“La lunga corsa” di Andrea Magnani, unico italiano al TFF
Andrea Magnani è un cinquantenne regista riminese, all’attivo ha un’opera prima di notevole spessore e di successo, “Easy – un viaggio facile facile”, preso in considerazione per premi e ai festival. Al 40° TFF presenta il tenue “La lunga corsa”, unico titolo italiano in concorso, che sta da tutt’altra parte rispetto alle generali asprezze, alla rabbia e alla crudeltà, ai suicidi (o ai tentativi di) e agli affetti estremi che stiamo vedendo sullo schermo in questi giorni. L’ingenuità e la spensieratezza, l’aspirazione continua ad un bene assoluto la fanno da padroni.

L’innocente protagonista è Giacinto, nome ad esprimere animi sensibili e pieni di grazia, impegnati a respingere la crudezza del mondo di cui forse neppure si rendono conto. Figlio di due detenuti, abbandonato dal padre sul sedile dell’auto il giorno della nascita, alla perenne ricerca di una madre che lo ha rifiutato, il piccolo e il ragazzo poi ha scelto da sempre come proprio rifugio il carcere e il capo delle guardie Jack come affettuosa figura di riferimento, paterna, burbera e comprensiva. Gioca e corre per quei corridoi, veloce passa attraverso le sbarre che non gli fanno paura, con un sorriso che lo accompagna di giorno in giorno, diventa un diciottenne che spegne le candeline della torta e vorrebbe affrontare le strade di fuori ma ne ha paura. Quel carcere Magnani, nel racconto di una favola che potrebbe essere ambientata nei giorni che viviamo o in un tempo diverso, lo trasfigura nell’immobilità come pure nel desiderio d’evasione che è in ognuno di noi, lo idealizza come contenitore delle scelte che molti hanno il terrore di essere obbligati a compiere. Dice che l’idea del film gli è venuta già anni fa ripensando ai tanti che nel luogo dove lui stesso è cresciuto, un grumo di terra che sentiva “molto piccolo e sempre immobile”, alle “persone che nascevano, vivevano la loro vita e morivano nello stesso posto: mai, o di rado, si avventuravano al di fuori del mondo”. Respiravano l’aria del litorale adriatico e qui Fellini docet.
Adriano Tardiolo (già visto in “Lazzaro felice” di Alice Rohrwacher) ha il viso, la voce e i movimenti giusti, anche la goffaggine per far sì che il mondo gli scivoli accanto, tra divertimento e pensieri che lasciano il segno. Forse il film pecca a tratti di una eccessiva semplicità e delle proprie radici favolistiche che poco si traducono in una pretesa robustezza, ma il clima surreale e sospeso viene alla fine ad imporsi e a convincere sulla riuscita. Tra gli altri interpreti Barbora Bobulova e Giovanni Calcagno soprattutto, faccia teatrale non dimenticata nell’”Ifigenia/Oreste” della scorsa stagione, con la regia di Valerio Binasco, per la stagione dello Stabile torinese.
Elio Rabbione
In un momento in cui le nuove generazioni hanno subito un grave impoverimento formativo e culturale a causa della pandemia, nel 2021






Le prime immagini del 40° Torino Film Festival arrivano dal Nicaragua (ampia coproduzione supportata da Messico/Olanda/Germania/Francia/Norvegia/Spagna) con “La hija de todas las rabias” della quarantenne regista Laura Baumeister: immagini di povertà, di violenza sociale, di una fanciullezza negata, terribili angosciose. La vita è terribile, uno spiraglio di folle speranza va cercata in un mondo altro, di protezione, di sogno che è soltanto della piccola protagonista. Maria, ragazzina di 11 anni, vive con la madre Lilibeth e passa gran parte delle sue giornate in cima a quelle montagne di rifiuti che sorgono a due passi dalla capitale e che danno un lavoro e a tratti anche un minimo di sostentamento a tanta gente. Un giorno Lilibeth sparisce su un camion per andare in città e Maria si ritrova in mezzo ad una piccola comunità di bambini schiavizzati a ripulire faticosamente i tanti oggetti che quelle discariche possono restituire e che possono essere riciclati. L’aiuta e quasi si prende cura di lei il giovane Tadeo, per restituirla a una madre che Maria al contrario ha perso per sempre. Le resta il sogno e in questo un abbraccio protettivo. La regista imprime dolcezza e rabbia e sacrosanti momenti di ribellione alla giovanissima protagonista, offre soprattutto un panorama d’angoscia di questo angolo di mondo che noi guardiamo con occhio incredulo dall’altra parte del mondo.
