STORIA

Angoli torinesi, il Bastion Verde

Il Bastion Verde di Torino, anche chiamato “degli angeli” è un luogo dove la storia militare si fonde armoniosamente con la bellezza naturale. Situato all’interno dei Giardini Reali di Torino, è una delle ultime testimonianze di quella che fu la consistente cinta fortificata della città, oggi trasformata in un’area di svago e relax, ma che conserva ancora tutto il fascino della sua origine: 800 metri lineari di mura a pochi passi dal Palazzo Reale progettato dal geniale architetto cinquecentesco Ascanio Vitozzi. Il suo nome deriva dal fatto che Vittorio Emanuele II lo fece dipingere di verde e ricoprire di edera, in omaggio a sua moglie.

Il Bastion Verde è parte del sistema difensivo che, a partire dal XVII secolo, venne costruito Per proteggere Torino dalle invasioni. La cittadella fortificata, che comprendeva bastioni, mura e torri, si estendeva lungo le colline che sovrastano il fiume Po e rappresentava uno degli esempi più significativi della fortificazione barocca in Italia. Torino, allora capitale del Ducato di Savoia, aveva una posizione strategica e un apparato difensivo che rispondeva alle esigenze di protezione contro minacce provenienti sia da sud (dalla Francia) che da altre direzioni. Come gli altri bastioni della città, faceva parte di una serie di fortificazioni che vennero realizzate tra il 1668 e il 1700, con il progetto di Amedeo di Castellamonte, uno degli architetti più influenti dell’epoca. La struttura doveva garantire un buon punto di osservazione e difesa, ma allo stesso tempo integrarsi nel contesto urbanistico e paesaggistico che Torino stava sviluppando. Oggi, il bastione è circondato da un ampio parco verde che ne attenua la severità militare originaria, donando al sito un aspetto più accogliente e rilassante, ma senza perdere la sua forte identità storica. Con il tempo, le funzioni militari del Bastion Verde sono venute meno e l’area ha subito un processo di recupero e valorizzazione che ha permesso di restituirla alla cittadinanza come un parco pubblico ben curato, dotato di panchine, vialetti e ampie zone ombreggiate che rendono l’area perfetta per passeggiate e relax. L’elemento più interessante del parco è la sua capacità di mescolare il verde con la storia. Una delle caratteristiche più apprezzate del Bastion Verde è la sua posizione sopraelevata rispetto alla città. Dal bastione, infatti, si gode di una vista spettacolare su Torino e sulla collina torinese che si estende dalle Alpi all’orizzonte, con una prospettiva che lo rende un luogo privilegiato per osservare la città dall’alto, in particolare al tramonto, quando la luce dorata avvolge il panorama.

Maria La Barbera

La Mole e la sua altezza: quando Torino sfiorava il cielo

Torino sul podio: primati e particolarità del capoluogo pedemontano

Malinconica e borghese, Torino è una cartolina daltri tempi che non accetta di piegarsi allestetica della contemporaneità.
Il grattacielo San Paolo e quello sede della Regione sbirciano dallo skyline, eppure la loro altitudine viene zittita dalla moltitudine degli edifici barocchi e liberty che continuano a testimoniare la vera essenza della città, la metropolitana viaggia sommessa e non vista, mentre larancione dei tram storici continua a brillare ancorata ai cavi elettrici, mentre le abitudini dei cittadini, segnate dalla nostalgia di un passato non così lontano, non si conformano allirruente modernità.
Torino persiste nel suo essere retrò, si preserva dalla frenesia delle metropoli e si conferma un capoluogo a misura duomo, con tutti i pro e i controche tale scelta comporta.
Il tempo trascorre ma lantica città dei Savoia si conferma unica nel suo genere, con le sue particolarità e contraddizioni, con i suoi caffè storici e le catene commerciali dei brand internazionali, con il traffico della tangenziale che la sfiora ed i pullman brulicanti di passeggeri sudaticci ma ben vestiti.
Numerosi sono gli aspetti che si possono approfondire della nostra bella Torino, molti vengono trattati spesso, altri invece rimangono argomenti meno noti, in questa serie di articoli ho deciso di soffermarmi sui primati che la città ha conquistato nel tempo, alcuni sono stati messi in dubbio, altri riconfermati ed altri ancora superati, eppure tutti hanno contribuito e lo fanno ancora- a rendere la remota Augusta Taurinorum così pregevole e singolare.

1. Torino capitale… anche del cinema!

2.La Mole e la sua altezza: quando Torino sfiorava il cielo

3.Torinesi golosi: le prelibatezze da gustare sotto i portici

4. Torino e le sue mummie: il Museo egizio

5.Torino sotto terra: come muoversi anche senza il conducente

6. Chi ce lha la piazza più grande dEuropa? Piazza Vittorio sotto accusa

7. Torino policulturale: Portapalazzo

8.Torino, la città più magica

9. Il Turet: quando i simboli dissetano

10. Liberty torinese: quando leleganza si fa ferro

 

2.La Mole e la sua altezza: quando Torino sfiorava il cielo

Non sono tuttora certa che valga anche per chi, come me, ha frequentato lAccademia Albertina anziché lUniversità di Palazzo Nuovo, ma nel dubbio – e dato che i titoli sono equipollenti- anche io non sono salita in cima alla Mole prima di aver conseguito la laurea specialistica. È quel pizzico di scaramanzia che si nasconde in molti: nessuno ci crede veramente ma intanto molti non appoggiano il cappello sul letto o prestano attenzione a come viene appoggiato il pane in tavola.
Questa diceria, legata alla credenza che gli studenti universitari che salgono in cima alla Mole prima di aver terminato gli studi poi non conseguano la tanto agognata Laurea, non è lunico mito che interessa ledificio simbolo di Torino, secondo alcuni, infatti, la costruzione sarebbe in realtà una gigantesca antennache irradia energia positiva sulla cittadinanza, fatto assai importante se si prende in considerazione la nomea di città magica, che il capoluogo si porta appresso, in quanto punta di entrambi i triangoli energetici di magia nera (con Londra e San Francisco) e di magia bianca (con Praga e Lione).

