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ScattoTorino

Chi è Dario Casalini, AD di Maglificio Po s.r.l. – Oscalito

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Dario Casalini Oscalito

Rubrica a cura di ScattoTorino 

La qualità va oltre il tempo e le mode e diventa essa stessa un trend. Lo testimonia Oscalito, il marchio fondato nel 1936 da Osvaldo e Lino Casalini, specializzato nella produzione di linee di intimo e maglieria per uomo, donna e bambino. Superato il periodo bellico i due fratelli hanno incrementato la produzione dei capi in cotone e lana per lui e per lei e verso la fine degli Anni ’60 è entrato in azienda Andrea, figlio di Lino che dopo aver studiato presso il College of Textile Art and Technology di Leicester, ha iniziato a sperimentare disegni su macchine tessili wild pattern che hanno conquistano gli States. Nel tempo il brand ha raggiunto quella fama internazionale che lo caratterizza ancora oggi e che, per 8 anni consecutivi, dal 2013 ad oggi gli è valso il titolo di Best seller maglieria in Italia e in Francia nella linea intima. Oscalito produce nel rispetto dell’ambiente e delle persone, utilizza solo fibre naturali o di origine naturale, seleziona fornitori geograficamente vicini e investe importanti risorse per abbassare l’impatto ambientale delle proprie lavorazioni. Inoltre acquista direttamente il filato e lo trasforma fino ad arrivare al prodotto finito. Un prodotto totalmente Made in Italy, certificato da Italcheck e di qualità superiore che viene realizzato con lentezza per esaltare le caratteristiche del tessuto e regalargli il giusto equilibrio di morbidezza ed elasticità.

ScattoTorino ha incontrato Dario Casalini, Amministratore delegato di Maglificio Po s.r.l. – Oscalito, che ha abbandonato la cattedra di Diritto pubblico e amministrativo che aveva presso la Facoltà torinese di Economia per dirigere l’azienda di famiglia.  Una missione, ma anche una passione, che lo hanno portato ad essere Presidente del Consorzio Italian Lingerie Export, l’ente che rappresenta e promuove il settore dell’intimo italiano nel mondo.

OscalitoOscalito non è un brand. È una filosofia

“Sin dal 1936 impieghiamo solo fibre naturali, perfette per regolare la temperatura corporea e garantire uno stato di benessere in ogni stagione. Ai tempi in cui mio nonno fondò l’azienda era necessario l’uso di queste fibre perché producevamo intimo, ma anche oggi che realizziamo sottogiacca puntiamo sul confort e sulla qualità. Ad esempio, usiamo il cotone egiziano che è il 3% della produzione mondiale, la lana merinos extrafine australiana che è l’1 per mille e la seta cinese leggera che è resistente, a parità di peso, più dell’acciaio. La lavorazione si svolge a Torino per cui la filiera è molto corta e ci permette di controllare tutto: dal filo al capo finito. Abbiamo una produzione verticale di eccellenza e i filati sono italiani in quanto vogliamo premiare il territorio, impiegando il know-how locale. Inoltre ci avvaliamo della tecnologia RFID che, applicata all’etichetta, permette la tracciabilità completa di tutta la filiera per ogni singolo capo così da assicurare un controllo capillare in ogni fase e garantire spedizioni puntuali e precise”.

Che cosa ispira le vostre creazioni?

“Abbiamo due anime: Oscalito e Natyoural. La prima, essendo legata all’underwear, ha uno stile raffinato e punta sui pizzi, sui grafismi, sulle ispirazioni floreali e sugli ideogrammi. Uno stile che ha consentito ai miei genitori, già negli Anni ’90, di passare dall’intimo all’outwear. Qualche anno fa, dalla collaborazione con lo stilista Giorgio Spina è nato Natyoural, un marchio di maglieria legato ai concetti di pulizia e rigore, che ha un’identità di stile e si ispira all’arte contemporanea: usiamo pennellate di colore, intarsi e jacquard grafici. Voglio sottolineare però che entrambi i brand condividono la stessa filosofia, ovvero l’armonia con la natura”.

Sostenibilità ambientale per voi significa?

La sostenibilità è un concetto che nasce nelle tradizioni precolombiane. È un tema ancestrale che caratterizza molte culture e che a noi piace perché è in linea con la nostra filosofia. Oscalito infatti nasce con l’impegno di creare i presupposti per una crescita sostenibile rispetto all’ecosistema, una crescita integrata e rispettosa dell’ambiente sociale e territoriale. Per questo abbiamo declinato 7 punti della sostenibilità tra i quali la salubrità di ciò che si indossa, la filiera che rispetta l’ambiente e il lavoratore, la durabilità del capo. Le aziende che collaborano con noi garantiscono inoltre performances dei materiali come la facilità di riciclo o di rigenerazione e la biodegradabilità, in modo da assicurare la massima sostenibilità ambientale dei prodotti nel loro intero ciclo di vita e il minor impatto sull’ambiente. A conferma di quanto detto, durante la pandemia abbiamo prodotto mascherine di cotone e dispositivi medici certificati con un filtro removibile (www.opmask.it). Un prodotto in cotone e dunque salubre, durevole perché in tessuto, in cui si cambiano solo i filtri, che sono in poliestere e quindi riciclabili”.

La vostra è una produzione slow. Una controtendenza che premia?

“Noi abbiamo delle macchine circolari di tessitura datate in quanto, utilizzando filati fini, abbiamo bisogno che i macchinari girino con una certa lentezza in modo che non stressino o rompano la fibra. Oggi la tecnologia nel tessile punta sulla velocità, sulla quantità e su filati facili da trattare, quindi sintetici. La fibra naturale, invece, va lavorata con lentezza, rispetto e delicatezza”.

Oscalito Un altro vostro brand è Natyoural

Il marchio nasce nel 2016 come collezione di maglieria caratterizzata da una propria identità stilistica. La sua filosofia è però la stessa di Oscalito, come rivela il nome Natyoural che invita ad essere naturali e in armonia con l’ambiente che ci ospita: usiamo fibre naturali e, solo ove necessario, il sintetico riciclato o biodegradabile. Selezioniamo fornitori italiani e certifichiamo le diverse fasi produttive, con filiera verticalmente integrata dal filato al capo finito. Le macchine che usiamo sono di ultima generazione, ma rispettiamo sempre la qualità in modo da garantire un prodotto di eccellenza. A dicembre apriremo un negozio monomarca Natyoural all’interno di GREEN PEA, il nuovo progetto di Oscar Farinetti interamente dedicato a prodotti sostenibili, il cui slogan “from duty to beauty” mira proprio a rendere bello e ”di moda” il consumo che rispetta l’ambiente. Si tratta per noi di un importante riconoscimento di quella che è da sempre la nostra visione di impresa sostenibile”.

Torino per lei è?

“Mi affascina per il suo understatement. Qui abbiamo creato il cinema, l’automobile e altre grandi eccellenze eppure non ci vantiamo. Torino fa ed è, però lo comunica poco. A me piace la sua sostanza, il fatto che voglia essere scoperta più che mettersi in mostra. Non è superba, ma punta sulla concretezza”.

Un ricordo legato alla città?

“Le nonne che da piccolo mi raccontavano fatti avvenuti nei luoghi in cui eravamo. Mi affascina immaginare che i posti in cui viviamo quotidianamente siano così ricchi di storia. La dimensione temporale è sempre presente in loro”.

 

Coordinamento: Carole Allamandi
Intervista: Barbara Odetto

Protagoniste di Valore: Elena Miroglio, Presidente di Miroglio Fashion

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Protagoniste di Valore LogoProtagoniste di Valore, rubrica a cura di ScattoTorino

Cuore e testa. Questa, in sintesi, Elena Miroglio, una donna eclettica che dai viaggi trae ispirazione per il proprio business e che ama le espressioni artistiche come stimolo per promuovere la creatività e favorire la crescita nell’azienda e i temi di sostenibilità e salvaguardia dell’ambiente. Dopo la laurea in Economia e Commercio presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano ha studiato Business and Management all’Università della California di Santa Barbara ed ha iniziato la carriera nell’area prodotto e retail di un’azienda di abbigliamento di Los Angeles. Rientrata in Italia si è occupata della divisione Fashion del Gruppo Miroglio ed ha lavorato prima nell’area design e sviluppo prodotto e successivamente nel retail, nel marketing e nella comunicazione. Presidente di Miroglio Fashion, con il fratello Giuseppe – che è Vice Presidente del Gruppo – e con l’AD Alberto Racca e il Consiglio d’Amministrazione contribuisce a definire le strategie aziendali di questa realtà che è nata alla fine del 1800 come attività commerciale, che nel 1947 si è trasformata in industriale e che oggi è presente in 22 paesi con 37 società e 4 insediamenti produttivi per portare la moda made in Italy alle donne di tutto il mondo.
Cuore e testa, dicevamo. Due cardini che caratterizzano la vita personale e quella professionale di Elena Miroglio, una persona sensibile che per le sue qualità nel 2007 è stata nominata Cavaliere della Repubblica per il contributo dell’azienda all’emancipazione femminile da un modello estetico costrittivo: la sua è infatti la prima impresa italiana a dedicare particolare attenzione a tutte le donne, al di là delle forme e degli stereotipi. A conferma del suo impegno, la Presidente di Miroglio Fashion sostiene il bando lanciato della Federazione Nazionale degli Ordini delle Professioni Infermieristiche che ha portato all’assegnazione di sette borse di studio riservate ad infermiere che hanno conseguito la laurea magistrale con lode e che hanno scelto di iscriversi ad un master di II livello nelle aree specialistiche di maggior rilievo infermieristico.

