Due opere per celebrare uno dei simboli della città
La Sacra Sindone rappresenta molto per Torino. Il suo fascino misterioso e senza tempo racconta, attraverso un telo di lino bianco in uso nella cultura ebraica per la sepoltura dei morti, la Passione di Cristo. Emblema del confronto tra Chiesa e scienza, rimane la reliquia piu’ famosa di sempre, capace di far peregrinare milioni di persone devote ad ogni sua sontuosa ostensione, un evento molto sentito e solenne. Questo lenzuolo, carico di storia, ma anche di miti e leggende, appare nella storia nel 1353 quando Goffredo di Charny, cavaliere e scrittore medievale francese, lo porto’ dalla Terra Santa nella cittadina francese di Lirey dove fece costruire una chiesetta per custodirlo. Successivamente fu venduto al Ducato di Savoia, che aveva il suo capoluogo a Chambery, dove fu conservato fino al 1532 nella Sainte-Chapelle duSaint-Suaire quando un incendio, che fortunatamente non lo distrusse completamente, gli provoco’ degli evidenti segni di bruciatura.

Dopo vari spostamenti il sacro lino fu portato da San Carlo Borromeo, particolarmente devoto, da Milano a Torino per ordine di Emanuele Filiberto di Savoia, “testa di ferro”. Lo spostamento fu un vero e proprio pellegrinaggio che duro’ 4 giorni, con intervalli di meditazione spirituale ed esercizi di pieta’, percorso a piedi scalzi e accompagnato da un gruppo di quattordici persone. Appena arrivato a Torino fu subito onorato con una ostensione pubblica a cui parteciparono numerosissimi fedeli.
In piazza san Carlo, cosi’ nominata in memoria del viaggio del Santo con il famoso lenzuolo, ci sono due affreschi, di piccole dimensioni e poco conosciuti, che narrano i fatti accaduti quell’ottobre del 1578 quando la Sacra Sindone arrivo’ a Torino con la promessa scritta di Emanuele Filiberto, mai mantenuta, di riportarla a Chambery in breve tempo. Questi dipinti murali commemorativi, dall’autore ignoto e che un tempo erano ben 4, si trovano all’estremita’ della piazza, il primo, che raffigura la Madonna con Emanuele Filiberto e San Carlo Borromeo, nell’angolo con via Alfieri e l’altro, dove si riconosce ancora la Vergine Maria, questa volta con San Francesco D’Assisi e un frate, e’ sito all’angolo con via Santa Teresa. Gli altri due dipinti sono purtroppo andati perduti durante i bombardamenti della seconda guerra mondiale.
Nella Chiesa di San Carlo Borromeo, inoltre, si possono ammirare due affreschi che celebrano l’arrivo a piedi di San Carlo a Torino e il Santo in adorazione del piu’ famoso telo.
MARIA LA BARBERA






Visita guidata domenica 20 settembre alle ore 15.45
I Giardini della Palazzina di Caccia di Stupinigi tornano al centro dello sguardo come spazio storico, sguardo vivo e laboratorio di tutela contemporanea.
“Vedere lo spazio, guardare la storia: risveglio dei Giardini di Stupinigi” è un appuntamento dedicato alla riscoperta del complesso verde della residenza juvarriana attraverso mappe storiche, prospettive paesaggistiche e riflessioni sul rapporto tra patrimoni e ambiente. Una lettura, oggi, dei Giardini di Stupinigi, significa attraversare secoli di trasformazioni, dalle linee prospettiche e dalle rotte di caccia che definivano il disegno originario della residenza fino a recenti interventi di recupero che hanno restituito leggibilità e profondità a uno dei luoghi più significativi delle Residenze Sabaude. Il percorso accompagna il pubblico dentro la struttura geometrica del giardino settecentesco e nei suoi appartamenti verdi recentemente ripristinati, restituendo la complessità di uno spazio pensato come estensione architettonica della Palazzina. L’incontro con il giardino non guarda solo al passato, perché esso diventa uno strumento per guardare al presente. La gestione del paesaggio storico, oggi, si confronta con le sfide poste dai cambiamenti climatici, dalla tutela delle specie protette e dalla necessità di ripensare gli equilibri tra conservazione e trasformazione. Si tratta di un dialogo tra ricerca storica e documentazione che risulta cace di restituire al giardino il suo ruolo di spazio vivo e in continua evoluzione.