In ogni caso la Mole resta un edificio affascinante, peculiare e di largo interesse, non solo per la sua storia ma anche perché ospita al suo interno il Museo Nazionale del Cinema, uno dei pochi interamente dedicati al allargomento e uno dei più noti a livello europeo, nonché lunica galleria di questo genere in Italia. Per chi non lo avesse ancora visitato, sappiate che il sistema espositivo consta di postazioni multimediali e interattive, attrezzature e materiali provenienti da set cinematografici sia italiani che internazionali, una invidiabile collezione di film, libri, stampe, manifesti, locandine, apparecchiature specifiche antiche e moderne, costumi, pezzi di scenografie di film, dipinti e fotografie. Anche la struttura interna è assai caratteristica: una immensa scala a spirale che si attorciglia verso lalto e trasporta i visitatori attraverso la storia della Settima Arte, dalle origini ai giorni nostri, comprendendo non solo la collezione permanente, ma anche le diverse mostre temporanee che si susseguono con notorio successo.
A tal proposito non solo per mio proprio gusto- mi pare ingiusto non citare la recente personale dedicata al genio creativo di Tim Burton, svoltasi tra 11 ottobre e il 7 aprile 2024, per la prima volta in mostra in Italia proprio qui, al nostro Museo del Cinema. Il titolo non lasciava certo spazio a dubbi riguardo a che cosa il pubblico avrebbe osservato: IL MONDO DI TIM BURTON, un universo parallelo che si apriva al di là di una porta interna, appositamente realizzata a richiamo dellinimitabile, innovativo e visionario Nightmare Before Christmas, oltre la quale si veniva ingurgitati in un etere di innumerevoli bozzetti provenienti dal nucleo personale dellartista, ideazioni in nuce dei personaggi che hanno segnato linfanzia e ladolescenza di almeno un paio di generazioni.
Lesperienza non termina qui, è più che consigliabile infatti salire sullascensore panoramico, interamente realizzato in cristallo trasparente e che, in precisamente 59 secondi, raggiunge il tempiettodella Mole, posto a 85 metri di altezza, attraversando quella che è conosciuta come l’Aula del Tempio; una volti giunti sulla sommità il panorama è sbalorditivo, e potrete osservare Torino che si mostra nella sua totalità, fino alle Alpi che labbracciano.
Si dice poi che lo stesso Antonelli, ormai anziano, fosse solito farsi issare in vetta alla cupola su un ascensorino improvvisato, per verificare in prima persona lavanzare o meno dei lavori.


È pur tuttavia vero che leffettivo vanto del simbolo architettonico torinese sia tutto nella sua imponente altezza.
Nel 1888 la Mole raggiunge unaltezza record di 153 metri, che comunque non soddisfa il novantenne Antonelli, il quale decide di aggiungere sulla guglia una statua un Genio alato coronato da una stella a cinque punte, realizzato dallo scultore Celestino Fumagalli, alta cinque metri e pesante 300 kg.
Alcuni potrebbero pensarehybris, ed infatti in questottica non sorprende troppo la risposta di Madre Natura, la quale, alcuni anni dopo, scatenanel 1904- sul capoluogo torinese ed in risposta alla tracotanza antonelliana, un uragano che abbatte la colossale statua, che tuttavia non precipita a terra, ma rimane appesa ad un lato della guglia. Lavvertimento non sortisce del tutto il suo effetto, e nel 1906 la scultura viene sostituita da una più sommessa stella a 12 punte in rame dorato.
Sta di fatto che, con i suoi 167 metri totali daltezza, la Mole, all’epoca in cui viene costruita, è l’edificio in muratura tra i più alti del mondo, il nome stesso del monumento ricorda questo record, ormai tristemente superato.
La realizzazione del cantiere è comunque da considerarsi unimpresa faraonica, terminata nel 1897 da Costanzo, figlio di Alessandro Antonelli, dopo circa quarantanni di lavoro.
Linaugurazione avviene il 10 aprile 1889, a soli dieci giorni di distanza dai festeggiamenti dedicati ad un’altra torre-simbolo, la Tour Eiffel, avvenuta a Parigi il 31 marzo di quello stesso anno.
Com’è noto, nel 1848 ledificio torinese sorge inizialmente come sinagoga, in risposta a quanto indicato nello Statuto Albertino, documento che assicura libertà ufficiale di culto alle religioni non cattoliche: “Gli Ebrei sono ammessi a godere di tutti i diritti civili e politici dei nostri sudditi, a frequentare le scuole dentro e fuori delle Università, e a conseguire i gradi accademici”. LUniversità Israelitica celebra così la conquista dei pari diritti, commissionando al fantasticatore Alessandro Antonelli la costruzione di uno specifico luogo di culto.
Il progetto iniziale prevede una cupola di 47 metri, ma fin dagli inizi Antonelli introduce dettagli e variazioni che rendono ledificio molto più complesso e già alto 112 metri; mentre tutti sono concentrati sullaggravarsi dei lavori, nessuno si accorge che intanto i fondi si stanno esaurendo, e i lavori finiscono per essere interrotti. È poi il Comune di Torino a farsi carico, dieci anni più tardi, della conclusione del cantiere, anche se, a questo punto, la destinazione duso dello stabile muta, diventando sede, dal 1908, del Museo del Risorgimento. Antonelli riprende poi la direzione dei lavori, impreziosendo ulteriormente il progetto già ambizioso, e facendo lievitare nuovamente i costi. Questa volta -forse per sfinimento- lopera viene conclusa secondo la volontà dellarchitetto e rivestita con 2.064 lastre di pietra di Luserna.
Certo, decisamente meno iconica e romantica della parente parigina, la Mole si conquista in ogni caso il suo spazio nella numismatica, comparendo sui due centesimi di euro. A tal proposito è curioso un aneddoto: per un errore della Zecca dello Stato sono state coniate anche monete da un centesimo di euro, sulle quali appare proprio la nostra Mole al posto dell’immagine prevista, Castel del Monte. Tali monete vengono ritirate, ma alcuni esemplari sono sfuggiti e se ne contano ancora un centinaio in circolazione, il valore di questi centesimi “sbagliati” è stimato intorno ai 2mila euro, anche se, ad un’asta numismatica Bolaffi di Torino, un collezionista italiano ha sborsato ben 6.600 euro per aggiudicarsene un esemplare.
Quindi, cari lettori, imparate a non disdegnare i poveri centesimini, e già che ci siete controllate bene le tasche ed i resti, postreste anche imbattervi nei due euro edizione limitataconiati come moneta commemorativa nel 2006, in occasione della XX edizione dei Giochi Olimpici invernali, ce ne sono in circolazione 40 milioni: il calcolo combinatorio non è comunque dalla vostra parte, ma si sa, la fortuna è cieca!

