 fogli cuciti uno di seguito all’altro e diviso in cinque libri con la storia del monastero fondato sulla via del Moncenisio 1300 anni fa e scritto da un monaco anonimo, ricco di storie e leggende. Due documenti fondamentali per conoscere la storia medievale del territorio e della penisola in occasione del tredicesimo centenario dell’Abbazia (726-2026), un luogo speciale per storia, arte e fede che sotto Sant’Eldrado, abate della Novalesa nella prima metà del IX secolo, ebbe il momento di maggiore fioritura spirituale.
La comunità monastica benedettina il 30 gennaio festeggerà i 1300 anni dell’Abbazia con la celebrazione dei Vespri nel monastero presieduta dal cardinale Roberto Repole, arcivescovo di Torino e di Susa. Sulla vetta del monte Pirchiriano la Sacra di San Michele con le sue leggende e i suoi misteri non c’è ancora, Carlo Magno sta per raggiungere la Novalesa prima della grande battaglia, anche i benedettini dormono sonni tranquilli, i saraceni, futuri invasori e saccheggiatori della valle sono ancora lontani. Parlano le cronache del tempo, fermate in quel 30 gennaio 726, perché quello fu un giorno davvero speciale. La fondazione del complesso abbaziale dei Santi Pietro e Paolo porta la firma di Pietro Abbone, un aristocratico franco appartenente a una famiglia vicina a Carlo Martello. Governatore della Moriana e di Susa, Abbone disponeva di un vasto patrimonio immobiliare. I monaci sapevano leggere e scrivere, riproducevano i libri e conservavano testi antichi. Un lavoro assiduo, quotidiano, e tra loro c’era anche colui che ha scritto il Chronicon Novaliciense, la Cronaca della Novalesa dal 726 all’XI secolo, un monaco benedettino rimasto ignoto. Nel silenzio infinito della Val Cenischia, a pochi chilometri da Susa, otto monaci proseguono oggi il loro cammino di spiritualità alla Novalesa che nell’Alto Medioevo era una potenza religiosa e politica nonché un importante centro culturale. Appartenne al regno dei Franchi che la difesero per controllare meglio il valico del Moncenisio, la ingrandirono, e Carlo Magno vi soggiornò più volte prima del grande scontro con i Longobardi alle Chiuse di Susa. Per secoli fu un grande centro di spiritualità e luogo di incontro tra culture diverse. Poi dalle Alpi circostanti, nel 906, arrivò il flagello dei saraceni che piombarono sull’Abbazia saccheggiandola e incendiandola.
Poche anime scamparono alla strage dei primi “jihadisti” della storia. L’abate e i monaci fuggirono in tempo a Torino e si nascosero in una chiesa che oggi è il Santuario della Consolata. A secoli di splendore seguì un lungo periodo di abbandono che iniziò nel Duecento. La Sacra di San Michele soppiantò la Novalesa. Nel Seicento nell’Abbazia si trovava solo più un monaco e per riportare in vita il monastero furono chiamati i Cistercensi. Ma l’entusiasmo durò poco tempo. Nell’Ottocento la fondazione monastica fu soppressa e i monaci allontanati. Negli anni Settanta la Provincia di Torino acquistò l’Abbazia e la consegnò nuovamente ai benedettini. I festeggiamenti continueranno per gran parte dell’anno con una serie di eventi tra cui concerti di musica sacra e d’organo, conferenze e meditazioni, e si concluderanno il 15 ottobre con un altro cardinale piemontese, Giorgio Marengo, che giungerà alla Novalesa direttamente dalla Mongolia dove da qualche anno guida la piccola chiesa cattolica.
Filippo Re 

A proposito del libro su Luigi Capriolo

Caro Direttore,

nella mia funzione di curatore dell’Archivio Lorenza e Luigi Cavallo invio la seguente dichiarazione sottoscritta dagli autori e con il loro accordo, grato se vorrà pubblicarla.

