Il 16 agosto la Chiesa celebra San Rocco, il santo protettore dalla peste e dalle malattie contagiose, che fin dal medioevo è stato implorato dalla popolazione durante le pandemie ed è stato recentemente molto invocato dalle persone durante l’epidemia di Covid-19.
Rocco nacque a Montpellier nel 1345 da genitori agiati avanti con gli anni che ormai avevano perso la speranza di poter avere figli. Profondamente devoto alla Vergine Maria, fin da bambino si dedicò a prestare assistenza agli infermi, tanto da venire paragonato a San Francesco d’Assisi.
Persi i genitori all’età di 20 anni, distribuì ai poveri i suoi averi e s’incamminò per voto in pellegrinaggio verso Roma, valicando il Colle del Monginevro ed aiutando lungo la strada i contagiati dall’epidemia di peste.
La sua missione di pellegrino in Italia durò otto anni, durante i quali, di città in città, si dedicò alla preghiera, guarì e ridonò coraggio alle persone infette. Ad Acquapendente, una cittadina in Provincia di Viterbo, nel luglio 1367, tracciando il segno della croce sui malati operò guarigioni miracolose. Dopo aver trascorso tre anni a Roma, dove curò gli infermi dell’Ospedale di Santo Spirito, ripartì per Montpellier, facendo tappa ad Assisi, Forlì, Cesena, Rimini, Parma, Bologna e Modena, guarendo strada facendo moltissime persone sofferenti. A Piacenza venne contagiato dalla peste e per non diffondere il virus ad altre persone si isolò in una capanna sulle rive del fiume Trebbia, rifocillato da un cane, il quale ogni giorno gli portava un pezzo di pane sottratto alla mensa del suo padrone Gottardo Pollastrelli. Quest’ultimo, una volta scoperto il sotterfugio dell’animale, si occupò personalmente di curare Rocco. Gottardo, Signore di quei luoghi, rimase talmente affascinato dalle parole del santo, che cedette i suoi beni ai poveri e diventò il suo primo biografo.
Oltre a scrivere appunti sulla vita del pellegrino dipinse anche un suo ritratto, tutt’ora presente nella Chiesa di Sant’Anna a Piacenza. Una volta guarito, Rocco riprese il suo viaggio di ritorno in Francia, ma giunto a Voghera, a causa della sua barba lunga ed incolta e del suo viso trasfigurato dalla sofferenza, non fu riconosciuto e venne scambiato per una spia. Il governatore della città, che per ironia della sorte era anche suo zio materno, lo fece incarcerare.
Rocco morì in prigione nella notte tra il 15 e il 16 agosto 1378. Al momento della sua dipartita furono udite voci di fanciulli che gridavano: “E’ morto il santo!”, mentre le campane suonarono a festa. Un angelo portò una piccola tavola sulla quale era scritto “Coloro che, colpiti dalla peste ricorreranno alla potente intercessione del Beato Rocco, prediletto da Dio, ne saranno liberati”.
Le statue dedicate al santo lo rappresentano in veste di pellegrino, con il tabarro, il cappello a tesa larga, un bastone da viaggio a cui erano assicurate conchiglie per raccogliere l’acqua, una zucca vuota per conservarla e la bisaccia a tracolla.
Il suo culto iniziò a diffondersi in Italia a partire dal 1382, per poi espandersi in tutta Europa.
La festività di San Rocco nel mondo contadino è associata alla fine dell’estate; un proverbio afferma che “per San Rocco la rondine fa fagotto”. Dal 16 agosto le rondini iniziano infatti a migrare verso i Paesi più caldi, dove sverneranno. Questo è il giorno a partire dal quale la stagione calda per tradizione volge al termine ed il sole cocente e l’afa lasciano spazio ai temporali.
Il 16 agosto è festa a Reano, Comune dove viene perpetuata una tradizione di origine feudale: quella dei “Salti di San Rocco”. Dopo la Santa Messa celebrata nella Chiesa Parrocchiale di San Giorgio Martire, il parroco benedice un carro addobbato con il drappo del santo e dei fiori, sopra il quale siede una piccola orchestra che suona brani popolari.
Il carro viene in seguito trainato da un trattore fino in Piazza Donatori di Sangue, dove chi lo desidera può salirci, e dopo aver spiccato un salto e pronunciato la frase “faccio un salto in onore di San Rocco”, può rivolgere critiche e satire a personaggi locali o all’amministrazione comunale, rigorosamente in dialetto piemontese, per terminare con “viva San Rocco”. Tra un salto e l’altro l’orchestrina suona melodie paesane.
A Venezia il 16 agosto 1577 venne organizzata una grande processione per ringraziare il santo della fine della pestilenza che provocò circa 50 mila morti. La popolazione invocò la grazia di Rocco, le cui spoglie giacevano nella chiesa a lui dedicata già dal 1490 e la fine dell’epidemia venne attribuita al santo. Il Senato della Repubblica Serenissima, in segno di gratitudine dichiarò il 16 agosto come giorno festivo. In occasione delle celebrazioni il doge giungeva nella chiesa dedicata a Rocco a bordo di un’imbarcazione dorata ed ai fedeli era concesso di venerare le sue reliquie. La processione viene ancora organizzata ai giorni nostri; parte da Campo dei Frari per poi raggiungere la Chiesa di San Rocco e l’omonima Scuola Grande, dove nella sontuosa cornice della Sala Capitolare viene celebrata una S. Messa solenne.
