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PG Plast, l’azienda di imballaggi e buste dal cuore green

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PG Plast

Rubrica a cura di ScattoTorino

Impresa manifatturiera che realizza packaging destinato alle attività produttive, PG Plast è stata fondata nel 1973. La continua ricerca nell’ambito delle materie prime e delle tecniche realizzative le ha consentito di crescere in termini di dimensioni, fatturato e personale, gran parte del quale composto da donne. Il 2018 ha visto un passaggio generazionale con il rinnovamento del management aziendale ed il trasferimento dei reparti produttivi presso la nuova sede di Robassomero, in provincia di Torino. ScattoTorino ha incontrato Simona Porchietto, che garantisce la continuità famigliare nella leadership aziendale, e Piero Cena. Gli Amministratori e proprietari della PG Plast puntano sulla qualità più che sulla quantità e hanno una visione eco-sostenibile della produzione. Imprenditori lungimiranti, investono in studi e ricerche finalizzate all’individuazione di processi produttivi virtuosi che sono volti alla riduzione della produzione di rifiuti, al riutilizzo dei prodotti immessi sul mercato, al recupero e al riciclo degli scarti di produzione e dei materiali di risulta e alla riduzione degli impatti sulle matrici ambientali dei processi produttivi, anche con politiche volte alla riduzione dei consumi energetici e all’approvvigionamento da fonti rinnovabili. Dal settore automotive a quello alimentare, dai grandi imballi alle bustine, dai packaging neutri a quelli personalizzati, la PG Plast garantisce ai clienti la propria expertise per individuare la soluzione migliore per tipo di materiale, dimensioni, spessore e chiusura. Inoltre fornisce materiali idonei a venire a contatto con gli alimenti, garantendo le più verificate condizioni per una corretta conservazione dei cibi in essi imballati.

PG PlastCi presentate PG Plast?

L’azienda, 100% made in Italy e 100% eco-friendly, è specializzata in shopping bag ed imballaggi industriali ed utilizza materiali plastici riciclati o di provenienza naturale. Ci rivolgiamo ad un mercato nazionale specifico e qualificato e siamo legati al territorio: i nostri 12 dipendenti sono infatti tutti della zona. Da qualche tempo produciamo anche buste di sicurezza e per la spedizione ed abbiamo acquisito clienti europei. Il nostro plus è rappresentato dall’essere stati all’avanguardia nel settore: quando nei punti vendita le borse sono diventate veicolo del logo del negozio, l’azienda si è rinnovata tecnologicamente per garantirne la produzione. Pur lavorando materiali spesso oggetto di critica come le plastiche, assicuriamo un futuro al nostro pianeta attraverso una ricerca costante di soluzioni sempre più eco-sostenibili. Infatti promuoviamo studi e ricerche sui nostri prodotti sia per quanto attiene ai materiali impiegati sia per l’adozione di misure organizzative e standard qualitativi in grado di soddisfare le esigenze di settori merceologici connotati da particolari necessità, quali le produzioni alimentari”.

Qual è la vostra mission?

“Come sa, le plastiche non vivono un momento di popolarità. Per questo ci siamo posti l’obiettivo di acquisire know-how e tecnologie capaci di offrire la massima sicurezza in termini di impatto ambientale. Il mondo di oggi non può fare a meno dei materiali plastici e chi afferma il contrario sa perfettamente di non dire il vero, ma è nostro dovere ridurre gli effetti negativi sull’ecosistema e incentivarne il riuso. Crediamo infatti che si possa garantire il minor impatto possibile sull’ambiente cercando di approfondire gli aspetti tecnico-scientifici. L’adozione di puntuali ed efficaci Buone Pratiche di Fabbricazione, verificate anche dalle Autorità sanitarie competenti, consente alla PG Plast di fornire ai propri clienti materiali sostenibili e di qualità”.

L’eco-sostenibilità è un tema centrale per voi. Quali Good Manufacturing Practices attuate?

“Abbiamo ragionato e lavorato molto sul tema delle Buone Pratiche. Le plastiche hanno un’elevata durabilità e, se correttamente gestite nel loro fine vita, hanno impatti contenuti sulle matrici ambientali. Molti studi condotti da autorevoli istituzioni e centri di ricerca scientifica, in ultimo ad esempio dall’Agenzia di Protezione Ambientale danese Miljøstyrelsen, dimostrano che i materiali plastici impattano sull’ecosistema meno di quelli alternativi in molti casi ritenuti comunemente meno inquinanti, quali i prodotti realizzati in carta. Inoltre la loro produzione non ha costi elevati, anche se questa caratteristica ha paradossalmente contribuito in alcuni casi ad agevolare impieghi non indispensabili di prodotti plastici, portando allo spreco. Partendo da queste valutazioni ci siamo interrogati spesso su come rendere sempre più sostenibili i nostri prodotti. Il vero problema di questo materiale è il fine vita perché, durando anni, impatta sull’ambiente qualora irresponsabilmente abbandonato e in mare contribuisce all’inquinamento che le microplastiche inducono sulle catene alimentari. Per contro si tratta di un materiale facilmente riciclabile e recuperabile, se correttamente conferito nella raccolta differenziata. Negli anni abbiamo investito molto nella ricerca e siamo giunti a creare dei packaging riciclabili che hanno un minor impatto sull’ecosistema e favoriscono l’economia circolare. Giunto a fine vita, il nostro pack viene recuperato e trasformato per essere riutilizzato. Un esempio concreto sono le buste impiegate dai corrieri per le spedizioni pensate anche per consentire l’eventuale reso dei prodotti da parte dei clienti, che se riutilizzate anche dal destinatario dimezzano l’impatto sull’ambiente, agevolano la possibilità di non venir disperse e quindi inquinare”.

PG PlastQuali materiali utilizzate per i vostri sacchi e per gli imballaggi?

“Come abbiamo già sottolineato, l’offerta aziendale è fortemente incentrata sulla progettazione di prodotti riutilizzabili, mira a ridurre l’impatto sulle matrici ambientali impiegando materiali di seconda vita realizzati dalla rigenerazione di materiali di risulta e propone alla clientela prodotti in plastica, in carta ed ecologici. BioCom, ad esempio, è un’alternativa 100% biodegradabile e 100% compostabile, mentre il Green PE deriva dalla lavorazione della canna da zucchero ed è riciclabile ed ecologico, quindi ideale per realizzare shopper e materiali di imballaggio durevoli nel tempo e riutilizzabili. Inoltre le nuove tecnologie di stampa ci permettono di sviluppare lavorazioni sempre più preziose per le nostre multibags, puntando sull’utilizzo di inchiostri a ridotto impatto ambientale realizzati con base all’acqua”.

Ci presentate il Progetto Reciplast?

“In linea con la nostra mission aziendale, PG Plast ha promosso insieme ad altri partners questa iniziativa co-finanziata dalla Regione Piemonte e dall’Unione Europea che ha come obiettivo ricercare nuove strade e perfezionare il riciclo e lo smaltimento di materie plastiche al fine di limitarne l’impatto sull’ambiente e sulla società. Aderiscono al progetto il Politecnico di Torino, l’Università del Piemonte Orientale, l’Università degli Studi di Torino, API, Corepla e diverse aziende del territorio. Insieme ricerchiamo soluzioni tecniche per migliorare il riciclo degli scarti plastici nei settori dell’automotive e dell’imballaggio alimentare in modo da riutilizzarli e avere un minor impatto ambientale”.

I vostri prodotti monouso hanno avuto un ruolo centrale durante l’emergenza sanitaria?

Durante la pandemia alcuni amici dottori ci hanno segnalato che non avevano i dispositivi di protezione necessari. Abbiamo quindi sentito l’esigenza di offrire un nostro contributo e ci siamo inventati un prodotto. Già producevamo dei grembiuli ai quali abbiamo aggiunto maniche adesive che davano una perfetta chiusura e garantivano l’ermeticità dell’indumento. Prima li abbiamo omaggiati ai medici della valle e poi alcune ASL e RSA ce li hanno richiesti. Per tutto il mese di aprile abbiamo lavorato alacremente per produrne il più possibile e abbiamo deciso di rinunciare ad un’occasione di business creando un prodotto utile durante l’emergenza e proponendolo al costo di fabbrica”.

Torino per voi è?

Simona Porchietto: “Sono affezionata al Piemonte, ma Torino l’ho vissuta poco. Un tempo come azienda lavoravamo molto con la città, oggi meno”.

Piero Cena: “Non sono nato a Torino, ma qui sono diventato grande grazie alla scuola e all’amicizia. Io mixo il ricordo degli anni della formazione e della rinascita della città come vetrina europea grazie alle Olimpiadi con la situazione presente. Osservo il tessuto economico locale odierno con preoccupazione perché non mi pare che si riesca ad avere un’idea legata al futuro economico e non si superi il trauma dell’essere orfani della grande fabbrica”.

Un ricordo legato alla città?

Simona Porchietto: “La prima volta che sono stata a Superga e ho visto Torino dall’alto. È stata un’emozione forte che conservo ancora oggi”.

Piero Cena: “Il me ragazzo che andava a fare le scuole superiori in città. Una Torino ricca di opportunità perché tutto lì era a portata di mano. Un altro ricordo, più romantico, è legato a Michel Platini: tagliavo da scuola per andare a vedere i suoi allenamenti”.

Coordinamento: Carole Allamandi
Intervista Barbara Odetto

Chi è Cristina Portinaro, founder dell’omonimo brand di cosmetica creativa

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Cristina Portinaro

Rubrica a cura di ScattoTorino

Cristina Portinaro è un mix di scienza e innovazione. Farmacista e cosmetologa, la sua visione originale del mondo della beauté ha fatto di lei un punto di riferimento per chi vuole sviluppare delle linee cosmetiche tailor made. Grazie ad un team multi-disciplinare segue i clienti in tutte le fasi del progetto: dalla strategia di mercato alla selezione dei prodotti, dalla scelta degli ingredienti, alla creazione di formule esclusive, dal packaging alla produzione che abbatte i minimi d’ordine e si basa sulle necessità commerciali e sulla capacità di investimento di ciascun cliente. L’approccio sartoriale, che rispetta l’unicità di ogni brand, permette di creare prodotti innovativi e di alta qualità nei quali gli ingredienti attivi e le fragranze si trasformano in una coccola sensoriale. La cosmetics designer collabora con case di moda, produttori di eccellenze alimentari, agriturismi, spa, hotels e aziende vinicole che ad una linea cosmetica richiedono formulazioni customizzate, texture golose, principi attivi innovativi e performanti. Sciatrice e velista, insieme con l’imprenditrice Maria Elena Udali ha creato il brand FreeRide Cosmetics pensato per chi ama lo sport e le attività outdoor. La linea cosmetica green, prodotta nel totale rispetto dell’ambiente, è distribuita in farmacia e nei più prestigiosi alberghi, chalet e negozi di sport. Last but not least, la Dottoressa Portinaro firma anche una gamma di prodotti igienizzanti e nutrienti studiati insieme con l’agenzia di comunicazione Perabite, tra cui spicca il gel mani igienizzante, una referenza quanto mai attuale che alla qualità delle materie prime green unisce principi attivi lenitivi e delicatezza della profumazione.

