STORIA

Connubio vincente in tre residenze del territorio metropolitano

Il 9, 10 e 16 maggio

Il mese di maggio rappresenta un periodo di particolare fermento per il patrimonio culturale piemontese. L’associazione Dimore Storiche  Italiane (ADSI), sezione Piemonte e Valle d’Aosta, rinnova la sua missione di valorizzazione del territorio attraverso la collaborazione con il Salone Internazionale del Libro in attesa del 24 maggio, la Giornata Nazionale ADSI.
Quest’anno l’impegno dell’associazione si è  riscontrato in un profondo legame con il territorio, facendo uscire la cultura dai centri urbani e aprendo le porte di residenze private d’eccezione presenti tra le province di Torino e di Cuneo, nel contesto del programma prestigioso del Salone OFF.
Il territorio della provincia di Torino ospiterà una serie di incontri che spaziano dalla saggistica alla botanica, offrendo occasioni di approfondimento uniche in cornici di pregio.
Sabato 9 maggio prossimo a Carignano, alle 17, la stupenda cornice di Villa Bona si inserirà nel programma della rassegna “Fiori & Vini”, in cui l’autore Angelo Berton presenterà il suo volume “Vegania”, conducendo il pubblico in un affascinante dialogo sulla cucina vegetale contemporanea. Si tratterà di un incontro dove la tecnica e la creatività culinaria si fonderanno in maniera armoniosa con la genuinità dei prodotti di alta quota.
Domenica 10 maggio, dalle 15 alle 17, a Pancalieri, nel complesso monumentale di Villa Giacosa Valfré di Bonzo si terrà  l’evento “La Cultura della Coltura”, che celebrerà  il legame tra botanica e territorio. I visitatori potranno scoprire il profumo della menta piperita attraverso visite guidate ai giardini curati dal celebre architetto Paolo Pejrone, in un pomeriggio che unirà la scoperta delle tradizioni locali a progetti di solidarietà internazionale.
Infine sabato 16 maggio alle 15, il palazzo dei conti di Bricherasio  aprirà le sue porte alla presentazione del volume di Beppe Minello, firma storica de La Stampa, dal titolo “Anonima Cronisti”.
Sarà una preziosa occasione per riflettere sulla vita vissuta all’interno delle redazioni giornalistiche e sulla complessa ricerca della verità nella Torino trasformata del Post Olimpiadi.
Domenica 17 maggio la proposta culturale riguarderà la provincia di Cuneo, con la visita al castello della Margarita, di Villa Corinna a Villanova Mondovì, di Villa Oldofredi Tadini a Cuneo e Tenuta Berroni a Racconigi.