Miroglio FashionMiroglio fashion significa?

La società opera lungo tutta la filiera della moda femminile e del retail e i suoi brand sono distribuiti tramite i nostri negozi e clienti multimarca. Curiamo il prodotto, lo stile, la catena del valore e in funzione del marchio alcune attività sono fatte in outsourcing. Abbiamo tre brand italiani di fast fashion: Motivi, Oltre e Fiorella Rubino che vengono distribuiti principalmente nei centri commerciali italiani e che si rivolgono a target con stili di vita differenti. C’è poi Elena Mirò che ha un posizionamento premium ed è distribuito in negozi diretti presenti nei centri storici delle principali città italiane, oltre che tramite negozi multimarca; è distribuita all’estero, in particolare in Spagna ed in Russia. Ci sono poi altri brand, come Caractère, rivolti principalmente al mercato italiano. Infine, da alcuni anni, abbiamo una join venture in Turchia con la Famiglia Ayaydin e firmiamo tre brand rivolti al mercato locale, all’Asia Centrale e al Medio Oriente”.

Ripercorriamo la vostra storia?

“Siamo nati come azienda tessile per poi svilupparci nel settore dell’abbigliamento con la produzione di capi rivolti ad una clientela indifferenziata. In seguito abbiamo sviluppato i marchi, grazie anche alla collaborazione con stilisti e la creazione di capsule specialistiche. Oggi abbiamo diversi team di stilisti interni, ognuno dei quali dedicato al proprio marchio. Con i cambiamenti del mercato ci muoviamo verso un modello organizzativo più evoluto che metta sempre più al centro i bisogni delle clienti. Ciò richiede anche un cambio culturale e la capacità di raccogliere, segmentare ed interpretare un gran numero di informazioni – big data – per soddisfare le esigenze della clientela e addirittura realizzare il prodotto partendo dalle richieste concrete delle consumatrici attuali e potenziali. Gli investimenti nell’e-commerce e nei progetti di Customer Relationship Management sono utili anche per questi scopi”.

Come avete reagito al Covid-19?

“La pandemia ha colpito molto il settore del fashion: pur non cambiando la nostra visione, abbiamo studiato un protocollo per la riapertura degli show room e dei negozi già prima di maggio, integrando le attività digitali con quelle della rete fisica. Abbiamo puntato sull’experience, intesa come relazione umana con la cliente, e sulla sicurezza: due bisogni importanti per ognuno di noi. Sull’online, in particolare su Elena Mirò, abbiamo sviluppato attività per mantenere un rapporto umano: ad esempio con appuntamenti per avere una consulenza immediata sull’acquisto digitale e abbiamo creato delle Smart box ovvero una selezione di abiti inviati alla consumatrice conosciuta dalla Store manager che sceglie comodamente da casa ciò che le piace e ci rinvia quello che non vuole tenere. Attualmente il traffico dei negozi è inferiore rispetto al 2019 a causa del Covid e le leve che funzionano sono le promozioni. Stiamo individuando altre iniziative per rispondere sia alle esigenze del mercato sia per far nascere nella clientela la necessità di andare in negozio”.

Elena Miroglio_2Il vostro business si svolge nel rispetto dell’ambiente. Quali processi produttivi vi caratterizzano?

“Premetto che l’abbigliamento purtroppo non è uno dei settori più sostenibili per caratteristica insita.Avere molti fornitori e una catena del valore lunga rende più complesso il controllo di ogni fase. Nella moda sono tanti i paesi coinvolti e ognuno ha regolamenti diversi. Ci sono però dei protocolli internazionali ai quali ci dobbiamo attenere. La nostra produzione è in Cina, Est Europa, Nord Africa e Turchia, tranne il 20-30% che è realizzata in Italia. Per questo facciamo firmare dei protocolli rispetto all’ambiente lavorativo, al lavoro minorile, alle sostanze tossiche ed effettuiamo dei controlli sulle materie prime, sugli stabilimenti e sui capi di abbigliamento. Abbiamo firmato il protocollo Detox di Greenpeace che punta alla riduzione di sostanze dannose per l’ambiente. I requirement richiedono un cambiamento non solo nel nostro settore, ma anche in quello chimico. Stiamo lavorando per ridurre la plastica, gli imballaggi e i rifiuti: abbiamo progetti in divenire sull’economia circolare per eliminare gli sprechi e rimettere nella catena del valore la rimanenza. Ad esempio, diamo i capi di scarto alla ong Oxfam che si occupa di prelevarli e venderli nel proprio canale di charity. Il nostro marchio Oltre a breve uscirà con una capsule di prodotti made to order, ovvero capi che vengono ristudiati dagli stilisti partendo dalle rimanenze. In questo modo tutti, anche le clienti, si sensibilizzano al tema del non spreco. Stiamo anche lavorando per la riduzione dell’emissione di CO2, con diverse iniziative, tra cui la sostituzione, nei negozi, dell’illuminazione con led a basso consumo energetico. Effettuiamo tante piccole azioni concrete che sono tangibili: un percorso che si articola in più step e in più aree: supply chain, processi produttivi, miglior benessere delle persone in azienda attraverso la flessibilità e dei programmi di formazione che puntano alla soddisfazione dei singoli dipendenti. Crediamo nei giovani e vorremmo inserirne sempre di più in organico perché sono la risorsa per traghettarci nel post Covid. Grazie al nostro AD Alberto Racca, puntiamo sui nuovi talenti e sulle risorse che, come noi, pensano che per trovare le soluzioni serva il lavoro di squadra”.

Durante l’emergenza sanitaria siete stati tra i primi a convertire parte della produzione per fornire mascherine

“All’inizio è stata una conversione in emergenza, oggi invece le produciamo presso Sublitex che è la società del gruppo leader mondiale nel settore della stampa transfer, una tecnologia water free. Oggi produciamo mascherine chirurgiche anche stampate.

In ambito filantropico, quali sono le finalità della Fondazione Elena e Gabriella Miroglio?

“La Fondazione è nata negli Anni ’50 quando ancora in Italia non esisteva il welfare aziendale. Mio nonno, che era un uomo illuminato già all’epoca, ha fondato un asilo ed ha messo a punto una serie di attività per i dipendenti. Oggi la Fondazione è radicata sul territorio e si occupa dei collaboratori e delle loro famiglie. Accanto all’asilo abbiamo sviluppato anche delle attività per i nostri senior”.

Donna per lei significa?

“Essere donna è un percorso: penso che ogni 10 anni potrei rispondere in maniera diversa. Amo viaggiare perché mi offre la possibilità di conoscere persone e imparare da culture diverse. Nei miei viaggi ho incontrato donne che mi hanno aiutata ad abbattere gli stereotipi. Adoro la diversità in quanto è una risorsa e una forma di creatività. Essere donna significa avere la libertà di essere se stesse e vivere la parte emozionale in modo più aperto perché con l’emotività si possono cogliere le sfumature e si può sviluppare quell’empatia necessaria per creare rapporti durevoli e concreti”.

IL FOCUS DI PROGESIA

Il Sistema di Valori di Miroglio Fashion comprende:

  • Sviluppo sostenibile;
  • Politiche aziendali Human Centric;
  • Valorizzazione dei dipendenti e delle dipendenti;
  • Iniziative di conciliazione famiglia e lavoro e agevolazione della gestione del tempo in azienda.

L’esperienza del cliente sempre al centro

Per Elena Miroglio il contatto umano con ogni cliente è un elemento imprescindibile negli store come nell’esperienza online. Per questo motivo l’azienda ha puntato su una strategia omnichannel, offrendo alle clienti un’esperienza d’acquisto individuale e personalizzata, indifferentemente dal canale di interazione con cui si avvicinano ai loro brand preferiti.

In Miroglio Fashion l’impatto del Covid ha per necessità dato una spinta rapida ed efficace alla sperimentazione di nuove tecnologie e nuovi processi in linea le esigenze della clientela. Tutti i progetti realizzati, tra cui la vendita in streaming, le smart box e l’assistenza alla vendita a distanza, sono stati un modo per valorizzare il rapporto “umano” con ogni singola cliente all’interno dell’ambiente virtuale.

L’accurato studio delle informazioni quantitative, i big data, integrati all’analisi dei dati comportamentali, gli small data, raccolti dalle addette alle vendite che sono sempre in prima linea, hanno permesso alla Miroglio Fashion di effettuare scelte strategiche importanti e sviluppare nuovi progetti che presto saranno sperimentati sul campo, il cui filo conduttore è la sicurezza e l’autenticità del rapporto con le clienti.