Cristina PortinaroQuando è nata la passione per la beauté?

“Come per molte donne è una passione che ho sempre avuto, sin da ragazzina. Tutto nasce da un viaggio in Medio Oriente: approfondendo lo studio relativo agli usi e ai costumi dell’Antico Egitto sono stata attratta dal fatto che nella civiltà egizia la cosmesi aveva significati diversi, era considerata un elemento ornamentale, spesso utilizzata per la cura e l’igiene del corpo, ma aveva anche una funzione religiosa e funeraria. Mi hanno sempre colpito i dipinti, le statue, i sarcofagi raffiguranti personaggi con gli occhi truccati e tutti gli oggetti usati dalle donne egizie per la cura del corpo. Mi sono laureata in Farmacia con specializzazione cosmetica e la mia tesi è stata “La cosmesi nell’antico Egitto: fonte di curiosità e di informazioni per il cosmetologo di oggi” per gli ingredienti che venivano utilizzati e che sono attuali ancora oggi. L’argomento scelto è stato molto interessante e mi ha permesso di frequentare il Museo Egizio di Torino in qualità di ricercatrice. Prima di fondare la mia azienda ho lavorato nel laboratorio di ricerca e sviluppo del team rossetti e gloss della Intercos, grande azienda cosmetica a livello mondiale che produce make-up conto terzi e ha come clienti grandi firme del panorama beauty, e in seguito come collaboratrice farmacista dove seguivo il laboratorio di preparazioni galeniche e il reparto dermocosmetico.

Cosa significa avere un approccio sartoriale alla cosmesi?

“Significa sedersi a fianco di altri imprenditori, ascoltare le loro esigenze, capire il loro business nel profondo e interpretarlo con una linea di prodotti cosmetici che rispecchi e soprattutto trasmetta i valori dell’impresa. Grazie alla ricerca chimica e alle tecnologie più avanzate concepiamo i nuovi prodotti creando formule esclusive con texture particolari e principi attivi innovativi e performanti, oltre che con aromi e fragranze selezionati in base alle esigenze di ogni cliente. Infine creiamo il progetto di identity per caratterizzare la nuova linea utilizzando il logo del committente e scegliendo i packaging che possano interpretare al meglio lo spirito del brand. Rispetto ad altre aziende concorrenti offriamo la possibilità di produrre piccoli lotti; inoltre utilizziamo formule green, un aspetto fondamentale nella cosmesi di oggi”.

Come avviene la selezione degli ingredienti?

“Gli ingredienti devono avere due caratteristiche fondamentali: la funzionalità cosmetica, per cui devono garantire al consumatore un risultato coerente con la promessa del prodotto, e la caratterizzazione, cioè la capacità di rendere il prodotto rappresentativo dei valori del brand. Un esempio di risultato coerente con la promessa del prodotto è l’aceto balsamico di Modena IGP che contiene polifenoli dell’uva con azione antiossidante. Tutti gli ingredienti hanno una funzionalità specifica per il benessere e la bellezza della pelle”.

Chi sono i vostri clienti?

“Il nostro è un lavoro molto stimolante anche grazie alla varietà di clienti che serviamo, tenendo presente che ogni settore merceologico ha differenti caratteristiche, bisogni e approcci: lavoriamo con il turismo ovvero con alberghi, resort e ristoranti, con il settore del benessere ossia farmacie, SPA, centri estetici e studi medici, con l’agroalimentare, con la moda e con il design”.

Gel mani Cristina PortinaroCi presenta i gel mani e i saponi igienizzanti?

Anche noi, come molte imprese in Italia, spaventati  per gli effetti del lockdown, che ha impattato in maniera grave i business di molti dei nostri clienti, ci siamo domandati cosa potevamo fare in quel frangente per dare il nostro piccolo contributo e quando è stato evidente che servivano prodotti igienizzanti, senza indugi ci siamo messi al lavoro creando diversi prodotti: gel mani igienizzante, sapone mani igienizzante, spray igienizzanti superfici e spray mascherine igienizzante. Per dare visibilità a questa nuova linea, grazie a Perabite agenzia di comunicazione nostra partner, abbiamo realizzato a tempo di record, il sito in cui presentiamo le caratteristiche dei nostri prodotti e dove si possono acquistare on line. Inoltre offriamo alle aziende la possibilità di personalizzare questi prodotti con il proprio logo sull’etichetta, realizzando una linea cosmetica esclusiva. Oggi continuiamo a lavorare soprattutto sul gel mani igienizzante di alta qualità, che garantisce una protezione efficace e sicura e nel contempo idrata la pelle. Abbiamo anche creato uno spray igienizzante per le mascherine in tessuto ed un gel igienizzante per bambini sopra i tre anni. Poiché infine in questo periodo ci si lava spesso le mani, abbiamo creato una crema e una maschera per proteggerle”.

FreeRide Cosmetics è la linea protettiva per chi pratica sport outdoor. Come è nata?

FreeRide Cosmetics è nata sulle piste da sci, quasi per scherzo, con mio marito e con la nostra amica Maria Elena Udali, che oggi è nostra socia in questa avventura a cui teniamo molto e che vedrà delle importanti evoluzioni. Ci siamo ispirate alla natura e agli sport legati al mare e alla montagna e abbiamo creato un balsamo per le labbra e per le zone sensibili del viso con protezione solare e resistente all’acqua, disponibile in quattro diversi colori (azzurro, bianco, fucsia e arancione). La novità del 2020 è il balsamo nell’attualissimo color nude. Inoltre abbiamo sviluppato due linee per proteggere la pelle in inverno e in estate: la Winter Collection si compone di una crema viso protezione freddo e vento, un solare anti-age, una crema mani e un balsamo labbra riparatore per labbra secche e screpolate, mentre la Summer Collection conta sei referenze: lo shampoo-doccia per acqua di mare e per acqua dolce, l’olio nutriente e protettivo per capelli, viso e corpo, lo spray viso e corpo desalinizzante-restitutivo, la maschera per capelli e due creme solari anti-age viso e corpo. Tutti i prodotti FreeRide Cosmetics sono green, made in Italy e hanno un packaging in alluminio riciclabile”.

Torino per lei è?

“Torino è molto di più della mia città natale, è la città in cui ho scelto esplicitamente di vivere. Quando mi sono sposata con mio marito vivevamo a Milano e abbiamo rifiutato un’occasione importante per trasferirci all’estero: il nostro piano era di tornare a Torino e lo abbiamo fatto”.

Un ricordo legato alla città?

Le olimpiadi invernali del 2006: eravamo appunto appena tornati torinesi ed è stato un sogno vivere quelle settimane in cui la nostra città era diventata il centro del mondo!”.

 

Coordinamento: Carole Allamandi
Intervista: Barbara Odetto

Chi è Michele Grio, in prima linea all’ospedale di Rivoli per l’emergenza

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Michele Grio Emergenza

Rubrica a cura di ScattoTorino 

È stato in prima linea durante l’emergenza causata dal Covid-19 e con la sua équipe ha lavorato incessantemente, al di là dei turni e della fatica, spesso in condizioni estreme. Si definisce un caterpillar e, dice, come tutti gli anestesisti è un po’ pazzo. Soprattutto, aggiungiamo noi, è un medico che sa unire testa e cuore e che nel dramma di quelle giornate non ha avuto paura di piangere e lottare per aiutare i suoi pazienti. Nato in provincia di Mantova, da piccolo si è trasferito a Roma con la famiglia e ha vissuto all’ombra del Colosseo. Si è laureato all’Università degli Studi di Roma – La Sapienza, dove si è specializzato in Anestesia e Rianimazione, e successivamente ha conseguito un Master Universitario di II Livello in Direzione e Management delle Aziende Sanitarie. Dopo un breve periodo di lavoro presso l’Ospedale Santo Spirito in Sassia, il più antico del mondo, è approdato in ASL TO3 dove dirige la Struttura Complessa di Anestesia e Rianimazione di Rivoli che comprende gli Ospedali di Rivoli, Susa e Venaria Reale. Torinese d’adozione, ama da vent’anni la stessa donna e lo dice con orgoglio. Parlando di sé non può non raccontare dei suoi tre figli, che definisce meravigliosi: Edoardo di 5 anni, Arianna di 3 anni (nata precipitosamente al settimo mese di gestazione, mentre lui era di guardia in Ospedale, ricoverata in Terapia Intensiva Neonatale per un mese, ma ora in perfetta salute) e Fabio, nato pochi mesi prima dell’inizio della pandemia di Covid-19. Infine, ci tiene a sottolineare, sono tutti tifosi della Roma.

Non c’è che dire: il Direttore della Struttura complessa di Anestesia e Rianimazione dell’Ospedale di Rivoli prima che medico è un uomo. E questo fa di lui un professionista empatico e il dottore che tutti vorremmo incontrare in caso di pericolo.

Michele Grio EmergenzaEsercitare la professione per lei significa?

Il medico è un professionista che ha studiato per tanti anni e che continuerà a studiare per tutta la vita, ma che non può esercitare la professione senza la giusta caratura umana ed una spiccata predisposizione al prossimo. La medicina non è una scienza esatta, anche se le persone sembrano pretendere questo, ma una scienza statistica basata sulle evidenze scientifiche: noi medici studiamo continuamente per conoscere approfonditamente tali evidenze e ci confrontiamo con tutto il mondo attraverso l’aggiornamento con la letteratura scientifica, ma non siamo medici se non abbiamo la capacità di entrare in sinergia ed empatia con i nostri pazienti e con i loro familiari. Limitandoci a trattare le patologie, ci limitiamo ad essere tecnici della scienza medica; siamo medici solo completando le competenze tecniche e dedicando la nostra vita al trattamento dei pazienti, della persona che abbiamo di fronte ed anche delle loro famiglie. Se non fosse così, basterebbe un corso online, che trasmetterebbe in qualche modo concetti e nozioni, senza consentire di creare un modo di essere, una modalità di vita, che è appunto quella che io valuto essere la mia professione di medico”.

L’ospedale di Rivoli e il reparto da lei diretto sono stati in prima linea durante il Covid-19. Quanto è stato complesso gestire l’emergenza?