“Nel volume di Aldo Agosti e Marina Cassi, Un eroe senza medaglie. Luigi Capriolo dall’antifascismo alla Resistenza, Donzelli, Roma 2024 a p. 88 si è creato uno spiacevole equivoco nell’interpretazione di quanto scritto da Lorenza Pozzi Cavallo nel suo libro Luigi Cavallo. Da Stella Rossa alla rivolta operaia di Berlino, Golem Edizioni, Torino 2022 (p. 415). Gli autori prendono atto che l’autrice non ha imputato ai magistrati Luciano Violante e Raffaele Guariniello e alla Magistratura, la sottrazione, nei lontani anni Settanta, del manoscritto del diario di Luigi Capriolo, allora conservato nell’archivio del giornalista Luigi Cavallo, la cui trascrizione dattilografata del 1946 è stata attualmente depositata presso l‘Istituto piemontese per la storia della Resistenza e della società contemporanea di Torino. La trascrizione è stata messa a disposizione degli autori Agosti e Cassi per gentile concessione di Lorenza Pozzi Cavallo, che ha destinato all’Istituto l’intero “Archivio Lorenza e Luigi Cavallo.

Aldo Agosti e Marina Cassi”

Un testo analogo è stato pubblicato dal professor Agosti sulla sua pagina Facebook, mentre la Casa Editrice Donzelli ha provveduto a correggere la pagina 88 della versione digitale del volume.

Un fascicolo con relativi allegati, redatto dalla signora Lorenza Pozzi Cavallo e contenente le sue osservazioni sul volume dedicato a Capriolo, viene unito alla documentazione già presente presso l’Istituto piemontese per la storia della Resistenza come parte integrante dell’Archivio Lorenza e Luigi Cavallo.

La ringrazio, gentile Direttore, per la pubblicazione della presente lettera e Le porgo i più cordiali saluti.

Luciano Boccalatte

La passione civile di Pier Antonio Ragozza

 

Si intitola “Una passione civile. Scritti scelti sulla storia e la cultura del Verbano Cusio Ossola” l’antologia che raccoglie quarant’anni di ricerche e pubblicazioni di Pier Antonio Ragozza, studioso di storia e dirigente scolastico ossolano, prematuramente scomparso nel maggio 2024. La Casa della Resistenza di Verbania (di cui Ragozza era componente del Comitato Scientifico) in sinergia con l’editore Grossi di Domodossola e il patrocinio della Fondazione Paola Angela Ruminelli ha pubblicato il libro che propone un’antologia di scritti e orazioni scelti in una bibliografia vastissima. Pier Antonio Ragozza (1960-2024), originario di Premosello Chiovenda, dopo la laurea in Giurisprudenza con tesi in Diritto costituzionale su Anticipazioni della Costituzione italiana nella legislazione della Repubblica dell’Ossola, è stato docente di discipline giuridiche ed economiche, preside dell’Istituto Galletti di Domodossola, dirigente scolastico dell’Istituto Cobianchi di Verbania e infine del Liceo “Spezia” di Domodossola. Ragozza è stato anche un apprezzato studioso e un infaticabile ricercatore sulla storia e la cultura delle terre tra i laghi prealpini e le grandi Alpi del nordovest. Le sue ricerche, caratterizzate da un grande rigore scientifico, lo collocano tra gli esponenti più importanti nel campo degli studi umanistici sulla provincia più montana d’Italia, il Verbano Cusio Ossola. A testimonianza di quest’impegno sono le numerosissime collaborazioni con giornali e riviste del territorio, associazioni, gruppi di ricerca, istituti culturali. Il volume offre uno sguardo largo sui numerosi interessi di studioso di Pier Antonio Ragozza: le vicende della lotta di Liberazione e del corpo degli alpini, la storia militare e delle fortificazioni,  la particolarità di una terra di frontiera e l’antropologia alpina, la passione per l’insegnamento e l’oratoria civile. Piuttosto vasta è la tipologia degli scritti di Ragozza che vanno dagli articoli su giornali e riviste a saggi e presentazioni di libri, a relazioni per convegni e incontri pubblici. Una passione civile, curato da Paolo Crosa Lenz e Andrea Pozzetta, ha visto la collaborazione di Gianmaria Ottolini, Stefano Mura, Franco Chiodi, Marco Travaglini, Chiara Uberti.

