STORIA

I misteri sindonici/2

SECONDA PARTE

I negazionisti insistono sulla produzione pittorica, partendo dai primi esami al carbonio 14 che datano il telo fra Medio Evo e Rinascimento. Per rispettare al meglio l’integrità del documento, i primi esami si fecero su parti periferiche del telo, rispetto alla figura centrale. Ciò creò l’errore fondamentale che facilitò la tesi del ‘manufatto medievale’.

Oltre ai citati pollini, il grasso umano rinvenuto soprattutto sui bordi del lino cosa ci suggerisce? E’ noto che continue furono nel tempo le esposizioni pubbliche, tante mani aprirono e chiusero il telo, oltre alle riparazioni fatte dalle suore Clarisse a seguito del famoso incendio a Chambéry del 1532. Fondamentale è inoltre considerare quanto la totale assenza di igiene di quei lontani periodi (ma più recenti, rispetto al 33 d.C.) abbia inevitabilmente ‘ringiovanito’ il telo e creato confusione alla scienza di fine XX secolo.

Quindi si può ipotizzare un dipinto? Questa è tesi ancora molto accreditata. Altri esami hanno però escluso la presenza di pigmenti (sono state trovate solo tracce del tutto insufficienti a produrre un’immagine visibile), inoltre l’immagine non presenta direzionalità, come avviene invece in qualsiasi disegno o pittura. Noto è che i pennelli dispongano il colore da un punto verso un altro; parimenti non risulta evidente un qualsiasi “stile artistico” prodotto in epoca medievale, o al più tardi rinascimentale.

Per quanto ciò possa urtare la nostra mentalità razionale … quel corpo si sarebbe ‘semplicemente’ sottratto alla fasciatura (stretta) del telo di contenimento, senza alcun movimento fisico della salma. E’ come se sia letteralmente passato attraverso i tessuti del lino.

Come fa la Sindone a provare questo? Questa è una delle poche certezze. Lo dice l’osservazione al microscopio dei coaguli di sangue. Sia per la precedente fustigazione che per la crocifissione, enormi fiotti ematici penetrarono nelle fibre del lino in vari punti, formando grossi coaguli che poi seccati, divennero grumi di un materiale duro che, pur se fragile, incollò la carne al tessuto, come sigilli di ceralacca. Nessuno di questi coaguli risulta spezzato e la loro forma è integra proprio come se la carne incollata al lino fosse rimasta esattamente al suo posto, fino al momento dell’irradiazione”.

A conferma di quanto sopra descritto, lo studio dei coaguli al microscopio rivela che quel corpo si è sottratto al lenzuolo senza alcuno strisciamento o altri movimenti. In laboratorio, grazie alla Strinatura (bruciatura superficiale), per mezzo di un bassorilievo riscaldato, alcuni studiosi sono riusciti a produrre immagini visivamente molto simili. Le loro caratteristiche fisiche e microscopiche sono però risultate differenti da quelle della Sindone. Le novità che proponiamo vengono però da un interessante documentario programmato in tv sul canale Focus. Nel 2010, laboratori di Fisica dell’Enea di Frascati hanno prodotto esami con sorprendenti conclusioni che si appoggiano alle tesi scritte sui Sacri Testi.

Un laser della Facoltà ha sì riprodotto in laboratorio un’immagine accostabile alla Sindone, ma su un telo con superficie di pochi centimetri. Con le attuali tecnologie, per riprodurre l’immagine corrispondente a un uomo di altezza approssimativa 180 centimetri sui due lati, ci vorrebbero 10.000 esposizioni simultanee con altrettante apparecchiature di ultima generazione.

Le nostre attuali tecnologie non sono in grado di raggiungere simili risultati. L’esposizione al calore è un altro dato sorprendente. Il corpo fu sottoposto a un calore intenso ma non troppo (una temperatura troppo energica avrebbe bruciato il telo). La velocità di irradiazione sui tessuti è inoltre stata velocissima, con un tempo ben più rapido del misterioso lampo globulare o l’Effetto Corona più volte chiamati in causa. Anche senza essere dei tecnici, è logico considerare che se si irraggia un qualsiasi materiale, la parte direttamente esposta alla fonte resta chiaramente più ‘offesa’ dal calore rispetto a quelle più nascoste. I lini sindonici – che per facilitarne la comprensione li possiamo paragonare a cordini – con questa particolare irradiazione cambiano struttura nella loro totalità. Non esiste traccia di gradualità termica sul materiale. Il tessuto non direttamente esposto resta candido, senza alcuna deformazione. Questo fatto è impossibile da verificarsi nello stato di natura.

Poi c’è la storia a parlare, in quanto gli scritti evangelici corrispondono totalmente al destino riservato all’Uomo della Sindone. Il lino racconta fedelmente cosa successe al condannato, peculiare per destino alla ‘ritualità’ riservata dai Romani ai condannati a morte. I trattamenti subiti dall’Uomo della Sindone indicano che probabilmente solo una creatura sovrumana avrebbe potuto resistere per tanto tempo alla condanna di Ponzio Pilato (personaggio storicamente individuato). Pur se inflitta a un uomo giovane e robusto, già la pesantissima fustigazione con il flagrum avrebbe potuto essere letale.

Questo flagello era una particolare frusta con lacci ai quali erano attaccati artigli metallici o altro, che provocavano tremende lacerazioni, quando non fratture. Dopo la fustigazione, debolezza fisica, perdite di sangue, trasporto fino al Colgota di un legno di circa 70 chili, dolore dei chiodi a mani e piedi, avrebbero provocato il decesso a chiunque, eppure la sua vita continuò fino al pietoso colpo di lancia inflitto dal centurione Longino.

