STORIA

A Tortona rivive l’imperatore dimenticato

A volte i grandi personaggi della Storia finiscono sulle etichette dei vini, dal Barbarossa a Carlo Magno, tanto per citarne alcuni, ricordo un Federico I di Svevia stampato su una bottiglia di Freisa di una nota casa vinicola chierese mentre altri personaggi, meno conosciuti ma non per questo meno lodevoli, vengono riscoperti e rivivono attraverso i vitigni della città in cui sono stati sepolti. È il caso per esempio di Giulio Valerio Maioriano (Iulius Valerius Maiorianus) o Maggioriano, imperatore romano vissuto nel V secolo. Ma chi l’ha mai sentito nominare, ben pochi credo, forse nessuno. A questo punto scatta in noi la curiosità, prendiamo un libro sull’Impero romano o facciamo una ricerca veloce su internet.
Lo troviamo eccome il Maioriano e gli storici ne parlano bene perché è stato un buon imperatore anche se ha regnato per pochissimi anni al tramonto dell’Impero. Pertanto, ben vengano le etichette storiche sulle bottiglie di vino, come accade a Tortona, dove Maioriano, di ritorno da una spedizione militare, fu assassinato. Ma neppure a Tortona sanno chi fosse, eppure è stato ucciso proprio nell’antica Dertona romana nel 461 ed è sepolto, secondo la tradizione, in quello che un tempo era un mausoleo collocato nella canonica della chiesa di San Matteo. I tortonesi hanno pensato di farlo rivivere e oggi lo ricordano con una serie di bottiglie di vino e con un sito web. Siamo di fronte a un sovrano tutt’altro che secondario e gli storici lo definiscono addirittura l’ultimo grande imperatore che risollevò le sorti dell’Impero poco prima della sua caduta. Difese con successo la penisola dagli attacchi dei barbari, strappò le Gallie e la Spagna ai Visigoti, inflisse pesanti perdite ai Vandali di Genserico nel nord Africa e attuò importanti riforme per rendere più eque le tasse a Roma. Concesse infatti una temporanea esenzione dalle imposte a tutti i sudditi e avviò una revisione del sistema tributario per eliminare gravi abusi. Con altre leggi tentò di ripristinare la pubblica moralità. Parecchi secoli dopo ricevette il plauso di Edward Gibbon, il celebre studioso inglese dell’Impero romano (1737-1794) che nella sua “Storia del declino e della caduta dell’Impero romano” scrive che “la figura di Maggioriano presenta la gradita scoperta di un grande ed eroico personaggio, quali talvolta appaiono, nelle epoche degenerate, per vendicare l’onore della specie umana”. Imperatore romano d’Occidente per pochi anni, dal 457 al 461, non riuscì a completare la sua opera. Venne tradito e ucciso dal suo generale di origini barbare Ricimero. Aveva appena 41 anni.
 Filippo Re
nelle foto ritratto dell’imperatore Maiorianus
chiesa di San Matteo a Tortona

La passione civile di Pier Antonio Ragozza

 

Si intitola “Una passione civile. Scritti scelti sulla storia e la cultura del Verbano Cusio Ossola” l’antologia che raccoglie quarant’anni di ricerche e pubblicazioni di Pier Antonio Ragozza, studioso di storia e dirigente scolastico ossolano, prematuramente scomparso nel maggio 2024. La Casa della Resistenza di Verbania (di cui Ragozza era componente del Comitato Scientifico) in sinergia con l’editore Grossi di Domodossola e il patrocinio della Fondazione Paola Angela Ruminelli ha pubblicato il libro che propone un’antologia di scritti e orazioni scelti in una bibliografia vastissima. Pier Antonio Ragozza (1960-2024), originario di Premosello Chiovenda, dopo la laurea in Giurisprudenza con tesi in Diritto costituzionale su Anticipazioni della Costituzione italiana nella legislazione della Repubblica dell’Ossola, è stato docente di discipline giuridiche ed economiche, preside dell’Istituto Galletti di Domodossola, dirigente scolastico dell’Istituto Cobianchi di Verbania e infine del Liceo “Spezia” di Domodossola. Ragozza è stato anche un apprezzato studioso e un infaticabile ricercatore sulla storia e la cultura delle terre tra i laghi prealpini e le grandi Alpi del nordovest. Le sue ricerche, caratterizzate da un grande rigore scientifico, lo collocano tra gli esponenti più importanti nel campo degli studi umanistici sulla provincia più montana d’Italia, il Verbano Cusio Ossola. A testimonianza di quest’impegno sono le numerosissime collaborazioni con giornali e riviste del territorio, associazioni, gruppi di ricerca, istituti culturali. Il volume offre uno sguardo largo sui numerosi interessi di studioso di Pier Antonio Ragozza: le vicende della lotta di Liberazione e del corpo degli alpini, la storia militare e delle fortificazioni,  la particolarità di una terra di frontiera e l’antropologia alpina, la passione per l’insegnamento e l’oratoria civile. Piuttosto vasta è la tipologia degli scritti di Ragozza che vanno dagli articoli su giornali e riviste a saggi e presentazioni di libri, a relazioni per convegni e incontri pubblici. Una passione civile, curato da Paolo Crosa Lenz e Andrea Pozzetta, ha visto la collaborazione di Gianmaria Ottolini, Stefano Mura, Franco Chiodi, Marco Travaglini, Chiara Uberti.