Al contrario apprezzabilissimo “Il nostro generale” (dal 9 gennaio su Rai 1) con cui Lucio Pellegrini e Andrea Jublin ci riconsegnano la figura solida, paterna, combattiva di Carlo Alberto Dalla Chiesa. Grazie anche all’apporto dell’Arma dei Carabinieri e con il sostegno della famiglia, rendendo onore al servitore dello Stato come all’uomo colto nel privato, con materiali di repertorio (grazie alle teche Rai) ed esatte ricostruzioni, ci ritroviamo al centro degli anni Settanta, ad iniziare esattamente dal quel 1973, quando Dalla Chiesa viene trasferito da Palermo dove è impegnato nella lotta alla mafia per operare a Torino, la presenza combattiva e affettuosa dei componenti del “Nucleo speciale antiterrorismo”, gli intenti a muoversi come un vero e proprio gruppo operativo di combattimento guardando agli altri come a degli avversari da combattere sul loro stesso terreno. Sono gli anni di Curcio, del primo processo alle BR, che al nord hanno steso una rete di uccisioni e di ferimenti di industriali e di giornalisti, di attentati, come quello a Fulvio Croce, presidente dell’ordine degli avvocati di Torino, dell’amicizia con Caselli, dei giorni di paura (la figlia costretta a sposarsi in un garage, protetta a vista), della pretesa affiliazione alla P2, accettata nel disordine del tempo e immediatamente rifiutata, del sequestro Vallarino Gancia e della morte di Mara Cagol durante la liberazione del re dello spumante nella cascina sperduta sulle colline dell’Astigiano. Anni, quelli “piemontesi” del generale, fatti anche di amarezza e d’isolamento (rintanato in un piccolo ufficio, in attesa di “mi hanno dato un incarico”), man mano che la sua lotta ai brigatisti diveniva sempre più serrata Dalla Chiesa si ritrovava sempre più solo, conteggiando un buon numero di nemici anche all’interno delle istituzioni e dell’Arma stessa. È un’opera, quella firmata da Pellegrini e Jublin, decisamente robusta, accorata, anche capace di mostrare di un uomo combattivo i momenti forse più deboli, di ridare alla società di oggi la dichiarata integrità e la grandezza nell’obbedienza. Sergio Castellitto è autenticamente presente, in ogni momento, con a fianco una Teresa Saponangelo esempio di remissiva dolcezza, con tutta la squadra dei giovani attori che sono i suoi collaboratori, Antonio Folletto in testa, voce narrante di tutti quegli anni. Gli angoli torinesi aggiungono un che di verità in più alla forza e alla bellezza della vicenda.
Comunque, esuli ancora dall’euforia generale, venerdì scorso, alle 9 del mattino, il festival s’è svegliato con la sala 3 del Massimo gremita di addetti ai lavori, di curiosi, di operatori, di un selezionato gruppo di ospiti, in presenza e in streaming, per cui Gaetano Renda, agguerrito esercente di Centrale, Due Giardini e Fratelli Marx, ha potuto da provetto entertainer dare corpo a “Cinema mon amour – L’avventurosa storia del cinema nelle sale”, a quel convegno preparato per intere settimane forse per mesi, con cui poter rivedere e fare il punto sull’importanza della sala, sul suo rapporto “prioritario e imprescindibile” con la collettività, sul desiderio di tornare a incontrarsi e a scambiarsi idee, sul presente e sul futuro. “Vi siete contati, ragazzi?”, direbbe il cinefilo riportandoci alla mente “I guerrieri della notte” di Walter Hill: sì, siamo in tanti e si può cominciare.