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Ecco i giovani futuri professionisti della cybersicurezza

Sono stati presentati al Campus di formazione ONU ITCILO di Torino, i 10 studenti, tra i 18 e i 24 anni, che faranno parte della squadra nazionale italiana di Cyber Defender “TeamItaly” che rappresenterà l’Italia nelle prossime competizioni, a partire dal prossimo ottobre, a Varsavia. Si tratta dei futuri professionisti della Cybersicurezza, strumento essenziale nel complesso mondo odierno che hanno fruito del percorso di formazione gratuito organizzato dal Cybersecurity National Lab del Cini – Consorzio Interuniversitario Nazionale Informatica.

All’incontro ha partecipato l’assessore alla sicurezza e Cybersecurity di Torino, Marco Porcedda: “Formare le nuove generazioni di cyber-defender è una delle priorità strategiche per il sistema Paese. La rivoluzione digitale – spiega – sta trasformando economia, lavoro e relazioni globali, e chi non saprà intercettare questa rivoluzione investendo in conoscenza e talenti resterà vulnerabile, dalle PMI alle multinazionali fino alla pubblica amministrazione. In questo quadro, il coinvolgimento dei giovani è cruciale, come dimostrano le iniziative del CINI – Cybersecurity National Lab – e Torino si sta affermando sempre di più come un polo centrale per la cybersicurezza e la difesa cibernetica in Italia”.

Paolo PRINETTO, referente scientifico delle attività di formazione e addestramento del Cybersecurity National Lab, si è soffermato, invece, sull’importante significato del percorso di formazione gratuito del CINI: “Big Game, il percorso gratuito del Cybersecurity National Lab per studenti delle scuole superiori e università, sostenuto dall’ACN, rappresenta un investimento strategico per l’Italia. Mira a creare un ecosistema della cybersicurezza, proteggendo settori fondamentali come sanità, trasporti e PMI. I talenti del TeamItaly sono considerati una risorsa preziosa, con la responsabilità di difendere le infrastrutture del Paese”.

Un plauso, da parte dell’Amministrazione comunale della Città di Torino, ai 10 Cyber Defender che parteciperanno agli europei e rappresenteranno l’Italia in competizioni future:

Salvatore ABELLO – Università degli Studi di Bari Aldo Moro – classe 2005

Donato BARONE – Sapienza Università di Roma – classe 2006

Roberto BERTOLINI – Politecnico di Milano – classe 2002

Carlo COLLODEL – ETH Zurigo – classe 2004

Jacopo DI PUMPO – ITSOS M. Curie Cernusco sul Naviglio (MI) – classe 2007

Lorenzo LEONARDINI – Università degli Studi di Pisa-– classe 2001

Leonardo MATTEI – LSA Labriola Roma – classe 2007

Marco MEINARDI – Politecnico di Milano – classe 2001

Manuele PANDOLFI – IIS B. Pascal Roma – classe 2007

Gennaro PIERRO – ETH Zurigo – classe 2003

Un ringraziamento anche al coach Mario POLINO, al team manager Emilio COPPA, ai due Technical Manager della squadra, Giulia MARTINO e Matteo ROSSI e agli altri 10 membri del TeamItaly: Alan Davide BOVO – IS Pascal Comandini Cesena (FC), Francesco DI GREGORIO – IIS G. Ferraris Molfetta (BA), Simone DI MARIA – Università di Verona, Alessio GHIDINI – Università degli Studi di Padova, Luigi LOFFREDO – Università di Napoli Federico II, Alessandro MIZZARO – Università degli Studi di Trento, Gabriel PROSTITIS – Politecnico di Milano, Lorenzo SIRIU – Università degli Studi di Cagliari, Samuel SIVIERO – IIS Leonardo da Vinci Carate Brianza (MB), Alessandro ZANIER – Università degli Studi di Padova.

Questi venti studenti hanno partecipato alla selezione tenutasi a Torino nei giorni scorsi. Tutti gli studenti arrivano dai percorsi di formazione e gaming organizzati dal Cybersecurity National Lab del Cini – OliCyber.IT, CyberChallenge.IT, CyberTrials – iniziative che negli anni hanno coinvolto migliaia di studenti e studentesse insieme ai loro insegnanti per formare i professionisti della Cybersicurezza.

TORINO CLICK

La mostra fotografica del Summer Camp di Fondazione Time2

Un’occasione per esserci

Inaugurazione giovedì 18 settembre 2025, ore 15:00  Ospedale Regina Margherita – Torino

 

TGiovedì 18 settembre alle ore 15:00 presso l’Ospedale Infantile Regina Margherita (piazza Polonia 94, Torino) si inaugura la mostra fotografica “Un’occasione per esserci: il Summer Camp di Fondazione Time2”, un racconto corale che ripercorre cinque anni di avventure, attività e relazioni che hanno segnato la crescita di tante ragazze e ragazzi con disabilità. L’esposizione raccoglie le immagini realizzate dalle giovani e dai giovani che frequentano C’entro, il progetto di aggregazione giovanile di Fondazione Time2 a Casa Mistral, che hanno restituito attraverso il loro sguardo l’essenza di un’esperienza unica: un Summer Camp in Alta Val di Susa — non solo una vacanza, ma un’esperienza di autonomia, spesso per la prima volta lontano da casa, che ha coinvolto giovani con e senza disabilità in una settimana pensata per offrire a ciascuno la possibilità di vivere la pienezza dell’estate, in un contesto accessibile e a misura di ogni persona.

 

Ogni scatto racconta amicizie, sfide vinte insieme durante le attività all’aria aperta, gite, momenti sportivi e uscite serali che trasformano il tempo libero in opportunità di condivisione e scoperta. La mostra vuole rendere visibile ciò che spesso resta invisibile: il valore della partecipazione, il diritto di ogni giovane a vivere esperienze inclusive, l’importanza di spazi pensati per tutti e la forza delle comunità capaci di progettare e crescere insieme.

 

«Per la realizzazione di progetti di vita indipendente sono fondamentali le reti sociali, i sostegni e la ricchezza di relazioni personali e contesti. 5 anni fa il Summer Camp è nato proprio per questo e con la mostra vogliamo raccontare cosa succede quando le persone si incontrano e condividono le loro esperienze. In 5 anni hanno partecipato 603 persone. In futuro vogliamo continuare a lavorare a questa opportunità come parte integrante del contesto capacitante che Fondazione Time2 si prefigge di essere per i giovani con disabilità» ha detto Samuele Pigoni, Segretario Generale di Fondazione Time2.

