STORIA

Pietro Pisano e il Coda Rossa, storia di fame e coraggio

Anticipata da un racconto – Monte Pedum. La leggenda del Coda Rossa – pubblicato da Pietro Pisano per i tipi del Magazzeno Storico Verbanese, venne alla luce in seguito una storia vera, dopo di un minuzioso lavoro di ricerca, con la prova concreta che la primula rossa della Val Grande, l’indomito bracconiere era esistito davvero.  Così nacque Il Coda Rossa. Dalla leggenda alla storia, edito sempre dal Magazzeno Storico Verbanese ,interessantissimo lavoro di ricerca e ricostruzione storica grazie ai documenti recuperati da Pisano all’Archivio di Stato di Verbania. Un libro che svela il mistero del Coda Rossa associando un nome e un cognome al leggendario bracconiere della Val Grande, oggi parco nazionale. Si chiamava Giovanni Bertoletti e morì accidentalmente nel 1874 a soli 45 anni, precipitando dalle balze dirupate del Pedum. Pietro Pisano, fondatore del Gruppo escursionisti Val Grande, appassionato cultore della storia locale ( tra le sue opere un importante volume sull’esploratore Giacomo Bove e l’ultima, originalissima storia de Il cercatore di farfalle – Aprile 1939, l’ultimo caso del giudice istruttore di Pallanza) grazie alla sua scrittura avvincente e documentata, ha consentito al Coda Rossa di uscire dall’oblio fino a materializzarsi, prima che la sua storia sbiadisse nella memoria, perdendosi per sempre. In questi tempi dove tutto va di fretta e si vive un eterno presente molti ignorano che in quell’epoca di freddo e di fame, ben prima che l’Italia fosse unita, la gente di montagna viveva in condizioni d’estrema povertà e uomini come il Coda Rossa erano costretti ad esercitare il bracconaggio per necessità. Bertoletti, tra questi “fuorilegge del bisogno”, era forse il più temerario, tanto bravo a saltare di roccia in roccia che i valligiani finirono per assimilarlo al “codirosso”, l’uccellino che per predare gli insetti è capace d’involarsi tra le rocce più impervie.

Il Cùa Rùsa venne rinvenuto cadavere quasi otto mesi dopo la sua scomparsa, “tra dirupi praticati ben da pochi, pericolosissimi e spaventosi anche per gli intrepidi”,  come si legge sui documenti d’archivio. Teresio Valsesia, giornalista e scrittore, nella presentazione del libro, scriveva: “Non era una leggenda immersa nelle storie e nei misteri della Val Grande. Era invece una storia vera quella del Coda Rossa, onesto bracconiere della fine Ottocento, quando la gente delle nostre valli aveva fame. Dobbiamo essere grati a Pietro Pisano che ha recuperato questo personaggio, ipotizzandone per primo l’esistenza dopo averne ricostruito la storia che sembrava strettamente limitata alla cornice della leggenda”. Fu lo stesso Pietro Pisano, autore di questa piccola, preziosa impresa non solo letteraria, a raccontare chi fosse quel montanaro che conosceva ormai meglio di ogni altra persona: “Era un eroe semplice, costretto a combattere una lotta continua contro la povertà. Aveva svariati fratelli e sorelle, si sentiva responsabile per loro. Era nato povero ed è morto povero, ma amato da tutti, per questo il suo ricordo ha superato il tempo”. I due libri – il racconto e la storia – fanno parte della collana editoriale del Magazzeno Storico Verbanese , curata da Fabio Copiatti e Carlo Alessandro Pisoni. Per le stesse edizioni, Pisano ha pubblicò anche Il Piccolo Telegrafista delle Ferrovie Nord Milano. Fedele Cova. Una Storia di Valgrande tra Orfalecchio e Corte Buè. Il giovane partigiano Fedele Cova, originario di Caronno Pertusella, nel varesotto, scomparve tragicamente in Val Grande precipitando in un burrone nel 1944 mentre operava nelle formazioni partigiane di Dionigi Superti ed Ezio Rizzato. La Val Grande, chiusa tra le montagne dell’Ossola, il bacino del lago Maggiore e la valle Cannobina, impervio e selvaggio parco nazionale, fu teatro di uno dei più drammatici episodi della Resistenza all’occupazione nazista e al fascismo: il rastrellamento del giugno 1944.

Marco Travaglini

Due nuove sale, tutte da vedere, alla Palazzina di Stupinigi

Sono la “Sala Crivelli” e la “Sala Principini”: inaugurate a maggio entrano nel percorso di visita della juvarriana “Residenza Sabauda”

Nichelino (Torino)

Se mai ce ne fosse stato bisogno, c’è oggi un motivo in più per debitamente visitare quello splendore “Barocco” – “Rococò” che è la sabauda “Palazzina di Caccia” di Stupinigi, progettata nel 1729 da Filippo Juvarra per volere di Vittorio Amedeo II di Savoia e principalmente adibita, come ben si sa, alle sfarzose “battute di caccia” e alle grandi, sontuose feste e ricevimenti di corte. Nel mese di maggio, tra storiche “quadrerie”, nature morte, pitture di animali e ritrattistica infantile di corte, sono state infatti inaugurate due nuove magnifiche “Sale” che raccontano un capitolo poco conosciuto del “Museo dell’Arte e dell’Ammobiliamento”, ospitato nella “Palazzina” e composto da oltre duecento opere (datate tra XVII e XIX secolo) giunte a Stupinigi negli Anni Venti del Novecento proprio per l’allestimento del succitato “Museo”. Due nuove “Sale”, si diceva: la “Sala Crivelli” e la “Sala Principini”. Davvero due magnifiche “scoperte”, regalate alla Città e destinate ad arricchire oltremodo gli splendori della “Palazzina”, “Patrimonio UNESCO”.

