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Fascismo, antifascismo, post fascismo
Lunedì 25 maggio prossimo, alle ore 18, il Centro Pannunzio, in via Maria Vittoria 35H, promuove un incontro su uno dei temi più complessi della storia italiana contemporanea, il rapporto tra fascismo e antifascismo, tra memoria storica e interpretazione critica.
Presso la sede del Centro interverrà il professor Pier Franco Quaglieni, storico e Presidente del Centro Pannunzio, da decenni impegnato nello studio del pensiero politico italiano e del Risorgimento.
La sua riflessione si concentrerà sul tema dal titolo “Fascismo, antifascismo: il post fascismo di Nicola Matteucci e di Augusto del Noce”, due tra i più importanti filosofi del Novecento italiano.
Nicola Matteucci è stato un politologo e storico delle dottrine politiche e ha contribuito ad una rilettura liberale della storia italiana, mentre Augusto del Noce ha indagato in profondità le radici filosofiche del totalitarismo e della modernità, offrendo degli strumenti interpretativi ancora oggi validi.
Al centro della riflessione sarà presente il concetto di “post fascismo”, inteso come categoria interpretativa utile a comprendere le trasformazioni della cultura politica italiana del secondo dopoguerra, alla luce delle eredità e della discontinuità rispetto al passato. Il professor Quaglieni si soffermerà anche su De Felice e la sua fortunata biografia su Mussolini.
L’incontro intende recuperare una dimensione rigorosa ma non ideologica del dibattito, superando le contrapposizioni semplificate che spesso banalizzano il discorso pubblico. L’iniziativa, in linea con i valori del Centro Pannunzio, si propone di restituire una complessità storica e profondità filosofica a un tema che ancora oggi risulta centrale per la coscienza civile del nostro Paese.
MM
Una mostra lo ricorda alla Città Metropolitana di Torino in corso Inghilterra 7
Realizzata in occasione del settantesimo anniversario della scomparsa dello statista, l’esposizione, aperta fino al 15 giugno, si intitola “Servus inutilis. Alcide De Gasperi e la politica come servizio” e propone uno sguardo approfondito sulla figura di uno dei padri fondatori della democrazia italiana, rievocandone i valori e gli ideali a ridosso dell’ottantesimo anniversario del referendum che sancì la nascita della Repubblica.
La mostra sarà inaugurata martedì 26 maggio alle ore 11 preeso la Città Metropolitana di Torino in corso Inghilterra 7, dalla consigliera metropolitana delegata all’Istruzione Caterina Greco e dal curatore Paolo Valvo, professore associato di Storia contemporanea all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano.
L’iniziativa restituisce l’attualità del pensiero e dei valori di De Gasperi, attraverso il racconto del suo impegno civile e politico ed è stata resa possibile grazie alla collaborazione con la Città Metropolitana di Torino e il sostegno della Fondazione CRT e oltrepassa i limiti di una semplice celebrazione biografica.
Dopo una prima introduzione biografica, il percorso accompagna i visitatori attraverso cinque sezioni tematiche, ricche di documenti d’archivio, manifesti storici e fotografie d’epoca.
La prima sezione si intitola “ Dalla pazienza alla speranza” e ripercorre i venti anni di emarginazione vissuti da De Gasperi durante il fascismo, mettendo in luce la pazienza come virtù democratica negli anni successivi di governo.
Nella seconda sezione intitolata “Libertà politica e giustizia sociale” viene approfondito il binomio centrale del pensiero di De Gasperi, illustrando la sua evoluzione e la sua attuazione nella stagione riformista che caratterizzò i suoi esecutivi. Il percorso prosegue poi con la sezione “ Costruire la pace” dedicata alla visione internazionale dello statista, impegnato nella costruzione di un nuovo ordine fondato sul diritto internazionale e su pacifiche relazioni tra i popoli.
Nella sezione dal titolo “La nostra Patria Europa” viene evidenziato il ruolo di De Gasperi come pioniere dell’integrazione europea, attraverso il progetto della Comunità Europea di Difesa.
Chiude l’esposizione la sezione “Uomo unito” che restituisce la dimensione privata e la coerenza spirituale che hanno accompagnato l’esperienza intera pubblica dello statista.
La mostra è aperta al pubblico ad ingresso libero dal lunedì al venerdì dalle 8.30 alle 18.30 con orario continuato e il sabato dalle 8.30 alle 12.30.