Ci rendiamo conto quanto macabri siano questi particolari, ma restano fondamentali per avvicinarci a dati che la scienza sta faticosamente cercando di far combaciare. Quanto sopra descritto è stato meticolosamente riscontrato da attenti esami, fra i quali quelli di Baima Bollone, professore di medicina legale recentemente scomparso nella nostra città, che ha diretto a lungo il Centro Internazionale di Sindologia.

Pluriennale ricerca e incarichi internazionali gli hanno reso la reputazione di uno dei massimi esperti mondiali del settore. Ben noto è il suo testo, che unisce le sue competenze medico-legali con la ricerca storica, dal titolo “Sindone. Storia e scienza”. Per concludere, questi recenti esperimenti dimostrano che ‘certa’ Scienza non è più interessata a confutare a ogni costo la fede (sospetti invalidanti sono a carico di centri scientifici composti da scienziati protestanti e atei). Da anni si cerca infatti di avvicinare i testi evangelici – pur sotto rigida riprova scientifica – all’enorme mistero che da duemila anni coinvolge l’Uomo della Sindone.

Chi sarebbe costui, cosa rappresenta questa statuaria ombra umana impressa su un telo funebre?

Fu un disgraziato essere umano dall’infausto destino (per altro comunissimo ai tempi), morto per croce in una marginale provincia del vasto impero romano, oppure è la sacra testimonianza di un Dio, il Dio che da sempre ci chiede di credere in lui?

Le tracce ci sono e fanno riflettere, ma senza ancora la prova definitiva. Forse però è proprio al Mistero che dobbiamo credere, senza desiderare di essere come San Tommaso che “ha creduto perché ha visto”. Ci viene semplicemente chiesto di Credere, Credere anche senza mettere il nostro dito nella piaga.

Semplice o difficile? Dipende …

Ferruccio Capra Quarelli

I Santi di ghiaccio

Secondo la tradizione i giorni che vanno dall’11 al 15 maggio sono chiamati i “Santi di ghiaccio”.
Un’antica credenza, fondata in base a secoli e secoli di osservazioni metereologiche da parte dei
contadini, afferma infatti che il clima si stabilizza solo dopo la “fredda Sofia” del 15 maggio.
Da quel momento in poi non ci dovrebbe più essere gelo. I “Santi di ghiaccio”, tradizione di origine
medievale, sono molto conosciuti nell’Europa centrale, in particolar modo in Svizzera, Germania e
Austria. Tuttavia la credenza è molto diffusa anche in Francia, dove vengono chiamati “Saints de
glace” e diversi agricoltori ritardano la semina attendendo che siano passate queste giornate. In
Italia il periodo attorno al 15 maggio è conosciuto come “inverno dei cavalieri”.
All’inizio del mese di maggio in Europa le temperature sulla terraferma sono generalmente
piuttosto elevate; il continente si riscalda molto rapidamente, mentre il mare più lentamente e
questo porta differenze di temperatura tra la terraferma e l’oceano.
Si creano così zone di bassa pressione. Le correnti d’aria calda della terraferma si muovono verso
nord, mentre quelle d’aria fredda provenienti dalle regioni polari si spostano verso l’Europa
centrale. Se il cielo di notte è limpido, in alcuni casi può verificarsi il gelo notturno.
I “Santi di ghiaccio” sono:
– 11 maggio: San Mamerto di Vienne; visse nel V secolo ed era considerato molto colto.
Divenne vescovo di Vienne nel 452. Secondo la tradizione compiva spesso miracoli ed è
famoso per l’istituzione delle Rogazioni, processioni di preghiera in vista dell’Ascensione,
allo scopo di porre fine ad una serie di calamità naturali. Si spense a Vienne nel 475 ed è
sepolto nell’antica chiesa di San Pietro di Vienne, oggi Museo Archeologico;
– 12 maggio: San Pancrazio; visse nel III secolo e morì a Roma decapitato come giovane
martire della Chiesa primitiva all’età di 15 anni il 12 maggio 304 d.C. Il suo nome significa
“colui che sconfigge tutto”. Spesso raffigurato in abiti eleganti e con la spada, è patrono
dell’Ordine Teutonico. Riposa nella basilica a lui dedicata sul Gianicolo e secondo la
tradizione se un disoccupato gli porta un mazzetto di prezzemolo fresco, riuscirà in seguito a
trovare un lavoro;
– 13 maggio: San Servazio di Tongres; era un vescovo vissuto nel IV secolo nel territorio
dell’attuale Belgio del quale fu il primo evangelizzatore dopo il Concilio di Nicea del 325.
Si spense alla veneranda età di 84 anni nel 384 d.C. E’ sepolto a Maastricht nella basilica a
lui dedicata. Viene invocato in particolare contro i reumatismi e le febbri e per proteggere il
bestiame dall’afta epizootica;
– 14 maggio: San Bonifacio di Tarso; nato a Roma, si recò a Tarso, nell’odierna Turchia, al
fine di riportare alla sua padrona Aglaida le reliquie dei martiri cristiani. Giunto sul posto si
rese conto che contro i cristiani era iniziata una massiccia persecuzione, si dichiarò quindi
egli stesso cristiano e come tale fu sottoposto a martirio il 14 maggio del 307 d.C. La sua
salma venne in seguito portata a Roma e sepolta in un oratorio sulla Via Latina. Aglaida si
convertì a sua volta, ritirandosi a vita monastica. Ricevette il divino dono di esorcizzare gli
spiriti maligni. In memoria di Bonifacio fece costruire sull’Aventino una chiesa, divenuta poi
la Basilica dei Santi Bonifacio e Alessio;
– 15 maggio: Santa Sofia di Roma; matrona di origine italica, forse milanese, sposò il senatore
Filandro, dal quale ebbe tre figlie. Dopo la morte del marito, da lei convertito al
cristianesimo, soccorse con i suoi beni i poveri e svolse opera di proselitismo a Roma dove
viveva con le figlie di 12, 10 e 9 anni. Per la sua fede venne fustigata e fu costretta ad
assistere alla decapitazione delle sue figlie, Morì tre giorni dopo di esse, nel 122 d.C.,
mentre pregava e piangeva sulla loro tomba, nella quale fu sepolta anche lei. È considerata
la protettrice dell’intelletto. La “fredda Sophie”, che riposa nella Catacomba di San
Pancrazio sulla Via Aurelia, viene spesso invocata per proteggere i raccolti dalle gelate
tardive.
In Italia ci sono diversi proverbi su queste giornate, tra questi: “maggio per quanto bello, salva un
granello di ghiaccio: un po’ per San Pancrazio, un po’ per San Servazio e il resto per San
Bonifacio” oppure “San Pancrazio, San Servazio e San Bonifazio, il gelo di maggio”.
In Veneto hanno dato origine all’espressione “majo majon” che significa “maggio maglione”. Il
fenomeno ha ispirato la poesia in dialetto triestino: “I tre santi de iazo” scritta da Argimiro Savini.
Essa descrive le conseguenze sulla popolazione del capoluogo giuliano dell’improvviso
abbassamento della temperatura che si verifica con puntualità sconcertante alle date del 12, 13 e 14
maggio. L’11, il 12 e il 13 nel dialetto delle Dolomiti sono “I Omeni de la Diac”.
ANDREA CARNINO