ALESSIA CAGNOTTO

 

 

 

La principessa che amava lo sport

Castello di Moncalieri (TO)

 

Suggestioni di neve e montagna in Casa Savoia

 

La mostra-dossier per il passaggio della fiamma olimpica di Milano Cortina 2026

 

 

In occasione del passaggio della fiamma olimpica di Milano Cortina 2026, che farà tappa a Moncalieri (TO) domenica 11 gennaio 2026, il Castello di Moncalieri ospita la mostra-dossier La principessa che amava lo sport. Suggestioni di neve e montagna in Casa Savoiavisitabile fino al 22 febbraio 2026.

L’esposizione si inserisce nel programma dell’Olimpiade Culturale di Milano Cortina 2026, il grande percorso che unisce sport, cultura e territori, ed è realizzata in collaborazione con l’associazione Amici del Real Castello e del Parco di Moncalieri. La mostra-dossier anticipa inoltre il progetto espositivo dedicato alla principessa Maria Letizia Bonaparte di Savoia, in programma nell’autunno 2026, per i 160 anni dalla nascita e i 100 anni dalla scomparsa.

Appassionata di sport e di corse automobilistiche, Maria Letizia è il punto di partenza di un percorso che esplora il rapporto tra le protagoniste di Casa Savoia e il mondo della montagna e della neve, elementi fortemente simbolici e vissuti anche come luoghi di libertà, sfida e modernità. Attraverso fotografie storiche, oggetti legati all’alpinismo e materiali d’epoca, la mostra racconta le passioni e le esperienze di figure femminili straordinarie che abitarono o frequentarono la residenza di Moncalieri. Dalla regina Margherita, notoriamente amante e pratica delle tecniche dell’alpinismo, tanto da promuovere la costruzione di una capanna sulla Punta Gnifetti nel gruppo del Monte Rosa, fino a Maria Josè del Belgio, che scalò il Cervino affrontando freddo intenso e raffiche impetuose. A completare la rassegna, una selezione di riviste d’epoca, con immagini dedicate alla neve e alla montagna, rende omaggio all’immaginario invernale tra Otto e Novecento.

La mostra sarà accompagnata da tre eventi collaterali. Venerdì 16 gennaio, dalle 16.30, dopo una breve visita guidata al Castello con il direttore Riccardo Vitale, è in programma un incontro dedicato alla montagna con la ex sciatrice alpina Clotilde Fasolis, portabandiera dell’Italia durante la cerimonia di apertura dei X Giochi olimpici invernali di Grenoble 1968, e lo scalatore Marco Ciocca. Evento gratuito, con prenotazione obbligatoria: drm-pie.moncalieri@cultura.gov.it.

Sabato 17 gennaio, alle 10.30, visita con attività per famiglie intitolata Storie di neve e di montagna: un’occasione per scoprire le storie che legano la montagna e la neve alle principesse Savoia che abitarono il Castello di Moncalieri. Nel laboratorio bambini e adulti potranno cimentarsi a inventare e rappresentare nuove avventure ispirandosi agli oggetti e alle fotografie esposti. Attività gratuita compresa nel biglietto di ingresso ordinario. Prenotazioni: https://lavenaria.museitorino.it/categoria/castello-di-moncalieri/.

Domenica 18 gennaio alle 11, il concerto di musica classica Antico vs Contemporaneo, in collaborazione con l’associazione Musicaviva. Le musiciste Sonia Cavallotto (violino) e Francesca Cavallotto (clarinetto) eseguiranno brani di Johann Sebastian Bach, Georg Philipp Telemann, Niccolò Paganini, Arvo Pärt e altri, in un dialogo tra tradizione e contemporaneità. Concerto a pagamento: intero € 10; ridotto over 65 € 8; ridotto associati e allievi del Conservatorio € 5.

In mostra a Carmagnola gli scatti di Carlo Avataneo

Venerdì 9 gennaio, alle ore 18, nella chiesa di San Rocco, a Carmagnola, verrà inaugurato un viaggio per immagini lungo quattro decenni. L’esposizione celebra i quarant’anni del calendario Avataneo 1987-2026, progetto editoriale nato per valorizzare la ricchezza diffusa del patrimonio piemontese attraverso una fotografia di altissima qualità. L’edizione del quarantennale non poteva che rendere omaggio al capoluogo, Torino. Il calendario 2026 è dedicato infatti a “Le piazze di Torino”, un racconto visivo che esplora il cuore pulsante e architettonico della città. A sottolineare la qualità e il valore culturale dell’opera, vi è la presentazione firmata da Aimaro Isola, architetto di fama internazionale che accompagna gli scatti di Avataneo offrendo una lettura profonda degli spazi urbani torinesi. La mostra di Carmagnola mette in luce il legame tra l’opera di Avataneo e il territorio metropolitano che, da decenni, sostiene e patrocina l’iniziativa.

“Le immagini di Avataneo hanno toccato spesso temi a noi cari, come dimostra l’edizione del 1994 dedicata alla millenaria abbazia di Novalesa, patrimonio di Città Metropolitana di Torino, che proprio quest’anno compie 1300 anni di storia dalla sua fondazione  – sottolinea il Vicesindaco metropolitano Jacopo Suppo – curata dallo stesso Carlo Avataneo, già docente di lettere, giornalista e fotografo pluripremiato, la mostra ripercorre l’evoluzione di un archivio fotografico unico. Il calendario è apprezzato non solo per il suo valore artistico, ma anche per l’impeccabile cura tipografica, ed è patrocinato da Fiaf, Regione Piemonte, Città Metropolitana di Torino, Paesaggi vitivinicoli di Piemonte, Langhe, Roero e Monferrato, Slow Food Italia, Ordine dei Giornalisti del Piemonte e Associazione Dimore Storiche Italiane.

L’esposizione, a ingresso libero, sarà visitabile nei fine settimana di gennaio.