Nell’ambito delle strategie adottate per rendere unica l’esperienza delle clienti, Miroglio Fashion ha puntato sulla formazione degli store manager e delle addette vendite. Inoltre, uno strumento che si è dimostrato molto funzionale per le addette alla vendita è il WorkPlace di Facebook, una piattaforma che permette loro di accorciare le distanze (sono circa quattromila in tutta Italia) condividendo consigli, idee e soluzioni in gruppi specifici suddivisi per brand o per obiettivi. Un’opportunità per confrontarsi sulle esperienze vissute negli store e per mettere in pratica best practice per migliorare la customer experience.

L’orientamento al futuro e l’importanza delle radici

“La nostra cultura aziendale è orientata al futuro ma sempre nel rispetto delle nostre radici” afferma Elena Miroglio, raccontando come l’azienda stia puntando sull’innovazione, senza però allontanarsi dai valori che hanno guidato fino a oggi le azioni di Miroglio Fashion. In particolare, i giovani sono per Miroglio un valore aggiunto all’interno della realtà organizzativa, in quanto la loro visione sulle nuove tecnologie e la loro attitudine a essere propositivi possono supportare l’azienda ad affrontare il rapido e continuo cambiamento di questo settore.

“È importante che le persone siano felici di lavorare con noi” sostiene Elena Miroglio, e l’attenzione verso il personale è dimostrata attraverso diverse azioni positive realizzate dall’azienda per favorire la conciliazione dei tempi tra famiglia e lavoro, nonché survey periodiche finalizzate a rilevare il clima aziendale. L’attenzione ai dipendenti e alle dipendenti è storica, come dimostra l’asilo aziendale creato dal nonno di Elena Miroglio negli anni ’50 per supportare le famiglie.

L’approccio con il personale di Miroglio Fashion è basato sulla corresponsabilità tra azienda e dipendenti, in cui tutti sentono propria la realtà organizzativa, intervenendo attivamente nel trovare le soluzioni alle complessità e agendo in modo coerente alla mission aziendale per raggiungere gli obiettivi.

 

Coordinamento: Carole Allamandi
Intervista: Barbara Odetto
Focus: Antonella Moira Zabarino

 

Chi è Cristina Guidetto, Pink Ambassador Torino 2020

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Pink Ambassador

Rubrica a cura di ScattoTorino

image9 pink ambassadorLo scorso 6 ottobre il Parco Dora di Torino è stato la cornice del passaggio del testimone della Staffetta Pink che coinvolge 14 città lungo tutta la penisola per un totale di 2.100 Km. Le Pink Ambassador di ogni area urbana corrono la staffetta per unire simbolicamente l’Italia e il 18 ottobre parteciperanno al Pittarosso Pink Parade percorrendo gli ultimi 5 Km tutte insieme. Negli anni scorsi l’evento era una mezza maratona, ma il Covid ha impedito il regolare svolgimento dei programmi ed è stata quindi organizzata una staffetta nazionale. Perché, dicono le ambasciatrici, nulla le ferma, nemmeno la pandemia!

Il progetto Pink is Good Running Team, che si svolge ad ottobre perché è il mese della prevenzione del tumore al seno, gode dell’appoggio delle istituzioni delle città coinvolte in questa importante iniziativa il cui scopo è sostenere la ricerca scientifica contro i tumori femminili. Pink is good è un progetto di Fondazione Umberto Veronesi nato nel 2013 per sostenere il lavoro dei ricercatori impegnati nella lotta alle neoplasie dell’universo femminile e per educare alla prevenzione. All’interno di Pink is good è stato creato il Pink is good running: un team di donne che hanno affrontato la malattia e che, mettendosi in gioco nella corsa, dimostrano che la vita continua. Grazie al loro entusiasmo, dall’inizio dell’anno le oltre 200 Pink Ambassador italiane hanno raccolto oltre 90 mila € tramite la pagina di Rete del dono.

Il team torinese è nato nel 2018 e da allora ha riunito sempre più donne operate di tumori femminili che hanno vinto la loro battaglia con coraggio e determinazione. Il Running Team sabaudo selezionato per il 2020 è allenato da Ana Capustin e Nicola Giannone ed è composto da Antonietta Fabrizio, Belinda Mariani, Carla Zannino, Cristina Guidetto, Fabiola Vitale, Luciana Brilli, Luisa Marsaglia: un concentrato di energia, entusiasmo e tenacia. Un esempio per tutti noi. ScattoTorino ha incontrato la runner Cristina Guidetto.

Essere Pink Ambassador significa?

“Vuol dire essere testimonial della Fondazione Umberto Veronesi che è ideatrice del progetto, ma significa anche dimostrare alle donne che stanno vivendo la malattia che si può tornare alla vita normale facendo sport. Secondo numerosi studi scientifici, infatti, fare movimento in modo costante nel tempo riduce il rischio di recidive e favorisce il recupero psicofisico dei pazienti oncologici. L’iniziativa è nata a Milano nel 2014 e attualmente comprende 12 città italiane: Milano, Torino, Genova, Verona, Bologna, Firenze, Perugia, Roma, Napoli, Bari, Catania, Cagliari. Essere Pink, infine, significa condividere la propria esperienza e dimostrare l’importanza della diagnosi precoce e dei corretti stili di vita nella lotta contro i tumori”.

Che cos’è Pink is Good Running?

“È l’insieme dei gruppi di runner donne che sono stati creati nelle diverse città italiane. A Torino esiste dal 2018 e all’inizio era composto da 15-20 persone; quest’anno, anche a causa del Covid-19, abbiamo partecipato alla staffetta solo in 7. Ogni team viene seguito da medici, nutrizionisti, psicologi e allenatori che ci portano a diventare delle atlete. Si tratta di esperti che conoscono le nostre problematiche e sanno come supportarci e farci rendere al meglio durante la corsa. In particolare gli allenatori Nicola Giannone e Ana Capustin con pazienza e professionalità infinite hanno trasformato noi donne un po’ acciaccate e arrugginite in runner entusiaste. Ricordo che lo scorso anno, durante una riunione di presentazione, una Pink si è definita divanista, invece poi ha corso la mezza maratona. Lei è un esempio di come con impegno e dedizione si possono raggiungere risultati incredibili”.

Da chi si compone il team torinese?

“Siamo sette donne che si sono conosciute durante gli allenamenti e che, grazie anche allo sport, hanno saputo creare una sorellanza incredibile. Una Pink non lascia mai sola un’altra Pink: infatti durante gli allenamenti ci aspettiamo e ci supportiamo. Alla staffetta torinese, inoltre, le runner dello scorso anno sono venute a darci supporto perché una Pink rimane Pink per tutta la vita”.

Come ha partecipato la città all’iniziativa?

“La Vicepresidente del Consiglio Comunale di Torino Viviana Ferrero è venuta a presenziare alla staffetta e i Sindaci delle 14 città italiane coinvolte nell’iniziativa hanno indossato la nostra maglietta rosa. Anche alcune boutique cittadine ci stanno supportando vendendo, per tutto il mese di ottobre, delle borracce il cui ricavato viene devoluto alla Fondazione Umberto Veronesi”.

Come è possibile sostenere Pink is good?

image5 pink ambassador“Attraverso la Rete del dono: una raccolta fondi attivata da ogni Ambassador il cui link è https://www.retedeldono.it/it/progetti/fondazione-umberto-veronesi/le-pink-ambassador-running-team-2020 oppure tramite il sito della Fondazione Umberto Veronesi. Chi desidera approfondire l’argomento o effettuare delle donazioni può utilizzare il link

https://www.fondazioneveronesi.it/progetti/pink-is-good”.

Torino per lei è?

“Una città bellissima che, essendo canavesana, sto vivendo appieno solo negli ultimi anni. Torino ha molte risorse, ma forse non sempre vengono valorizzate al massimo. Grazie agli allenamenti per la Staffetta Pink ho avuto modo di conoscere Parco Dora, un luogo scenografico che per certi versi ricorda New York: quasi un’installazione a cielo aperto, affascinante nel silenzio del mattino, così come alla sera quando si trasforma un luogo che pullula di giovani e di vita notturna”.

Un ricordo legato alla città?

“Il piacere di fare shopping per le vie del centro. Mi piace guardare Torino con gli occhi di una turista e spesso mi soffermo ad ammirare i portoni, i cancelli e i cortili dei palazzi storici che hanno una bellezza austera e raffinata”.