MM
“Ultime notizie – Italia – Interno – Torino, 20 novembre. Questa notte, ad un’ora, S.A.R. la Duchessa di Genova dava felicemente alla luce una Principessa che sarà tenuta oggi, alle ore 11, al sacro fonte da S.M. la Regina vedova Maria Teresa e da S.A.R. il Principe Giovanni di Sassonia, ed alla quale verranno imposti i nomi di Margherita Maria Teresa Giovanna. Lo stato di salute dell’Augusta Puerpera e della Neonata è ottimo”. Con tanto d’etichetta e di maiuscole ufficialmente rispettate, prendeva avvio nella “Gazzetta Piemontese” il cammino terreno – era il 1851, nelle stanze di palazzo Chiablese, sarebbe deceduta a Bordighera settantacinque anni dopo – di Margherita di Savoia, festeggiata nel suo centenario in più occasioni, non ultima la duplice mostra-dossier “Margherita, prima regina d’Italia. Storia, cultura e stile tra Palazzo e Biblioteca Reale” (alla Biblioteca Reale di piazza Castello sino al 6 gennaio), un viaggio non soltanto attraverso un’esistenza umana ma attraverso gli anni di una nazione che si andava costruendo, un contesto storico di crescita che percorreva i costumi e la letteratura, l’industria e l’artigianato, un repertorio di libri a stampa, documenti d’archivio, incisioni e fotografie, per la maggior parte inediti, “a testimoniare la vita e gli interessi della sovrana, lettrice curiosa e grande appassionata di musica”, non passando certo in secondo luogo le testimonianze dei doni preziosi che le provenivano da tutta Italia e che confermavano la popolarità della sovrana – “era una vera e seria professionista del trono, e gl’italiani lo sentirono. Essi compresero che, anche se non avessero avuto un gran Re, avrebbero avuto una grande Regina”: ebbe a scrivere Indro Montanelli, forse anche ripensando a quell’affetto che si riversò nelle grandi azioni come nelle cose magari di poco conto quotidiane, con un elenco che verrebbe ad abbracciare una pizza e un panforte, certi dolcetti tipici di Stresa e una sala teatrale romana, la Capanna, nel gruppo del Rosa, a ricordare il suo amore per la montagna, un lago in Etiopia e vari giardini, ospedali e ricoveri, corsi e piazze e viali, oltre un modello di macchina da cucire adoperata dalle massaie – e, nello stesso tempo, dell’affermarsi nelle arti di un gusto fin de siècle”. Il tutto culminando in quell’”Onde venisti? quali a noi secoli / Sì bella e mite ti tramandarono?” di un Carducci che aveva superato da poco i quaranta – musicata in seguito per coro e orchestra da Ernesto Luzzato -, che certo non rimase insensibile all’intelligenza e al fascino altresì dell’illustre donna (una sezione della mostra è dedicata al poeta e prosatore, tra manoscritti e dediche).
Ampliandosi il ritratto della sovrana nel Medagliere Reale con “Il Volto delle Donne. L’altra faccia della Storia”, a cura di Elisa Panero con la collaborazione di Patrizia Petitti e Daniele Speranza. È lo sguardo del visitatore a posarsi su alcuni dei personaggi femminili che fanno parte delle collezioni numismatiche dei Musei Reali – ben 60mila tra monete, medaglie e sigilli, un terzo dei quali recano volti di donna -, qui un viaggio ideale che si snoda da Arsinoe II con un ottodramma in oro a Cleopatra e Galla Placidia e Caterina di Russia per giungere appunto alla medaglia d’oro coniata per il XXV di Matrimonio o a quella con l’effigie della sola sovrana, nelle vesti ormai di regina madre (1924), ambìto premio per i riconoscimenti o le andate in pensione di questo o quel dirigente e (crediamo?) lavoratore, sino a quella che è opera di Marcelle Renée Lancelot Croce, nome che si va sempre più riscoprendo nella numismatica, e che fu coniata per le nozze (1896) di Elena di Montenegro e Vittorio Emanuele di Savoia.
Lunghe le teche che raccolgono i ricordi di Margherita, lavoro di ricerca dovuto ai curatori Lorenza Santa, Fabio Uliana e Maria Luisa Ricci, si guarda ai Calendari Reali che racchiudono gli elenchi dei membri della famiglia reale e dei regnanti europei, e una doppia veduta di Piazza Castello durante il carnevale del 1857, gli inviti e le disposizioni a tavola per le feste organizzate nel 1868 a Torino, Firenze e Genova e i balli a corte (in un invito torinese leggiamo le “persone che v’interverranno” sono Signore 417 e Signori 1519 sommando ai quali Guardia Nazionale e Armata e vari il totale raggiungeva i 2907 ospiti) in occasione del matrimonio con il cugino e principe ereditario Umberto di Savoia, che diverrà re dieci anni più tardi e che cadrà assassinato a Monza nel luglio del 1900 per mano dell’anarchico Bresci. Atto che mise fine a una malsicura vita di coppia, a un legame che Margherita, dopo un primo pensiero di separazione, aveva, camuffandolo, salvaguardato dal momento che il regio consorte dal 1864 intratteneva una liaison con la duchessa Eugenia Attendolo Bolognini Litta, di sette anni maggiore, che gli aveva generato il piccolo Alfonso: quadretto extraconiugale che non impedì ai principi di celebrare nell’aprile del 1893 le Nozze d’argento. E alla sovrana di piangere le più calde lacrime, sincere, che la portarono a formulare quei fogli che oggi vediamo e che contengono l’accorata preghiera alla “Devozione in memoria del Re Umberto I mio signore ed amatissimo consorte”, con tanto di rosario credo de profundis e requiem che per suo desiderio avrebbero dovuto ingrossare il libro delle preghiere di ogni buon cristiano: ma che la Chiesa rifiutò. Una frase del tipo “per quel tuo sangue vermiglio che sgorgò da tre ferite, per il tuo martirio che incoronò tutta una vita di bontà e di giustizia” – con buona pace di Bava Beccaris e Compagni e delle cannonate milanesi -, eccetera eccetera, non avrebbe avuto un seguito.