Palazzina di Caccia di Stupinigi – piazza Principe Amedeo 7, Stupinigi.
Domenica20 settembre, ore 15.45, “Vedere lo spazio, guardare la storia: il risveglio dei giardini di Stupinigi”
Mostra “Sulle strade della regina”
Info e prenotazioni: 011 6200601 – stupinigi@biglietteria.ordinemauriziano.it
Orari e aperture: da martedì a venerdì 10/17.30 – sabato, domenica e festivi 10-18.30
Mara Martellotta
Massimino, la perla della Val Tanaro
Nella verde Val Tanaro, al confine tra Piemonte e Liguria, in Provincia di Savona, esiste un borgo circondato da castagneti, che con i suoi 106 abitanti rappresentata il più piccolo Comune del Savonese: si tratta di Massimino.
Il paese, ubicato a 540 metri sul livello del mare, deve molto probabilmente il suo nome alla Grangia benedettina di San Massimo, posta sulle sue alture e appartenuta per un certo periodo all’Abbazia di S. Pietro in Varatella di Toirano.
Il suo fascino autentico e la sua aria incontaminata lo rendono una sosta irrinunciabile per il viaggiatore che percorrendo la SS 490 del Colle del Melogno, attraversa questi incantevoli luoghi diretto verso le spiagge della Riviera di Ponente.
LA SUA STORIA
Massimino, come testimoniato da un diploma del 967 d.C. dell’Imperatore dei Romani Ottone I di Sassonia, fece parte della Marca Aleramica, il cui sovrano fu Aleramo I ed il cui capoluogo era Savona.
Aleramo ebbe, tra gli altri, i seguenti figli: Anselmo, che fu il capostipite dei Marchesi di Savona e Ottone, che fu il capostipite di quelli del Monferrato.
Il Marchese di Savona Bonifacio del Vasto, bisnipote di Anselmo, dopo il 19 dicembre 1091, anno della morte di sua zia materna Adelaide di Torino, vedova di Oddone di Savoia, quartogenito di Umberto I Biancamano, il fondatore della Dinastia Sabauda, occupò le Contee di Asti, Alba, Albenga, Auriate e Bredulo. Si spense nel 1125 e nel 1142 i figli avuti dalla seconda moglie Agnese di Vermandois, si divisero i possedimenti paterni: Manfredo fu il capostipite dei Marchesi di Saluzzo; Berengario, figlio di Guglielmo, diede origine ai Marchesi di Busca; Anselmo ereditò Ceva; Ugo ereditò Clavesana, mentre ad Enrico andarono Savona, Noli, Finale Ligure, Cairo Montenotte e alcuni castelli e borghi minori, tra i quali Altare, Calizzano e Sassello. Alla morte del fratello Bonifacio il Minore, Vescovo e Marchese di Cortemilia, ereditò anche il Marchesato di Cortemilia, con castelli e ville delle Langhe, tra i quali Novello. Egli da Beatrice del Monferrato, figlia del Marchese Guglielmo V, ebbe tra gli altri i seguenti figli: Enrico II e Ottone i, quali furono i primi a portare il cognome Del Carretto in onore del poema “Il cavaliere del carretto”, scritto dal francese Chrétien de Troyes.
Anselmo di Ceva ebbe tra gli altri i seguenti figli: Guglilemo, che portò avanti il ramo di Ceva e Bonifacio, il quale alla morte senza figli dello zio paterno Ugo di Clavesana ereditò i suoi possedimenti e fu il capostipite dei Marchesi di Clavesana.
Massimino divenne possedimento dei Marchesi di Ceva; essi nel XII secolo fecero costruire un maniero del quale rimangono pochi ruderi delle mura che lo circondavano e che cingevano anche il borgo cresciuto ai suoi piedi.
