



Al Centro Pannunzio è stata ricordata la figura e la tragedia della Principessa Mafalda di Savoia-Assia, figlia del Re d’Italia e della Regina Elena di Montenegro da Barbara Ronchi della Rocca, Lorenzo Pesce e Maria Vittoria Pelazza nel corso di una conferenza realizzata in collaborazione l’Associazione Internazionale Regina Elena Odv e l’associazione culturale “La Tela di Clio”.

Mafalda di Savoia deportata a Buchenwald e colpita da uno spezzone durante un bombardamento “alleato” alle Officine Gustolff il 24 agosto 1944 venne lasciata morire tra atroci sofferenze.
IGINOMACAGNO
Voglia di Medioevo, anzi di Alto Medioevo. Salone pieno zeppo di gente all’Archivio di Stato di Torino ad ascoltare i monaci benedettini della Novalesa e alcuni storici medievisti nel convegno che ha aperto le celebrazioni per i 1300 anni dalla fondazione della celebre Abbazia, fondata nel 726 tra i monti della Val Cenischia. E dire che non c’era Alessandro Barbero, illustre storico dell’ “età di mezzo”, trascinatore di folle immense, a parlare di Medioevo. Eppure, ad ascoltare i benedettini della Novalesa c’era tanta gente e molti sono rimasti fuori, nella gelida piazzetta Mollino, per motivi di sicurezza. Chi l’avrebbe mai detto, eppure è così, anche vicende di 13 secoli fa affascinano il pubblico.

Riscossa del Medioevo? Certamente un desiderio di riscoprire un’epoca appassionante e un forte interesse culturale per una fase storica ampiamente rivalutata dalla storiografia moderna. Proprio nel Medioevo sorsero le prime università, cattedrali e abbazie, invenzioni e scoperte di varie tipo, fermenti artistici e culturali. Altroché decadenza e secoli bui! L’esatto contrario. Le celebrazioni per la fondazione della Novalesa si apriranno di fatto il 30 gennaio in Abbazia con i Vespri presieduti dal cardinale Repole e continueranno fino a ottobre con un ricco calendario di eventi, tra cui concerti d’organo e musica sacra, pellegrinaggi nei dintorni del monastero con l’urna di Sant’Eldrado (abate della Novalesa nel IX secolo), conferenze, meditazioni e il 28 giugno la posa della stele commemorativa della fondazione dell’Abbazia. Filippo Re