 

Coordinamento: Carole Allamandi
Intervista: Barbara Odetto

Protagoniste di Valore: Stefania Doglioli, co-fondatrice di SAFE

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safe

Protagoniste di Valore LogoProtagoniste di Valore, rubrica a cura di ScattoTorino

Stefania Doglioli, sociologa specializzata in statistica, vive di passioni. Prima per lo studio, poi per il lavoro. A 20 anni, studentessa, collabora con l’Università di Trento e successivamente studia in Inghilterra, finanziata dall’ateneo. Dopo il dottorato insegna statistica a Milano, in Politecnico e in Bicocca, ma rifiuta la carriera universitaria per vivere una realtà diversa. Prima si occupa di biodiversità, poi collabora con importanti centri di ricerca di Milano e Torino e con altre prestigiose realtà cittadine. Sempre all’ombra della Mole si occupa di formazione professionale ed educazione per entrare appieno nella materia perché conoscenza e azione per lei sono la chiave per capire a fondo ciò di cui si occupa. Con il Centro Studi di Torino realizza il primo profilo nazionale di formazione professionale per operatrici di servizi anti violenza e il progetto oggi è parte integrante della Legge Regionale come obbligo formativo per tutti gli sportelli che si occupano di violenza alle donne. Poiché la violenza di genere ha profonde radici culturali, Stefania Doglioli decide di dedicarsi agli aspetti culturali utili a generare il cambiamento.L’intrepida impresa, come la chiama, la porta a licenziarsi da un impiego sicuro e a fondare SAFE, un progetto di innovazione sociale oltre che la prima agenzia nazionale di fundraising per l’educazione contro la violenza di genere. Alla guida ci sono un gruppo di donne illuminate composto da Ferdinanda Vigliani, Natascia de Matteis, Giulia Piantato, Elisa Forte, Emiliana Nardin, Silvia Marino, Chiara Zoia e naturalmente da lei. Il valore di SAFE è saper creare connessioni tra profit e non profit per alimentare un fondo e garantire ad una rete di nodi territoriali presenti in Italia gli strumenti utili a realizzare interventi educativi di prevenzione alla violenza di genere nelle scuole e nei luoghi di aggregazione.

safe_logo_Qual è la mission di SAFE?

“Offrire i supporti finanziari, di networking, comunicativi, didattici, di ricerca e sviluppo alla rete che si occupa di educazione alla violenza di genere nelle scuole e nei luoghi di aggregazione. Lavoriamo come un’impresa e abbiamo un modello organizzativo il più snello possibile. Il nostro catalogo spiega ciò di cui ci occupiamo e qual è il budget necessario per raggiungere un obiettivo in modo da agire nella trasparenza più completa. Il 70% dei fondi raccolti è destinato alla rete, che viene selezionata per l’altissima qualità, in modo da garantire competenza e serietà, il 10% alla comunicazione, il 5% alla ricerca e il 15% alla raccolta e gestione dei fondi”.

Il progetto a chi si rivolge?

“Essendo un ponte, ha diversi interlocutori: i finanziatori, le università che hanno sviluppato le metodologie e che compongono il comitato scientifico, le associazioni di categoria, autorevoli testimoni del mondo della cultura aziendale e naturalmente i fruitori finali”.

Voi avete diversi supporter: qual è il loro ruolo?

“I supporter firmano un contratto con SAFE e si impegnano a sostenere e a diffondere le nostre iniziative in base al tipo di skill. Per quanto riguarda le aziende e le associazioni di categoria, abbiamo un rapporto diretto e creiamo progetti concreti che siano davvero utili”.

Stefania Doglioli SafeLa governance di un’organizzazione come dovrebbe agire per la parità di genere?

“Servirebbe un patto organizzativo all’interno delle aziende in cui tutte le componenti siano coinvolte in un comune sistema di valori. Il tema è profondamente culturale per cui la legislazione non basta. Bisognerebbe creare dei modelli di leadership e di organizzazione che superino quelli tradizionali e che spesso invece sono di tipo maschile perché un tempo le donne non partecipavano al momento decisionale dell’impresa. Ciò che occorre è il coinvolgimento dei dipendenti e delle dipendenti e la condivisone dei valori”.

Donna per lei significa?

“È un dato culturale. Sono nata biologicamente donna e sono stata cresciuta come una femmina. Crescendo sono tornata ad essere donna. Per me vuol dire ricondurre la cultura condivisa alle vere potenzialità che può esprimere una donna e che non sono quelle dell’assegnazione di ruoli costrittivi. Siamo cresciute per millenni con determinati modelli, ma esiste una cultura alternativa che possiamo portare avanti solo se acquisiamo consapevolezza su cosa significhi essere portatrici di differenza per diventare un volano per il cambiamento. Essere donna vuole dire avere grandi opportunità e un’incredibile responsabilità che possiamo gestire con la ricerca della consapevolezza”.

Il FOCUS DI PROGESIA

Le aziende che sostengono il progetto SAFE attuano le seguenti best practice:

  • Impatto Sociale d’Impresa;
  • Politiche aziendali Human Centric;
  • Valorizzazione delle dipendenti e dei dipendenti;
  • Valorizzazione di competenze e carriere femminili.

“Lavoriamo come un’impresa”

Il percorso di sviluppo del progetto di innovazione sociale SAFE è stato molto simile alla realizzazione di un progetto imprenditoriale. Fin dall’inizio sono stati definiti obiettivi e pianificate azioni, puntando sulle competenze e sulla professionalità delle persone coinvolte. L’associazione è stata da subito vissuta come un’organizzazione a cui dedicare totalmente impegno ed energie e non come un hobby a cui riservare ritagli di tempo. Dalla fase iniziale il progetto è stato supportato da manager e consulenti con competenze specifiche, in quello che Stefania Doglioli definisce “un processo di apprendimento” che ha permesso al gruppo di lavoro di dotarsi di strumenti e metodi utili a programmare obiettivi a breve e a lungo termine. Questo ha consentito a SAFE di arrivare a essere a livello nazionale una voce autorevole nell’educazione contro la violenza di genere e contestualmente di valorizzare la dimensione locale lavorando con le singole comunità. Le parole di Stefania Doglioli “lavoriamo come un’impresa”, infatti, riflettono la realtà SAFE: l’associazione è riuscita a raggiungere importanti obiettivi relativi alla prevenzione della violenza di genere, attraverso un’organizzazione tipicamente aziendale che prevede l’ampliamento del network, un centro di ricerca e sviluppo e più sedi operative distribuite su tutto il territorio nazionale.

I benefici per le imprese

“Le persone veicolano i valori. Se un’impresa punta sui valori coinvolgendo le persone che vi lavorano, allora quella è un’azienda che veicola valori” afferma Stefania Doglioli sottolineando l’importanza della presenza delle imprese nel progetto. SAFE lavora accanto alle scuole per educare i bambini e le bambine, i giovani e le giovani a comprendere gli stereotipi, gli atteggiamenti, il linguaggio e i comportamenti nocivi in ottica di prevenzione della violenza di genere e allo stesso modo lavora accanto alle aziende, dove lavorano i genitori di queste nuove generazioni, in modo da costruire una rete di relazioni che possa contribuire ad abbattere i fenomeni di discriminazione e di violenza.

Collaborare con SAFE può essere per un’azienda una grande opportunità per trarre benefici per la sua organizzazione e per i propri stakeholders. Gli studi confermano infatti che i dipendenti che sentono di condividere gli obiettivi e i valori della propria azienda sono più coinvolti, più proattivi e di conseguenza più produttivi. Inoltre, riconoscersi nei valori dichiarati da un’azienda è importante anche per il cliente, perché attualmente chi acquista non sceglie più solo il prodotto o il servizio, ma decide basandosi sull’insieme delle esperienze e dei valori condivisi con il marchio o il brand. Lo stesso vale per i fornitori, oggi molto più attenti a far parte di una filiera che veicola valori condivisi. Infine, un beneficio che un’azienda può trarre a lungo termine è quello di riuscire a costruire intorno a sé, a livello locale, una comunità sostenibile in cui si possa lavorare in sinergia favorendo il benessere di tutti.

In questo contesto, hanno un ruolo fondamentale le associazioni di categoria, che si sono dimostrate subito molto disponibili alla sensibilizzazione delle imprese, soprattutto delle piccole e medie aziende, ossia quelle più difficilmente raggiungibili. Infatti, mentre le grandi imprese per loro impostazione riconoscono il valore di queste azioni, le piccole aziende hanno bisogno di acquisire consapevolezza. “Grazie al supporto delle associazioni di categoria” – afferma Stefania Doglioli – “siamo riusciti a costruire un ponte raggiungendo centinaia di piccole aziende oggi attive nel progetto SAFE”.

 

Coordinamento: Carole Allamandi
Intervista: Barbara Odetto
Focus: Antonella Moira Zabarino

GrowishPay, il riferimento in Italia per i social payments

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GrowishPay ScuolaPay App (3)

Rubrica a cura di ScattoTorino

GrowishPay Claudio CubitoTutti abbiamo dei talenti, ma alcuni hanno la capacità di riconoscerli e di saperli utilizzare al meglio. Un esempio è Claudio Cubito che prima di diventare CEO di GrowishPay – che nel 2018 è stata inserita da Forbes Italia nei “Campioni del Fintech” nella categoria “Sistemi di pagamento” e nella categoria “La miglior startup” – è stato alla guida di una multinazionale inglese specializzata nel settore chimico che, anche grazie a lui, in pochi anni ha triplicato il fatturato e il numero di dipendenti.