Negli anni ’20 del Duecento, quando regnava il Marchese Guglielmo II di Ceva, passò a suo cugino il Marchese Enrico II Del Carretto, il quale aveva ereditato dal padre, il sopraccitato Enrico I, un feudo vastissimo che andava da Finale Ligure fino ad Alba. Alla morte di Enrico II nel 1233 i suoi possedimenti passarono al figlio Giacomo, il quale da Caterina da Marano, figlia naturale dell’Imperatore dei Romani Federico II di Svevia, ebbe cinque figli, tra i quali Aurelia, che avendo sposato in seconde nozze Francesco Grimaldi detto “Malizia”, divenne la prima Signora di Monaco e tramite il suo figlio di primo letto Ranieri I è l’antenata dell’attuale Principe sovrano Alberto II. Alla dipartita di Giacomo Del Carrretto nel 1268 i suoi tre figli maschi si spartirono i possedimenti paterni: Enrico III fu il capostipite dei Del Carretto di Novello; Corrado di quelli di Millesimo e Antonio di quelli di Finale Ligure.
Massimino entrò a far parte del Marchesato di Finale e per la sua posizione al confine con il Comune piemontese di Bagnasco, che faceva parte del Marchesato di Ceva e dal 1558 del Ducato di Savoia, ospitò numerose bande di contrabbandieri e briganti che dal Piemonte cercavano rifugio nel Marchesato di Finale Ligure.
Nel 1602, alla morte dell’ultimo marchese Sforza Andrea, il marchesato, incluso Massimino passò a Re Filippo II di Spagna. Gli spagnoli, che possedettero queste terre fino al 1713, destinarono il Castello di Massimino a sede della loro guarnigione.
Con il Trattato di Utrecht del 1713 il Marchesato di Finale Ligure andò all’Austria, la quale lo cedette subito alla Repubblica di Genova, con il vicolo che la popolazione continuasse a beneficiare degli statuti e delle autonomie godute fino a quel momento. Massimino divenne quindi genovese e lo rimase fino al Congresso di Vienna, con il quale venne sancita l’annessione della Repubblica di Genova al Regno di Sardegna. Il maniero venne definitivamente distrutto durante il periodo napoleonico.
L’ECONOMIA
Una delle fonti principali di reddito per la popolazione erano i castagneti che circondano ancora oggi il paese. Molti abitanti con i loro muli e i loro buoi aiutavano il transito dei convogli al Valico dei Giovetti, importante arteria commerciale che collega Calizzano e Murialdo con Massimino e l’alta Val Bormida all’alta Val Tanaro. La loro attività era simile a quella svolta dai “marrons”, i quali aiutavano mercanti e viandanti a valicare il Colle del Moncenisio.
LE BELLEZZE DI MASSIMINO
Nella Borgata di San Vincenzo, sede comunale, si erge la Chiesa Parrocchiale di San Donato, edificata nel 1813.
Nelle vicinanze vi è la chiesetta di San Vincenzo Ferreri, Oratorio dei Disciplinati, risalente al 1797.
Il fiore all’occhiello del paese è la Chiesa di San Giuseppe, edificata a fianco del castello come Oratorio della Compagnia dei Disciplinati prima del XVI secolo.
Al suo interno vi sono tre altari: quello centrale dedicato a San Giuseppe e i due laterali, dedicati rispettivamente a San Rocco e a San Massimo. Gli affreschi che decorano l’abside sono stati realizzati nel 1543, ma parte di essi sono stati ricoperti di calce durante una disinfestazione susseguente ad una delle numerose epidemie pestilenziali che colpirono questo territorio.
Ad un centinaio di metri da questa chiesa, nei verdi boschi, ci sono i ruderi dell’antica Chiesa Parrocchiale di San Donato, che sulla carta topografica di Massimino del 1762 è riportata come Parrocchiale S. Nicolò.
Molti luoghi di culto sono disseminati nelle frazioni.
In Frazione San Pietro c’è l’antichissima chiesetta, intitolata a Sant’Antonio Abate, restaurata nel 1773, mentre in Frazione Costa sorge la Chiesa dedicata a San Giovanni Battista, la più antica di Massimino, che presenta ancora pregevoli affreschi.
In Frazione Muraglia sorge la cappella dedicata a Sant’Antonio da Padova, edificata nel 1744 dalla popolazione.