Storia: Torino al tempo delle invasioni barbariche

Breve storia di Torino

1 Le origini di Torino: prima e dopo Augusta Taurinorum
2 Torino tra i barbari
3 Verso nuovi orizzonti: Torino postcarolingia
4 Verso nuovi orizzonti: Torino e l’élite urbana del Duecento
5 Breve storia dei Savoia, signori torinesi
6 Torino Capitale
7 La Torino di Napoleone
8 Torino al tempo del Risorgimento
9 Le guerre, il Fascismo, la crisi di una ex capitale
10 Torino oggi? Riflessioni su una capitale industriale tra successo e crisi

2 Torino tra i barbari

Continua dunque il progetto in cui mi sono impelagata riflettendo su quanto sappiamo del mondo e quanto invece conosciamo del territorio in cui viviamo.
Questa serie di articoli nasce da una discussione avuta in classe con i miei studenti, con i quali ho potuto dibattere sullimportanza che diamo a ciò che sta lontano, a discapito di ciò che invece possiamo effettivamente raggiungere, vedere, studiare a fondo. È un lavoro per me nuovo, quello che sto facendo, una sfida personale tutta di ricerca prettamente storica che ho piacere di condividere con voi, cari lettori, nella speranza di coinvolgervi e intrattenervi con un po di notizie locali che sono riuscita a reperire, esulando da quelle che sono le mie zone di confort, ossia larte e la scuola.
Ecco allora vi lascio alla lettura di questo secondo articolo, dedicato ad approfondire ciò che accadde alla nostra bella urbe durante le cosìddette invasioni barbariche.
Sappiamo davvero poco sulle vicissitudini di Torino durante lalto Medioevo. Limpero romano cade per cedere il posto a una progressione di transitori regni barbarici, si apre un periodo incerto, caratterizzato da crisi commerciali, un forte calo demografico e un generale regresso della vita urbana. Il territorio di Torino viene dapprima inglobato nel regno degli Ostrogoti, successivamente, nel giro di circa un secolo, a tale popolazione subentrano i Longobardi, che detengono il potere fino al termine del secolo VIII, ossia fino allarrivo dei Franchi. Torino è ora parte del Regnum Italiae e appartiene al vasto Impero di Carlo Magno, che si espande dalla Spagna ai Paesi Bassi fino alla Germania centrale. Ancora una volta la posizione geografica della città fa sì che lurbe diventi un importante punto di collegamento tra i luoghi principali del dominio carolingio: i territori italiani e lancora importantissima Roma.
Le fonti pervenuteci riguardo a tale periodo storico sono esigue e frammentarie, si tratta principalmente di documenti ecclesiastici, attestati ufficiali, cronache o testimonianze redatte da titolari laici del potere, in ogni caso tutti atti che si riferiscono a persone più che benestanti e di particolare riguardo, come nobili, vescovi o imperatori, al contrario ci è quasi impossibile recuperare notizie sul modus vivendi della gente comune.

Sappiamo però che pressoché tutte le città murarie compresa Torino offrivano protezione a chi, vivendo nelle campagne, era costantemente danneggiato dalle incursioni dei barbari.
Nel IX secolo anche lImpero Franco si spegne: i regni e i ducati che ne facevano parte sono in continua lotta tra loro, i grandi signori si combattono lun laltro e nel mentre tentano di arrestare le invasioni dei Saraceni e degli Ungari.
Torino si presenta come un avamposto di primaria importanza per fronteggiare le incursioni saracene provenienti dalle Alpi ed è dunque necessario, per chiunque ambisca a governare il Regno Italico, esercitare unazione di controllo anche sul territorio del capoluogo piemontese. È Ottone I che, alla fine del X secolo, ha la meglio sugli altri aspiranti: nasce lImpero romano-germanico. A questo punto della storia, Torino passa sotto la giurisdizione del marchese Arduino III, noto come il Glabro, il quale detiene il dominio non solo sulla città ma su tutta la zona conosciuta come marca di Torino,  comprendente i territori circostanti e il corridoio alpino. Lantica Augusta è destinata a sottostare agli Arduino, vassalli imperiali con titolo di conti e marchesi della città fino alla morte della contessa Adelaide (1091), ultima discendente della famiglia. È tuttavia necessario ricordare limportanza della casta ecclesiastica, i vari membri della stirpe reggente devono dividere il potere con i vescovi locali che, da Massimo in avanti, esercitano lautorità spirituale e temporale sulla diocesi ma anche sulla cittadinanza. Il governo episcopale risulta un punto fermo in questo periodo di grande confusione, è grazie ad esso se la città presenta una struttura amministrativa e una accettabile stabilità politica. Da non dimenticare inoltre il fatto che il clero vanta un duplice espediente per assicurarsi il mantenimento del credito politico, da una parte legemonia spirituale, dallaltra il fatto che la Chiesa costituisce lunica fonte di alta cultura, per lappunto chi appartiene al clero episcopale fa parte dei pochi in grado di leggere e scrivere.