Marco Travaglini

Giordano Bruno Guerri giovedì a Torino presenta il libro sul Futurismo

IL COMMENTO  di Pier Franco Quaglieni

Giovedì 15 gennaio alle ore 17,30 al Grattacielo della Città Metropolitana di Torino in corso Inghilterra 7 Giordano Bruno Guerri, storico e presidente del Vittoriale degli Italiani, presenterà il suo nuovo libro dedicato al Futurismo: “Audacia, ribellione, velocità. Vite strabilianti dei futuristi italiani” edito da Rizzoli. Si tratta di un libro di storia , ma anche di arte e di letteratura che illustra il Movimento più importante del ‘900 italiano e uno dei più significativi a livello internazionale. Il Futurismo fu penalizzato dal fatto che venne  considerato un anticipatore del fascismo e come tale venne respinto e sottovalutato come espressione di una destra bellicista , violenta , maschilista , contraria alla cultura, volta solo a far baccano e polemiche inutilmente  eclatanti. Guerri dimostra invece  con la sagacia propria dello storico di razza  che il Futurismo e’ qualcosa di molto più articolato e complesso. Già la mostra del 1986 sui Futurismi  a Palazzo Grassi di Venezia, voluta da Giovanni Agnelli anche per  rivalutare i suoi quadri futuristi comprati per pochi soldi, dimostrò la ricchezza poliedrica di una cultura rimasta nel cono d’ombra imposto dalla vulgata settaria  per decine di anni. Il volume di Guerri fa il punto sulla situazione, andando oltre, con un libro che è stato definito da collezione perché le immagini che lo illustrano sono davvero preziose. Guerri ha un cognome che evoca la guerra e un nome che ricorda  il martirio di un frate arso vivo per il suo libero pensiero. Guerri in realtà è il simbolo di una cultura mite, non ideologica che supera i furori novecenteschi attraverso una meditata riflessione storica. E’  un Renzo De Felice  che aiuta a comprendere la storia prima di giudicarla, ma è anche un De Felice che sa scrivere in modo chiaro e attraente ,usando uno stile che è leggibile da un pubblico ampio. Molti storici scrivono per i colleghi universitari, Guerri scrive per i lettori che quindi lo amano molto. Ci sono oggi in Italia  due autori, professori o giornalisti, che si ritengono gli unici divulgatori  autorizzati , mentre in realtà spacciano della paccottiglia tuttologica che parte dalla preistoria e finisce nella contemporaneità, passando per il Santo di Assisi. Guerri si occupa coerentemente  di storia contemporanea da quando essa era materia che scottava e portava alla scomunica e all’emarginazione. Se in Italia si è giunti a poter  discutere e scrivere  di storia senza l’imprimatur dell’ ANPI, èmerito di pochi storici come Guerri, dei veri chierici che non hanno tradito, come diceva Benda.

Angoli torinesi, il Bastion Verde

Il Bastion Verde di Torino, anche chiamato “degli angeli” è un luogo dove la storia militare si fonde armoniosamente con la bellezza naturale. Situato all’interno dei Giardini Reali di Torino, è una delle ultime testimonianze di quella che fu la consistente cinta fortificata della città, oggi trasformata in un’area di svago e relax, ma che conserva ancora tutto il fascino della sua origine: 800 metri lineari di mura a pochi passi dal Palazzo Reale progettato dal geniale architetto cinquecentesco Ascanio Vitozzi. Il suo nome deriva dal fatto che Vittorio Emanuele II lo fece dipingere di verde e ricoprire di edera, in omaggio a sua moglie.

Il Bastion Verde è parte del sistema difensivo che, a partire dal XVII secolo, venne costruito Per proteggere Torino dalle invasioni. La cittadella fortificata, che comprendeva bastioni, mura e torri, si estendeva lungo le colline che sovrastano il fiume Po e rappresentava uno degli esempi più significativi della fortificazione barocca in Italia. Torino, allora capitale del Ducato di Savoia, aveva una posizione strategica e un apparato difensivo che rispondeva alle esigenze di protezione contro minacce provenienti sia da sud (dalla Francia) che da altre direzioni. Come gli altri bastioni della città, faceva parte di una serie di fortificazioni che vennero realizzate tra il 1668 e il 1700, con il progetto di Amedeo di Castellamonte, uno degli architetti più influenti dell’epoca. La struttura doveva garantire un buon punto di osservazione e difesa, ma allo stesso tempo integrarsi nel contesto urbanistico e paesaggistico che Torino stava sviluppando. Oggi, il bastione è circondato da un ampio parco verde che ne attenua la severità militare originaria, donando al sito un aspetto più accogliente e rilassante, ma senza perdere la sua forte identità storica. Con il tempo, le funzioni militari del Bastion Verde sono venute meno e l’area ha subito un processo di recupero e valorizzazione che ha permesso di restituirla alla cittadinanza come un parco pubblico ben curato, dotato di panchine, vialetti e ampie zone ombreggiate che rendono l’area perfetta per passeggiate e relax. L’elemento più interessante del parco è la sua capacità di mescolare il verde con la storia. Una delle caratteristiche più apprezzate del Bastion Verde è la sua posizione sopraelevata rispetto alla città. Dal bastione, infatti, si gode di una vista spettacolare su Torino e sulla collina torinese che si estende dalle Alpi all’orizzonte, con una prospettiva che lo rende un luogo privilegiato per osservare la città dall’alto, in particolare al tramonto, quando la luce dorata avvolge il panorama.