In Piemonte nel 1630, in seguito alla Guerra di Successione del Ducato di Mantova e del Monferrato e della conseguente invasione francese, scoppiò l’epidemia di peste detta “manzoniana” perché descritta da Alessandro Manzoni nel suo romanzo “I promessi sposi”. La popolazione venne dimezzata e a Giaveno il 28 luglio il consiglio comunale fece voto alla Vergine e ai Santi protettori del morbo, San Rocco, San Sebastiano e San Carlo Borromeo, di erigere una chiesa in loro ringraziamento qualora la peste cessasse. Questo flagello, che falcidiò anche alcuni consiglieri, terminò alla fine del 1631, ma a causa della mancanza di fondi il voto venne ritenuto nullo perché deliberato in assenza di un numero valido di votanti. Dopo forti pressioni dei Canonici della Collegiata di San Lorenzo Martire, la rinuncia al suo credito di 500 Scudi nei confronti del Comune del Nobile Giuseppe Sclopis e la minaccia del Principe Maurizio di Savoia, ex cardinale, di far imporre tasse, il consiglio comunale diede il via ai lavori di costruzione nel 1645 e il luogo di culto venne edificato al posto di una piazza dove si tenevano spettacoli teatrali. La chiesa, come illustrato dal quadro monocromatico dietro l’altare, l’unico di quell’epoca, probabilmente dono della Prima Madama Reale Cristina di Borbone-Francia, venne dedicata a San Rocco, San Carlo Borromeo e San Sebastiano, i tre santi considerati protettori durante le pestilenze. Questo luogo di culto è aperto al pubblico tre volte l’anno: il 22 maggio in occasione della Solennità di Santa Rita; il 16 luglio per la Madonna del Carmine e il 16 agosto, quando la Chiesa Cattolica celebra San Rocco.
ANDREA CARNINO
La stabilità politica è tuttavia qualcosa di apparentemente irraggiungibile: tali regni risultano caotici ed effimeri, i signori sono costantemente occupati a rivaleggiare tra loro per il Regno Italico, ma nessuno è destinato a detenere il potere a lungo.

Scolastica dell’editore Felice Paggi: un libro era venduto a due lire e, se era legato in tela con placca a oro, il prezzo saliva a tre. Sia questa serie che il successivo Minuzzolo anticiparono di fatto la nascita di Pinocchio. Il 7 luglio 1881, sul primo numero del periodico per l’infanzia Giornale per i bambini (praticamente l’archetipo dei periodici italiani per ragazzi) uscì la prima puntata de Le avventure di Pinocchio con il titolo Storia di un burattino. Due anni dopo, raccolte in volume e arricchite dalle illustrazioni di Enrico Mozzanti, le vicende del burattino che voleva diventare un bambino in carne e ossa vennero pubblicate quasi in contemporanea con la sua nomina a direttore del periodico che ne aveva anticipato il testo. Carlo Lorenzini, ormai per tutti Collodi, morì a Firenze nel 1890 dove riposa nel cimitero delle Porte Sante. Pinocchio, nonostante abbia compiuto il suo 140° compleanno, è ben vivo e vegeto: pubblicato in 187 edizioni, tradotto in 260 lingue o dialetti, protagonista di film, cartoni animati e sceneggiati, riprodotto in mille maniere. In molti hanno provato a catalogarne significati e morali per spiegarne l’incredibile longevità e freschezza. Per Italo Calvino Pinocchio è stato l’unico vero protagonista picaresco della letteratura italiana, proposto in forma fantastica; le sue avventure rocambolesche, a volte scanzonate, a tratti drammatiche, rimandano alla letteratura di genere che ebbe origine in Spagna con Lazarillo de Tormes e il Don Chisciotte della Mancia di Miguel de Cervantes, l’opera che segnò la nascita del moderno romanzo europeo.
Ribadisco il concetto che l’arte vada insegnata nel modo più concreto possibile, invitando i ragazzi a guardare le architetture dal vivo -nel limite del possibile ovviamente- e non solo sulle pagine dei libri o attraverso la LIM, convincendoli a toccare colori e materiali, e se anche se ci si sporca un po’ non è un problema. È così che mi piacerebbe poter spiegare alle mie classi il “Barocco”, portando i ragazzi a passeggiare per le vie del centro, fermandoci a commentare e a chiacchierare tra piazza Castello e Piazza Vittorio, desidererei poterli condurre alla Palazzina di Caccia di Stupinigi o alla Basilica di Superga, rendendo loro lo studio un’esperienza concreta e trasformando delle nozioni prettamente storico-artistiche in un autentico ricordo di vita.
Immaginiamo ora di prendere un pullman e di allontanarci dei rumori della città. La nostra direzione è la verdeggiante collina torinese, dove ci aspetta uno dei simboli della città subalpina. La Basilica di Superga, edificata tra il 1717 e il 1731, svolge una duplice funzione, essa è sia mausoleo della famiglia Savoia, sia edificio celebrativo dedicato alla vittoria ottenuta contro l’esercito francese nel 1706. L’edificio svetta su un’altura, la posizione è tipica dei santuari tardobarocchi, soprattutto di area tedesca. L’impianto centralizzato con pronao ricorda il Pantheon, la cupola inquadrata da campanili borrominiani, invece, si ispira a Michelangelo. Nonostante i modelli di riferimento, sono del tutto assenti quelle tensioni tipiche del Buonarroti o dell’arte barocca: il nucleo centrale ottagonale si dilata nello spazio definito dal perimetro circolare del cilindro esterno, perno di tutto l’edificio; da qui si protendono con uguale lunghezza il pronao arioso e le due ali simmetriche su cui si innestano i campanili. Quest’ultima parte è in realtà la facciata del monastero addossato alla chiesa che su uno dei lati corti fa corpo con essa. L’edificio si estende nello spazio e asseconda l’andamento della collina, e diventa un nuovo e interessante punto di osservazione per chi si trova a guardare verso le alture torinesi.