Chiamati due volte: i martiri d’Algeria

Una mostra a Maria Ausiliatrice

Trent’anni fa, il 21 maggio 1996, venivano uccisi in Algeria i 7 monaci trappisti di Tibhirine, il cui martirio fu reso celebre in tutto il mondo dal film “Uomini di Dio” che solo in Francia ebbe 4 milioni di spettatori e vinse il premio speciale della giuria al Festival di Cannes. Ora una mostra a Torino, a Maria Ausiliatrice ( dal 10 al 24 maggio , ore 10-20), ricorda questo drammatico evento e tutti i 19 martiri dichiarati beati dalla Chiesa nel 2018 uccisi dal fondamentalismo islamico durante il decennio nero del terrorismo algerino ( 1992-2002) : oltre ai 7 monaci, religiose, religiosi e il vescovo di Orano Pierre Claverie, A organizzarla il Centro studi Perione, che si occupa a Torino dello studio e delle relazioni cristiano-islamiche, in collaborazione con il Centro Frassati, nell’ambito del Salone del libro. La mostra, che è stata esposta anche a Parigi, New York, Roma e Milano, ripercorre con foto , video, scritti la vita donata di questi martiri, la loro fede e la scelta di restare tra la gente.. Si intitola “Chiamati due volte”, perché la fedeltà alla loro vocazione si è incarnata in una fedeltà al popolo algerino, vittima anch’esso della violenza e dell’odio. Ricordare il loro sacrificio è un messaggio universale di dialogo e riconciliazione, come fu tutta la loro vita. Evento centrale sarà Giovedì 14 maggio alle ore 20,45 l’intervento del cardinale di Algeri , S.Em. Jean Paul Vesco, che parlerà nella sala don Bosco di Valdocco, sul tema :”I martiri di Algeria, testimoni di fraternità”. Venerdì 15 maggio alle ore 9 il Cardinale Vesco dirà messa in Maria Ausiliatrice, dopo la messa incontrerà nella sala don Bosco sacerdoti, religiose e religiosi che vorranno intervenire. Ha scritto Alessandro Banfi, uno dei curatori con Michele Brignone , Martino Diez Lorenzo Fazzini, Caudio Fontana e Michele Pellegrino, « Nessuno dei diciannove martiri è stato colpito in solitudine – compresa suor Odette Prévost che pure è morta da sola, perché l’altra sorella del Sacro Cuore di Gesù, Chantal Galicher, è sopravvissuta –, forse un segno che la scelta di rimanere non è mai stata del singolo individuo, ma è maturata in comunione con altri» .Al vescovo di Orano Claverie, è toccato di morire con un giovane musulmano che lo accompagnava quel giorno. La sua tomba, nella cattedrale di Orano , è accessibile da una porticina per permettere ai musulmani di visitarlo e rendergli omaggio. «I diciannove beati martiri d’Algeria», scrive ancora Banfi, «hanno lasciato opere, segni concreti: una scuola di cucito, una biblioteca, un dispensario medico… Papa Leone nella sua visita in Algeria il 13 aprile ha reso omaggio a questo “dialogo della vita”. Loro continuano a provocare, con la loro intercessione, piccoli e grandi fatti. Ha scritto Joseph Ratzinger che i santi sono come le porte delle chiese, sono sempre un tramite, un passaggio, un’occasione. Per arrivare ad altro. E anche per i diciannove succede così»

 

Riapre il Museo Forte Bramafam di Bardonecchia

Martedì 2 giugno prossimo inizia la stagione di apertura del Museo Forte Bramafam di Bardonecchia, un luogo dove si è cercato di salvare le memorie della storia militare del Regio esercito, vedendola attraverso quegli uomini che questa storia hanno creato e vissuto. In questi 30 anni di attività, è stata raccolta una notevole massa di materiale e di ricordi, oltre 200 oggetti tra cui uniformi, artiglierie, armi e materiale della vita quotidiana, inseriti in ricostruzioni ambientali che immergono il visitatore dentro la storia.

Nella pausa invernale, anche quest’anno, il Museo non è stato fermo e ha dato vita a una serie di progetti per proseguire nel recupero del Forte Bramafam attraverso bandi con Regione e Fondazioni, per proseguire negli interventi strutturali nel ripristino delle strutture preesistenti degli adeguamenti tecnologici, ma anche nelle evoluzioni legali per proseguire nel futuro del Museo. L’elemento di punta del 2026 è rappresentato da un progetto ambizioso che trasformerà il Museo in un ponte tecnologico tra passato e presente: saranno realizzate 50 installazioni che riprodurranno documentari dell’Istituto Luce e video che riproporranno 700 foto storiche legate agli eventi narrati nel Museo. Tra queste, 500 immagini sono state restaurate con l’intelligenza artificiale. Si è voluta restituire l’umanità e il movimento a uomini che altrimenti sarebbero rimasti statici nella memoria. Una mole di contenuti che su carta avrebbe richiesto spazi immensi. Vengono così ad aprirsi una serie di storie legate alle fortificazioni, alle artiglierie e alle guerre, ma dove emergono i volti degli uomini del passato.