In località Boscogrande si trovano due cavità naturali ellittiche, scavate sopra un masso affiorante lungo un sentiero, che la fantasia popolare ha trasformato in impronte lasciate dal diavolo.
Tra i Comuni di Massimino, Calizzano e Murialdo c’è l’area protetta del Bric Zerbi, un sito di interesse comunitario della Regione Liguria, istituito nell’ambito della Direttiva 92/43/CEE e designato come Zona Speciale di Conservazione.
Quest’area di 711 ettari è caratterizzata da una flora composta da faggi e castagni di età e dimensioni notevoli e da una foresta riparia popolata da ontani, salici e dalla calta palustre. Sono inoltre presenti varie specie di orchidee e la bellissima aquilegia scura.
La fauna comprende varie specie di rapaci, tra i quali lo sparviero e il falco pecchiaiolo. Nelle zone umide sono presenti il pesce sanguinerola e alcune specie di anfibi.
La zona occidentale di quest’area protetta è attraversata dall’itinerario escursionistico A51A che collega il Colle dei Giovetti con la Bocchetta di Vetria.
ANDREA CARNINO
Quando la radio si fece piccola e portatile
Nell’agosto del 1955, venne commercializzata la piccola, mitica, radio portatile TR-55, interamente a transistor. Era una rivoluzione che avrebbe cambiato il mondo della radio e il costume. Sfortunatamente il TR-55 fu prodotto in piccola quantità e solo per il mercato interno
Non ho idea se vi è capitato di vedere “1941 – Allarme a Hollywood”, un film del 1979, diretto da Steven Spielberg e interpretato, tra gli altri, da John Belushi e Dan Aykroyd. Un bel film comico, che a suo modo narra la follia della guerra e, volutamente, mette in ridicolo l’esercito americano e prende di mira i valori della società a stelle e strisce. A dire il vero la comicità del film non è venne apprezzata dal pubblico statunitense, senza dimenticare che la ferita per la sconfitta in Vietnam ( appena quattro anni prima) era ancora fresca e il pubblico sentiva il bisogno di vedere i propri valori esaltati e non sbeffeggiati. Fatto sta che la trama si svolge sei giorni dopo l’attacco di Pearl Harbor (7 dicembre 1941), con la California in preda dell’isteria, perché teme di essere la prossima vittima dei giapponesi. Un sommergibile nipponico, al largo delle coste statunitensi, ha come obiettivo colpire il simbolo dell’America: Hollywood. Ma quando la bussola e parte dei macchinari si rompe, i giapponesi devono catturare un americano per farsi dire l’esatta direzione per Hollywood. Così, rapiscono un certo Hollis P. Wood. Cosa accadrà, tra scene grottesche, le esilaranti gag di John Belushi ( il capitano Wild Bill Kelso) e la “missione” impossibile del sommergibile, non lo svelerò perché il film è da vedere. Una scena però è utile ad introdurre ciò che accadde sessantaquattro fa, il 7 di agosto del 1955. Ed è quella del tentativo,da parte dei marinai del Sol Levante, di far entrare nella torretta dello scafo la grande radio che il signor Wood portava con se. Non riuscendo nell’impresa, uno dice, sconsolato: “ricordiamoci di farle più piccole”. Così, film a parte, nel 1955, i fondatori della giapponese Sony, Masaru Ibuka e Akio Morita,s’impegnarono a costruire una radio utilizzando un transistor, un nuovo straordinario dispositivo semiconduttore di proprietà dell’azienda americana Western Electrics. Ibuka e Morita si recarono più volte negli Stati Uniti, ma l’ambizioso progetto dei due non riuscì a persuadere i vertici della Western Electrics, piuttosto scettici. Nel libro che ha scritto, “ Made In Japan”, Morita affermò: “I responsabili di Western Electrics mi dissero che se avessimo utilizzato un transistor in un prodotto di consumo, l’unico dispositivo che avremmo potuto realizzare sarebbe stato un apparecchio acustico“.Malgrado i pareri degli esperti, i due giapponesi – determinati e testardi – non si lasciarono scoraggiare e continuarono a perseguire il proprio obiettivo. Così, dopo ricerche, sperimentazioni e analisi, con l’aiuto del fisico Leo Esaki e di un grande team di ingegneri, i due fondatori della Sony coronarono il loro sogno, riducendo sensibilmente le dimensioni del transistor e creando una radio che, nelle parole di Morita, “era più che portatile: era tascabile”. Così, nell’agosto del 1955, venne commercializzata la piccola, mitica, radio portatile TR-55, interamente a transistor. Era una rivoluzione che avrebbe cambiato il mondo della radio e il costume. Sfortunatamente il TR-55 fu prodotto in piccola quantità e solo per il mercato interno, tant’è che risulta oggi praticamente introvabile. In Europa arrivò poco dopo il modello TR-63 a batteria da 9V dal costo di circa quaranta dollari. La prima, piccola radio a transistor, da quel giorno ci accompagnò con notizie e musica. Con la certezza che, dalla torretta alla pancia del sommergibile, la TR-55 sarebbe scivolata dolcemente in giù, senza opporre resistenza.