Marco Travaglini

“La Via dei Saraceni”… un po’ di storia

Perché si chiama “ La Via dei Saraceni” la famosa gara ciclistica che si svolge ogni anno d’estate in Alta Valle di Susa con arrivo a Sauze d’Oulx? Una delle gare MTB più famose del Piemonte. Per saperlo basta alzare lo sguardo verso i versanti più alti delle montagne poste di fronte a Sauze e dintorni e guardare con attenzione. Si scorgeranno, anche da lontano, strane grotte, caverne e gallerie. Lì c’è la risposta. Il Monte Seguret, noto appunto per le grotte, la Galleria dei Saraceni e il Monte Genevris, sono tutte creste attraversate in parte dal percorso della gara ciclistica ed erano il rifugio dei saraceni dopo le terribili incursioni compiute nella bassa valle. La gara di mountain bike prende il nome da una tradizione storica e leggendaria risalente a oltre 1000 anni fa legata all’alta Valle di Susa e da qui nacque l’idea di chiamare il tracciato “Via dei Saraceni”. Almeno così secondo la tradizione locale ma storici e antropologi discutono ancora oggi quanto siano documentati i passaggi dei saraceni proprio sui sentieri di Sauze d’Oulx. È comunque accertato che tra il IX e il X secolo bande saracene provenienti dalla base fortificata di Fraxinetum in Provenza compirono incursioni nelle Alpi occidentali e controllarono per alcuni decenni diversi valichi alpini ma non esistono prove che il percorso dell’attuale gara ciclistica coincida con un loro itinerario storico. In sostanza, con “La Via dei Saraceni” si vuole ricordare gli antichi sentieri militari della parte più alta della Valle di Susa e il fascino delle leggende sui Saraceni che hanno percorso queste montagne. Fascino… fino a un certo punto. Non dimentichiamo che i saraceni erano razziatori, bande di predoni musulmani che scendevano dai monti per incendiare villaggi, chiese e monasteri, uccidere uomini, donne e bambini, fare bottino e scappare. L’antica Abbazia di Novalesa ne sa qualcosa: saccheggiata e distrutta nel 906 proprio dai saraceni.                     Filippo Re
nella foto: inviati saraceni ritratti nelle Chroniques de Saint-Denis (XII-XV secolo)

Parigi, ultima dimora di Piero Gobetti

 

Cent’anni fa, nella notte tra il 15 e il 16 febbraio del 1926 Piero Gobetti moriva in una gelida Parigi non ancora venticinquenne a causa delle complicazioni subentrate  dopo un forte attacco di bronchite. Aveva da poco lasciato l’Italia fascista dopo aver subito brutali aggressioni squadriste che l’avevano pesantemente debilitato nel corpo, ma non certo nello spirito fiero e intransigente oppositore del fascismo, promotore di un liberalismo progressista, fondatore di riviste importantissime come Energie nuove e La rivoluzione liberale. Nato a Torino il 19 giugno 1901, questo giovanissimo e raffinato intellettuale liberale e antifascista seppe comprendere il fascismo prima di altri e lo seppe spiegare in quella che sarebbe diventata la sua forma autoritaria, violenta, dittatoriale. Mussolini lo considerò, come Gramsci, uno degli avversari più pericolosi.

 

In un telegramma, inviato il 1 giugno 1925, al prefetto di Torino, il Duce ordinò di “rendere nuovamente difficile vita questo insulso oppositore governo e fascismo“. Fu aggredito, picchiato, costretto a rifugiarsi nella capitale francese dove, in una clinica di Neuilly-sur-Seine, chiuse la sua vita terrena. La sua tomba è situata nella parte più elevata del Père-Lachaise, nel Plateau de Charonne, all’interno della divisione 94, poco distante dalla tomba (oggi cenotafio) dei fratelli Nello e Carlo Rosselli. Una tomba molto semplice. Si possono leggere, oltre alle date di nascita e di morte, una targa in ricordo della sua figura, posta per volontà del Comitato Nazionale per il centenario della nascita (“nel ricordo della sua solitaria sfida al fascismo e della sua lezione di intransigenza etica e politica”) e un’altra del governo italiano con incisa in lingua francese una frase di Gobetti stesso: “Mon language n’était pas celui d’un enclave” (Il mio linguaggio non era quello di uno schiavo). In quella zona a sud del più celebre cimitero parigino che racchiude tante storie e memorie si trova il muro dei Federati, luogo-simbolo dove – il 28 maggio del 1871 – furono fucilati dalle truppe di Thiers gli ultimi 147 comunardi sopravvissuti alla “semaine sanglante”, la settimana di sangue che pose fine al sogno ribelle della Comune di Parigi. Non distante sono sepolti, tra gli altri, la fotoreporter tedesca Gerda Taro – compagna di Robert Capa – e Jean-Baptiste Clément, musicista che compose “Les temps des cerises”, il tempo delle ciliegie, famosa canzone che ricorda metaforicamente la rivoluzione fallita della Comune paragonandola ad un amore perduto.

Come scrisse l’olandese Cees Nooteboom nel suo libro “Tumbas. Tombe di poeti e pensatori”, “la maggior parte dei morti tace. Per i poeti non è così. I poeti continuano a parlare“. Lo stesso vale per i pensatori e i rivoluzionari. E “all’ombra de’ cipressi e dentro l’urne confortate di pianto“, come scriveva Ugo Foscolo, non pare proprio che rimpiangano niente. Quasi che, dalla sua tomba nella 97sima divisione, Edith Piaf cantasse ancora con la sua voce potente e malinconica “Non, rien de rien / Non, je ne regrette rien / Ni le bien qu’on m’a fait, ni le mal / Tout ça m’est bien égal“. In tanti ricorderanno, è augurabile, il centenario di Gobetti. Uno dei tanti modi sarà quello di omaggiarne la tomba a Parigi.

Marco Travaglini

Emma Strada, la prima donna ingegnere in Italia si laureò a Torino

Era il 5 settembre 1908 quando una torinese, Emma Strada di 24 anni con il numero di matricola n.36, divento la prima ingegnera d’Italia.

Classe 1884, figlia d’arte, suo padre fu ingegnere civile con un suo studio in citta’, si iscrisse al Regio Politecnico, che una volta aveva la sede al Valentino, dopo aver conseguito il diploma di liceo classico presso la scuola Massimo D’Azeglio.