Si può dunque affermare che la storia di Torino segua le generiche vicissitudini dellItalia, lo specifico si perde in una più ampia visione di accadimenti cronologici che segnano il destino di tutta la penisola, con leccezione di sporadici eventi che è possibile riportare grazie alle documentazioni rinvenute. Proviamo allora a ripercorrere un po piùda vicino  le vicende della penisola e della nostra città durante la venuta degli Ostrogoti, poi dei Longobardi e infine ciò che avviene nel periodo carolingio.
Quando lImpero Romano crolla, Torino non pare accorgersene, la quotidianità della cittadinanza rimane sostanzialmente imperturbata di fronte alle vicissitudini politiche lontane, e anche quando nel 493 Odoacre viene deposto dagli Ostrogoti, la notizia non desta particolare interesse.
Il nuovo re, Teodorico, tuttavia nota la città pedemontana e la ritiene un cruciale avamposto strategico. In questo contesto Torino diventa per poco protagonista: agli albori del nuovo regno un esercito di Burgundi riesce ad entrare in Italia, attraversando la Valle dAosta e saccheggiando le cittadine della pianura lombarda; Teodorico affida il compito di sedare linvasione e negoziare il rilascio dei prigionieri ai vescovi di Pavia e Torino. La vicenda si conclude positivamente e nel 508 Teodorico espelle gli invasori dal regno e rende Torino un caposaldo della sua linea difensiva.
Limperatore muore nel 526 e la stabilità del potere politico viene bruscamente scossa. Prende il comando il bizantino Giustiniano, la cui aspirazione più grande è restaurare lantico Impero Romano; egli decide di riunire le province occidentali ai territori orientali che governa da Costantinopoli.
A seguito di tale desiderio dellimperatore, nel 535 il generale Belisario inizia la riconquista dei territori italiani, le battaglie che ne conseguono sono violente e sanguinose e portano alla distruzione di gran parte dei territori settentrionali e centrali della penisola. Nel 553 cade lultimo avamposto ostrogoto e il regno di Teodorico viene cancellato del tutto. La vittoria di Giustiniano però non è destinata a durare. La conquista bizantina ha conseguenze negative e comporta linizio di unaltra invasione barbarica, quella dei Longobardi. Alboino in breve tempo ottiene tutta lItalia settentrionale e centrale, occupa il Piemonte e rende Torino unimportante roccaforte del nuovo regno. Per due secoli i Longobardi detengono legemonia, il segno del loro passaggio è incisivo e ben evidente, soprattutto in Lombardia, regione che ancora oggi porta il loro nome.
I Longobardi, confederazione di più gentes, assimilabili nellaspetto perché portatori di una lunga barba, sono bellicosi, saccheggiatori alla ricerca di nuove terre in cui insediarsi e soprattutto sono seguaci dellarianesimo. È appunto la questione religiosa che determina allinizio grosse difficoltà e spaccature con la convivenza autoctona, tutta cristiana. Ci vuole del tempo, ma alla fine ariani e pagani si convertono al cattolicesimo, come dimostra la diocesi torinese che riesce a ricongiungersi con il papato a Roma nel giro di neanche un secolo. Nonostante la natura guerriera dei nuovi dominatori, a Torino non pare esserci alcuna situazione particolarmente violenta: i contadini continuano a svolgere le loro attività e i vescovi sono lasciati liberi di occuparsi dei propri fedeli. I nobili longobardi si impossessano delle zone adiacenti allurbe, come per esempio il colle su cui sorge Superga, il cui nome deriverebbe da Sarropergia, dal germanico Sarra-berg, monte della collina.  Quel che emerge è che i Longobardi sono sottoposti ad un graduale processo di romanizzazione, come dimostra la scomparsa della loro lingua a favore del latino volgare. Daltro canto i nuovi dominatori apportano notevoli modifiche agli usi e costumi di derivazione romana, ad esempio il sistema delle tasse e lassetto urbano dei centri abitati. Viene inoltre smantellata lorganizzazione delle province dellImpero, a favore dellistituzione di ducati, governati da comandanti militari longobardi, detti duchi; i nuovi siti hanno alto valore strategico, tra questi emergono per importanza Torino, Asti, Ivrea e Novara.
A Torino i duchi longobardi  erigono diversi nuovi monumenti e palazzi, accanto ai luoghi cristiani già preesistenti. Sorgono chiese e abitazioni che esulano dallassetto regolare della città: esse vengono costruite senza tenere in minima considerazione lo schema urbano e i tracciati originali delle strade, il tessuto della città cambia in maniera irreversibile.
Il regno longobardo sopravvive fino al 773, anno in cui Carlo Magno invade definitivamente lItalia. Una parte dellesercito varca le Alpi attraverso il passo del Gran San Bernardo mentre un altro reparto guidato dal re in persona- raggiunge Torino, attraverso il valico del Moncenisio e la Val Susa. Torino è proprio la prima città a cadere sotto il dominio franco. Carlo Magno si proclama re dei Franchi e dei Longobardi, sottolineando in tal maniera la volontà di amministrare il regno come una provincia del suo impero franco, concedendo agli abitanti di mantenere la propria identità.  Lo stesso governo di Carlo in Italia si appoggia alla struttura politica precedente, Torino stessa ne è unacuta dimostrazione e testimonianza.
La nuova amministrazione è tuttavia più efficiente, grazie anche ai missi dominici, gli emissari dellimperatore, i quali devono indagare e occuparsi delle eventuali ingiustizie e sono altresì incaricati di supervisionare lamministrazione locale.
A caratterizzare limpero carolingio è la strettissima alleanza con la Chiesa, ancora una volta Torino si dimostra esempio perfetto per esplicare il sistema di governo attuato. La città e le zone adiacenti sono un importante punto strategico, lurbe sorge su un asse cruciale per la sorveglianza e la comunicazione tra il Regno Italico, la Roma pontificia e il cuore dei territori franchi. Il passaggio attraverso i valichi prende un nuovo nome: strada francigena, ossia la strada dei franchi. Daltra parte Torino è governata da un conte, amministratore della giustizia in vece dellimperatore, egli èaffiancato nellincarico da fidati collaboratori, sia laici che ecclesiastici.