Marco Travaglini
L’11 settembre 1697
Il primo fatidico “11 settembre” si combatté sulle rive del Tibisco: a Zenta, nei pressi del Danubio, in terra ungherese, fu fermata l’avanzata dell’esercito ottomano in Europa che dopo la disfatta epocale davanti alle mura di Vienna nel 1683 aveva riconquistato Belgrado nell’ottobre del 1690 e minacciava nuovamente l’Ungheria. Erano tutt’altro che annientati i turchi che ripresero vigore pensando di portare nuovamente le loro armate nel cuore dell’Europa. Quel giorno Eugenio di Savoia, al comando dell’esercito imperiale d’Asburgo, inflisse ai turchi una sconfitta disastrosa. Era l’11 settembre 1697: la battaglia di Zenta (oggi Senta, nel nord della Serbia) fu uno scontro determinante della guerra contro i turchi, iniziata con l’assedio di Vienna nel cuore dell’Europa, e si può considerare il primo vero “11 settembre” della storia del secolare scontro di civiltà tra cristiani e musulmani, tra il Cristianesimo e l’Islam incarnato a quel tempo dalla potenza ottomana. Non quindi il recente l’11 settembre 2001, di cui ricorre oggi il sedicesimo anniversario, né tanto meno il 12 settembre 1683, il mitico anno della liberazione di Vienna asburgica dall’assedio del Gran Vizir Kara Mustafà, anche se alcuni giornalisti e registi si dilettano a fissare la data della battaglia di Vienna nel giorno della vigilia, l’11 settembre, per trovare a tutti costi un’analogia storica con il giorno dell’attentato alle Torri Gemelle di New York. In realtà la battaglia alle porte di Vienna si svolse nella giornata del 12 settembre, dalle prime luci del giorno fino al tardo pomeriggio. Poco male, si dirà, tuttavia si scrivono poderosi libri su Vienna e non si parla mai della vittoria di Zenta che pose fine alla minaccia turca per l’Europa cristiana esaltando la fama di Eugenio come uno dei più abili generali e strateghi del suo tempo. Sulle sponde del Danubio gli ottomani sconfitti furono costretti ad accettare le condizioni del trattato di pace di Karlowitz del 26 gennaio 1699, il primo trattato imposto ai turchi dalle potenze cristiane. L’imperatore d’Asburgo riprese gran parte dell’Ungheria, abbattendo il vessillo della Mezzaluna dopo 150 anni di dominio, e la Transilvania mentre Venezia prendeva possesso della Morea e della Dalmazia. Nei saloni dei suoi Palazzi viennesi il Principe si aggiornava sui movimenti dei turchi nei Balcani e passava in rassegna le proprie truppe, la fanteria, i dragoni a cavallo, gli ussari d’assalto. Si preparava a un nuovo scontro con i turchi di cui non si fidava. Li conosceva bene, li aveva già combattuti e sconfitti in Austria e in Ungheria. Il sultano Mustafà II era partito da Belgrado al comando di 100.000 uomini, un esercito immenso composto da giannizzeri, cavalleria, artiglieri, seguiti da una moltitudine di artigiani, cuochi, giocolieri, donne dell’harem ed eunuchi. Non si conosceva la direzione dell’armata turca. Soltanto il 7 settembre Eugenio venne a sapere da un pascià disertore che il sultano aveva raggiunto il fiume Tibisco vicino al villaggio di Zenta allestendo in gran fretta un ponte di sessanta barche per farvi transitare il suo esercito diretto verso Temesvàr (Timisoara) e la Transilvania. Eugenio di Savoia era diventato solo un mese prima, nell’agosto 1697, comandante dell’esercito imperiale austriaco. Nel pomeriggio dell’11 settembre una parte della cavalleria turca aveva già guadato il fiume ma il grosso dell’esercito era rimasto sull’altra sponda formando un semicerchio intorno al ponte con trincee, depositi di armi e viveri e fortificazioni che però non ebbe il tempo di completare. Il principe Eugenio era ancora lontano dal fiume ma i suoi messaggeri lo aggiornarono in breve tempo sui piani dei turchi. L’occasione