STORIA

Francesi a Oulx, da Luigi XIII a Richelieu

Assassinato in via Roma, nel centro di Oulx, davanti a una casa con due delfini e dei gigli scolpiti sulla facciata. Morì così, 400 anni, fa il “capitano La Cazette”, personaggio storico di Oulx, soprannome di Jean Borel, noto anche come Claude Arlaud Borel. Ma chi era costui? Chi va a Oulx d’estate o d’inverno e passa a piedi nel borgo inferiore della cittadina dell’Alta Valle di Susa, in via Roma appunto, lo può incontrare quando vuole. O meglio, trova la casa in cui è nato quando Oulx faceva parte del Delfinato, una delle antiche province francesi. Era soprannominato “il Capitano” per il suo ruolo di governatore dei forti di Briançon e Exilles nonché comandante militare delle truppe reali francesi nel Delfinato e in Alta Valle Dora durante le guerre di religione nel XVI secolo. Difese i cattolici dagli attacchi dei protestanti valdesi che poi si vendicarono facendolo fuori nel 1590, all’età di 70 anni, in quella che oggi si chiama Casa Ambrosiani. Oggi lì c’è un negozio che vende sedie da giardino e un ferramenta all’angolo.
La sua dimora fu una grande casa cinquecentesca con finestre in pietra che si vede ancora oggi. Cent’anni dopo in questo edificio si trasferì la famiglia Des Ambrois, altro nome storico di Oulx, e, malgrado la distruzione subita dopo l’uccisione del Capitano La Cazette, rimase pur sempre la più bella abitazione del paese. Tanto è vero che ospitò illustri personaggi come Luigi XIII di Borbone, Re di Francia dal 1610 al 1643, che trascorse a Oulx un periodo di villeggiatura, nientemeno che il cardinale Richelieu e il Duca d’Orléans di ritorno dall’assedio di Torino del 1706. Non solo ma questa casa storica accolse perfino il Connestabile Lesdiguières, comandante dell’esercito francese, che, secondo molti storici, sarebbe il mandante dell’assassinio di La Cazette, la cui morte sancì la fine del partito cattolico in Alta Valle di Susa. Sono molti a Oulx i riferimenti storici all’epoca francese. Nella parte alta del paese spicca la Torre Delfinale del Trecento, di proprietà del Delfino di Francia, che Des Ambrois fece restaurare salvandola dal degrado e ogni anno, nella prima domenica di ottobre, si svolge la “Fiera Franca”, kermesse zootecnica e commerciale che celebra i prodotti locali valsusini. In tutta la sua storia Oulx fu un punto di transito obbligato per eserciti, pellegrini e mercanti diretti oltre le Alpi come alla fine del ‘400 quando il paese fu attraversato dall’esercito di Carlo VIII che concesse agli abitanti di tenere una fiera, appunto la Fiera Franca, esente da tasse, in cambio del loro sostegno al Re di Francia.        Filippo Re

Idro Grignolio, il cantore del Monferrato

Ardua impresa è la descrizione della statura di Idro Grignolio, fonte inesauribile di notizie e grande personaggio del panorama culturale monferrino, nel quindicesimo anno della scomparsa avvenuta il 16 settembre 2011. Giornalista, scrittore, poeta, ricercatore, storico, grafico, fotografo, caricaturista, illustratore e autore di romanzi storici sviluppò la capacità di rilevare i contorni umani dei suoi personaggi con arte raffinata illuminata dallo humor. Prima di trasferirsi a Casale, abitò per oltre 40 anni a Balzola, dove nacque il 7 giugno 1922 nel rione Borgoratto, maestro elementare e dal 1945 reggente della segreteria comunale del suo paese.
Famose le oltre 1200 caricature sui Profili Cittadini pubblicati sul bisettimanale “Il Monferrato”, collaborando anche con la prestigiosa “La Settimana Enigmistica”. Fu autore di una dozzina di volumi dedicati al paese natale, tra i quali “B come Balzola” postumo, oltre a 60 volumi dagli svariati contenuti: “Mostra di San Giuseppe”, “Pro Loco”, “I primi 90 anni del Casale Calcio”, “100 anni di Politeama”, “I tesori delle chiese monferrine”, “Le 100 donne di Casale”, “Casale Monferrato e le sue vicende storiche”. Molto interessante “Aleramo e la sua stirpe”, libro voluto dalla Confraternita dei Coppieri di Aleramo, storia e leggenda che ha suscitato la curiosità di studiosi locali vivificata dal suo stile personale con la presentazione di Gabriele Serrafero.
Nel 2005 Jean Servato, della galleria d’arte “Ariete”, omaggiò Grignolio con la pubblicazione di “Caricaturista” recante i più noti personaggi monferrini. Da ricordare il suo dotto intervento durante l’inaugurazione del teatro municipale di Casale Monferrato, restituito alla città nel 1990 dopo 40 anni di chiusura, alla presenza di Vittorio Gassman che propose il monologo “Brindisi per un teatro”. Grignolio si appassionò alla storia delle prestigiose casate monferrine con pubblicazioni sui conti Callori, l’industriale De Mattei, il finanziere Riccardo Gualino e i marchesi Gozzani di Treville e San Giorgio.
Nel palazzo di Ciriè, Idro ritrovò la storia in epoca napoleonica della marchesa Sofia Doria Gozzani residente nel palazzo San Giorgio di Casale e il suo ritratto in età giovanile eseguito all’epoca dal pittore torinese Panealbo, immagine del ritratto recentemente restaurato inviatoci dalla responsabile della quadreria Doria dott. Marina Macario. Durante l’intervista rilasciataci dal figlio Alberto, veniamo a conoscenza del passato militare del padre: allievo ufficiale di Aviazione a Venaria Reale dove, per meglio identificare gli aerei nemici, ne disegnava la sagoma per favorirne il riconoscimento. Nel 1957, durante una serata musicale allestita nel salone consigliare di Balzola, partecipò allo spettacolo trasmesso da una troupe televisiva torinese in cerca di idee.

