STORIA

A un’ora da Torino: Savona, dai Papi alle crociere

Città dei crocieristi, delle torri e dei Papi, Savona è una bella città, facile da visitare per chi ha poco tempo. Il piccolo centro storico si gira agevolmente a piedi tra vicoli stretti, palazzi colorati e lunghe vie centrali come via Paleocapa. Per raggiungere tutte le altre località del Ponente è quasi d’obbligo passare da Savona ma spesso la città viene considerata solo un luogo di passaggio, sovente ignorata e trascurata. È uno sbaglio, andrebbe visitata e goduta anche Savona. Viene chiamata la Città dei Papi perché nei dintorni di Savona nacquero ben due Papi, Sisto IV, Francesco della Rovere (1414-1484), il pontefice che commissionò la Cappella Sistina di Roma e Giulio II, Giuliano della Rovere (1443-1513). Una piccola cappella Sistina c’è anche a Savona, accanto alla cattedrale dell’Assunta, fatta edificare proprio da Sisto IV come cappella funeraria per i suoi genitori. Non è certo paragonabile alla cappella omonima romana ma è comunque un’attrazione da non perdere. Si può visitarla sabato 10-12,30 e 16,00-18,00 e domenica 10-12 e 16-18, le visite po

meridiane sono sospese a luglio e agosto. Il Duomo, realizzato nel Seicento accanto alla cappella, si può vedere quando non sono in corso le funzioni religiose per ammirare gli affreschi di scuola genovese e savonese, l’organo voluto da Papa Sisto IV e gli appartamenti papali dove un altro Papa, Pio VII, fu rinchiuso come prigioniero di Napoleone ai primi dell’Ottocento. Ma il simbolo più importante della città è però la Torre del Brandale al porto, a Campanassa per i savonesi, la torre più importante tra le diverse torri della città. Innalzata nel Trecento, la campana suona quando in città succede qualcosa di importante. Ma accanto alla torre si anima un intero centro storico che merita una visita. A pochi metri svettano le torri, più basse, Guarnero e Corsi, e poco più in là, all’ingresso di via Paleocapa, fa bella mostra di sé la Torre Leon Pancaldo che, eretta alla fine del Trecento, faceva parte della cinta muraria. A picco sul mare c’è l’imponente e straordinaria fortezza del Priamàr, eretta dai genovesi nel Cinquecento per proteggere la città dagli attacchi dal mare. Il porto fu interrato e sul colle del Priamàr venne costruita la piazzaforte dopo aver abbattuto l’antica cattedrale, tre ospedali, la chiesa e il convento dei Domenicani e diversi oratori. Scomparve in pratica la parte più importante della città di epoca medioevale. Gli storici fanno notare che nel Duecento a Savona si trovavano almeno 50 torri e una decina si innalzavano sul Priamàr. La fortezza, che conserva i pochi resti dell’antica cattedrale cittadina, fu anche carcere con Giuseppe Mazzini in cella. Oggi è un grande teatro all’aperto con spettacoli e concerti per tutta l’estate e ospita il Museo archeologico e il Museo Sandro Pertini. Infine, da gustare in tutti i sensi, la Vecchia Darsena con il porticciolo turistico a pochi minuti dal Priamàr, luogo di incontro di savonesi e turisti a spasso tra pescherecci, ristoranti e trattorie.                         Filippo Re

nelle foto:

la Fortezza del Priamàr a Savona

La Torre del Brandale con le torri minori

Interno della Cappella Sistina accanto alla Cattedrale

Una cappella tra templari e cavalieri di Gerusalemme

Per vederla bisogna varcare i cancelli del cimitero. Si trova al centro del camposanto di Buttigliera d’Asti, a pochi chilometri da Castelnuovo don Bosco e da Riva di Chieri, è ricca di storia e di fascino.
Ci sono entrati crociati, cavalieri di Gerusalemme e forse templari. È la cappella romanica di San Martino, è lì da quasi mille anni. Dedicata a San Martino, vescovo di Tours, è la più antica chiesa del territorio e risale probabilmente all’epoca carolingia(774-887) quando i Franchi dominavano nell’Italia del nord. Nella prima metà del 1100 i conti di Biandrate, che di Crociate in Terra Santa ne hanno fatte tante, almeno le prime quattro, donarono la cappella di San Martino all’Ordine degli Ospitalieri di San Giovanni di Gerusalemme, il futuro Ordine di Malta, nato nell’XI secolo per assistere pellegrini e viandanti diretti oltremare, ai luoghi santi nel Levante crociato. Nelle vicinanze della chiesa fu aperto un “hospitale”, un piccolo ricovero che metteva a disposizione posti letto, forniva cibo e curava i poveri e i malati che passavano da quelle parti, tra Villanova e Buttigliera. Un tempo chiesa dell’Ordine Gerosolimitano e ora cappella del cimitero, conserva elementi romanici dei secoli XII e XIII con affreschi sull’abside del Quattrocento. La chiesa si fa risalire al X secolo ma in realtà sarebbe molto più antica. Nel 2013 durante alcuni restauri fu trovato il coperchio di un antico sarcofago con un’iscrizione risalente al V-VI secolo, nell’epoca in cui era molto diffuso il culto del vescovo di Tours nella Gallia e nel nord d’Italia. La cappella di San Martino restò proprietà della commenda. Alla fine del Settecento, con la soppressione dell’Ordine di San Giovanni, passò al Comune di Buttigliera che ricostruì la facciata e restaurò l’altare e gli affreschi dell’abside. Sulle pareti esterne della chiesa si vedono antiche scritte e graffiti lasciati dai fedeli e dai pellegrini nel corso dei secoli, oltre a molte iscrizioni in latino e in italiano risalenti ai secoli XVI-XIX che si riferiscono ad abitanti deceduti in paese. Il luogo conserva un mistero legato alla presenza dei Cavalieri del Tempio. I possedimenti templari in Piemonte erano molto numerosi e tra questi figuravano chiese, domus, terreni, tenute agricole, allevamenti e altro. Le fonti storiche sulle proprietà dei Templari nella nostra regione fanno riferimento anche a un presunto insediamento templare a Buttigliera d’Asti. Secondo la studiosa Bianca Capone, sulla commenda di Buttigliera non ci sono fonti certe: “la carta più antica risale al 1543 in cui viene citata la commenda con dedica a San Martino, nome più templare che gerosolimitano, e i beni della commenda erano cospicui come si rileva da numerosi inventari”.                             Filippo Re