 

La mostra sarà allestita nel corridoio dell’ex Bibliomouse, primo corridoio a sinistra all’ingresso dell’Ospedale Infantile. La scelta non è casuale, anni fa proprio Iì alla Bibliomouse iniziò un percorso di trasformazione del concetto di cura e di accoglienza del bambino e delle famiglie. La parola Umanizzazione racchiude aspetti molteplici di approccio, dal momento dell’insorgenza del fatto acuto al periodo più o meno lungo delle cure, fino alla guarigione e al ritorno alla vita di tutti i giorni. L’ospedalizzazione non deve essere un distacco traumatico dalla propria dimensione di individuo, soprattutto quando irrompe nella routine dei bambini e delle bambine o dei ragazzi e delle ragazze. Nell’ottica di questa visione l’Ospedale Infantile Regina Margherita è all’avanguardia per aver organizzato al suo interno una rete di supporto capillare che raggiunge ogni piccolo paziente e che assume una valenza terapeutica. In primis con la Scuola in Ospedale, che permette a tutti i pazienti con degenze medio-lunghe di mantenere il passo dei propri compagni di scuola, con 48 insegnanti di ogni ordine e grado che ogni mattina entrano in ospedale e raggiungono al letto gli studenti, permettendo lo svolgimento dei programmi della scuola di appartenenza. Poi c’è la Pet Therapy in ogni reparto, la ceramico-terapia, l’arteterapia, il Teatro in Corsia, i Clown, i laboratori di lettura, di musica, di scienze, l’intrattenimento di Supereroi e Principesse, il supporto assistenziale di Volontari in ogni Struttura. In questo panorama la nostra Fondazione ha trovato terreno fertile e ha potuto esprimere le proprie potenzialità. Questa iniziativa potrà allietare i piccoli pazienti durante le lunghe ore di degenza e permetterà ai Volontari di trovare nuovi stimoli e di operare in un ambiente ospedaliero pediatrico. Inserita in questo percorso, la mostra diventa non solo un’esposizione artistica ma un’occasione concreta di incontro.

 

In continuità con l’impegno della Fondazione Time2 per una società pienamente inclusiva, la mostra vuole sottolineare un principio fondamentale: il diritto allo svago, al tempo libero e alla vacanza, sancito dalla Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, deve essere garantito a tutti, come parte integrante di una vita piena e dignitosa.

 

L’esposizione sarà visitabile fino al 18 ottobre 2025 presso l’Ospedale Infantile Regina Margherita, al piano terra (primo corridoio a sinistra, ex Bibliomouse), durante gli orari di apertura della struttura.

92… e non sentirli!

Nelle ultime settimane continuano a ripetersi notizie, molto simili tra loro, di incidenti provocati da ultra ottantenni ovviamente ancora in possesso della patente di guida.

Di primo acchito verrebbe da dire che a quell’età non bisognerebbe più guidare, che gli esami dovrebbero essere molto più severi, ecc.

Nel Regno Unito hanno introdotto misure più severe per il rinnovo della patente oltre i 70 anni di età: I conducenti di età superiore a quel limite devono superare severi test oculistici specifici per essere idonei alla guida.

In Italia il Ministero dei Trasporti sta valutando le modifiche da apportare alla normativa attuale, considerando che la tendenza è avere una popolazione via via sempre più anziana e, statisticamente, i problemi tenderanno ad aumentare.

Vi sono due considerazioni da fare: la prima è che la patente, prima di essere una licenza di guida, è considerata uno status symbol, un documento che segna il raggiungimento della maggiore età come votare, l’esame di maturità e, una volta, la naja. In realtà andrebbe inquadrata nell’ottica corretta: è un’abilitazione alla guida finché se ne posseggono i requisiti; ipoacusìa, cataratta, parkinson, narcolessia e molte altre patologie rendono pericoloso porsi alla guida ed è necessario che vengano segnalate alla Commissione Medica Locale. Troppi, per non vedersi ritirare la patente, omettono di segnalare patologie pregresse o in atto con i risultati che possiamo immaginare.

Ma c’è un’altra considerazione da fare, ed è di tipo sociale.

Finché si vive nelle grandi e medie città, in linea di massima, non ci sono particolari problemi a muoversi se non si può guidare l’auto né ad approvvigionarsi di cibo e medicine perché nel raggio di poche centinaia di metri qualcosa si trova. Ma immaginate chi abita in un paesino di collina o, peggio ancora, di montagna, che deve percorrere almeno 10 chilometri per trovare una farmacia (per esempio da Lemie occorre andare a Viù) o un negozio di abbigliamento o di calzature.

La nostra società, parlando di servizi, è rimasta incastrata tra il boom economico, dove lo status symbol era acquistare la 500 o la 1100 e andare in ferie a mostrarla a parenti ed amici, snobbando quindi i treni, e la necessità, vuoi per le limitazioni Euro XYZ, vuoi per i problemi di ZTL e di parcheggio, di viaggiare con i mezzi pubblici.

La nostra rete ferroviaria e del Trasporto pubblico locale, è sotto gli occhi di tutti, è totalmente inefficiente: per assurdo posso arrivare da Fossano fino a Porta Susa senza cambi, ma per andare da Porta Susa a Lanzo, devo cambiare a Ciriè perché le due tratte sono incompatibili tra di loro.

Non parliamo, poi, di impianti di condizionamento guasti, vetture obsolete (sto parlando del Paese in generale, non di un specifica realtà territoriale), orari non sempre comodi alle uscite da scuola o dal lavoro, che disincentivano ulteriormente l’affezione dei pendolari verso questi mezzi di trasporto.

Dunque, se da un lato spetta a noi utenti sviluppare senso civico ed evitare di usare l’auto se non siamo sicuri delle nostre condizioni psico-fisiche, non omettendo al medico di base nessun evento che potrebbe essere indice di una patologia, dall’altro spetta ai medici, anche in costanza dell’attuale normativa, procedere ad esami più approfonditi e verificare almeno i tempi di reazione. Se, quando il medico sottopone il paziente ad un test visivo, questi impiega 3 secondi a rispondere è evidente che ci sia qualche problema, stante che il tempo di reazione in un individuo sano è di 1 secondo. Considerate un’auto che viaggi a 120 km/orari, in un secondo percorre 33 metri circa; nei due secondi successivi, dovuti al ritardo nelle reazioni, percorre altri 67 metri da quando percepisce un pericolo a quando si attiva per evitarlo (frenando o sterzando). Immaginate cosa possa succedere in quel tempo e nello spazio percorso.