Avendo solo 30 secondi di tempo per trasferire le immagini di personaggi celebri su un tabellone, egli ebbe l’idea di utilizzare il rossetto di una ragazza presente in sala. Il suo archivio privato consistente in libri, disegni, manoscritti, fotografie, documenti e articoli fu donato nel 2015 alla Biblioteca di Treville che ospita oltre 7000 volumi, intitolata al compianto prof. Giuseppe Spina e gestita dal direttore Paolo Testa, grande amico di Grignolio. Nel 2023 la città di Casale, nel giorno della sua scomparsa, intitolò i giardini del Valentino detti “ex Altera” allo storico e “cantore” di Casale e deI Monferrato Idro Grignolio. Fu eccellente guida turistica, attività svolta con grande passione, competenza e generosità.

Sulla lapide del cimitero di Balzola, una frase posta accanto alla sua immagine con la moglie Luigia Torriano, recita: “La morte non esiste. Esiste l’oblio dei vivi”. La sete del sapere non era in lui gratificazione personale del possedere fredda erudizione ma viscerale desiderio di conoscenza al fine di diffonderla avvicinando ad una cultura accessibile a tutti seppur non in senso semplicemente divulgativo bensì in modo approfondito e con chiarezza espositiva. Significativo, nel 2008, il suo sostegno alla proposta del comitato di presidenza del Mutuo Soccorso di sostituire la denominazione “Circolo delle Tordelle”, allettante e bonariamente ironica ispirata dalle illustrazioni del vecchio “Corriere dei Piccoli”, con “Circolo Culturale Leonardo Bistolfi”.

Grignolio si dimostrò molto favorevole alla proposta in quanto il precedente significato, fuorviante, non corrispondeva alla volontà di creare incontri altamente culturali e non di un semplice intrattenimento di signore in cerca di svago. Tanto più che proprio in questa sede il grande scultore simbolista Leonardo Bistolfi era stato presidente onorario e nei giardini antistanti si può ammirare il suo splendido monumento ai caduti del 1928, importante esempio di unione di Liberty e Simbolismo. Ancora attuale, a distanza dalla pubblicazione nel 1983, la sua guida turistica di Casale scritta e illustrata, prezioso scrigno di dati storici e artistici, aneddoti e curiosità nell’informare, appassionare e incentivare il turismo in Monferrato.
Giuliana Romano Bussola
Armano Luigi Gozzano

