Biblioteca Spadolini, mercoledì 23 settembre


Venerdì 4 e sabato 5 settembre il Comune di Diano Castello (IM), annoverato tra “I Borghi più Belli d’Italia”, insignito della Bandiera Arancione dal Touring Club Italiano e Sito Storico dei Grimaldi di Monaco, è tornato nel medioevo con la manifestazione “Castrum Diani”.
Nell’ambito di questo importante evento storico, venerdì 4 alle ore 18 presso la Chiesa di San Giovanni Battista, risalente alla prima metà del XII secolo, lo scrivente ha tenuto una conferenza sulla storia dei Marchesi di Clavesana, dalle origini fino al loro discendente più illustre, S.A.R. il Principe Emanuele Filiberto di Savoia, Capo della Casa Reale d’Italia, passando per il fiorente ramo di Rezzo, l’ultimo ad estinguersi in linea maschile il 20 agosto 1744.
All’evento, che ha riscosso un grande successo, hanno presenziato i figuranti del gruppo storico “Marchesato di Clavesana”, guidato da Fabrizio Fabiani, che impersonava il Marchese Oddone II.
Come spiegato dallo scrivente, il borgo di Diano Castello venne edificato intorno al X secolo con il nome di Castrum Diani” come luogo di difesa dalle incursioni dei pirati saraceni. Citato per la prima volta nel 1033 quando faceva parte della Marca Arduinica Torinese, dopo il 19 dicembre 1046, data della morte della Margravia Adelaide di Torino, entrò a far parte dei possedimenti di suo nipote il Marchese di Savona Bonifacio del Vasto, figlio di sua sorella Berta e del Marchese Ottone III. Nel 1142, diciassette anni dopo la morte di Bonifacio, i figli avuti dalla seconda moglie Agnese di Vermandois si spartirono i possedimenti paterni: Manfredo fu il capostipite dei Marchesi di Saluzzo; Berengario, figlio di Guglielmo, di quelli di Busca; Anselmo ereditò Ceva; Ugo, Clavesana, ad Enrico andarono invece Savona, Noli, Finale Ligure, Cairo Montenotte e altri borghi e castelli minori, tra questi Calizzano, Sassello ed Altare. Enrico alla morte del fratello Bonifacio “il Minore”, Vescovo e Marchese di Cortemilia, ereditò anche il Marchesato di Cortemilia con terre, ville e castelli nelle Langhe; dalla moglie Beatrice del Monferrato ebbe diversi figli, tra questi Enrico II e Ottone, i quali furono i primi a portare il cognome Del Carretto in onore del poema “Il cavaliere del carretto”, scritto dal francese Chrétien de Troyes.
Diano venne ereditato da Ugo di Clavesana e alla morte senza figli di quest’ultimo i suoi possedimenti passarono al nipote Bonifacio, figlio di suo fratello Anselmo, che fu quindi il capostipite dei Marchesi di Clavesana. Guglielmo, un altro figlio del sopraccitato Anselmo, fu invece il capostipite dei Marchesi di Ceva.
Il Marchesato di Clavesana comprendeva in Piemonte oltre alla capitale anche Farigliano, Mombarcaro, Dogliani, Saliceto e La Morra e al di là delle Alpi la Marca d’Albenga, che si estendeva da Finale Ligure fino a Bussana e dalle sorgenti dell’Arroscia fino al mare.
I Clavesana fecero costruire molti castelli, tra i quali: tra il X e l’XI secolo quello del Monte Arosio a Testico; nell’XI secolo quelli di Castelvecchio di Rocca Barbena e Aquila d’Arroscia; tra l’XI e il XII secolo quello di Diano Castello; nel XII secolo i manieri di Andora, Castelbianco, Cervo, Rezzo e Stellanello; tra il XII e il XIII secolo quelli di Nasino e Zuccarello e nel XIII secolo quello di Ortovero.
Bonifacio, il capostipite dei Marchesi di Clavesana, sposò la figlia del Marchese di Tolosa, dalla quale ebbe tre figli: Bonifacio II, che gli premorì; Ottone, che morì senza figli e Berta, la quale nel 1202 andò in sposa al Marchese del Monferrato Guglielmo VI portandogli in dote Mombarcaro.
Nel 1221, alla morte di Bonifacio I, i suoi possedimenti passarono ai figli del primogenito Bonifacio II: Bonifacio III detto “Tagliaferro” perché secondo una leggenda sapeva tagliare i fili di ferro con i denti e Oddone. Essi, per essersi alleati con Albenga e Savona contro la Repubblica di Genova nel 1228 furono costretti a cedere a Genova Diano, Dolcedo, Taggia e Porto Maurizio. Nel 1233 i Clavesana fondarono Pieve di Teco.