Inoltre, conditio sine qua non, è che gli Enti locali si attivino per migliorare ed ottimizzare la rete di trasporti pubblici perché questi possano davvero diventare una valida alternativa al traffico privato. Così, e non è poco, potremo anche ridurre l’inquinamento senza bisogno di acquistare auto elettriche, a idrogeno o a quello che la moda del momento suggerisce.

Sergio Motta

Torino è la sesta città più a misura di bicicletta

Un’indagine compiuta da Compare The Market ha analizzato in tutto il mondo le città che stanno espandendo le piste ciclabili. Torino è risultata al sesto posto

Torino risulta la sesta città più a misura di bicicletta. Per scoprire quale città italiana sia in testa per la mobilità ciclistica, gli esperti delle assicurazioni Casa e Contenuti di Compare the Market, hanno analizzato città in tutto il mondo prendendo in considerazione la quota modale ciclistica ( la percentuale di residenti che si spostano in bicicletta, i km dedicati alle bici ogni 10 mila abitanti). Questi fattori sono stati combinati per creare un Indice di Amicizia Ciclistica su 100. In tutto il mondo le città stanno riducendo il traffico veicolare ed espandendo le piste ciclabili per contenere le emissioni di carbonio. Solo in Italia, nel 2024, sono state vendute 1 milione e 84 biciclette tradizionali e 274 mila e-bike, a dimostrazione di un chiaro spostamento verso la mobilità attiva. La città risultata prima in classifica in Italia è Milano, grazie a una combinazione di alta partecipazione ciclistica, un’infrastruttura estesa e un forte interesse per la mobilità su due ruote. Con il 10% dei residenti che usano regolarmente la bici, un’area metropolitana conta 316 mila e 745 ciclisti e una rete di 2 mila e 686 km di piste ciclabili. Subito dopo troviamo Bologna che, pur avendo una popolazione ciclistica più ridotta di circa il 4%, si distingue con una delle reti ciclabili più dense del Paese (28 km ogni 10 mila abitanti). La vivacità della comunità ciclistica è testimoniata dalle ricerche mensili legate al ciclismo ogni 10 mila persone. Al terzo posto si fa notare Firenze per la più alta densità di rete in Italia (31, 79 km ogni 10 mila abitanti). Vanta inoltre un numero elevato di ciclisti, circa 28 mila, che è segno di forte interesse per la mobilità attiva. Dopo Firenze, al quarto e quinto posto, si collocano Bari e Palermo, al sesto posto Torino, dove il 3% dei residenti usa la bicicletta. La rete ciclabile totale è di 54 mila e 296 km, la rete ciclabile per 10 mila abitanti è di 3012 km e il volume di ricerche ciclistiche ammonta a 16,65.

https://www.comparethemarket.com.au/home-contents-insurance/features/cyclist-and-scooter-friendly-cities/

Mara Martellotta

Cristiana Ferrini “Mio Padre, Il Capitano dei Capitani”. Giorgio Ferrini, una storia granata / 2

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SECONDA PARTE dell’intervista  di Laura Goria a CRISTIANA FERRINI sul suo libro “MIO PADRE, IL CAPITANO DEI CAPITANI” dedicato al mitico Giorgio

1) Scrivi che Giorgio è stato più che un leader, senza neanche accorgersene, cosa intendi?

Me l’hanno detto tutti, anche il cappellano della squadra, Don Francesco, che per lui aveva un debole.

Perché era quello che si dava di più e sosteneva i compagni; se qualcuno stava per cedere, gli andava vicino e sussurrava “sono stanco-morto anche io, ma dai… andiamo!” Così lo spingeva a tirare fuori l’ultima piccola risorsa, a superare se stesso in nome della squadra. Questo è l’esempio trainante di un leader e capitano.

2) I suoi rapporti con i compagni di squadra?

Erano ottimi con tutti. Con alcuni il legame era più forte, basato sul piacere di stare sempre insieme… la continuità.

Queste solide amicizie le coinvolgeva in tutto. Se pensava di acquistare una casa, estendeva l’idea e il progetto anche a loro; chi poteva e voleva aderiva, idem per vacanze, gite, e altro.

3) E con il denaro e il lusso?

Aveva i piedi saldi per terra e non si concedeva lussi; prima venivano il mattone, sistemare i genitori, mettere da parte e investire per garantire la sicurezza futura della nostra famiglia, tutte cose normali. Mamma dice che spesso non dormiva la notte temendo che il preventivo della villa che costruiva a Pino andasse troppo oltre e si chiedeva se non fosse qualcosa più grande di lui. Si preoccupava che nulla fosse lasciato al caso.

4) Racconti un Giorgio “puro allo stato puro” che scartò proposte allettanti per restare e fare crescere il suo Toro.

Intorno ai 30 anni ricevette proposte da squadre decisamente importanti che lo avrebbero pagato 3 volte di più e lui rifiutò. Mamma non approvò molto.

5) Dici che amava il Toro come un figlio; in famiglia come la vivevate?

Credo ci sia stata qualche discussione con mamma per quanto lui dava e si dava; e non certo con il fine di ricevere.

Questa -squadra, società, maglia granata- chiamala come vuoi, secondo me lo aveva stregato. Non era solo la passione e il suo lavoro, c’era di più!

Non ci sentivamo sminuiti o inferiori rispetto a questo; noi eravamo noi, e lui ce lo dimostrava sempre, ci adorava. Però per il Toro non capiva più niente, neanche percepiva il sacrificio, e credo che gli abbia dato proprio tutta la sua vita.

6) Come affrontava fatica e pressione?

Mamma mi ha raccontato che papà non era il leader indiscusso della squadra solo perché era il capitano. Anzi, era quello messo sempre più in dubbio e sotto stress; che poi lui lo vivesse con naturalezza, la sostanza non cambiava.

Inoltre, non aveva mai contratti lunghi perché non sapeva vendersi.