In Italia le donne furono ammesse all’universita’ solo nel 1874 e la prima donna in assoluto a laurearsi, in medicina, fu Ernestina Paper a cui ne seguirono altre alle facolta’ di Lettere o Giurisprudenza, ma fino a quel momento nessuna si era avventurata nel mondo maschile dell’ ingegneria.

L’ardimentosa Emma si classifico terza su 62 studenti (61 uomini) ottenendo il massimo dei voti e, dopo la discussione della tesi, la camera di consiglio ci mise piu’ di un ora per decidere se il titolo dovesse essere “ingegnere” o ingegneressa”.

Si interessarono a lei anche i media di allora come La Stampa che scrisse orgogliosamente: “Emma Strada, sabato scorso, al nostro Istituto Superiore Politecnico ha conseguito a pieni voti la laurea in ingegneria civile. La signorina Strada è così la prima donna-ingegnere che si conti in Italia e ha appena altre due o tre colleghe all’estero”.

Emma lavoro’ come assistente all’Universita’ fino alla morte del padre e successivamente esercito’ nello studio dello defunto genitore insieme al fratello (anche lui ingegnere), e si occupo’ della realizzazione di acquedotti, gallerie, miniere; non poteva firmare i documenti perche’ non era iscritta all’Albo, ma si recava regolarmente e di buon grado presso i cantieri.

Il primo progetto dell’ing. Emma Strada fu la realizzazione di una galleria di accesso ad una miniera di Ollomont in Val d’Aosta, si occupò, inoltre, della progettazione dell´automotofunicolare di Catanzaro e della costruzione del ramo calabrese dell’acquedotto pugliese. Per promuovere il lavoro delle donne nel campo della scienza e della tecnologia, fondò con altre colleghe, nel 1957, l’Associazione Italiana Donne Ingegnere e Architetti (AIDIA), di cui diventò la prima presidente.

Emma Strada fu una fervente monarchica e per molti anni trascorse le mattine nella sede dell’Associazione Monarchica Torinese come organizzatrice e animatrice. Era molto legata al Re Umberto II, in quel periodo in esilio, che a sua volta la apprezzava e stimava e la insignini’ di importanti onorificenze sabaude.

Fu l’artefice del suo sogno e delle sue ambizioni, ma anche una donna coraggiosa che demoli’ lo stereotipo secondo cui le donne non potevano accedere ai molti mondi allora dedicati solo agli uomini, come l’ingegneria appunto. Grazie anche a lei e alla sua determinazione, al giorno d’ oggi essere una donna ingegnere non fa piu’ notizia.

MARIA LA BARBERA

Torino policulturale: Porta Palazzo

 

Torino sul podio: primati e particolarità del capoluogo pedemontano

Malinconica e borghese, Torino è una cartolina daltri tempi che non accetta di piegarsi allestetica della contemporaneità.
Il grattacielo San Paolo e quello sede della Regione sbirciano dallo skyline, eppure la loro altitudine viene zittita dalla moltitudine degli edifici barocchi e liberty che continuano a testimoniare la vera essenza della città, la metropolitana viaggia sommessa e non vista, mentre larancione dei tram storici continua a brillare ancorata ai cavi elettrici, mentre le abitudini dei cittadini, segnate dalla nostalgia di un passato non così lontano, non si conformano allirruente modernità.
Torino persiste nel suo essere retrò, si preserva dalla frenesia delle metropoli e si conferma un capoluogo a misura duomo, con tutti i pro e i controche tale scelta comporta.
Il tempo trascorre ma lantica città dei Savoia si conferma unica nel suo genere, con le sue particolarità e contraddizioni, con i suoi caffè storici e le catene commerciali dei brand internazionali, con il traffico della tangenziale che la sfiora ed i pullman brulicanti di passeggeri sudaticcima ben vestiti.
Numerosi sono gli aspetti che si possono approfondire della nostra bella Torino, molti vengono trattati spesso, altri invece rimangono argomenti meno noti, in questa serie di articoli ho deciso di soffermarmi sui primati che la città ha conquistato nel tempo, alcuni sono stati messi in dubbio, altri riconfermati ed altri ancora superati, eppure tutti hanno contribuito e lo fanno ancora- a rendere la remota Augusta Taurinorum così pregevole e singolare.

 

1. Torino capitale… anche del cinema!

2.La Mole e la sua altezza: quando Torino sfiorava il cielo

3.Torinesi golosi: le prelibatezze da gustare sotto i portici

4. Torino e le sue mummie: il Museo egizio

5.Torino sotto terra: come muoversi anche senza il conducente

6. Chi ce lha la piazza più grande dEuropa? Piazza Vittorio sotto accusa

7. Torino policulturale: Porta Palazzo

8.Torino, la città più magica

9. Il Turet: quando i simboli dissetano

10. Liberty torinese: quando leleganza si fa ferro

 

7. Torino policulturale: Porta Palazzo

 

Quanto mi piaceva andare al mercato di Porta Palazzo.
Ci andavo con mio padre, all’inizio, quando abitavo in precollina: si prendeva il tram 3 e si sbarcava direttamente in quel caos olente e chiassoso, un conglomerato multietnico di signore anziane con buste troppo piene e signori eccessivi dietro i banchi che si sgolavano per ottenere l’attenzione dei passanti.
Adoravo la vista di tutte quelle “cose” in simultanea, abiti colorati, formaggi appesi, collanine luccicanti, CD-ROM, videocassette, MP3,
walkman, salumi giganteschi, interi e sezionati, verdure di ogni tipo, spezie, ortaggi e poi d’improvviso quel mefitico odore di pesce.
Un pezzo di città che percepivo come un mondo a parte, un mini-universo intricato e confuso, un bailame da cui si andava e si veniva attraverso le navicelle spaziali che erano pullman e tram.
Ho continuato a fare delle “scappate” con le amiche in seguito, soprattutto in occasione del “Gran Balon”, che ancora oggi si svolge ogni seconda domenica del mese, all’interno del Cortile del Maglio, ad opera
dall’Associazione Commercianti Balon.