Maria La Barbera

La principessa che amava lo sport

Castello di Moncalieri (TO)

 

Suggestioni di neve e montagna in Casa Savoia

 

La mostra-dossier per il passaggio della fiamma olimpica di Milano Cortina 2026

 

 

In occasione del passaggio della fiamma olimpica di Milano Cortina 2026, che farà tappa a Moncalieri (TO) domenica 11 gennaio 2026, il Castello di Moncalieri ospita la mostra-dossier La principessa che amava lo sport. Suggestioni di neve e montagna in Casa Savoiavisitabile fino al 22 febbraio 2026.

L’esposizione si inserisce nel programma dell’Olimpiade Culturale di Milano Cortina 2026, il grande percorso che unisce sport, cultura e territori, ed è realizzata in collaborazione con l’associazione Amici del Real Castello e del Parco di Moncalieri. La mostra-dossier anticipa inoltre il progetto espositivo dedicato alla principessa Maria Letizia Bonaparte di Savoia, in programma nell’autunno 2026, per i 160 anni dalla nascita e i 100 anni dalla scomparsa.

Appassionata di sport e di corse automobilistiche, Maria Letizia è il punto di partenza di un percorso che esplora il rapporto tra le protagoniste di Casa Savoia e il mondo della montagna e della neve, elementi fortemente simbolici e vissuti anche come luoghi di libertà, sfida e modernità. Attraverso fotografie storiche, oggetti legati all’alpinismo e materiali d’epoca, la mostra racconta le passioni e le esperienze di figure femminili straordinarie che abitarono o frequentarono la residenza di Moncalieri. Dalla regina Margherita, notoriamente amante e pratica delle tecniche dell’alpinismo, tanto da promuovere la costruzione di una capanna sulla Punta Gnifetti nel gruppo del Monte Rosa, fino a Maria Josè del Belgio, che scalò il Cervino affrontando freddo intenso e raffiche impetuose. A completare la rassegna, una selezione di riviste d’epoca, con immagini dedicate alla neve e alla montagna, rende omaggio all’immaginario invernale tra Otto e Novecento.

La mostra sarà accompagnata da tre eventi collaterali. Venerdì 16 gennaio, dalle 16.30, dopo una breve visita guidata al Castello con il direttore Riccardo Vitale, è in programma un incontro dedicato alla montagna con la ex sciatrice alpina Clotilde Fasolis, portabandiera dell’Italia durante la cerimonia di apertura dei X Giochi olimpici invernali di Grenoble 1968, e lo scalatore Marco Ciocca. Evento gratuito, con prenotazione obbligatoria: drm-pie.moncalieri@cultura.gov.it.

Sabato 17 gennaio, alle 10.30, visita con attività per famiglie intitolata Storie di neve e di montagna: un’occasione per scoprire le storie che legano la montagna e la neve alle principesse Savoia che abitarono il Castello di Moncalieri. Nel laboratorio bambini e adulti potranno cimentarsi a inventare e rappresentare nuove avventure ispirandosi agli oggetti e alle fotografie esposti. Attività gratuita compresa nel biglietto di ingresso ordinario. Prenotazioni: https://lavenaria.museitorino.it/categoria/castello-di-moncalieri/.

Domenica 18 gennaio alle 11, il concerto di musica classica Antico vs Contemporaneo, in collaborazione con l’associazione Musicaviva. Le musiciste Sonia Cavallotto (violino) e Francesca Cavallotto (clarinetto) eseguiranno brani di Johann Sebastian Bach, Georg Philipp Telemann, Niccolò Paganini, Arvo Pärt e altri, in un dialogo tra tradizione e contemporaneità. Concerto a pagamento: intero € 10; ridotto over 65 € 8; ridotto associati e allievi del Conservatorio € 5.

