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Frutta che sembra frutta, ma è alta pasticceria: la nuova firma creativa della famiglia Urbani

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Al ristorante Urbani, a Torino, ogni dettaglio è parte di un racconto. L’accoglienza, la tavola, la cura degli ambienti: tutto parla di famiglia, di tradizione intrecciata a un gusto contemporaneo che non ha paura di evolvere. È la quarta generazione della famiglia Urbani a custodire questo luogo, guidando una visione che non riguarda solo il mangiare bene, ma l’esperienza nella sua interezza.
La zia Emanuela, con la sua sensibilità estetica e il suo sguardo poetico, ha trasformato gli spazi del ristorante in un piccolo mondo a sé: un bosco luminoso, una casa sospesa tra Piemonte e Parigi, tra memoria e immaginazione.
Ed è proprio all’interno di questo mondo che nasce la nuova pasticceria delle “frutte”, un progetto che porta la firma di Marco Matera Urbani, fratello di Paolo, che con dedizione e pazienza ha studiato, provato, sperimentato finché quelle forme, quelle consistenze, quella bellezza non sono diventate realtà. Un lavoro che non è solo tecnica, ma emozione: Marco mette in questi dolci un desiderio semplice e profondo “fare qualcosa che faccia felici gli altri”.

Intervista a Paolo Matera Urbani

D: Partiamo dall’inizio. Com’è nato tutto?
R (Paolo Matera Urbani): Tutto nasce dal funghetto, che ormai è diventato un po’ il simbolo del ristorante. È nato quasi per gioco, ma è piaciuto subito. È composto da tre cioccolati, un beignet craquelin zuccherato sopra, crema gianduia dentro — che è proprio Torino — il gambo in cioccolato bianco e un crumble fondente alla base. Un dolce che racconta chi siamo: semplice, ma curato in ogni dettaglio. Da lì ci siamo detti: perché non inserire una pasticceria moderna, che dialoghi con la nostra identità?

D: E questa idea evolve nei frutti.
R: Esatto. Abbiamo guardato ai lavori di Cédric Grolet, che ha portato il trompe l’oeil in pasticceria ad altissimi livelli. Ma noi non volevamo copiarlo: volevamo interpretarlo. La frutta, per noi, è un simbolo semplice, quotidiano, ma potente. E ci piaceva l’idea di portare al tavolo qualcosa che stupisce all’occhio, ma poi riporta al gusto vero del frutto. Siamo stati i primi a Torino a ricreare questo tipo di pasticceria e a portarla nel mondo Urbani dove si abbina perfettamente con la nostra location che ricorda un bosco incantato.

D: Come sono costruiti i frutti?
R: Ogni frutto ha tre consistenze del frutto stesso all’interno.
Il guscio esterno è croccante, ottenuto con burro di cacao e cioccolato bianco. Abbinato all’inserto c’è una ganache montata, che cambia per ogni frutto, la pera è con vaniglia e gocce di cioccolato, la mela con cannella e un pan di spagna leggerissimo, per ricordare una torta di mele, il fico invece ha all’interno il caramello.
Ora stiamo lavorando alla castagna e alla nocciola, che dialogano molto bene con l’atmosfera del ristorante.

D: Quanto è importante per voi l’unicità di ciò che proponete?

R: È fondamentale: noi non vogliamo mille dolci anonimi, tutti uguali, “impacchettati” in carta. Ne vogliamo pochi. Pochi, ma perfetti. Vivi. Dolci che respirano il tempo, le stagioni, il bosco che si intravede dal ristorante.
È un lavoro lento e profondamente artigianale: ogni frutto è modellato a mano, uno per uno, come una piccola scultura golosa. E questi frutti non sono soltanto dolci: sono presenze. Si intrecciano con l’ambiente, con i legni, le foglie essiccate, i colori morbidi delle pareti e delle luci.
Il locale stesso, creato con un’attenzione amorevole e quasi fiabesca dalla zia, ricorda un bosco vivo. Non solo nelle forme, ma nello spirito. Ci sono oggetti che evocano radici, cortecce, licheni, piccole meraviglie trovate durante le passeggiate in montagna. Ogni elemento è scelto con cura, con memoria, con affetto.
Così i nostri frutti non “decorano” il ristorante: vi appartengono. Si fondono. Creano una magia silenziosa, quella sensazione di essere in un luogo dove il tempo rallenta, dove la natura non è imitata ma custodita.
Dove ogni dolce è un incontro. Un pezzo di bosco portato in tavola. Un gesto, non una produzione.D: Parliamo di tuo fratello Marco Matera Urbani, pasticcere e creatore di questi meravigliosi frutti.
R: Marco ha sempre avuto una sensibilità particolare. Non è solo un pasticcere: è uno che sente le cose. Ci mette tempo, pazienza, cura. Si emoziona quando qualcosa riesce. E si emoziona quando qualcuno lo apprezza.
Questi frutti sono la sua voce.
Per noi è bellissimo vedere che la cucina è diventata un modo per ritrovarci come famiglia.

D: E infatti tutto questo si ritroverà nell’evento del 15 novembre.

R: Sì, la Degustazione d’Autunno sarà il primo momento in cui racconteremo davvero questi dolci. Ci saranno quattro frutti d’autunno, un calice di prosecco, acqua, caffè, e la possibilità di visitare Maison Urbani, lo spazio creato da mia zia Emanuela. È un luogo piccolo, delicato, pieno di storia, quindi si entra solo su prenotazione, massimo 10-12 persone per volta.

D: Si potranno prendere da asporto i frutti?

R: Certo. Ci saranno box da due, tre o quattro, perfette anche come regalo. Molti li stanno già prenotando come si prenotano le torte delle occasioni. E questa è una cosa che ci emoziona.

Grazie Paolo!

Questi frutti non sono una moda. Sono un gesto d’amore. Nascono dalla mano di Marco, dal pensiero di Paolo, dallo sguardo di Emanuela e dalla storia della famiglia Urbani.
Sono il risultato di tempo, di ascolto, di rispetto e in fondo, è questo che accade quando la pasticceria smette di essere tecnica e diventa racconto, si resta con qualcosa addosso, non solo il sapore, ma la sensazione di essere stati accolti.