“Sala Crivelli”

A completamento della visita dell’“Appartamento del Re”, la nuova saletta restaurata (ai tempi destinata a piccola camera da letto) è  dedicata a un nucleo di quindici dipinti, opera di Angelo Maria Crivelli, detto il “Crivellone”, e del figlio Giovanni, il “Crivellino”, tra i più apprezzati interpreti lombardi della pittura di “animali” e “nature morte” tra la fine del Seicento e la metà del Settecento. Padre e figlio lavorarono molto insieme, con uno stile di chiara “matrice fiamminga” il primo, più attento a giochi di rigoroso e suggestivo “virtuosismo espressivo” il secondo, chiamato nel 1733 da Filippo Juvarra a realizzare gli “otto paracamini” del “Salone Centrale” della Palazzina, a tutt’oggi conservati. Le opere esposte – provenienti dal “Castello di Moncalieri” e successivamente confluite nelle raccolte di Stupinigi – raccontano un genere molto presente nelle Residenze Sabaude: scene di cortileselvagginapescipaesaggi boschivi e composizioni floreali costruite con attenzione naturalistica e forte impatto decorativo. Due opere di grandi dimensioni della stessa serie, raffiguranti “animali da cortile”, sono conservate, pare, nello “Studio” del “Presidente della Repubblica” al Quirinale. 

I dipinti del “Crivellone” si concentrano in prevalenza su “scene di caccia”, animali selvatici e da cortile colti con grande minuzia di segno e svolazzi cromatici all’aperto, “in un dialogo continuo tra osservazione del dato reale e costruzione scenografica dell’immagine”. Nelle opere del “Crivellino” (forse più apprezzato, rispetto al padre, dalla Corte Sabauda) prevalgono invece le grandi “nature morte” di pesci, soprattutto, arricchite da conchiglie, funghi, verdure e dettagli naturalistici. Pittura più complessa nella struttura scenografica e nella scelta tematica. Esposte tra il 2024 e il 2025 le opere dei Crivelli sono state in parte restaurate, grazie al contributo di “AON spa”, a cura di “Open Care – Servizi per l’Arte” di Milano. Un ultimo intervento di manutenzione straordinaria sulle opere non ancora restaurate è stato recentemente eseguito dal “Centro Conservazione e Restauro” de “La Venaria Reale”.

“Sala Principini”

Nelle sale del “Gabinetto di toeletta” dell’“Appartamento della Regina” e nella “sala successiva” sono presentati 23 ritratti (XVII – XVIII secolo) di “bambini” e “infanti” diretti discendenti della “Casa Savoia” o ad essa correlati: dipinti di raffinata qualità pittorica, che nel tempo sono stati studiati ed esposti in molte occasioni singolarmente. Le firme vanno da autori di pregio della corte sabauda (da Francesco Cairo a Maria Giovanna Battista Clementi – “La Clementina” a Giuseppe Duprà) a  pittori francesi della cerchia di Nicolas de Largillière e Pierre Gobert, loro i ritratti dei principi di Lorena. La nuova “Sala” rappresenta, inoltre, due serie omogenee di ritratti: da una parte i figli di Carlo Emanuele III di Savoia (1701-1773) e, dall’altra la serie dei figli di Vittorio Amedeo III e Maria Antonia Ferdinanda di Spagna, il cui ritratto recentemente restaurato (con il sostegno del “Rotary Club Distretto 2031”) rappresenta il primo recupero delle immagini delle “dame di corte” che affianca quello dei piccoli “principi”. Figlia di Filippo V, re di Spagna, e di Isabella Farnese, Maria Antonia Ferdinanda di Borbone-Spagna sposò nel 1750 il principe Vittorio Amedeo, futuro Vittorio Amedeo III, entrando a far parte della “corte sabauda” in una fase di profondo rinnovamento politico e culturale. “Regina di Sardegna” dal 1773 al 1796, soggiornò a lungo nei mesi estivi alla “Palazzina” di Stupinigi, animandola con “feste” e “battute di caccia”.

Per info: “Palazzina di Caccia”, piazza Principe Amedeo 7, Stupinigi-Nichelino (Torino); tel. 011/6200601 o www.ordinemauriziano.it

Gianni Milani

Nelle foto: Allestimenti (particolari) “Sala Crivelli” e “Sala Principini” (Ph. Mariano Dallago)

l fuoribordo di Gigi Valdano. Obiettivo velocità!

La Fiat 500, tassativamente di colore blu con interno rosso acquistata a rate alla fine degli anni ’60 per il nostro 18° compleanno, per noi rappresentò un simbolo di indipendenza e libertà. Giuseppe Bussandri, autentico fulcro di assistenza meccanica con sede a Madonnina di Serralunga di Crea, fu definito il mago del motore attorno al quale ruotavamo quotidianamente noi giovani satelliti in cerca di modifiche per potenziare la vettura. Erano fondamentali i decibel ininfluenti delle marmitte De Luca e Abarth, l’apertura parziale del cofano posteriore per il raffreddamento del motore bloccato dai tiranti in gomma, l’abbellimento della vettura con il volantino in legno Personal, i cerchioni  delle ruote in lega, l’autoradio, i coprisedili anatomici bicolore, l’additivo e acronimo statunitense adesivo STP e l’immancabile zampa di tigre penzolante dallo specchietto retrovisore che il buon meccanico ci regalava dopo il rifornimento di carburante.