Date apertura: 10-11/ 17-18/ 24-25 gennaio – orari dalle 10 alle 12.30 e dalle 15 alle 18.30

Mara Martellotta

Il lungo viaggio di Orazio Gentileschi, tra capolavori, processi e corti europee

Sino al 3 maggio, nelle sale di Palazzo Chiablese

Un pittore in viaggio”, da Pisa dove era nato nel 1563 a Roma presso uno zio che era capitano delle Guardie di Castel Sant’Angelo e a cambiare il primo nome di Orazio Lomi, poi le Marche e Genova su invito del giovane patrizio Antonio Sauli, prezioso committente, la Torino di Carlo Emanuele I e l’anno trascorso nella Parigi di Maria de’ Medici, l’incontro con il Duca di Buckingam, potente favorito di Carlo I d’Inghilterra, che lo spinge, lui sessantatreenne, a raggiungerlo a Londra, dove avrà (il 31 gennaio 1628) una rendita annuale di cento sterline e dove si tratterrà sino alla morte, nel 1639. Una vita, quella di Orazio Gentileschi, uomo artista padre amico imputato cortigiano, destinata a trascorrere tra le diverse corti d’Europa, a proporre l’arte sua nella continua ricerca di un incarico stabile e fortunato, a reclamare per se stesso – ma non soltanto: “mi ritrovo una figliuola femina con tre altri maschi, e questa femina, come è piaciuto a Dio, havendola drizzata nella professione della pittura, in tre anni si è talmente appraticata, che posso ardir de dire che hoggi non vi sia pare a lei, havendo per sin adesso fatte opere, che forse principali Mastri di questa professione non arrivano al suo sapere, come a suo luogo e tempo farò vedere a Vostra Altezza Serenissima”, scriveva alla Granduchessa di Toscana nel luglio del 1612, facendole un piccolo ritratto delle doti pittoriche di Artemisia – quei riconoscimenti che una lunga professione gli davano ormai per largamente acquisiti. “Il suo spirito è di ricercatore, il suo temperamento è di vagabondo”, l’avrebbe tramandato nel 1916 Roberto Longhi nel suo “Gentileschi padre e figlia”, di lui avrebbero ancora trattato scrittrici insigni, sebbene di riflesso, filtrando i ricordi e le tante storie attraverso gli occhi di Artemisia, tra romanzo e saggio, Anna Banti (nel ’47, dopo la prima stesura di tre anni prima andata persa tra le macerie del conflitto, a delineare con l’arte i rapporti non sempre felici con il padre, “vittima pregiudizialmente dannata” l’avrebbe definita Gianfranco Contini), Alexandra Lapierre e una appassionata Melania Mazzucco, appassionata in un self-portrait a rivendicare il desiderio d’affermazione e di libertà pittorica della giovane pittrice romana.

Quello di Orazio non è soltanto un percorso attraverso le strade dell’Europa. È una strada ad ampie tappe, saggiate e messe in opera, felicemente, un punto di partenza che guarda al Manierismo elegante di fine Cinquecento per avvicinarsi a un naturalismo caravaggesco grazie a un puro linguaggio luministico – negli ultimi passi della mostra lo straordinario “Mosè salvato dalle acque” (1633), dipinto per Filippo IV di Spagna, opera “chiara e preziosa”, di grande “grazia compositiva”, un conclave femminile dove l’attenzione ai colori e il loro intersecarsi si riverberano nelle vesti sontuose, dove l’epoca antica di riveste di contemporaneità, dove pettinature e diademi e gioielli tendono al capolavoro, “per poi approdare a una pittura di raffinata eleganza e vibrante cromia, sempre contraddistinta da una cifra personale”, leggiamo in uno dei quadri riassuntivi che ci accompagnano esaurientemente nella visita. Una dolcezza e una raffinatezza che entrano in conflitto con un carattere scontroso e un comportamento troppe volte burbero, fiero e lontano dal mondo, avverso: possiamo credere al nemico di sempre Giovanni Baglione, “se Horatio Gentileschi fusse stato di umore più pratticabile, hauerebbe fatto assai buon profitto nella virtù, ma più nel bestiale, che nell’humano egli dava”, possiamo a maggior ragione credere a quel ritratto con cui Antoon van Dyck – i due artisti s’incontrarono prima a Genova per rivedersi alla corte londinese di Carlo I – ce lo tramanda, avvolto nella sontuosa cappa e con quel sopracciglio alzato che vorrebbe d’un colpo intimorire il mondo.

Una strada a cui la mostra torinese – nelle sale di palazzo Chiablese sino al 3 maggio, suddivisa in dieci sezioni, con la curatela di Annamaria Bava e Gelsomina Spione, prodotta e organizzata dai Musei Reali di Torino e da Arthemisia, promossa dal Ministero della Cultura e dall’Università torinese nell’ambito di Olimpiade Culturale di Milano Cortina 2026 – vuole rendere giustizia piena e portare l’artista a riappropriarsi del ruolo che gli spetta, rivalutare ancor più, dopo l’appuntamento allo scadere del secolo scorso suddiviso tra la National Gallery di Londra, il Museo di Bellas Artes di Bilbao e il Museo del Prado di Madrid, dopo quello che vedeva ad inizio del nuovo millennio le esposizioni di Roma e New York e Saint Louis, una delle figure principali del Seicento e il suo talento, con un’attenta selezione di opere che lo pongono altresì a confronto con differenti nomi della sua epoca, non soltanto Caravaggio, ma il fratello Aurelio (“Adorazione del Magi”, 1613 circa, su commissione di Amedeo Dal Pozzo, marchese di Voghera, per la chiesa di San Domenico di Biella) e la figlia Artemisia (“La conversione di santa Maria Maddalena”, 1613/1615, dagli Uffizi, più nobildonna in quella veste di lucente seta gialla che santa posta sugli altari, unico oggetto di vanità lo specchio a lato realisticamente allontanato mentre il personaggio di Caravaggio, alla Doria Pamphilj, in completo abbandono e in una veste meno appariscente, ha sparso ai suoi piedi collane monili e profumi: certo è a questa più vicina la “Maddalena” della collezione Sursock di Beirut, primi anni dei seicenteschi anni Trenta, un dialogo intimo tra la santa e l’Eterno, opera danneggiata nella grande esplosione che nel ’20 ha sconvolto la capitale e splendidamente restaurata), Simon Vouet e van Dyck (in mostra, il ritratto dei tre figli maggiori del sovrano inglese del 1635, oggi alla Sabauda), Guido Reni con il “Martirio di Santa Caterina” (dal Museo Diocesano di Albenga: tela realizzata nel 1601 per il banchiere Ottavio Costa, colto collezionista, dove il pittore bolognese reinterpreta e attenua i contrasti chiaroscurali e la fisicità caravaggeschi, dove forse ha guardato alla remissività e all’irruenza del “Martirio” della Cappella Contarelli) e lo stesso Baglione.