nella mia funzione di curatore dell’Archivio Lorenza e Luigi Cavallo invio la seguente dichiarazione sottoscritta dagli autori e con il loro accordo, grato se vorrà pubblicarla.
“Nel volume di Aldo Agosti e Marina Cassi, Un eroe senza medaglie. Luigi Capriolo dall’antifascismo alla Resistenza, Donzelli, Roma 2024 a p. 88 si è creato uno spiacevole equivoco nell’interpretazione di quanto scritto da Lorenza Pozzi Cavallo nel suo libro Luigi Cavallo. Da Stella Rossa alla rivolta operaia di Berlino, Golem Edizioni, Torino 2022 (p. 415). Gli autori prendono atto che l’autrice non ha imputato ai magistrati Luciano Violante e Raffaele Guariniello e alla Magistratura, la sottrazione, nei lontani anni Settanta, del manoscritto del diario di Luigi Capriolo, allora conservato nell’archivio del giornalista Luigi Cavallo, la cui trascrizione dattilografata del 1946 è stata attualmente depositata presso l‘Istituto piemontese per la storia della Resistenza e della società contemporanea di Torino. La trascrizione è stata messa a disposizione degli autori Agosti e Cassi per gentile concessione di Lorenza Pozzi Cavallo, che ha destinato all’Istituto l’intero “Archivio Lorenza e Luigi Cavallo.
Aldo Agosti e Marina Cassi”
Un testo analogo è stato pubblicato dal professor Agosti sulla sua pagina Facebook, mentre la Casa Editrice Donzelli ha provveduto a correggere la pagina 88 della versione digitale del volume.
Un fascicolo con relativi allegati, redatto dalla signora Lorenza Pozzi Cavallo e contenente le sue osservazioni sul volume dedicato a Capriolo, viene unito alla documentazione già presente presso l’Istituto piemontese per la storia della Resistenza come parte integrante dell’Archivio Lorenza e Luigi Cavallo.
La ringrazio, gentile Direttore, per la pubblicazione della presente lettera e Le porgo i più cordiali saluti.
Luciano Boccalatte
Giovedì 15 gennaio alle ore 17,30 al Grattacielo della Città Metropolitana di Torino in corso Inghilterra 7 Giordano Bruno Guerri, storico e presidente del Vittoriale degli Italiani, presenterà il suo nuovo libro dedicato al Futurismo: “Audacia, ribellione, velocità. Vite strabilianti dei futuristi italiani” edito da Rizzoli. Si tratta di un libro di storia , ma anche di arte e di letteratura che illustra il Movimento più importante del ‘900 italiano e uno dei più significativi a livello internazionale. Il Futurismo fu penalizzato dal fatto che venne considerato un anticipatore del fascismo e come tale venne respinto e sottovalutato come espressione di una destra bellicista , violenta , maschilista , contraria alla cultura, volta solo a far baccano e polemiche inutilmente eclatanti. Guerri dimostra invece con la sagacia propria dello storico di razza che il Futurismo e’ qualcosa di molto più articolato e complesso. Già la mostra del 1986 sui Futurismi a Palazzo Grassi di Venezia, voluta da Giovanni Agnelli anche per rivalutare i suoi quadri futuristi comprati per pochi soldi, dimostrò la ricchezza poliedrica di una cultura rimasta nel cono d’ombra imposto dalla vulgata settaria per decine di anni. Il volume di Guerri fa il punto sulla situazione, andando oltre, con un libro che è stato definito da collezione perché le immagini che lo illustrano sono davvero preziose. Guerri ha un cognome che evoca la guerra e un nome che ricorda il martirio di un frate arso vivo per il suo libero pensiero. Guerri in realtà è il simbolo di una cultura mite, non ideologica che supera i furori novecenteschi attraverso una meditata riflessione storica. E’ un Renzo De Felice che aiuta a comprendere la storia prima di giudicarla, ma è anche un De Felice che sa scrivere in modo chiaro e attraente ,usando uno stile che è leggibile da un pubblico ampio. Molti storici scrivono per i colleghi universitari, Guerri scrive per i lettori che quindi lo amano molto. Ci sono oggi in Italia due autori, professori o giornalisti, che si ritengono gli unici divulgatori autorizzati , mentre in realtà spacciano della paccottiglia tuttologica che parte dalla preistoria e finisce nella contemporaneità, passando per il Santo di Assisi. Guerri si occupa coerentemente di storia contemporanea da quando essa era materia che scottava e portava alla scomunica e all’emarginazione. Se in Italia si è giunti a poter discutere e scrivere di storia senza l’imprimatur dell’ ANPI, èmerito di pochi storici come Guerri, dei veri chierici che non hanno tradito, come diceva Benda.Il Bastion Verde di Torino, anche chiamato “degli angeli” è un luogo dove la storia militare si fonde armoniosamente con la bellezza naturale. Situato all’interno dei Giardini Reali di Torino, è una delle ultime testimonianze di quella che fu la consistente cinta fortificata della città, oggi trasformata in un’area di svago e relax, ma che conserva ancora tutto il fascino della sua origine: 800 metri lineari di mura a pochi passi dal Palazzo Reale progettato dal geniale architetto cinquecentesco Ascanio Vitozzi. Il suo nome deriva dal fatto che Vittorio Emanuele II lo fece dipingere di verde e ricoprire di edera, in omaggio a sua moglie.

Il Bastion Verde è parte del sistema difensivo che, a partire dal XVII secolo, venne costruito Per proteggere Torino dalle invasioni. La cittadella fortificata, che comprendeva bastioni, mura e torri, si estendeva lungo le colline che sovrastano il fiume Po e rappresentava uno degli esempi più significativi della fortificazione barocca in Italia. Torino, allora capitale del Ducato di Savoia, aveva una posizione strategica e un apparato difensivo che rispondeva alle esigenze di protezione contro minacce provenienti sia da sud (dalla Francia) che da altre direzioni. Come gli altri bastioni della città, faceva parte di una serie di fortificazioni che vennero realizzate tra il 1668 e il 1700, con il progetto di Amedeo di Castellamonte, uno degli architetti più influenti dell’epoca. La struttura doveva garantire un buon punto di osservazione e difesa, ma allo stesso tempo integrarsi nel contesto urbanistico e paesaggistico che Torino stava sviluppando. Oggi, il bastione è circondato da un ampio parco verde che ne attenua la severità militare originaria, donando al sito un aspetto più accogliente e rilassante, ma senza perdere la sua forte identità storica. Con il tempo, le funzioni militari del Bastion Verde sono venute meno e l’area ha subito un processo di recupero e valorizzazione che ha permesso di restituirla alla cittadinanza come un parco pubblico ben curato, dotato di panchine, vialetti e ampie zone ombreggiate che rendono l’area perfetta per passeggiate e relax. L’elemento più interessante del parco è la sua capacità di mescolare il verde con la storia. Una delle caratteristiche più apprezzate del Bastion Verde è la sua posizione sopraelevata rispetto alla città. Dal bastione, infatti, si gode di una vista spettacolare su Torino e sulla collina torinese che si estende dalle Alpi all’orizzonte, con una prospettiva che lo rende un luogo privilegiato per osservare la città dall’alto, in particolare al tramonto, quando la luce dorata avvolge il panorama.
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