In mostra a Carmagnola gli scatti di Carlo Avataneo

Venerdì 9 gennaio, alle ore 18, nella chiesa di San Rocco, a Carmagnola, verrà inaugurato un viaggio per immagini lungo quattro decenni. L’esposizione celebra i quarant’anni del calendario Avataneo 1987-2026, progetto editoriale nato per valorizzare la ricchezza diffusa del patrimonio piemontese attraverso una fotografia di altissima qualità. L’edizione del quarantennale non poteva che rendere omaggio al capoluogo, Torino. Il calendario 2026 è dedicato infatti a “Le piazze di Torino”, un racconto visivo che esplora il cuore pulsante e architettonico della città. A sottolineare la qualità e il valore culturale dell’opera, vi è la presentazione firmata da Aimaro Isola, architetto di fama internazionale che accompagna gli scatti di Avataneo offrendo una lettura profonda degli spazi urbani torinesi. La mostra di Carmagnola mette in luce il legame tra l’opera di Avataneo e il territorio metropolitano che, da decenni, sostiene e patrocina l’iniziativa.

“Le immagini di Avataneo hanno toccato spesso temi a noi cari, come dimostra l’edizione del 1994 dedicata alla millenaria abbazia di Novalesa, patrimonio di Città Metropolitana di Torino, che proprio quest’anno compie 1300 anni di storia dalla sua fondazione  – sottolinea il Vicesindaco metropolitano Jacopo Suppo – curata dallo stesso Carlo Avataneo, già docente di lettere, giornalista e fotografo pluripremiato, la mostra ripercorre l’evoluzione di un archivio fotografico unico. Il calendario è apprezzato non solo per il suo valore artistico, ma anche per l’impeccabile cura tipografica, ed è patrocinato da Fiaf, Regione Piemonte, Città Metropolitana di Torino, Paesaggi vitivinicoli di Piemonte, Langhe, Roero e Monferrato, Slow Food Italia, Ordine dei Giornalisti del Piemonte e Associazione Dimore Storiche Italiane.

L’esposizione, a ingresso libero, sarà visitabile nei fine settimana di gennaio.

Date apertura: 10-11/ 17-18/ 24-25 gennaio – orari dalle 10 alle 12.30 e dalle 15 alle 18.30

Mara Martellotta

Il lungo viaggio di Orazio Gentileschi, tra capolavori, processi e corti europee

Sino al 3 maggio, nelle sale di Palazzo Chiablese

Un pittore in viaggio”, da Pisa dove era nato nel 1563 a Roma presso uno zio che era capitano delle Guardie di Castel Sant’Angelo e a cambiare il primo nome di Orazio Lomi, poi le Marche e Genova su invito del giovane patrizio Antonio Sauli, prezioso committente, la Torino di Carlo Emanuele I e l’anno trascorso nella Parigi di Maria de’ Medici, l’incontro con il Duca di Buckingam, potente favorito di Carlo I d’Inghilterra, che lo spinge, lui sessantatreenne, a raggiungerlo a Londra, dove avrà (il 31 gennaio 1628) una rendita annuale di cento sterline e dove si tratterrà sino alla morte, nel 1639. Una vita, quella di Orazio Gentileschi, uomo artista padre amico imputato cortigiano, destinata a trascorrere tra le diverse corti d’Europa, a proporre l’arte sua nella continua ricerca di un incarico stabile e fortunato, a reclamare per se stesso – ma non soltanto: “mi ritrovo una figliuola femina con tre altri maschi, e questa femina, come è piaciuto a Dio, havendola drizzata nella professione della pittura, in tre anni si è talmente appraticata, che posso ardir de dire che hoggi non vi sia pare a lei, havendo per sin adesso fatte opere, che forse principali Mastri di questa professione non arrivano al suo sapere, come a suo luogo e tempo farò vedere a Vostra Altezza Serenissima”, scriveva alla Granduchessa di Toscana nel luglio del 1612, facendole un piccolo ritratto delle doti pittoriche di Artemisia – quei riconoscimenti che una lunga professione gli davano ormai per largamente acquisiti. “Il suo spirito è di ricercatore, il suo temperamento è di vagabondo”, l’avrebbe tramandato nel 1916 Roberto Longhi nel suo “Gentileschi padre e figlia”, di lui avrebbero ancora trattato scrittrici insigni, sebbene di riflesso, filtrando i ricordi e le tante storie attraverso gli occhi di Artemisia, tra romanzo e saggio, Anna Banti (nel ’47, dopo la prima stesura di tre anni prima andata persa tra le macerie del conflitto, a delineare con l’arte i rapporti non sempre felici con il padre, “vittima pregiudizialmente dannata” l’avrebbe definita Gianfranco Contini), Alexandra Lapierre e una appassionata Melania Mazzucco, appassionata in un self-portrait a rivendicare il desiderio d’affermazione e di libertà pittorica della giovane pittrice romana.