Quando Bard fermò Napoleone

E’ sempre stato un baluardo inespugnabile il forte valdostano di Bard, una fortezza di sbarramento resa famosa dall’assedio di Napoleone e ricostruita dai Savoia. Si arrese solo alle truppe di Napoleone ma quanta fatica, quante perdite umane, che onta per il grande Napoleone Bonaparte che quel giorno rischiò perfino di essere catturato. Andò su tutte le furie per non essere riuscito ad impadronirsi velocemente del forte a causa della valorosa resistenza dei soldati italiani e austriaci e alla fine decise di raderlo al suolo. Con una curiosità: nel maggio del 1800 Napoleone varcò il Gran San Bernardo non su un maestoso cavallo bianco come si vede nel celebre dipinto del David ma a dorso di mulo accompagnato da una giovane guida che trainava l’animale con sopra Napoleone il quale chiese poi a David di essere ritratto su un cavallo focoso. Ma il fatto straordinario di questa vicenda è che Bard, l’avamposto difensivo dell’esercito austro-piemontese, bloccò la Campagna d’Italia di Napoleone. Bard tenne testa ai francesi alla perfezione. Ma come si svolsero questi fatti storici? Per saperne di più è assai utile leggere il libro “La fortezza inespugnabile di Bard: storia dello sbarramento tra Valle d’Aosta e Pianura Padana” dello storico Mauro Minola, edizioni Susalibri. Fu un’incredibile battuta d’arresto per Napoleone, autoproclamatosi Primo Console con il colpo di Stato del 1799, un tale disonore che lo costrinse a reagire in seguito con la distruzione totale del Castel de Bard. Ma torniamo un po’ indietro. L’unico ostacolo imprevisto che si opponeva alla veloce avanzata dei francesi verso la pianura era appunto il forte di Bard, un bastione imprendibile che controllava e difendeva la Valle d’Aosta. Napoleone lo sottovalutò rischiando di far fallire i suoi piani. Eppure la fortezza era difesa da meno di 400 persone contando anche magazzinieri, cuochi e tamburini. All’esterno premeva una forza soverchiante di 40.000 francesi dell’Armée de Réserve. Come si presentava il forte di Bard nel maggio 1800? Aveva ancora la fisionomia di una fortezza medievale ed erano state realizzate nuove batterie per consolidare le difese in vista dell’attacco. Le scorte di viveri e d’acqua erano sufficienti per oltre due mesi ma dai documenti ufficiali dell’epoca trapela che gli ufficiali francesi non avevano nessun timore del forte e dei suoi difensori a tal punto che la fortificazione non era stata tenuta in nessun conto. Minola spiega che “la causa della sottovalutazione di Bard da parte dei generali di Napoleone fu dovuta alla mancanza di informazioni precise e alla carenza di una cartografia aggiornata della Valle d’Aosta. Secondo recenti ricerche dei cartografi Aliprandi è da cercare proprio in questi fattori il motivo per cui Bard non fu considerato un ostacolo così importante”. Nella notte tra il 21 e il 22 maggio un gruppo di soldati francesi camminando curvi dietro i parapetti che costeggiano la strada si avvicinarono alle postazioni difensive degli austro-piemontesi mentre un secondo gruppo di zappatori e granatieri scese lungo i dirupi della montagna impadronendosi della borgata. Occupato il paese di Bard che contava 246 abitanti cominciò l’assedio al forte con “un audace stratagemma” ideato dai francesi. Far passare i cannoni attraverso l’unica strada che lambiva il borgo appena preso dagli assedianti non era impresa facile. Vari tentativi fallirono per la pioggia di fuoco che arrivava dal forte sovrastante e investiva soldati e mezzi militari. Allora si decise di agire di notte ricoprendo le ruote dei cannoni con paglia e fieno per contenere al massimo i rumori del movimento e ingannare la sorveglianza dei difensori sulla strada del paese. La strada lastricata fu ricoperta di letame, paglia e materassi presi nelle case. I cavalli da tiro vennero sostituiti da squadre di 50 uomini adibiti al traino. Tutto perfetto ma non funzionò come era previsto nei piani. Alcuni cannoni passarono integri sotto le difese della fortezza ma ben presto gli austro-piemontesi scoprirono il traffico in corso nella via del paese e scatenarono un inferno di fuoco sui francesi che nonostante le perdite di uomini e mezzi riuscirono a far passare nell’arco di alcune notti una quarantina di cannoni. Infastidito per i ritardi subiti nella spedizione militare Napoleone lasciò Aosta e si avvicinò a Bard per verificare di persona la situazione ma venne circondato a sorpresa da un drappello di soldati austriaci. Si salvò grazie al pronto intervento delle sue guardie che lo seguivano a breve distanza. Era giunto il momento di farla finita. Sul monte che sovrasta il forte vennero portati con grande fatica diversi cannoni ma la potenza di fuoco anche questa volta non fu sufficiente a costringere i difensori alla resa. Il capitano Stockard von Bernkopf, comandante della guarnigione, rifiutò più volte di arrendersi. Dopo alcuni tentativi falliti che lasciarono sul terreno centinaia di morti e feriti, un cannone da 12 libbre venne posizionato di fronte al portone del forte, fuori dalla portata di tiro degli assediati. Il bombardamento aprì brecce sempre più larghe nella mura del forte ma l’esito non fu decisivo per la conquista della fortezza. Decisiva fu la resa degli assediati, stremati ed esausti: la resistenza della guarnigione era giunta alla fine e il comando austriaco ordinò di cessare il fuoco e di arrendersi. I francesi persero oltre 1500 uomini contro i 13 morti e i 61 feriti tra le fila dei difensori. Il baluardo valdostano fu poi nello stesso anno completamente raso al suolo a colpi di mine. Trent’anni dopo Carlo Felice di Savoia lo farà ricostruire. Tra le fortificazioni alpine sabaude il forte di Bard è l’unico che ha conservato l’aspetto che aveva fin dai tempi della sua riedificazione nel 1838. Abbandonato alla fine dell’Ottocento, il forte divenne un carcere militare e in seguito polveriera dell’Esercito italiano. Oggi è di proprietà della Regione Autonoma Valle d’Aosta. Un libro di storia da leggere tutto d’un fiato.. aspettando “Napoleon”, il kolossal di Ridley Scott, a novembre sul grande schermo.                     Filippo Re
Nelle foto:
Forte di Bard
Copertina libro di Mauro Minola
Napoleone varca le Alpi a cavallo e a dorso di mulo
Napoleone assedia Bard, rievocazione storica