Le fonti forniscono diverse importanti informazioni sulla centralità del ruolo del clero nellamministrazione carolingia; ad esempio, nellanno 816, Ludovico il Pio figlio di Carlo Magno- nomina vescovo di Torino Claudio, suo cappellano e consigliere. Tale scelta è dovuta allesigenza di lasciare una diocesi così importante in mani fidate. Claudio è comunque figura centrale per la storia del capoluogo piemontese, è infatti grazie a lui che nasce la schola di Torino, volta ad accogliere studenti dal Piemonte e dalla Liguria. A Claudio succedono prima Vitgario, il quale segue il processo di rinnovamento cristiano in risposta alle esigenze dellimpero carolingio, e poi Regimiro, che istituisce la regola di Crodegango di Metz, secondo la quale i canonici della cattedrale devono condurre una vita monastica attiva, in stretta collaborazione con il vescovo.
Con la morte di Ludovico il Pio lenorme regno franco inizia a frantumarsi: dopo una sanguinosa lotta intestina i tre discendenti di Ludovico si spartiscono il regno.
Lultimo re è Carlo il Grosso, figlio di Ludovico il Germanico, che tuttavia non si dimostra allaltezza di governare né di fronteggiare i nuovi nemici Normanni e Saraceni- e viene così deposto dai vassalli nellanno 887.
Il Regno Italico è ormai un immenso campo di battaglia su cui si scontrano i grandi signori dellepoca e Torino è di nuovo in balia degli importanti eventi che determinano la Storia dei popoli.

 ALESSIA CAGNOTTO 

Umberto II, la “regalità” al servizio della Nazione

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IL COMMENTO di Pier Franco Quaglieni

Pier Franco Quaglieni

Umberto di Savoia, principe di Piemonte, in seguito all’abdicazione del padre Vittorio Emanuele III, salì al trono il 9 maggio di 80 anni fa. Era luogotenente generale del Re ed aveva già di fatto esercitato le funzioni sovrane dalla Liberazione di Roma  del 4  giugno 1944. Resta un dileggio gratuito e antistorico  definirlo “re di maggio” perché Umberto II solo formalmente regnò poco più di un mese, essendo partito per l’esilio il 13 giugno 1946.

Non solo i monarchici riconoscono che mise le premesse per essere un grande Re, come aveva visto Luigi Barzini jr. Scelse come ministro della Real Casa l’avvocato Falcone Lucifero che nella sua giovinezza era stato un socialista vicino a Matteotti. Ho conosciuto di persona Umberto II in più occasioni e la sua “regalità” era palpabile e ben viva. Per regalità intendo soprattutto il fatto di  non essere mai stato uomo di parte, ma di essersi sempre posto al servizio della Nazione. Questo è il mestiere dei re , come ben ha dimostrato Carlo d’Inghilterra nel suo incontro con Trump. In Umberto non fu solo “mestiere” , ma cultura, equilibrio, patriottismo  autentico, si direbbe oggi passione civile. Nel ricostituito  Regno al Sud fu l’anima del risorto esercito italiano e,  malgrado l’opposizione degli Alleati ad un suo comando , seppe essere vicino ai soldati di Montelungo e Monte Marrone con sprezzo del pericolo e  della vita. La Repubblica sociale fece strame della sua figura per colpire la dinastia.
Durante il referendum istituzionale dimostrò un equilibrio quasi impossibile perché, pur essendo in giuoco la Monarchia, il re seppe restare al sopra della mischia. Parti’ per l’esilio prima della proclamazione della Repubblica per evitare una probabile seconda guerra civile tra il Nord repubblicano e il Sud monarchico che rivelò con il voto  di non essere stato oggetto di una colonizzazione forzata  da parte dei Savoia. Il suo costante richiamo fu l “Italia innanzi tutto” e Autogoverno di popolo e giustizia sociale“. Dall’esilio il re ha continuato ad amare disperatamente l’Italia .
I monarchici in Italia furono inadeguati e litigiosi, sperperando milioni di consensi in partiti che hanno immiserito la causa monarchica. Il Re da Cascais ha rappresentato un esempio  civile  di grande italiano che ne rappresentava la storia migliore,  quella del Risorgimento e non solo. Per cercare di non far sentire troppo la differenza la Repubblica dovette scegliere come presidente il monarchico e scienziato Luigi Einaudi. Ma la figura di Umberto non è mai stata dimenticata, neppure tanti anni dopo quando morì nel 1983 e  la Repubblica gli negò di rivedere per l’ultima volta la sua Patria.

La Madonna a Ranverso 

Domenica 10 maggio, ore 15

 

Per la Festa della Mamma una visita guidata sulle tracce della rappresentazione della Madonna negli affreschi della Precettoria di Sant’Antonio di Ranverso

 

 

La figura della Madonna attraversa e unisce l’intero ciclo figurativo della Precettoria di Sant’Antonio di Ranverso (TO): un racconto per immagini che, dall’Annunciazione alla Natività fino alla morte della Vergine, restituisce una delle narrazioni più articolate e stratificate del Piemonte tardomedievale.