Con l’esperienza e la simpatia contagiosa di Bussandri, ben presto fu creato il Racing Team RBV, composto dal chirurgo del motore Gian Rossello, Pino Bussandri e Gigi Valdano, proprietario di una 595 blu scuro trasformata in seguito in una 850 bianca da pista, entrambe elaborate da Rossello nell’officina di Bussandri. La passione di Gigi per la velocità si intensificò nei primi anni ’70, partecipando alle gare motociclistiche juniores categoria 500 in sella ad una Yamaha 350 due tempi elaborata di sua proprietà, competizioni che si svolgevano in importanti circuiti internazionali come l’autodromo di Monza, il circuito di Misano Adriatico, progettato sotto l’egida di Enzo Ferrari che oggi ospita sia il Motor GP che il Superbike, e il tracciato di Magione sul lago Trasimeno.

Con un altro repentino cambiamento, Valdano partecipò nel 1979 alle gare motonautiche in Ungheria, sul Lago romano di Albano e sulle acque casalesi del Po a Coniolo con uno scafo catamarano 700. Fu ispirato dal pilota veterano Alberto Fioretta, definito il fotografo volante, fondatore con Giorgio Bocca del MAC, il gruppo sportivo Motonautica di Coniolo che realizzò delle gradinate in riva al fiume e un Centro Federale per gli allenamenti, un vero e proprio stadio dell’acqua, creando grande risonanza a livello internazionale per Casale Monferrato. Fioretta, vincitore di gare in formula 2, in contrasto con l’associazione MAC fondò la nuova squadra corse Umberto Piazza, ospitò la Formula 1 sul Po e vinse il raid motonautico Pavia-Venezia, grande trionfatore a tempo di record.

Le eccellenti doti di pilota permisero a Valdano di partecipare alle gare di Formula 3, ottenendo nel 1980 un terzo posto nel campionato europeo dei fuoribordo con scafo catamarano Molinari e motore Hevinrude 850. Nel 1981 arrivò la sospirata vittoria per Valdano con Molinari e Colombo nella sei ore di Rouen e un ottimo secondo posto nella sei ore di Parigi. Renato Molinari, il pilota italiano definito il re del Lago di Como, vincitore di 18 titoli mondiali e fondatore dell’omonima azienda comasca di progettazione e costruzione di fuoribordo con motori americani Mercury e Hevinrude, si è spento nel 2024 a Cellamonte, sua ultima residenza nel cuore del Monferrato casalese. Nel 1982 il grande balzo di Valdano in Formula 1, disciplina regolamentata dalla UIM, Unione Internazionale Motonautica, ottenendo un 13° posto con la scuderia Umberto Piazza, il titolare della squadra scomparso in un banale incidente motociclistico di fronte al Tribunale di Casale.

La FIM, Federazione Italiana Motonautica, sosteneva in parte le spese giornaliere di Valdano, sponsorizzato dalla ditta produttrice di tabacco Benson&Hedges che sosteneva le spese di manutenzione del motore, della verniciatura esclusiva “Range Rover Yellow”, il colore giallo ispirato dalle spedizioni Camel Trophy, e del logo sullo scafo. Le gare si moltiplicarono: Francia, Norvegia, Danimarca, Svezia e Inghilterra, dove la sua squadra fu ricevuta dallo sceriffo di Sherwood, riserva naturale famosa per il leggendario Robin Hood. Nel Gran Premio d’Olanda del 1984, seconda tappa del Campionato Mondiale Motonautica, Valdano ebbe problemi in partenza con il catamarano, perdendo posizioni nell’ottavo giro della prima delle tre manche. Durante la fase di recupero, lo scafo si impennò per mancanza di attrito e nell’impatto con l’acqua il tunnel di copertura dello scafo si sganciò colpendo al collo Valdano, pilota di punta della scuderia Piazza.
L’altro pilota casalese Fabrizio Bocca, alla prima stagione in Formula 1, figlio del fondatore del gruppo sportivo MAC, si rifiutò di proseguire in segno di lutto nonostante gli altri piloti avessero deciso di comune accordo di riprendere la corsa. Le immagini che illustrano la storia di Valdano rappresentano solo una parte dei ricchi archivi del “fotografo in bicicletta” Pier Giuseppe Bollo e Giancarlo Rossello, da sempre legato al pilota per la profonda amicizia. Rossello, onnipresente meccanico di Valdano, ha descritto le dinamiche del mortale incidente dopo aver analizzato attentamente il filmato della gara. La tragedia concluse la vertiginosa ascesa sportiva di Luigi Valdano, coraggioso pilota della motonautica mondiale originario di Madonnina di Serralunga di Crea, classe 1949.
Armano Luigi Gozzano

