Roma – Si sa che alla municipalizzata romana, incaricata del trasporto pubblico, le casse sono sempre in profondo rosso, così come che l’attaccamento al lavoro da parte di alcuni dipendenti lasci alquanto a desiderare.
Come in tutti gli uffici, anche a ll’Atac i certificati di malattia, che durante le feste salgono di parecchio, si inviano in modalitá online. Tuttavia, se il certificato medico riguarda l’assenza per malattia di un figlio, basta consegnarlo manualmente.
Scoppia il giallo: una marea di certificati di malattia, tutti uguali e con lo stesso timbro, ma non con la stessa grafia, arrivano all’Atac con oltre 11mila dipendenti e un tasso di assenteismo record. I certificati di malattia spediti all’azienda sarebbero centinaia, tutti con lo stesso timbro di un medico arabo. Tutti scritti a mano, ma la scrittura cambia ogni volta, tanto che all’Atac hanno pensato a dei falsi e hanno chiesto una perizia calligrafica per accertare il fatto.
A questo punto le ipotesi sono almeno due: la prima è che il medico arabo, da cui provengono i certificati, non sia coinvolto; l’altra che il bollettario sia stato trafugato e, con il “fai da te”, ciascun dipendente coinvolto si sia compliato il suo certificato ed abbia anche reiterato il falso più volte. La Procura della Repubblica sta indagando sulle ipotesi di reato, ma a noi viene anche qualche altro sospetto in merito al perché il medico arabo non si sia accorto dello smarrimento di un blocchettario. Altra ipotesi, ben peggiore, che ci possa essere collusione….!
Potrebbero scattare dei licenziamenti, almeno si spera.
Per concludere, suona strano che all’Atac ci abbiano messo così tanto tempo ad accorgersi del fatto!
Tommaso Lo Russo
La cerimonia si svolgerà nel corso di una cena solidale presso la “Locanda sul Po” di Torino, Viale Parco Michelotti, 21/A. Per esigenze connesse al Covid, è richiesta la prenotazione entro e non oltre mercoledì 21 (salvo esaurimento anticipato dei posti disponibili, chiamando i nn. 335.5733801 Roberto Veglia – 331.5024259 Artaban Onlus – 333.5807549 Paolo Pensa/Le Rose Nere). Il menù allestito dallo chef Damiano prevede: Vitello tonnato, Insalata tonno e fagioli con cipolla di Tropea, Insalata viennese, Melanzane imbottite e Flan di zucca con fonduta: Penne alla campagnola e Rabaton alla alessandrina; Bocconcini di cinghiale al civet, con contorno; Dolce della casa; Vino, acqua e caffè. Il contributo richiesto è di 35,00 euro, tutto incluso.
L’iniziativa è patrocinata dal Comitato Resistenza e Costituzione del Consiglio regionale del Piemonte. Il progetto, nell’ambito della rete degli attuali 25 parchi letterari promossi e istituiti da Paesaggio Culturale Italiano in collaborazione con la Società Dante Alighieri, si prefigge di valorizzare i luoghi di ispirazione dell’autore e di altre figure importanti della storia culturale e scientifica del territorio della Val Grande e delle aree limitrofe attraverso la realizzazione di itinerari storico-paesaggistici, la valorizzazione della cultura sociale, antropologica e dei valori di libertà propri di quelle aree montane. La val Grande è l’area selvaggia più vasta d’Italia, una wilderness a due passi dalla civiltà, stretta tra l’entroterra del lago Maggiore e le alpi Lepontine.
Un grande lutto per l’avvocatura italiana e per quella torinese. Ma Weizmann si era anche occupato di cultura in modo appassionato, particolarmente come vicepresidente della Fondazione “Filippo Burzio” di cui era stato uno dei fondatori. Il nostro rapporto era nato nel 1988 quando scrissi un elzeviro su “La Stampa “ per ricordare Filippo Burzio nel quarantennale della morte. Burzio ingegnere ed umanista, docente universitario e giornalista, direttore de “La Stampa“ nel 1943 e nel 1945, era stato quasi totalmente dimenticato. Quell’articolo suscitò un vasto interesse, in primis nel generale di Corpo d ‘Armata Giovanni De Paoli che era stato allievo di Burzio alla Scuola di Applicazione e d’Arma di Torino. De Paoli organizzò al suo Rotary una mia conferenza su Burzio. A quell’ incontro intervennero tra gli altri gli avvocati Vittorio Chiusano e Marco Weigmann, quest’ultimo molto amico del figlio dell’intellettuale torinese, Antonio Burzio, che viveva nel culto di suo Padre. Chiusano, Weigmann , De Paoli e chi scrive diedero vita, poco tempo dopo, al Centro “Filippo Burzio“.