Questa lettura dei documenti storici è resa più fruibile dall’uso dell’IA e dei video, resa piu viva per le nuove generazioni, con la flessibilità di poter aggiornare i contenuti o creare percorsi tematici differenti senza cambiare l’allestimento fisico. Alcuni dei temi che verranno raccontato saranno il Terzo Alpini e la Madonna di Rocciamelone, le artiglierie da fortezza del Regio esercito, la piazza militare del Moncenisio, Susa a inizio Novecento, gli Alpini sciatori a Bardonecchia, Folgore e Monterosa tra Moncenisio e Monginevro, le batterie corazzate e la formazione “ Stellina Giustizia e Libertà”.

Lo scorso anno il Museo aveva ipotizzato di aprire, nel 2026, il nuovo settore della galleria di Gola, ma l’entità degli interventi, i costi e la riduzione dei contributi da parte delle fondazioni bancarie ha costretto a dare una sospensione alle attività e aprire un mutuo per pagare parte dei lavori. Rimangono da completare parte della impermeabilizzazione sulla copertura, impiantistiche elettriche di controllo, la ricostruzione degli interni e gli impianti nel pozzo Gruson.

Il progetto è andato oltre l’aspetto museale e sono stati avviati contatti con l’Amministrazione comunale di Bardonecchia per definire il trasferimento a titolo non oneroso del compendio di Forte Bramafam e, tra gli altri, la presentazione di una domanda per la ricostruzione dell’acquedotto di Forte Bramafam che porterà rifornimento idrico alle Case di Sant’Anna. È stato inoltre promosso dall’Associazione per gli Studi di Storia e Architettura militare del Forte Bramafam un convegno a Bardonecchia dal titolo “Sulle strade bianche delle fortificazioni”.

Info aperture: giugno – martedì 2 e tutte le domeniche – a luglio tutti i sabati e le domeniche – agosto tutti i giorni dall’1 al 30 – settembre tutte le domeniche – novembre tutte le domeniche

Mara Martellotta

 

Foto Corino  – Turismo Torino e Provincia

“C’era una volta Italia ’61”, gli anni ruggenti di Torino

Mercoledì 6 maggio, nella Sala Spagnuolo di Palazzo Lascaris (via Alfieri 15, Torino) è stata aperta al pubblico la mostra fotografica “C’era una volta Italia 61”, a 65 anni dalle manifestazioni per il primo anniversario dell’Unità d’Italia. Un viaggio immaginario che ricostruisce quel momento storico attraverso video d’epoca, fotografie, manifesti e oggetti originali, ricordando la leggendaria monorotaia Alweg che correva sul laghetto dietro al Palazzo a Vela. La mostra, promossa dal Consiglio regionale e curata dell’associazione “Amici di Italia ’61”, rimarrà aperta al pubblico fino al 10 giugno 2026. Orario di apertura: dal lunedì al venerdì dalle 9 alle 17. Ingresso gratuito.

I curatori, Mario Abrate e Piero D’Alessandro, fondatore e presidente dell’associazione “Amici di Italia ‘61”, durante l’inaugurazione hanno illustrato al presidente del Consiglio regionale Davide Nicco ed al consigliere segretario Fabio Carosso i contenuti dell’esposizione.

“Questa mostra ripercorre gli anni ruggenti della nostra città – ha commentato il presidente Nicco – le immagini degli anni Sessanta, che oggi rivediamo con un po’ di nostalgia, fanno memoria della storia di una parte importante del nostro territorio, che è bene preservare e raccontare ai giovani di oggi”.

La mostra celebra i 65 anni dall’evento che portò Torino al centro dell’interesse nazionale in occasione del centenario dell’Unità d’Italia: una stagione unica per l’innovazione architettonica, tecnologica e culturale di cui oggi rimangono solo alcuni segni in città. Da maggio a ottobre nel 1961, in pieno boom economico, Torino si presentò al mondo con infrastrutture avveniristiche, moderni padiglioni e la celebre monorotaia. “Obiettivo dell’esposizione – hanno detto i curatori – è restituire questo patrimonio alla memoria collettiva attraverso un racconto con materiali originali, immagini, manifesti d’epoca e testimonianze dirette raccolte in anni di ricerche e grazie alla collaborazione di numerose persone”.