Opere che giungono, oltre che da collezioni private, dal Vaticano (“Giuditta e Abra con la testa di Oloferne”, di inizio anni Venti, in cui il padre sceglie soluzioni meno cruente confrontate con quelle di Artemisia, visibilissimo zampillare di sangue, legittima giustiziera la ragazza nel decollare ipso facto quel condottiero assiro che nella memoria le faceva ancora una volta mulinare nella mente la violenza di Agostino Tassi) e da Firenze, da Roma (palazzo Spada e palazzo Barberini), dal Louvre e dal Prado, dai Musei Nazionali di Genova (“Sacrificio d’Isacco”, con una importante diagonale di personaggi a dividere luce e oscurità) e dai Musei d’Arte Antica di Bologna, dal Sursock Palace di Beirut, dalla Sabauda torinese: dove abbiamo la fortuna di avere esposto quello che è uno dei capolavori oggi in mostra, uno dei vertici dell’arte dell’artista, quella “Annunciazione” che egli inviò nel 1623, da Genova tramite il figlio Francesco, a Carlo Emanuele I, con una lettera datata 24 aprile, dove ricorda i suoi precedenti servizi per il duca, nel tentativo che risulterà infruttuoso d’accattivarsi i suoi favori. Smaccato ossequio ai Savoia che si erano fregiati dell’ordine cavalleresco dell’Annunziata, opera piena di grazia e devozione e obbedienza, a iniziare dalla minuta scenografia della stanza alla postura della Vergine che, mentre stringe un lembo del mantello, rivolge in un misto di molteplici commozioni la mano verso l’Arcangelo: opera posta accanto a un’altra “Annunciazione”, quella della Basilica di San Siro a Genova, dell’anno precedente, su commissione di Antonio II Grimaldi Cebà in occasione delle proprie nozze, di formato più ridotto, di minor scelta dei colori, di piccole differenze (i piedi della Vergine, le finestre di diverso taglio e fattura), o di grandi, come quel tendaggio rosso che l’anno successivo avrebbe illuminato e reso assai più ricca la scena intera.

Senza dimenticare, tra lo svolgersi delle opere, tra religiosità e coloriture, tra affanni e incomprensioni, tra successi e richieste, i due processi della vita di Orazio: non soltanto quello per diffamazione (“per invidia”) del 1603 che vedeva il Baglione da un lato e gli accusati Caravaggio e Gentileschi dall’altro, uno spaccato d’epoca in cui sono coinvolti altri pittori e frequentatori con le loro curiose testimonianze e le loro rime irrispettose – “Gioan Bagaglia tu non sai un ah/ le tue pitture sono pituresse/ volo vedere con esse/ che non guadagnara/ mai una patacca/ che di cotanto panno/ da farti un paro di bragesse/ che ad ognun mostrarai/ quel che fa la cacca…”; e quello, di molto più doloroso e di lunga durata, che si svolge tra umilianti interrogatori e torture e deposizioni – il sarto, la lavandaia, il barbiere, il locandiere, il vicino di casa, la servitrice e il negoziante di colori di via del Corso, il mesticatore di blu oltremare -, contro il collega e fino a ieri stretto collaboratore, in Quirinale e nel Casino Borghese, Agostino Tassi, che fu riconosciuto colpevole dello stupro di Artemisia il 27 novembre 1612, unito alla corruzione dei testimoni e alla diffamazione di Orazio: su domanda del giudice Gerolamo Felice scelse l’esilio (l’opzione erano cinque anni di lavori forzati), fuori del territorio del Papato: ma che non scontò mai effettivamente la pena. Artemisia si sposò due giorni dopo con il pittore Pierantonio Stiattesi, più una scelta di Orazio che sua.

Elio Rabbione

Nelle immagini: di Orazio Gentileschi, al centro e a destra, l’”Annunciazione” di Torino e di Genova; “Giuditta e Abra con la testa di Oloferne”, Pinacoteca dei Musei Vaticani; “Sacrificio di Isacco”, Musei Nazionali di Genova; “Mosè salvato dalle acque”, Museo Nazionale del Prado, Madrid.

Marsala, il destriero di Giuseppe Garibaldi

L’isola di Caprera fa parte dell’arcipelago di La Maddalena a nord-est della Sardegna, al largo della costa Smeralda. L’isola, abitata da poche decine di persone (la maggior parte degli abitanti risiede nel borgo di Stagnali) è raggiungibile grazie a un ponte che la collega all’Isola Maddalena, e fa parte integrante da più di vent’anni dell’area protetta dell’Arcipelago della Maddalena. Caprera è famosa per essere stata il buen retiro di Giuseppe Garibaldi che giunse per la prima volta sull’isola il 25 settembre del 1849. Tra varie peripezie vi tornò spesso e vi visse a lungo fino alla morte. L’eroe dei due mondi si spense nel tardo pomeriggio del 2 giugno 1882 e nella sua casa l’orologio fu fermato mentre i fogli di un grande calendario non vennero più staccati segnando per sempre l’ora e il giorno della sua morte.

Le spoglie di Giuseppe Garibaldi riposano da allora in un’area dell’isola che prende il nome di compendio Garibaldino. Lì, nel piccolo cimitero di famiglia, il sepolcro del comandante dei Mille si trova sotto un grande masso di granito con delle grosse maniglie sui lati. A poca distanza dalla sua sepoltura c’è anche un cippo abbandonato, coperto dai rovi, dove si può leggere a malapena l’incisione voluta dallo stesso eroe: “Qui giace la Marsala che portò Garibaldi in Palermo, nel 1860. Morta il 5 settembre del 1876 all’età di 30 anni”. Marsala era l’inseparabile cavalla bianca di Garibaldi. Aveva 14 anni quando gli venne regalata dal marchese Sebastiano Giacalone Angileri che, raggiunto Garibaldi e i suoi Mille sulla spiaggia di Marsala, tenendola per le briglie, disse: “Generale, questo è un dono per voi”.

E così, in sella alla sua adorata cavalla, Garibaldi entrò a Palermo il 27 maggio 1860. E con lei affrontò l’intera campagna militare nel regno delle Due Sicilie, affezionandosi a tal punto da portarla con sé il 9 novembre 1860, quando salpò per Caprera. Sull’isola, la cavalla, rimase con lui fino alla morte, nel 1876, quando aveva ormai trent’anni, età avanzatissima per questi quadrupedi. Lo storico Giuseppe Marcenaro, nel suo libro Cimiteri. Storie di rimpianti e di follie, citandone la storia, scrive che a Marsala in via Cammareri Scurti una lapide collocata nel maggio del 2004 su iniziativa del Centro Internazionale di studi Risorgimentali Garibaldini ricorda il giorno del “regalo”. Recita, l’epigrafe: “Sebastiano Giacalone a Giuseppe Garibaldi donò l’anonima bianca giumenta che ribattezzata Marsala uscì da questo portone e corse le vie della gloria a Calatafimi, a Teano, a Caprera con l’invitto Generale unificatore della patria italiana”. Così, come Bucefalo, il cavallo di Alessandro Magno, Asturcone, il destriero di Giulio Cesare o Marengo, il piccolo stallone arabo di Napoleone, anche Marsala è giusto che abbia il suo posto nella storia.