Il Frutteto dell’Abbazia di Vezzolano

È carico di frutti, rigoglioso e poetico come sempre, il Meleto di Vezzolano, ad Albugnano, nato accanto alla millenaria Abbazia, uno dei più importanti monumenti medievali del Piemonte, tra boschi e vigneti sulle colline astigiane. Si raccolgono le prime mele mentre tutto intorno impazza la vendemmia, anticipata per il caldo torrido. Illuminato dal sole, il Frutteto della Chiesa Canonica di Santa Maria di Vezzolano (questo il vero nome dell’edificio religioso) risplende di fascino e pare ancora più bello del solito. Compie 30 anni di vita e riprende l’antica tradizione dei monaci che coltivavano alberi da frutto per la propria comunità religiosa. Ma queste sono mele speciali con forme, colori, profumi e sapori che oggi non si trovano quasi più. In questo meleto, nato nel 1996, si trovano le più antiche varietà autoctone di mele che erano a rischio scomparsa. Una cinquantina le piante e 24 le varietà, ogni mela ha un aspetto diverso dalle altre, come avveniva anticamente. E qui sta il valore autentico del meleto che risiede nella tradizione di conservare il patrimonio genetico delle varietà locali senza dimenticare il rapporto storico tra monasteri, il paesaggio e la coltivazione della terra. La varietà più precoce è la San Giovanni, poi la Ciocarina rossa, raccolta a fine settembre, mentre nella prima metà di ottobre si raccolgono Pom Arnent, Marcon e Ciocarina bianca. Il terreno dietro la Canonica di Vezzolano fu affidato negli anni Novanta a un gruppo di volontari che decisero di ricreare, indagando antichi disegni, un frutteto simile a quello dell’epoca medievale. Si costituì così “il Frutteto della Canonica-Comitato per la salvaguardia del paesaggio rurale” di cui fece parte, tra gli altri, lo scrittore Carlo Fruttero. Purtroppo il meleto non è visitabile, non è infatti inserito nel percorso di visita dell’abbazia, un vero peccato, si può però vedere dall’alto, dal piazzale della chiesa, meglio di niente. Si può entrare solo per attività didattiche e agronomiche con i soci dell’associazione “Frutteto di Vezzolano”.
                                                                                             Filippo Re

Quando gli Astigiani corsero il Palio sotto le mura di Alba

Era il primo vero Palio, correva l’anno 1275. Asti e Alba si detestavano. Guelfa la prima, ghibellina e roccaforte angioina la seconda, tra le due città scoppiò un lungo conflitto che si concluse con la vittoria astigiana e, per scherno, gli astesi corsero il primo Palio proprio sotto le mura di Alba. Ma come gli astigiani vivevano il Palio nel Duecento? Mentre Asti si prepara a correre il Palio 2025 andiamo indietro nel tempo di 750 anni quando nacque la storica manifestazione. Tutta la città vi partecipava, anche più di adesso, gli astigiani si riversavano in massa per le strade cittadine, affollavano quello che oggi è corso Alfieri accompagnando fantini e cavalli montati a pelo, senza sella, come avviene oggi, con urla forsennate sullo sfondo di una “foresta” di torri, oltre 120 che circondavano Asti. Otto secoli fa il Palio non era solo una festa religiosa, aveva un carattere anche politico, come segno di sfida simbolica al potere angioino. Era più di una corsa, era un momento di unità e di orgoglio per la città che cercava di riaffermare la propria indipendenza con una competizione accesa e spettacolare tra le contrade, con banchetti, musica e celebrazioni. Così Asti viveva il Palio verso la fine del XIII secolo ed era tutt’altro che una piccola comunità, contava quasi 50.000 abitanti contro i 73.000 di oggi.
 Sono molte le città che organizzano il Palio, il più popolare è quello di Siena in Piazza del Campo ma non è il più antico d’Italia. Per trovare il più antico bisogna andare proprio ad Asti. I 750 anni del Palio di Asti verranno festeggiati domenica 7 settembre con la tradizionale corsa a cavallo nella centrale piazza Alfieri ma come si svolgeva in pieno Medioevo? A quell’epoca Asti era una potente città guelfa, nemica di Alba, Alessandria e Acqui Terme, tutte ghibelline, e con l’arrivo di Carlo I d’Angiò nel nord della penisola, Asti scese in guerra contro le le truppe angioine. Il conflitto durò quindici lunghi anni e terminò con la battaglia di Roccavione nel novembre 1275 e la vittoria degli astigiani. In quell’occasione, come scrisse il cronista locale Guglielmo Ventura, gli astigiani corsero il primo Palio proprio sotto le mura della nemica Alba, sostenuta dagli angioini, dopo aver saccheggiato le vigne confinanti. Un sorta di “Palio di guerra” fortemente voluto dagli astesi per umiliare Alba. In realtà, fino alla metà del Trecento, la corsa si svolse “alla tonda” in un percorso circolare che corrispondeva più o meno all’area delle piazze Alfieri e Libertà. Quando Gian Galeazzo Visconti, signore di Asti, fece costruire una nuova cittadella fortificata, la corsa non si tenne più “alla tonda” ma “alla lunga”, su un percorso lineare di due chilometri e mezzo lungo corso Alfieri. Rispetto ad oggi il Palio si correva il 1 maggio, giorno della festa di San Secondo, patrono della città.                                              Filippo Re
nella seconda foto affresco della corsa del Palio “alla lunga” di Ottavio Baussano nel palazzo del Comune di Asti.