Expo 1911, sette milioni di visitatori a Torino

Fu il Falstaff di Verdi ad inaugurare a Torino, la sera del 29 aprile, l’Esposizione Internazionale dell’industria e del lavoro alla presenza del re Vittorio Emanuele III. Una serata trionfale per festeggiare il cinquantenario dell’Unità d’Italia e dare il via all’Expo voluto per esaltare il percorso economico e sociale compiuto dal Regno dal 1861 in avanti. Un “Ponte monumentale” che dal Borgo medioevale univa le due sponde del Po accolse quel giorno il Re d’Italia. Era il 29 aprile 1911, Vittorio Emanuele III venne a Torino per aprire solennemente la grande Kermesse. Un giorno speciale per l’ex capitale d’Italia, da protagonista nel mondo, e per il Regno, seppure in un contesto di importanti e preoccupanti eventi come la guerra coloniale italo-turca avviata da Giolitti nel settembre di quell’anno. Torino si vestì a festa mentre dal Teatro Regio le potenti note di Arturo Toscanini risuonavano in tutta la città evocando immagini di grandezza. Torino mostrò che era pronta per diventare la capitale dell’industria e del lavoro. Fu creato un immenso spazio espositivo che si allargava dal Parco del Valentino alla zona del Pilonetto, lungo il fiume, dove era disponibile per i visitatori un servizio di battelli. Qui fu allestito il famoso Expo 1911 organizzato per celebrare il progresso raggiunto nella tecnica, nella tecnologia e nel settore manifatturiero.
Il cuore di Torino si trasformò in un enorme cantiere di edifici costruiti in legno e gesso, da conservare soltanto per la durata della manifestazione. Solo il Palazzo dei Giornali fu eretto in cemento e muratura. Sui ponteggi, per la realizzazione delle strutture, furono impiegati oltre 3500 operai. Enormi padiglioni occuparono una superficie di circa 350.000 metri quadrati. Si susseguirono cerimonie imponenti alla presenza di centinaia di rappresentanti degli Stati ospiti che sarebbe troppo lungo ricordare, provenienti da tutto il mondo, dall’Europa all’America Latina, dalla Turchia al Marocco, dalla Russia agli Stati Uniti, dalla Persia alla Cina, alcuni dei quali presentavano al pubblico un proprio padiglione mentre altri inviavano i loro prodotti esposti in appositi stand. Alla fine della manifestazione, il 19 novembre, si contarono più di 7 milioni di visitatori in una città che nel 1911 aveva 415.000 abitanti. L’attrazione maggiore, il pezzo forte dell’Expo, fu sicuramente il Ponte monumentale sul fiume, realizzato all’altezza di via Valperga Caluso con 5 arcate e una serie di statue decorative sui colonnati. Eretto in legno e stucco, era lungo 106 metri e largo 25 e furono tre gli architetti che lo progettarono, il torinese Pietro Fenoglio, Stefano Molli di Borgomanero e Giacomo Salvadori di Wiesenhoff.
L’esposizione era vastissima: presso il ponte Umberto I si trovavano, solo per citare alcuni edifici, il palazzo della moda, i padiglioni dell’arte, della città di Parigi, della regia marina, delle poste, degli strumenti musicali, l’acquario, il palazzo delle feste, ristoranti internazionali, l’agricoltura francese. Attraversando il Po, su ponti provvisori, si incontravano, sull’altra sponda, tanti altri padiglioni, tra i quali l’aeronautica, le industrie estrattive, chimiche e manifatturiere, l’industria della seta, gli italiani all’estero e decine di stand, settori e reparti allestiti dai Paesi stranieri. Non mancavano edicole e chioschi che caldeggiavano case produttrici come la Fiat, Liebig, Cinzano, Martini e Rossi, Evian e l’Istituto geografico De Agostini. Mostre, concorsi, feste, balli, congressi, gare sportive e i concerti dell’orchestra del Regio, alcuni dei quali diretti da Arturo Toscanini, arricchirono quel grande mondo strabiliante e anche un po’ effimero che fu l’Expo di Torino del 1911.
Filippo Re