La Rianimazione dell’Ospedale di Rivoli, come d’altronde tante altre realtà ospedaliere e territoriali, nei rispettivi ambiti, hanno dovuto improvvisamente ed inaspettatamente confrontarsi con una minaccia che forse mai si era palesata in questi tempi. In poche ore e pochi giorni abbiamo avuto la necessità di trasformarci e reinventarci per gestire al meglio e dare le giuste risposte cliniche al caos che ci ha investiti: tutti si sono rimboccati le maniche e hanno lasciato che le nuove modalità di lavoro li investissero e che le stesse mutassero continuamente con il passare dei giorni. Nella nostra piccola realtà, il Dr. Flavio Boraso, Direttore Generale dell’ASL TO3, ci ha consentito di passare da una disponibilità di 5 posti letto ad un adeguamento fino a 19 posti letto in Terapia Intensiva, in soli tre giorni, fornendoci tutto il supporto necessario per costruire un piccolo miracolo organizzativo: questo ci ha permesso di riuscire a dare risposta ad un numero sempre crescente di pazienti gravi in una condizione in cui tutti i posti letto di Terapia Intensiva della Regione Piemonte si erano saturati sia in termini logistici che di personale e tecnologie. In pochi giorni siamo riusciti a definire i percorsi interni che ci hanno consentito di fornire la migliore assistenza ai nostri pazienti e di dare le giuste protezioni al personale sanitario ed indirettamente alle loro famiglie che aspettavano a casa. I risultati che stiamo elaborando in queste settimane mi inorgogliscono immensamente e sono la prova provata che mi onoro di dirigere un gruppo di professionisti di indiscutibile caratura sia umana che professionale, nonché di lavorare in un’Azienda Sanitaria che si staglia nel panorama delle migliori realtà di Sanità Pubblica a cui il cittadino italiano può rivolgersi con la certezza che per lui possiamo fare il meglio”.

A livello personale, cosa le ha lasciato questa esperienza?

“Anche se già da due anni dirigo la Rianimazione di Rivoli, quest’esperienza ha coinciso con l’assunzione definitiva dell’incarico di Direttore di Struttura Complessa ed il banco di prova è stato particolarmente violento: ne esco rafforzato e molto motivato, tranquillo per l’enorme valore del lavoro fatto da tutto il gruppo. Ho avuto l’occasione di vivere le più disparate emozioni, passando dal pianto per situazioni umane estremamente coinvolgenti, alla tristezza per i pazienti che non siamo riusciti a salvare e per le loro famiglie che non hanno potuto essere loro accanto, alla gioia per tutti i successi di cura ed all’esaltazione per aver messo la maggior parte di loro in piedi, riuscendo anche a portare qualcuno a casa, restituendolo direttamente all’affetto dei propri cari, che poi rappresenta la migliore riabilitazione per queste persone dopo settimane di allettamento e cure intensive”.

Michele Grio EmergenzaQuali accorgimenti dobbiamo avere per vivere un’estate in sicurezza?

“All’inizio di quest’esperienza ho sottolineato pubblicamente che nessuno di noi ne sarebbe uscito come prima e mi riferivo anche alle abitudini che, necessariamente, dovranno modificarsi alla luce di nuove regole igieniche e comportamentali: il distanziamento sociale, l’utilizzo delle mascherine e le norme igieniche quali il lavaggio delle mani continueranno a farci compagnia anche in futuro, probabilmente diventeranno aspetti automatici della nostra vita, e ci consentiranno di tornare in sicurezza a rimpossessarci di situazioni ed emozioni che questo virus ci ha tolto e di cui ci ha fatto sentire la mancanza. Torniamo quindi alla nostra vita, con speranza e motivazioni forti, senza derogare all’atteggiamento di prudenza che abbiamo imparato ad avere e che considero un valore aggiunto per la nostra società”.

Il virus sta scomparendo o dobbiamo mantenere alta l’allerta?

Il virus non è scomparso e non dobbiamo fare l’errore di abbassare la guardia: è un virus pericoloso e molto contagioso, che però abbiamo imparato a riconoscere, a contenere nella sua trasmissione e a trattare nelle sue complicanze cliniche anche mortali. Non siamo ancora in grado di annullarlo con terapie specifiche, ma sono fiducioso che la scienza ci saprà dare anche questa volta i giusti strumenti per farlo. Nel frattempo siamo riusciti a ridurre enormemente il tasso di mortalità ed il numero di pazienti che hanno bisogno di cure intensive, e questo è dovuto da una parte alle competenze acquisite, dall’altra al ruolo del nostro sistema immunitario che sa fare il suo lavoro in nostra difesa”.

Torino per lei è?

“Questa è la città in cui è nata mia moglie Antonella, che ho sposato nel 2005, ma che già dal 2000 ho imparato a conoscere ed apprezzare per lei. Poi è inaspettatamente diventata mia, anche se vivo a Rivoli, dove lavoro da dieci anni e dove sono nati i miei tre figli. Sono originario di Castel Goffredo in provincia di Mantova, sono cresciuto e ho studiato a Roma, mi sono completato realizzandomi umanamente e professionalmente a Torino. Il legame con il Piemonte e con il capoluogo è solido, provo riconoscenza per le opportunità offertemi e raccolte, per l’affetto e la stima che continuo a registrare e per l’accoglienza niente affatto fredda che ho ricevuto sin dall’inizio”.

Un ricordo legato alla città?

“Ricordi ne ho moltissimi, sono emozionalmente legato a via Roma ed in particolare a Piazza San Carlo, che per anni sono stati i miei luoghi preferiti. Proprio in Piazza San Carlo, anni addietro, abbiamo organizzato con l’attuale Associazione Lorenzo Greco Onlus una manifestazione con centinaia di bambini e ragazzi che, all’unisono, eseguivano correttamente il massaggio cardiaco e defibrillavano in sicurezza. Un’esperienza unica, meravigliosa, a suggello del fatto che tutti possiamo e dobbiamo essere in grado di soccorrere un’inaspettata vittima di arresto cardiaco in ambito extraospedaliero, rappresentando probabilmente la sua unica speranza di vita. Siamo tuttora impegnati con queste finalità su tutto il territorio piemontese ed in particolare su quello di riferimento della nostra Azienda Sanitaria, con le diverse edizioni di EVVIVA l’ASLTO3, che molti di voi conoscono e che continuano a chiederci di organizzare nelle varie città”.

 

Coordinamento: Carole Allamandi
Intervista: Barbara Odetto

Chi è Federica Borello, founder di Tataborello Officina Bijoux

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Federica Borello Tataborello

Rubrica a cura di ScattoTorino

Il bijoux è sinonimo di stile e ricercatezza, è il delta che trasforma il guardaroba di una donna. Lo sa bene Federica Borello, designer torinese che nel 2001 – giovanissima – ha fondato un’azienda specializzata in bigiotteria top di gamma. Il brand, Tataborello Officina Bijoux, è conosciuto in Italia e nel mondo ed è sinonimo di artigianalità, innovazione e qualità. La selezione accurata dei materiali – tra i quali spiccano le pietre semi-preziose e i cristalli Swarovski – e la professionalità degli artigiani che li modellano in modo unico e raffinato, danno vita a creazioni dal design originale e dalla forte personalità. Le collane, i bracciali e gli orecchini firmati Tataborello sono veri must have che le donne di tutto il mondo scelgono perché capaci di rappresentare il loro carattere. Non solo: versatili e originali, si declinano perfettamente dall’alba al tramonto e sanno regalare personalità ad ogni look.

Donna sensibile e attenta al sociale, durante la pandemia Federica Borello è stata promotrice di un’interessante iniziativa. Ha infatti creato un bracciale per rendere omaggio al tricolore, simbolo dell’Italia, e l’intero profitto è stato devoluto a favore di Fondazione Medicina a Misura di Donna Onlus a sostegno dell’Ospedale Sant’Anna di Torino. Il progetto ha riscosso grande successo, a conferma che quando si agisce con il cuore si innesca un circolo virtuoso.

tataborello

Tataborello Officina Bijoux: un brand che racchiude un mondo

“Il nome del marchio può sembrare bizzarro e spesso, all’estero, viene pronunciato in maniera buffa. L’ho scelto perché unisce il mio soprannome con il cognome. Sono cresciuta nel mondo del fashion: la mia famiglia aveva fondato la Juvenilia e una delle due linee si chiamava Federica. Sin da bambina mi piaceva infilare perline, utilizzare nastri e fare intrecci con materiali preziosi per cui da ragazza ho deciso di studiare presso il Polimoda di Firenze, specializzandomi in maglieria. Dopo la scuola ho aperto la mia attività, puntando sull’artigianalità e sulla qualità dei materiali. Su consiglio di mio padre ho partecipato a numerosi saloni all’estero e per anni il mercato di riferimento di Tataborello è stato il Giappone, mentre negli ultimi tempi è l’Europa. Anche se vivo all’estero da sette anni, l’attività produttiva è a Torino, città in cui è nato il marchio. Siamo un team di 10 donne, tutte mamme, e siamo molto unite tra noi. Le persone con le quali lavoro gestiscono il day by day e hanno la mia totale fiducia”.

Che cosa rende uniche le sue creazioni?

“I nostri bijoux sono diversi da quelli convenzionali perché siamo specializzate in ricamo e intreccio. Inoltre, anche quelli più importanti come dimensioni, sono leggeri e molto morbidi. Mi piace trarre ispirazione dai gioielli Art Déco, che declino in modo da regalare loro una nuova vita e renderli un mix di contemporaneità e antico. Le creazioni sono luminose e vestono perché si adattano ad ogni outfit. Ciascuna collezione nasce da una tecnica specifica che varia di volta in volta e nell’ultima abbiamo utilizzato il crochet con i filati di lurex. L’archivio di Tataborello è molto ricco e in passato abbiamo creato dei cuori che fungevano da amuleti oppure dei ciondoli in madreperla che avevano la stampa dei film, sullo stile dei manifesti cinematografici di un tempo, o ancora dei fiori di cristallo tenuti insieme da un piccolo nastro. Infine abbiamo collaborato con Moschino, Kristina Ti e altri marchi”.

Chi è la donna Tataborello?

“Una lei alla quale piace la ricerca, che non sceglie solo il brand di lusso e che ha un gusto romantico”.

Le sue creazioni sono la conferma che il made in Italy di qualità non ha confini

“Ci sono mercati, come il Giappone, in cui i compratori fanno attenzione al ben fatto e ai dettagli per cui mi sono creata un nome in quel paese. La cura e la qualità del prodotto hanno garantito una crescita naturale del marchio che negli ultimi anni si è imposto anche in Europa. Prima del lockdown presentavo due collezioni all’anno, con ottanta articoli e diverse declinazioni di colori. Il mio business puntava sugli show room di ricerca, mentre adesso vengo contattata da molti privati tramite il sito e la pagina Instagram. Mi piace avere un rapporto più umano sia con il cliente finale sia con i negozianti in modo da conoscere le loro esigenze e realizzare prodotti tailor made quasi unici.

tataborello

Durante la pandemia ha ideato il progetto #iosonotricolore. Ce lo presenta?