Tra i doni che Margherita ricevette e sono oggi in mostra è il manoscritto autografo di Alessandro Manzoni “Dell’unità della lingua e dei mezzi del diffonderla”, documento ricavato dai lavori della Commissione per l’unificazione linguistica nazionale, di cui – con un’ulteriore necessità di “sciacquare i panni in Arno” – divenne presidente nel gennaio del 1868. In occasione della mostra vengono riaperte le splendide sale settecentesche al primo piano di Palazzo Reale che accolgono l’appartamento abitato da Margherita, al centro il grande ritratto in sembianze giovanili che è opera di Michele Gordigiani e le preziose porcellane acquistate negli anni di regno presso le più prestigiose manifatture europee (Meissen) e nazionali (Richard Ginori) come le eleganti committenze assegnate agli ebanisti. Sino al 29 settembre, prestito della Reggia di Caserta, sarà possibile ammirare nella Sala dei Medaglioni dell’Appartamento di Rappresentanza la culla sontuosissima di Vittorio Emanuele III, eseguita su disegno di Domenico Morelli da artisti ed esperti artigiani campani, donata ai Savoia dalla città di Napoli. “La Biblioteca Reale è per me il luogo del cuore – ha confessato durante la presentazione della mostra la direttrice dei Musei Paola D’Agostino – e questa mostra non vuole essere soltanto il ricordo di una sovrana nel centenario della morte ma un’occasione per mostrare il patrimonio prezioso librario delle collezioni, dei manoscritti e fotografico; non soltanto un omaggio a una regina amata ma anche a Torino e a quella stagione che la città visse prepotentemente a cavallo dei due secoli”.
Elio Rabbione
Nelle immagini, Michele Gordigiani (Firenze 1835 – 1909), Margherita di Savoia Genova, 1872, olio su tela, legno scolpito, intagliato e dorato, Musei Reali di Torino, Palazzo Reale; Album fotografico per la culla del principe di Napoli, 1869 Musei Reali di Torino, Biblioteca Reale; “Margherita, prima Regina d’Italia. Storia, cultura e stile tra Palazzo e Biblioteca Reale”; Musei Reali di Torino, Biblioteca Reale e Medagliere Reale, 2026, installation view: crediti: Giuliano Berti per i Musei Reali di Torino; “Il volto delle Donne. L’altra faccia della Storia”; Musei Reali di Torino, Biblioteca Reale; 2026; installation view; crediti: Giuliano Berti per i Musei Reali di Torino.
Al chierese “Museo Don Bosco”, la presentazione dei nuovi interventi strutturali e di “oggetti – reliquie” appartenuti al Santo “Patrono universale dei giovani”
Sabato 23 maggio, ore 15,45
Chieri (Torino)
Situato nell’ex-Seminario -“Complesso San Filippo” – di via Vittorio Emanuele II, dove il Santo (1815 – 1888, canonizzato da Papa Pio XI nel 1934), in arrivo dagli astigiani “Becchi” dell’odierna Castelnuovo Don Bosco, visse da seminarista i dieci anni cruciali (1831–1841) che segnarono profondamente la sua vocazione sacerdotale, il “Museo Don Bosco” di Chieri apre le porte ai visitatori, sabato prossimo 23 maggio(ore 15,45) per la “presentazione ufficiale” di nuovi elementi espositivi che permetteranno di avvicinarci in modo ancor più diretto alla figura del giovane Giovanni Bosco (che diventerà sacerdote a Torino il 5 giugno 1841) e agli anni, non facili, trascorsi nella Città collinare, dove ancor oggi è forte e attiva (attraverso oratori, scuole e parrocchie) la presenza salesiana, diretta memoria e fulgida eredità del Santo, fondatore delle “Congregazioni dei Salesiani” (1859) e, con Maria Domenica Mazzarello, delle “Figlie di Maria Ausiliatrice” (1872).