La storia dei Marchesi di Clavesana raccontata nel  feudo di Diano Castello

Venerdì 4 e sabato 5 settembre il Comune di Diano Castello (IM), annoverato tra “I Borghi più Belli d’Italia”, insignito della Bandiera Arancione dal Touring Club Italiano e Sito Storico dei Grimaldi di Monaco, è tornato nel medioevo con la manifestazione “Castrum Diani”.
Nell’ambito di questo importante evento storico, venerdì 4 alle ore 18 presso la Chiesa di San Giovanni Battista, risalente alla prima metà del XII secolo, lo scrivente ha tenuto una conferenza sulla storia dei Marchesi di Clavesana, dalle origini fino al loro discendente più illustre, S.A.R. il Principe Emanuele Filiberto di Savoia, Capo della Casa Reale d’Italia, passando per il fiorente ramo di Rezzo, l’ultimo ad estinguersi in linea maschile il 20 agosto 1744.
All’evento, che ha riscosso un grande successo, hanno presenziato i figuranti del gruppo storico “Marchesato di Clavesana”, guidato da Fabrizio Fabiani, che impersonava il Marchese Oddone II.
Come spiegato dallo scrivente, il borgo di Diano Castello venne edificato intorno al X secolo con il nome di
Castrum Diani” come luogo di difesa dalle incursioni dei pirati saraceni. Citato per la prima volta nel 1033 quando faceva parte della Marca Arduinica Torinese, dopo il 19 dicembre 1046, data della morte della Margravia Adelaide di Torino, entrò a far parte dei possedimenti di suo nipote il Marchese di Savona Bonifacio del Vasto, figlio di sua sorella Berta e del Marchese Ottone III. Nel 1142, diciassette anni dopo la morte di Bonifacio, i figli avuti dalla seconda moglie Agnese di Vermandois si spartirono i possedimenti paterni: Manfredo fu il capostipite dei Marchesi di Saluzzo; Berengario, figlio di Guglielmo, di quelli di Busca; Anselmo ereditò Ceva; Ugo, Clavesana, ad Enrico andarono invece Savona, Noli, Finale Ligure, Cairo Montenotte e altri borghi e castelli minori, tra questi Calizzano, Sassello ed Altare. Enrico alla morte del fratello Bonifacio “il Minore”, Vescovo e Marchese di Cortemilia, ereditò anche il Marchesato di Cortemilia con terre, ville e castelli nelle Langhe; dalla moglie Beatrice del Monferrato ebbe diversi figli, tra questi Enrico II e Ottone, i quali furono i primi a portare il cognome Del Carretto in onore del poema “Il cavaliere del carretto”, scritto dal francese Chrétien de Troyes.
Diano venne ereditato da Ugo di Clavesana e alla morte senza figli di quest’ultimo i suoi possedimenti passarono al nipote Bonifacio, figlio di suo fratello Anselmo, che fu quindi il capostipite dei Marchesi di Clavesana. Guglielmo, un altro figlio del sopraccitato Anselmo, fu invece il capostipite dei Marchesi di Ceva.
Il Marchesato di Clavesana comprendeva in Piemonte oltre alla capitale anche Farigliano, Mombarcaro, Dogliani, Saliceto e La Morra e al di là delle Alpi la Marca d’Albenga, che si estendeva da Finale Ligure fino a Bussana e dalle sorgenti dell’Arroscia fino al mare.
I Clavesana fecero costruire molti castelli, tra i quali: tra il X e l’XI secolo quello del Monte Arosio a Testico; nell’XI secolo quelli di Castelvecchio di Rocca Barbena e Aquila d’Arroscia; tra l’XI e il XII secolo quello di Diano Castello; nel XII secolo i manieri di Andora, Castelbianco, Cervo, Rezzo e Stellanello; tra il XII e il XIII secolo quelli di Nasino e Zuccarello e nel XIII secolo quello di Ortovero.
Bonifacio, il capostipite dei Marchesi di Clavesana, sposò la figlia del Marchese di Tolosa, dalla quale ebbe tre figli: Bonifacio II, che gli premorì; Ottone, che morì senza figli e Berta, la quale nel 1202 andò in sposa al Marchese del Monferrato Guglielmo VI portandogli in dote Mombarcaro.
Nel 1221, alla morte di Bonifacio I, i suoi possedimenti passarono ai figli del primogenito Bonifacio II: Bonifacio III detto “Tagliaferro” perché secondo una leggenda sapeva tagliare i fili di ferro con i denti e Oddone. Essi, per essersi alleati con Albenga e Savona contro la Repubblica di Genova nel 1228 furono costretti a cedere a Genova Diano, Dolcedo, Taggia e Porto Maurizio. Nel 1233 i Clavesana fondarono Pieve di Teco.
Il 4 aprile 1248 Bonifacio IV, Emanuele e Francesco di Clavesana, figli del sopraccitato Oddone, fondarono Zuccarello alla presenza del Re di Francia San Luigi IX.
Emanuele ebbe due figli:

  • Francesco II, che fu padre di Argentina, andata in sposa in prime nozze a Raffaele Doria di Loano e in seconde a Giacomo Saluzzo-Dogliani, figlio di Giovanni, colui che strappò molte terre ai Clavesana e Caterina, la quale nel 1326 sposò il suo lontano cugino Enrico Del Carretto, figlio del Marchese Antonio di Finale Ligure, portandogli in dote metà dei feudi di Balestrino, Castelbianco, Castelvecchio di Rocca Barbena, Erli, Nasino, Stellanello e Zuccarello. L’altra metà Enrico l’acquistò nel 1335 dal sopraccitato Giacomo Saluzzo-Dogliani. Nel 1337 Enrico e Caterina si trasferirono a Mombaldone, dove diedero vita ad una linea marchionale autonoma, tutt’oggi esistente e i loro feudi passarono al fratello di Enrico, il Marchese Giorgio di Finale Ligure;

  • Oddone II, il cui nipote Manuele II alla morte del padre Federico I ereditò le briciole dell’antico Marchesato di Clavesana: rimanevano infatti solo più metà del feudo di Rezzo e parte della Valle Arroscia. Egli il 13 gennaio 1385 cedette i suoi possedimenti alla Repubblica di Genova, venendone subito reinfeudato. Il 21 marzo 1386 il Doge Antoniotto Adorno con il suo Lodo stabilì che a Manuele spettavano solo la metà di Rezzo e un indennizzo di 9 mila fiorini. Da Manuele si originò il ramo di Rezzo, che si estinse il 20 agosto 1744 alla morte del Marchese Francesco Maria.

Dopo la conferenza dello scrivente, lo storico Fabrizio Fabiani, del gruppo storico “Marchesato di Clavesana”, ha raccontato molti aneddoti sulla nobile famiglia.
La prima citazione di un Clavesana, un certo Oddone, risale al 954 d.C., quando il Conte Guidone di Ventimiglia, in partenza per un’impresa militare contro i Saraceni, donò Seborga all’Abbazia di Lerino.
Il Marchesato di Clavesana era composto da almeno 130 Comuni, ma purtroppo non c’era unità territoriale e i suoi sovrani, al contrario dei loro cugini i Marchesi del Monferrato e di quelli di Saluzzo, non ebbero mai una corte con poeti e pittori che elogiassero le loro imprese.
I marchesi, sempre al seguito dei loro cugini monferrini, parteciparono ad almeno due crociate. A Clavesana, nel Museo di Arte Sacra, inaugurato il 4 settembre 2021, è custodito “l’Ossicino degli innocenti”, una reliquia che proverrebbe da Gerusalemme e che fino al XVIII secolo era adorata.
Al termine della conferenza lo scrivente e Fabrizio Fabiani hanno annunciato che prossimamente scriveranno un libro sulla storia dei Marchesi di Clavesana, con l’obiettivo di preservare per le generazioni future la loro memoria.
All’evento hanno presenziato Romano Damonte, Sindaco di Diano Castello; il Consigliere Gloria Crivelli, la quale ha dato un contributo fondamentale al suo svolgimento; Natalina Cha, Sindaco di Cervo; la Prof. Paola Ardissone, Presidente dell’Associazione culturale Communitas Diani e il Dott. Marco Ghisolfo, Ispettore per la Liguria delle Guardie d’Onore alle Reali Tombe del Pantheon.
Il Sindaco Romano Damonte ha rilasciato la seguente dichiarazione: “
Quest’anno abbiamo voluto inserire nelle due giornate del Castrum Diani questo convegno sulla storia dei Clavesana con l’apporto del Prof. Carnino perché ci sembrava giusto iniziare a ricordare quella che è la storia del Marchesato dei Clavesana, del quale faceva parte anche Diano Castello, quindi questo è l’inizio di quello che potrebbe essere un resoconto più dettagliato della nostra storia, di come sono nati i nostri territori”.