“Subito avevo ipotizzato di realizzare delle collane tricolore per lanciare un messaggio di speranza poi, con il team, abbiamo pensato ad un braccialetto i cui proventi potessero essere devoluti in beneficienza. Tramite un’amica ho presentato il progetto all’Ospedale Sant’Anna di Torino, che è un’eccellenza italiana. Ci piaceva l’idea di supportare questo luogo preposto alle nascite e garantire una forma di sicurezza per i neonati. L’iniziativa è piaciuta ed abbiamo venduto mille bracciali, il cui ricavato è stato totalmente devoluto in beneficienza. Il progetto è ancora attivo e abbiamo coinvolto alcune farmacie torinesi e i nostri punti vendita”.

Progetti futuri?

“Voglio ridare vita a pezzi storici attingendo dai nostri archivi fotografici e fisici, che sono ricchi di collezioni. Si tratta di un lavoro stimolante che mi appassiona. Sto inoltre investendo sullo shop online in modo che sia più fruibile per i negozianti”.

Torino per lei è?

“La mia casa. Non vivo più qui da anni perché mio marito si sposta spesso per lavoro, ma Torino rappresenta la gioia di tornare dalla famiglia d’origine. Sono cresciuta con l’idea che il capoluogo fosse la capitale della moda e sono contenta di aver creato qui la mia azienda di bijoux, che è anche la sede in cui lavorano le collaboratrici. Per me è importante garantire loro la continuità nella professione”.

Un ricordo legato alla città?

“Quando ero piccola passavo i pomeriggi nell’impresa di famiglia e giocavo con i bottoni, portavo via i tessuti sperando di confezionare un giorno dei vestiti, in realtà mai fatti. Ero la creativa di casa e i miei genitori non mi hanno ostacolato nella scelta di lavorare nella moda. Anzi, papà mi ha dato spesso consigli”.

 

Coordinamento: Carole Allamandi
Intervista: Barbara Odetto
Ph: Pepe Fotografia

Chi è Cristina Fresia, AD di Fresia Alluminio, azienda attenta alle persone

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Cristina Fresia Alluminio

Rubrica a cura di ScattoTorino

Foto di Vincenzo Solano

Fresia Alluminio non è “semplicemente” un’azienda, ma una realtà produttiva nella quale le persone hanno valore. Questo plus, insieme alla competenza imprenditoriale e alla capacità di guardare al mercato con una vision volta al futuro, è sempre stato un elemento che ha fatto la differenza e che ha trasformato il negozio di ferramenta di nonno Valentino in un’impresa famigliare di successo. Dal 1930 ad oggi Fresia Alluminio è diventata un punto di riferimento del settore non solo in Piemonte (a Volpiano risiedono la direzione generale e il polo logistico-produttivo) e in Liguria (a Vado Ligure ci sono un magazzino e un centro logistico), ma anche nel resto d’Italia e all’estero. La società progetta, brevetta e commercializza sistemi ecosostenibili per serramenti in alluminio ad alta efficienza energetica. Inoltre è stata la prima nel nostro paese ad aver certificato l’intera filiera di un serramento e la prima in Europa ad aver immesso sul mercato, nel 2011, una gamma di prodotti nati dal recupero e dalla rigenerazione dell’alluminio e della poliammide.

Dal 2014, anno che ha visto il settore dell’edilizia in forte crisi, Cristina Fresia è Amministratore Delegato della società. In precedenza si era occupata della gestione del personale e grazie all’empatia e alla stima che ha saputo creare con i collaboratori, è riuscita a traghettare l’impresa di famiglia fuori da quel periodo buio. Come? Comunicando con trasparenza la situazione al suo staff e sviluppando un piano industriale che al 31 dicembre del 2019 ha raggiunto i risultati previsti. Una delle sue capacità è stata la gestione del problema con coraggio. Quello stesso coraggio che, unito alla grinta e alla determinazione, le ha permesso di essere un modello per i dipendenti. “Credo nell’intangibile” racconta a ScattoTorino. “L’arte, i sentimenti, lo sguardo sono elementi che viviamo e non tocchiamo. Parlando di azienda, l’intangibile è la somma delle persone che, se unite, creano non solo parole ma anche azioni”.

Fresia Alluminio vanta una lunga tradizione famigliare. Ce la racconta?

“Quest’anno festeggiamo 50 anni di attività di vendita di alluminio. Il 6 giugno avremmo dovuto celebrare l’evento, ma la situazione legata al Covid-19 non lo permette. In realtà già nel 1930 nonno Valentino aprì un negozio di ferramenta e mio padre lo sostituì in seguito alla sua morte prematura. Papà Ezio ha avuto l’idea, giovanissimo, di comprare altre ferramenta e così ha scoperto le barre di alluminio.

Fresia AlluminioQuesto materiale è leggero e facile da lavorare e mio padre ha insegnato ai fabbri a fare i serramenti. In questi decenni i nostri clienti sono rimasti fedeli perché li abbiamo sempre seguiti con attenzione. In pratica noi progettiamo il sistema dei serramenti in modo che, con semplicità di assemblaggi, si realizza il serramento e la fabbricazione la curano i clienti stessi. Fresia Alluminio è nata un po’ dopo e si è separata da Fresia Ferramenta. Oggi Fresia Alluminio è un’azienda famigliare in cui papà è il Presidente mentre io e mio fratello Valentino siamo più operativi. Il nostro business è progettare finestre, porte scorrevoli e facciate continue ad alto potere isolante energetico e acustico che minimizzano la naturale dispersione termica e l’impatto ambientale”.

Ci presenta Alsistem?

“Essendo nati da una ferramenta, eravamo dei commercianti e compravamo l’alluminio inteso come prodotto già esistente. Papà ha avuto l’idea di creare un nostro sistema di profili, ma essendo piccoli il progetto era costoso. Ha quindi coinvolto altri commercianti italiani e circa 20 anni fa ha creato un’azienda, Alsistem, che progetta e acquista. Dai 3 soci iniziali siamo passati a 10 in tutta la penisola. I vantaggi di questo consorzio, che detiene i brevetti dei propri sistemi in esclusiva, sono la suddivisione dei costi e la diffusione delle diverse referenze su più mercati oltre a quello territoriale”.

Fresia Alluminio e sostenibilità. Un connubio vincente?

“L’alluminio è malleabile e noi compriamo la materia prima o il secondario, cioè l’alluminio fuso che è quasi migliore del primario. L’alluminio si fonde facilmente, ma ha un’alta conducibilità. Per tagliare il calore in eccesso molte aziende inseriscono nel serramento una barretta di plastica. Grazie a mio fratello, che è molto bravo nella ricerca, noi inseriamo il neociclato che è un materiale rigenerato. Dal 2011, quindi molto prima che in Italia si parlasse di sostenibilità, i nostri prodotti sono certificati e forniamo la documentazione e l’analisi del loro ciclo di vita. Nel 2020 le referenze certificate sono 11, più di quelle di tante aziende conosciute a livello internazionale”.

Quanto è importante il fattore umano nella vostra impresa?

“Da ragazza ho studiato presso la scuola di Amministrazione aziendale e a 21 anni ho trovato lavoro al di fuori di Fresia Alluminio. A 22 anni sono entrata in azienda e mio padre mi ha affidato la responsabilità del personale. Da sempre, quindi, conosco le procedure, l’organizzazione e le persone. Ho un approccio friendly con i collaboratori e spesso mi sento di dire che Fresia Alluminio è un’azienda famigliare non solo perché fondata dalla mia famiglia, ma perché ci conosciamo tutti da tempo. Mi piace ottenere le cose con il sorriso, anche se in certi casi è importante essere più direttivi.

I nostri clienti sono artigiani e abbiamo l’abitudine a relazionarci in modo famigliare anche con loro. Due volte all’anno ci incontriamo con il personale per raccontare cosa abbiamo fatto. Coinvolgiamo tutti: dai magazzinieri all’autista agli impiegati. Mio fratello racconta del mercato, dei prodotti, delle novità e io della parte relativa alle risorse umane. È un’occasione di scambio anche per i colleghi e questo aiuta a creare armonia in azienda, perché il capitale umano ha un ruolo fondamentale”.

Fresia Alluminio

Il biennio 2020-2021 la vede Consigliera dell’Unione Industriale. Un riconoscimento prestigioso

“Da giovane facevo parte dei Lyons, dell’Api ed ho partecipato ad attività di gruppo perché le ritengo formative. In seguito, tra l’azienda e la famiglia, non ho più avuto tempo. Poi mi sono iscritta all’Unione Industriale e un giorno mi hanno telefonato per chiedermi se volevo fare la rappresentante per votare. Ho accettato e, di getto, ho chiesto di candidarmi. Non mi sono promossa e non l’ho detto a nessuno, ma sono stata votata. Attualmente i nostri meeting si svolgono con Zoom perché non possiamo incontrarci di persona, ma sono entusiasta”.

Torino per lei è?

“Sono entrata a far parte dell’Unione Industriale per fare qualcosa per Torino. La nostra città è composta da persone ricche di idee, ma purtroppo non sempre emerge il loro lavoro. Nel capoluogo c’è molto intangibile e spero di poter contribuire al suo sviluppo in modo che diventi visibile a tutti. Amo Torino e non mi staccherei mai da lei. Viaggio molto per lavoro, ma torno sempre a casa”.

Un ricordo legato alla città?

“La mia prima conquista è stata, da ragazzina, quando papà mi donò un motorino. Dai 14 ai 19 anni ho scoperto tanti angoli di Torino e della collina. Ricordo ancora la gioia e il senso di libertà che provavo nel conoscere a poco a poco la mia città”.

 

Coordinamento: Carole Allamandi
Intervista: Barbara Odetto

Chi è Cristina Di Bari, imprenditrice e attenta al sociale

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Cristina Di Bari Imprenditrice

Rubrica a cura di ScattoTorino

Cristina Di Bari è un’imprenditrice di successo che sa unire testa e cuore. La passione per il lavoro, trasmessa prima dal papà Nicola e poi dallo zio Giovanni Cottino, unita alla costanza e all’impegno in qualsiasi progetto la veda protagonista, sono il leit motiv della sua vita. Dopo gli studi, a 25 anni subentra al padre nella conduzione dell’azienda che operava nel settore del commercio e nel 1994 è chiamata dallo zio a creare e dirigere un’altra azienda di famiglia, la TRA.SMA Spa che si occupa di produzione di fili di rame trafilati, della quale oggi è Socio e Amministratore Unico.