per attaccarli era troppo favorevole. Non perse tempo e ordinò ai suoi uomini di avanzare e dopo una lunga estenuante marcia arrivò nei pressi del fiume. Il Principe era raggiante: i turchi erano davanti a lui, sulla sponda occidentale del Tibisco, circondati dalla sua cavalleria. Lanciò i dragoni imperiali all’assalto gettando nello scompiglio il campo turco, al di qua del Tibisco, dove si trovava il grosso delle truppe nemiche. Gli ottomani furono travolti e sbaragliati dalla furia degli austriaci. I giannizzeri, il corpo d’elite dell’esercito della Mezzaluna, attaccati da ogni parte si difesero fino all’ultimo con armi da fuoco e scimitarre per poi darsi alla fuga che si trasformò presto in un massacro. Molti soldati turchi furono uccisi sul ponte e tanti altri morirono annegati nel fiume rosso di sangue. Galleggiavano così tanti corpi che, scrisse Eugenio nel suo diario di battaglia, “i suoi soldati potevano stare in piedi sui cadaveri dei turchi come su un’isola”. L’esercito sultaniale cadde sotto il fuoco dei cannoni imperiali e fu distrutto. Quindicimila uomini morirono combattendo e altri 10.000 annegarono nel Tibisco. Poche centinaia si misero in salvo sulla riva orientale del fiume tra cui il sultano che evitò di essere catturato e fuggì con un manipolo di fedelissimi verso Temesvàr. Il gran visir e alcuni governatori della Bosnia e dell’Anatolia insieme a numerosi ufficiali furono uccisi. In campo austriaco si contarono appena 400 morti e un migliaio di feriti. Anche il bottino catturato era favoloso e comprendeva migliaia di carri, almeno 20.000 cammelli e 800 cavalli, 400 bandiere, denaro e armi in gran quantità. Tra i trofei finiti nelle mani dei vincitori c’era anche il sigillo del sultano (il Tughra, in turco-ottomano) che il gran visir portava al collo come segno della sua autorità. Eugenio lo raccolse nella polvere insanguinata della battaglia, tra destrieri caduti sul terreno, soldati morti o feriti e armi abbandonate, e oggi si trova nel Museo viennese di storia militare. I combattimenti cessarono nella tarda serata, “come se, scrisse il feldmaresciallo all’imperatore, il sole non avesse voluto tramontare prima di aver assistito al completo trionfo delle gloriose armi di Vostra Maestà Imperiale”. L’apoteosi delle gesta del principe Eugenio emerge in tutto il suo fulgore nei palazzi e nei giardini viennesi, come il Belvedere, decorati con allegorie che celebrano le sue grandiose battaglie contro i turchi. Dopo l’11 settembre di Zenta la potenza della Mezzaluna decadde in Europa anche se i sultani del Bosforo rimasero una minaccia costante sia a est che a Occidente e l’esercito ottomano era ancora, per le sue dimensioni, la più grande armata d’Europa, un nemico eccezionale. Un dubbio tuttavia resta nei pensieri e nelle analisi degli storici a oltre tre secoli di distanza: la fama di Zenta e delle altre vittorie contro il feroce Turco erano davvero merito esclusivo di Eugenio e delle sue truppe imperiali o sono da imputare anche agli errori tattici dei turchi sul campo di battaglia e al logoramento della loro forza militare. Forse la verità sta nel mezzo ma ciò non toglie, come ha scritto Joseph von Hammer, il principale studioso dell’Impero ottomano, che “la battaglia di Zenta diede all’impero asburgico la vittoria definitiva e determinò irrevocabilmente il declino di quello ottomano”. Ma la guerra del Prinz sabaudo e dell’imperatore Leopoldo I contro i turchi continuò, restava da riconquistare Belgrado, ancora in mano al sultano. L’11 settembre di tre secoli fa era stata vinta a Zenta una battaglia molto importante ma non definitiva perchè una parte dell’esercito turco era riuscito a mettersi in salvo. Il grande “scontro di civiltà” era destinato a non tramontare.