CASTRUM DIANI

Castrum Diani”, nato nel 1983, è uno tra i più importanti eventi storici del Ponente Ligure e per due serate fa tornare Diano Castello nel medioevo.
Venerdì 4 e sabato 5 settembre, grandi e piccini hanno potuto assistere gratuitamente a spettacoli di arte circense e combattimenti storici, ascoltare musiche medievali ed ammirare splendidi costumi e scenografie d’epoca.
Gli spettacoli sono stati divisi in itineranti e in cinque postazioni fisse allestite nella piazzetta antistante il Teatro Concordia e nelle Piazze Clavesana; Giudice; Massone e Matteotti. In quest’ultimo spazio era anche in funzione l’area cucina e bar curata dall’associazione Amici del Castello, che ha permesso al numeroso pubblico di degustare i piatti tipici della tradizione.
Nella serata di venerdì 4 si sono esibiti ben sessanta artisti, ai quali se n’è aggiunta una ventina il giorno seguente, quando si è tenuto il magnifico corteo storico che ha attraversato le vie del borgo e in Piazza Monsignor Massone si è tenuto il concerto dell’ensemble “Liguriani”, che ha rappresentato una delle tappe della 36esima edizione del Festival Musica nei Castelli di Liguria.
La direzione artistica di Castrum Diani è stata curata dai Giullari del Carretto, compagnia che da 25 anni è protagonista di feste medievali in Italia e all’estero e che si è aggiudicata il Premio Italia Medievale, concorso a carattere nazionale, nella categoria spettacoli.
L’afflusso del pubblico è stato agevolato da un servizio di bus navetta.
La manifestazione ha visto la partecipazione dei seguenti artisti e delle seguenti compagnie provenienti anche da fuori regione: “I Giullari del Carretto”, ovvero Messer Nadir, Madonna Arianna, Ginevra e Alessia, che si sono esibiti in evoluzioni aeree, lancio di asce e coltelli su ruota incendiata, equilibrismo e spettacolari giochi di fuoco notturni; “Il Carro delle Illusioni”, ovvero Messer Squilibrio, Gli Equilibri di Amaranta e Fachiro Onireves che hanno portato in scena spettacoli di magia, equilibrismo, fachirismo ed evoluzioni con serpenti boa; “Compagnia della Spada di Aulla”, i cui artisti si sono esibiti in combattimenti, duelli e dimostrazioni con armi antiche; “ i Truccatori del Drago”, i quali hanno trasformato i più piccini in personaggi fantastici ispirati all’immaginario medievale, come folletti e streghe; “La Cascina delle Ali”, che ha permesso al pubblico di ammirare splendidi rapaci all’interno di uno spazio espositivo che richiamava le antiche tradizioni medievali; “Arkana Pipe Band”, che con le sue musiche tradizionali celtiche e medievali eseguite con cornamuse e percussioni ha animato le vie del borgo; Ambar, bravissima danzatrice del ventre; “Tumultum Tympana”, i musici e tamburieri ufficiali dell’Asd Ordine del Gheppio; il cantastorie Messer Lislù e la “strega” Marilene Distefano, la quale ha portato in scena uno spettacolo di fuoco, danza e narrazione dedicato alla figura delle guaritrici medievali che venivano ingiustamente definite “streghe”. In Piazza Giudice è stata invece allestita un’area dedicata ai giochi antichi e ai passatempi medievali.
Nella serata di sabato si sono esibiti anche gli sbandieratori e musici dei Sestrieri di Ventimiglia.

ANDREA CARNINO

Goffredo di Buglione, storia di un condottiero

Goffredo di Buglione, la Prima Crociata, Gerusalemme. Ci ricordiamo a fatica questi nomi, questi eventi, letti e studiati a scuola tanto tempo fa, ma ben presto scordati o quasi. Eppure Dante ha posto il mitico Goffredo tra gli spiriti guerrieri e giusti del Paradiso, Torquato Tasso ne ha fatto il protagonista della Gerusalemme liberata e l’Unione Europea, precipitata nella fase più buia e drammatica della sua storia per la doppia emergenza, sanitaria ed economica, lo celebra nella sua capitale Bruxelles.

Goffredo di Buglione (1060-1100) duca della Bassa Lorena, è l’eroe della prima Crociata che conquista Gerusalemme strappandola ai musulmani. A cavallo, con l’armatura e il vessillo, si fa ammirare dall’alto di una statua equestre al centro della piazza Reale di Bruxelles, cuore dell’Unione Europea.

A dire il vero, anche il nostro Piemonte non si è dimenticato di lui. Lo scudo di Goffredo è in bella mostra in una vetrina della prestigiosa Armeria Reale di Torino, peccato che solo recentemente si è scoperto che quello scudo è in realtà una riproduzione ottocentesca. Ma poco cambia, Goffredo compare anche nel Castello della Manta, nei pressi di Saluzzo. Qui il primo marchese di Saluzzo Manfredo I viene ritratto da un anonimo pittore del Quattrocento con le sembianze del liberatore di Gerusalemme. E soprattutto è appena uscita una nuova biografia di Goffredo di Buglione dello storico medievista Sergio Ferdinandi, pubblicata da Graphe, che approfondisce le gesta e il profilo del condottiero crociato. Il primo re cristiano di Gerusalemme, discendente di Carlo Magno, il crociato che “inventò” l’Europa, l’uomo di cui oggi forse ci sarebbe bisogno per rimettere in piedi il Vecchio Continente. Un personaggio così importante da essere sepolto nella basilica del Santo Sepolcro la cui tomba fu rispettata perfino dal Saladino quando conquistò la Citta Santa nel 1187 anche se alcuni decenni dopo si persero le tracce del sarcofago. Goffredo divenne il primo sovrano del regno di Gerusalemme ma rifiutò il titolo di “Re”. Secondo la leggenda non volle portare la corona d’oro là dove Gesù era stato coronato di spine. Non fu re ma un Advocatus Sancti Sepulchri, un procuratore per gli affari mondani della chiesa del Santo Sepolcro. Figlio di famosi personaggi dell’epoca, Eustachio di Boulogne, protagonista della battaglia di Hastings, e Ida di Lorena, nipote di Matilde di Canossa. Riuscì a liberare la Città Santa e fu mitizzato dalla Chiesa che lo ha rappresentato come un modello di perfezione della cavalleria cristiana contribuendo ad alimentare il processo di mitizzazione. Mentre giullari e menestrelli diffondevano in tutta l’Europa i racconti della presa di Gerusalemme, i cavalieri più coraggiosi dell’esercito crociato venivano considerati degli eroi. Il condottiero più esaltato fu proprio Goffredo sul quale sono fiorite molte leggende e una serie di racconti popolari nei quali il guerriero cristiano appare come un santo. Sergio Ferdinandi svela che dietro la storia del condottiero c’è tanto altro, che va oltre il mito, dalle abili strategie militari che Goffredo di Buglione attuò per arrivare a Gerusalemme alle qualità di un uomo di raro spessore umano, di grande valore militare e di profonda fede. Dopo la morte la sua figura fu accostata a quella di altri santi guerrieri come San Michele e San Giorgio e al pari di questi, secondo la tradizione cristiana, uccise il male con la spada e la fede. Morì a soli 40 anni colpito da un misterioso morbo dopo aver gettato le basi territoriali di un Regno che sarebbe durato fino al 1291 con la conquista musulmana di San Giovanni d’Acri.