Per approfondire l’argomento mercoledì 3 giugno alle 15 a Palazzo Lascaris si svolgerà una conferenza pubblica a cura dell’Associazione, dal titolo: “Italia ’61: La città delle meraviglie. L’esposizione nella memoria collettiva: storie, curiosità, frammenti di vita”.

Info: www.italia61.org

La magia delle bambole Lenci

Una passione torinese che si trasformo’ in successo internazionale

Il 23 aprile 1919 nacque a Torino la Lenci ,  “Ludus est nobis constanter industria” (il gioco è per noi costante lavoro), l’azienda delle famose e iconiche bambole conosciute in tutto il mondo che produceva anche altri giocattoli, mobili in legno, articoli per la casa e accessori per l’ abbigliamento.

Lenci non era solo l’acrostico del motto che i coniugi Enrico Scavini ed Elena Konig, donna colta e raffinata di origine austriaca, avevano creato per celebrare la loro attivita’ , ma anche il soprannome della signora che aveva cominciato la sua esperienza ludico-professionale in via Marco Polo 5 insieme al fratello che aveva deciso di aiutarla a creare le magnifiche creazioni che piacevano tanto ai Savoia.

Il marchio composto dall’immagine di una trottola, un filo e lo slogan che fa da cornice fu depositato nel 1922 e diede inizio ad una avventura che, oltre alla produzione e commercializzazione delle bambole, si configurera’ come punto di riferimento per la moda di quegli anni e sara’ motivo di ispirazione di artisti e sorgente di idee e creativita’.

Le Lenci non raffiguravano solo bambini, spesso dalla faccina imbronciata, ma anche silhouette con vestiti etnici e personaggi famosi come Marlene Dietrich e Rodolfo Valentino; raggiunsero presto un grande successo che le porto’ ad esposizioni molto importanti come quella di Parigi, Roma e Zurigo. Nel 1926 fu stampato il catalogo dell’azienda completo di tutti i prodotti che fu ampliato, a sua volta, nel 1927 con l’inserimento delle ceramiche. L’introduzione di nuove oggetti, oltre a rappresentare l’evoluzione della azienda, fu anche un ulteriore sforzo per combattere i diversi tentativi di concorrenza che misero l’azienda in crisi diverse volte. Dal 1928 la Lenci e’ nel momento di massima di espansione, ma questo non evitera’ difficolta’ economiche, dovute agli alti costi di gestione, che richiederanno la compartecipazione di un socio, Pilade Garella, che ne diventera’ proprietario unico nel 1937. Elena Koning rimarra’ come direttore creativo e si occupera’ di assicurarne lo stile e la linea fino alla morte del marito, momento in cui decise di lasciare l’azienda. Nel 1997 la Lenci venne venduta all’azienda Bambole Italiane che, purtroppo, e’ fallira’ nel 2002.

Ancora oggi si utilizza il panno lenci una stoffa non tessuta che viene usata per fare vestiti, ma anche accessori e collane grazie alla sua facilita’ di utilizzo e che rimanda alle famose bambole che erano foderate con un’ ulteriore strato di mussola, per renderle lavabili, e ricoperte di polvere vellutina.

L’avvento della celluloide rese le bambole di pezza obsolete e la produzione si concluse, ma ancora oggi le Lenci possono essere trovate nei mercati e nei negozi di antiquariato oltre che su diversi siti internet di commercio e di collezionisti.

Il loro successo fu talmente importante che vennero esposte nei musei di tutto il mondo tra cui New York e Tokyo, questa fama fu il frutto di una passione, trasformatasi poi in lavoro, che segno’ un periodo magico per Torino che ancora una volta si conferma luogo di fertile di estro e genialita’.