Poi, in base all’allenatore, poteva piacergli o meno, ed ogni volta che entrava al Filadelfia doveva dimostrare il suo valore. Nulla era mai scontato; perché anche se era il capitano, poteva sbagliare una partita e non giocare più.

7) Come visse il fine carriera?

Non fu tragico. Più che altro un passaggio naturale, visto che è andato oltre la media di quegli anni. Per esempio, Trapattoni e Radice allenavano da tempo mentre lui era ancora in campo. Ha capito da solo quando era giunto il momento.

Accadeva che dalla tribuna sentissi ogni tanto commenti spiacevoli del tipo “Ferrini esci..”. La verità è che magari non aveva più la forza di qualche anno prima; ma ti assicuro che il carisma e la forza trainante per gli altri c’erano tutti. Era sempre quello che in campo faceva la differenza!

8) Per Giorgio Il Toro veniva prima anche di se stesso?

Certo. Verso la fine, l’allenatore diceva: “Voi avete una certa età, bisogna inserire e far giocare i giovani, altrimenti quando finirete loro non sapranno farlo”. Papà era d’accordo: per il Toro, per stare alti in classifica; per puntare allo scudetto. Tieni presente che allora non c’era il turnover di oggi.

9) Ci racconti il momento di felicità assoluta della sua vita… quel 16 maggio 1976 con il suo Toro Campione d’Italia.

Momento pazzesco. La mia gioia da tifosa; soprattutto quella negli occhi di papà che quasi tremava. Rideva e piangeva perché quel giorno aveva ottenuto quello per cui aveva vissuto, faticato e lottato tanto.

Dal balcone della sede del Toro lanciavamo fiori; io non c’entravo nulla, ma papà mi diede la mano e disse “lanciali anche tu”. Un momento mio e suo. Anche se intorno c’era il mondo in festa. La sua gioia incontenibile e i continui abbracci. Penso sia stato il giorno più felice della sua vita. Adrenalina pura. Non lo dimenticherò mai.

10) Perché scrivi che la morte precoce di tuo papà è diventata il parametro temporale per distinguere tra un prima e un dopo?

Molti suoi amici mi dicono che, morendo, ha stravolto le loro vite.

Da allora parlano di un “prima con lui” riferito solo a ricordi belli di cose fatte insieme: gite, vacanze, risate, pranzi, cene e altro..

E c’è un “dopo Giorgio”; che è stato un reinventarsi. Io pensavo fosse una cosa esclusivamente di noi familiari, invece no. Addirittura certi gruppi si sono sciolti, le persone non si sono più viste, molte non sono più riuscite a frequentarsi.

E’ diverso per me e Jerry Sattolo, che purtroppo è morto 2 anni fa. Aveva una bellissima foto di papà in cucina e mi disse che parlava sempre con lui, come se ci fosse ancora, proprio come faccio io.

11) Per tua mamma tra il prima e dopo Giorgio il solco è un precipizio profondo. Vedova giovanissima dell’amore della sua vita; come ha attraversato quel baratro… è un salto che dura ancora e non finirà mai?

Una parte di lei è morta con lui e questo le ha lasciato un pessimismo e una melanconia di fondo che hanno cancellato la Mariuccia gioiosa che ricordavo con papà. Non l’ho mai più vista ballare né ridere, in parte si è ripresa solo con i miei figli.

12) Che mamma e nonna è stata?

Una mamma eccezionale, sempre presente; ci ha lasciati liberi di scegliere, sbagliare, provare, viaggiare. Molto generosa, ci ha dato tanto, tutto. Con i miei figli è severa nel modo giusto: li giudica, li sprona, però c’è ed è molto moderna come mentalità.

13) Il libro lo dedichi a lei «donna lodevole dell’uomo che ha amato»; e perché credi che non lo leggerà?

E’ stata la moglie ideale che, rimanendo nell’ombra con amore e intelligenza, ha saputo sollevare papà di tutte le preoccupazioni e responsabilità che avrebbero potuto pesare su di lui e la carriera. Ha perfettamente incarnato “La grande donna dietro al grande uomo”, colonna portante della famiglia sulla quale papà poteva sempre contare.

Mamma il libro non l’ha ancora neanche toccato, ha paura che le faccia troppo male. Credo abbia messo il dolore in un baule e tema che io possa riaprirlo. Le ho spiegato che l’ho scritto da figlia e i miei non sono i suoi occhi da fidanzata e moglie. Ho la sensazione che non le faccia neanche piacere che io l’abbia scritto. Mi ha anche chiesto se papà approverebbe

14) Secondo un’antica massima poetica “Muore giovane chi è caro agli dei” …Come definiresti la parabola di vita di tuo papà, e che senso dai alla sua morte così precoce?

Io credo ci siano dei predestinati ed è come se lassù avessero avuto bisogno di lui. O almeno questo è quello che mi sono sempre raccontata perché mi aiutava.

15) Giorgio era molto legato al cappellano del Toro, la fede gli offriva risposte?

Papà era credente e praticante, amava entrare nelle chiese e scoprirle. Ero piccola e non so che spiegazione si diede per la morte di Gigi Meroni. Ma ricordo che fu la prima volta che lo vidi piangere disperato e mi colpì molto.

16) Tu sottolinei legami imperscrutabili nei numeri e che, nella lotteria della vita, la sorte ha assegnato a Giorgio il numero 8 per l’eternità.

Il numero 8 è stata una costante nella sua vita. A partire dalle date di quando è venuto al mondo a quando l’ha lasciato: è nato il 18 agosto, l’ottavo mese, ed è morto l’8 novembre. Da piccolo ha voluto l’8 sulla prima maglietta, lo stesso con cui ha sempre giocato nel Toro. Il Comune di Pino gli ha assegnato il civico 8 per la casa. Ed è il numero collegato a: perfezione, equilibrio, uguaglianza, amore eterno, armonia, forza interiore, saggezza, potere.

In matematica, poi, l’infinito è un 8 sdraiato; proprio come papà ora riposa per sempre, guardando verso la Basilica di Superga dove si sono schiantati i suoi eroi ed è iniziato il Giorgio calciatore che ne ha raccolto il testimone. E’ come se quel numero l’avesse avuto impresso nel cuore e ne avesse scolpito tutto il percorso.

17) Hai notato anche il tragico destino che accomuna i campioni granata morti tutti giovani: il grande Torino a Superga, Gigi Meroni e tuo papà? Solo inquietanti coincidenze?