Filippo Re

Francesi a Oulx, da Luigi XIII a Richelieu

Assassinato in via Roma, nel centro di Oulx, davanti a una casa con due delfini e dei gigli scolpiti sulla facciata. Morì così, 400 anni, fa il “capitano La Cazette”, personaggio storico di Oulx, soprannome di Jean Borel, noto anche come Claude Arlaud Borel. Ma chi era costui? Chi va a Oulx d’estate o d’inverno e passa a piedi nel borgo inferiore della cittadina dell’Alta Valle di Susa, in via Roma appunto, lo può incontrare quando vuole. O meglio, trova la casa in cui è nato quando Oulx faceva parte del Delfinato, una delle antiche province francesi. Era soprannominato “il Capitano” per il suo ruolo di governatore dei forti di Briançon e Exilles nonché comandante militare delle truppe reali francesi nel Delfinato e in Alta Valle Dora durante le guerre di religione nel XVI secolo. Difese i cattolici dagli attacchi dei protestanti valdesi che poi si vendicarono facendolo fuori nel 1590, all’età di 70 anni, in quella che oggi si chiama Casa Ambrosiani. Oggi lì c’è un negozio che vende sedie da giardino e un ferramenta all’angolo.
La sua dimora fu una grande casa cinquecentesca con finestre in pietra che si vede ancora oggi. Cent’anni dopo in questo edificio si trasferì la famiglia Des Ambrois, altro nome storico di Oulx, e, malgrado la distruzione subita dopo l’uccisione del Capitano La Cazette, rimase pur sempre la più bella abitazione del paese. Tanto è vero che ospitò illustri personaggi come Luigi XIII di Borbone, Re di Francia dal 1610 al 1643, che trascorse a Oulx un periodo di villeggiatura, nientemeno che il cardinale Richelieu e il Duca d’Orléans di ritorno dall’assedio di Torino del 1706. Non solo ma questa casa storica accolse perfino il Connestabile Lesdiguières, comandante dell’esercito francese, che, secondo molti storici, sarebbe il mandante dell’assassinio di La Cazette, la cui morte sancì la fine del partito cattolico in Alta Valle di Susa. Sono molti a Oulx i riferimenti storici all’epoca francese. Nella parte alta del paese spicca la Torre Delfinale del Trecento, di proprietà del Delfino di Francia, che Des Ambrois fece restaurare salvandola dal degrado e ogni anno, nella prima domenica di ottobre, si svolge la “Fiera Franca”, kermesse zootecnica e commerciale che celebra i prodotti locali valsusini. In tutta la sua storia Oulx fu un punto di transito obbligato per eserciti, pellegrini e mercanti diretti oltre le Alpi come alla fine del ‘400 quando il paese fu attraversato dall’esercito di Carlo VIII che concesse agli abitanti di tenere una fiera, appunto la Fiera Franca, esente da tasse, in cambio del loro sostegno al Re di Francia.        Filippo Re

Idro Grignolio, il cantore del Monferrato

Ardua impresa è la descrizione della statura di Idro Grignolio, fonte inesauribile di notizie e grande personaggio del panorama culturale monferrino, nel quindicesimo anno della scomparsa avvenuta il 16 settembre 2011. Giornalista, scrittore, poeta, ricercatore, storico, grafico, fotografo, caricaturista, illustratore e autore di romanzi storici sviluppò la capacità di rilevare i contorni umani dei suoi personaggi con arte raffinata illuminata dallo humor. Prima di trasferirsi a Casale, abitò per oltre 40 anni a Balzola, dove nacque il 7 giugno 1922 nel rione Borgoratto, maestro elementare e dal 1945 reggente della segreteria comunale del suo paese.
Famose le oltre 1200 caricature sui Profili Cittadini pubblicati sul bisettimanale “Il Monferrato”, collaborando anche con la prestigiosa “La Settimana Enigmistica”. Fu autore di una dozzina di volumi dedicati al paese natale, tra i quali “B come Balzola” postumo, oltre a 60 volumi dagli svariati contenuti: “Mostra di San Giuseppe”, “Pro Loco”, “I primi 90 anni del Casale Calcio”, “100 anni di Politeama”, “I tesori delle chiese monferrine”, “Le 100 donne di Casale”, “Casale Monferrato e le sue vicende storiche”. Molto interessante “Aleramo e la sua stirpe”, libro voluto dalla Confraternita dei Coppieri di Aleramo, storia e leggenda che ha suscitato la curiosità di studiosi locali vivificata dal suo stile personale con la presentazione di Gabriele Serrafero.
Nel 2005 Jean Servato, della galleria d’arte “Ariete”, omaggiò Grignolio con la pubblicazione di “Caricaturista” recante i più noti personaggi monferrini. Da ricordare il suo dotto intervento durante l’inaugurazione del teatro municipale di Casale Monferrato, restituito alla città nel 1990 dopo 40 anni di chiusura, alla presenza di Vittorio Gassman che propose il monologo “Brindisi per un teatro”. Grignolio si appassionò alla storia delle prestigiose casate monferrine con pubblicazioni sui conti Callori, l’industriale De Mattei, il finanziere Riccardo Gualino e i marchesi Gozzani di Treville e San Giorgio.
Nel palazzo di Ciriè, Idro ritrovò la storia in epoca napoleonica della marchesa Sofia Doria Gozzani residente nel palazzo San Giorgio di Casale e il suo ritratto in età giovanile eseguito all’epoca dal pittore torinese Panealbo, immagine del ritratto recentemente restaurato inviatoci dalla responsabile della quadreria Doria dott. Marina Macario. Durante l’intervista rilasciataci dal figlio Alberto, veniamo a conoscenza del passato militare del padre: allievo ufficiale di Aviazione a Venaria Reale dove, per meglio identificare gli aerei nemici, ne disegnava la sagoma per favorirne il riconoscimento. Nel 1957, durante una serata musicale allestita nel salone consigliare di Balzola, partecipò allo spettacolo trasmesso da una troupe televisiva torinese in cerca di idee.