Torino, piazza San Carlo: gli affreschi dedicati alla Sindone

Due opere per celebrare uno dei simboli della città 

La Sacra Sindone rappresenta molto per Torino. Il suo  fascino misterioso e senza tempo racconta, attraverso un telo di lino bianco in uso nella cultura ebraica per la sepoltura dei morti, la Passione di Cristo. Emblema del confronto tra Chiesa e scienza, rimane la reliquia piu’ famosa di sempre, capace di far peregrinare milioni di persone devote ad ogni sua sontuosa ostensione, un evento molto sentito e solenne. Questo lenzuolo, carico di storia, ma anche di miti e leggende, appare nella storia nel 1353 quando Goffredo di Charny, cavaliere e scrittore medievale francese, lo   porto’ dalla Terra Santa nella cittadina francese di Lirey dove fece costruire una chiesetta per custodirlo. Successivamente fu venduto al Ducato di Savoia, che aveva il suo capoluogo a Chambery, dove fu conservato fino al 1532 nella Sainte-Chapelle duSaint-Suaire quando un incendio, che fortunatamente non lo distrusse completamente,  gli provoco’ degli evidenti segni di bruciatura.

 

Dopo vari spostamenti il  sacro lino fu portato da San Carlo Borromeo, particolarmente devoto, da Milano a Torino per ordine di Emanuele Filiberto di Savoia, “testa di ferro”. Lo spostamento fu un vero e proprio pellegrinaggio che duro’ 4 giorni, con intervalli di meditazione spirituale ed esercizi di pieta’,  percorso a piedi scalzi e  accompagnato da un gruppo  di quattordici persone. Appena arrivato a Torino  fu subito onorato con una ostensione pubblica a cui parteciparono numerosissimi fedeli.

In piazza san Carlo, cosi’ nominata in memoria del viaggio del Santo con il famoso lenzuolo, ci sono due affreschi, di piccole dimensioni e poco conosciuti, che narrano i fatti accaduti quell’ottobre  del 1578 quando la Sacra Sindone arrivo’ a Torino con la promessa scritta di Emanuele Filiberto, mai mantenuta, di riportarla a Chambery in breve tempo. Questi dipinti murali commemorativi, dall’autore ignoto e che un tempo erano ben 4, si trovano all’estremita’ della piazza, il primo, che raffigura la Madonna con Emanuele Filiberto e San Carlo Borromeo, nell’angolo con via Alfieri e l’altro, dove si riconosce ancora la Vergine Maria, questa volta con San Francesco D’Assisi e un frate, e’ sito all’angolo con via Santa Teresa. Gli altri due dipinti sono purtroppo andati perduti durante i bombardamenti della seconda guerra mondiale.

Nella Chiesa di San Carlo Borromeo, inoltre,  si possono ammirare due affreschi che celebrano l’arrivo a piedi di San Carlo a Torino e  il Santo in adorazione del piu’ famoso telo.

MARIA LA BARBERA 

La pieve di San Pietro a Pianezza. Uno dei tesori oltre la cintura di Torino

 

Eretta sulla sponda del Dora Riparia nel XII secolo in stile romanico lombardo, con il tetto a capanna, e dedicata a San Pietro, la pieve di Pianezza, a pochi chilometri da Torino, offre uno spettacolo unico e, probabilmente, inaspettato grazie ai suoi affreschi, un ciclo dipinto, quasi interamente, da Giacomo Jaquerio e altri artisti della sua scuola. Il pittore fu il rappresentante della pittura tardo-gotica in Piemonte e le sue opere, grazie al duca Amedeo VIII, arrivarono fino a Ginevra.

Sconsacrata oramai da molto, un tempo fu luogo di preghiera di pellegrini e viandanti, e venne costruita, con molta probabilita’, al posto di un tempio pagano; in origine era costituita da una sola navata, ma in epoca gotica (tra il 300 e il 400) ne furono aggiunte altra due piu’ piccole. La facciata, in un primo tempo poco curata, fu riqualificata a fine ‘300 con mattoni rossi romanici e materiali di recupero mentre l’entrata fu collocata nella parte laterale da dove si accede anche al presbiterio. Durante l’ultima fase dei lavori sono stati dipinti il Cristo in Croce, una santa non identificata sul pilastro di entrata ed un’altra vicina all’immagine di Santa Margherita. Molto belle anche le vetrate colorate, copie create nell’800, i cui originali di Antoine de Lonhy sono conservati al Museo Civico Torinese di Palazzo Madama.

I Provana, una tra le cinque famiglie feudali piu’ importanti del Piemonte, volle fortemente le decorazioni della Pieve di San Pietro, tra queste, oltre a quelle gia’ citate, abbiamo la raffigurazione degli Apostoli, l’Annunciazione e il dipinto dedicato a Santa Caterina; nella cappella che porta il loro nome, invece, troviamo il dipinto sulla vita di San Giovanni in cui si riconoscono anche i simboli della famiglia: il liocorno e i tralci di vite.

La Pieve di San Pietro si aggiunge alle moltissime opere in stile romanico del Piemonte (chiese, castelli, abbazie) che venivano edificate perlopiu’ sulle strade devozionali, come la via Francigena che portava i pellegrini dall’Inghilterra fino a Roma.

Normalmente non e’ aperta al pubblico, ma si può visitare contattando gli uffici comunali o i gruppi di volontari dedicati. In questa chiesa, inoltre, e’ possibile celebrare matrimoni civili assecondando cosi’ la volonta’ di valorizzare ancora di piu’ il patrimonio architettonico della citta’.