NOEMI GARIANO

Le radici di Torino: le famiglie che hanno fatto la città

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Torino è una città che non si racconta in fretta. Sotto la superficie elegante dei suoi portici, tra i palazzi severi e i caffè storici, scorre una linfa fatta di industria, arte e ambizione. È una città che deve molto non solo ai suoi re e ai suoi architetti, ma anche a un pugno di famiglie che, con visioni diverse ma complementari, hanno contribuito a modellarne l’identità. Gli Agnelli, i Lavazza, i Pininfarina, i Ferrero: nomi che ormai si pronunciano come simboli, ma che nascono da storie di coraggio e di lungimiranza.

Gli Agnelli: Torino e l’Italia sull’asfalto

La storia degli Agnelli è inseparabile da quella della Fiat, e dunque da quella dell’Italia del Novecento. Giovanni Agnelli, il fondatore, vide nell’automobile non solo un mezzo di trasporto, ma una promessa di modernità. A Mirafiori, più che una fabbrica, nacque un simbolo. Le catene di montaggio della Fiat scandirono per decenni il ritmo della città: le sirene che annunciavano i turni, le file di operai, la folla che ogni mattina si riversava verso il lavoro. Ma gli Agnelli non hanno soltanto costruito macchine: hanno costruito un immaginario, una certa idea di eleganza, di discrezione, di potere. Con Gianni Agnelli, “l’Avvocato”, Torino divenne il centro silenzioso di un’Italia che voleva essere moderna ma senza rinnegare il proprio stile.

Lavazza e il gusto dell’identità

Mentre la Fiat portava il nome di Torino nel mondo industriale, un’altra famiglia lo portava in quello del gusto. I Lavazza cominciarono nel 1895 con una piccola drogheria in via San Tommaso. Oggi il loro nome è sinonimo di caffè italiano nel mondo. Ma dietro quella tazzina ci sono decenni di sperimentazioni, campagne pubblicitarie visionarie, una cura maniacale per la qualità. Torino, con il suo gusto per le cose fatte bene e la sua discrezione sabauda, trovò nei Lavazza un riflesso perfetto. Non è un caso che ancora oggi la città sembri avere un legame quasi affettivo con il marchio, come se quel caffè fosse parte della sua identità più profonda.PININFARINA

Pininfarina e Ferrero: il design e la dolcezza

Poi ci sono i Pininfarina, artigiani del sogno e del metallo. Le loro linee hanno vestito Ferrari, Maserati, Alfa Romeo. Torino, con la sua vocazione ingegneristica e il suo gusto per l’armonia, non poteva non generare un simile laboratorio di bellezza. Il design, per i Pininfarina, non è mai stato solo estetica: è stato un linguaggio. Ogni curva racconta un’idea di eleganza italiana, misurata ma riconoscibile ovunque.

E infine i Ferrero, che pur nati ad Alba, hanno sempre avuto un legame profondo con il Piemonte e con Torino. Nel dopoguerra, quando l’Italia cercava di rialzarsi, la famiglia Ferrero trovò nella semplicità e nella dolcezza una via per ripartire. La Nutella, oggi simbolo globale, nacque in un contesto di scarsità: la genialità stava nel trasformare il poco in qualcosa di straordinario. È una lezione torinese, in fondo: eleganza nella misura, forza nella sobrietà.

I Biscaretti di Ruffia: la memoria su quattro ruote

Tra le famiglie meno ricordate ma fondamentali per l’anima culturale della città, ci sono i Biscaretti di Ruffia. Carlo Biscaretti, figlio di un senatore del Regno, fu tra i pionieri dell’automobile in Italia e uno dei primi a capire che l’automobile non era solo un mezzo, ma un simbolo di progresso. La sua passione lo portò a fondare il Museo dell’Automobile, che oggi porta il suo nome, un luogo dove la storia industriale di Torino si fa racconto visivo e sensoriale. È grazie a figure come lui che la città ha conservato la memoria della propria evoluzione, trasformando la tecnologia in cultura.

Una città che vive delle sue famiglie

Torino non sarebbe la stessa senza queste dinastie. Hanno influenzato la sua economia, ma anche il suo modo di pensarsi. Una città che tende a nascondere più che a esibire, che lavora nel silenzio e solo dopo mostra i risultati. Oggi, in un tempo in cui tutto sembra muoversi più veloce, le famiglie storiche torinesi restano come colonne silenziose di un tempio che resiste ai cambiamenti.

Torino continua a guardare avanti, ma con un occhio sempre rivolto a ciò che l’ha resa unica: la sua capacità di far convivere industria e poesia, razionalità e sogno, metallo e caffè, auto e cioccolato. È una città che non si lascia mai leggere tutta d’un fiato. E forse è proprio questo il suo segreto più affascinante.