Ad aprire l’evento saranno il Sindaco Alessandro Sicchiero e l’Assessora alla “Cultura” Antonella Giordano, insieme al Direttore dell’Istituto Salesiano “San Luigi” don Genesio Tarasco e al Salesiano del “Colle Don Bosco” don Enrico Lupano.
Novità di maggior rilievo sarà l’esposizione di tre oggetti di straordinario valore storico e spirituale:una camicia appartenuta a don Bosco, il messale che egli utilizzava per la celebrazione della Messa e una reliquia del Santo donata ai Salesiani di Chieri da Adriana Tosco, moglie di Luigi Fasano. I preziosi cimeli sono concessi in comodato d’uso dalla “Congregazione Salesiana”.
La camicia e il messale sono collocati in una nuova “teca espositiva” appositamente realizzata e accompagnati da un pannello informativo che ne illustra la provenienza e il significato.
La “reliquia” proviene da Smirne, sulla costa turca dell’Egeo, dove fu acquistata dal domenicano padre Innocenzo Tosco (1888-1963), che la donò come regalo di nozze a Giovanni e Laura Tosco, genitori della donatrice.
Il percorso espositivo è stato inoltre integrato con quattro nuovi pannelli fotografici che aiuteranno i visitatori nella conoscenza di alcuni luoghi direttamente legati alla biografia di Don Bosco. In particolare due pannelli ospiteranno immagini d’epoca rispettivamente della “Cappella interna”e del “Cortile” del Seminario, mentre altri due mostreranno fotografie di “luoghi torinesi” strettamente connessi alla prosecuzione del percorso formativo del giovane Don Bosco: la “Chiesa della Visitazione” (via XX Settembre, 23) e la “Chiesa di San Francesco d’Assisi” (via San Francesco d’Assisi, 11).
Completano il rinnovamento alcuni elementi di arredo, che contribuiscono a rendere lo spazio più accogliente e funzionale per i visitatori. Le integrazioni sono state curate da “Mediacor”, la stessa società che aveva già seguito il restylingcomplessivo del Museo nel 2024, garantendo così continuità di linguaggio visivo con il percorso già esistente.
Il “Museo Don Bosco” custodisce, come detto, la memoria degli anni giovanili di Giovanni (Melchiorre) Bosco a Chieri dove (rimasto orfano di padre a soli due anni e cresciuto secondo i valori cristiani impartitigli dalla madre, Margherita Occhiena) dopo aver svolto per mantenersi umili lavori manuali (dal sarto al calzolaio al fabbro e al “garzone di caffè”), compì gli studi ginnasiali e maturò la sua vocazione sacerdotale.
“L’arricchimento del percorso espositivo – sottolineano a Chieri – si inserisce nel più ampio impegno di valorizzazione di questo patrimonio storico e spirituale”.
Per info: “Museo Don Bosco – Complesso San Filippo”, via Vittorio Emanuele II 63, Chieri (Torino); tel. 011/9428440 o 011/9428342 o www.turismochieri.it
Gianni Milani
Nelle foto: Dal “Museo Don Bosco” e antica immagine del Santo con i suoi giovani
Al Centro Storico Fiat
Ha aperto i battenti giovedì 21 maggio al Centro Storico Fiat, promossa dal MAUTO, la mostra dal titolo “Torino-Togliatti 1966. Uno stabilimento grande e subito” , a cura di Claudio Giunta e Giovanna Silva con Maurizio Torchio, per rimanere aperta fino al 4 ottobre prossimo.
L’esposizione, allestita al Centro Storico Fiat , dove venne firmato lo storico accordo che regolava la collaborazione tra Italia e Unione Sovietica per la realizzazione dello stabilimento AutoVAZ, ripercorre le vicende che permisero alla Fiat di mettere “i sovietici al volante”. Non si trattò soltanto di un episodio di cronaca industriale, ma anche di una delle più audaci operazioni di diplomazia parallela alla guerra fredda, che chiamò in causa i principali attori internazionali dell’epoca, da Chruščëv a Kosygin, da Kennedy al Segretario della Difesa McNamara.
Sono passati sessanta anni dalla firma del contratto che regolava la collaborazione tra italiani e sovietici. Il 4 maggio del 1966, su un tavolo tuttora esposto nella sede del Centro Storico Fiat, Vittorio Valletta firmò il protocollo per la costruzione dello stabilimento. L’intesa fu perfezionata ad agosto, quando il presidente della Fiat, accompagnato da Gianni Agnelli, Piero Savoretti e Riccardo Chivino, firmò a Mosca l’Accordo generale per la realizzazione dell’AutoVAZ, alla presenza del Primo ministro Kosygin e del ministro dell’Industria automobilistica Tarasov e, poco dopo, iniziarono i lavori per la costruzione della fabbrica.