Non ci avevo mai pensato. Credo nel destino e papà ha avuto una vita molto particolare legata al Toro. Società con una storia tutta sua, effettivamente caratterizzata da morti precoci. Forse coincidenze legate a questa Società un po’ stregata, dalla quale non ti puoi staccare.

18) E non è curioso che tuo papà e altri calciatori granata abbiano abitato proprio a Pino; la collina sorvolata dall’aereo poco prima di precipitare a Superga, in cima al colle successivo?

E partito tutto da papà, grazie all’amicizia con l’estroverso Gianni Mori e la sua bellissima famiglia, che a Pino vivevano da tempo. Una nota curiosa è che Gianni, grazie a questa nuova relazione, da tifosissimo juventino, diventò subito sfegatato granata.

La prima cena a casa Mori, papà, che da tempo guardava affascinato verso Superga, scoprì che Pino era la collina prima di quella dello schianto. E quando Gianni gli disse che il terreno di fianco era in vendita, lui decise di comprarlo e costruirci la nostra casa. Poi portò altri compagni di squadra: Sattolo, Rosato, Fossati e altri.

19) Tu oggi vivi proprio tra quelle mura e lì sei cresciuta con lui… che emozioni vivi?

Belle, appaganti, consolanti, ricche di quell’affetto che voglio prendermi da lui; perché so con quanta passione, sacrificio entusiasmo e gioia ha costruito la casa. Lì ci sono le mie radici. C’è lui e di lui mi parla tantissimo, anche nei difetti sottolineati da mamma.

Poi ci sono i suoi angoli del cuore: il divano dove si sedeva, il balcone dove fumava tutte le sere guardando verso Superga, o il punto in giardino. Del passato ho dei flash; come la sua ombra che veniva ogni sera in camera, a qualsiasi ora rientrasse, e ci aggiustava sempre le coperte, poi ci dava un bacio prima di andare a dormire.

20) E se oggi fosse seduto con te, di fronte alla grande finestra che hai spalancato sull’orizzonte, come vorresti il vostro tempo insieme?

Anche se non c’era fisicamente, me lo sono portato dentro tutta la vita, ci siamo sempre parlati e il nostro dialogo non è mai finito. Scrivendo il libro non lo vedo più ai suoi 37 anni, ma brizzolato, un po’ appesantito, più nonno… e la cosa mi piace. Sarei contenta si confrontasse con i miei figli, facesse delle cose con loro; sarebbe meno severo che con noi, ma con le stesse basi. E a loro è mancato.

21) Quanto e come hai trasfuso il tuo amore di figlia per Giorgio ai tuoi ragazzi?

Entrambi fanatici del pallone, ho avuto remore a parlargli di mio papà più di tanto. Ho raccontato solo del nonno Giorgio che aveva costruito questa casa… un nonno normale. Poi giocando a calcio hanno scoperto da soli che era stato un grande; ed è allora che ho cominciato a parlargli di lui.

22) Solo dopo la sua morte scopriste quanto bene aveva fatto in silenzio…cosa emerse?

Molte cose neanche mamma le sapeva. Per lo più fu Don Francesco a rivelarmi quanto papà avesse aiutato gli altri. Ma non con le solite raccomandazioni; lui forniva le carte per poi andare avanti da soli.

Per esempio, ricevevamo sempre oggetti africani e non capivamo, finché è arrivata la lettera di un medico africano che svelava di essersi laureato grazie agli studi che gli aveva pagato papà.

23) Come e dove pensi sia Giorgio oggi?

Può sembrare una visione infantile, ma mi ha sempre aiutata: mi piace immaginarlo in un prato verde, ad un tavolone con sempre più amici che arrivano e si siedono. Lui lì sta bene, fa la scuola calcio dei bambini e continuiamo il nostro dialogo. Lo ritroverò.

 

PS. Il libro offre anche la possibilità di rivedere immagini della vita di Giorgio Ferrini, molte inedite, e ricordi vari della carriera del capitano. Erano conservati in un baule che ora Cristiana mette a disposizione di tutti.

Basta inquadrare con la fotocamera del vostro cellulare il QR code che trovate sul risvolto di copertina. Vi collega alla pagina Instagram Giorgio Ferrini 8, dove Cristiana carica costantemente materiale prezioso.

CRISTIANA FERRINI “MIO PADRE, IL CAPITANO DEI CAPITANI” Cairo Editore

“La postura del consenso”, torna il festival femminista del CAP10100

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Dal 20 al 21 settembre e dal 26 al 28 settembre 

Ingresso con tessera ARCI

SCOPRI IL PROGRAMMA

Torino, 4 settembre – “Tutte le direzioni” è il claim della sesta edizione de La Postura del Consenso, il festival femminista ideato e promosso dall’Associazione Teatrale Orfeo – CAP10100 che intreccia musica, arti performative, ricerca e attivismo e che quest’anno si terrà dal 26 al 28 settembre,anticipato da un weekend inaugurale il 20 e 21 settembre.

Tutte le direzioni è un attraversamento collettivo delle frontiere del genere, della classe, della norma. Un intreccio di lotte che si muovono insieme, divergono, si contaminano, si immischiano. Non una via unica, ma spazi aperti in cui ogni corpo possa librarsi.

Ad aprire il festival, il live di Coca Puma – sabato 20 settembre – a cui segue il giorno dopo il Gran Galà della Cricca delle Drag Queen. Ma tra i nomi della nuova musica italiana che suoneranno al festival c’è anche quello di BLUEM, in concerto sabato 27 settembre.

Il programma del festival ospita inoltre diversi spettacoli e performance come “TEKKEN DRAMA” di Francesca Becchetti o la performance itinerante “DRAPES” a cura de Le Scapigliate.

Grandi ospiti dell’edizione 2025, Sarah Malnerich e Francesca Fiore meglio conosciute come “Mamma di merda” e Le Eterobasiche, per la prima volta sul palco del CAP10100.

Non mancheranno poi momenti di attivismo laboratoriale come il workshop di ceramica “La Ciotola Transfemminista” a cura di Pottery Lab o il laboratorio teatrale sul consenso a cura di Francesca Becchetti.

Moltissimi sono i temi che la sesta edizione intende sollevare senza limiti e tabù: medicina e prospettiva di genere; porno e consenso; materie Stem; social network e tanto altro.