Noemi gariano

Cabaret, la pasticceria torinese dove dolce e salato diventano spettacolo

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Un laboratorio a vista che profuma di autenticità
In pieno centro a Torino, tra le vie che mescolano eleganza sabauda e vita di quartiere, c’è un luogo che ha già conquistato i palati e la curiosità dei passanti: la pasticceria Cabaret.
A renderla speciale non sono solo le creazioni che escono dal suo forno, ma il fatto che tutto nasce davanti agli occhi dei clienti. Il laboratorio a vista è infatti il cuore pulsante del locale, dove Anthony, il pasticcere, crea e farcisce al momento croissant e dolci che sembrano piccoli gioielli.
Osservare il movimento delle mani di Anthony mentre spalma la crema o decora una torta è quasi un rito: un gesto semplice che diventa spettacolo, trasmettendo quell’autenticità che oggi si cerca sempre più spesso nei luoghi di gusto.
Dolci che raccontano una storia
Il banco del Cabaret è una vetrina colorata che racconta, con i suoi profumi e le sue forme, la tradizione e l’innovazione. Ci sono i tiramisù in tazzina, delicati e intensi allo stesso tempo; la torta Linzer con confettura e frutti di bosco, che riporta a suggestioni mitteleuropee; e la torta Cabaret, un omaggio alla casa, che ha già i suoi estimatori affezionati.
Tra le proposte che attirano gli sguardi ci sono anche la torta pere e cioccolato, i soffici maritozzi panna e crema, i baci della riviera, la torta carota e mandorle, le immancabili melighe e i garibaldini, biscotti di memoria antica che profumano di Piemonte.
Non mancano le crostatine assortite, le torte alla crema gianduia o con confetture varie, senza dimenticare la torta mele e cannella, un classico rassicurante che sa di casa.
Per gli appassionati dei piccoli piaceri, ci sono anche i biscotti di mais e arachidi, mais e cacao, e i cantuccini alle nocciole, da gustare insieme a un bicchiere di vino moscato.
Il lato salato di Cabaret
Cabaret non è soltanto dolci: il locale si distingue anche per una proposta salata curata e mai banale. Le quiche sono diventate un vero e proprio simbolo: c’è quella alla zucca e amaretto, che unisce delicatezza e carattere, quella alle verze e patate, che profuma di ricette casalinghe, e la quiche ai funghi, dal sapore più intenso.
Non mancano i classici come i toast, i croissant salati e una formula pranzo che sta conquistando una clientela sempre più variegata.
Dal lunedì al venerdì, infatti, Cabaret propone soluzioni veloci ma complete: quiche, contorni, un dolce o un maritozzo, senza dimenticare il caffè e il piacere di un piccolo bignè chantilly. Un modo per concedersi una pausa dal lavoro che non è solo nutrimento, ma anche coccola.
Un ambiente familiare con un’anima rustica
A rendere Cabaret unico non è solo il laboratorio a vista, ma anche l’atmosfera che si respira entrando. Un arredamento caldo, con tocchi rustici e accoglienti, fa da cornice alle giornate di chi si ferma per una colazione, una merenda o un pranzo veloce.
Non è raro vedere clienti che si trattengono a lungo, attratti dal clima conviviale e da un servizio attento.
Accanto ad Anthony lavora una piccola squadra affiatata: Chiara, aiuto pasticcere, lo affianca nella creazione delle specialità, mentre Fernanda, Bintu, Ida e Laura si occupano della caffetteria, portando sorrisi e professionalità. È questa dimensione corale, fatta di mani e volti diversi, a rendere il Cabaret non solo una pasticceria, ma un luogo di incontro e socialità.
Cabaret, un angolo di Torino da scoprire
In una città che ama i suoi caffè storici e i locali eleganti, Cabaret si inserisce con una personalità precisa: quella di chi vuole proporre qualità senza formalismi, con un’attenzione sincera alle persone e ai loro gusti.
Qui si viene per la colazione del mattino, per la pausa pranzo o per un dolce dopo cena, ma soprattutto per respirare un’atmosfera autentica, fatta di profumi, chiacchiere e gesti quotidiani che sanno trasformarsi in ricordi.
Cabaret non è solo una pasticceria: è un piccolo teatro di sapori e umanità, dove il protagonista sei sempre tu, che scegli di fermarti per lasciarti conquistare da un sorriso e da una fetta di torta.
Un quartiere che invita a fermarsi
La posizione del Cabaret non è casuale: si trova in una zona di Torino molto amata dai torinesi, che qui passeggiano tra negozi, mercati e scorci storici. È un quartiere dove si respira ancora l’atmosfera autentica della città, con il suo mix di tradizione e vitalità moderna.
Fermarsi al Cabaret diventa così parte di un rito quotidiano: una pausa che accompagna le chiacchiere del mattino, gli incontri di lavoro o le merende dei pomeriggi autunnali. Ed è forse proprio questa dimensione di familiarità, intrecciata con la qualità delle proposte, a spiegare perché chi ci entra una volta finisce sempre per tornare.
Noemi Gariano