Infaticabile ed entusiasta, ricopre con successo altri ruoli apicali: è infatti Vice Presidente della Fondazione Giovanni ed Annamaria Cottino, del Cottino Social Impact Campus e di Unionchimica Torino, è Membro del Comitato di indirizzo della Fondazione CRT, Consigliere di Amministrazione di Corep e Confapifidi oltre che Membro della Commissione Finanza di Confapi nazionale. Imprenditrice, donna sensibile e attenta al sociale. Cristina Di Bari agisce con etica e savoir-faire in tutti i settori e crede fermamente che il futuro si costruisca oggi.

TRA.SMA S.p.A., della quale è Amministratore Unico, opera ponendo attenzione alle politiche ambientali e sociali. In che modo?

“Io appartengo alla seconda generazione di questa azienda, che è un’eccellenza nel suo settore. È infatti una delle prime tre in Italia e una delle prime cinque in Europa. Nella gestione della società ho avuto la fortuna di poter esprimere non solo attenzione al profitto economico, essenziale per ogni impresa, ma anche alle politiche ambientali e sociali. Da 20 anni abbiamo ottenuto la certificazione ambientale e in azienda ormai è una prassi collaudata per tutti operare nel rispetto di tali norme.

Cristina Di Bari Imprenditrice

Abbiamo poi installato due cogeneratori per l’autoproduzione di energia elettrica da gas metano ottenendo efficienze energetiche anche per il riscaldamento ed il raffrescamento dello stabilimento e degli uffici, ma siamo orgogliosi di poter attuare anche una significativa politica di inclusione sociale. Collaborando con il Sermig di Torino, e grazie alla sensibilità sviluppata all’interno del team, abbiamo oggi presenti in azienda lavoratori di tante etnie diverse– filippini, rumeni, africani, italiani – e abbiamo sperimentato anche l’inclusione di detenuti in semilibertà. È una bella soddisfazione offrire l’opportunità a noi e ai nostri dipendenti di convivere con persone di altre culture e diversi stati sociali”.

Ci presenta la Fondazione Cottino, della quale è Vice Presidente?

La Fondazione nasce nel 2002 per volontà dei miei zii Annamaria Di Bari e Giovanni Cottino per realizzare l’ideale di restituzione rispondendo ai bisogni semplici del territorio in termini di assistenza ai più deboli. E’ stato poi avviato un percorso evolutivo verso la così detta filantropia strategica che, ispirandosi a modelli imprenditoriali a noi cari, mira a essere propulsore di sviluppo. Questo tipo di filantropia opera in tre diverse aree: Formazione Trasformativa, Charity e Territorio, Ricerca & Innovazione.

Rispetto alla prima area, l’iniziativa più recente e rilevante è l’istituzione del Cottino Social Impact Campus che è il primo campus in Europa dedicato ad un’offerta formativa innovativa per la creazione di worldmakers for social impact. L’area Charity & Territorio è quella che costituisce da sempre il DNA del nostro ente. Operiamo direttamente e sosteniamo organizzazioni che agiscono sul territorio a favore dei più fragili per il bene delle famiglie, dei bambini e degli anziani. È l’area di tanti interventi tra i quali quelli della ricostruzione, dopo il sisma del 2016, della scuola dell’infanzia del Comune di Loro Piceno e della costruzione, nel 2018, del nuovo oratorio Onda Giovane Salus di Torino. Innovazione e Ricerca, infine, è l’area di focus che vede la Fondazione Cottino direttamente coinvolta nel percorso di sviluppo: dall’idea all’impresa. Attraverso molteplici strumenti e forme di intervento, l’obiettivo è quello di promuovere e sostenere progetti imprenditoriali che con l’innovazione tecnologica e la ricerca siano in grado di valorizzare il capitale umano, la sostenibilità e l’impatto sociale. È l’area del fare e del fare impresa, del Premio Applico, di H4O (Hackathon for Ophthalmology) e dell’Ospedalizzazione a Domicilio (OAD)”.

Il Cottino Social Impact Campus è un progetto nuovo: di cosa si tratta?

“Sono due le anime innovative in gioco ed entrambe hanno in comune il modello di intervento di stampo imprenditoriale. Una è relativa alla costruzione del futuro Cottino Learning Center del Politecnico di Torino, un centro di quasi 4.000 mq che verrà realizzato all’interno della Cittadella politecnica con un esempio innovativo di progettazione e realizzazione condivisa pubblico-privato e l’altra è relativa alla realizzazione di un Social Impact Campus che sarà il primo centro in Europa ad occuparsi di Impact Education”.

La filosofia del Campus si basa sulla cultura trasformativa. Approfondiamo il tema?

“Si tratta di un progetto attraverso il quale generare un cambiamento sistemico attraverso la cultura. Vogliamo contribuire a formare giovani, imprenditori, manager, professionisti e organizzazioni in grado di rispondere alle sfide sociali contemporanee e immaginare nuove soluzioni. Vogliamo portare una cultura – oggi di nicchia – ad essere di massa per generare un vero cambiamento. Attraverso un percorso di apprendimento e sperimentazione unico ed altamente distintivo, il Campus Cottino formerà queste figure dotandole di nuovi strumenti, metodologie e prospettive perché sappiano produrre nei rispettivi ambiti di lavoro un impatto sociale positivo.

Vogliamo offrire una visione che coniughi la redditività economica alla sostenibilità economica, ambientale e soprattutto sociale. Non si tratta di classiche lezioni in aula, ma di reali esperienze dove la teoria si integra alla pratica con progetti concreti su cui docenti e studenti si confrontano. Grazie alle partnership strategiche con il Politecnico di Torino, l’Opera Torinese del Murialdo, Social Fare e anche con Torino Social Impact, Assifero, EVPA, ESCP Business School – realtà tutte eccezionali e di esposizione internazionale per una proposta ben oltre i confini locali – svilupperemo veri e propri Impact Leader”.

Da imprenditrice, qual è il suo ruolo nel direttivo di APID?

“Sono molti i miei impegni associativi sia a livello locale che nazionale. Per più di 8 anni sono stata Vice Presidente Vicario di Api Torino e oggi sono parte della governance a livello nazionale. Apid è il luogo dove ho mosso i primi passi associativi e dove ho sperimentato l’importanza ed il valore del dialogo, del confronto e della rete tra imprenditori condividendo le parole della past President Giovanna Boschis: “da soli siamo invisibili, insieme siamo invincibili”.

Noi donne abbiamo un’incredibile innata capacità di fare le cose bene e velocemente e più di altri abbiamo la sensibilità, il coraggio e la resilienza per affrontare i cambiamenti e gestire la rivalità. Il mio ruolo è fare squadra ed essere complementare per lo studio e la realizzazione dei progetti, ma anche fare squadra per condividere momenti di socialità e divertimento”.

Quali sono le parole chiave per la Torino di domani?

Cristina Di Bari ImprenditriceInnovazione tecnologica e sociale, formazione, investimenti. Torino deve diventare un laboratorio di innovazione grazie ai nuovi progetti creati in sinergia sul territorio tra università, imprese e fondazioni. Abbiamo delle eccellenze rappresentate dalle Università e dal Politecnico di Torino che devono essere implementate per offrire una formazione nuova come la making school e come gli Itis professionali, perché oggi c’è bisogno di nuove figure. Occorre anche attrarre nuovi investimenti per far sì che la città possa offrire lavoro, e quindi residenza, ai tanti che popolano le nostri eccellenti università in modo che possano restare, mettere su famiglia e vivere in un contesto ottimale dal punto di vista sociale e ambientale. Come imprenditrice credo che occorra creare una Torino nuova che punti sulla cultura e sul rilancio attraverso grandi eventi che attraggano il turismo”.

Torino per lei è?

È la mia casa. Qui c’è la mia grande famiglia. Ci sono mio marito Nicola, mio figlio Edoardo, mia mamma, i miei nipoti, i cugini e i diversi parenti. Qui ho mosso i primi passi imprenditoriali seguendo le orme di mio padre prima e di mio zio successivamente. Ho avuto modo, grazie ai miei impegni istituzionali, di vedere Torino sotto tanti aspetti: imprenditoriale, culturale, politico, sociale. Questa è una città che ha radici solide nei suoi cittadini e un potenziale di sviluppo e di crescita enorme. È sempre stata un grande incubatore di innovazione: basta pensare alle tante cose che sono nate a Torino e a quelle che ancora oggi stanno nascendo. Infine è la città ideale per vivere e per lavorare e può diventare un modello per il futuro”.

Un ricordo legato alla città?

“Ho la fortuna di abitare in una posizione dove posso godere di tre viste ogni mattina: la collina, le montagne e la città. Ognuno di questi panorami suscita in me dei ricordi passati e presenti. La bellezza delle passeggiate in bici o a piedi nel verde della collina o in riva al fiume sin da quando ero bambina, la forza che mi ispira ogni giorno il Monviso con le sue cime innevate e il cielo azzurro e la città, con i suoi palazzi storici, i suoi portici e i grattacieli e poi la bellezza delle persone, il valore degli amici in una dimensione tutt’altro che da bugia nen”.

 

Coordinamento: Carole Allamandi
Intervista: Barbara Odetto
Foto Cristina Di Bari e Campus – Ph: MybossWas e Nicola Gaudiomonte

Chi è Luca Vicini, bassista dei Subsonica, producer e scrittore

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Luca Vicini bassista dei Subsonica

Rubrica a cura di ScattoTorino

Non si può parlare di musica a Torino senza parlare dei Subsonica. Grazie alla band, infatti, la nostra città – un tempo simbolo industriale – si è fatta conoscere anche per le sue sonorità. I “5 di piazza Vittorio” hanno saputo segnare una svolta nel panorama musicale italiano e internazionale, come dimostrano i tanti riconoscimenti: dal disco di platino per Microchip Emozionale (2000), Amorematico (2002) e Terrestre (2005) ai due MTV Music Awards come Best Italian Act (nel 2000 e nel 2002). ScattoTorino ha incontrato Luca Vicini, in arte Vicio, che oltre ad essere il bassista dei Subsonica è anche un producer affermato e autore di due libri: Il silenzio tra le note, edito da Ultra, e Quattro corde pubblicato da Arcana.

L’amore per la musica quado è nato?

“Mia madre dice che a quattro anni imitavo Riccardo Cocciante e cantavo Bella senz’anima. A otto anni una cugina mi ha fatto scoprire Message in a bottle dei Police e sono impazzito. Mi piaceva il rock e avevo un animo da dj: mi divertivo a far sentire la musica agli altri e con un amico giocavamo alla radio”.