Torino è tante realtà, c’è la periferia e c’è il centro, c’è la “movida” e c’è il silezio dei parchi e c’è poi un cuore cosmopolita e indaffarato che pulsa brulicante tra lingue differenti e dialetti “impestati”.
Ed è proprio a “Pòrta Pila” -o anche “Pòrta Palass”- per dirla in piemontese, che si cela un altro record torinese: il mercato di Porta Palazzo è infatti il mercato all’aperto più grande d’Europa.
Inoltre, mi pare opportuno menzionare un altro primato del capoluogo, che si trova proprio lì, nei pressi del noto “bazar” locale, ossia la Porta Palatina di Torino, considerata una delle testimonianze di “porta romana” meglio conservate al mondo.
Si sta parlando di una zona dalla forte identità, tant’è che essa viene ritenuta un quartiere a sé stante -anche se non lo è a livello amministrativo-.
La denominazione deriva da una delle porte dell’antica Augusta Taurinorum, mentre l’inizio dei lavori, voluti dal Re Vittorio Amedeo II, avviene nel 1701, nell’ambito di un progetto più complesso il cui scopo era dare un nuovo assetto alla città.
È tuttavia solo dal 1835 che qui si stabiliscono i mercati, a seguito
di un’epidemia di colera che comporta il divieto – almeno in centro città- della macellazione degli animali e della manipolazione dei pesci. Vengono allora edificati due palazzi in stile neoclassico -appositamente per le attività di macello- dei locali sotterranei adibiti a ghiacciaie, a cui si aggiungerà più tardi – molto più tardi in effetti, nel 1916- il padiglione dell’orologio, la più grande costruzione in ferro e vetro di tutta Torino.
Nucleo centrale della zona è senza dubbio “il quadrato” all’imbocco di via Milano, dove, fino al Settecento, si trovava la “posterla” di San Michele, una piccola porta secondaria utilizzata per accedere all’ingresso nord della città, in sostituzione della romana e vetusta Porta Palatina. Tale passaggio scompare a seguito dei progetti di Juvarra, il quale propone la realizzazione di una struttura ad arco trionfale, portici e paraste. L’abbattimento delle mura avviene però nell’Ottocento, per volere di Napoleone, solo a quel punto la piazza assume l’ampiezza attuale, con il prolungamento della piazzetta verso nord e l’aggiunta del grande spiazzo ottagonale che caratterizza l’odierna piazza della Repubblica.
Non cambia nel tempo il segno distintivo del luogo: “l’incontro”. Così infatti ne parla Fiorenzo Oliva ne “Il mondo in una piazza. Diario di un anno tra 55 etnie” (edito nel 2009): “Porta Palazzo è profumo di frutta e verdura, colori vivaci,vociare straniero mescolato agli svariati dialetti italiani, contatto con popoli lontani. A Porta Palazzo vivono, si incontrano e si scontrano l’Europa, l’Africa e l’Asia”.
Non basta tuttavia passeggiare tra le bancarelle, vi sono anche altri punti d’interesse da tenere in considerazione. I Padiglioni IV, II e V ad esempio: il primo è considerato simbolo per eccellenza del grande mercato, edificato nei primi del Novecento, è conosciuto dai torinesi come “l mercà dij busiard” (il mercato dei bugiardi), nonostante il soprannome poco cortese, la struttura è sempre stata zona di grandi affari; gli altri due edifici invece vengono eretti nel 1836, su progetto dell’ingegner Barone, uno dedicato al mercato del pesce e l’altro invece agli altri generi alimentari.
Da non dimenticare assolutamente poi il PalaFuksas, progetto realizzato da Doriana e Massimiliano Fuksas tra il 1998 e il 2005, dopo la demolizione del preesistente “Mercato dell’Abbigliamento” del 1963.
L’edificio, noto anche come “Centro Palatino”, viene inaugurato il 25 marzo 2011, ospita al suo interno
due delle più antiche ghiacciaie sotterranee della piazza, rinvenute durante gli scavi per i lavori.
La struttura presenta una forte estetica contemporanea, caratterizzata dall’utilizzo del vetro e del metallo brunato, a sottolineare l’unione tra il moderno e le architetture eterogeee sviluppatisi nell’area negli ultimi tre secoli.