Quello di Orazio non è soltanto un percorso attraverso le strade dell’Europa. È una strada ad ampie tappe, saggiate e messe in opera, felicemente, un punto di partenza che guarda al Manierismo elegante di fine Cinquecento per avvicinarsi a un naturalismo caravaggesco grazie a un puro linguaggio luministico – negli ultimi passi della mostra lo straordinario “Mosè salvato dalle acque” (1633), dipinto per Filippo IV di Spagna, opera “chiara e preziosa”, di grande “grazia compositiva”, un conclave femminile dove l’attenzione ai colori e il loro intersecarsi si riverberano nelle vesti sontuose, dove l’epoca antica di riveste di contemporaneità, dove pettinature e diademi e gioielli tendono al capolavoro, “per poi approdare a una pittura di raffinata eleganza e vibrante cromia, sempre contraddistinta da una cifra personale”, leggiamo in uno dei quadri riassuntivi che ci accompagnano esaurientemente nella visita. Una dolcezza e una raffinatezza che entrano in conflitto con un carattere scontroso e un comportamento troppe volte burbero, fiero e lontano dal mondo, avverso: possiamo credere al nemico di sempre Giovanni Baglione, “se Horatio Gentileschi fusse stato di umore più pratticabile, hauerebbe fatto assai buon profitto nella virtù, ma più nel bestiale, che nell’humano egli dava”, possiamo a maggior ragione credere a quel ritratto con cui Antoon van Dyck – i due artisti s’incontrarono prima a Genova per rivedersi alla corte londinese di Carlo I – ce lo tramanda, avvolto nella sontuosa cappa e con quel sopracciglio alzato che vorrebbe d’un colpo intimorire il mondo.

Una strada a cui la mostra torinese – nelle sale di palazzo Chiablese sino al 3 maggio, suddivisa in dieci sezioni, con la curatela di Annamaria Bava e Gelsomina Spione, prodotta e organizzata dai Musei Reali di Torino e da Arthemisia, promossa dal Ministero della Cultura e dall’Università torinese nell’ambito di Olimpiade Culturale di Milano Cortina 2026 – vuole rendere giustizia piena e portare l’artista a riappropriarsi del ruolo che gli spetta, rivalutare ancor più, dopo l’appuntamento allo scadere del secolo scorso suddiviso tra la National Gallery di Londra, il Museo di Bellas Artes di Bilbao e il Museo del Prado di Madrid, dopo quello che vedeva ad inizio del nuovo millennio le esposizioni di Roma e New York e Saint Louis, una delle figure principali del Seicento e il suo talento, con un’attenta selezione di opere che lo pongono altresì a confronto con differenti nomi della sua epoca, non soltanto Caravaggio, ma il fratello Aurelio (“Adorazione del Magi”, 1613 circa, su commissione di Amedeo Dal Pozzo, marchese di Voghera, per la chiesa di San Domenico di Biella) e la figlia Artemisia (“La conversione di santa Maria Maddalena”, 1613/1615, dagli Uffizi, più nobildonna in quella veste di lucente seta gialla che santa posta sugli altari, unico oggetto di vanità lo specchio a lato realisticamente allontanato mentre il personaggio di Caravaggio, alla Doria Pamphilj, in completo abbandono e in una veste meno appariscente, ha sparso ai suoi piedi collane monili e profumi: certo è a questa più vicina la “Maddalena” della collezione Sursock di Beirut, primi anni dei seicenteschi anni Trenta, un dialogo intimo tra la santa e l’Eterno, opera danneggiata nella grande esplosione che nel ’20 ha sconvolto la capitale e splendidamente restaurata), Simon Vouet e van Dyck (in mostra, il ritratto dei tre figli maggiori del sovrano inglese del 1635, oggi alla Sabauda), Guido Reni con il “Martirio di Santa Caterina” (dal Museo Diocesano di Albenga: tela realizzata nel 1601 per il banchiere Ottavio Costa, colto collezionista, dove il pittore bolognese reinterpreta e attenua i contrasti chiaroscurali e la fisicità caravaggeschi, dove forse ha guardato alla remissività e all’irruenza del “Martirio” della Cappella Contarelli) e lo stesso Baglione.