MARIA LA BARBERA

Apertura su richiesta; prenotazioni presso l’ufficio URP 011/9670211 oppure
presso UNECON: 3333903669 – 3394620103 – 3356171376
unecon2019@gmail.com

Bardineto (SV) e il legame con i Del Carretto

Il Comune è entrato nei Siti Storici dei Grimaldi

Domenica 2 agosto 2026 il Comune di Bardineto (SV), in collaborazione con lo scrivente e con il Comitato per la tutela del patrimonio e delle tradizioni dell’Associazione Internazionale Regina Elena Odv, ha organizzato una commemorazione volta a ricordare il suo storico legame con i Marchesi Del Carretto e i Grimaldi di Monaco.
La cerimonia è stata patrocinata dal Consiglio Regionale della Liguria, dalla Provincia di Savona e dal Comune di Bardineto.
I partecipanti si sono ritrovati alle ore 10 davanti alla settecentesca Chiesa parrocchiale di San Giovanni Battista, edificata in stile barocco piemontese, dove alle ore 10,30 Don Edivan ha celebrato la S. Messa.
Successivamente i presenti e i gruppi storici hanno raggiunto in corteo il castello, il cui primo nucleo venne fatto edificare tra il 972 e il 973 d.C. dall’Imperatore dei Romani Ottone I. Il maniero fu abitato dai Del Carretto fino ai primi decenni del XV secolo, per poi venire definitivamente distrutto nel novembre 1795 durante la Battaglia di Loano.
Qui si è tenuta una solenne cerimonia aperta dal discorso di Mario Basso, Sindaco di Bardineto, il quale ha portato i saluti di Fulvio Gazzola, Presidente dell’Associazione Siti Storici Grimaldi di Monaco in Italia e Sindaco di Dolceacqua (IM) ed ha annunciato che prossimamente il castello verrà ufficialmente inaugurato dopo gli importanti lavori di restauro.
Ha preso quindi la parola il Consigliere Regionale Sara Foscolo, che insieme al suo collega Rocco Invernizzi ha portato i saluti di Marco Bucci, Presidente della Regione Liguria ed ha affermato che
queste giornate ci aiutano a conoscere la nostra storia, la nostra cultura e la nostra identità”.
La Dott. Foscolo ha concluso portando i saluti delle Guardie d’Onore alle Reali Tombe del Pantheon, in modo particolare dell’Ispettore Regionale Marco Ghisolfo e della Delegata Provinciale Marina Truffo.
Il Consigliere Rocco Invernizzi nel suo intervento ha sottolineato che i Del Carretto erano riusciti ad unire un feudo che dalla costa andava fino alle montagne piemontesi e Bardineto ne era il crocevia.
Ha quindi preso la parola Pierangelo Olivieri, Presidente della Provincia di Savona e Sindaco di Calizzano (SV), il quale, ringraziando lo scrivente per il lavoro storico che sta svolgendo, ha annunciato che “
i nostri Comuni, come lo dimostrano i tanti colleghi oggi presenti, che sono solo una parte di quelli che fanno già parte del sistema carrettesco, possono diventare una provincia carrettesca a tutti gli effetti e proprio per questo abbiamo già discusso dell’opportunità e della volontà di confrontarci direttamente”.
Lo scrivente nel suo intervento ha ripercorso la storia di Bardineto e il suo legame con i Grimaldi di Monaco.
Bardineto venne fondato dopo il 1250 dal Marchese Giacomo Del Carretto, la cui figlia Aurelia sposò in seconde nozze Francesco Grimaldi, il quale la notte dell’8 gennaio 1297, travestito da monaco francescano, conquistò la Rocca di Monaco, fatta costruire dai genovesi nel 1215, diventandone il suo primo Signore. Francesco regnò insieme al figliastro Ranieri I, nato dalla prima unione di Aurelia con Lanfranco Grimaldi, Vicario Imperiale in Provenza, fino al 10 aprile 1301, quando Monaco tornò temporaneamente genovese. Sarà Carlo I, figlio di Ranieri I, a riconquistare la Rocca il 12 settembre 1331, diventandone il suo primo Signore sovrano.
Giacomo Del Carretto si spense nel 1268 ed i suoi tre figli maschi il 21 ottobre dello stesso anno nel Monastero di Santo Stefano di Millesimo si divisero i possedimenti paterni: a Enrico III andò il Terziere di Novello, a Corrado quello di Millesimo, mentre quello di Finale Ligure, che comprendeva anche Bardineto, andò ad Antonio. Il Marchese Giorgio, figlio di quest’ultimo, visse per molto tempo nel maniero bardinetese e sua figlia Ilaria Maria andò in sposa a Ranieri II Grimaldi, co-Signore di Monaco dal 1352 al 1357. Giorgio il 25 aprile 1359 redasse nel Castello di Bardineto il suo testamento e vi si spense poco tempo dopo. A succedergli fu il figlio Lazzarino I, mentre l’altro figlio Carlo I nel 1397 divenne il primo Marchese di Zuccarello, feudo che Giorgio aveva ottenuto nel 1337 dal fratello Enrico, il quale a sua volta l’aveva ricevuto in dote insieme ad altre località nel savonese dalla consorte Caterina di Clavesana. Bardineto divenne per un terzo del Marchesato di Finale e per due terzi di quello di Zuccarello. Nel 1479 i Marchesi di Zuccarello Carlo II e Giorgio, nipoti di Carlo I, emanarono i suoi primi statuti, i quali tutelavano la proprietà privata e l’esercizio delle attività economiche. A Carlo II succedette il figlio Antonio, il quale fu padre di Gian Bartolomeo e Pirro II. Con atto di divisione del giugno 1545 il primo portò avanti la linea di Zuccarello, mentre il secondo divenne il primo Marchese di Balestrino e Bardineto entrò a far parte di questo nuovo marchesato, che nel 1735 divenne parte del Regno di Sardegna.
Il 13 ottobre 1714 nel territorio comunale transitò una Regina di Spagna: Elisabetta Farnese. La nobildonna, nipote di Ranuccio II, Duca di Parma e Piacenza, il 16 settembre precedente aveva sposato per procura nel Duomo di Parma Re Filippo V di Spagna. Impossibilitata a raggiungere il consorte via mare a causa di una grave naupatia, lo fece via terra, sostando in diverse località: l’11 ottobre trascorse la notte nel Palazzo del Governatore a Finale Ligure, il 12 dormì a Palazzo Franchelli di Calizzano e il 13, dopo aver attraversato Bardineto, Castelvecchio e Zuccarello, sostò ad Albenga a Palazzo d’Aste, per poi giungere a Madrid nel mese di dicembre.
Il Sindaco Mario Basso ha quindi annunciato ufficialmente che il Comune di Bardineto, grazie alla consulenza gratuita dello scrivente, è entrato a far parte dell’Associazione Siti Storici Grimaldi di Monaco in Italia.
Alla cerimonia erano presenti anche Daniele Galliano, Sindaco di Bormida (SV); Roberto De Andreis, Sindaco di Nasino (SV); Alessandro Oddo, Sindaco di Tovo San Giacomo (SV); Claudio Paliotto, Sindaco di Zuccarello (SV); Renata Mazzi, Vice Sindaco di Giustenice (SV) e Christian Rocco, Consigliere Comunale di Novello (CN).
Erano presenti la Croce Verde, il Gruppo Alpini, le Guardie Particolari Giurate ed un folto gruppo di scout provenienti da Celle Ligure (SV).
Ad ogni autorità e associazione partecipante il Comune ha donato un attestato commemorativo.
L’Associazione Internazionale Regina Elena Odv è stata rappresentata dal Vice Segretario Amministrativo Nazionale e dalla Dott. Silvia Molino, Fiduciario per la Provincia di Savona, i quali hanno ricevuto dal Comune il libro “Bardineto. Le sue vicende storiche e la sua storia segreta” scritto dal Prof. Giannino Balbis.
La giornata è stata impreziosita dalla presenza dei seguenti gruppi storici: “I Signori del Medioevo da Torino” e “I Signori di Rivalba di Castelnuovo Don Bosco”.
Sono seguiti un rinfresco ed un pranzo conviviale.