Sulle tracce di fra’ Gerardo, il fondatore dei Cavalieri di Gerusalemme

Erano monaci vestiti di nero con una croce ottagona cucina sul petto che dalle alture della Costiera Amalfitana decisero un tal giorno, mille anni fa, di partire per la Terra Santa e di aiutare poveri, malati e pellegrini. Erano guidati da fra’ Gerardo Sasso, monaco benedettino che fondò a Gerusalemme l’Ordine Ospitaliero dei Cavalieri di San Giovanni che diventerà in seguito l’Ordine di Malta. La Prima Crociata (1096-1099) è ancora lontana, la Città Santa è in mano ai musulmani ma fra’ Gerardo riesce ugualmente ad ottenere dal califfo d’Egitto il permesso di costruire una chiesa con un monastero e un piccolo ospedale, nei pressi del Santo Sepolcro, dedicato a San Giovanni Battista, per assistere pellegrini e malati. Da lì sorse il primo Ordine monastico-cavalleresco della storia i cui monaci-cavalieri facevano voto di castità, povertà e obbedienza. Da Scala, sulle alture di Amalfi, dove nacque, comincia la grande avventura di Gerardo Sasso che, insieme ai suoi amici mercanti amalfitani, nella seconda metà dell’XI secolo, si imbarcò su una galea diretto a Gerusalemme.
Un viaggio di settimane, sfidando tempeste e assalti di pirati. A distanza di mille anni il ricordo di fra’ Gerardo Sasso, che nel 1984 fu proclamato Beato da Papa Giovanni Paolo II, è ancora vivo nelle contrade di Scala dove viene ricordato ogni anno, il 3 settembre, giorno della sua morte, con solenni celebrazioni. Ma era davvero amalfitano? Si è discusso molto sull’origine di questo Gerardo, priore dell’ospedale e primo “Gran Maestro” dell’Ordine Giovannita, antesignani dei Cavalieri di Malta. Francese, provenzale o amalfitano? O perfino astigiano? Oggi la maggior parte degli storici propende per la paternità amalfitana. La croce a otto punte, che rappresenta le otto Beatitudini, simbolo dell’Ordine, era già presente sulle monete della Repubblica amalfitana ben prima della nascita dell’Ordine stesso. Fonti e documenti storici fanno comunque ritenere che Gerardo sia nato proprio sui colli della mitica Costiera Amalfitana come d’altronde sostiene lo stesso Ordine di Malta nel suo sito ufficiale. Per “scoprire” la verità siamo andati sulla Costiera sulle tracce del beato Gerardo (1040-1120). Sbarcati ad Amalfi siamo saliti a Scala, a 450 metri sul livello del mare, perché in questo piccolo paese di 1500 abitanti è nato davvero fra’ Gerardo, creatore del più potente, nobile e glorioso Ordine monastico-guerriero della storia. Tutti a Scala conoscono la sua storia. Circondato da boschi, terrazzamenti di uliveti e vigneti, Scala è un’oasi di tranquillità accarezzata dalla brezza marina della Costiera, lontana dal turismo di massa della vicina splendida Amalfi. Ripide stradine scorrono lungo case posizionate proprio a forma di scala, si vedono antiche torri di avvistamento e resti di bagni arabi della nobiltà scalese in alcune contrade del borgo in cui sono vissute blasonate famiglie come i Sasso alla quale appartenne fra’ Gerardo che nel XI secolo partì da Scala per la Terra Santa dove fondò l’Ordine degli Ospitalieri di San Giovanni di Gerusalemme, detti anche “Giovanniti”, che verrà riconosciuto ufficialmente da Papa Pasquale II nel 1113. Un uomo pio, fra’ Gerardo, di grande carità, dedito all’assistenza e alla cura di malati e bisognosi, protagonista nella Terra Santa dell’epoca.
Fino alla sua morte fu il responsabile dell’ospedale che, dopo la conquista cristiana della città nel 1099, ripartì con più forza ed energia. È rimasto poco di lui a Scala, solo una via con il suo nome, via fra’ Gerardo Sasso, che porta alle rovine della sua casa e alla chiesetta di San Pietro dove è immortalato in un quadro con il mantello nero dei Cavalieri e la croce di Malta mentre assiste un malato. La fondazione del Regno di Gerusalemme alla fine della Prima Crociata costrinse l’Ordine ad assumere nuovi compiti, in particolare quello di difendere con le armi il Regno latino, proteggere i pellegrini, le strade di collegamento e le strutture mediche. Il frate diventa cavaliere e d’ora in poi combatterà con i crociati. Come detto, Scala con tutta probabilità ha dato i natali a Gerardo anche se in Provenza e nell’astigiano la pensano diversamente. A Tonco d’Asti per esempio giurano di averlo visto in paese, almeno come figurante, durante la tradizionale festa del Pitu. Alcuni storici locali contestano l’origine amalfitana di Gerardo e sostengono che il fondatore dell’Ordine nacque in questo borgo come Gerardo, signore di Tonco Monferrato. L’Ordine di Malta, bisogna ricordarlo, non è mai scomparso, ancora oggi è vivo e attivo, anche se con mansioni diverse. É presente con le ambulanze dell’Ordine con la croce di Malta e la scritta “Giovanniti” nei teatri di guerra, dall’Ucraina al Medio Oriente, e anche nelle strade delle nostre città al servizio dei cittadini. Oggi conta su 13.000 membri, 100.000 volontari e 52.000 tra medici, infermieri e paramedici in più di 120 Stati. Da quando è iniziata la guerra in Ucraina l’Ordine ha fornito aiuti umanitari a oltre quattro milioni di ucraini.                                                                          Filippo Re
Nelle foto:
Panorama di Scala (Amalfi)
Quadro con fra’ Gerardo
Chiesa di San Pietro a Scala