Il 4 aprile 1248 Bonifacio IV, Emanuele e Francesco di Clavesana, figli del sopraccitato Oddone, fondarono Zuccarello alla presenza del Re di Francia San Luigi IX.
Emanuele ebbe due figli:
Francesco II, che fu padre di Argentina, andata in sposa in prime nozze a Raffaele Doria di Loano e in seconde a Giacomo Saluzzo-Dogliani, figlio di Giovanni, colui che strappò molte terre ai Clavesana e Caterina, la quale nel 1326 sposò il suo lontano cugino Enrico Del Carretto, figlio del Marchese Antonio di Finale Ligure, portandogli in dote metà dei feudi di Balestrino, Castelbianco, Castelvecchio di Rocca Barbena, Erli, Nasino, Stellanello e Zuccarello. L’altra metà Enrico l’acquistò nel 1335 dal sopraccitato Giacomo Saluzzo-Dogliani. Nel 1337 Enrico e Caterina si trasferirono a Mombaldone, dove diedero vita ad una linea marchionale autonoma, tutt’oggi esistente e i loro feudi passarono al fratello di Enrico, il Marchese Giorgio di Finale Ligure;
Oddone II, il cui nipote Manuele II alla morte del padre Federico I ereditò le briciole dell’antico Marchesato di Clavesana: rimanevano infatti solo più metà del feudo di Rezzo e parte della Valle Arroscia. Egli il 13 gennaio 1385 cedette i suoi possedimenti alla Repubblica di Genova, venendone subito reinfeudato. Il 21 marzo 1386 il Doge Antoniotto Adorno con il suo Lodo stabilì che a Manuele spettavano solo la metà di Rezzo e un indennizzo di 9 mila fiorini. Da Manuele si originò il ramo di Rezzo, che si estinse il 20 agosto 1744 alla morte del Marchese Francesco Maria.
Dopo la conferenza dello scrivente, lo storico Fabrizio Fabiani, del gruppo storico “Marchesato di Clavesana”, ha raccontato molti aneddoti sulla nobile famiglia.
La prima citazione di un Clavesana, un certo Oddone, risale al 954 d.C., quando il Conte Guidone di Ventimiglia, in partenza per un’impresa militare contro i Saraceni, donò Seborga all’Abbazia di Lerino.
Il Marchesato di Clavesana era composto da almeno 130 Comuni, ma purtroppo non c’era unità territoriale e i suoi sovrani, al contrario dei loro cugini i Marchesi del Monferrato e di quelli di Saluzzo, non ebbero mai una corte con poeti e pittori che elogiassero le loro imprese.
I marchesi, sempre al seguito dei loro cugini monferrini, parteciparono ad almeno due crociate. A Clavesana, nel Museo di Arte Sacra, inaugurato il 4 settembre 2021, è custodito “l’Ossicino degli innocenti”, una reliquia che proverrebbe da Gerusalemme e che fino al XVIII secolo era adorata.
Al termine della conferenza lo scrivente e Fabrizio Fabiani hanno annunciato che prossimamente scriveranno un libro sulla storia dei Marchesi di Clavesana, con l’obiettivo di preservare per le generazioni future la loro memoria.
All’evento hanno presenziato Romano Damonte, Sindaco di Diano Castello; il Consigliere Gloria Crivelli, la quale ha dato un contributo fondamentale al suo svolgimento; Natalina Cha, Sindaco di Cervo; la Prof. Paola Ardissone, Presidente dell’Associazione culturale Communitas Diani e il Dott. Marco Ghisolfo, Ispettore per la Liguria delle Guardie d’Onore alle Reali Tombe del Pantheon.
Il Sindaco Romano Damonte ha rilasciato la seguente dichiarazione: “Quest’anno abbiamo voluto inserire nelle due giornate del Castrum Diani questo convegno sulla storia dei Clavesana con l’apporto del Prof. Carnino perché ci sembrava giusto iniziare a ricordare quella che è la storia del Marchesato dei Clavesana, del quale faceva parte anche Diano Castello, quindi questo è l’inizio di quello che potrebbe essere un resoconto più dettagliato della nostra storia, di come sono nati i nostri territori”.