In occasione della Festa della Mamma, è in programma domenica 10 maggio un approfondimento dedicato alla rappresentazione mariana all’interno del complesso, dove pittura, devozione e committenza si intrecciano in un percorso visivo di forte coerenza. Il ciclo di affreschi, attribuito in larga parte a Giacomo Jaquerio e alla sua bottega, sviluppa una sequenza narrativa che accompagna il visitatore lungo i momenti centrali della vita della Vergine. Dall’Annunciata, colta in una dimensione intima e sospesa, alla scena della Natività, fino alla Dormitio Virginis, emerge un linguaggio pittorico capace di coniugare attenzione al dettaglio, costruzione dello spazio e intensità espressiva. Non si tratta di un episodio isolato, ma di un progetto iconografico unitario che riflette la funzione della Precettoria come luogo di assistenza e spiritualità legato all’ordine ospedaliero antoniano. La figura della Madonna assume qui un ruolo centrale: modello di intercessione e presenza costante all’interno di un contesto segnato da cura e accoglienza.

 

INFO

Precettoria di Sant’Antonio di Ranverso

Località Sant’Antonio di Ranverso, Buttigliera Alta (TO)

Domenica 10 maggio 2026, ore 15

La Madonna a Ranverso

Costo visita: 5 euro, oltre il prezzo del biglietto

Biglietti: intero 5 euro, ridotto 4 euro

Hanno diritto alla riduzione: minori di 18 anni, over 65, gruppi min. 15 persone

Fino a 6 anni e possessori di Abbonamento Musei: biglietto ingresso gratuito

È indispensabile la prenotazione entro il giorno precedente.

Info e prenotazioni (dal mercoledì alla domenica):

011 6200603 ranverso@biglietteria.ordinemauriziano.it

www.ordinemauriziano.it

Connubio vincente in tre residenze del territorio metropolitano

Il 9, 10 e 16 maggio

Il mese di maggio rappresenta un periodo di particolare fermento per il patrimonio culturale piemontese. L’associazione Dimore Storiche  Italiane (ADSI), sezione Piemonte e Valle d’Aosta, rinnova la sua missione di valorizzazione del territorio attraverso la collaborazione con il Salone Internazionale del Libro in attesa del 24 maggio, la Giornata Nazionale ADSI.
Quest’anno l’impegno dell’associazione si è  riscontrato in un profondo legame con il territorio, facendo uscire la cultura dai centri urbani e aprendo le porte di residenze private d’eccezione presenti tra le province di Torino e di Cuneo, nel contesto del programma prestigioso del Salone OFF.
Il territorio della provincia di Torino ospiterà una serie di incontri che spaziano dalla saggistica alla botanica, offrendo occasioni di approfondimento uniche in cornici di pregio.
Sabato 9 maggio prossimo a Carignano, alle 17, la stupenda cornice di Villa Bona si inserirà nel programma della rassegna “Fiori & Vini”, in cui l’autore Angelo Berton presenterà il suo volume “Vegania”, conducendo il pubblico in un affascinante dialogo sulla cucina vegetale contemporanea. Si tratterà di un incontro dove la tecnica e la creatività culinaria si fonderanno in maniera armoniosa con la genuinità dei prodotti di alta quota.
Domenica 10 maggio, dalle 15 alle 17, a Pancalieri, nel complesso monumentale di Villa Giacosa Valfré di Bonzo si terrà  l’evento “La Cultura della Coltura”, che celebrerà  il legame tra botanica e territorio. I visitatori potranno scoprire il profumo della menta piperita attraverso visite guidate ai giardini curati dal celebre architetto Paolo Pejrone, in un pomeriggio che unirà la scoperta delle tradizioni locali a progetti di solidarietà internazionale.
Infine sabato 16 maggio alle 15, il palazzo dei conti di Bricherasio  aprirà le sue porte alla presentazione del volume di Beppe Minello, firma storica de La Stampa, dal titolo “Anonima Cronisti”.
Sarà una preziosa occasione per riflettere sulla vita vissuta all’interno delle redazioni giornalistiche e sulla complessa ricerca della verità nella Torino trasformata del Post Olimpiadi.
Domenica 17 maggio la proposta culturale riguarderà la provincia di Cuneo, con la visita al castello della Margarita, di Villa Corinna a Villanova Mondovì, di Villa Oldofredi Tadini a Cuneo e Tenuta Berroni a Racconigi.