MARIA LA BARBERA

Al Polo delle Rosine il volume sulla Resistenza nelle Valli di Lanzo

Venerdì 8 maggio, alle ore 18.30, il Polo delle Rosine ospiterà la presentazione del volume “Le Valli di Lanzo verso la Liberazione. Missioni e corvée attraverso le Alpi 1944-1945”, a cura di Franco Brunetta, Gianni Castagneri, Monica Data, Silvia Marchisio, Ezio Sesia, Furio e Marco Sguayzer. L’incontro si inserisce nel programma della 22esima edizione del Salone OFF di Torino e nel quadro delle celebrazioni per l’80esimo anniversario della Repubblica Italiana, proponendo una riflessione profonda sulle radici storiche e civili del nostro Paese. Le vicende delle Valli di Lanzo diventano simbolo di un passaggio cruciale tra sentieri impervi, sacrificio, coraggio, presenza forma a quel processo di liberazione che avrebbe condotto alla nascita della Democrazia Repubblicana. Il volume non si limita a ricostruire gli eventi della Liberazione, ma cerca di approfondire il valore umano e morale della Resistenza, restituendo voce a chi, anche rimasto in ombra, avrebbe contribuito a immaginare e costruire una nuova Italia.

Tra gli interventi si ricordano quelli di Michele Vietti, autore dell’introduzione, ed Ezio Sesia, tra i curatori del volume. L’incontro al Polo delle Rosine sarà un’occasione per riscoprire una pagina fondamentale della storia locale e nazionale e per promuovere i valori della memoria come fondamento della cittadinanza.

L’evento è stato promosso dalla Società Storica delle Valli di Lanzo, fondata a Ceres nel 1946 da Giovanni Donna D’Oldenico.

Venerdì 8 maggio, ore 18.30 – Polo le Rosine- via Plana 8/C Torino. Ingresso libero – prenotazioni: eventi@lerosine.it

La pieve di San Pietro a Pianezza. Uno dei tesori oltre la cintura di Torino

 

Eretta sulla sponda del Dora Riparia nel XII secolo in stile romanico lombardo, con il tetto a capanna, e dedicata a San Pietro, la pieve di Pianezza, a pochi chilometri da Torino, offre uno spettacolo unico e, probabilmente, inaspettato grazie ai suoi affreschi, un ciclo dipinto, quasi interamente, da Giacomo Jaquerio e altri artisti della sua scuola. Il pittore fu il rappresentante della pittura tardo-gotica in Piemonte e le sue opere, grazie al duca Amedeo VIII, arrivarono fino a Ginevra.

Sconsacrata oramai da molto, un tempo fu luogo di preghiera di pellegrini e viandanti, e venne costruita, con molta probabilita’, al posto di un tempio pagano; in origine era costituita da una sola navata, ma in epoca gotica (tra il 300 e il 400) ne furono aggiunte altra due piu’ piccole. La facciata, in un primo tempo poco curata, fu riqualificata a fine ‘300 con mattoni rossi romanici e materiali di recupero mentre l’entrata fu collocata nella parte laterale da dove si accede anche al presbiterio. Durante l’ultima fase dei lavori sono stati dipinti il Cristo in Croce, una santa non identificata sul pilastro di entrata ed un’altra vicina all’immagine di Santa Margherita. Molto belle anche le vetrate colorate, copie create nell’800, i cui originali di Antoine de Lonhy sono conservati al Museo Civico Torinese di Palazzo Madama.

I Provana, una tra le cinque famiglie feudali piu’ importanti del Piemonte, volle fortemente le decorazioni della Pieve di San Pietro, tra queste, oltre a quelle gia’ citate, abbiamo la raffigurazione degli Apostoli, l’Annunciazione e il dipinto dedicato a Santa Caterina; nella cappella che porta il loro nome, invece, troviamo il dipinto sulla vita di San Giovanni in cui si riconoscono anche i simboli della famiglia: il liocorno e i tralci di vite.

La Pieve di San Pietro si aggiunge alle moltissime opere in stile romanico del Piemonte (chiese, castelli, abbazie) che venivano edificate perlopiu’ sulle strade devozionali, come la via Francigena che portava i pellegrini dall’Inghilterra fino a Roma.