CASTRUM DIANI
“Castrum Diani”, nato nel 1983, è uno tra i più importanti eventi storici del Ponente Ligure e per due serate fa tornare Diano Castello nel medioevo.
Venerdì 4 e sabato 5 settembre, grandi e piccini hanno potuto assistere gratuitamente a spettacoli di arte circense e combattimenti storici, ascoltare musiche medievali ed ammirare splendidi costumi e scenografie d’epoca.
Gli spettacoli sono stati divisi in itineranti e in cinque postazioni fisse allestite nella piazzetta antistante il Teatro Concordia e nelle Piazze Clavesana; Giudice; Massone e Matteotti. In quest’ultimo spazio era anche in funzione l’area cucina e bar curata dall’associazione Amici del Castello, che ha permesso al numeroso pubblico di degustare i piatti tipici della tradizione.
Nella serata di venerdì 4 si sono esibiti ben sessanta artisti, ai quali se n’è aggiunta una ventina il giorno seguente, quando si è tenuto il magnifico corteo storico che ha attraversato le vie del borgo e in Piazza Monsignor Massone si è tenuto il concerto dell’ensemble “Liguriani”, che ha rappresentato una delle tappe della 36esima edizione del Festival Musica nei Castelli di Liguria.
La direzione artistica di Castrum Diani è stata curata dai Giullari del Carretto, compagnia che da 25 anni è protagonista di feste medievali in Italia e all’estero e che si è aggiudicata il Premio Italia Medievale, concorso a carattere nazionale, nella categoria spettacoli.
L’afflusso del pubblico è stato agevolato da un servizio di bus navetta.
La manifestazione ha visto la partecipazione dei seguenti artisti e delle seguenti compagnie provenienti anche da fuori regione: “I Giullari del Carretto”, ovvero Messer Nadir, Madonna Arianna, Ginevra e Alessia, che si sono esibiti in evoluzioni aeree, lancio di asce e coltelli su ruota incendiata, equilibrismo e spettacolari giochi di fuoco notturni; “Il Carro delle Illusioni”, ovvero Messer Squilibrio, Gli Equilibri di Amaranta e Fachiro Onireves che hanno portato in scena spettacoli di magia, equilibrismo, fachirismo ed evoluzioni con serpenti boa; “Compagnia della Spada di Aulla”, i cui artisti si sono esibiti in combattimenti, duelli e dimostrazioni con armi antiche; “ i Truccatori del Drago”, i quali hanno trasformato i più piccini in personaggi fantastici ispirati all’immaginario medievale, come folletti e streghe; “La Cascina delle Ali”, che ha permesso al pubblico di ammirare splendidi rapaci all’interno di uno spazio espositivo che richiamava le antiche tradizioni medievali; “Arkana Pipe Band”, che con le sue musiche tradizionali celtiche e medievali eseguite con cornamuse e percussioni ha animato le vie del borgo; Ambar, bravissima danzatrice del ventre; “Tumultum Tympana”, i musici e tamburieri ufficiali dell’Asd Ordine del Gheppio; il cantastorie Messer Lislù e la “strega” Marilene Distefano, la quale ha portato in scena uno spettacolo di fuoco, danza e narrazione dedicato alla figura delle guaritrici medievali che venivano ingiustamente definite “streghe”. In Piazza Giudice è stata invece allestita un’area dedicata ai giochi antichi e ai passatempi medievali.
Nella serata di sabato si sono esibiti anche gli sbandieratori e musici dei Sestrieri di Ventimiglia.
ANDREA CARNINO
Goffredo di Buglione (1060-1100) duca della Bassa Lorena, è l’eroe della prima Crociata che conquista Gerusalemme strappandola ai musulmani. A cavallo, con l’armatura e il vessillo, si fa ammirare dall’alto di una statua equestre al centro della piazza Reale di Bruxelles, cuore dell’Unione Europea.