Garessio, la Torre dei Saraceni narra antiche leggende

Dall’alto osserva la devastazione di Garessio e di Ormea, il fango che ai primi di ottobre ha invaso i centri storici lasciando garessini e ormeaschi senza luce, acqua e gas, i ponti travolti dalla furia del fiume, i cimiteri spazzati via dall’esondazione del Tanaro, le bare aperte tra alberi sradicati e detriti, dolori e lamenti in valle.
Qualcuno guarda lassù, in cima al monte, e la vede forte e intatta come quando resistette alle violente scorrerie dei Mori giunti sulle nostre montagne a portare sofferenze e disgrazie. È la Torre dei Saraceni che illumina il paesaggio autunnale, oggi devastato dall’alluvione, nella piccola frazione Barchi tra Garessio e Ormea. Su uno sperone pietroso, a 900 metri di altezza, come uno sparviero pronto a lanciarsi sulla preda, resiste da mille anni a invasioni e intemperie e continua a raccontare leggende di un tempo assai lontano. Oggi è uno dei simboli del territorio della Valle Tanaro e testimonia una storia molto antica. Quando i Saraceni invasero l’entroterra ligure e piemontese giungendo da Frassineto, l’attuale Saint Tropez, per saccheggiare il territorio, per fare bottino, uccidere gli infedeli e rapire ragazzi e giovani fanciulle gli abitanti del luogo innalzarono una torre cilindrica, appunto la torre di Barchi o torre dei Saraceni, nel territorio di Garessio a breve distanza da Barchi, frazione di Ormea in Alta Val Tanaro. In realtà la torre sarebbe stata eretta lungo il Tanaro già dai Bizantini nel secolo VIII come torre di avvistamento per controllare le mosse dei Longobardi in valle mentre per altri studiosi fu costruita dai garessini intorno al Mille per scorgere in tempo le bande saracene. Queste ultime, tra il IX e il X secolo, la utilizzarono cone torre di vedetta e ne fecero una base per le incursioni nella zona. Anche il grano saraceno, prodotto tipico della Val Tanaro, sembra che sia stato portato in zona proprio dai saraceni.
Filippo Re

Le cinque stazioni ferroviarie del Piemonte che meritano una sosta

La vacanza comincia ancora prima di scendere dal treno

Qualche volta il viaggio comincia proprio dalle stazioni alcune, infatti, sono cosi’ belle che possono essere considerate la prima vera tappa del tour. Spesso le attraversiamo senza nemmeno alzare lo sguardo, ma in realta’ molte di queste meritano una sosta perché raccontano la storia di una città, il gusto di un’epoca e il fascino del viaggio lento. In Piemonte ne esistono alcune che conservano ancora questa magia: edifici monumentali, sale d’attesa ottocentesche, eleganti facciate e panorami che sembrano dare il benvenuto al viaggiatore.