Marco Travaglini

 

Luisa Levi: la signora medico

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Torino e le sue donne
Le storie spesso iniziano là dove la Storia finisce
Con la locuzione “sesso debole” si indica il genere femminile.Una differenza di genere quella insita nell’espressione “sesso debole” che presuppone la condizione subalterna della donna bisognosa della protezione del cosiddetto “sesso forte”, uno stereotipo che ne ha sancito l’esclusione sociale e culturale per secoli. Ma le donne hanno saputo via via conquistare importanti diritti, e farsi spazio in una società da sempre prepotentemente maschilista. A questa “categoria” appartengono  figure di rilievo come Giovanna D’arco, Elisabetta I d’Inghilterra, EmmelinePankhurst, colei  che ha combattuto la battaglia più dura in occidente per i diritti delle donne, Amelia Earhart, pioniera del volo e Valentina Tereskova, prima donna a viaggiare nello spazio. Anche Marie Curie, vincitrice del premio Nobel nel 1911 oltre che prima donna a insegnare alla Sorbona a Parigi, cade sotto tale definizione, così come Rita Levi Montalcini o Margherita Hack. Rientrano nell’elenco anche Coco Chanel, l’orfana rivoluzionaria che ha stravolto il concetto di stile ed eleganza e Rosa Parks, figura-simbolo del movimento per i diritti civili, o ancora Patty Smith, indimenticabile cantante rock. Il repertorio è decisamente lungo e fitto di nomi di quel “sesso debole” che “non si è addomesticato”, per dirla alla Alda Merini. Donne che non si sono mai arrese, proprio come hanno fatto alcune iconiche figure cinematografiche quali Sarah Connor o Ellen Ripley o, se pensiamo alle più piccole, Mulan.  Coloro i quali sono soliti utilizzare tale perifrasi per intendere il “gentil sesso” sono invitati a cercare nel dizionario l’etimologia della parola “donna”: “domna”, forma sincopata dal latino “domina” = signora, padrona. Non c’è altro da aggiungere.

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7 Luisa Levi: la signora medico

Agli albori del mondo, le donne ricoprivano ruoli di guaritrici, curavano i mali dell’anima e del corpo al pari degli uomini, come testimoniano vari reperti delle popolazioni euroasiatiche, africane o azteche. Il brusco cambiamento arriva con l’Inquisizione, che trasforma le conoscenze curative femminili in osceni patti con il maligno e le donne guaritrici in temibili streghe. Da questo momento in poi, per molto tempo, solo gli uomini potevano frequentare le Università e solo i dottori in medicina potevano praticare le arti guaritorie. Unica eccezione fu la scuola di Salerno, all’interno della quale, nell’XI secolo, lavorava Trotula, “sapiens matrona” (“donna sapiente e saggia”), abilissima levatrice proveniente dalla ricca e nobile famiglia de Ruggiero di origine Longobarda. Le donne dovranno aspettare  secoli perché le porte delle Università vengano aperte anche a loro, il che accadrà soltanto tra la metà dell’Ottocento e gli inizi del Novecento. Se le Istituzioni aprono le porte, l’opinione comune resta serrata e le donne medico devono combattere più degli uomini per veder realizzati i propri obiettivi. Tra le tante “combattenti” ricordiamo Mary Putnam Jacobi: diplomatasi nel 1863 in Farmacia a New York, poco dopo ottiene la Laurea in Medicina al Woman’s Medical College della Pennsylvania; porta avanti la convinzione che per diventare validi medici sia fondamentale avere non solo una buona preparazione scientifica, ma anche una grande compassione per chi soffre. Diventerà portavoce del Movimento Medico Femminile a capo della Working Women’sSociety e dell’associazione per l’Advancement of the MedicalEducation for Women.  In Italia, troviamo Maria Dalle Donne, prima docente di Ostetricia nella Regia Università di Bologna, laureatasi in Filosofia e Medicina nel 1799, e dirigente, nel 1804, presso la Scuola delle Levatrici, e Maria Montessori, nata ad Ancona nel 1870: è lei la prima donna italiana a conseguire la Laurea in Medicina e Pedagogia (ma anche in Scienze Naturali e Filosofia). La nostra storia di oggi ha come protagonista una delle tante donne caparbie e preparate che non si è mai arresa di fronte agli ostacoli frapposti dalle ferree regole della  società: Luisa Levi.  Luisa Levi nasce a Torino il 4 gennaio 1898, diviene medico neuropsichiatra infantile, attenta studiosa di problemi riguardanti la sessualità dell’infanzia. E’ ricordata principalmente poiché è la prima donna medico italiana a pubblicare un lavoro sull’educazione sessuale, intitolato “L’educazione sessuale: orientamento per i genitori”. Scopo del libro è aiutare i genitori a dare un sano indirizzo alla vita sessuale dei loro figli, evitando errori comuni dovuti a pregiudizi. Luisa Levi è figlia di Ercole Raffaele e Annetta Treves, entrambi di religione ebraica. E’ lo zio materno Marco Treves, psichiatra e fratello del noto Claudio Treves, a suscitare in lei il desiderio di diventare medico. Luisa frequenta a Torino il liceo Vittorio Alfieri e in seguito si iscrive, nel 1914, alla tanto desiderata Facoltà di Medicina presso l’Università degli Studi di Torino. Nel suo primo anno di corso stringe amicizia con Maria Coda, l’unica altra donna frequentante. Luisa segue nel corso degli studi il laboratorio di Anatomia e Istologia Normale e quello di Clinica Medic
a, rispettivamente p
resso gli studi di Romeo Fusari e di Camillo Bozzolo e Ferdinando Micheli. La giovane donna riuscirà ad ottenere i premi “Pacchiotti” e “Sperino” per le massime votazioni conseguite negli esami speciali e nella discussione della tesi: “Sopra un caso di endocardite lenta”, con cui si laurea l’8 luglio 1920, conseguendo il massimo dei voti e la lode. Luisa è donna non solo di alta cultura ma anche molto coraggiosa: durante la prima guerra mondiale è infermiera volontaria presso l’ospedale territoriale della Croce Rossa Italiana di Torino, in cui presta servizio come aspirante ufficiale medico nel laboratorio psico-fisiologico dell’Aviazione, diretto da Amedeo Herlitzka. Dopo alcuni anni in qualità di assistente presso diverse cliniche, nel 1928 lavora con il titolo di medico per le malattie nervose dei bambini presso l’ospedale pediatrico Koelliker di Torino, dando così inizio alla sua carriera di neuropsichiatra infantile. Nel 1927 si reca a Parigi per perfezionarsi in malattie mentali e malattie nervose. Sebbene la sua formazione sia ricca di riconoscimenti e nonostante l’ottima preparazione, Luisa incontra non poche difficoltà ad essere assunta nelle diverse cliniche psichiatriche, dove, in caso di pari merito, le vengono preferiti i suoi colleghi maschi. La dottoressa non si arrende e nel 1928 vince un posto, dedicato a sole donne, bandito dai manicomi centrali veneti per la colonia medico-pedagogica di Marocco di Mogliano, fondata da Corrado Tummiati. Negli anni successivi pubblica diversi articoli sulla mente dei bambini e sulla loro rieducazione. Le peripezie di Luisa, però, non sono finite e dopo un anno dall’assunzione il direttore amministrativo la induce a dare le dimissioni. Nel 1932 viene accettata nella Casa di Grugliasco, dove rimane fino all’emanazione delle leggi razziali. Durante la seconda guerra mondiale, privata del lavoro, si ritira nella campagna di Alassio, di proprietà dei genitori, e qui si dedica a lavori agricoli. Dopo l’8 settembre 1943 si rifugia con la madre a Torrazzo Biellese, dove vive sotto falso nome. Qui, grazie al Comitato Femminile di Ivrea, collabora attivamente come medico della settatantaseiesima Brigata Garibaldi. Nel secondo dopoguerra, determinata a portare avanti il suo impegno scientifico e politico, Luisa Levi entra in Unità Popolare e fa parte della sezione PSI “Matteotti” di Torino;  diventa poi membro attivo dell’UDI (Unione Donne Italiane) e si iscrive alla Camera Confederale del Lavoro della città subalpina. Continua a dedicarsi alla neuropsichiatria infantile dopo aver conseguito la libera docenza con la tesi su “Infanzia anormale” nel 1955. Dopo una vita passata a lottare, trova finalmente riposo proprio nella città da cui era partita: si spegne, infatti, a Torino nel dicembre del 1983.