Nel 2019 partono importanti lavori di riqualificazione, dopo la chiusura di diversi punti vendita, viene così inaugurato il Mercato Centrale, che offre numerosi angoli gastronomici e ristoranti tipici in rappresentanza dei vari territori italiani.
Altro riferimento della zona è senz’altro il SERMIG, cruciale per quel che riguarda un concreto aiuto per alleviare le problematiche migratorie e sociali dovute a povertà e degrado.
Dal contemporaneo all’epoca romana, mi pare doveroso citare ancora l’antica Porta Principalis Dextera, “Pòrta Palatin-a o Tor Roman-e” in piemontese, l’originario accesso da settentrione per il capoluogo piemontese. Si tratta della principale testimonianza archeologica dell’epoca romana della città, nonché di una delle porte urbiche del I secolo a.C. meglio conservate al mondo; la struttura è compresa nell’area del Parco Archeologico, inaugurato nel 2006, insieme a Palazzo Reale e al Teatro Romano.
Un tempo nota come “Porta Doranea”, a causa della vicinanza con la Dora Riparia, oggi meglio conosciuta come Porta Palatina, dicitura derivante probabilmente dal latino “Porta Palatii.” I resti dell’architettura sono imponenti ed è più che visibile la somiglianaza strutturale con la Porta Decumana, inclusa nella successiva struttura medievale dell’attuale Palazzo Madama, entrambi gli ingressi rappresentano dunque un tipico esempio di “porta ad cavædium”, ovvero una struttura a doppia porta con “statio”,
un cortile quadrangolare sul lato interno. Vicino è ancora presente parte del basolato, sempre di epoca romana, su cui è ancora possibile visionare i solchi sulle pietre provocati dal transito del carri. È opportuno specificare che le statue bronzee raffiguranti Cesare Augusto e Giulio Cesare non sono originali ma copie risalenti al restauro del 1934.
La struttura si è di recente ritrovata sotto i riflettori, grazie all’opera dello street artist francese Saype, il quale nell’ottobre 2020 ha realizzato un murale lungo il prato del parco. L’opera,
raffigurante una catena di mani e braccia che si stringono tra di loro e che attraversano idealmente la Porta, può essere visualizzata esclusivamente dall’alto e non per sempre, infatti l’utilizzo di vernici biodegradabili la rende sì rispettosa dell’ambiente ma anche destinata a scomparire.
A Torino nulla è banale, nemmeno fare la spesa, ce lo insegna Gozzano: “Passiamo tra banco e banco, tra le cataste di stoffa, tra il gaio sventolare dei nastri e dei pizzi sospesi alle travi, ecco l’odore acre delle stoffe, mitigato, sostituito dall’aroma dei fiori; passiamo oltre, tra le chincaglierie, le terraglie, i vetri; veniamo alla nota vera, predominante di Porta Palazzo: quella gastronomica”.

Alessia Cagnotto

 

 

Callori, linea cadetta. Da Moncestino a Balzola 

Tra i dieci figli di Maria Teresa Patrucco e Camillo Callori, ramo cadetto escluso dal titolo nobiliare di Vignale rappresentato da Giulio Cesare che garantiva i diritti della primogenitura familiare, troviamo Carlo Callori, terzogenito e ufficiale napoleonico. Con la moglie Philippine Dujardin Issottier sposata nel 1827, nata a Grenoble e figlia di un ufficiale belga morto nel passaggio della Beresina durante la ritirata napoleonica dalla Russia, Carlo si stabilí negli appartamenti del castello di Moncestino dopo la partenza della sorella Petronilla Callori con il marito Giovanni Battista Gozzani, nominato Colonnello Comandante di Vercelli e provincia nel 1822.

Carlo e Philippine si trasferirono a Balzola dopo il 1840 per gestire la Cascina Nuova, una Grangia a corte chiusa che poteva ospitare trenta famiglie per la cultura risicola, proprietà del cugino di primo grado conte Fulvio Vincenzo Callori, capitano della milizia e gentiluomo di camera onoraria del re Carlo Alberto. Fulvio Vincenzo Callori si era unito in matrimonio nel 1844 con Teresa Pico Gonzaga dei conti di Uviglie, famiglia  riconosciuta e aggregata ai Gonzaga di Mantova nel 1497. Carlo Callori, primo cittadino di Balzola dal 1845 al 1867, fu uno dei sindaci più longevi del comune monferrino.

Due dei quattro figli di Carlo e Philippine nacquero a Balzola, Felicita e Giulia. Felicita Callori, sposata con Giuseppe Grignolio, notaio e segretario del comune di Balzola, ebbe tre figli: Filippo abitante a Cumiana, Maria alloggiata nel Cottolengo di Torino come compenso per aver donato a questo istituto la Cascina Scagliotta di San Martino di Rosignano di proprietà Callori, oggi Residenza per Anziani, e Carlo, giostraio famoso in tutta Europa. Giulia Callori, sposata con il cavaliere milanese Domenico Gerli, magistrato e cancelliere presso il Tribunale di Cuneo e alla Corte di Cassazione di Torino, ebbe una unica figlia, Filippina, nome attribuitole per ricordare la nonna. Giulia e Domenico, mancati a Piscina di Pinerolo, sono sepolti nel cimitero di Balzola accanto alla figlia scomparsa nel 1980.

Nel castello di Moncestino, prima residenza di Carlo e Philippine, nacque il primogenito Camillo e la secondogenita Petronilla, nubile, nome attribuitole per ricordare la sorella del padre Carlo, mancata a Gabiano e sepolta a Balzola accanto alla sorella Felicita. Per un tragico destino, i primi giorni dell’agosto 1886 videro la scomparsa dei coniugi Carlo e Philippine, preceduti tre mesi prima da Luigi Callori, fratello di Carlo e sindaco di Moncestino, sepolti insieme a Balzola nel sepolcreto di famiglia. Camillo, primogenito di Carlo e Philippine nato nel 1832 durante un parto trigemino con le due sorelline Maria Matilde e Maria Teresa non sopravvissute, risiedeva a Torino al n.6 di via Ormea dove morì all’età di 62 anni. Camillo, esattore delle Imposte, diede continuità alla linea cadetta dei Callori con i dieci figli avuti dalla nobildonna Vittoria Guasta sposata nel 1869, figlia di Giuseppe medico di Camagna.
(2-Continua)
Armano Luigi Gozzano 

Vanchiglietta, il quartiere nato tra due fiumi e il profumo del cioccolato

 

La metamorfosi di Vanchiglietta tra industria e natura.