ANDREA CARNINO

Le case più antiche di Torino, il fascino del Medioevo e la storia della città

Torino, conosciuta per la sua eleganza sobria, la sua architettura barocca, ma anche Liberty e neo-classica conserva nel suo cuore tracce di un passato molto lontano: le sue case medievali. Questi edifici sono pregiati e inestimabili testimoni di un’epoca in cui la città si stava trasformando in un centro di cultura, ma anche in un luogo autorevole in fatto di geopolitica. La sua posizione strategica ai piedi delle Alpi e al centro di un crocevia di culture, infatti, l’ha convertita in un modello unico di civilta’. I suoi palazzi contribuiscono a rendere questa citta’ un luogo elegante e fascinoso ed e’ impossibile passeggiando per le vie di Torino non voltare lo sguardo verso l’alto per esplorare visivamente queste opere d’arte costituite da particolari architettonici e artistici, da disegni, da balconi decorati e di finestre dai vetri colorati. Tra le piu’ antiche palazzine della citta, memorie di un passato che arriva fino ai giorni, ne abbiamo tre di sicuro interesse artistico e storico.

Casa del Pingone, posizionata tra piazza delle Erbe e il Duomo, e’ una delle abitazioni più antiche della città, risalente ai secoli XV – XVI e prende il nome da Emanuele Filiberto Pingone, storico di corte del duca Emanuele Filiberto di Savoia che la abito’ dopo il trasferimento da Padova . L’edificio conserva elementi architettonici di grande pregio, come i soffitti in legno, affreschi decorati con motivi a grottesche (pitture di radice romana), e una torre merlata medievale ancora visibile sebbene sia stata coperta in alcune sue parti. Questa casa rappresenta un raro esempio di architettura civile medievale ancora intatta nel cuore di Torino. Nel 2000 e’ stata ridipinta per donarle i colori originari.

Casa del Senato e’ un altro esempio di edilizia medievale che si distingue per la sua base in pietra e per tracce di finestre ogivali, poi sostituite nel XVI secolo da ampie finestre a crociera in cotto. Con i suoi quattro piani fuori terra, la Casa del Senato era sorprendentemente alta per l’epoca, sottolineando il suo ruolo istituzionale e la sua importanza all’interno della città medievale. Costruita come casa nobiliare e poi divenuta luogo di incontro del Senato Subalpino dove furono discusse e approvate alcune delle decisioni più significative per l’unificazione dell’Italia e ha avuto un’importanza particolare durante il Risorgimento italiano. Si trova nel cuore del centro di Torino e rappresenta uno dei simboli capitale del Regno di Sardegna.