Torino: capitale del Barocco tra palazzi, chiese e monumenti

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Torino è una città che incanta con il suo fascino elegante e la sua ricca eredità artistica. Tra le epoche che hanno definito il suo volto, il Barocco occupa un posto speciale, trasformando la capitale sabauda in un teatro di grandiosità e bellezza. Questa corrente artistica, sviluppatasi tra il XVII e il XVIII secolo, ha influenzato profondamente la città, sia dal punto di vista urbanistico che architettonico, grazie al lavoro di grandi maestri come Guarino Guarini e Filippo Juvarra. Torino, infatti, è un museo a cielo aperto, dove i palazzi, le chiese e i monumenti narrano una storia di potere, fede e splendore artistico.
PALAZZI BAROCCHI: la Torino nobiliare.
I palazzi nobiliari di Torino sono tra i migliori esempi dell’architettura barocca in Italia. Camminando lungo le vie del centro, come Via Po o Via Garibaldi, è possibile ammirare eleganti facciate, portoni monumentali e cortili interni decorati con statue e fontane. Tra i più celebri spicca PALAZZO CARIGNANO, una delle opere più iconiche di Guarino Guarini. Costruito nel 1679, il palazzo si distingue per la sua facciata ondulata in mattoni rossi, un esempio di come il Barocco giochi con forme e volumi per creare un effetto dinamico. Oggi, Palazzo Carignano ospita il Museo Nazionale del Risorgimento, ma un tempo fu sede del primo Parlamento italiano.
Un altro gioiello barocco è PALAZZO BIRAGO DI BORGARO, progettato da Filippo Juvarra. Situato in Via Carlo Alberto, questo palazzo è un esempio di raffinatezza e funzionalità, con interni decorati da affreschi e stucchi che riflettono il gusto della nobiltà torinese dell’epoca. PALAZZO GRANERI DELLA ROCCIA, invece, è famoso non solo per la sua architettura ma anche per aver ospitato eventi culturali e letterari che hanno segnato la vita intellettuale della città.
PALAZZO MADAMA: un viaggio attraverso i secoli; si erge nel cuore di Piazza Castello, è un edificio che racconta la storia di Torino come nessun altro. Nato come Porta Romana, il palazzo è stato trasformato nei secoli fino a diventare una delle residenze preferite delle “Madame Reali”, le potenti reggenti sabaude. La sua trasformazione barocca è opera di Filippo Juvarra, che progettò la monumentale facciata in marmo. Con le sue colonne corinzie, i timpani e le ampie finestre, Juvarra riuscì a creare un’opera che combina eleganza e maestosità. Oggi, il palazzo ospita il Museo Civico d’Arte Antica, un luogo dove storia e arte si incontrano in un percorso che va dal Medioevo al Settecento.
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CHIESE BAROCCHE: la fede diventa spettacolo.
Le chiese barocche di Torino sono capolavori che uniscono devozione e creatività architettonica. La CHIESA DI SAN LORENZO, progettata da Guarino Guarini, è un esempio straordinario di come il Barocco utilizzi la luce e la geometria per creare un’esperienza spirituale unica. L’interno, con la sua cupola complessa e luminosa, sembra dissolversi in un intreccio di archi e aperture, invitando il fedele a guardare verso il cielo.
Un’altra meraviglia è la CHIESA DEI SANTI MARTIRI, situata in Via Garibaldi. Costruita dai Gesuiti, questa chiesa è famosa per i suoi ricchi interni, decorati con marmi policromi, affreschi e stucchi dorati. La CHIESA DELLA CONSOLATA, invece, è un esempio di come il Barocco sia stato utilizzato per rinnovare edifici più antichi. Il santuario, dedicato alla Madonna Consolata, è un luogo di grande devozione popolare, ma anche un capolavoro architettonico, grazie all’intervento di Guarini e Juvarra.
LA BASILICA DI SUPERGA, tra cielo e terra,
è uno dei simboli più riconoscibili di Torino. Situata su una collina che domina la città, la basilica fu progettata da Filippo Juvarra per celebrare la vittoria di Torino sull’assedio francese del 1706. La sua posizione panoramica, combinata con l’imponenza della struttura, rende Superga un luogo unico, dove arte e natura si incontrano. All’interno si trovano le tombe della Famiglia Reale dei Savoia, mentre il piazzale offre una vista mozzafiato dalle Alpi alla città sottostante.
LA REGGIA DI VENARIA è la Versailles piemontese; un altro capolavoro barocco, una delle residenze sabaude più grandiose. Dichiarata Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO, la reggia è un esempio perfetto di come il Barocco sia stato utilizzato per glorificare il potere regale. I suoi giardini, la Galleria di Diana e la Cappella di Sant’Uberto sono solo alcune delle meraviglie che attendono i visitatori. Restaurata negli ultimi decenni, la reggia è oggi uno spazio culturale dinamico, che ospita mostre ed eventi internazionali.
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IL BAROCCO NEL TESSUTO URBANO tra piazze e portici.
Il Barocco non si limita ai palazzi e alle chiese, ma definisce anche l’urbanistica di Torino. Le piazze principali, come PIAZZA SAN CARLO, sono esempi di come lo spazio pubblico possa essere trasformato in un luogo di bellezza e armonia. I PORTICI, che si estendono per chilometri, sono un’altra caratteristica unica della città, offrendo riparo e un senso di continuità tra gli edifici.
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TORINO, un patrimonio da vivere, non solo  una città da visitare, ogni strada, ogni palazzo e ogni chiesa raccontano una storia di grandezza e innovazione. Il Barocco, con la sua capacità di sorprendere e affascinare, è parte integrante dell’identità di Torino, una città che continua a incantare chiunque la scopra.
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NOEMI GARIANO

Psicologia e salute mentale: nuove sfide per i torinesi

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Negli ultimi anni, la salute mentale è diventata un tema sempre più centrale anche a Torino. La pandemia prima, la crisi economica e sociale poi, hanno contribuito a modificare profondamente il modo in cui i torinesi percepiscono il proprio benessere psicologico. Se un tempo rivolgersi a uno psicologo era spesso considerato un tabù, oggi la situazione sta cambiando: sempre più persone scelgono di chiedere aiuto, riconoscendo l’importanza di prendersi cura della propria mente così come del proprio corpo.
Secondo gli ultimi dati diffusi dall’Ordine degli Psicologi del Piemonte, negli ultimi tre anni le richieste di colloqui psicologici nella provincia di Torino sono aumentate di circa il 35%. In particolare, sono cresciute le domande di sostegno legate a stress lavorativo, ansia e difficoltà relazionali. A incidere sono anche fattori come la precarietà economica, l’incertezza sul futuro e l’isolamento sociale che, in alcuni casi, hanno lasciato segni profondi.
Una città che cambia, nuove necessità
Torino è una città dinamica e in continua trasformazione. L’intensificazione dei ritmi di vita, la pressione legata alle performance professionali e scolastiche, unita alle difficoltà nel conciliare vita privata e lavoro, hanno portato molti torinesi a sperimentare sintomi di burnout e disagio emotivo.
Sempre più giovani tra i 20 e i 30 anni, ma anche adulti in età lavorativa, si avvicinano a percorsi di supporto psicologico per gestire ansia, bassa autostima e difficoltà decisionali.
“Non è un segno di debolezza, ma di consapevolezza” spiegano diversi professionisti torinesi. “Chiedere aiuto permette di trovare strumenti per affrontare i momenti difficili e prevenire il peggioramento del disagio”.
Il ruolo delle scuole e delle famiglie
Un altro fenomeno che emerge con forza riguarda gli adolescenti. Secondo alcune stime locali, negli istituti superiori torinesi circa un ragazzo su cinque manifesta segnali di ansia da prestazione, difficoltà relazionali o sintomi depressivi.
Per questo motivo, molte scuole della città stanno introducendo sportelli di ascolto psicologico, offrendo agli studenti un punto di riferimento sicuro dove esprimere le proprie paure e imparare a gestire meglio le emozioni.
Anche le famiglie torinesi stanno iniziando a guardare alla psicologia con occhi diversi. La generazione dei genitori di oggi, rispetto al passato, tende a essere più aperta nel considerare il supporto psicologico come un’opportunità, non come un marchio di fragilità.
Verso una nuova consapevolezza
L’attenzione crescente verso la salute mentale sta spingendo Torino a sviluppare una rete sempre più ampia di servizi di prevenzione e progetti di sensibilizzazione. Dalle iniziative promosse dall’ASL cittadina agli incontri organizzati nei quartieri, fino alle attività delle associazioni locali, l’obiettivo è comune: abbattere lo stigma e diffondere una cultura del benessere psicologico accessibile a tutti.
Gli esperti sottolineano però che la strada è ancora lunga. Nonostante la maggiore apertura, persistono barriere culturali e, soprattutto, economiche: il costo delle sedute resta spesso un ostacolo per molte famiglie. Per questo, si moltiplicano le richieste di percorsi agevolati e sportelli gratuiti, con il supporto delle istituzioni locali.
Un cambiamento in atto
Se c’è un messaggio che Torino sta lanciando, è che occuparsi della propria mente non è un lusso, ma una necessità. La psicologia sta uscendo dal silenzio e diventando una risorsa concreta per affrontare le sfide quotidiane, migliorare la qualità della vita e costruire una comunità più consapevole.
In un periodo storico complesso, la salute mentale non può più essere considerata un tema di nicchia: riguarda tutti. E Torino, con le sue iniziative e la crescente sensibilità dei cittadini, sembra pronta ad accettare la sfida.
Noemi Gariano