I materiali conservati negli archivi del Centro Storico Fiat comprendono fotografie, documenti originali, telegrammi, relazioni tecniche, e raccontano il vasto lavoro di squadra che ha condotto alla costruzione dello stabilimento.
A partire da questa vasta relazione documentale si sviluppa la rilettura e rielaborazione visiva di Giovanna Silva che, in un viaggio di ritorno a Togliatti compiuto nel 2019 con Claudio Giunta, racconta che cosa resta della fabbrica e della città. Giovanna Silva ha fotografato gli edifici, insieme a Claudio Giunta ha intervistato ex operai ed ex dirigenti russi e italiani che lavoravano all’AutoVAZ. Giunta ha poi raccolto memorie familiari e ricostruito la Togliatti e la Torino di sessanta anni fa.
Mara Martellotta
Si intitola Riservato e narra una storia molto particolare, quella della vigilanza del Pci torinese. Il libro, edito da Impremix, l’ha scritto Diego Simioli, classe 1955, formatosi politicamente frequentando la 16ª sezione comunista di Torino in corso Giambone, intitolata a Giuseppe Bravin, un giovane partigiano gappista e medaglia d’argento al valor militare. E’ un racconto in gran parte autobiografico perché Simioli è stato per decenni uno degli uomini più autorevoli e rispettati del “mitico” servizio d’ordine del Pci. Nel libro, che raccoglie anche le testimonianze di Luciano Violante, Rocco Larizza, Pietro Marcenaro e Walter Veltroni, Simioli affronta senza reticenze e con coraggio la ricostruzione “dall’interno” di un’esperienza del tutto particolare e importante nella storia politica del più grande partito della sinistra, rendendo comprensibile il senso di una militanza talmente totalizzante da mettere in secondo piano tutto il resto, compresa la vita familiare. Lo fa con passione senza venir meno al proverbiale riserbo ed equilibrio, doti fondamentali e imprescindibili per chi fece parte di un organismo del tutto particolare e senz’altro importante, molto più importante di quanto non sia mai stato riconosciuto anche da molti uomini e donne della sinistra. Una esperienza di vita e di militanza che è anche la storia di una grande comunità, quella dei comunisti italiani prima e poi dei partiti che da quell’esperienza hanno preso vita. Le memorie di Diego si snodano lungo l’arco di decenni vissuti in quella comunità dove si è formato come persona, incontrando persone e vivendo situazioni ed episodi importanti. Diego Simioli e i suoi compagni li si incontrava alle manifestazioni o alle varie iniziative politiche, guidavano e salivano sulle macchine dei dirigenti con compiti di scorta in anni complicati, quando il terrorismo e l’eversione colpivano senza pietà come ricorda Luciano Violante nella sua introduzione. Uomini, compagni generosi che hanno dedicato gratuitamente tantissimo tempo sottratto ai loro affetti, a mogli e figli, alla loro vita di tutti i giorni, spesso pagandone le conseguenze nella loro sfera di vita privata. Compagni che per tanti come me sono diventati nel tempo un riferimento prezioso.

Per chi non li ha conosciuti immagino sia difficile capire fino in fondo il senso del loro impegno. Viaggiavano dentro quelle auto con i dirigenti di quel partito dei quali avevano ascoltato dialoghi, telefonate, conoscevano fatti, persone, episodi e aneddoti che avrebbero potuto riempire volumi di memorie e retroscena. Ma erano discreti, affidabili, riservati. E non era cosa da poco. Ho conosciuto Diego e suo fratello Rodolfo, Beppe Scattolin e tanti altri. Persone concrete, disponibili, appassionate e intelligenti. Quella loro riservatezza non era solo frutto di una professionalità maturata nel tempo ma il risultato di una profonda coscienza politica, di un senso della militanza e dell’appartenenza che restituiva intatta l’umanità e la passione che si portavano dentro. I loro (e non solo loro) “maestri”, Palmiro Gonzato e Pietro Cordone, sono state figure importantissime, quasi mitiche nel Partito comunista torinese del dopoguerra. Uomini tutti d’un pezzo che hanno praticato e insegnato la disciplina e il senso di appartenenza a quella comunità di donne e uomini che desiderava cambiare in meglio la società. Dai tanti aneddoti che Diego Simioli racconta, pur con la necessaria e imprescindibile riservatezza, dagli incontri con dirigenti come Giancarlo Pajetta e tanti altri, si intuisce nettamente la sostanza di quella miscela unica di passione e sentimenti che li spingeva a sacrificare tante cose, serate, notti, ferie, famiglie, per quella che ritenevano la loro missione dentro una grande storia comune. “ I compagni della vigilanza mi hanno silenziosamente insegnato il primato del partito – scrive Violante – perché il partito siamo tutti noi, la generosità, la fratellanza, il significato dell’appartenenza a una comunità che aveva regole e gerarchie, ma che aveva soprattutto rispetto reciproco e fiducia”. Quel servizio d’ordine, composto da militanti responsabili e preferibilmente robusti, era principalmente destinato a prevenire, ad evitare le provocazioni e le possibili degenerazioni delle manifestazioni, innescate per lo più da provocazioni dei gruppi più estremisti, di frange di manifestanti, dei fascisti e talvolta anche da parte di chi avrebbe dovuto garantire l’ordine pubblico. A volte incompresi nel loro stesso partito, mai abbastanza valorizzati e ringraziati per quel prezioso e oscuro lavoro, Diego Simioli e gli altri della vigilanza sono restati molto legati tra loro e con questo libro, raccontandone almeno in parte la vicenda, è augurabile che possano venire risarciti almeno sotto il profilo della memoria per l’affidabilità, la disponibilità individuale e collettiva, la capacità organizzativa e la passione di un gruppo di militanti che ha sempre lavorato per la sicurezza e la tranquillità di tutti, spesso anche di chi non ne condivideva le idee politiche ma si riteneva un democratico.