Normalmente non e’ aperta al pubblico, ma si può visitare contattando gli uffici comunali o i gruppi di volontari dedicati. In questa chiesa, inoltre, e’ possibile celebrare matrimoni civili assecondando cosi’ la volonta’ di valorizzare ancora di piu’ il patrimonio architettonico della citta’.

MARIA LA BARBERA

Apertura su richiesta; prenotazioni presso l’ufficio URP 011/9670211 oppure
presso UNECON: 3333903669 – 3394620103 – 3356171376
unecon2019@gmail.com

I Savoia, una storia cominciata a Susa

Fino al 24 maggio
Tutto iniziò da un matrimonio, quello tra Adelaide, contessa di Torino e signora di Susa, e Oddone di Savoia. Un’unione che aprì ai Savoia le porte d’Europa e segnò per sempre la storia di questo territorio. Da quel momento, nell’XI secolo, il castello di Susa, che porta il nome di Adelaide, diventò il punto di partenza per raccontare una dinastia che avrebbe governato le Alpi per mille anni. Al secondo piano dell’antico palazzo due bifore appartengono all’edificio dell’XI secolo in cui Adelaide soggiornò e la sua presenza a Susa è attestata con precisione da due documenti di primaria importanza, datati 1073 e 1078. Fermarsi davanti a queste bifore significa sostare nello stesso spazio in cui, quasi mille anni fa, una delle donne più potenti del Medioevo italiano si affacciava per guardare il giardino, ammirare le montagne, attendere l’arrivo degli ospiti e soprattutto per esercitare la propria autorità durante la sua permanenza in Val Susa.
Qui visse Adelaide, figura centrale del secolo XI perché le sue nozze con Oddone segnarono l’ingresso della dinastia sabauda nella scena europea. Il matrimonio avvenne nel 1045 ma sul luogo delle nozze non esiste una testimonianza diretta, forse fu celebrato a Torino o nella stessa Susa oppure nell’Abbazia di Novalesa. Il matrimonio non fu una storia d’amore ma un’alleanza strategica di enorme importanza. Adelaide controllava i valichi alpini cruciali, il Moncenisio e il Monginevro, fondamentali per i collegamenti tra Italia e Francia. Oddone, figlio del conte Umberto I Biancamano, fondatore dei Savoia, rappresentava una dinastia emergente oltre le Alpi. L’unione consolidò il legame tra la futura Casa Savoia e i territori italiani, aprendo alla dinastia la strada verso il Piemonte e, alla morte di Adelaide nel 1091, i suoi territori passarono ai discendenti sabaudi. Dalle mura di questo castello parte la lunga storia dei Savoia a cui è dedicata la mostra “I Savoia, mille anni di storia e potere”, fino al 24 maggio al castello di Susa, uno dei luoghi in cui la storia dei Savoia è incominciata.
La rassegna, visitata tra gli altri da Aimone di Savoia, duca d’Aosta, presenta la collezione di Savoie.live, l’associazione francese che conserva un patrimonio di grande importanza storica legato alla dinastia sabauda che si integra in queste sale con la collezione permanente del Museo Civico di Susa, Nell’esposizione, curata da Stefano Paschero, direttore del Museo civico di Susa, e Claude Duffur, si possono vedere decine di documenti e oggetti originali che comprendono otto secoli di storia europea. Ci sono sigilli medioevali in bronzo, sciabole, libri d’ore miniati, antichi volumetti in pelle con la storia dei Savoia, codici giuridici, ritratti di sovrani, croci alpine in oro e argento, monete e carte geografiche olandesi del Seicento e Settecento. Non solo una mostra ma il racconto di un’amicizia tra due terre che parlano la stessa lingua attraverso l’arte e la storia, oggi come ieri. Orari di apertura della mostra: venerdì, sabato e domenica dalla ore 14,00 alle ore 18,00.           Filippo Re
nelle foto,  le bifore esterne e interne al castello di Susa, oggetti esposti nella mostra

Dal papiro al digitale: ME-Scripta, il centro di ricerca del Museo Egizio sostenuto da Fondazione CRT

Un nuovo passo avanti per la ricerca sull’Antico Egitto: prende vita ME-Scripta, il centro di ricerca promosso dal Museo Egizio e sostenuto in modo determinante dalla Fondazione CRT. L’iniziativa, resa possibile da un investimento di circa 3 milioni di euro, punta a sviluppare un programma pluriennale dedicato allo studio, al restauro e alla digitalizzazione delle testimonianze scritte egizie, dai papiri agli ostraca fino alle legature copte.