Vanchiglietta è stata, per lungo tempo, una terra di confine. Questo quartiere, oggi tra i più apprezzati di Torino, è nato dall’acqua, dal fango e dal lavoro di generazioni di uomini e donne che hanno trasformato un territorio difficile in uno dei luoghi più caratteristici della città. Stretta tra il Po e la Dora Riparia, Vanchiglietta fu per secoli una zona periferica, segnata dalla presenza dei fiumi e dalle loro periodiche esondazioni. Dove oggi sorgono palazzi, giardini e piste ciclabili si estendevano terreni umidi, prati allagati e sentieri fangosi. Qui vivevano contadini, lavandaie, barcaioli e piccoli artigiani che traevano sostentamento dall’acqua e dalla fertilità del suolo. Le condizioni erano spesso difficili: le zanzare infestavano l’area e le piene rendevano precaria la vita quotidiana. Non è un caso che l’origine del nome Vanchiglia e della sua naturale estensione, Vanchiglietta, sia ancora oggi oggetto di interpretazioni. Secondo alcune ipotesi deriverebbe proprio dalle caratteristiche del terreno, ricco di acquitrini, vegetazione palustre e fanghiglia. Un ambiente lontanissimo dall’immagine elegante e ordinata che il quartiere offre oggi ai suoi abitanti. La svolta per quest’area è arrivata nella seconda metà dell’Ottocento, quando Torino iniziò ad allargare i propri confini urbani. Le opere di bonifica, la costruzione di nuove strade e l’espansione edilizia cambiarono profondamente il suo volto, ma fu soprattutto l’industrializzazione a imprimere una trasformazione decisiva. Tra la fine del XIX secolo e i primi decenni del Novecento sorsero stabilimenti, officine e laboratori che sfruttavano la vicinanza dei canali e delle infrastrutture cittadine. Le ciminiere divennero parte integrante del paesaggio e il quartiere conquistò un soprannome destinato a entrare nella memoria popolare: Borgh dël fum, il borgo del fumo. Per molti anni il cielo di Vanchiglietta fu attraversato dalle dense colonne che uscivano dagli impianti industriali. Eppure, accanto all’odore del carbone e delle officine, se ne diffondeva uno ben più gradevole, nei primi anni del Novecento, infatti, la Venchi, destinata a diventare una delle più celebri aziende dolciarie italiane, trasferì qui parte della propria produzione. Il profumo del cacao e del cioccolato si mescolava così agli aromi della città operaia, creando un’atmosfera che molti anziani ricordano ancora con nostalgia. Nello stesso quartiere veniva inoltre prodotta la Borocillina della Schiapparelli, farmaco entrato nella storia dell’industria farmaceutica italiana. Per lungo tempo Vanchiglietta mantenne anche una certa distanza dal resto della città. La presenza dei fiumi e la scarsità dei collegamenti la rendevano quasi una piccola isola urbana e raggiungerla significava attraversare ponti e percorrere strade che sembravano condurre fuori Torino, verso una periferia ancora sospesa tra campagna e industria. Il secondo dopoguerra segnò un nuovo cambiamento:le fabbriche lasciarono progressivamente spazio alle abitazioni, ai servizi e agli spazi pubblici. Il quartiere iniziò così a costruire l’identità che lo contraddistingue ancora oggi: una zona residenziale tranquilla, immersa nel verde e caratterizzata da una forte dimensione di comunità. I palazzi di fine Ottocento e inizio Novecento, i piccoli negozi di vicinato, i caffè e le attività artigianali contribuiscono a creare un’atmosfera che conserva il sapore della Torino di una volta. Oggi Vanchiglietta vive soprattutto del suo rapporto con l’acqua e con la natura. Il Parco Colletta e il vicino Parco del Meisino rappresentano un patrimonio prezioso, frequentato ogni giorno da sportivi, famiglie e amanti delle passeggiate. Le piste ciclabili lungo il Po collegano il quartiere al centro cittadino e alla collina, offrendo uno dei percorsi più suggestivi della città.

Negli ultimi anni la zona ha attirato nuove famiglie, professionisti e studenti, conquistati dalla qualità della vita e dalla posizione strategica. Restano alcune criticità legate al traffico, alla carenza di parcheggi e alla necessità di valorizzare ulteriormente alcuni spazi pubblici, tuttavia il fascino di Vanchiglietta continua a risiedere proprio nella sua capacità di mantenere un equilibrio tra memoria e modernità. Tra il verde dei parchi, il lento scorrere del Po e il ricordo delle ciminiere che un tempo ne segnavano l’orizzonte, il quartiere racconta ancora oggi una delle pagine più affascinanti della storia torinese: quella di una terra nata tra due fiumi, cresciuta con l’industria e rimasta fedele alla propria anima. C’e’ poi un tema molto sentito in questa parte di Torino: il Meisino, i cittadini e le associazioni ambientaliste, infatti, chiedono che l’area mantenga la propria vocazione naturalistica, con particolare attenzione alla tutela della biodiversità, dei percorsi naturalistici e degli habitat presenti lungo il Po. Il dibattito degli ultimi anni ha mostrato quanto il rapporto con il verde e con i corsi d’acqua sia diventato parte integrante dell’identità di Vanchiglietta e di chi la abita. La Panchina “Donna, Vita, Libertà”, infine, può essere considerata come una delle testimonianze più recenti dell’identità culturale e civile del quartiere.

 

Maria La Barbera

 

 

 