Non possiamo non partire da Torino Porta Nuova, una delle grandi stazioni monumentali italiane. Inaugurata negli anni in cui Torino era la prima capitale del Regno d’Italia, fu concepita come il biglietto da visita della città. Progettata dall’ingegnere Alessandro Mazzucchetti e dall’architetto Carlo Cappi nel 1861, la sua imponente facciata domina piazza Carlo Felice, mentre all’interno si nasconde un autentico gioiello: la Sala Gonin, realizzata per la famiglia reale e decorata dal pittore Francesco Gonin con raffinati affreschi, stucchi e illusioni prospettiche. Ancora oggi attraversare Porta Nuova significa entrare in un luogo dove il viaggio conserva il fascino dell’Ottocento, pur essendo uno dei principali nodi ferroviari italiani.

Completamente diversa è l’atmosfera della stazione di Stresa, forse la più romantica del Piemonte. Disegnata dell’architetto Luigi Boffi, fu assimilata come stile a quello degli altri edifici adiacenti. Tra i materiali si scelse la pietra locale: il granito di Baveno. L’edificio fu arricchito, inoltre, con timpani, mensole e ornamenti in legno. Qui il treno rallenta e il Lago Maggiore compare davanti agli occhi con le sue acque tranquille e le Isole Borromee sullo sfondo. Per oltre un secolo questa è stata la porta d’ingresso del turismo internazionale sul lago: aristocratici inglesi, musicisti, scrittori e viaggiatori del Grand Tour arrivavano proprio qui, iniziando una vacanza che aveva il sapore dell’eleganza e della Belle Époque.

Anche Novara possiede una stazione degna di pausa. Austera ed elegante, c merita di essere osservata con calma. In funzione dal 1854, e’ stata progettata dall’architetto Paolo Rivolta; con le sue linee ottocentesche, rappresenta da oltre centocinquant’anni uno dei più importanti crocevia ferroviari del Nord Italia. Da qui si diramano i collegamenti verso Torino, Milano, il Lago Maggiore e la Svizzera. Affacciata su piazza Garibaldi, accoglie i viaggiatori con un atrio dove poggia il suo terrazzo. Nel 1886 venne realizzata proprio di fronte ad essa la statua di Giuseppe Garibaldi e ai primi del novecento il Monumento alla Mondina, simbolo della citta’.

Più raccolta, ma altrettanto affascinante è la stazione di Cuneo, attiva dal 1937. La facciata e’ in stile neo barocco e sono presenti elementi simili al granito rosa. Il visitatore e’ introdotta alla città dai suoi portici e dei viali alberati. Da qui partono le linee che si inoltrano nelle vallate alpine, regalando alcuni dei panorami ferroviari più suggestivi del Piemonte. Cesare Vinaj fu l’autore del faro monumentale, alto 54 metri, che domina il piazzale della stazione che fu realizzato in occasione dell’inaugurazione. Il cantautore Gianmaria Testa, oltre a coltivare la musica, fece il capostazione in questo scalo.

Infine c’è Savigliano, inaugurata nel 1853. E’ una delle stazioni piu’ antiche del Piemonte, una meta quasi obbligata per gli appassionati di storia ferroviaria; accanto alla stazione, infatti, si trova il Museo Ferroviario Piemontese, dove locomotive a vapore, carrozze storiche e antichi convogli raccontano oltre un secolo e mezzo di trasporti. Non è soltanto una raccolta di mezzi d’epoca, è la memoria di un Piemonte che ha costruito parte della propria crescita proprio lungo i binari. Non a caso la Regione ha scelto Savigliano come uno dei poli del futuro Museo diffuso del patrimonio ferroviario.

Visitare queste stazioni significa concedersi un modo diverso di viaggiare. Prima ancora di raggiungere una città d’arte, un lago o una valle alpina, vale la pena alzare lo sguardo e lasciarsi sorprendere da ciò che ci circonda. Perché le stazioni non sono semplici luoghi di passaggio, sono il primo capitolo del viaggio. E, qualche volta, anche quello che resta più impresso nella memoria.