Con questo progetto, il Museo Egizio rafforza la propria dimensione scientifica, affiancando alle attività espositive un centro di ricerca strutturato e interdisciplinare. ME-Scripta nasce infatti come realtà interna autonoma, guidata da Susanne Töpfer e composta da un team specializzato, con l’obiettivo di valorizzare una delle più importanti collezioni papirologiche al mondo: circa mille manoscritti e oltre 30 mila frammenti che coprono più di tre millenni di storia, in diverse lingue e sistemi di scrittura.

L’iniziativa si inserisce in una visione di lungo periodo che combina competenze umanistiche e tecnologie avanzate. Filologia, analisi multispettrali, restauro e strumenti digitali convergono per produrre nuova conoscenza e renderla accessibile sia alla comunità scientifica sia al grande pubblico.

Il programma scientifico si articola in tre principali linee di ricerca. La prima riguarda i papiri e il loro studio filologico, con interventi di ricostruzione, analisi e pubblicazione di testi inediti, tra cui documenti amministrativi e religiosi di epoca tolemaica e faraonica. La seconda è dedicata agli ostraca, frammenti di ceramica e pietra utilizzati per la scrittura quotidiana, fondamentali per comprendere la vita sociale ed economica dell’antico Egitto. La terza linea, RE-BIND, si concentra sulle legature copte, studiate attraverso tecniche diagnostiche avanzate per ricostruirne struttura e contesto originario.

Uno degli obiettivi più ambiziosi del progetto è la creazione, entro il 2034, di una piattaforma digitale integrata che raccolga e renda consultabili papiri, ostraca e altri supporti scritti. Questo archivio online, basato su standard internazionali, offrirà immagini ad alta definizione, trascrizioni e collegamenti a database globali, diventando un punto di riferimento per lo studio della scrittura egizia.

Le ricadute del progetto interesseranno anche il territorio: ME-Scripta prevede il coinvolgimento di numerosi professionisti tra ricercatori, restauratori e specialisti digitali, oltre a percorsi formativi, workshop e programmi internazionali rivolti a studenti e studiosi.

Accanto alla ricerca, grande attenzione sarà dedicata alla divulgazione. Il centro promuoverà attività educative, contenuti didattici bilingui e iniziative aperte al pubblico, contribuendo a rendere accessibile un patrimonio straordinario e a rafforzare il ruolo del Museo Egizio come polo culturale e scientifico di riferimento a livello internazionale.

Silvio Pellico nel castello di Murisengo. Un Guasco alle Crociate 

Personaggi monferrini di Armano Luigi Gozzano

I feudi di Murisengo, Calliano e Verduno portati in dote dalla marchesa Tarsilla Scozia al matrimonio del 1873 furono ereditati dal marito don Francesco Guasco di Paola III Gallarati (1847-1926), principe SRI, marchese di Bisio e Francavilla, Solero, Serralunga di Crea, Castellazzo, Forneglio, conte di Gavi e consignore di Valmacca. Figlio di don Emilio I e donna Felicita di Groppello, patrizio di Alessandria, Genova, Novara e Mondovì, fu membro della Società Storica Subalpina, della Società di Archeologia e Belle Arti per la provincia di Alessandria e di altre riviste storiche. L’origine millenaria della famiglia è confermata da Scipione Guasco, morto nel 1090 durante la prima Crociata.