Luca Vicini bassista dei Subsonica

E la passione per il basso?

“Ero al liceo e seguivo gruppi dark e punk, ma soprattutto metal. Suonavo la chitarra, ma mi piacevano le band dove il basso era in evidenza e così ho cambiato strumento. Sono entrato in un gruppo, ma ero autodidatta. Solo in seguito ho studiato al Centro jazz di Torino”.

L’avventura Subsonica come è iniziata?

“Quando sono nati i Subs il bassista era Pierfunk. Poi lui ha abbandonato la band mentre io ero in Spagna con una persona amica del loro fonico che mi ha suggerito di farmi avanti. Ho chiamato Boosta (il tastierista n.d.r.), che conoscevo, e da lì è nato tutto”.

Ci presenti il Punto V?

È il mio studio di registrazione. Un luogo accogliente in bassa Valle di Susa in cui io, ma anche tanti musicisti, possiamo creare, arrangiare e registrare. Ci sono sintetizzatori analogici, strumenti etnici, percussioni, e naturalmente bassi di ogni tipo”.

Da lì sono nati tanti progetti. Ce ne segnali qualcuno?

“All’interno del Punto V hanno preso forma produzioni come i singoli The Color Inside Her di Jeffrey Jey, Show Me The Way To Heaven di Raf, la traccia su album La sedia di Lillà di Antonella Ruggero. Ho collaborato con Ermal Meta a La vita migliore che è nell’album Vietato morire e sono passati dal Punto V artisti come Antonello Venditti e Zero Assoluto”.

Il tuo ultimo libro è Quattro corde. Di cosa tratta?

Il sottotitolo è Passato, presente, futuro e Subsonica. È uscito a fine febbraio e si compone di dodici capitoli che prendono spunto da alcune canzoni cruciali per il mio sviluppo come persona e come bassista dei Subsonica. Sono canzoni che oggi non hanno più un significato specifico per me e che sono fuori dal tempo. Quelle che racconto sono storie singole e storie che si intrecciano. Sono ricordi semplici, divertenti e a volte dolorosi, ma che fanno parte di me. Descrivo anche come sono arrivato ai Subsonica e i primi momenti di condivisione con la band. Attimi simili ad un amore, fatto di sentimenti positivi e negativi, di avvicinamenti e allontanamenti, ma anche parentesi di stabilità come quello che sto e stiamo vivendo adesso. Purtroppo lo scenario nazionale attuale ha imposto di far slittare le presentazioni del libro. Quando si tornerà alla normalità ricomincerò a promuoverlo e sarà bello condividere senza essere ad un metro di distanza”.

Luca Vicini bassista dei SubsonicaHai altri progetti extra Subsonica?

Come producer sto curando il primo lavoro da solista di Linda Messerklinger e tutto sta procedendo velocemente e in maniera entusiasmante. Si tratta di un progetto musicale che dedicherà molta attenzione a ciò che ognuno di noi è chiamato a vivere quotidianamente. Tra le tracce ci sono alcuni mash up di brani rivisitati in chiave nuova, che potete ascoltare su Spotify, Apple Music e su tutte le principali piattaforme di streaming: Enjoy the silence dei Depeche mode con Moments in love degli Art of noise e In our sleep di Laurie Anderson con All is full of love di Bjork. Ci saranno anche pezzi inediti scritti da lei e accompagnati da me per la parte musicale: il primo è Voyage dans la lune il cui titolo si rifà al film di George Meliès e che presto sarà accompagnato da un video curato da Alla Chiara Luzzitelli e Linda Messerklinger in cui si parla di temi contemporanei: dall’utilizzo delle biotecnologie alla sostenibilità. Tra i protagonisti ci saranno il designer Piergiorgio Robino, il filosofo Leonardo Caffo, il sottoscritto e molti altri personaggi di rilievo del panorama italiano”.

Torino per te è?

“Anche se da tempo ho scelto di vivere in Valle di Susa, ci ho abitato dai 30 ai 37 anni. Mi piace stare vicino alla natura, ma ho comunque bisogno di avere una metropoli accanto perché ho costantemente contatti con la cultura, con l’arte e con tutto ciò che è in fermento all’ombra della Mole. Per me è fondamentale uscire, andare ai concerti, scoprire nuovi luoghi in cui bere un aperitivo e ritrovare un ambiente stimolante dove spesso nascono le idee, i progetti artistici e le stesse unioni che servono per far crescere la società. Non potrei mai stare troppo lontano da Torino”.

Un ricordo legato alla città?

“Ero single e vivevo nella zona del Balon. Una sera doveva passare da me Maurizio Lobina degli Eiffel 65, che si è presentato a casa alle 2.30 del mattino. Decisamente molto dopo rispetto all’orario che mi aveva detto. Insieme siamo usciti per andare ai Murazzi e siamo rientrati alle 8. Quel ricordo è legato ad un momento nostalgico, un periodo leggero in cui la musica era sempre dietro l’angolo e insieme abbiamo composto molti lavori. Un altro ricordo è legato a piazza Vittorio quando ancora il parcheggio era sterrato. Era la piazza dove c’era Casasonica, ma anche il simbolo di un tempo passato, di una Torino diversa e meno sterile”.

 

Coordinamento: Carole Allamandi
Intervista: Barbara Odetto
Foto Luca Vicini in bianco e nero – Ph: Luca Carlino
Foto Subsonica – Ph: Pasquale Modica

 

Una vita di corsa: chi è Giuseppe Tamburino, running motivator

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Corsa Beppe

Rubrica a cura di ScattoTorino

Ha 62 anni e sembra un ragazzo. Il suo segreto? La corsa, che è passione e lavoro allo stesso tempo. Con oltre 130.000 chilometri di strada nelle gambe e un cospicuo numero di maratone alle quali ha partecipato, anche con ottimi risultati, Giuseppe Tamburino ha creato diversi progetti – di carattere sociale e non – legati a questo sport: dall’Ecomaretona a Girls Just Wanna Have Run sino a Run&Clean. Tutte iniziative di successo che coinvolgono le persone e legano l’attività sportiva ad aspetti etici mai banali che vanno dalla pulizia del luogo in cui si corre alla sicurezza delle donne runner. Siccome la fatica non gli pesa, Beppe scrive anche sul mensile Correre e racconta storie sulla motivazione, si occupa di team building e con il suo progetto #runningmotivator accompagna nella corsa sia il personale delle aziende sia i singoli. In media si allena 3 volte al giorno per un totale di circa 30 chilometri quotidiani e non è mai stanco perché, dice: “Quello che mi attrae di più è il senso di libertà e condivisione che solo la corsa ci regala”.

Corsa Beppe

Una vita di corsa?

“Ho iniziato 35 anni fa. Era estate e i miei genitori mi avevano mandato in collegio a Paderno del Grappa. Per stare all’aria aperta potevo solo correre in pista, sotto il sole. Così per due mesi mi sono allenato, arrivando a percorrere anche 20 chilometri al giorno. Ho vinto la mia prima gara proprio lì, anche se non avevo ancora capito quanto mi piacesse la corsa. Dopo i 30 anni, a seguito di un incontro fortuito, ho preparato la prima delle mie 27 maratone, tante con un tempo sotto le 3 ore. Devo molto al mio allenatore, Alessandro Rastello, che è stato fondamentale. Ho partecipato ad una serie innumerevole di gare e della maratona di Milano ho un bellissimo ricordo: il mio best time di 2’43” e mia cugina, già malata, che mi seguiva e mi aspettava all’arrivo.  Correre mi ha sicuramente cambiato la vita e reso una persona migliore”.

Cosa significa essere un Running Motivator?

“Ho ideato questa figura 10 anni fa. Non sono un personal trainer o un allenatore, ma una persona capace di portare chiunque dal divano al parco perché, come cita il mio hashtag, #insiemepuoi. Metto la mia esperienza al servizio degli altri e li motivo alla corsa. Essendo empatico, quando mi alleno con qualcuno lo ascolto e creo un rapporto vero. Inoltre, avendo partecipato a tante manifestazioni sportive e avendone create a mia volta parecchie, ho percorso migliaia di chilometri con la gente che mi ha regalato la propria storia, che uso come proprietà transitiva. Se uomini e donne con problemi personali gravi hanno trovato nella corsa una motivazione per cambiare la loro vita o comunque migliorala, può farlo chiunque. Oggi si rivolgono a me circa 300 persone e si tratta sia di aziende come Europe Assistance o Shiseido, sia singoli individui che amano il running o vogliono dedicarsi alla corsa. Io li motivo, li preparo, ma quando hanno raggiunto l’obiettivo lascio che procedano da soli e tanti hanno anche partecipato a delle maratone. Tra chi corre solamente, la maggioranza sono donne: ammiro la loro determinazione e la capacità di mettersi alla prova”.

Tra i tuoi progetti di successo c’è stata l’Ecomaretona

“Nel 2008 ho creato ed organizzato quella che è stata la più lunga corsa a tappe in favore dell’ambiente e dello sport pulito, che ha coinvolto centinaia di associazioni sportive e tanti appassionati. L’evento ha avuto un grande successo ed ha contato 5 edizioni: la prima da Ventimiglia a Reggio Calabria, la seconda nel 2009 da Reggio Calabria a Trieste, nel 2010 in Sardegna e in Sicilia, nel 2014 da Ventimiglia a Reggio Calabria e nel 2015 da Trieste a Ventimiglia. I giorni di corsa sono stati circa 300 per un totale di 40.000 partecipanti. Ogni giorno, con il team, cambiavamo posto, incontravamo persone e inviavamo il reportage ai media partner che erano Radio2, Radio Montecarlo e la rivista Correre. Per me è stata un’esperienza unica condividere questa passione con tutti coloro che ho incontrato lungo le diverse tappe. Per questa attività ho ricevuto, e ne sono molto orgoglioso, due medaglie dal Presidente della Repubblica”.

Cos’è Run&Clean?

“Il progetto unisce la corsa con l’attenzione all’ambiente. In pratica invito i runners, ma anche chi cammina, a raccogliere lattine, bottiglie e ciò che trova sul proprio percorso. Basta avere con sé un sacchetto, dei guanti protettivi e buona volontà. In Italia ci sono 7 milioni di persone che corrono ogni settimana. Se tutti aderissero all’iniziativa avremmo parchi, sentieri, vie e spiagge più pulite. L’esempio è più importante delle parole, per questo mi impegno in prima persona e metto faccia e gambe in ogni mia idea”.

Un’altra bella iniziativa è Girls Just Wanna Have Run

“Si tratta di un progetto gratuito dedicato alla sicurezza delle donne che corrono, ma desidero che a parlarne sia Margherita Cavaglià, che è l’ideatrice”.