A dire il vero, anche il nostro Piemonte non si è dimenticato di lui. Lo scudo di Goffredo è in bella mostra in una vetrina della prestigiosa Armeria Reale di Torino, peccato che solo recentemente si è scoperto che quello scudo è in realtà una riproduzione ottocentesca. Ma poco cambia, Goffredo compare anche nel Castello della Manta, nei pressi di Saluzzo. Qui il primo marchese di Saluzzo Manfredo I viene ritratto da un anonimo pittore del Quattrocento con le sembianze del liberatore di Gerusalemme. E soprattutto è appena uscita una nuova biografia di Goffredo di Buglione dello storico medievista Sergio Ferdinandi, pubblicata da Graphe, che approfondisce le gesta e il profilo del condottiero crociato. Il primo re cristiano di Gerusalemme, discendente di Carlo Magno, il crociato che “inventò” l’Europa, l’uomo di cui oggi forse ci sarebbe bisogno per rimettere in piedi il Vecchio Continente. Un personaggio così importante da essere sepolto nella basilica del Santo Sepolcro la cui tomba fu rispettata perfino dal Saladino quando conquistò la Citta Santa nel 1187 anche se alcuni decenni dopo si persero le tracce del sarcofago. Goffredo divenne il primo sovrano del regno di Gerusalemme ma rifiutò il titolo di “Re”. Secondo la leggenda non volle portare la corona d’oro là dove Gesù era stato coronato di spine. Non fu re ma un Advocatus Sancti Sepulchri, un procuratore per gli affari mondani della chiesa del Santo Sepolcro. Figlio di famosi personaggi dell’epoca, Eustachio di Boulogne, protagonista della battaglia di Hastings, e Ida di Lorena, nipote di Matilde di Canossa. Riuscì a liberare la Città Santa e fu mitizzato dalla Chiesa che lo ha
rappresentato come un modello di perfezione della cavalleria cristiana contribuendo ad alimentare il processo di mitizzazione. Mentre giullari e menestrelli diffondevano in tutta l’Europa i racconti della presa di Gerusalemme, i cavalieri più coraggiosi dell’esercito crociato venivano considerati degli eroi. Il condottiero più esaltato fu proprio Goffredo sul quale sono fiorite molte leggende e una serie di racconti popolari nei quali il guerriero cristiano appare come un santo. Sergio Ferdinandi svela che dietro la storia del condottiero c’è tanto altro, che va oltre il mito, dalle abili strategie militari che Goffredo di Buglione attuò per arrivare a Gerusalemme alle qualità di un uomo di raro spessore umano, di grande valore militare e di profonda fede. Dopo la morte la sua figura fu accostata a quella di altri santi guerrieri come San Michele e San Giorgio e al pari di questi, secondo la tradizione cristiana, uccise il male con la spada e la fede. Morì a soli 40 anni colpito da un misterioso morbo dopo aver gettato le basi territoriali di un Regno che sarebbe durato fino al 1291 con la conquista musulmana di San Giovanni d’Acri.
Filippo Re









Fino alla sua morte fu il responsabile dell’ospedale che, dopo la conquista cristiana della città nel 1099, ripartì con più forza ed energia. È rimasto poco di lui a Scala, solo una via con il suo nome, via fra’ Gerardo Sasso, che porta alle rovine della sua casa e alla chiesetta di San Pietro dove è immortalato in un quadro con il mantello nero dei Cavalieri e la croce di Malta mentre assiste un malato. La fondazione del Regno di Gerusalemme alla fine della Prima Crociata costrinse l’Ordine ad assumere nuovi compiti, in particolare quello di difendere con le armi il Regno latino, proteggere i pellegrini, le strade di collegamento e le strutture mediche. Il frate diventa cavaliere e d’ora in poi combatterà con i crociati. Come detto, Scala con tutta probabilità ha dato i natali a Gerardo anche se in Provenza e nell’astigiano la pensano diversamente. A Tonco d’Asti per esempio giurano di averlo visto in paese, almeno come figurante, durante la tradizionale festa del Pitu. Alcuni storici locali contestano l’origine amalfitana di Gerardo e sostengono che il fondatore dell’Ordine nacque in questo borgo come Gerardo, signore di Tonco Monferrato. L’Ordine di Malta, bisogna ricordarlo, non è mai scomparso, ancora oggi è vivo e attivo, anche se con mansioni diverse. É presente con le ambulanze dell’Ordine con la croce di Malta e la scritta “Giovanniti” nei teatri di guerra, dall’Ucraina al Medio Oriente, e anche nelle strade delle nostre città al servizio dei cittadini. Oggi conta su 13.000 membri, 100.000 volontari e 52.000 tra medici, infermieri e paramedici in più di 120 Stati. Da quando è iniziata la guerra in Ucraina l’Ordine ha fornito aiuti umanitari a oltre quattro milioni di ucraini. Filippo ReLa vacanza comincia ancora prima di scendere dal treno
Qualche volta il viaggio comincia proprio dalle stazioni alcune, infatti, sono cosi’ belle che possono essere considerate la prima vera tappa del tour. Spesso le attraversiamo senza nemmeno alzare lo sguardo, ma in realta’ molte di queste meritano una sosta perché raccontano la storia di una città, il gusto di un’epoca e il fascino del viaggio lento. In Piemonte ne esistono alcune che conservano ancora questa magia: edifici monumentali, sale d’attesa ottocentesche, eleganti facciate e panorami che sembrano dare il benvenuto al viaggiatore.