Motto dello stemma di famiglia “C’est mon desir”, ovvero “Questo è il mio desiderio”. Su un capitello marmoreo nel chiostro del convento del Santuario di Crea esiste un altro stemma dei Guasco in miniatura. Fu l’autore delle preziose Tavole Genealogiche delle Famiglie Nobili Alessandrine e Monferrine tra il IX e il XX secolo, indagine monumentale e tesoro di notizie per tutti i ricercatori, pubblicata a Casale nel 1924 dal figlio Emilio II. Don Francesco, degno rappresentante della vecchia nobile aristocrazia piemontese che tenne in piedi lo Stato per secoli, fu sostenitore della nobiltà caduta in povertà che non chiedeva assistenza alle strutture pubbliche ma trovava sempre soluzioni ai propri problemi esistenziali.

Tipico esempio il famoso ballo dei 100+100, nato nel Risorgimento per creare incontri tra nobili disagiati e borghesi emergenti. Don Francesco Guasco, sindaco di Murisengo, ristrutturò il castello in stile medievale e costruì nel 1878 la cappella interna dedicata alla Madonna del Rosario. Il castello divenne famoso per aver ospitato nel 1813 Silvio Pellico, patriota, scrittore, drammaturgo che, tra le antiche mura, iniziò a scrivere la “Francesca da Rimini”, pubblicata nel 1815, tragedia intrisa di passione amorosa e amor patrio, inserendosi nel clima di revival medievale suggestionato da colte rimembranze del V canto dell’inferno dantesco.

La tragica vicenda che affascinò l’intero ottocento, non solo in campo letterario ma anche in quello pittorico e musicale (pensiamo alla “Francesca da Rimini” di Jean Auguste Dominique Ingres, ai dipinti preraffaelliti di Dante Gabriel Rossetti e di William Dyce ma anche alla fantasia per orchestra in Mi minore Op. 32 di Peter Ilich Tchaikovsky) fu interpretata dal Pellico in chiave risorgimentale rendendo la protagonista icona femminile immortale del romanticismo. Il soggiorno nel maniero del famoso patriota è dovuto a Carlo Guasco, nipote della contessa di Murisengo Osanna Fassati di Balzola, vedova del IV marchese di Calliano e VI conte di Murisengo Francesco Maria Scozia.

Nel duomo di Casale, don Francesco e Tarsilla furono i committenti dell’altare e del simulacro di Santa Maddalena come descritto sulle lapidi murate alle pareti, eretto nel 1850 al posto dell’altare di San Giuseppe. Il titolo principesco è stato ereditato con il matrimonio celebrato a Gand nel 1644 del loro antenato generale di artiglieria S.A.S. principe Carlo II Guasco con Enrichetta di Lorena, principessa di Phalsbourg e Lixheim in esilio, vedova del cugino Luigi di Guisa. Don Francesco ebbe due figli, Maria Adelaide e don Emilio II avvocato presso la Corte d’Appello di Torino e marito di Silvia Teresa Manin, figlia di Lodovico, pronipote dell’ultimo doge della Repubblica di Venezia.

Nato nel castello di Murisengo, don Emilio II frequentò il Real Collegio Carlo Alberto di Moncalieri seguendo le orme del padre. Don Emilio II, sindaco di Valmacca tra il 1915-1916 e nel 1926, donò al comune l’antico castello, oggi sede municipale, contribuendo al mantenimento dell’asilo fondato dalla madre Tarsilla. Fu anche proprietario del palazzo casalese Guasco di Bisio in via Garibaldi e del palazzo alessandrino nella via omonima da lui restaurato, sede del primo teatro dopo la conquista della città da parte dei Savoia. Il principe don Francesco Guasco di Paola IV (1914-1999), figlio molto riservato di don Emilio II, assistette la madre ormai centenaria dedicando la vita alla beneficenza occulta. La sua scomparsa segnò l’estinzione di una famiglia che scrisse la storia di Casale e dell’intera provincia alessandrina.
Giuliana Romano Bussola 
Armano Luigi Gozzano