Casa Romagnano, sita in via dei Mercanti 9, conosciuta anche come “Casa Armissoglio”, è un’altra testimonianza dell’edilizia civile della Torino medievale costruita tra la fine del XIII e l’inizio del XVI secolo. Dimora dell’omonima famiglia, nonostante i numerosi interventi di restauro nel corso del tempo, la casa conserva il suo aspetto nobile con dettagli architettonici dell’epoca come le quattro eleganti finestre in cotto e marcapiani che le danno equilibrio e sobrieta’ e che rispecchiano la maestria artigianale di quel periodo. Afine del 1800 fu riqualificata e vennero riportati alla luce diversi elementi come le parti in cotto e le finestre.

Altre Testimonianze Storiche

Oltre a queste dimore, Torino conserva altri edifici medievali sparsi per il centro storico. Le mura romane, le torri e alcune chiese completano un quadro ricco di fascino, che permette di immaginare com’era la città secoli fa.

Maria La Barbera

La magia delle bambole Lenci

Una passione torinese che si trasformo’ in successo internazionale

Il 23 aprile 1919 nacque a Torino la Lenci ,  “Ludus est nobis constanter industria” (il gioco è per noi costante lavoro), l’azienda delle famose e iconiche bambole conosciute in tutto il mondo che produceva anche altri giocattoli, mobili in legno, articoli per la casa e accessori per l’ abbigliamento.

Lenci non era solo l’acrostico del motto che i coniugi Enrico Scavini ed Elena Konig, donna colta e raffinata di origine austriaca, avevano creato per celebrare la loro attivita’ , ma anche il soprannome della signora che aveva cominciato la sua esperienza ludico-professionale in via Marco Polo 5 insieme al fratello che aveva deciso di aiutarla a creare le magnifiche creazioni che piacevano tanto ai Savoia.

Il marchio composto dall’immagine di una trottola, un filo e lo slogan che fa da cornice fu depositato nel 1922 e diede inizio ad una avventura che, oltre alla produzione e commercializzazione delle bambole, si configurera’ come punto di riferimento per la moda di quegli anni e sara’ motivo di ispirazione di artisti e sorgente di idee e creativita’.

Le Lenci non raffiguravano solo bambini, spesso dalla faccina imbronciata, ma anche silhouette con vestiti etnici e personaggi famosi come Marlene Dietrich e Rodolfo Valentino; raggiunsero presto un grande successo che le porto’ ad esposizioni molto importanti come quella di Parigi, Roma e Zurigo. Nel 1926 fu stampato il catalogo dell’azienda completo di tutti i prodotti che fu ampliato, a sua volta, nel 1927 con l’inserimento delle ceramiche. L’introduzione di nuove oggetti, oltre a rappresentare l’evoluzione della azienda, fu anche un ulteriore sforzo per combattere i diversi tentativi di concorrenza che misero l’azienda in crisi diverse volte. Dal 1928 la Lenci e’ nel momento di massima di espansione, ma questo non evitera’ difficolta’ economiche, dovute agli alti costi di gestione, che richiederanno la compartecipazione di un socio, Pilade Garella, che ne diventera’ proprietario unico nel 1937. Elena Koning rimarra’ come direttore creativo e si occupera’ di assicurarne lo stile e la linea fino alla morte del marito, momento in cui decise di lasciare l’azienda. Nel 1997 la Lenci venne venduta all’azienda Bambole Italiane che, purtroppo, e’ fallira’ nel 2002.

Ancora oggi si utilizza il panno lenci una stoffa non tessuta che viene usata per fare vestiti, ma anche accessori e collane grazie alla sua facilita’ di utilizzo e che rimanda alle famose bambole che erano foderate con un’ ulteriore strato di mussola, per renderle lavabili, e ricoperte di polvere vellutina.

L’avvento della celluloide rese le bambole di pezza obsolete e la produzione si concluse, ma ancora oggi le Lenci possono essere trovate nei mercati e nei negozi di antiquariato oltre che su diversi siti internet di commercio e di collezionisti.

Il loro successo fu talmente importante che vennero esposte nei musei di tutto il mondo tra cui New York e Tokyo, questa fama fu il frutto di una passione, trasformatasi poi in lavoro, che segno’ un periodo magico per Torino che ancora una volta si conferma luogo di fertile di estro e genialita’.

MARIA LA BARBERA

Quando s’andava in tram da Intra a Omegna

Per più di tre decenni, dal 1910 al 1946, era possibile raggiungere il lago d’Orta dal lago Maggiore viaggiando comodamente in tram. Questo grazie alla tramvia Intra-Omegna, linea a scartamento normale  che copriva il tragitto di venti chilometri con nove fermate ed era gestita dalla Savte, la “Società Anonima Verbano per la Trazione Elettrica”. Il materiale rotabile era stato ricavato dalle motrici usate per la ferrovia sopraelevata costruita per l’Esposizione del 1906 di Milano, che collegava – a sette metri d’altezza e per poco più di un chilometro e mezzo – le due aree principali: il Parco Sempione e la Piazza d’Armi (l’attuale zona Fiera). Infatti, terminata l’Esposizione che – in omaggio al traforo del Sempione, inaugurato l’anno prima – era stata dedicata ai trasporti, gran parte di quel  materiale venne acquisito dalla Savte che aveva in programma l’ambizioso progetto della tranvia tra i due principali centri del Cusio e del Verbano.