Chiamati due volte: i martiri d’Algeria

Una mostra a Maria Ausiliatrice

Trent’anni fa, il 21 maggio 1996, venivano uccisi in Algeria i 7 monaci trappisti di Tibhirine, il cui martirio fu reso celebre in tutto il mondo dal film “Uomini di Dio” che solo in Francia ebbe 4 milioni di spettatori e vinse il premio speciale della giuria al Festival di Cannes. Ora una mostra a Torino, a Maria Ausiliatrice ( dal 10 al 24 maggio , ore 10-20), ricorda questo drammatico evento e tutti i 19 martiri dichiarati beati dalla Chiesa nel 2018 uccisi dal fondamentalismo islamico durante il decennio nero del terrorismo algerino ( 1992-2002) : oltre ai 7 monaci, religiose, religiosi e il vescovo di Orano Pierre Claverie, A organizzarla il Centro studi Perione, che si occupa a Torino dello studio e delle relazioni cristiano-islamiche, in collaborazione con il Centro Frassati, nell’ambito del Salone del libro. La mostra, che è stata esposta anche a Parigi, New York, Roma e Milano, ripercorre con foto , video, scritti la vita donata di questi martiri, la loro fede e la scelta di restare tra la gente.. Si intitola “Chiamati due volte”, perché la fedeltà alla loro vocazione si è incarnata in una fedeltà al popolo algerino, vittima anch’esso della violenza e dell’odio. Ricordare il loro sacrificio è un messaggio universale di dialogo e riconciliazione, come fu tutta la loro vita. Evento centrale sarà Giovedì 14 maggio alle ore 20,45 l’intervento del cardinale di Algeri , S.Em. Jean Paul Vesco, che parlerà nella sala don Bosco di Valdocco, sul tema :”I martiri di Algeria, testimoni di fraternità”. Venerdì 15 maggio alle ore 9 il Cardinale Vesco dirà messa in Maria Ausiliatrice, dopo la messa incontrerà nella sala don Bosco sacerdoti, religiose e religiosi che vorranno intervenire. Ha scritto Alessandro Banfi, uno dei curatori con Michele Brignone , Martino Diez Lorenzo Fazzini, Caudio Fontana e Michele Pellegrino, « Nessuno dei diciannove martiri è stato colpito in solitudine – compresa suor Odette Prévost che pure è morta da sola, perché l’altra sorella del Sacro Cuore di Gesù, Chantal Galicher, è sopravvissuta –, forse un segno che la scelta di rimanere non è mai stata del singolo individuo, ma è maturata in comunione con altri» .Al vescovo di Orano Claverie, è toccato di morire con un giovane musulmano che lo accompagnava quel giorno. La sua tomba, nella cattedrale di Orano , è accessibile da una porticina per permettere ai musulmani di visitarlo e rendergli omaggio. «I diciannove beati martiri d’Algeria», scrive ancora Banfi, «hanno lasciato opere, segni concreti: una scuola di cucito, una biblioteca, un dispensario medico… Papa Leone nella sua visita in Algeria il 13 aprile ha reso omaggio a questo “dialogo della vita”. Loro continuano a provocare, con la loro intercessione, piccoli e grandi fatti. Ha scritto Joseph Ratzinger che i santi sono come le porte delle chiese, sono sempre un tramite, un passaggio, un’occasione. Per arrivare ad altro. E anche per i diciannove succede così»

 

Riapre il Museo Forte Bramafam di Bardonecchia

Martedì 2 giugno prossimo inizia la stagione di apertura del Museo Forte Bramafam di Bardonecchia, un luogo dove si è cercato di salvare le memorie della storia militare del Regio esercito, vedendola attraverso quegli uomini che questa storia hanno creato e vissuto. In questi 30 anni di attività, è stata raccolta una notevole massa di materiale e di ricordi, oltre 200 oggetti tra cui uniformi, artiglierie, armi e materiale della vita quotidiana, inseriti in ricostruzioni ambientali che immergono il visitatore dentro la storia.

Nella pausa invernale, anche quest’anno, il Museo non è stato fermo e ha dato vita a una serie di progetti per proseguire nel recupero del Forte Bramafam attraverso bandi con Regione e Fondazioni, per proseguire negli interventi strutturali nel ripristino delle strutture preesistenti degli adeguamenti tecnologici, ma anche nelle evoluzioni legali per proseguire nel futuro del Museo. L’elemento di punta del 2026 è rappresentato da un progetto ambizioso che trasformerà il Museo in un ponte tecnologico tra passato e presente: saranno realizzate 50 installazioni che riprodurranno documentari dell’Istituto Luce e video che riproporranno 700 foto storiche legate agli eventi narrati nel Museo. Tra queste, 500 immagini sono state restaurate con l’intelligenza artificiale. Si è voluta restituire l’umanità e il movimento a uomini che altrimenti sarebbero rimasti statici nella memoria. Una mole di contenuti che su carta avrebbe richiesto spazi immensi. Vengono così ad aprirsi una serie di storie legate alle fortificazioni, alle artiglierie e alle guerre, ma dove emergono i volti degli uomini del passato.

Questa lettura dei documenti storici è resa più fruibile dall’uso dell’IA e dei video, resa piu viva per le nuove generazioni, con la flessibilità di poter aggiornare i contenuti o creare percorsi tematici differenti senza cambiare l’allestimento fisico. Alcuni dei temi che verranno raccontato saranno il Terzo Alpini e la Madonna di Rocciamelone, le artiglierie da fortezza del Regio esercito, la piazza militare del Moncenisio, Susa a inizio Novecento, gli Alpini sciatori a Bardonecchia, Folgore e Monterosa tra Moncenisio e Monginevro, le batterie corazzate e la formazione “ Stellina Giustizia e Libertà”.

Lo scorso anno il Museo aveva ipotizzato di aprire, nel 2026, il nuovo settore della galleria di Gola, ma l’entità degli interventi, i costi e la riduzione dei contributi da parte delle fondazioni bancarie ha costretto a dare una sospensione alle attività e aprire un mutuo per pagare parte dei lavori. Rimangono da completare parte della impermeabilizzazione sulla copertura, impiantistiche elettriche di controllo, la ricostruzione degli interni e gli impianti nel pozzo Gruson.

Il progetto è andato oltre l’aspetto museale e sono stati avviati contatti con l’Amministrazione comunale di Bardonecchia per definire il trasferimento a titolo non oneroso del compendio di Forte Bramafam e, tra gli altri, la presentazione di una domanda per la ricostruzione dell’acquedotto di Forte Bramafam che porterà rifornimento idrico alle Case di Sant’Anna. È stato inoltre promosso dall’Associazione per gli Studi di Storia e Architettura militare del Forte Bramafam un convegno a Bardonecchia dal titolo “Sulle strade bianche delle fortificazioni”.