Marco Travaglini

Il processo a Vittorio Emanuele III promosso a Torino dal centro studi “ Vittorio Emanuele Orlando “ha rappresentato un tentativo di riaprire il caso del terzo re d’Italia anche lui “bestemmiato e pianto”, come diceva Carducci di Carlo Alberto.
Molti anni fa, mi riferisco agli Sessanta del secolo scorso, si favoleggiava di un diario o memoriale di Vittorio Emanuele che ,quando fosse stato reso pubblico, avrebbe potuto rappresentare le ragioni del re che avrebbero potuto anche modificare certi giudizi negativi sul suo operato. Di questo memoriale non ho mai più sentito parlare neppure dopo la morte di Umberto II. Ritengo quindi che questa preziosa testimonianza storica fosse inesistente o sia stata distrutta, anche se Francesco Perfetti scrisse sul diario del re. Memoriale e diario furono cose differenti, il primo venne scritto nell’esilio volontario in Egitto e di questo si sono perse le tracce.
Chi voglia ricostruire storicamente la figura del re ha a sua disposizione più libri apologetici, che libri contrari che non hanno mai focalizzato la figura di Vittorio Emanuele sul cui giudizio storico si sono espressi in tanti ,ma scrivendo libri specifici sugli accadimenti storici del suo lungo regno: dall’età giolittiana alla Grande guerra, dalla marcia su Roma al delitto Matteotti ,dalle leggi razziali alla seconda guerra mondiale, dall’8 settembre al regno del Sud ,per non parlare delle guerre coloniali. Tutti temi controversi, come si può notare.
I testi apologetici sul re sono stati opera di Gioacchino Volpe, Alberto Bergamini, Carlo Delcroix, Nino Bolla, Piero Operti, Nino Consiglio, Aldo Mola. Trascuro i titoli giornalistici che non hanno valore storico. Non ricordo il nome di uno studioso di parte repubblicana che si sia dedicato al re, forse perché è ritenuto non meritevole di una biografia.
Andrebbero altresì citate le interviste rilasciate da Umberto II nei decenni dell’ esilio durante i quali l’ultimo sovrano difese sempre l’operato del padre, dimostrando come la venerazione affettuosa del figlio fosse superiore ad ogni tentativo di storicizzazione.

Nino Bolla intitolò un suo libro “Processo alla Monarchia“ e quindi l’idea torinese ha illustri precedenti proprio nel campo monarchico. Bolla tentò un processo di tipo storico, anche se non aveva le qualità e la documentazione necessaria per farlo.
Salvatore Sfrecola, giurista e storico, ha promosso l’idea di un processo in termini giuridici. Al processo intentato a re Vittorio si può solo obiettare che un processo di tipo giudiziario non coincide con quello storico. Luigi Firpo insisteva nel sostenere che i giuristi non possono essere degli storici ,anche se lui stesso era laureato in Giurisprudenza.
Ciò che è legale giuridicamente – diceva- non è detto che sia produttivo in termini storici. Le scelte politiche infatti si giudicano dai risultati ottenuti, perché l’albero si valuta dai frutti che porta, affermava Firpo. Questo in effetti è l’unico modo non ideologico di confrontarsi con il passato. Pertanto andrebbe evitata a priori la pregiudiziale monarchica o repubblicana, anche affrontando il tema del re. L’esempio di Benedetto Croce che fu monarchico ,ma criticò il re per le sue responsabilità nei confronti del fascismo va considerato.