Impresa di tutto rispetto che, divisa in vari tronchi , si concretizzò  nel giro di alcuni anni. Il progetto iniziale prevedeva un collegamento tra la stazione ferroviaria di Fondotoce e la città svizzera di Locarno. Vari enti, tra cui la Banca Popolare di Intra, s’impegnarono dal punto di vista finanziario ma il progetto venne ripensato, realizzandolo solo parzialmente e con grande ritardo, tra Pallanza a Fondotoce. La tranvia fece il suo primo viaggio su questo tragitto il 16 Ottobre 1910. Ma si trattava , come scrissero i giornali dell’epoca, dell’attuazione “di una minima parte del grandioso programma che la Spett. Società Anonima Verbano ha tracciato e si ripromette di esaurire non oltre l’autunno prossimo“. In realtà, il secondo tratto fino ad Omegna fu aperto nel gennaio del 1913 e , successivamente, furono posati i binari per il proseguimento da Pallanza all’imbarcadero di Intra. L’ipotizzato prolungamento fino a  Cannobio, a ridosso del confine con l’elvetico Canton Ticino, non fu però mai realizzato. La giornata della tranvia era articolata con 22 coppie di corse tra i due capolinea e alcune limitate al segmento Gravellona – Omegna. Nel ’39 la Savte si rese conto della necessità di operare un restauro delle infrastrutture e dei tram, ma lo scoppio del secondo conflitto mondiale rese impossibile la fornitura dei materiali per la necessaria manutenzione. Terminata la guerra i problemi legati al funzionamento della tranvia si palesarono in tutta evidenza e la Savte immaginò di abbandonarla per privilegiare il trasporto su strada. Fu ipotizzata la trasformazione in filobus, ma la linea venne definitivamente chiusa nei primi anni’50, sostituendola “in via provvisoria” con il trasporto automobilistico. E, come tutte le cose provvisorie, la scelta della “gomma” diventò definitiva e segnò il tramonto della tranvia. Le uniche rotaie su cui sferragliarono ancora dei convogli fino ai primi anni ‘80, seguendo il vecchio tracciato per un breve tratto, collegarono la ferriera  omegnese della Pietra, ex Cobianchi, alla stazione ferroviaria di Crusinallo.

Marco Travaglini

La Val Trebbia, piccoli canyon e acque cristalline

C’era una volta un monaco missionario irlandese che un giorno, tanto tempo fa, si allontanò dalla sua terra e non ci tornò più. Attraversò la Francia, la Svizzera e l’Italia del nord e si fermò a Bobbio in Valle Trebbia, nel piacentino, al confine con la provincia di Alessandria e la Liguria. Era il 614 dopo Cristo, il monaco, venerato come santo dalla Chiesa, si chiamava Colombano e fondò l’abbazia di Bobbio (o abbazia di San Colombano), uno dei più importanti centri monastici d’Europa che tra il VII e il XII secolo divenne una Montecassino dell’Italia settentrionale resa celebre dallo Scriptorium e dalla biblioteca con oltre 700 codici miniati e manoscritti che Colombano aveva portato dall’Irlanda celtica in terra longobarda. Il nord della penisola era infatti in mano ai Longobardi di Alboino e poi di Agilulfo e della regina Teodolinda, Colombano si affezionò talmente a Bobbio e al suo monastero che decise di concludere qui la sua vita.
E da allora, e di secoli ne sono passati tanti, il borgo e la sua abbazia lungo il corso del Trebbia sono diventati una meta assai frequentata da pellegrini, viandanti, cavalieri crociati, vescovi, sovrani, imperatori e…turisti. Tutto collocato in un paesaggio straordinario, di estrema bellezza, immerso nella storia, nell’arte e nella fede, che merita assolutamente una visita. Lungo la Val Trebbia, con le sue spiagge naturali e l’acqua limpidissima, verde e cristallina, che già Ernest Hemingway definì una delle Valli più belle del mondo, non c’è solo Bobbio da visitare (ahimè, dimenticavo di citare in paese il singolare Ponte Gobbo con undici archi dalla forma irregolare) ma tanti altri luoghi e paesini ricchi di storia medievale, castelli e panorami imperdibili sul fiume che ne fanno davvero una valle splendida. Ricordate Annibale? Ebbene, il condottiero cartaginese è passato anche da queste parti.
Seguendo il corso del fiume possiamo fermarci a Rivalta Trebbia, la località dove Annibale annientò nel 218 avanti Cristo le legioni romane del console Tiberio Longo. Prima di entrare a Piacenza sostiamo alla confluenza del Trebbia con il Po nell’antichissima Mansio di Cotrebbia dove i Templari erano di casa. E poi, oltre a Bobbio (3300 abitanti), da vedere Gazzola sulle rive del fiume con i suoi castelli, Travo, piccolo borgo molto frequentato d’estate e quel gioiello di Brugnello, minuscolo borgo medievale incastonato nella roccia, abitato da appena 11 persone, e che, da lassù a 464 metri, offre una vista mozzafiato al tal punto da essere chiamato il “Gran Canyon della Val Trebbia”. Ed è proprio così, vedere per credere! E questo è solo un pezzo della Val Trebbia che abbiamo percorso e descritto..
Filippo Re   (ha collaborato il piacentino Gianni Milani, giornalista del Torinese)
nelle foto, le spiagge della Val Trebbia e il borgo medievale di Bobbio con il ponte Gobbo