“L’architettura è un’arte di frontiera, che vive sul confine tra arte e scienza.” Renzo Piano

Maria La Barbera

 

Savoia top secret, le storie mai lette sui reali

Vittorio Emanuele II tentò di organizzare una crociata europea, 200.000 uomini con lui al comando alla conquista di Costantinopoli ottomana, vascelli corsari inglesi con la bandiera dei Savoia razziavano gli schiavi nel nord Africa da rivendere in Sardegna, un Savoia divenne “Papa” o antiPapa in un’epoca di scismi, il sospetto che alcuni dei Savoia non siano morti per cause naturali ma avvelenati come Amedeo VII, il Conte Rosso, e il padre del principe Eugenio. Dopo anni di ricerche negli archivi di Stato di Torino e di Cagliari e tra le pagine di antichi volumi il giornalista e scrittore Luigi Grassia ha raccolto dieci vicende su Casa Savoia poco conosciute o del tutto ignorate e così è nato il libro “I Savoia segreti, fra stregoneria, avvelenamenti e corsari del Madagascar”, Edizioni Capricorno. “Nessuna delle storie riunite nel libro è una fake news, precisa l’autore, tutte sono pubblicate in testi di storici accademici, però alzi la mano chi le ha mai lette o sentite”.
E allora possiamo continuare con le vicende narrate nel libro, dai pirati del Madagascar che offrirono a un re savoiardo la corona della loro isola, fatto che ha ispirato la copertina del libro, alla condanna a morte per stregoneria di un uomo tra le mura di Casa Savoia, dai rapporti tra i Savoia e la massoneria alle voci secondo cui Vittorio Emanuele II non era figlio di Carlo Alberto ma di un macellaio fiorentino, dalla vocazione dei Savoia per l’Oriente come re di Cipro e di Gerusalemme alla presenza di una Savoia sul trono di Costantinopoli nel Trecento. Molte di queste storie sono sconosciute ai più o note solo in parte: indagando negli archivi della dinastia Luigi Grassia le ha tirate fuori, studiate, lette e rilette, e raccolte nel suo saggio “ignorando il 99% già arcinoto della storia dei Savoia” come la formazione dell’Unità d’Italia, le due guerre mondiali, il fascismo e tanto altro. “Diamo queste materie per scontate, scrive Grassia, e piuttosto andiamo in cerca di quello di cui il pubblico dei non specialisti sa poco o niente e che noi stessi abbiamo scoperto poco per volta”. Quella dei Savoia, d’altronde, è una storia mondiale, le cui vicende, spiega l’autore, sono sempre un po’ sopra le righe, un po’ esagerate e hanno una proiezione sul mondo che manca alle altre grandi famiglie italiane come i Medici, i Doria e i Farnese, pur protagoniste della storia europea. I Savoia sono stati sempre eccessivi e già nel Mille, ricorda l’autore, quando controllano anche solo qualche passo alpino, pretendono di essere già una potenza politica e militare e poi nei secoli si lanciano in tutte le guerre per poi sedere nelle varie conferenze di pace e collaborare alla creazione del nuovo ordine geopolitico dell’Europa e del mondo. Da qui l’invito di Grassia a provare a navigare tra le carte ingiallite dell’Archivio di Stato di Torino per scoprire un mondo nuovo e sconosciuto. Davvero un libro che andrebbe usato a scuola come testo di storia.                             Filippo Re

Il castello di Agliè, una residenza sabauda nel Canavese

Bellezza, arte, poesia e un po’ di cinema

Eretto nel XII secolo dalla famiglia dei conti San Martino nell’omonimo borgo, uno dei più famosi del canavese, fino al 1600 il Castello di Agliè mantenne l’aspetto di un forte con tanto di muraglia difensiva e fossato.

I primi interventi per renderlo dimora furono fatti a fine secolo dal Conte Filippo che affidò il progetto all’architetto Amedeo di Castellamonte: venne rivisitata la facciata interna, creata la cappella e le due gallerie. Nel 1764 fu venduto al re Carlo Emanuele III dando inizio così alla prima epoca sabauda e divenendo una delle residenze estive reali. Vengono ricavati nuovi appartamenti, edificata la chiesa parrocchiale della Madonna della Neve, collegata al castello così che i membri della famiglia potessero raggiungerla senza essere visti, ampliato il giardino in stile italiano, costruita la fontana dei Fiumi, Dora Baltea e Po, con le belle sculture dei fratelli Collino. Durante il governo di Napoleone venne ceduto perdendo così il tono regale e sontuoso e venendo utilizzato invece come ricovero per i poveri.

Carlo Felice a inizio del 1800 lo rivolle fortemente e gli ridiede un aspetto sfarzoso grazie anche all’intervento dell’architetto Michele Borda che introdusse gli arredi in stile Carlo X, costruì un teatro gioiello e inserì una bella collezione di opere d’arte. Nello stesso periodo vennero introdotti diversi reperti relativi a vari scavi archeologici che Maria Cristina di Borbone, moglie di Carlo Felice, aveva seguito personalmente nel Lazio.