Filippo Re
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Città dei crocieristi, delle torri e dei Papi, Savona è una bella città, facile da visitare per chi ha poco tempo. Il piccolo centro storico si gira agevolmente a piedi tra vicoli stretti, palazzi colorati e lunghe vie centrali come via Paleocapa. Per raggiungere tutte le altre località del Ponente è quasi d’obbligo passare da Savona ma spesso la città viene considerata solo un luogo di passaggio, sovente ignorata e trascurata. È uno sbaglio, andrebbe visitata e goduta anche Savona. Viene chiamata la Città dei Papi perché nei dintorni di Savona nacquero ben due Papi, Sisto IV, Francesco della Rovere (1414-1484), il pontefice che commissionò la Cappella Sistina di Roma e Giulio II, Giuliano della Rovere (1443-1513). Una piccola cappella Sistina c’è anche a Savona, accanto alla cattedrale dell’Assunta, fatta edificare proprio da Sisto IV come cappella funeraria per i suoi genitori. Non è certo paragonabile alla cappella omonima romana ma è comunque un’attrazione da non perdere. Si può visitarla sabato 10-12,30 e 16,00-18,00 e domenica 10-12 e 16-18, le visite po

meridiane sono sospese a luglio e agosto. Il Duomo, realizzato nel Seicento accanto alla cappella, si può vedere quando non sono in corso le funzioni religiose per ammirare gli affreschi di scuola genovese e savonese, l’organo voluto da Papa Sisto IV e gli appartamenti papali dove un altro Papa, Pio VII, fu rinchiuso come prigioniero di Napoleone ai primi dell’Ottocento. Ma il simbolo più importante della città è però la Torre del Brandale al porto, a Campanassa per i savonesi, la torre più importante tra le diverse torri della città. Innalzata nel Trecento, la campana suona quando in città succede qualcosa di importante. Ma accanto alla torre si anima un intero centro storico che merita una visita. A pochi metri svettano le
torri, più basse, Guarnero e Corsi, e poco più in là, all’ingresso di via Paleocapa, fa bella mostra di sé la Torre Leon Pancaldo che, eretta alla fine del Trecento, faceva parte della cinta muraria. A picco sul mare c’è l’imponente e straordinaria fortezza del Priamàr, eretta dai genovesi nel Cinquecento per proteggere la città dagli attacchi dal mare. Il porto fu interrato e sul colle del Priamàr venne costruita la piazzaforte dopo aver abbattuto l’antica cattedrale, tre ospedali, la chiesa e il convento dei Domenicani e diversi oratori. Scomparve in pratica la parte più importante della città di epoca medioevale. Gli storici fanno notare che nel Duecento a Savona si trovavano almeno 50 torri e una decina si innalzavano sul Priamàr. La fortezza, che conserva i pochi resti dell’antica cattedrale cittadina, fu anche carcere con Giuseppe Mazzini in cella. Oggi è un grande teatro all’aperto con spettacoli e concerti per tutta l’estate e ospita il Museo archeologico e il Museo Sandro Pertini. Infine, da gustare in tutti i sensi, la Vecchia Darsena con il porticciolo turistico a pochi minuti dal Priamàr, luogo di incontro di savonesi e turisti a spasso tra pescherecci, ristoranti e trattorie. Filippo Re
nelle foto:
la Fortezza del Priamàr a Savona
La Torre del Brandale con le torri minori
Interno della Cappella Sistina accanto alla Cattedrale