 

Alessia Cagnotto

Le case più antiche di Torino, il fascino del Medioevo e la storia della città

Torino, conosciuta per la sua eleganza sobria, la sua architettura barocca, ma anche Liberty e neo-classica conserva nel suo cuore tracce di un passato molto lontano: le sue case medievali. Questi edifici sono pregiati e inestimabili testimoni di un’epoca in cui la città si stava trasformando in un centro di cultura, ma anche in un luogo autorevole in fatto di geopolitica. La sua posizione strategica ai piedi delle Alpi e al centro di un crocevia di culture, infatti, l’ha convertita in un modello unico di civilta’. I suoi palazzi contribuiscono a rendere questa citta’ un luogo elegante e fascinoso ed e’ impossibile passeggiando per le vie di Torino non voltare lo sguardo verso l’alto per esplorare visivamente queste opere d’arte costituite da particolari architettonici e artistici, da disegni, da balconi decorati e di finestre dai vetri colorati. Tra le piu’ antiche palazzine della citta, memorie di un passato che arriva fino ai giorni, ne abbiamo tre di sicuro interesse artistico e storico.

Casa del Pingone, posizionata tra piazza delle Erbe e il Duomo, e’ una delle abitazioni più antiche della città, risalente ai secoli XV – XVI e prende il nome da Emanuele Filiberto Pingone, storico di corte del duca Emanuele Filiberto di Savoia che la abito’ dopo il trasferimento da Padova . L’edificio conserva elementi architettonici di grande pregio, come i soffitti in legno, affreschi decorati con motivi a grottesche (pitture di radice romana), e una torre merlata medievale ancora visibile sebbene sia stata coperta in alcune sue parti. Questa casa rappresenta un raro esempio di architettura civile medievale ancora intatta nel cuore di Torino. Nel 2000 e’ stata ridipinta per donarle i colori originari.

Casa del Senato e’ un altro esempio di edilizia medievale che si distingue per la sua base in pietra e per tracce di finestre ogivali, poi sostituite nel XVI secolo da ampie finestre a crociera in cotto. Con i suoi quattro piani fuori terra, la Casa del Senato era sorprendentemente alta per l’epoca, sottolineando il suo ruolo istituzionale e la sua importanza all’interno della città medievale. Costruita come casa nobiliare e poi divenuta luogo di incontro del Senato Subalpino dove furono discusse e approvate alcune delle decisioni più significative per l’unificazione dell’Italia e ha avuto un’importanza particolare durante il Risorgimento italiano. Si trova nel cuore del centro di Torino e rappresenta uno dei simboli capitale del Regno di Sardegna.

Casa Romagnano, sita in via dei Mercanti 9, conosciuta anche come “Casa Armissoglio”, è un’altra testimonianza dell’edilizia civile della Torino medievale costruita tra la fine del XIII e l’inizio del XVI secolo. Dimora dell’omonima famiglia, nonostante i numerosi interventi di restauro nel corso del tempo, la casa conserva il suo aspetto nobile con dettagli architettonici dell’epoca come le quattro eleganti finestre in cotto e marcapiani che le danno equilibrio e sobrieta’ e che rispecchiano la maestria artigianale di quel periodo. Afine del 1800 fu riqualificata e vennero riportati alla luce diversi elementi come le parti in cotto e le finestre.

Altre Testimonianze Storiche

Oltre a queste dimore, Torino conserva altri edifici medievali sparsi per il centro storico. Le mura romane, le torri e alcune chiese completano un quadro ricco di fascino, che permette di immaginare com’era la città secoli fa.

Maria La Barbera

La pieve di San Pietro a Pianezza. Uno dei tesori oltre la cintura di Torino

 

Eretta sulla sponda del Dora Riparia nel XII secolo in stile romanico lombardo, con il tetto a capanna, e dedicata a San Pietro, la pieve di Pianezza, a pochi chilometri da Torino, offre uno spettacolo unico e, probabilmente, inaspettato grazie ai suoi affreschi, un ciclo dipinto, quasi interamente, da Giacomo Jaquerio e altri artisti della sua scuola. Il pittore fu il rappresentante della pittura tardo-gotica in Piemonte e le sue opere, grazie al duca Amedeo VIII, arrivarono fino a Ginevra.