Stando alle conclusioni a cui è giunto il giudice torinese, il re è stato assolto per l’ingresso nella prima guerra mondiale perché, stando allo Statuto, era di sua stretta competenza dichiarare la guerra che venne ratificata dal Parlamento. Anche la segretezza dei Patti di Londra con gli alleati è stata quindi considerata legittima. Ciò non significa però valutare quella guerra in termini storicamente positivi. Forse l’Italia non poteva sottrarsi ma la guerra in sé distrusse i risultati raggiunti con Giolitti nei quindici anni precedenti e germinò tensioni sociali talmente forti da mandare in crisi lo Stato liberale. Anche la designazione a Presidente del Consiglio di Mussolini nel 1922 è stata considerata legittima dal giudice perché il governo Facta dimissionario non poteva proclamare lo stato d’assedio voluto dal ministro della guerra Soleri per fermare la Marcia su Roma. Ma lo storico deve guardare anche alle conseguenze di quella scelta, anch’essa avallata dal Parlamento .Filippo Turati in esilio scrisse: “Abbiamo consegnato noi l’Italia al fascismo“. Chiamare in causa il solo Vittorio Emanuele era un grave errore che alcuni storici hanno corretto. Le conseguenze si videro negli anni successivi a partire dal delitto Matteotti di fronte al quale il re non ritenne di dover prendere posizione, malgrado l’Aventino.
Il giudice torinese condanna invece all’ergastolo il re per la firma delle leggi razziali : difficile dargli torto perché il discorso secondo cui il re non poteva non firmare crea alibi storici non accettabili in quanto il disconoscimento della deriva razziale del regime non era cosa di routine e disconosceva il rapporto storico con gli Ebrei dal Risorgimento in poi. Chi parla di un voto favorevole del Parlamento non considera che la Camera dei fasci e delle corporazioni non era un libero Parlamento, come anche il Senato che era ampiamente fascistizzato nel 1938. Questo è un esempio di formalismo giudico travolto dalle ragioni della storia.
De Felice ha scritto una storia sugli ebrei in Italia che resta una testimonianza conclusiva, ammesso che nella ricerca storica si possa parlare di ricerche conclusive in particolare per il caposcuola del revisionismo.
Infine il giudice ha amnistiato il re (forse andava assolto almeno per insufficienza di prove) per l’ 8 settembre e la “fuga di Pescara“.Le massime responsabilità storiche dell’8 settembre furono di Badoglio che nei 45 giorni dopo il 25 luglio 1943 non seppe agire in modo adeguato. L’8 settembre Roma non era più difendibile e il trasferimento veloce del re e del governo fu indispensabile per garantire, sia pure fortunosamente, la continuità dello Stato. Dal regno del Sud, di cui scrisse Agostino degli Espinosa, rinacque l’esercito italiano dopo lo sbandamento imputabile soprattutto a Badoglio e agli Stati Maggiori che lasciarono senza ordini truppe sparpagliate nei diversi territori di guerra. Ciò che accadde a Cefalonia resta come una macchia indelebile. Sarebbe interessante se Sfrecola organizzasse un processo a Badoglio a partire dalla Grande Guerra.
Poi, oltre ai temi affrontati nel processo, andrebbe anche messa in discussione la tardiva abdicazione del re il 9 maggio 1946 che non consentì al nuovo re Umberto II, già luogotenente generale del Regno, di affrontare il referendum in modo più adeguato. E’ una questione solo politica, ma certo pesò sulle sorti della monarchia sabauda.
Comunque il processo di Torino ha smosso le acque e c’è da augurarsi che in futuro ci sia uno storico che voglia affrontare la vita di questo re. La storia non è mai giustiziera, diceva Croce e anche per re Vittorio deve valere questo principio. Perfino il trasferimento della sua salma da Alessandria d’Egitto a Vicoforte qualche anno fa suscitò polemiche ma, ad ottant’anni anni dal referendum istituzionale, sarebbe bene voltare pagina e storicizzare anche il piccolo re.
Trentesima edizione 23 e 24 maggio prossimi, occasione di un racconto collettivo del patrimonio italiano.
Nel 2026 torna per la sua trentesima edizione Monumenti Aperti, un’iniziativa che dalla Valle d’Aosta alla Sicilia apre grandi e piccoli tesori nascosti della penisola, sviluppando un racconto corale collettivo e condiviso, in cui monumenti e patrimoni diventano gratuitamente accessibili al pubblico grazie a guide d’eccezione. Ottocento sono i siti visitabili e i monumenti distribuiti in diciotto regioni, per raccontare un Paese vivo, stratificato e ricco di storia.
In occasione di Monumenti Aperti 2026 sarà possibile visitare la suggestiva Cavallerizza Caprilli, esempio straordinario di architettura Art Nouveau, situato in viale della Rimembranza, a pochi minuti dal centro storico e dalla stazione ferroviaria di Pinerolo. Costruita tra il 1909 e il 1910, rappresenta oggi il più grande maneggio coperto d’Europa e uno dei luoghi simbolo della tradizione equestre italiana, dedicata al capitano Federico Caprilli. Il monumento sarà aperto al pubblico sabato 23 e domenica 24 maggio con visite guidate dalle 10 alle 12 e dalle 14 alle 18.