Laureato in Chimica Industriale e con un Executive MBA in marketing e finanza, Claudio Cubito non ha vissuto solo di studio, ma ha coltivato una grande passione: l’heavy metal. A 17 anni fonda il primo giornale italiano di musica metal e inizia a collaborare in radio; il suo hobby diventa un business che lo porta prima a dirigere l’edizione italiana di Metal Hammer, il più importante mensile europeo del settore, e successivamente a far diventare il periodico il più venduto della sua categoria. Giornalista dal 1992, nel 2000 fonda Metallus.it, il primo portale editoriale online di musica metal, nel 2006 EMP Merchandising HGmbh – il più grande e-commerce rock tedesco – acquisisce Metallus.it trasformandolo in EMP Mailorder Italia che in pochi anni, sotto la sua guida, raggiunge i 7,5 milioni di fatturato con 130.000 clienti attivi. Dato il successo, nel 2011 Claudio abbandona l’azienda chimica per la quale lavora e si dedica totalmente al settore digitale. Quello stesso anno incontra Digital Magics, incubatore di progetti digitali quotato alla Borsa italiana che ha creato Wizzlist: una “lista di desideri universale”.

Nel 2014, insieme a Digital Magics e a Domingo Sarmiento Lupo, Cubito lancia Growish.com: il primo marchio di GrowishPay e il primo portale di collette online di Italia. L’anno dopo la startup verticalizza nel settore matrimoni con il marchio ListaNozzeOnline.com: un modo innovativo di creare il proprio sito web per il matrimonio e raccogliere denaro per la propria lista nozze. Intanto GrowishPay diventa un ecosistema che propone sia marchi verticali di sua proprietà, come Listanozzeonline.com e Growish.com, sia soluzioni e-wallet based per aziende, mettendo a disposizione di altri utenti business la tecnologia e gli strumenti di GrowishPay in versione white label.

Di cosa si occupa GrowishPay?

“Questa start up Fintech si occupa di pagamenti digitali. I social payments sono soluzioni di pagamento per trasferire denaro tra utenti o per pagare acquisti all’interno di un network. Noi mettiamo i pagamenti al servizio del marketing e delle vendite in modo che sia possibile per i clienti – gli utenti o le aziende – vendere di più.

Le piattaforme di nostra proprietà sono Growish.com, Listenozzeonline.com e ScuolaPay.

Ci sono però anche 1500 merchant che utilizzano le soluzioni GrowishPay in whitelabel: tra questi Mediaworld, Lastminute.com, Volagratis, Uvet Travel Network, LoveTheSign, Lastminutetour, Fantacalcio-online.com, Personal Travel Specialists, Musement, Nexi SmartPos e altri”.

Come funziona la colletta online Growish.com?

Growish.com è il primo marchio dell’azienda ed è nato nel 2014. Esso consente di raccogliere denaro tra amici tramite il metodo della colletta online. L’utente può scegliere un’occasione particolare, come il compleanno o la laurea, oppure una colletta generica. Inoltre decide se definire un importo specifico o lasciare offerte libere. Deve poi indicare la data di scadenza della raccolta e specificare se addebita le commissioni di Growish.com. a se stesso o se le suddivide tra gli utenti che parteciperanno alla colletta. Ad ogni colletta corrisponde un conto di moneta elettronica aperto presso un Istituto di Pagamento autorizzato e intestato a nome dell’utente. Impostati i parametri, la colletta viene pubblicata e l’utente ottiene un link condivisibile con i propri contatti attraverso sms, social, email o Whatsapp. Seguendo il link le persone che decidono di partecipare alla colletta possono versare la loro quota mediante le principali carte di credito o tramite bonifico bancario. Il titolare della raccolta può infine decidere se incassare il budget o destinarlo a un amico o acquistare un prodotto dal catalogo Growish.com.

I vantaggi sono la velocità, la facilità di utilizzo e di gestione, il fatto che chi attiva la colletta non deve anticipare denaro e la sicurezza dei pagamenti, che sono gestiti da un istituto di moneta elettronica riconosciuto a livello europeo”.

Cos’è Listanozzeonline.com, il marchio verticale di GrowishPay?

“È la prima lista multiprodotto dedicata ai matrimoni. In 4 anni è stata usata da più di 100.000 persone e abbiamo gestito 30 milioni di Euro di pagamenti a marchio nostro o di altri. Viene infatti anche utilizzata dalle agenzie del circuito Uvet ed è presente nei 116 punti vendita a marchio MediaWorld. Il suo utilizzo è semplice: i futuri sposi creano online la propria lista nozze e gestiscono un sito web dedicato, eventualmente anche con url personalizzabile. Sul sito possono condividere informazioni, foto, messaggi e indicazioni per il regalo di nozze con gli invitati e con i contatti interessati. Inoltre la lista nozze può essere pubblica o riservata ai contatti scelti e al suo interno gli sposi possono inserire qualsiasi prodotto con le relative informazioni, richiedere un contributo spontaneo, il viaggio di nozze o la raccolta per un obiettivo specifico.
Il sito offre anche un supporto nella gestione del ricevimento: i partecipanti, infatti, possono confermare la loro presenza e gli sposi hanno la possibilità di rispondere direttamente attraverso esso. Gli sposi possono inoltre realizzare una galleria fotografica illimitata e proporre dei quiz su di loro agli invitati. Il vantaggio del portale è che usando la nostra tecnologia, che si basa su conti di moneta elettronica, tutto viene controllato direttamente dagli sposi per cui, ad esempio, una volta raggiunta la quota necessaria per il viaggio di nozze, gli sposi scaricano l’importo restante sul conto corrente per altri utilizzi. Sul sito, inoltre, ci sono tutti i regali scelti e ogni invitato può scegliere liberamente”.

Qual è la finalità dell’App ScuolaPay, l’app più recente prodotta da Growishpay?

“ScuolaPay è un’APP che gestisce i pagamenti digitali per qualsiasi attività scolastica: dalla retta ai materiali didattici, passando per le casse comuni o le raccolte fondi organizzate dai genitori, o dai rappresentanti per le gite. Grazie ad essa le scadenze non vengono dimenticate perché l’app può essere appoggiata sul conto bancario degli utenti, e quindi i pagamenti possono essere effettuati direttamente, con pochi click. ScuolaPay inoltre, dopo che il pagamento è stato inviato, fornisce la ricevuta e, se serve, aggiorna la scadenza.

L’app inoltre permette di organizzare la rubrica dei genitori tramite il nome dei figli, di creare gruppi per ogni esigenza e di invitare altre persone tramite email, sms, Facebook o Whatsapp. Ogni utente può gestire la rubrica dei genitori e visualizzare in totale trasparenza chi ha pagato, i movimenti effettuati e sollecitare i ritardatari. I responsabili della raccolta possono infine allegare i giustificativi di spesa e restituire il fondo cassa al termine del periodo, sempre in modalità online. L’App può essere utile anche in caso di genitori separati perché definisce, per ogni figlio, quanto deve pagare ognuno.

Il servizio è piaciuto e molte scuole private ci hanno già chiesto di gestire i contributi e le rette. Così abbiamo sviluppato e messo a disposizione i moduli online per semplificare ed automatizzare i pagamenti di ogni attività scolastica, che possono far risparmiare ore di lavoro a chi si occupa dell’amministrazione. Unica nel panorama italiano dei pagamenti digitali, ScuolaPay è anche molto sicura. Le transazioni e i conti vengono gestite da SisalPay (che ha anche investito direttamente nel progetto) tramite il wallet Bill e sono garantiti da Banca d’Italia.

Progetti futuri?

“Entro fine anno sarà possibile pagare con ScuolaPay anche presso diversi punti vendita come i bar e le cartolibrerie; inoltre si potrà ricaricare l’App presso le ricevitorie, mentre già adesso si possono acquistare i libri scolastici con uno sconto e con il vantaggio di guadagnare punti premio spendibili sul catalogo Borgione. Abbiamo scelto quest’azienda (torinese), specializzata da oltre 50 anni in articoli e prodotti per i bambini e i ragazzi perché vogliamo creare una rete di attori italiani d’eccellenza, attorno alla scuola”.

Torino per lei è?

“Il luogo in cui sono nato e in cui ho vissuto fino a 34 anni. Lavorando nel settore chimico mi sono spostato a Milano per gestire l’azienda, ma qui ho la maggior parte degli amici e spesso ci torno nel week end. Torino vanta aziende eccellenti, ma che purtroppo non possono rispondere alle esigenze di impiego di tutti. Spero che il polo dedicato all’innovazione che si sta creando attorno al Politecnico faccia ritornare i talenti a casa”.

Un ricordo legato alla città?

“Il periodo scolastico. Ripassare davanti all’asilo o alla scuola elementare e rivedere i campetti dove giocavo a palla durante la ricreazione è sempre bello. Ricordo anche con un po’ di tristezza il liceo dove ho studiato, il Real Collegio Carlo Alberto di Moncalieri, che è stato chiuso parecchi anni fa, ma era una bellissima scuola”.