Il festival si chiude domenica 28 settembre con una Merenda Sinoira Sociale a cui sono tuttə invitatə a partecipare!

In occasione della VI edizione, la location delfestival si allarga a una nuova sede – Spazio Baôm, presso il Cortile del Maglio – che insieme al CAP10100  – ospiterà talk, laboratori e performance come l’intrvento su porno e consenso a cura di Coppiabollente7o il talk sulle generazioni Stem.

Tra le novità di quest’anno, nell’edizione 2025 La Postura del Consenso si riconosce come esperienza associativa ARCI: un luogo comune e condiviso, in cui l’accesso agli eventi sarà tramite tesseramento.

La Postura del Consenso – Tutte le direzioni vuole essere uno spazio di resistenza, cura e immaginazione femminista. Un luogo dove l’arte incontra la ricerca scientifica e sociale, aprendo riflessioni sulla salute, i corpi e la rappresentazione delle soggettività nei media e nella vita quotidiana.

Il programma è il lavoro di una direzione artistica allargata, in gran parte under 30. Ognunə ha messo a disposizione il proprio vissuto e la propria sensibilità, intrecciandoli in un programma che ha come bussola il desiderio di far risuonare, forte e chiara, la lotta femminista.

Valentina Gallo, direttrice artistica del CAP10100: “Quest’anno La Postura del Consenso cresce e si radica in due luoghi diversi della città, grazie al sostegno di Fondazione Compagnia di San Paolo che ha reso il festival sempre più partecipativo. Vogliamo affermare il ruolo delle persone al di là delle gabbie di genere, come soggetti pensanti e agenti di trasformazione. Dalle STEM all’arte, dalla politica alla musica, costruiamo spazi di pensiero critico e di produzione culturale condivisa. Il nostro obiettivo è chiaro: contrastare sessismo, patriarcato e oggettivazione dei corpi, generando comunità inclusive e libere”

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La Postura del Consenso è ideato e prodotto da Associazione Teatrale Orfeo – CAP10100, con il sostengo di Fondazione Compagnia di San Paolo. Il festival è realizzato nell’ambito del bando “Torino che Cultura” e inserito nella programmazione sostenuta dal Fondo unico per lo spettacolo del Ministero della cultura.

“La Bottega dei giovani artisti/ Spazio Baôm” è un progetto della Città di Torino – Torino Creativa, nell’ambito del bando Anci per l’assegnazione di spazi/immobili pubblici a giovani under 35 per la realizzazione di progetti innovativi, con il contributo del Dipartimento Anci per le Politiche Giovanili e il Servizio Civile Universale, a valere sul “fondo politiche giovanili – anno 2022.

Morti di serie B

La tragedia di ieri giovedì 4 settembre a Pianezza, dove all’interno di un’azienda per la lavorazione di materie plastiche si è sviluppato un incendio di proporzioni enormi, impone una riflessione su più fronti.

Dopo aver assistito inermi alle numerosi morti sul lavoro, nelle varie tipologie possibili, e alle successive grida allo scandalo provenienti da più parti, ecco che una tragedia come quella di Pianezza ci disorienta, non sapendo dove collocarla.

I social, sempre pronti a dare fiato a notizie di ogni genere, spesso inutili se non dannose, ha giustamente puntato il dito sul danno ambientale, che peraltro nessuno sa identificare né quantificare.

L’ARPA Piemonte ha ribadito il consiglio di tenere chiuse le finestre, forse per evitare che qualcuno vedendo quella colonna di fumo aprisse le finestre per respirare a pieni polmoni.

La diossina, che nel 1974 tenne in scacco Seveso, è ormai soltanto un lontano ricordo; la legislazione attuale è, o dovrebbe essere, molto più attenta a certe tematiche rispetto a 50 anni fa.

Ma quanti si sono soffermati a valutare quale possa essere il rischio ambientale? Umberto Eco ha sottolineato come internet abbia dato diritto di parola agli imbecilli, e di ciò abbiamo prove evidenti ogni giorno.

Quali problemi potrebbe creare questa tragedia, o tragedie analoghe?

Fermo restando che ancora non sappiamo se e quali sostanze si siano sviluppate nella combustione, è evidente che anche vi fossero stati filtri, questi siano andati distrutti nell’incendio; ma a quali danni ha pensato la popolazione?

L’aria che respiriamo, sicuramente, è la prima ad essere coinvolta; l’assenza di vento forte ha, per fortuna, evitato che la nube traslasse orizzontalmente raggiungendo località distanti ma, per contro, la pioggia ha portato le particelle contenute nella nube nel terreno. Da qui si sviluppano due possibili scenari: l’erba che è venuta in contatto con la nube e che potrebbe essere mangiata dagli animali erbivori consentirà a tali sostanze nocive di arrivare all’uomo, attraverso la sua alimentazione (latte e carne). Inoltre, è possibile che, penetrando nel terreno, tali sostanze giungano nelle falde acquifere con ciò che ne consegue.

Non dimentichiamo, inoltre, che a poca distanza dal luogo dell’incendio, scorre la Dora Riparia che, pochi chilometri dopo, affluisce nel Po; immaginate le eventuali particelle tossiche fin dove possono arrivare.

Ovviamente, non conoscendo le analisi effettuate sul luogo possiamo solo ipotizzare tutto ed il contrario di tutto, ma un suggerimento mi sorge spontaneo elargirlo.

Anziché promulgare norme che impongono di mantenere indivisibile il tappo dalle bottiglie d’acqua, i sacchetti biodegradabili che profumano di cadavere e riciclare le plastiche (il che implica continuare a produrle), perché non si studiano veramente dei sostituti alla plastica nelle sue varie forme? 50 anni fa la plastica nell’automotive era usata molto meno di ora, acqua ed altre bevande erano vendute nel vetro (innocuo e riciclabile).

Qualcuno obietterà che i costi di produzione e il prezzo finale al consumatore aumenterebbero enormemente; nessuno ha mai fatto il conto di quanto, invece, questa politica dissennata del risparmio a scapito della salute costi alla comunità? La cura delle patologie derivanti dall’uso della plastica (microplastiche in circolo, ecc.) ha un costo economico enorme, come pure avvelenamento da diossina, tumori dell’apparato respiratorio, leucemie, tumori alla vescica (sono solo alcuni esempi) potrebbero essere evitati e con il denaro risparmiato investire in ricerca e produzione di impianti innocui o molto meno nocivi.