La Torino delle due ruote: viaggio fra Vespa, moto e paesaggi

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La Vespa, un’icona intramontabile
A Torino, la Vespa è molto più di un semplice scooter: è un simbolo di italianità, di eleganza senza tempo e di un modo di vivere il viaggio che sa di libertà, leggerezza e storia. Da generazioni accompagna i torinesi nelle loro avventure estive, nelle commissioni quotidiane e nei momenti di svago. In città si vedono ancora modelli d’epoca splendidamente conservati, affiancati alle versioni più moderne, ma sempre con quell’inconfondibile fascino che solo la Vespa sa evocare. Basta un casco, un paio di occhiali da sole e si è pronti per partire, senza fretta, per godersi le strade della città o dirigersi verso i paesaggi collinari appena fuori porta. La Vespa è compagna perfetta per attraversare il centro storico, per arrampicarsi su verso la collina torinese, o per costeggiare il Po in una calda sera d’estate. Le sue linee morbide e il ronzio del motore diventano quasi poesia in movimento, un modo romantico e personale per vivere la mobilità urbana e oltre. Con l’arrivo dell’estate, moltissimi torinesi tirano fuori dal box la loro Vespa, la lucidano e la rimettono in strada per piccoli viaggi, escursioni e fughe improvvisate verso il verde della Val di Susa o i borghi incastonati tra le colline del Canavese. La Vespa non è solo un mezzo: è uno stile di vita, una filosofia del viaggio lento, che mette al centro il piacere di guardarsi intorno, di sentire l’aria calda sul viso e di godersi ogni chilometro.
Il Vespa Club Torino, passione e comunità
C’è chi ama la Vespa in solitaria e chi invece ha trovato nella passione per questo scooter leggendario un’occasione per condividere emozioni, esperienze e percorsi. Il Vespa Club Torino rappresenta da anni un punto fermo per centinaia di appassionati, una vera e propria comunità in cui la Vespa è il trait d’union tra persone di età, background e storie diverse. Il club non è solo un’associazione: è un luogo dell’anima dove si respira amicizia, appartenenza e desiderio di scoperta. Organizzano raduni, viaggi di gruppo, eventi tematici e tour che toccano luoghi suggestivi del Piemonte, dalle risaie del vercellese ai laghi alpini, dai castelli nascosti ai panorami mozzafiato delle Alpi Cozie. Le uscite collettive del club trasformano la strada in una piccola festa itinerante, fatta di Vespa colorate, bandiere, saluti ai passanti e soste gastronomiche nei posti più autentici. Ma dietro ogni viaggio c’è anche una cura maniacale per i dettagli, una passione che si vede nei restauri minuziosi, nei racconti tramandati tra i soci e nell’amore per la tradizione. Il Vespa Club Torino rappresenta un pezzo importante del tessuto sociale cittadino, un esempio di come la mobilità su due ruote possa anche diventare cultura e aggregazione. Partecipare a una loro uscita significa non solo guidare, ma anche ascoltare storie, stringere nuove amicizie, sentirsi parte di qualcosa di più grande. E non mancano i momenti di solidarietà, con eventi organizzati per beneficenza o per promuovere la sicurezza stradale, a dimostrazione che dietro un casco e una marmitta c’è spesso un cuore che batte forte.
Le moto, adrenalina e libertà nei paesaggi piemontesi
Accanto alla Vespa, i torinesi nutrono da sempre una grande passione per le moto. Che siano naked, sportive, custom o touring, le due ruote a motore rappresentano una vera valvola di sfogo per molti cittadini, un modo per fuggire dal traffico, per esplorare nuove strade e per ritrovare il senso più puro della libertà. L’estate è il momento in cui i motociclisti torinesi si rimettono in sella con maggiore frequenza, approfittando delle giornate lunghe e del clima favorevole per organizzare giri spettacolari nei dintorni. Le strade del Piemonte offrono scenari mozzafiato: curve sinuose che attraversano i vigneti delle Langhe, salite panoramiche che portano al Colle della Maddalena, sentieri d’asfalto che costeggiano i laghi di Avigliana o si inoltrano nelle valli meno battute del biellese. La moto diventa il mezzo ideale per esplorare in profondità il territorio, per raggiungere luoghi lontani dal turismo di massa, dove la natura è ancora autentica e il tempo sembra rallentare. I motociclisti torinesi si danno appuntamento in piazze, benzinai e locali storici, pronti a partire all’alba per un giro di centinaia di chilometri, spinti solo dalla voglia di guidare e di scoprire. C’è chi cerca l’adrenalina pura, affrontando i tornanti come in una sfida personale, e chi invece preferisce la dimensione contemplativa del viaggio, quella in cui il paesaggio è parte integrante dell’esperienza. Le moto, a Torino, non sono solo un hobby, ma un vero stile di vita. E in estate, quando la città si svuota e il richiamo delle montagne si fa più forte, non c’è niente di meglio che allacciare il casco, avviare il motore e lasciarsi portare dove porta la strada.
NOEMI GARIANO