 

Coordinamento: Carole Allamandi
Intervista: Barbara Odetto

Chi è Marisa Delgrosso, che promuove e supporta l’imprenditoria femminile

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Delgrosso associazione AIDDA

Rubrica a cura di ScattoTorino

Delgrosso sorrideProduzione totalmente italiana e management famigliare: è questa la filosofia di Delgrosso SRL, l’azienda che dal 1951 produce sistemi per filtrazione nel settore automotive, agricolo e movimento terra e che sin dagli Anni ’80 ha sviluppato una rete commerciale per il brand Clean Filters per le vendite all’estero e in Italia diretto e gestito da donne. Amministratore Delegato dal 2000, Marisa Delgrosso gestisce la società con lungimiranza e intraprendenza puntando sull’imprenditorialità femminile, sulla ricerca, sull’innovazione e sulla sostenibilità ambientale. Il risultato è una realtà imprenditoriale di successo nella quale 60% delle maestranze è composta donne, soprattutto in aree strategiche come il commerciale, l’amministrazione, le risorse umane e gli acquisti. Una realtà che nel 2011 ha ottenuto il riconoscimento di “Azienda al femminile” da parte della Consigliera di Parità della Regione Piemonte.

Poiché le sfide sono nel suo DNA, da sempre Marisa Delgrosso crede nell’importanza di fare rete tra donne e il suo impegno in AIDDA – la prima Associazione italiana nata per valorizzare e sostenere l’imprenditoria al femminile, il ruolo delle donne manager e delle professioniste – ne è la dimostrazione. La Presidente della Delegazione Piemonte e Valle d’Aosta promuove e supporta non solo l’imprenditoria femminile, ma anche le giovani donne che in questo momento di crisi sono il nuovo motore dell’economia piemontese e di tutto il Paese. Dal 2018, infine, è Presidente dell’Associazione PiemonteAfrica che ha la finalità di svolgere, su base regionale, un’attività di stimolo economico verso l’Africa per le imprese piemontesi, in particolare verso i paesi dell’Africa Sub Sahariana.

Qual è il core business di Delgrosso SRL e Clean Filters?

“La nostra azienda nel 2021 compirà 70 anni e si è sempre distinta nel settore metalmeccanico: nata nel 1951 per produrre accessori per la Lambretta, sin dagli Anni ‘60 produce filtri. Ieri come oggi il nostro core business è la produzione di filtri aria, olio, gasolio e carburante per ogni tipo di veicolo sia nel settore automotive che in quello industriale. Sono orgogliosa di poter dire che produciamo esclusivamente in Italia e che dalla fine degli Anni ‘70 il nostro mercato di riferimento è l’export”.

Nel 2011 la sua impresa manifatturiera ha ricevuto il riconoscimento di “Azienda al femminile”. Un traguardo importante?

“La proprietà è sempre stata per metà femminile: prima c’era mia madre e dopo io. Inoltre tutti i ruoli apicali dell’azienda sono ricoperti da donne. Ci distinguiamo per essere un’impresa produttrice flessibile, sensibile alle esigenze e alle richieste della clientela. Abbiamo ricevuto il riconoscimento da parte della Regione Piemonte perché, dai dati statistici rilevati dalla Camera di Commercio, è apparso che a livello apicale e operativo il comparto femminile da noi era molto elevato rispetto al settore e alla tipologia di azienda. Questo aspetto ci caratterizza ancora oggi e continuiamo ad avere valide collaboratrici”.

Qual è la mission dell’Associazione Imprenditrici e Donne Dirigenti d’Azienda, di cui lei presiede la Delegazione Piemonte e Valle d’Aosta?

AIDDA, nata nel 1961 in Italia, è la prima associazione femminile creata per sostenere le imprenditrici; fa parte dell’organizzazione internazionale FCEM, Femmes Chefs d’Enterprises Mondiales, e le nostre socie operano in vari settori dell’economia: dal commercio all’industria, dall’agricoltura ai servizi, senza dimenticare le libere professioniste. Più di un terzo di AIDDA è composto da imprese manifatturiere e il nostro fatturato supera i 900 milioni di Euro con circa 200.000 addetti. La nostra mission è essere strumento di partecipazione che incoraggi e sostenga una significativa presenza della donna negli organi decisionali presso i poteri pubblici e privati; inoltre diffondiamo e promuoviamo la partnership con altre associazioni femminili del territorio con il focus di raggiungere obiettivi comuni. Un esempio è SAFE, un progetto di innovazione sociale rivolto alle aziende basato su un fundraising destinato a finanziare attività educative contro la violenza di genere. La mission di AIDDA nei prossimi tre anni è favorire il passaggio generazionale e di competenze tra donne imprenditrici in modo da garantire un ricambio efficace nelle posizioni apicali e favorire le giovani imprenditrici che si affacciano al mondo del lavoro; inoltre vogliamo promuovere l’internazionalizzazione delle aziende in paesi come l’Africa, che offre uno scenario di sviluppo molto interessante per il futuro”.

Il prossimo anno AIDDA compirà 60 anni di attività. Cosa succederà?

“Il compleanno di AIDDA verrà celebrato a Torino e abbiamo una serie di progetti importanti che vogliamo offrire alla città. Personalmente sto lavorando con chi rappresenterà l’Italia nel W20 perché il nostro Paese sarà sede del Women 20 e AIDDA sarà a capo della delegazione italiana e ospiterà nel capoluogo piemontese un convegno dedicato”.

Delgrosso

Quali sono i progetti della delegazione piemontese per il suo secondo mandato, iniziato quest’anno?

“Il consiglio nazionale di AIDDA richiede di svolgere dei progetti omogenei per favorire lo scambio tra delegazioni e unire le forze per portare sul tavolo di Ministeri, come quello delle Pari opportunità, delle istanze concrete da sviluppare. Quest’anno e nel 2021 saremo impegnate nell’ applicazione sul territorio dei progetti nazionali, continuando anche le azioni per favorire l’accesso e la presenza femminile nei CdA pubblici e privati”.

Cafid, il network tra associazioni di impresa e dirigenza femminile, dimostra che le sinergie hanno un ruolo chiave per dare voce alle donne?

“Nata a Torino per volontà di Giovanna Politano Boschis e Rossella Maggiora, rispettivamente ex presidenti di Apid e AIDDA, Cafid ha lo scopo di riunire altre associazioni femminili del territorio. Attualmente ne fanno parte, oltre a Aidda e Apid, Confagricoltura e Confartigianato e con loro cerchiamo di portare avanti programmi trasversali come SAFE. Grazie a Cafid organizziamo e promuoviamo progetti che, essendo creati in sinergia, hanno maggiore visibilità e coinvolgono un numero maggiore di donne. Credo infatti che solo in team si riescano a fare dei progressi e sono molto soddisfatta dei risultati che stiamo raggiungendo”.

Torino per lei è?

“Una città che sta cercando, e dal 2006 ci sta riuscendo, di crearsi un’identità che va oltre a quella che l’ha sempre caratterizzata. Il capoluogo ha tante risorse e bellezze, ma per anni è stata la città dell’automobile. Torino si sta muovendo per essere più accogliente e per rendere i torinesi più aperti. Il turismo è fondamentale per dare vitalità al capoluogo che, lo voglio ricordare, oggi è anche sinonimo di innovazione grazie ad eccellenze quali il Politecnico e il Polo ICT di innovazione dell’intelligenza artificiale, e grazie a numerose startup”.

Un ricordo legato alla città?

“Le Olimpiadi invernali del 2006 hanno dimostrato che siamo capaci di fare bene. Ricordo la gente sorridente che aveva piacere di uscire e partecipare all’evento”.

Chi è Brigitte Sardo, General Manager di Sargomma

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Brigitte Sardo

Rubrica a cura di ScattoTorino 

Determinata e open mind, madre, moglie e Direttore Generale dell’azienda di famiglia, Brigitte Sardo riveste, con un forte impegno personale, un ruolo che la vede interagire con i principali players del settore automobilistico italiano e internazionale. Concentrata sul proprio business, ma anche sensibile nei confronti dell’attività imprenditoriale in genere e delle donne in particolare, Brigitte Sardo è al secondo mandato come presidente Apid e guida le titolari delle piccole e medie imprese del torinese nella promozione e nello sviluppo delle competenze femminili in vari ambiti professionali.

Curiosa e infaticabile, nutre una profonda passione per il cinema e, con la figlia Carolina, nel 2014 ha fondato la Gran Torino Production, una società cinematografica che ha coprodotto vari film. In questo momento Brigitte Sardo sta traghettando l’azienda Sargomma verso una nuova visione di realtà industriale che cresce e si svilupperà sul territorio piemontese, a fronte di un grosso sforzo imprenditoriale, economico e manageriale; Brigitte inoltre crede fortemente nel valore di fare cultura di impresa e nella forza dei giovani, sostenendo molti progetti innovativi e di welfare aziendale.

Dal 1981 Sargomma è protagonista del mercato. Ripercorriamo la storia?