Certo è che se conosciamo a memoria la formazione della squadra per cui tifiamo ma non i nomi dei nostri Ministri, se l’ultima cosa che abbiamo letto è il libretto di istruzioni dello scacciazanzare, se pensiamo che diossina sia una nuova divinità femminile non lamentiamoci poi di essere sudditi, anziché cittadini.

Nessuno Governo può riuscire a governare correttamente se da parte dei cittadini non vi è la volontà di partecipare, la voglia di fare e aiutare a correggere, di aiutare a decidere.

Ovviamente chi non è andato a votare nelle varie istanze (Comune, Regione, Parlamento) non ha diritto di dire la sua.

Sergio Motta

Il Digiuno Intermittente spiegato dal dr. Enrico Riggi    

La pratica del digiuno intermittente ha origini molto antiche, a cominciare da alcune abitudini religiose (Ramadan e Quaresima) e dalle consuetudini alimentari degli uomini primitivi, soggetti molto spesso a periodi di scarsità di cibo. Studi scientifici nel XX secolo hanno rivelato i benefici per la salute del digiuno già considerato da Ippocrate, nella Grecia antica, come uno strumento purificatore per anima e corpo.
Ne abbiamo parlato con il dr. Enrico Riggi, specialista a Torino in Medicina Anti-Aging, la cosiddetta Medicina della Longevità, ovvero come contrastare e rallentare i processi degenerativi dell’invecchiamento e quindi migliorare la qualità della nostra vita.
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Dr Riggi, si parla moltissimo di digiuno intermittente, di cosa si tratta esattamente?
“Inizio subito precisando che non stiamo parlando di una terapia dimagrante, si tratta di una pratica essenzialmente purificante. Faccio un esempio: se mangio un piatto di pasta il mio stomaco si svuoterà in 45 minuti, poi ne serviranno altri 45 per essere assorbito dall’intestino e altri 45 per venire distribuito nell’organismo; a questo punto avremo bisogno di un periodo di riposo ma se mangio nuovamente non permetto che questo riposo necessario avvenga. Il digiuno intermittente facilita dunque il riposo, lascia il tempo all’organismo di non lavorare e di auto pulirsi, vengono così eliminate le tossine e le cellule morte, questo periodo viene definito ‘calma insulinica’. Infatti quando mangiamo abbiamo un picco di insulina perché il glucosio la fa salire ed infiamma l’organismo”.
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Esistono vari tipi di digiuno intermittente, come si possono dividere?
“Abbiamo il metodo 16/8, in cui digiuno per 16 ore e posso mangiare nelle restanti 8 ore, ad esempio dalle 12.00 alle 20.00 e questo è il sistema più adottato e sostenibile.
Ci sono persone che preferiscono saltare la cena, mangiando alle 17.00 e altre che preferiscono cenare e non fare colazione. Nelle ore di digiuno posso bere acqua, caffè, tisane ma devo evitare assolutamente lo zucchero, posso assumere degli integratori ma niente di calorico, quindi neanche i dolcificanti.
Un altro tipo di digiuno è quello delle 12 ore: cena alle 19.00, colazione alle 7.00 e nuovamente cena alle 19. Dobbiamo lasciare il tempo alle difese antiossidanti di agire; dopo il digiuno consiglio un pasto proteico, ad esempio due uova e una fetta di pane.
C’è poi chi preferisce fare uno o due digiuni completi di 24 ore alla settimana ed infine ma un po’ estremo, da fare ogni 3/4 mesi, 72 ore di digiuno in cui assumere solo 400 calorie per poter sostenere il metabolismo, fornite da verdura cruda (sedano, carote, finocchi). In questo modo dopo 18/20 ore l’organismo sintetizza le sirtuine, le proteine della longevità, e’ come se si facesse pulizia in casa (autofagia), da qui effetti positivi sulla digestione, sulla pelle e sul microbiota”.
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Tutti possono praticare il digiuno intermittente?
“ Non possono farlo i diabetici, le persone con disturbi alimentari, le donne in gravidanza o che allattano e gli atleti e comunque ogni persona è un caso a sé, io consiglio sempre ai miei pazienti di fare una serie di esami per capire quale tipo di digiuno è più idoneo e quali integratori assumere in base alle loro carenze. Tutto ciò è possibile anche contattandomi via email, info@dottenricoriggi.it, e facendo poi delle videochiamate”.
DIDIA BARGNANI

Una demiurga tra salotti, ministri e silenzi: il ritorno sottovoce di Monica Macchioni

Ha scritto discorsi, scelto giacche, evitato gaffe, lanciato programmi tv e politici. Monica Macchioni era ovunque — senza esserci mai. Ora rompe il silenzio. Con stile.

Scritto da Alessio Tommasi Baldi il . Pubblicato in .

Intervista esclusiva rilasciata a ConsulPress

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Una demiurga tra salotti, ministri e silenzi: il ritorno sottovoce di Monica Macchioni

Una vita in prima linea: la storia di Ada Gobetti

Torino e le sue donne

Le storie spesso iniziano là dove la Storia finisce

 

Con la locuzione “sesso debole” si indica il genere femminile. Una differenza di genere quella insita nell’espressione “sesso debole” che presuppone la condizione subalterna della donna bisognosa della protezione del cosiddetto “sesso forte”, uno stereotipo che ne ha sancito l’esclusione sociale e culturale per secoli. Ma le donne hanno saputo via via conquistare importanti diritti, e farsi spazio in una società da sempre prepotentemente maschilista. A questa “categoria” appartengono  figure di rilievo come Giovanna D’arco, Elisabetta I d’Inghilterra, Emmeline Pankhurst, colei  che ha combattuto la battaglia più dura in occidente per i diritti delle donne, Amelia Earhart, pioniera del volo e Valentina Tereskova, prima donna a viaggiare nello spazio. Anche Marie Curie, vincitrice del premio Nobel nel 1911 oltre che prima donna a insegnare alla Sorbona a Parigi, cade sotto tale definizione, così come Rita Levi Montalcini o Margherita Hack. Rientrano nell’elenco anche Coco Chanel, l’orfana rivoluzionaria che ha stravolto il concetto di stile ed eleganza e Rosa Parks, figura-simbolo del movimento per i diritti civili, o ancora Patty Smith, indimenticabile cantante rock. Il repertorio è decisamente lungo e fitto di nomi di quel “sesso debole” che “non si è addomesticato”, per dirla alla Alda Merini. Donne che non si sono mai arrese, proprio come hanno fatto alcune iconiche figure cinematografiche quali Sarah Connor o Ellen Ripley o, se pensiamo alle più piccole, Mulan.  Coloro i quali sono soliti utilizzare tale perifrasi per intendere il “gentil sesso” sono invitati a cercare nel dizionario l’etimologia della parola “donna”: “domna”, forma sincopata dal latino “domina” = signora, padrona. Non c’è altro da aggiungere.  