Non possiamo non partire da Torino Porta Nuova, una delle grandi stazioni monumentali italiane. Inaugurata negli anni in cui Torino era la prima capitale del Regno d’Italia, fu concepita come il biglietto da visita della città. Progettata dall’ingegnere Alessandro Mazzucchetti e dall’architetto Carlo Cappi nel 1861, la sua imponente facciata domina piazza Carlo Felice, mentre all’interno si nasconde un autentico gioiello: la Sala Gonin, realizzata per la famiglia reale e decorata dal pittore Francesco Gonin con raffinati affreschi, stucchi e illusioni prospettiche. Ancora oggi attraversare Porta Nuova significa entrare in un luogo dove il viaggio conserva il fascino dell’Ottocento, pur essendo uno dei principali nodi ferroviari italiani.
Completamente diversa è l’atmosfera della stazione di Stresa, forse la più romantica del Piemonte. Disegnata dell’architetto Luigi Boffi, fu assimilata come stile a quello degli altri edifici adiacenti. Tra i materiali si scelse la pietra locale: il granito di Baveno. L’edificio fu arricchito, inoltre, con timpani, mensole e ornamenti in legno. Qui il treno rallenta e il Lago Maggiore compare davanti agli occhi con le sue acque tranquille e le Isole Borromee sullo sfondo. Per oltre un secolo questa è stata la porta d’ingresso del turismo internazionale sul lago: aristocratici inglesi, musicisti, scrittori e viaggiatori del Grand Tour arrivavano proprio qui, iniziando una vacanza che aveva il sapore dell’eleganza e della Belle Époque.
Anche Novara possiede una stazione degna di pausa. Austera ed elegante, c merita di essere osservata con calma. In funzione dal 1854, e’ stata progettata dall’architetto Paolo Rivolta; con le sue linee ottocentesche, rappresenta da oltre centocinquant’anni uno dei più importanti crocevia ferroviari del Nord Italia. Da qui si diramano i collegamenti verso Torino, Milano, il Lago Maggiore e la Svizzera. Affacciata su piazza Garibaldi, accoglie i viaggiatori con un atrio dove poggia il suo terrazzo. Nel 1886 venne realizzata proprio di fronte ad essa la statua di Giuseppe Garibaldi e ai primi del novecento il Monumento alla Mondina, simbolo della citta’.
Più raccolta, ma altrettanto affascinante è la stazione di Cuneo, attiva dal 1937. La facciata e’ in stile neo barocco e sono presenti elementi simili al granito rosa. Il visitatore e’ introdotta alla città dai suoi portici e dei viali alberati. Da qui partono le linee che si inoltrano nelle vallate alpine, regalando alcuni dei panorami ferroviari più suggestivi del Piemonte. Cesare Vinaj fu l’autore del faro monumentale, alto 54 metri, che domina il piazzale della stazione che fu realizzato in occasione dell’inaugurazione. Il cantautore Gianmaria Testa, oltre a coltivare la musica, fece il capostazione in questo scalo.
Infine c’è Savigliano, inaugurata nel 1853. E’ una delle stazioni piu’ antiche del Piemonte, una meta quasi obbligata per gli appassionati di storia ferroviaria; accanto alla stazione, infatti, si trova il Museo Ferroviario Piemontese, dove locomotive a vapore, carrozze storiche e antichi convogli raccontano oltre un secolo e mezzo di trasporti. Non è soltanto una raccolta di mezzi d’epoca, è la memoria di un Piemonte che ha costruito parte della propria crescita proprio lungo i binari. Non a caso la Regione ha scelto Savigliano come uno dei poli del futuro Museo diffuso del patrimonio ferroviario.
Visitare queste stazioni significa concedersi un modo diverso di viaggiare. Prima ancora di raggiungere una città d’arte, un lago o una valle alpina, vale la pena alzare lo sguardo e lasciarsi sorprendere da ciò che ci circonda. Perché le stazioni non sono semplici luoghi di passaggio, sono il primo capitolo del viaggio. E, qualche volta, anche quello che resta più impresso nella memoria.
“L’architettura è un’arte di frontiera, che vive sul confine tra arte e scienza.” Renzo Piano
Maria La Barbera