Nell’home page del sito di Sargomma si legge: “Siamo di gomma: resistenti e tutti d’un pezzo, ma anche flessibili, con una naturale vocazione al cambiamento”. Un claim che è anche uno stile di vita della famiglia Sardo e del padre Giuseppe, fondatore dell’azienda Sargomma nata a Torino nel 1981, con un credo che resta lo stesso nel tempo, ovvero trovare nuove soluzioni tramite prodotti di qualità e realizzare soluzioni sempre più innovative ed efficienti. Mio padre collaborava con le maggiori carrozzerie torinesi, lavorava con gli ingegneri costruttori e forniva soluzioni di componenti per gli interni delle auto più note, per macchine per il movimento terra e macchinari agricoli. Insieme con gli uffici tecnici dei suoi clienti, a un certo punto intravide la possibilità di inserire nelle innovative cabine chiuse delle macchine agricole tutti gli elementi di confort di cui è dotata un’automobile. I componenti Sargomma, montati su questi nuovi macchinari, gli garantirono un successo immediato. Oggi i 15 milioni di prodotti venduti all’anno a 150 clienti nel mondo, per lo più grandi aziende, sono destinati a mezzi di trasporto molto diversi: dalle utilitarie alle berline di lusso, dalle macchine agricole agli yacht. A fronte di questo con grande forza e impegno professionale ho messo in moto un programma di investimenti in organizzazione e tecnologia. Per il 2019, grazie agli incentivi messi a disposizione dal programma di governo industry 4.0, abbiamo avviato un’operazione di insourcing, con l’acquisto di nuovi macchinari e l’ampliamento dell’area industriale. Stiamo importando le lavorazioni di fustellatura e del taglio ad acqua. Con più garanzie per noi: saremo più competitivi, i clienti avranno un miglior servizio e ci sarà lavoro per tutti. Questo ha creato nel tempo un valore aziendale che resta alla base della storia di Sargomma. Una regola che ha contribuito e contribuisce, in modo più che sostanziale alla crescita dell’azienda, unita ad un’altra, dettata dal fondatore: il rapporto diretto con i clienti in tutto il mondo. Perché una squadra di professionisti è prima di tutto una squadra di persone”.

Brigitte Sardo

Re-generation: una parola chiave del vostro organigramma?

“Se con la parola re-generation intendiamo l’accezione di un ‘impresa che rigenera, che recupera forza e vigore, tramite le nuove generazioni, che di volta in volta nutrono e si nutrono in azienda in modo innovativo, allora sì. Nella Sargomma di oggi il nostro organigramma corrisponde all’idea di Re-generation, senza però escludere la crescita personale ed aziendale che si può compiere solo nel tempo. Abbiamo una struttura dove ogni settore si adatta perfettamente in età, competenze e conoscenze, al bisogno e al compito aziendale che gli compete. La Sargomma di domani, che stiamo già “costruendo”, ovvero una realtà in itinere, seguirà questa linea di innovazione e rispetto di tutti i collaboratori e dipendenti, inserendo nuove figure e nuovi progetti con un’attenzione naturale verso i giovani”.

Andare avanti è nel vostro DNA: quali sono i prossimi step?

“Sargomma sta cambiando e si sta avviando verso un processo davvero innovativo, naturalmente la gomma rimane il nostro prodotto, ma l’uso che ne faremo spazierà in diversi territori, dal design, all’ecosostenibilità, all’arte e grazie al nuovo ufficio di ricerca e prodotto saremo sempre più competitivi verso le nuove esigenze del mercato. In un mercato che cambia rapidamente bisogna essere flessibili e innovativi e la nuova Sargomma lo sarà ancora di più. A questo si aggiunga che il progetto di riqualificazione dell’ex area Pininfarina, sarà una svolta multi-funzionale in seno alla nuova Sargomma. Si inseriranno di fatto nuovi stakeholders e collaboratori. L’area prevede un progetto di riqualificazione ampio, l’occasione di creare una nuova realtà aziendale, che è stata proprio in questo periodo materiale di studio degli studenti dello IAAD, con ottimi risultati, oltre ad essere motore di vari progetti di innovazione e welfare, che si sta già attuando nella sede di partenza e che sarà davvero una modalità pilota per Torino di vivere lo spazio aziendale. Giardini sopra i tetti, arte, cucina, spazi destress… insomma sembrerà di non lavorare, ma di cercare nuove opportunità di vita e per la vita. Sargomma cresce ed è sempre cresciuta nel tempo con un’attenzione particolare non solo al prodotto, al mercato e ai clienti; il nuovo scenario post Covid è senza dubbio complesso, da qui l’attenzione alla comunicazione e al marketing, una sfida che i miei collaboratori e dipendenti stanno affrontando insieme e io con loro. Sargomma cresce con radici sane, nuovi frutti e promettenti fronde ampie e ristoratrici, come l’albero, rigorosamente della gomma, che sarà il simbolo della nostra nuova sede con un’attenzione forte all’ecosostenibilità”.

Qual è la mission di Apid – Imprenditorialità Donna?

“Fin dalla sua fondazione nel 1989, l’obiettivo di Apid è quello di portare avanti le istanze delle imprenditrici di Torino e provincia; per fare questo è necessaria una rappresentanza che si muova dal livello territoriale a quello internazionale, con una presenza attiva in sede europea. Questo è possibile attraverso le azioni di networking e lobbying che APID ed il suo consiglio conducono quotidianamente”.

Come Presidente di Apid Torino, a quali temi si dedica maggiormente?

“Cerco di fare la mia parte oltre che come imprenditrice, anche come presidente al secondo mandato di Apid, costola dell’Api sul versante femminile; Apid riunisce 380 iscritte ed è inserita, tra l’altro, all’interno della Cabina di regia dell’Unar (Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali). Sono subentrata a una grandissima donna, Giovanna Boschis Politano, dopo 16 anni di mandato. Apid è un mondo completamente diverso da quello industriale, una sfida continua. L’associazione aiuta molto le piccole e medie imprese, mi confronto con chi capisce le esigenze delle imprenditrici, e la sezione di Torino ha il maggior numero di aziende e di dipendenti a livello nazionale. Apid lavora su progetti europei, ricordiamo il bando vinto sui business angels, della durata di due anni, per aiutare le start up al femminile. Anche con il Club degli investitori, di cui faccio parte, mi adopero per trovare finanziamenti. È ora di restituire quello che per la mia tenacia e fortuna sono riuscita a ottenere, è fondamentale trasmettere il valore della responsabilità sociale di impresa. Il social impact che può essere prodotto e diffuso dalla buona pratica aziendale, può portare il nostro territorio ad un livello superiore, in cui trasparenza e responsabilità vanno di pari passo. Già prima dell’emergenza Covid-19 erano diverse le iniziative rivolte in tal senso, ad oggi non possono che essere incrementate. Apid dovrebbe essere sostenuta anche economicamente dalle istituzioni, riconoscendogli però quella libertà di pensiero che aiuta a sostenere le donne imprenditrici in quanto persone che fanno la differenza nel tessuto sociale ed economico piemontese”.

APID Brigitte Sardo

Fare rete tra donne fa la differenza?

“Assolutamente sì. Quella tra le imprenditrici è una rete di portatrici di interessi comuni che, senza un’azione coesa, rischia di disperdere possibilità ed opportunità di crescita che spesso vanno oltre le esigenze aziendali. Fare rete è una necessità strutturale del presente e un irrinunciabile passaggio per il futuro. Le donne conoscono da sempre il significato del ‘fare rete’. Il senso di condivisione e comunità è innato. La rete aiuta a comunicare contenuti di vario tipo, prodotti, ma anche idee nuove da realizzare, progetti comuni da condividere, ci permette di spaziare in varie realtà e di sentirci ‘sostenuti’ nelle differenze e nella nuova complessità. Fare rete è vitale e il femminile conosce bene l’esigenza dello scambio e del sostegno. La rete porta verso una nuova collettività, più smart e più dinamica, scambiando competenze e conoscenze, la formazione diventa ‘liquida’. Quindi fare rete vuol dire anche avere un gruppo di persone con cui puoi confrontarti, alla pari, potendo mostrare i tuoi dubbi e aumentando la tua professionalità”.

In cosa consiste il progetto SAFE?

Il progetto chiamato A Safe & Normal Day è il primo crowfunding in Italia rivolto alle Piccole e medie imprese che premia la responsabilità sociale d’impresa e diffonde la buona pratica di contrasto alla violenza di genere ed alle discriminazioni nelle scuole secondarie di primo grado. Il progetto verterà su quattro regioni italiane e coinvolgerà 100 studenti nella realizzazione di quattro docu-film, uno per ogni istituto coinvolto, che porteranno alla sensibilizzazione sul tema facendo leva sull’educazione dei più giovani. È una grande opportunità per le imprese di dare il loro contributo al cambiamento e all’abbattimento degli stereotipi di genere. A tal proposito l’agenzia Fund for SAFE, ha creato un sistema di premialità per le aziende che effettueranno una donazione al sito “Produzioni dal Basso”, come deducibilità per le imprese, opportunità di visibilità per merito sociale, seminari in azienda sulla gestione dei conflitti basati sulle differenze di genere ed una valutazione in azienda per ricevere il bollino “AZIENDA SAFE” per certificare la neutralità dell’ambiente di lavoro ai temi di genere. Sono già tantissime le PMI che hanno donato per A Safe & Normal Day, ma è necessario l’aiuto di tutti per raggiungere l’obiettivo e apportare un cambiamento positivo e tangibile nella società con un progetto unico nel suo genere”.

Torino per lei è?