La Festa di San Giovanni

Il 24 giugno è da sempre un giorno carico di simbologia e tradizioni; in Italia ed in molte parti d’Europa si celebra la Festa di San Giovanni Battista, l’unico santo per il quale la Chiesa cattolica ricorda la nascita, avvenuta appunto il 24 giugno e la morte, il 29 agosto, onore riservato solo alla Beata Vergine Maria e a Gesù Cristo.
San Giovanni Battista, nato alla fine del I secolo a.C. ad Ain Karem, a circa sette km ad ovest di Gerusalemme, era figlio di Zaccaria ed Elisabetta, parente di Maria. Quando ebbe un’età conveniente si ritirò a condurre la dura vita dell’asceta nel deserto, cibandosi di locuste e miele selvatico.
Nell’anno quindicesimo dell’impero di Tiberio, 28-29 d.C., iniziò la sua missione lungo il fiume Giordano, esortando alla conversione e predicando la penitenza. In segno di purificazione dai peccati e di nascita a nuova vita, immergeva nelle acque del fiume coloro che accoglievano la sua parola e per questo rito, detto battesimo, venne soprannominato “Battista”. Anche Gesù si presentò al Giordano per essere battezzato e Giovanni quando se lo vide davanti disse: “
Ecco l’Agnello di Dio, ecco colui che toglie il peccato dal mondo!” e a Gesù: “Io ho bisogno di esser battezzato da te e tu vieni da me?”. Quando compì il rito vide scendere lo Spirito Santo su di lui come una colomba, mentre una voce diceva: “questo è il mio figlio prediletto nel quale mi sono compiaciuto”.
Con il battesimo Giovanni perdonava i peccati, rendendo così inutili i sacrifici espiatori, che a quell’epoca si facevano al tempio; tutto questo non era gradito ai sacerdoti e così Re Erode Antipa, sovrano accusato di adulterio da Giovanni per aver preso con sé la bella Erodiade, moglie divorziata da suo fratello, lo fece arrestare. Un giorno il monarca organizzò un banchetto per festeggiare il compleanno della sua amata e alla festa partecipò anche Salomè, figlia di primo letto di Erodiade e quindi nipote di Erode Antipa. La fanciulla danzò e l’esibizione piacque molto al re, il quale le disse: “
chiedimi qualsiasi cosa e io te la darò”. Salomè, consigliata dalla madre, chiese la testa di Battista ed Erode, pur rattristato, fu costretto ad esaudire tale desiderio. Giovanni Battista venne quindi decapitato tra il 29 e il 32 d.C.
Secondo la tradizione il capo del santo è conservato nella Chiesa di San Silvestro in Capite a Roma, mentre il piatto che lo avrebbe accolto è custodito nel Museo del Tesoro della Cattedrale di San Lorenzo a Genova. Una parte delle reliquie è stata donata dai Doria all’Oratorio di San Giovanni Battista di Loano. Il suo braccio destro si trova invece nel Duomo di Siena, mentre una piccola quantità di sangue è custodita nella Chiesa di San Gregorio Armeno a Napoli.
La Festa di San Giovanni ha origini pagane ed i suoi rituali sono stati narrati da celebri scrittori, tra i quali Cesare Pavese nel romanzo “La luna e i falò”. La notte di San Giovanni è infatti quella dei fuochi ed ai tradizionali falò che rompono le tenebre nelle località di montagna e in campagna, si accompagnano i magnifici spettacoli pirotecnici in molte città, tra le quali Torino, capoluogo del quale Giovanni Battista è il Santo Patrono.
Questi falò hanno l’obiettivo di propiziare i raccolti e rafforzare il sole, che lentamente diventa sempre più debole. Il 24 giugno è infatti l’opposto del 17 gennaio, giorno di Sant’Antonio Abate, quando i falò vengono accesi per rafforzare il sole, che dopo il solstizio d’inverno giorno dopo giorno diventa sempre più forte. Se il 17 gennaio segna l’apice delle tenebre e il lento allungarsi delle giornate, il 24 giugno al contrario rappresenta l’apice della luce e il lento progredire del buio.
La Festa di San Giovanni cade infatti pochi giorni dopo il 21 giugno, il giorno più lungo dell’anno.
Nell’antichità il 24 giugno si festeggiava la Dea Fortuna e si accendevano grandi falò con l’obiettivo di propiziare i raccolti. Il fuoco aveva una funzione purificatrice nelle persone che lo guardavano e serviva anche per cacciare le streghe, che si credeva si radunassero nella notte per danzare sotto i noci. Il Cristianesimo integrò all’interno della propria liturgia le feste pagane dedicate al solstizio d’estate e così la tradizione dei falò è giunta fino ai giorni nostri.
Giovanni è il santo che battezzava e secondo un’antica tradizione nella sua notte l’acqua si sposerebbe con il fuoco e la luna con il sole. In questo giorno il sole entra infatti nella costellazione del cancro che è dominata dalla luna.
Il 24 giugno è una festa molto sentita a Torino, il cui legame con San Giovanni Battista risale addirittura ai tempi di Agilulfo, Re dei Longobardi dal 591 al 616, il quale fece erigere una chiesa in suo onore. Risalgono invece al medioevo le diverse celebrazioni che coinvolgono anche gli abitanti delle zone limitrofe; il 24 giugno venivano organizzate la processione e l’ostensione delle reliquie del santo, provenienti dalla chiesa di Saint-Jean-de-Maurienne e non mancavano momenti conviviali come danze e canti e la corsa dei buoi nelle strade di Borgo Dora. Tradizione della vigilia era invece il falò serale in Piazza Castello: a dare fuoco alla grande catasta piramidale di legna era il figlio più giovane del sovrano e le persone cantavano e danzavano in cerchio attorno al fuoco. A guidare i festeggiamenti era Re Tamburlando, una figura che oggi può essere paragonata a quella di Gianduja.
In questo giorno in tutto il Piemonte per tradizione si bruciavano le vecchie erbe, si comprava l’aglio per avere un anno fortunato e si dava il via alla produzione casalinga del nocino, liquore che farebbe riacquistare forza nei momenti di necessità grazie all’intercessione del santo. Le noci venivano raccolte il giorno precedente e l’infuso ottenuto veniva lasciato alla luce fino al 15 agosto, quando veniva imbottigliato e tenuto al buio fino alla festa di Ognissanti, per poi berlo alla vigilia di Natale.
Alla mezzanotte del 23 si raccoglieva un rametto di felce, che conservato in casa per un anno sarebbe servito per aumentare il patrimonio.
Un’altra tradizione è quella dell’acqua di San Giovanni, preparata da molti ancora oggi. Il 23 al tramonto si raccolgono felci, artemisia, camomilla, gigli rossi ed iperico, che vengono messi in acqua per una notte. La mattina seguente questo liquido, molto profumato, viene usato per lavarsi e purificarsi. In Slovenia è invece tradizione utilizzare i sopraccitati fiori per creare ghirlande da far benedire ed appendere alle porte delle case. In questo modo San Giovanni proteggerebbe l’abitazione dagli spiriti maligni.
Nelle Langhe, oltre alla tradizione dei falò, c’era quella di raccogliere la rugiada prima dell’alba del 24 giugno, che nella tradizione cristiana rappresenta le lacrime di Salomè. Ella, pentita per la morte del Battista, coprì la sua testa di baci e lacrime e dalla bocca del morto uscì un vento fortissimo che spinse le lacrime in aria, dove restarono a vagare per l’eternità.
La tradizione vuole che la rugiada di San Giovanni abbia la capacità di avverare i desideri e di proteggere dalle malattie e dalle tempeste.
Secondo un’antica leggenda il 24 giugno la sfera solare sarebbe più luminosa del solito e si potrebbe vedere un cerchio di fuoco che gira. Chi, tra le ragazze da marito, riuscirà a vedervi la testa di San Giovanni decapitato, si sposerà entro l’anno.
L’erba protagonista di questa giornata è l’iperico, chiamato anche “erba di San Giovanni” perché fiorisce in questo periodo. Sotto forma di estratti si utilizza nelle depressioni lievi e moderate, in quanto ha proprietà sedative e analgesiche. Viene usato anche come antinfiammatorio nei casi di artrite, sciatica, fibromialgie e dolori reumatici. L’olio di iperico è un ottimo antinfiammatorio, antisettico e vulnerario per ferite, abrasioni, ulcere e scottature, che può essere utilizzato per ridurre il dolore di origine nervosa, come la sciatica e di origine muscolare.