Nel 1939 il castello fu venduto allo Stato con la gestione della Soprintendenza ai Monumenti e dei Beni Ambientali e Architettonici del Piemonte che ancora oggi si occupano del suo mantenimento e della sua salvaguardia. Dal 1997 è parte del Patrimonio Unesco e del circuito dei Castelli del Canavese.

Grazie alla sua bellezza ed eleganza i visitatori sono in costante aumento, la varietà di stili architettonici che si sono susseguiti storicamente e i diversi spazi interni ed esterni da visitare: i saloni, la biblioteca, il teatro, la cappella, i giardini pieni di alberi secolari e serre, attraggono turisti e curiosi da tutta Europa.

Al Castello di Agliè furono dedicati alcuni versi dal poeta Guido Gozzano che durante le sue vacanze di bambino giocava sul piazzale antistante ed è stato un meraviglioso sfondo cinematografico dove sono state ambientate alcune fiction come Elisa di Rivombrosa e Maria José, un luogo dunque dove la magia dell’arte, le storie legate alle famiglie reali, la grandiosità architettonica e la bellezza nella natura si intrecciano conferendogli lo status di meraviglia non solo piemontese ma del mondo intero.

Maria La Barbera

Salesiani in Argentina, il sogno di don Bosco

Si scappava dall’Italia 150 anni fa, c’era povertà diffusa, chi poteva se ne andava, si imbarcava verso lidi lontani in cerca di fortuna e di un lavoro. L’emigrazione degli italiani era un fenomeno di massa e l’Argentina era diventata una terra promessa. Fra i tanti italiani che lasciarono la propria terra c’erano anche i missionari salesiani inviati da don Bosco in sud America. Lo stesso don Bosco abbracciò commosso, uno a uno, i primi dieci missionari salesiani che al porto antico di Genova si stavano imbarcando sul piroscafo francese Savoie che li avrebbe portati nella lontana Argentina, la Terra del Fuoco. Bisognava trasmettere il Vangelo ai giovani e ai poveri di Buenos Aires anche se uno dei primi consigli dati dal sacerdote fu quello di “interessarsi e seguire i figli degli immigrati italiani” che erano già oltre 30.000.
Era l’11 novembre 1875, cominciava la grande avventura dei salesiani in America Latina. Sono passati 150 anni e proprio dal porto antico di Genova i missionari hanno iniziato a festeggiare in questi giorni l’anniversario della prima spedizione salesiana in Argentina. Istruiti e formati a Valdocco dal fondatore della congregazione, i salesiani giunti nella capitale argentina si occuparono dell’assistenza spirituale degli immigrati italiani gestendo quella che in seguito venne chiamata “la chiesa degli italiani”. Don Bosco vide così realizzarsi il sogno che ebbe all’età di nove anni, fondare le prime missioni salesiane in Patagonia, Cina, Stati Uniti ed Egitto. Un secolo e mezzo dopo, oltre 11.000 salesiani sono stati inviati in terra di missione e l’opera educativa si è diffusa in 136 Paesi dei cinque continenti. Per celebrare il 150° anniversario della partenza dei primi sacerdoti per l’America Latina è nato il “Museo delle spedizioni missionarie” aperto all’Opera Don Bosco nel quartiere di Genova-Sampierdarena, il “Valdocco” di Genova. È sempre stato intenso il legame tra il religioso astigiano e la “Superba” e si può dire che da 150 anni “il Don Bosco” vive in simbiosi con Genova. Il futuro santo è stato in città 49 volte e ha organizzato qui le spedizioni missionarie. Nel nuovo Museo si vedono i suoi oggetti personali, il cappello di viaggio, i primi libri stampati in quel periodo, le foto dei missionari partiti da Sampierdarena per l’Argentina, i paramenti liturgici, la croce missionaria, una serie di pannelli che illustrano la lunga storia missionaria della Famiglia Salesiana e altre testimonianze della grande amicizia tra San Giovanni Bosco e il capoluogo ligure. Altre due stanze ricordano il capo della prima spedizione missionaria, il cardinale salesiano Giovanni Cagliero e il primo direttore dell’Istituto don Bosco di Genova, don Paolo Albera. Ampio spazio viene dedicato alle attuali missioni in 136 nazioni con oltre 10.000 missionari. Il Museo, inaugurato dal Rettor maggiore dei salesiani Fabio Attard, undicesimo successore di don Bosco, si trova all’interno dell’Opera don Bosco a Sampierdarena e per visitarlo si può telefonare al numero 010-6402601
Filippo Re
nelle foto, Istituto don Bosco a Genova-Sampierdarena e missionari salesiani in partenza per l’Argentina