A trent’anni dalla sua nascita, l’anima di Monumenti Aperti rimane intatta.
Il progetto nasce a Cagliari per volontà di tre amici mossi dal desiderio di raccontare il proprio territorio, di renderlo accessibile e condiviso. Da quel gesto semplice e radicale insieme ha preso forma un percorso che, in tre decenni, ha coinvolto centinaia di Comuni e riaperto migliaia di monumenti, trasformando un’idea locale in una pratica nazionale. Oggi Monumenti Aperti rappresenta una pratica culturale che connette persone e territori, in cui il racconto si fa esperienza e la conoscenza nasce dalla partecipazione.
Da qui lo slogan della trentesima edizione “Generazione Monumenti Aperti. Un patrimonio di cultura, legami e memoria, una questione d’amore per la nostra terra” e l’immagine dell’opera di Maria Jole Serrell che l’accompagna “in tasca solo pezzi di casa” e una mission capace di rendere il patrimonio motore di inclusione attraverso iniziative per tutte le età, Cultura senza Barriere, Monumenti in Musica & Spettacolo e attività per famiglie e bambini.
Cultura senza Barriere promuove un accesso concreto e inclusivo, con percorsi dedicati, servizi gratuiti e il coinvolgimento di persone con disabilità come guide volontarie, affiancato da una mappatura dei livelli di accessibilità dei monumenti. Monumenti in Musica& Spettacolo coinvolge, invece, scuole e realtà locali in performance artistiche e musicali, arricchendo le visite e trasformando il patrimonio in un’esperienza condivisa ed emozionale.
Mara Martellotta
Foto Imago Mundi ODV
Durante il Nazismo salvo’ migliaia di libri proteggendo la memoria collettiva.
Ci sono storie che restano ai margini, eppure hanno contribuito in modo decisivo a costruire l’identità di una città. Torino è anche questo: un intreccio di vite femminili coraggiose e spesso poco raccontate, come quella di Noemi Gabrielli; donne che, in ambiti diversi, hanno saputo proteggere, innovare, resistere. Recuperare oggi le loro storie non è solo un atto di memoria, ma un modo per dare profondità al presente e riconoscere il valore di un’eredità culturale che continua a parlarci. Durante la Seconda Guerra Mondiale, mentre l’Europa bruciava sotto i bombardamenti e le città venivano distrutte, c’era anche chi combatteva una battaglia meno visibile ma altrettanto importante: salvare la cultura. A Torino, questo compito ebbe il volto e la determinazione di Noemi Gabrielli, funzionaria nelle biblioteche e storica dell’arte. Nata nel 1901 a Pinerolo, museologa, lavorava già da anni alla tutela del patrimonio quando la guerra cambiò tutto, le bombe non colpivano solo case e fabbriche, ma anche biblioteche e archivi. A questo si aggiungeva il rischio di razzie e distruzioni legate al nazismo che in tutta Europa aveva già preso di mira libri e opere d’arte. In quel contesto, la Gabrielli capì subito una cosa: bisognava agire in fretta, e lo fece. Organizzò lo spostamento di migliaia di volumi, tra cui manoscritti antichi e testi rari, lontano dalla città, in luoghi ritenuti più sicuri. Era un lavoro complesso e rischioso, i trasferimenti avvenivano sotto la minaccia dei bombardamenti e in un clima di incertezza continua. Eppure la Gabrielli andò avanti, assumendosi responsabilità dirette e prendendo decisioni rapide. Non si trattava solo di salvare oggetti, ma di proteggere una parte essenziale della memoria collettiva. Grazie a queste operazioni, migliaia di libri furono messi al sicuro. Alla fine della guerra, quando Torino iniziò lentamente a rialzarsi, quel patrimonio poté tornare nelle biblioteche. Un risultato concreto, che oggi appare quasi scontato, ma che allora dipese dalla determinazione di poche persone. Dopo il conflitto, Noemi Gabrielli continuò il suo lavoro nel campo della tutela artistica, contribuendo alla ricostruzione culturale del territorio piemontese. Morì nel 1979, senza mai cercare visibilità per ciò che aveva fatto. Oggi il suo nome è ricordato anche nel Giardino Noemi Gabrielli. Ma la sua storia resta ancora poco conosciuta. Eppure racconta qualcosa di molto attuale: nei momenti più difficili, difendere la cultura significa difendere l’identità di una comunità e a volte, per farlo, basta il coraggio di agire quando tutto intorno crolla. “Se dovessi rinascere mi dedicherei ancora con questo entusiasmo a questo lavoro” disse Noemi Gabrielli.