Torino nella Storia: Risorgimento e Resistenza

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Torino è una città che ha avuto un ruolo fondamentale nel Risorgimento italiano, un periodo storico che ha segnato la nascita della nazione unita. Sebbene oggi sia famosa per la sua cultura, i suoi musei e la gastronomia, Torino conserva al suo interno molti luoghi che raccontano questa epoca cruciale. Passeggiando per la città, è possibile scoprire angoli e monumenti che testimoniano l’impegno dei torinesi nella lotta per l’indipendenza e l’unità del paese. La città è un vero e proprio scrigno di storia, che invita a esplorare oltre le sue bellezze più conosciute, in un viaggio che riporta indietro nel tempo, ai momenti che hanno cambiato il corso della nazione.
Il cuore del Risorgimento torinese si trova in Piazza Castello, che ha ospitato eventi determinanti come le Cinque Giornate di Torino nel 1848, quando la città si sollevò contro l’occupazione austriaca. In questa piazza si affacciano alcuni dei palazzi storici più importanti della città, come Palazzo Madama, che oggi ospita il Museo Civico d’Arte Antica, ma che nel 1848 fu teatro di scontri tra soldati e cittadini. Non lontano da lì, il Museo Nazionale del Risorgimento Italiano, situato in Palazzo Carignano, è uno dei luoghi più significativi per comprendere le fasi cruciali dell’unità d’Italia. Qui fu proclamato il primo Parlamento italiano nel 1861, e oggi il museo custodisce testimonianze preziose dei protagonisti di quei giorni. Al di là dei monumenti più noti, Torino conserva molte tracce del Risorgimento nei suoi angoli meno frequentati. In alcune zone della città, come il quartiere di San Salvario, si possono ancora notare le tracce di una città che ha vissuto il fermento di quegli anni, tra fermento culturale e lotte politiche.
La Resistenza e le tracce di una lotta quotidiana
Nel Risorgimento torinese non si sono distinti solo i grandi personaggi storici, ma anche un’intera popolazione che ha contribuito alla causa della libertà. Tra le vie del centro e nei quartieri più popolari, come la Crocetta o le Vallette, si è vissuto uno spirito di resistenza che non sempre ha trovato voce nei libri di storia. Qui giovani patrioti e cittadini comuni si sono uniti nella lotta per la libertà, spesso agendo nell’ombra e in modo clandestino. Molti di questi luoghi, come il Liceo Cavour, che un tempo ospitava giovani rivoluzionari, sono ancora oggi punti di riferimento per la città. Le scuole, le piazze e le vie di Torino sono stati luoghi di confronto, dove i valori della libertà e dell’unità italiana venivano insegnati e vissuti ogni giorno. La città, dunque, non è solo un museo di edifici storici, ma un palcoscenico che ha visto la lotta quotidiana di uomini e donne che hanno dato vita a una nuova nazione. Le tracce di questa storia sono ancora visibili nelle strade e negli edifici, testimoniando un passato che ha forgiato l’identità della città e della nazione. Ogni angolo di Torino racconta una storia, e ogni edificio, con le sue mura, conserva la memoria di chi ha lottato per un ideale di libertà che si è trasformato in realtà.
Oggi, Torino non è solo una capitale culturale e gastronomica, ma anche un custode della memoria storica del Risorgimento. I luoghi che hanno fatto la storia d’Italia sono vivi e raccontano continuamente la lotta di chi ha creduto nell’unità del paese. Passeggiando per Torino, si può avvertire il legame con quella storia, e ogni angolo della città sembra sussurrare i racconti di un’epoca che non può essere dimenticata. La Torino del Risorgimento è una città che continua a vivere nel cuore dei suoi abitanti, una città che ha saputo trasformare la lotta e la resistenza in un patrimonio culturale che dura ancora oggi. Le nuove generazioni, pur vivendo in una città profondamente diversa, sono chiamate a preservare questo legame con il passato, per non perdere mai il senso di ciò che Torino rappresenta nella storia dell’Italia.
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NOEMI GARIANO

Quanto conta l’estetica per i torinesi?