Avendo solo 30 secondi di tempo per trasferire le immagini di personaggi celebri su un tabellone, egli ebbe l’idea di utilizzare il rossetto di una ragazza presente in sala. Il suo archivio privato consistente in libri, disegni, manoscritti, fotografie, documenti e articoli fu donato nel 2015 alla Biblioteca di Treville che ospita oltre 7000 volumi, intitolata al compianto prof. Giuseppe Spina e gestita dal direttore Paolo Testa, grande amico di Grignolio. Nel 2023 la città di Casale, nel giorno della sua scomparsa, intitolò i giardini del Valentino detti “ex Altera” allo storico e “cantore” di Casale e deI Monferrato Idro Grignolio. Fu eccellente guida turistica, attività svolta con grande passione, competenza e generosità.

Sulla lapide del cimitero di Balzola, una frase posta accanto alla sua immagine con la moglie Luigia Torriano, recita: “La morte non esiste. Esiste l’oblio dei vivi”. La sete del sapere non era in lui gratificazione personale del possedere fredda erudizione ma viscerale desiderio di conoscenza al fine di diffonderla avvicinando ad una cultura accessibile a tutti seppur non in senso semplicemente divulgativo bensì in modo approfondito e con chiarezza espositiva. Significativo, nel 2008, il suo sostegno alla proposta del comitato di presidenza del Mutuo Soccorso di sostituire la denominazione “Circolo delle Tordelle”, allettante e bonariamente ironica ispirata dalle illustrazioni del vecchio “Corriere dei Piccoli”, con “Circolo Culturale Leonardo Bistolfi”.

Grignolio si dimostrò molto favorevole alla proposta in quanto il precedente significato, fuorviante, non corrispondeva alla volontà di creare incontri altamente culturali e non di un semplice intrattenimento di signore in cerca di svago. Tanto più che proprio in questa sede il grande scultore simbolista Leonardo Bistolfi era stato presidente onorario e nei giardini antistanti si può ammirare il suo splendido monumento ai caduti del 1928, importante esempio di unione di Liberty e Simbolismo. Ancora attuale, a distanza dalla pubblicazione nel 1983, la sua guida turistica di Casale scritta e illustrata, prezioso scrigno di dati storici e artistici, aneddoti e curiosità nell’informare, appassionare e incentivare il turismo in Monferrato.
Giuliana Romano Bussola
Armano Luigi Gozzano

Il Frutteto dell’Abbazia di Vezzolano

È carico di frutti, rigoglioso e poetico come sempre, il Meleto di Vezzolano, ad Albugnano, nato accanto alla millenaria Abbazia, uno dei più importanti monumenti medievali del Piemonte, tra boschi e vigneti sulle colline astigiane. Si raccolgono le prime mele mentre tutto intorno impazza la vendemmia, anticipata per il caldo torrido. Illuminato dal sole, il Frutteto della Chiesa Canonica di Santa Maria di Vezzolano (questo il vero nome dell’edificio religioso) risplende di fascino e pare ancora più bello del solito. Compie 30 anni di vita e riprende l’antica tradizione dei monaci che coltivavano alberi da frutto per la propria comunità religiosa. Ma queste sono mele speciali con forme, colori, profumi e sapori che oggi non si trovano quasi più. In questo meleto, nato nel 1996, si trovano le più antiche varietà autoctone di mele che erano a rischio scomparsa. Una cinquantina le piante e 24 le varietà, ogni mela ha un aspetto diverso dalle altre, come avveniva anticamente. E qui sta il valore autentico del meleto che risiede nella tradizione di conservare il patrimonio genetico delle varietà locali senza dimenticare il rapporto storico tra monasteri, il paesaggio e la coltivazione della terra. La varietà più precoce è la San Giovanni, poi la Ciocarina rossa, raccolta a fine settembre, mentre nella prima metà di ottobre si raccolgono Pom Arnent, Marcon e Ciocarina bianca. Il terreno dietro la Canonica di Vezzolano fu affidato negli anni Novanta a un gruppo di volontari che decisero di ricreare, indagando antichi disegni, un frutteto simile a quello dell’epoca medievale. Si costituì così “il Frutteto della Canonica-Comitato per la salvaguardia del paesaggio rurale” di cui fece parte, tra gli altri, lo scrittore Carlo Fruttero. Purtroppo il meleto non è visitabile, non è infatti inserito nel percorso di visita dell’abbazia, un vero peccato, si può però vedere dall’alto, dal piazzale della chiesa, meglio di niente. Si può entrare solo per attività didattiche e agronomiche con i soci dell’associazione “Frutteto di Vezzolano”.
                                                                                             Filippo Re