Info aperture: giugno – martedì 2 e tutte le domeniche – a luglio tutti i sabati e le domeniche – agosto tutti i giorni dall’1 al 30 – settembre tutte le domeniche – novembre tutte le domeniche

Mara Martellotta

 

Foto Corino  – Turismo Torino e Provincia

“C’era una volta Italia ’61”, gli anni ruggenti di Torino

Mercoledì 6 maggio, nella Sala Spagnuolo di Palazzo Lascaris (via Alfieri 15, Torino) è stata aperta al pubblico la mostra fotografica “C’era una volta Italia 61”, a 65 anni dalle manifestazioni per il primo anniversario dell’Unità d’Italia. Un viaggio immaginario che ricostruisce quel momento storico attraverso video d’epoca, fotografie, manifesti e oggetti originali, ricordando la leggendaria monorotaia Alweg che correva sul laghetto dietro al Palazzo a Vela. La mostra, promossa dal Consiglio regionale e curata dell’associazione “Amici di Italia ’61”, rimarrà aperta al pubblico fino al 10 giugno 2026. Orario di apertura: dal lunedì al venerdì dalle 9 alle 17. Ingresso gratuito.

I curatori, Mario Abrate e Piero D’Alessandro, fondatore e presidente dell’associazione “Amici di Italia ‘61”, durante l’inaugurazione hanno illustrato al presidente del Consiglio regionale Davide Nicco ed al consigliere segretario Fabio Carosso i contenuti dell’esposizione.

“Questa mostra ripercorre gli anni ruggenti della nostra città – ha commentato il presidente Nicco – le immagini degli anni Sessanta, che oggi rivediamo con un po’ di nostalgia, fanno memoria della storia di una parte importante del nostro territorio, che è bene preservare e raccontare ai giovani di oggi”.

La mostra celebra i 65 anni dall’evento che portò Torino al centro dell’interesse nazionale in occasione del centenario dell’Unità d’Italia: una stagione unica per l’innovazione architettonica, tecnologica e culturale di cui oggi rimangono solo alcuni segni in città. Da maggio a ottobre nel 1961, in pieno boom economico, Torino si presentò al mondo con infrastrutture avveniristiche, moderni padiglioni e la celebre monorotaia. “Obiettivo dell’esposizione – hanno detto i curatori – è restituire questo patrimonio alla memoria collettiva attraverso un racconto con materiali originali, immagini, manifesti d’epoca e testimonianze dirette raccolte in anni di ricerche e grazie alla collaborazione di numerose persone”.

Per approfondire l’argomento mercoledì 3 giugno alle 15 a Palazzo Lascaris si svolgerà una conferenza pubblica a cura dell’Associazione, dal titolo: “Italia ’61: La città delle meraviglie. L’esposizione nella memoria collettiva: storie, curiosità, frammenti di vita”.

Info: www.italia61.org

La magia delle bambole Lenci

Una passione torinese che si trasformo’ in successo internazionale

Il 23 aprile 1919 nacque a Torino la Lenci ,  “Ludus est nobis constanter industria” (il gioco è per noi costante lavoro), l’azienda delle famose e iconiche bambole conosciute in tutto il mondo che produceva anche altri giocattoli, mobili in legno, articoli per la casa e accessori per l’ abbigliamento.

Lenci non era solo l’acrostico del motto che i coniugi Enrico Scavini ed Elena Konig, donna colta e raffinata di origine austriaca, avevano creato per celebrare la loro attivita’ , ma anche il soprannome della signora che aveva cominciato la sua esperienza ludico-professionale in via Marco Polo 5 insieme al fratello che aveva deciso di aiutarla a creare le magnifiche creazioni che piacevano tanto ai Savoia.

Il marchio composto dall’immagine di una trottola, un filo e lo slogan che fa da cornice fu depositato nel 1922 e diede inizio ad una avventura che, oltre alla produzione e commercializzazione delle bambole, si configurera’ come punto di riferimento per la moda di quegli anni e sara’ motivo di ispirazione di artisti e sorgente di idee e creativita’.

Le Lenci non raffiguravano solo bambini, spesso dalla faccina imbronciata, ma anche silhouette con vestiti etnici e personaggi famosi come Marlene Dietrich e Rodolfo Valentino; raggiunsero presto un grande successo che le porto’ ad esposizioni molto importanti come quella di Parigi, Roma e Zurigo. Nel 1926 fu stampato il catalogo dell’azienda completo di tutti i prodotti che fu ampliato, a sua volta, nel 1927 con l’inserimento delle ceramiche. L’introduzione di nuove oggetti, oltre a rappresentare l’evoluzione della azienda, fu anche un ulteriore sforzo per combattere i diversi tentativi di concorrenza che misero l’azienda in crisi diverse volte. Dal 1928 la Lenci e’ nel momento di massima di espansione, ma questo non evitera’ difficolta’ economiche, dovute agli alti costi di gestione, che richiederanno la compartecipazione di un socio, Pilade Garella, che ne diventera’ proprietario unico nel 1937. Elena Koning rimarra’ come direttore creativo e si occupera’ di assicurarne lo stile e la linea fino alla morte del marito, momento in cui decise di lasciare l’azienda. Nel 1997 la Lenci venne venduta all’azienda Bambole Italiane che, purtroppo, e’ fallira’ nel 2002.

Ancora oggi si utilizza il panno lenci una stoffa non tessuta che viene usata per fare vestiti, ma anche accessori e collane grazie alla sua facilita’ di utilizzo e che rimanda alle famose bambole che erano foderate con un’ ulteriore strato di mussola, per renderle lavabili, e ricoperte di polvere vellutina.

L’avvento della celluloide rese le bambole di pezza obsolete e la produzione si concluse, ma ancora oggi le Lenci possono essere trovate nei mercati e nei negozi di antiquariato oltre che su diversi siti internet di commercio e di collezionisti.

Il loro successo fu talmente importante che vennero esposte nei musei di tutto il mondo tra cui New York e Tokyo, questa fama fu il frutto di una passione, trasformatasi poi in lavoro, che segno’ un periodo magico per Torino che ancora una volta si conferma luogo di fertile di estro e genialita’.

MARIA LA BARBERA