Scopri –To. Alla scoperta di Torino

“Mens sana in corpore sano” famosa locuzione latina che nel tempo è stata spesso ripresa da molti autori per spiegare quanto fosse importante il connubio mente corpo.
Spesso si pensa che la parte estetica sia effimera e che coloro che danno troppo seguito a questa parte abbiano poca sostanza. Le ricerche scientifiche però smentiscono queste dicerie, la parte estetica diventa fondamentale quasi quanto la parte interiore perché “l’abito fa il monaco”. La nostra cura, il nostro modo di vestirci viene trasmesso al nostro interlocutore che giudicherà le nostre parole anche in base a come siamo vestiti o acconciati. Per esempio se siamo vestiti di “rosso” faremo accelerare il battito cardiaco della persona con cui parliamo che deciderà se tradurre quell’aumento come eccitazione o agitazione. Il “nero” invece trasmette lusso, sicurezza e in alcuni casi chiusura, il “verde” aiuta a concentrarsi ecc..
I colori non solo trasmettono agli altri qualcosa ma anche a noi stessi che li indossiamo, questa teoria si chiama “embodied cognition” ecco che se ci sentiamo particolarmente giù di morale sarà utile contrastarlo vestendoci come ci vestiremmo se ci sentissimo alla grande, il vestito ci aiuta ad incarnare ciò che vorremmo essere.
Numerosi sono i lavoratori delle boutiques torinesi che conoscono bene l’uso psicologico dei colori e l’armocromia e riescono a consigliare ai loro clienti sempre le cose migliori da indossare a seconda dell’evento.
Ma come ci si veste a Torino ad un evento? Di solito i torinesi tendono ad essere molto sobri e sempre eleganti in tutti i contesti. Tutti noi abbiamo delle aspettative su come si vestiranno gli altri in determinati contesti, per esempio in una gioielleria o durante una riunione di un’importante azienda ci aspettiamo che chi ne fa parte sia vestito elegante e non in tuta o se dovessimo immaginare un personal trainer al contrario lo immagineremo vestito da sportivo. Questo fa si che anche gli altri abbiano delle aspettative su come noi saremo vestiti in un determinato contesto, sta a noi scegliere se confermare quell’aspettativa, (cosa consigliata secondo gli psicologi per fare un’ottima impressione), o decidere se sconvolgere la nostra platea con abiti fuori luogo. I torinesi secondo le interviste confermano di avere spesso delle aspettative ben definite dall’analisi di come di presentano gli altri rilevando strane le persone che rompono determinati schemi facendosi a monte delle idee negative solo dal loro abbigliamento per poi a volte, col trascorrere del tempo, rendersi conto dell’errore cognitivo commesso.
Andare ad un colloquio per un’azienda di occhiali per esempio è molto diverso da andare ad un provino per una parte da attore, nel primo caso la scienza dice che tenderanno ad essere scelte maggiormente le persone dall’aspetto curato e che dia l’idea di precisione e puntualità, mentre nel secondo caso si tenderà a scegliere i candidati dall’aria più artistica, meno formali, dall’aspetto semplice e meno curato.
E’ quindi fondamentale saper prendersi cura anche della nostra parte estetica perché è il nostro biglietto da visita e se sappiamo come gestirla otterremo sicuramente risultati positivi.
Numerosi parrucchieri della città sabauda confermano che spesso molte donne, ma anche uomini, non hanno sicurezza in loro stessi per il loro aspetto e che anche solo un taglio o un colore di capelli o delle exthension possono far sentire il cliente  più attraente e di conseguenza più sicuro di se stesso. Alcuni riescono addirittura a raggiungere i propri obiettivi solo nel momento in cui si sentono più belli, più  sicuri e si amano di più.
Anche i numerosi negozi di estetica del centro di Torino affermano che molte persone si prendono cura di se stessi solo quando stanno male e da lì si rendono conto quanto sia importante farlo già in anticipo perché il proprio corpo è il contenitore della nostra mente e l’uno non può esserci senza l’altro. Proprio per questo sfatiamo il mito delle “bionde stupide” nato purtroppo per gioco da alcuni film celebri degli anni novanta, o da alcune serie televisive, la bellezza esteriore può e deve andare in connubio con quella interiore quindi la parola d’ordine è … “Mens sana in corpore sano e curato”.
NOEMI GARIANO

Oriente a Torino: viaggio nel cuore asiatico della città tra arte, cultura e sapori

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SCOPRI – TO ALLA SCOPERTA DI TORINO 
Torino è una città che sorprende.
Dietro la sua eleganza sabauda e l’ordine geometrico dei viali alberati e delle sue strade si nasconde un’anima meticcia, che mescola culture e tradizioni da ogni angolo del mondo. Se c’è una parte del mondo che ha saputo radicarsi con grazia e profondità nel tessuto urbano torinese è senza dubbio quella dell’Estremo Oriente. Dai musei ai templi del gusto, la città ha accolto nei suoi quartieri e nelle sue piazze un’Asia silenziosa ma viva, che racconta storie, offre esperienze, stimola i sensi e l’immaginazione.
Tutto inizia nel cuore del centro storico, in via San Domenico, dove si trova il MAO – Museo d’Arte Orientale. Aperto nel 2008 all’interno di Palazzo Mazzonis, il MAO è una delle realtà più affascinanti e meno convenzionali della Torino culturale. Non è solo una collezione: è un vero e proprio viaggio sensoriale e spirituale attraverso l’Asia. Le sue sale custodiscono reperti e opere provenienti da cinque grandi aree culturali: il Sud-Est asiatico, la Cina, il Giappone, il subcontinente indiano e la regione islamica dell’Asia. Le statue del Buddha, i paraventi giapponesi, le maschere rituali e le calligrafie cinesi dialogano con uno spazio che invita al silenzio e alla contemplazione. Visitare il MAO non è solo un’esperienza estetica: è un modo per rallentare, ascoltare e riflettere. Ogni esposizione temporanea, ogni laboratorio o conferenza ospitata al museo è un tassello in più per costruire ponti tra culture e aprire finestre su mondi che, seppur lontani geograficamente, oggi ci toccano da vicino.
Dall’arte alla tavola: quando l’Oriente si fa gusto.
Ma la scoperta dell’Oriente a Torino non si ferma alle sale museali. Basta uscire dal MAO e percorrere pochi isolati per accorgersi di quanto le influenze asiatiche abbiano messo radici anche nella vita quotidiana, soprattutto a tavola. Il centro storico e le vie limitrofe pullulano di ristoranti, botteghe e locali che propongono una cucina autentica, spesso gestita da famiglie arrivate in città molti anni fa e ormai parte integrante del tessuto sociale torinese.
Tra i nomi storici c’è Wasabi, in via Mazzini, uno dei primi ristoranti giapponesi a proporre sushi di qualità con una forte attenzione alla tradizione. Atmosfera minimalista, cura del dettaglio e una selezione di pesce sempre fresco lo rendono un punto di riferimento per gli amanti della cucina nipponica.
Poco distante, in via Maria Vittoria, troviamo Kensho, che ha portato in città l’idea del sushi contemporaneo e creativo, con accostamenti audaci e una filosofia estetica che ricorda la raffinatezza delle tavole di Tokyo.
Per chi cerca sapori decisi e speziati, il consiglio è dirigersi verso Via Principe Tommaso, dove si concentrano alcuni tra i migliori locali thailandesi e vietnamiti di Torino. Saigon, ad esempio, è un piccolo gioiello che propone autentica cucina vietnamita in un ambiente caldo e accogliente. I suoi “pho” fumanti e i “roll” estivi a base di carta di riso sono tra i più apprezzati in città. Non molto lontano, in via Berthollet, La Piccola Bangkok è invece il regno del curry e dei “pad thai”, serviti con gentilezza e generosità. L’arredamento è semplice ma pieno di colore e spesso ci si ritrova circondati da clienti affezionati che conoscono i titolari per nome.
Tradizione e contaminazione: l’Oriente che evolve.
Oggi, l’Oriente torinese è anche contaminazione e sperimentazione. Un esempio? Oh Crispa!, in zona Vanchiglia, dove l’Oriente incontra lo street food in chiave contemporanea: ravioli cinesi fatti a mano, bao bun con carne affumicata, noodles saltati con verdure locali. L’ambiente è giovane, conviviale, e rappresenta la nuova generazione di imprenditori asiatici (e non solo) che scelgono Torino come laboratorio di creatività gastronomica.
A fare da contraltare a questa vivacità culinaria c’è anche una crescente proposta culturale: corsi di lingua giapponese e cinese, pratiche di meditazione zen, yoga tibetano, workshop di calligrafia e cerimonia del tè sono sempre più presenti nei programmi dei centri culturali, delle librerie indipendenti e delle associazioni di quartiere. In questo senso, Torino non è solo un luogo che accoglie: è un crocevia fertile in cui l’Oriente non è un’esotica comparsa, ma un interlocutore stabile.
In un mondo sempre più connesso, la capacità di una città di far convivere tradizioni diverse diventa segno di intelligenza collettiva. E Torino, con la sua discrezione e il suo ritmo lento, sta costruendo un dialogo profondo con l’Asia, fatto di rispetto, bellezza e sapori indimenticabili. Un Oriente torinese che non fa rumore, ma che sa lasciare il segno.
NOEMI GARIANO