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8. Una vita in prima linea: la storia di Ada Gobetti

Dopo l’annuncio dell’armistizio, l’ 8 settembre 1943, le donne aprono le porte delle loro abitazioni ai soldati allo sbando, stravolti dal conflitto bellico. È il primo atto di resistenza femminile. Secondo i dati ufficiali dell’epoca, le donne partigiane sono state 35mila e le stime successive arrivano a contarne almeno 2 milioni. Eppure le partigiane non sfilano nei cortei insieme agli uomini, le foto mentre imbracciano i fucili per molto tempo rimangono nascoste, così come il loro coraggioso operato. È una strana contrapposizione di pensiero immaginare sul campo uomini e donne sulla stessa linea, spalla a spalla, e veder riconosciuto il valore più degli uni che delle altre, eppure, alla fine, al di sopra di ogni cosa valgono le azioni, l’unico modo che l’essere umano ha per dimostrare quanto vale. Ada Gobetti ha agito e combattuto tutta la vita e nessuno potrà mai mettere in ombra il suo mirabile e costante impegno. Ada Gobetti nasce a Torino il 23 luglio del 1902, da un commerciante di frutta svizzero originario della Valle di Blennio e da una casalinga torinese. Brillante studentessa al liceo classico Vincenzo Gioberti di Torino, collabora attivamente alle riviste “Energie nove”, “la Rivoluzione liberale” e “il Baretti” di Piero Gobetti. Con quest’ultimo si sposerà nel 1923 e da lui avrà nel 1925 il figlio Paolo. In quegli anni con Piero, Ada è testimone delle rivolte operaie del biennio rosso torinese, alle quali guardano entrambi con vivo interesse e per cui esprimono fin da subito una appassionata solidarietà. Nel 1925 Ada si laurea in Filosofia e in seguito si dedica all’insegnamento, continuando ad approfondire studi letterari e pedagogici. Nello stesso anno la rivoluzione liberale viene soppressa dal regime mussoliniano. Nel 1926 Piero Gobetti è costretto a emigrare a Parigi, dove morirà nel febbraio dello stesso anno, in un ospedale di Neuilly sur-Seine, a causa di problemi di salute aggravati da una violenta aggressione squadrista, che aveva subito due anni prima a Torino, mentre usciva dalla sua abitazione, che era anche sede della sua casa editrice. Di grande esacerbato dolore le parole vergate da Ada sul suo diario per la morte del marito: «Non è vero, non è vero: tu ritornerai. Non so quando, non importa, non importa. Ritornerai e il tuo piccolo ti correrà incontro e tu lo solleverai tra le tue braccia. E io ti stringerò forte forte e non ti lascerò più partire, mai più. È un vano sogno, tutto questo, una prova di fronte a cui hai voluto pormi: tu mi vedi, mi senti: e io saprò mostrarmi degna del tuo amore. Quando ti parrà che la prova sia durata abbastanza, tornerai per non più lasciarmi. Saranno passati molti anni ma immutati splenderanno i tuoi occhi e ritroverò le espressioni di tenerezza della tua voce. Mio caro, mio piccolo mio amore, ti aspetterò sempre: ho bisogno di attenderti per vivere». 

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Nel 1928 Ada vince la cattedra di Lingua e Letteratura inglese, insegna per alcuni anni a Bra e a Savigliano. Dal 1936 è docente presso il ginnasio del Liceo Cesare Balbo di Chieri (TO). In quegli anni rafforza la propria amicizia con Benedetto Croce, che la sprona a proseguire gli studi e a compiere le prime traduzioni dall’inglese, con le quali introdurrà in Italia gli scritti di Benjamin Spock. Negli anni precedenti l’8 settembre 1943, la casa di Ada Gobetti costituisce un punto di riferimento per l’antifascismo intellettuale e per gli ambienti legati al movimento Giustizia e Libertà. Nel 1937 si risposa con Ettore Marchesini, tecnico dell’ EIAR (Ente Italiano per le Audizioni Radiofoniche). Ada continua ad essere una donna forte e decisa, politicamente attiva e schierata; nel 1942 è tra le fondatrici del Partito d’Azione (PdA), mentre nel 1943, durante la Resistenza, coordina le Brigate Partigiane e fa la staffetta in Val Germanasca e in Val di Susa, dove è attivo il figlio Paolo. Mai stanca di battersi anche su più fronti, nel 1943 è fondatrice dei Gruppi di Difesa della Donna e si prodiga per la nascita del Movimento Femminile. Terminata la guerra, il suo coraggio viene formalmente riconosciuto e viene insignita della medaglia d’argento al valore militare. Dopo la Liberazione è la prima donna a venire nominata vicesindaco di Torino, designata dal CLN, (Comitato di Liberazione Nazionale), in rappresentanza del PdA. Ricopre la carica sino alle elezioni del 1946, interessandosi e occupandosi particolarmente di istruzione e assistenza. Negli anni Cinquanta scrive su molte testate comuniste, tra cui l’Unità, sempre negli stessi anni affianca al costante impegno letterario l’interesse per la pedagogia e nel 1955 entra nella redazione di “Riforma della Scuola”. Nel 1957 fa parte della prima delegazione femminile italiana nella Repubblica Popolare Cinese. Nel 1959 fonda e dirige la rivista “Il giornale dei genitori” a cui collabora, tra gli altri, Gianni Rodari. Dopo una lunga vita avventurosa e dai molteplici interessi politici e culturali, Ada Gobetti muore il 14 marzo del 1968 nella sua casa nella frazione torinese di Reaglie È sepolta nel cimitero di Sassi a Torino, città per cui si è sempre impegnata, che ha tanto amato e che, di rimando, la ringrazia, proteggendola nel suo grembo di terra.

 

Alessia Cagnotto