Opere che giungono, oltre che da collezioni private, dal Vaticano (“Giuditta e Abra con la testa di Oloferne”, di inizio anni Venti, in cui il padre sceglie soluzioni meno cruente confrontate con quelle di Artemisia, visibilissimo zampillare di sangue, legittima giustiziera la ragazza nel decollare ipso facto quel condottiero assiro che nella memoria le faceva ancora una volta mulinare nella mente la violenza di Agostino Tassi) e da Firenze, da Roma (palazzo Spada e palazzo Barberini), dal Louvre e dal Prado, dai Musei Nazionali di Genova (“Sacrificio d’Isacco”, con una importante diagonale di personaggi a dividere luce e oscurità) e dai Musei d’Arte Antica di Bologna, dal Sursock Palace di Beirut, dalla Sabauda torinese: dove abbiamo la fortuna di avere esposto quello che è uno dei capolavori oggi in mostra, uno dei vertici dell’arte dell’artista, quella “Annunciazione” che egli inviò nel 1623, da Genova tramite il figlio Francesco, a Carlo Emanuele I, con una lettera datata 24 aprile, dove ricorda i suoi precedenti servizi per il duca, nel tentativo che risulterà infruttuoso d’accattivarsi i suoi favori. Smaccato ossequio ai Savoia che si erano fregiati dell’ordine cavalleresco dell’Annunziata, opera piena di grazia e devozione e obbedienza, a iniziare dalla minuta scenografia della stanza alla postura della Vergine che, mentre stringe un lembo del mantello, rivolge in un misto di molteplici commozioni la mano verso l’Arcangelo: opera posta accanto a un’altra “Annunciazione”, quella della Basilica di San Siro a Genova, dell’anno precedente, su commissione di Antonio II Grimaldi Cebà in occasione delle proprie nozze, di formato più ridotto, di minor scelta dei colori, di piccole differenze (i piedi della Vergine, le finestre di diverso taglio e fattura), o di grandi, come quel tendaggio rosso che l’anno successivo avrebbe illuminato e reso assai più ricca la scena intera.

Senza dimenticare, tra lo svolgersi delle opere, tra religiosità e coloriture, tra affanni e incomprensioni, tra successi e richieste, i due processi della vita di Orazio: non soltanto quello per diffamazione (“per invidia”) del 1603 che vedeva il Baglione da un lato e gli accusati Caravaggio e Gentileschi dall’altro, uno spaccato d’epoca in cui sono coinvolti altri pittori e frequentatori con le loro curiose testimonianze e le loro rime irrispettose – “Gioan Bagaglia tu non sai un ah/ le tue pitture sono pituresse/ volo vedere con esse/ che non guadagnara/ mai una patacca/ che di cotanto panno/ da farti un paro di bragesse/ che ad ognun mostrarai/ quel che fa la cacca…”; e quello, di molto più doloroso e di lunga durata, che si svolge tra umilianti interrogatori e torture e deposizioni – il sarto, la lavandaia, il barbiere, il locandiere, il vicino di casa, la servitrice e il negoziante di colori di via del Corso, il mesticatore di blu oltremare -, contro il collega e fino a ieri stretto collaboratore, in Quirinale e nel Casino Borghese, Agostino Tassi, che fu riconosciuto colpevole dello stupro di Artemisia il 27 novembre 1612, unito alla corruzione dei testimoni e alla diffamazione di Orazio: su domanda del giudice Gerolamo Felice scelse l’esilio (l’opzione erano cinque anni di lavori forzati), fuori del territorio del Papato: ma che non scontò mai effettivamente la pena. Artemisia si sposò due giorni dopo con il pittore Pierantonio Stiattesi, più una scelta di Orazio che sua.

Elio Rabbione

Nelle immagini: di Orazio Gentileschi, al centro e a destra, l’”Annunciazione” di Torino e di Genova; “Giuditta e Abra con la testa di Oloferne”, Pinacoteca dei Musei Vaticani; “Sacrificio di Isacco”, Musei Nazionali di Genova; “Mosè salvato dalle acque”, Museo Nazionale del Prado, Madrid.