Opera, la cucina che racconta Torino attraverso la meraviglia del gusto

SCOPRI – TO ALLA SCOPERTA DI TORINO 
A due passi da Piazza San Carlo, in una di quelle vie del centro dove il tempo sembra rallentare per lasciare spazio alla bellezza, si trova “Opera”, un ristorante che non si limita a servire piatti: racconta storie. Varcata la soglia del locale, ci si ritrova in un ambiente intimo, elegante senza ostentazioni, fatto di luci calde, legno chiaro e dettagli curatissimi. C’è una calma gentile che avvolge tutto, dal sorriso discreto del personale alla musica che accompagna senza disturbare. La sala è luminosa di giorno, morbida e raccolta la sera, ideale per un pranzo riflessivo o una cena da ricordare. Lo stile è moderno ma profondamente radicato nel territorio, proprio come la cucina che propone: una ricerca attenta, quasi filologica, degli ingredienti e delle tradizioni piemontesi, interpretate con mano contemporanea e spirito curioso.
Il cuore pulsante di Opera è lo chef Stefano Sforza, che porta avanti una visione personale e coerente della cucina: ogni piatto è il risultato di un equilibrio tra tecnica, materia prima e ispirazione. Qui non si viene solo per mangiare, ma per fare esperienza. Il menu cambia seguendo le stagioni, ma non mancano mai sorprese e riletture creative di grandi classici. Tra le proposte più apprezzate, le animelle glassate con cipollotto e fondo al Marsala, o la reinterpretazione del vitello tonnato che gioca su consistenze e acidità senza tradire l’anima del piatto originario. Il pane, fatto in casa ogni giorno, è servito con burro mantecato e olio extravergine piemontese: un inizio semplice ma già rivelatore. Anche la carta dei vini merita attenzione: una selezione mai banale, con molte etichette del territorio accanto a scelte più internazionali, tutte pensate per accompagnare con precisione il percorso gastronomico.

Un’esperienza che unisce eleganza e calore, senza perdere autenticità
Opera non è un ristorante “di tendenza”, è qualcosa di più duraturo. Ha l’eleganza di chi sa il fatto suo ma non sente il bisogno di ostentarlo. La sensazione è quella di essere ospiti, non clienti. Il servizio è preciso ed umano, con personale attento, preparato e sempre disposto a raccontare un piatto, un ingrediente o un accostamento. Si percepisce un rispetto profondo per il lavoro, la materia e le persone, in cucina come in sala. Anche i dessert meritano un discorso a parte; piccoli capolavori di equilibrio, mai troppo dolci, sempre centrati. Il sorbetto al sedano e mela verde, ad esempio, sorprende per freschezza e pulizia, chiudendo il pasto con leggerezza e finezza. Il ristorante offre anche un menu degustazione che si snoda in sette portate, ognuna pensata come tappa di un racconto coerente, dove nulla è lasciato al caso. Le porzioni sono calibrate, l’impiattamento sobrio ma elegante e ogni piatto arriva al tavolo con il suo tempo, senza fretta.
Nel cuore di Torino, un luogo dove il cibo diventa racconto.
Opera è il luogo ideale per chi cerca qualcosa in più di una buona cena. È una destinazione per torinesi curiosi e per viaggiatori attenti, per chi vuole riscoprire i sapori della tradizione piemontese senza rinunciare all’innovazione, per chi apprezza il dettaglio e la coerenza, per chi crede che mangiare bene sia un atto culturale prima ancora che un piacere. Non ci sono effetti speciali, ma sostanza. Non ci sono forzature, ma autenticità. È un ristorante che ha scelto la via dell’identità e della cura e la percorre con coerenza e passione. In un momento storico in cui la ristorazione tende spesso all’eccesso o alla spettacolarizzazione, Opera rappresenta una forma di resistenza elegante e concreta. E quando si esce, dopo il caffè servito con piccola pasticceria fatta in casa, si ha la sensazione di aver vissuto qualcosa che resta. Qualcosa che non si dimentica. Proprio come le grandi opere.
NOEMI GARIANO