Margherita Cavaglià (che abbiamo raggiunto al telefono) spiega: “Ho sempre fatto agonismo di canottaggio e il fiume e il parco del Valentino li ho vissuti tanto poi, 3 anni fa, sono stata aggredita mentre stavo correndo alle 3 del pomeriggio. Mi sono spaventata e ho smesso di correre per 2 anni, optando per la palestra. Nel dicembre del 2019 ho deciso di ricominciare e ho cercato dei gruppi, ma non ho trovato nulla dedicato alle donne, così ho pensato di crearlo io. Mi sono rivolta a Beppe, che ha accettato con entusiasmo di unirsi all’iniziativa. Girls Just Wanna Have Run, che riprende il titolo di una famosa canzone di Cindy Lauper, organizza uscite che sono anche dedicate alla sensibilizzazione e all’informazione.  Con noi c’è Diletta Gasperoni che è una personal trainer ed insegna degli esercizi a corpo libero per migliorare la postura e la muscolatura. Il progetto, che sta riscuotendo l’interesse di possibili sponsor di abbigliamento sportivo, è replicabile ovunque e ha grandi ricadute sul territorio. Al momento, senza pagare sponsorizzazioni su Facebook, la pagina conta circa 600 iscritte e vorremmo creare un gruppo a livello nazionale ed inserire dei corsi di sicurezza: dall’uso dei fischietti ai consigli pratici – come ad esempio non ascoltare la musica che attenua la percezione dei rumori circostanti – all’importanza di correre insieme per non essere un bersaglio dei molestatori”.

Corsa Beppe Beppe, Torino per te è?

“Se avesse il mare sarebbe il top! È comunque un luogo bellissimo in cui vivere, anche se ha perso lo spirito imprenditoriale che aveva ai tempi della Fiat. Oggi ci sono molte startup e tante iniziative importanti, ma manca un progetto di business a lungo termine. Forse dovremmo chiederci cosa vogliamo fare da grandi”.

Un tuo ricordo legato alla città?

Nel 2006 ho organizzato per Samsung il viaggio della fiamma olimpica che da Roma è arrivata a Torino attraversando l’Italia. Ho gestito il budget e l’idea nella sua totalità, vincendo una gara a livello mondiale. Per giorni ho corso e condiviso la stessa passione con le circa 250 persone, tutte fantastiche, che facevano parte del gruppo: insieme abbiamo fatto 10.500 chilometri passando anche per la Sicilia e per la Sardegna e abbiamo coinvolto 11 milioni di italiani. Con noi c’era una carovana di 16 mezzi che includeva anche Radio2 e due postazioni di dj che cambiavano la musica in base a chi incontravamo lungo il percorso. Ricordo ancora l’emozione, quando siamo arrivati a Torino, nel veder scendere le persone dai carri e baciare il suolo. È stata un’esperienza unica e di grande responsabilità che, una volta conclusa, mi ha lasciato un vuoto incredibile e mi ha portato a organizzare l’Ecomaretona”.

 

Coordinamento: Carole Allamandi
Intervista: Barbara Odetto

Chi è Laura Cosa, co-founder e CEO di Impact Hub Torino

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Laura Cosa Impact Hub Torino

Rubrica a cura di ScattoTorino

Non è un coworking nel senso tradizionale, ma un laboratorio per l’imprenditoria che punta su un ecosistema di risorse, opportunità di collaborazione e stimoli per aumentare l’impatto positivo generato sulla società. Fondato da 8 “pionieri” che credono nelle potenzialità di Torino e hanno voluto riportare il modello internazionale già esistente anche all’ombra della Mole, Impact Hub Torino sorge in piazza Teresa Noce 17d negli spazi della ex fabbrica di cavi elettrici Incet. Un quartiere che si sta appropriando di una nuova identità anche grazie a questo luogo in cui hanno sede alcuni dei principali attori dell’open innovation locale. ScattoTorino ha incontrato Laura Cosa, Co-founder e CEO di Impact Hub, che ci ha raccontato qual è il format di questa community che conta 102 sedi tra Europa, Nord e Sud America e oltre 16.000 iscritti. Dopo la laurea cum laude in Finanza conseguita presso l’Università degli Studi di Torino e due esperienze di studio all’estero, in India e in Cina, Laura ha lavorato nel settore della microfinanza, è stata responsabile dello sviluppo di progetti in Italia, Europa e Africa della ONG francese PlaNet Finance (oggi Positive PlaNet) guidata dall’economista Jacques Attali e nel 2013 ha conseguito il diploma di Certified Expert in Microfinance presso la Frankfurt School of Finance & Management.

Impact Hub TorinoCos’è Impact Hub?

“È una rete internazionale, una community di innovatori sociali. Ovvero di spazi che ospitano imprese, investitori, startup, organizzazioni, enti, associazioni e liberi professionisti accomunati dalla volontà di generare un impatto positivo sull’ambiente, sulla società e sul territorio. Ogni sede è interconnessa a livello locale e mondiale per cui possono nascere relazioni professionali sia legate al contesto in cui si opera sia di più ampio respiro”.

Impact Angels invece?

“Si tratta di una membership esclusiva per i Business Angels “ad impatto” cioè quegli investitori che sono interessati ad un target che sviluppa progetti imprenditoriali volti alla sostenibilità e che hanno la possibilità di incontrare delle startup ad alto impatto sociale che vengono selezionate dal nostro network. L’obiettivo è facilitare le relazioni tra questi due protagonisti del mercato che sono connessi tra loro”.

Ci presenti Angels for Women?

“Il club è composto da donne che sostengono l’imprenditoria femminile. In questo caso, così come con gli Impact Angels, siamo guidati dall’obiettivo di portare un cambiamento anche culturale nelle modalità di fare impresa. Oggi purtroppo si tratta di nicchie di mercato, ma l’idea è che in futuro diventino lo standard”.

 

Da chi è composto il team torinese?

Quando abbiamo iniziato eravamo otto giovani che avevano studiato economia, ciascuno con declinazioni professionali diverse e complementari: Marilù Sansone, Davide Moletti, Alessandro Amelotti, Alessandro Straffolino, Alessandro Cappellini, Laura Casale, io e Paolo Russo, che è anche il Presidente. Ci conoscevamo già dai tempi dell’università e dell’AIESEC, l’associazione studentesca internazionale che ha valori affini ai nostri. Oggi Marilù ed io siamo operative full time, mentre altri tre co-founder ci supportano in base alle loro competenze. Abbiamo inoltre dei collaboratori e dei tirocinanti dell’Università di Torino. Per loro è una bella opportunità perché il nostro è un mondo lavorativo diverso da quello tradizionale e infatti abbiamo avuto dei feedback positivi da parte di molti, che hanno definito quella con noi un’esperienza illuminante. Oltre ai fondatori abbiamo una compagine societaria aperta ad altri investitori del territorio che hanno deciso di far parte del progetto e che si occupano di innovazione con un ruolo attivo”.

Quali sono i plus di una struttura fluida come la vostra?

“Questo è un contesto professionale aggregativo perché grazie al coworking è possibile fare networking, trovare delle opportunità di business e confrontarsi quando si lancia un prodotto o un servizio nuovo avendo dei riscontri diretti e immediati. Anche noi di Impact Hub creiamo momenti di incontro e confronto grazie a degli eventi mirati. Di recente, ad esempio, il Relationship Manager di LinkedIn ha tenuto un corso di formazione sul personal branding. Inoltre organizziamo workshop gratuiti con esperti e trattiamo temi come l’innovazione e l’importanza di fare impresa e abbiamo degli strumenti che mettiamo a disposizione dei membri come i programmi di accelerazione e una serie di opportunità agevolate tramite i partner del territorio”.

Impact Hub TorinoChe cos’è la Global Community App?

“Si tratta di una piattaforma virtuale che connette gli oltre 16.000 Hubbers del mondo in cui gli iscritti possono chattare, far parte di gruppi tematici e creare connessioni professionali”.

E l’Impact Hub Passport?

“Chi fa parte della nostra rete può utilizzare gratuitamente, fino a 3 giorni all’anno, una postazione in una delle 102 sedi. Gli iscritti hanno gli stessi valori di condivisione, apertura mentale e professionale e spesso succede che si creino delle sinergie tra loro. In ottica di condivisione, ogni anno il network organizza due gathering: un incontro con i fondatori di Impact Hub di tutto il mondo che si tiene ogni volta in una città diversa; c’è poi un secondo meeting a livello europeo”.

Avete stretto una partnership con l’aeroporto di Torino. Di cosa si tratta?

“Da diverso tempo l’aeroporto ragiona su come trasformare il proprio spazio per essere più funzionale per i viaggiatori e tra i progetti aveva la creazione di location per riunioni o per il business. In questo periodo stiamo esplorando se la partnership funziona perché, dopo la prima fase di indagine sul campo, abbiamo attivato una sala riunioni che era già presente in aeroporto e ne stiamo monitorando l’utilizzo. I risultati sono interessanti e le grandi aziende che hanno manager che si spostano in Europa organizzano qui i meeting. Tra i plus ci sono il parcheggio gratuito e il fast track per accedere più velocemente all’area imbarchi”.

Impact Hub TorinoQuali eventi avete in calendario?

“C’è un palinsesto fisso con dei format che organizziamo con regolarità. Si tratta di incontri per la community: dai workbench mensili gratuiti per gli Hubbers e per gli esterni ai momenti di networking come la Sexy salad: un pranzo dove ognuno porta del cibo e vengono invitati ospiti speciali che presentano il loro progetto, se di valore per il gruppo. A marzo terremo un secondo corso per Business Angels che si svolgerà in 5 serate e interverranno esperti che affronteranno ognuno un tema specifico: da quello giuridico-fiscale alla scelta dell’investimento giusto”.

Fuckup Nights significa?

“È un format innovativo e internazionale nato in Messico ed esportato in più di 300 città. Si tratta di serate informali dove si raccontano storie di fallimento professionale perché tutti ci siamo passati e spesso i migliori successi sono figli di errori. Le storie possono essere di ispirazione, motivazione e condivisione e servono per aiutare gli altri. Tra gli ospiti abbiamo avuto Paola Gianotti, che nel 2012 ha dovuto chiudere l’azienda e si è reinventata decidendo di fare il giro del mondo in bici per battere il Guinness World Record come donna più veloce ad aver circumnavigato il globo. Altri protagonisti sono stati Fabio Zaffagnini geologo e imprenditore che ha fondato Rockin’1000 e Trail Me Up, Augusto Coppola managing director del programma di accelerazione per startup Luiss EnLabs, Francesca Corrado fondatrice della Scuola del fallimento, Alfredo Carlo founder di Housatonic e Gregorio Caporale imprenditore e socio della digital factory torinese Synesthesia. Il prossimo appuntamento è entro giugno e troverete le informazioni su torino.impacthub.net”.