ANDREA CARNINO

Margherita di Savoia, il paese della Puglia che porta il nome di una regina torinese

 

Dove l’oro bianco delle saline incontra il ricordo di una donna.

C’è un luogo in Puglia dove il nome di una regina nata a Torino continua a vivere ogni giorno. Lo si legge sui cartelli stradali, nelle insegne dei negozi e nei documenti ufficiali. È Margherita di Savoia, cittadina affacciata sull’Adriatico, famosa per le sue immense saline e per il singolare legame che la unisce alla monarchia italiana. Fino al 1879 il paese era conosciuto come Saline di Barletta. In quell’anno il comune decise di assumere il nome di Margherita di Savoia in onore della regina consorte di Umberto I. La scelta non fu casuale. La sovrana aveva mostrato interesse per questo territorio e per la sua principale ricchezza: il sale, una risorsa che per secoli aveva rappresentato una fonte di prosperità economica per l’intera area. Le saline sono ancora oggi il cuore identitario della città. Estese per circa venti chilometri lungo la costa, sono considerate tra le più grandi d’Europa. Già in epoca romana il sale estratto in questi bacini era una merce preziosa, tanto da essere definito “oro bianco”. Per secoli il controllo della sua produzione ha significato ricchezza, potere e sviluppo. Oggi, oltre a essere un importante sito produttivo, le saline costituiscono un ambiente naturale di straordinaria bellezza. Migliaia di fenicotteri rosa vi sostano ogni anno durante le migrazioni e molti scelgono questi specchi d’acqua per nidificare. Il bianco del sale, il rosa degli uccelli e l’azzurro del mare disegnano un paesaggio unico che rende questo tratto di costa uno dei più suggestivi del Mezzogiorno.

Accanto alle saline si sviluppa anche un’importante attività termale. I fanghi e le acque madri provenienti dai bacini salanti vengono utilizzati per trattamenti terapeutici e di benessere, richiamando visitatori da tutta Italia. Per conoscere la storia di questo straordinario patrimonio è possibile visitare il Museo Storico delle Saline, che conserva documenti, fotografie e strumenti utilizzati nel lavoro di estrazione del sale.

La figura della regina Margherita continua a evocare curiosità e aneddoti. Donna colta e popolare, fu una delle personalità più amate dell’Italia di fine Ottocento. Il suo nome è legato anche a una delle specialità gastronomiche più conosciute al mondo: la pizza Margherita, che secondo la tradizione le sarebbe stata dedicata nel 1889 durante una visita a Napoli. Vera o meno che sia la leggenda, il nome della sovrana continua ancora oggi a unire luoghi e storie molto diversi tra loro.

Passeggiando per il centro di Margherita di Savoia si incontrano testimonianze di questo passato. Tra i monumenti più significativi spicca la Torre delle Saline, costruita nel XVI secolo per difendere il territorio dalle incursioni provenienti dal mare. Simbolo della città, racconta il lungo rapporto tra gli abitanti e la produzione del sale.

Merita una visita anche la Chiesa Madre del Santissimo Salvatore, edificata tra il 1859 e il 1871 e dedicata al patrono cittadino. Poco distante si snoda Corso Vittorio Emanuele, elegante asse urbano fiancheggiato da edifici ottocenteschi, mentre il Lungomare Cristoforo Colombo offre una piacevole passeggiata con vista sull’Adriatico, particolarmente suggestiva nelle ore del tramonto.

A breve distanza dal paese si trova inoltre il sito archeologico di Canne della Battaglia, teatro nel 216 a.C. della celebre vittoria di Annibale sui Romani, una delle battaglie più studiate della storia militare.

Margherita di Savoia rappresenta così un singolare punto d’incontro tra Nord e Sud. Da una parte la memoria della dinastia sabauda e di una regina nata a Torino, dall’altra il paesaggio luminoso della Puglia, modellato dal mare e dal sale. Un legame inatteso che attraversa la storia dell’Italia unita e che continua a vivere in uno dei luoghi più affascinanti dell’Adriatico.

Non è un caso che questo sia uno dei rarissimi comuni italiani intitolati a una donna. A oltre un secolo dalla sua dedicazione, il nome di Margherita di Savoia continua a volare alto, proprio come i fenicotteri che ogni anno colorano di rosa le sue saline.

Di Maria La Barbera

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