Sconsacrata oramai da molto, un tempo fu luogo di preghiera di pellegrini e viandanti, e venne costruita, con molta probabilita’, al posto di un tempio pagano; in origine era costituita da una sola navata, ma in epoca gotica (tra il 300 e il 400) ne furono aggiunte altra due piu’ piccole. La facciata, in un primo tempo poco curata, fu riqualificata a fine ‘300 con mattoni rossi romanici e materiali di recupero mentre l’entrata fu collocata nella parte laterale da dove si accede anche al presbiterio. Durante l’ultima fase dei lavori sono stati dipinti il Cristo in Croce, una santa non identificata sul pilastro di entrata ed un’altra vicina all’immagine di Santa Margherita. Molto belle anche le vetrate colorate, copie create nell’800, i cui originali di Antoine de Lonhy sono conservati al Museo Civico Torinese di Palazzo Madama.

I Provana, una tra le cinque famiglie feudali piu’ importanti del Piemonte, volle fortemente le decorazioni della Pieve di San Pietro, tra queste, oltre a quelle gia’ citate, abbiamo la raffigurazione degli Apostoli, l’Annunciazione e il dipinto dedicato a Santa Caterina; nella cappella che porta il loro nome, invece, troviamo il dipinto sulla vita di San Giovanni in cui si riconoscono anche i simboli della famiglia: il liocorno e i tralci di vite.

La Pieve di San Pietro si aggiunge alle moltissime opere in stile romanico del Piemonte (chiese, castelli, abbazie) che venivano edificate perlopiu’ sulle strade devozionali, come la via Francigena che portava i pellegrini dall’Inghilterra fino a Roma.

Normalmente non e’ aperta al pubblico, ma si può visitare contattando gli uffici comunali o i gruppi di volontari dedicati. In questa chiesa, inoltre, e’ possibile celebrare matrimoni civili assecondando cosi’ la volonta’ di valorizzare ancora di piu’ il patrimonio architettonico della citta’.

MARIA LA BARBERA

Apertura su richiesta; prenotazioni presso l’ufficio URP 011/9670211 oppure
presso UNECON: 3333903669 – 3394620103 – 3356171376
unecon2019@gmail.com

La triste e sfortunata vita di Emilio Salgari

L’incontro con Emilio Salgari, il papà di Sandokan, Yanez, Tremal-Naik e del Corsaro Nero avvenne tanto tempo fa. E fu un amore improvviso, intenso. I primo due libri furono “I misteri della Jungla Nera” e “Le Tigri di Mompracem”, nelle edizioni che la torinese Viglongo pubblicò negli anni ’60.

 

Vennero letteralmente divorati. Toccò poi all’intero ciclo dei pirati della Malesia e a quelli dei pirati delle Antille, dei Corsari delle Bermude e delle avventure nel Far West. Mi recavo in corriera da Baveno a Intra, da una sponda all’altra del golfo Borromeo del lago Maggiore, dove – alla fornitissima libreria “Alberti” – era possibile acquistare i romanzi usciti dalla sua inesauribile e fantasiosa penna. Salgari, nato a Verona nell’agosto del 1862, esordì come scrittore di racconti d’appendice che uscivano su giornali  a episodi di poche pagine, pubblicati in genere la domenica ma, nonostante un certo successo,visse un’inquieta e tribolata esistenza. A sedici anni si iscrisse all’Istituto nautico di Venezia, senza però terminare gli studi.

 

Tornato a  Verona intraprese l’attività di giornalista, dimostrando una notevole capacità d’immaginazione. Infatti, più che viaggiare per mari e terre lontane, fece viaggiare al sua sconfinata fantasia, documentandosi puntigliosamente su paesi, usi e costumi. Scrisse moltissimo, più di 80 romanzi e circa 150 racconti, spesso pubblicati prima a puntate su riviste e poi in volume. I suoi personaggi sono diventati leggendari: Sandokan, Lady Marianna Guillon ovvero la Perla di Labuan, Yanez de Gomera, Tremal-Naik, il Corsaro Nero e sua figlia Jolanda, Testa di Pietra e molti altri. Nel 1900, dopo aver soggiornato alcuni anni nel Canavese ( tra Ivrea, Cuorgnè e Alpette) e poi a Genova, si trasferì definitivamente a Torino dove cambiò spesso alloggio, abitando nelle vie Morosini e  Superga, in piazza San Martino ( l’attuale piazza XVIII Dicembre, davanti a Porta Susa, nello stesso palazzo all’angolo nord dove De Amicis scrisse il libro “Cuore“), in via Guastalla e infine in Corso Casale dove, al civico 205 una targa commemorativa ricorda quella che è stata l’ultima dimora del più grande scrittore italiano di romanzi d’avventura. Schiacciato dai debiti contratti per pagare le cure della moglie, affetta da una terribile malattia mentale, con quattro figli a carico, si tolse la vita con un rasoio nei boschi della collina torinese.

 

Era il 25 aprile 1911. Ai suoi editori dell’epoca, che stentavano a pagargli i diritti, lasciò questo biglietto: “A voi che vi siete arricchiti con la mia pelle, mantenendo me e la mia famiglia in una continua semi-miseria od anche di più, chiedo solo che per compenso dei guadagni che vi ho dati pensiate ai miei funerali. Vi saluto spezzando la penna“. Ai quattro figli scrisse: “Sono ormai un vinto. La malattia di vostra madre mi ha spezzato il cuore e tutte le energie. Io spero che i milioni di miei ammiratori che per tanti anni ho divertito e istruito provvederanno a voi. Non vi lascio che 150 lire, più un credito di lire 600… Mantenetevi buoni e onesti e pensate, appena potrete, ad aiutare vostra madre. Vi bacia tutti col cuore sanguinante il vostro disgraziato padre“. I suoi funerali passarono quasi inosservati perché in quei giorni Torino era impegnata con l’imminente festa del 50° Anniversario dell’Unità d’Italia. La sua salma fu successivamente traslata nel famedio del cimitero monumentale di Verona. Un tragico e amaro epilogo per l’uomo che, grazie alle sue avventure, fece sognare tante generazioni di ragazzi.

Marco Travaglini