Loro sono Giamma, Rachel, Alda e Pier, quattro giovani esseri umani che stanno andando verso la quarantina, due coppie d’amici da sempre che pensano in grande coltivando grandi ideali ma costretti a cancellarli dentro una società da cui si sentono presi in giro e delusi, un abisso a separare le aspirazioni dalla realtà di ogni giorno. Fatta di precarietà. Un grande sogno sopra tutti, diventare genitori, scommettere e consolidarlo quel sogno ma poi quella stessa realtà è lì a dirti che la scommessa è difficile: si rifugiano nella loro amicizia, antica e forte e consolidata, ma non basta. Poi, lì a festeggiare il compleanno di Alda, la decisione “a imbarcarsi nell’impresa più incredibile, ambiziosa, rivoluzionaria e forse impossibile di tutte”.
Giovani sono il regista Emanuele Gaetano Forte che ha diretto “Di noi 4”, giovani sono gli attori che lo hanno interpretato, Giovanni Anzaldo, Roberta Lanave, Giulia Rupi e Elio D’Alessandro, tutti usciti dalla Scuola per Attori dello Stabile torinese, poi Anzaldo premiato per il testo teatrale “Roman e il suo cucciolo” (Premio Ubu come miglior attore under 30) e per il film che ne è seguito, “Razzabastarda”, entrambi sotto la guida di Alessandro Gassmann, come è da citare per un eccellente Pilade nell’”Oreste” messo in scena da Binasco tre anni fa, in questi ultimi anni autore di due romanzi; Lanave già Ofelia con Valter Malosti e in “Morte di un commesso viaggiatore” con De Capitani, Rupi nel 2011 vincitrice della menzione come Migliore attrice emergente del Premio dedicato alle Sorelle Gramatica, D’Alessandro tra gli attori di “Festen” per la regia di Marco Lorenzi. Arte come vita, riprese cinematografiche come realtà. “Per realizzare questo film – confessa Forte – dovevamo inventarci qualcosa di nuovo, trovare strade nuove come fanno i nostri personaggi, in altre parole scrivendo la sceneggiatura ci siamo scontrati con la difficoltà di trovare finanziamenti e ci siamo resi conto di essere noi stessi i nostri protagonisti. Il figlio era il film”. Regista e attori dovevano dar vita ad un film, primo mettendo nel piccolo (o grandissimo?) progetto soldi di tasca propria, riducendo al minimo le spese, trovando un alloggio in Vanchiglia come unica location, concentrando le persone del set, solo un fonico, un direttore della fotografia che ha fatto anche da operatore, un focus puller e un aiuto regista tuttofare. Si è inoltre girato in maniera cronologica, quasi tutto con luce naturale, lasciando gli attori liberi di muoversi più o meno come volevano per il set avendo eliminato cavi e supporti stativi.
Mentre gli attori si erano già rivelati soggettisti e sceneggiatori, mentre essi stessi hanno pensato alle scenografie (Rupi) insieme a trucco e costumi (Rupi/Lanave), mentre il regista ha seguito il montaggio e ha esteso alla famiglia il compito delle musiche. 78’ già presentati al Rome Indipendent Film Festival RIFF lo scorso anno: “Avremmo potuto ambientare il film a Catanzaro, Roma, Parigi, Berlino; e invece no, noi volevamo Torino, una città perfetta per girare, a misura d’uomo, tranquilla, agile. Una New York sabauda dove ogni cosa diventa possibile. Gaetano Renda, scomparso nei giorni scorsi, che tanto ha fatto per il cinema indipendente, e con lui la figlia Cristina, ha fortemente creduto in questo progetto e noi gliene siamo tutti grati. Il nostro film ha molte caratteristiche che mi sento di attribuire alla città nella quale sono nato e cresciuto: è coraggioso, irriverente e proletario. Anche, a suo modo, elegante. È un film che se tu lo vedi non puoi non sentire l’eco dei Murazzi, l’ombra della Mole, o quel dito spezzato nella statua della Gran Madre”. Presentato da Lo scrittoio – Cinema d’autore, il film avrà la sua anteprima nazionale a Torino al cinema Fratelli Marx. Le date (da segnare) sono lunedì 24 alle ore 20,45, martedì 25 e mercoledì 26 febbraio alle ore 19.
Elio Rabbione

Nel riallestire, il divertimento rimane, innegabile e contagioso, ma tutto pare – inevitabilmente – un po’ lontano, sbiadito, legato a un’epoca che è stata, morta e sepolta, anch’essa con le sue grandi gioie e i piccoli dolori, con i sorrisi, con l’estate (magari eguale a mille altre, pensate a Maurizio Arena e Renato Salvatori a inseguire Marisa Allasio pochi anni prima!) che sta finendo e con i Righeira che su quelle stesse spiagge imperversavano: nonostante sul buon Johnson – come sui Duran Duran un ventennio appresso, e allora ti sei chiesto per un attimo sere fa se il fascinoso Simon Le Bon l’abbiano lasciato a casa, a salvaguardarsi con impacchi di naftalina – il pubblico sanremese abbia fatto scrosciare applausi su applausi, in mezzo ai mille “cuoricini”, e quindi qualcosa ancora circoli con buona pace dei troppo troppo boomer, fai fatica a ritrovare quei caratteri, freschi giovanili ma incisivi, capaci di disegnare un’epoca, di stabilire ancora una volta la loro esatta importanza, non giocattoli tante volte inespressivi come la Barbie di Greta Gerwig. Nascono episodi, piccoli piccoli, che a volte s’ingolfano e si sgonfiano, s’intrecciano personaggi che sudano le sette camice (tralasciamo le voci, affaticate alcune oltre il dovuto, disinvolte sì ma falsate, bruttarelle come le tante ascoltate al Festivalone: ma non si può essere tutti Giorgia) ma quei caratteri è difficile ritrovarli e riscaldarli nuovamente. Sapete quel che fa gioia ritrovare? quei costumi con trucco e parrucco firmati da Diego Dalla Palma, le scenografie di Clara Abruzzese fatte di godibili siparietti (c’è anche posto laggiù in fondo per la band tutta da apprezzare) e le coreografie sbarazzine di Rita Pivano, soprattutto quel bignami della musica leggera dell’epoca che ti accompagna per tre ore, quei cinquanta brani cinquanta che ti riempiono ancora il cuore: tanto Morandi (corse ai cento all’ora e piogge che scendono e ritorni all’amata in ginocchio) e Pavone (cuori che soffrono, e geghegé, balli sulla stessa mattonella e martelli da dare in testa alla smorfiosa di turno che tenta di fregartelo), Edoardo Vianello a spandere come Mina e Pino Donaggio, il Modugno immancabile e l’Endrigo di “Io che amo solo te”, la bambola della Patty e una spruzzata di Bobby Solo e di Rocky Roberts, il giusto contributo di Caselli e di Celentano, di Paoli per cui esistono un cielo in una stanza e quel sapore di sale stampato sulle labbra della Sandrelli, il mondo di Fontana e anche quei giorni che hanno fatto la felicità di tal Santino Rocchetti. Un mondo da guardare col cannocchiale, dalla poltrona rossa, tutt’intorno la leggerezza degli autori: dice Vanzina che la leggerezza non è una sciocchezza, “è la profondità della gioia quando è vera”. E in questo, dopo anni, ha ancora ragione lui.