Torino per te è?

“Durante l’università ho fatto delle esperienze all’estero e successivamente ho lavorato a Milano, ma sono tornata a casa perché Torino è l’ideale per creare una realtà di questo tipo. Prima di aprire Impact Hub ci siamo chiesti se avesse senso farlo e la risposta è stata sì perché questa è una città dalle dimensioni perfette per il proliferare delle iniziative dal basso. Abbiamo scelto un quartiere in via di riqualificazione perché ci piace far parte della trasformazione torinese che da città industriale diventa un luogo che punta sull’innovazione”.

Un ricordo legato alla città?

“Nel 2014 siamo partititi con l’idea di portare Impact Hub a Torino e abbiamo cercato una location. All’inizio non è stato facile, ma poi siamo approdati al progetto di riqualificazione della fabbrica di cavi elettrici Incet, che era in disuso, completamente degradata e la piazza di fronte al nostro spazio addirittura non esisteva. Abbiamo seguito tutte le fasi evolutive e oggi, quando entro nella nostra sede, ricordo lo stato di desolazione in cui versavano gli oltre 10.000 metri quadri e sono contenta che, anche grazie a noi, ci sia stato un rinnovamento. Abbiamo compiuto da poco il secondo compleanno e abbiamo voluto festeggiare per restituire ciò che abbiamo fatto in questo periodo, sottolineare cosa siamo e cosa vogliamo fare per il prossimo anno”.

 

Coordinamento: Carole Allamandi
Intervista: Barbara Odetto

 

 

Chi è Paola Gribaudo, presidente dell’Accademia Albertina di Torino

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Paola Gribaudo Accademia Albertina

Rubrica a cura di ScattoTorino 

Paola Gribaudo è una donna eclettica e sensibile la cui vita sembra la trama di un romanzo. Come il padre Ezio – celebre artista, editore e promotore culturale – anche lei ha saputo coniugare la passione per l’arte e per la cultura con la professione. Critica d’arte, curatore di libri d’arte, vanta collaborazioni con le case editrici Skira, Gli Ori, De Agostini, Electa, Rizzoli International, Silvana Editoriale e Thames & Hudson. Intellettuale vivace e appassionata, ha viaggiato molto e conosciuto i protagonisti dell’arte: da Francis Bacon a Peggy Guggenheim, da Henry Moore a Jean Dubuffet da Giorgio de Chirico a numerosi altri. Nella sua brillante carriera di editore ha pubblicato oltre 1.000 tra monografie, cataloghi di mostre e libri per autori e artisti internazionali. A testimonianza del valore del suo operato, nel 2011 ha ricevuto l’onorificenza di Chevalier de l’Ordre des Arts et des Lettres dal Ministro della Cultura Francese Frédéric Mitterand. Nel 2016 l’Accademia Albertina di Belle Arti di Torino le ha conferito la medaglia di Accademico d’onore per il ruolo di Ambasciatrice del libro d’arte e per aver portato il nome di Torino nel mondo. Un legame, quello con l’Accademia Albertina, che è quasi inscindibile e che si basa su una profonda stima reciproca. Nel 2019 il Ministro per l’Istruzione Marco Bussetti l’ha infatti nominata Presidente della stessa. Un riconoscimento prestigioso a conferma di una carriera illustre che si snoda non solo in Italia, ma anche all’estero e che ha un valore ancora più profondo se si considera che Paola Gribaudo è la prima donna a ricoprire questo ruolo.

Paola Gribaudo Accademia AlbertinaLibri: il fil rouge della sua vita?

“Credo nel destino e forse era già tutto scritto quando ho scelto come tema della tesi di laurea l’analisi critica di un trattato di Charles Le Brun su come disegnare le passioni umane. Da sempre la mia specializzazione è legata ai testi d’arte e grazie ai libri ho viaggiato, ho conosciuto artisti e personaggi del calibro di Botero e Federico Zeri, ho curato progetti editoriali in Europa, Stati Uniti, Argentina e in altri paesi. Dietro ad ogni libro c’è una storia: ci sono persone, sogni, progetti, criticità, happy end che ho vissuto in prima persona”.

Carriera fa rima con impegno?

“Per me il lavoro non è mai stato un business, ma una passione e mi sono occupata di editoria con devozione curandone ogni aspetto, dall’ideazione del libro alla stampa. Dopo la laurea in lettere, come tutti i giovani ho svolto diversi lavori. Frequentando lo studio di mio padre ho conosciuto il mondo dell’editoria, perché negli Anni ’80 lui se ne occupava ancora attivamente. La mia professione l’ho costruita da sola step by step, soprattutto all’estero, andando negli studi degli artisti e cercando editori, fotografi, grafici, stampatori e operatori del settore in linea con il progetto da sviluppare. Dal 1981, quando impaginai il primo volume dal titolo 629 Oeuvres de Renoir à Picasso di George Peillex per il Musée du Petit Palais di Ginevra, ad oggi ho curato 1.070 libri”.

Lei è anche autrice?

“Per festeggiare i 25 anni di carriera nel 2004 ho pubblicato Libri e librini, un catalogo che ho presentato alla libreria Les Arcades di Parigi, da Achim Moeller Fine Art di New York, nel mio studio di Torino e al Castello di Malgrà a Rivarolo Canavese. Il testo spiega come dentro ad ogni libro ci sia una storia composta da un caleidoscopio di emozioni, incontri, telefonate, euforia, tensione, soddisfazione. In Mille di questi libri, (pubblicato da Skira nel 2017 in edizione italiana e inglese nel 2018) invece, la pittrice Barbara Tutino racconta il mio percorso professionale, ma soprattutto il processo creativo che si nasconde dietro ad ogni volume e che trasforma un testo in un’opera”.

Presidente, ci presenta brevemente la storia dell’Accademia Albertina? Accademia Albertina

“Nel 1678 Maria Giovanna di Savoia-Nemours, vedova di Carlo Emanuele II, fondò l’Accademia dei Pittori, Scultori e Architetti ispirandosi al modello dell’Académie Royale di Parigi. Dopo di lei, solo gli uomini hanno ricoperto cariche prestigiose sino alla mia nomina dello scorso anno. Sono quindi davvero onorata di questo incarico. L’Accademia Albertina di Torino, che è erede delle accademie reali, fu rifondata nel 1833 da Carlo Alberto e ancora oggi conserva nei propri archivi un ricco patrimonio di documenti relativi all’attività di formazione e ricerca nei campi delle arti figurative. All’edificio fu annessa anche una Pinacoteca, che aveva un ruolo didattico, ed oggi la nostra è l’unica Pinacoteca che si trova all’interno di un’Accademia”.

Una fotografia dell’Accademia oggi?

“La nostra è una delle più importanti d’Italia e conta circa 1.500 allievi provenienti da 40 nazioni. La peculiarità è che oltre alle materie di studio tradizionalmente legate all’arte figurativa, come la scuola di nudo che riapriremo nel secondo semestre, proponiamo corsi più innovativi e in linea con le professioni di oggi come fotografia, restauro, digital art. L’obiettivo è formare pittori e scultori di alto livello, ma anche i futuri professionisti della comunicazione. Per questo abbiamo diversi stagisti che, a rotazione, imparano ad allestire mostre, redigere comunicati stampa, interagire con le assicurazioni e impostare un catalogo”.

Qual è il ruolo della Pinacoteca?

“Viene utilizzata per le mostre e di recente, grazie all’intervento della Compagnia di San Paolo, è stato restaurato lo splendido ipogeo della Rotonda del Talucchi che al momento è destinato ad esposizioni temporanee. Privilegiamo mostre dei docenti e artisti che si sono formati presso di noi e ciascuno dona un’opera che viene inserita nella futura Pinacoteca del ‘900. Lo scorso novembre, ad esempio, abbiamo ospitato la mostra Arte come teatro della nostra docente di arte e scenografia Paola de’ Cavero ed è in preparazione quella di Carlo Giuliano”.

Accademia Albertina Paola GribaudoCi anticipa alcuni progetti del 2020?

“In occasione del bicentenario della nascita di Vittorio Emanuele II, il 14 marzo l’Accademia Albertina sarà sede di un convegno storico artistico sulla figura del primo re d’Italia mentre la sera prima l’Aula del Primo Parlamento Italiano al Museo Nazionale del Risorgimento a Palazzo Carignano, luogo in cui nacque il re, ospiterà un ballo risorgimentale. Alcuni abiti saranno realizzati dagli studenti che seguono il corso di sartoria e li sfoggeranno, insieme a me, per l’occasione. In autunno, invece, verrà allestita la prima esposizione ideata da me con i Prof. Valerio Terrraroli e Guido Montanari che si intitolerà Disegnare la città. Decori e Architettura dagli archivi dell’Accademia Albertina di Torino. Oltre a valorizzare gli archivi e i disegni che ospitiamo nella Pinacoteca e in Accademia, la mostra evidenzierà i processi che hanno contribuito alla costruzione della memoria e dell’identità collettiva della città sia in termini di decoro sia in termini di pianificazione urbana e progetto di architettura. Il percorso includerà anche altri poli espositivi come la Fondazione Accorsi, l’Università in via Po, lo storico caffè Baratti & Milano e il museo della Reale Mutua Assicurazioni. Infine proseguiremo con il restyling dei cataloghi dell’Accademia Albertina per creare un’identità più nuova ed impattante. Fedele alla mia vocazione di editore, con l’Accademia abbiamo già realizzato diversi cataloghi sia per il FISAD Festival Internazionale delle Scuole d’Arte e Design che abbiamo ospitato lo scorso autunno sia alcune mostre come Incanti russi che è in calendario presso la Pinacoteca sino al 22 marzo”.

Torino per lei è?

“Sono d’accordo con Giorgio de Chirico quando dice che Torino è una città monarchica, fluviale e regolare ed è la città più profonda, enigmatica e inquietante non solo dell’Italia, ma del mondo intero. Concordo anche con Nietzsche quando sottolinea che Torino non è un luogo che si abbandona. Qui sono nata ed ho vissuto, anche se ho viaggiato molto. Qui ho le mie radici, ma mi sento una Torinese anomala perché della città ho ereditato la riservatezza, ma non la chiusura verso il mondo”.

Un ricordo legato alla città?

“Più che un ricordo, una sensazione. Quando rientro dai viaggi e dall’aereo vedo le montagne che la circondano con il Po che scorre lento, la Mole Antonelliana e la cupola del Guarini, mi sento protetta e a casa”.

 

Coordinamento: Carole Allamandi
Intervista: Barbara Odetto
Foto: Accademia Albertina – Fabio Amerio e Marco Carulli

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