“Rispondo con una serie di parole; opportunità, bellezza, imprenditorialità, compostezza accoglienza, creatività, consapevolezza. Torino è un cuore che pulsa, antico, radicato, forte della sua storia, spesso in bilico. Torino è provata, ma sempre pronta a rialzarsi con dignità e inventiva. È una delle più belle città europee, sono molte le testimonianze in questo senso, continuiamo ad amarla, rispettarla e farla vivere… Torino è davvero la Mia Città”.

Un ricordo legato alla città?

Torino è piena di ricordi, è la città che amo, che porto con me ogni volta che viaggio nel mondo, ogni angolo è un pensiero, un respiro, qui sono nati i miei figli, qui è nata la Sargomma, qui sono arrivati i riconoscimenti al mio impegno, qui è nato il mio amore per il cinema. I ricordi sono tanti non sempre luminosi, ci sono stati giorni bigi, ma a volte basta camminare per le sue vie piene di scorci belli, luminosi, incantati e severi al contempo, per riconciliarsi con la vita. Ricordo passeggiate, discussioni, sorrisi e risate, che sono risuonate per le sue vie. Non un solo ricordo, ma tanti e tutti insieme sono una parte importante della mia vita, così come lo è la mia città”.

Coordinamento: Carole Allamandi
Intervista: Barbara Odetto
Ph: Silvano Pupella

La curatorship dell’Hub di Torino dei Global Shapers

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Global Shapers ScattoTorino 3 copertina

Rubrica a cura di ScattoTorino 

Luigi Riccardo, Olga Osuchowska, Fabio Cassanelli rispettivamente Curator, Vice-Curator e Outgoing Curator dell’Hub torinese ci raccontano chi sono i Global Shapers e quali azioni intraprendono. La piattaforma alla quale appartengono, promossa dal celebre World Economic Forum, ha un respiro internazionale ed è composta da quasi 10.000 giovani attivisti tra i 18 e i 30 anni che operano in 148 paesi per un totale di 428 Hubs. Dotati di skill altamente specifiche i tre curator, così come tutti i membri dell’Hub, mettono la loro professionalità e il loro potenziale al servizio del territorio in cui operano. A tal fine ogni sede intraprende progetti ad impatto sociale per migliorare le comunità di appartenenza e in Italia i Global Shapers sono presenti a Torino, Milano, Genova, Firenze, Venezia, Trento, Roma, Palermo e Bari.

Che cos’è il World Economic Forum?

Fabio Cassanelli: “È un’organizzazione senza scopo di lucro nata in Svizzera nel 1971 ad opera dell’economista Klaus Schwab. La sede è a Cologny, vicino a Ginevra, e il suo fondatore immaginava un luogo in cui i capi d’azienda, i leader politici, gli intellettuali e i giornalisti di settore potessero discutere dei principali problemi dell’umanità e trovare accordi attraverso il dialogo. Conosciuto anche come Forum di Davos, il WEF si tiene ogni inverno nella cittadina svizzera e affronta tematiche legate, ad esempio, alla salute e all’ambiente. In passato il meeting è stato anche l’occasione per affrontare crisi e negoziare soluzioni. Qui nel 1989 è avvenuto l’incontro tra i ministri nordcoreani e sudcoreani e nel 1992 Frederik de Kler e Nelson Mandela hanno trattato la questione sudafricana”.

Olga Osuchowska: “Desidero sottolineare che il World Economic Forum è una piattaforma libera da limitazioni che, pur organizzando prestigiosi incontri internazionali, può non sostenere le stesse ideologie dei suoi ospiti. Ricordo poi che nel gennaio di quest’anno a Davos si sono incontrati Donald Trump e Greta Thunberg per parlare di salvaguardia ambientale”.

Luigi Riccardo: “In quasi 50 anni di attività il WEF si è configurato come una comunità che ne contiene altre, come ad esempio Young Global Leaders e Global Shapers”.

Global Shapers Italiani a Ginevra

Ci presentate la Global Shapers Community?

Luigi Riccardo: “Il motto è The power of youth in action ovvero il potere della gioventù in azione. Il network nasce nel 2011, sempre su iniziativa di Klaus Schwab, è diffuso a livello internazionale ed è composto di giovani che vogliono attivarsi per avere un impatto positivo nel mondo. Il nostro pensiero è a livello globale, ma ogni comunità locale mette in campo azioni legate al territorio in cui opera. I partecipanti hanno tra i 18 e i 27 anni, ma si può rimanere nella community fino ai 30 anni. Attualmente ci sono quasi 3.200 alunni nel mondo, cioè ex Global Shapers che continuano a seguire l’attività dell’organizzazione”.

Olga Osuchowska: “Il network è no profit ed è sostenuto dal World Economic Forum. Le nostre attività si suddividono in tre macro filoni: Inclusione sociale (Equity & Inclusion), Sostenibilità (Climate & Environment), Educazione e lavoro (Education & Employment)”.

Fabio Cassanelli: “Ai vertici della struttura ci sono i curator che vengono eletti democraticamente e il loro mandato dura un anno. Ogni persona può essere curator solo due volte nel corso della sua vita. Luigi sarebbe dovuto andare in Canada per un meeting tra tutti i curator, ma a causa del Covid-19 non è partito e per connettersi con gli altri membri ha utilizzato Zoom; i collegamenti per seguire le diverse sessioni curate dal team centrale, che ha sede a Ginevra, sono durati 5 giorni con orario 10.00-22.00. In questo modo c’è stata l’opportunità di interagire in piccoli gruppi per conoscersi meglio. Inoltre nella community dei Global Shapers ci sono eventi ufficiali e regionali e Torino era stata designata come città in cui ospitare il retreat italiano. Il lockdown ha bloccato tutto, ma proveremo ad organizzare l’evento nel mese di ottobre”.

Parliamo dell’hub torinese?

Olga Osuchowska: “Nato nel 2012, l’Hub di Torino dei Global Shapers è stato da subito sostenuto dal quotidiano La Stampa. Nella prima fase di vita l’Hub si è concentrato su temi come l’imprenditorialità, poi sull’inclusione sociale. Attualmente a Torino ci sono 32 giovani, più diversi candidati”.

Luigi Riccardo: “Tra i membri abbiamo anche degli stranieri e degli studenti fuori sede. L’Hub di Torino è un gruppo eterogeneo composto da ingegneri, ricercatori, economisti, architetti, giovani imprenditori, artisti ed altri. Sono persone che non hanno apparentemente nulla in comune, se non la passione e la volontà di costruire il futuro agendo attivamente per migliorare la propria città e le possibilità che essa offre alle persone”.

Fabio Cassanelli: “L’Hub torinese è composto da esperti che lavorano in grandi aziende e multinazionali con sede in città, liberi professionisti e startupper che hanno trasformato le loro passioni in professioni, ricercatori e attivisti impegnati a promuovere la sostenibilità ambientale e sociale e altri giovani industriosi che incarnano lo spirito della cittadinanza globale. I progetti di volontariato che portiamo avanti sono organizzati in stretta collaborazione con partner del territorio, stakeholders locali e altri hub della comunità dei Global Shapers. Gli interventi dell’Hub nell’ambito di progetti più grandi di solito prendono la forma di conferenze, presentazioni, workshop, panel, pubblicazioni e campagne sui social media”.

Quali iniziative promuove Global Shapers Torino?

Fabio Cassanelli: “Nel 2019 abbiamo organizzato un incontro per creare maggiore consapevolezza nei giovani sulle sfide che attendono l’Unione Europea nei prossimi anni, tenendo conto che le scelte che verranno effettuate a livello europeo impatteranno in modo significativo sulla vita di ognuno di noi. L’Hub di Torino partecipa anche al progetto Powercoders che si occupa della formazione dei migranti e dei richiedenti asilo in modo da fornire loro le skill informatiche utili per trovare più facilmente lavoro ed integrarsi nella società”.

Global shapers italiani

Cos’è Heroes Never Sleep?

Luigi Riccardo: “Il claim del progetto è Ordinary peolpe extraordinary impact ed ha tre obiettivi: dare voce agli eroi locali che si impegnano ogni giorno per portare un impatto positivo nelle loro comunità di riferimento attraverso innovative iniziative locali, ispirare con esempi concreti le giovani generazioni ad abbracciare stili di vita sostenibili per diventare promotori di comportamenti virtuosi, creare consapevolezza intorno ai 17 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile dell’Agenda 2030”.

Fabio Cassanelli: “Heroes Never Sleep è un’iniziativa Global Shapers Italia supportata dal Gruppo Lavazza che ha sottoscritto l’Agenda 2030 delle Nazioni Unite ed ha elaborato le proprie strategie aziendali basandole sui 17 Sustainable Development Goals”.

Olga Osuchowska: “Un eroe torinese è Abdullahi Ahmed, ex rifugiato somalo che è arrivato a Lampedusa nel 2008 per poi approdare a Settimo Torinese, dove è diventato cittadino onorario nel 2014 e cittadino italiano nel 2016. Grazie al suo forte senso civico, nel 2018 Abdullahi ha fondato GenerAzione Ponte insieme ad altri cittadini rifugiati, seconde generazioni e italiani accomunati dal desiderio di realizzare azioni concrete capaci di essere un ponte, appunto, tra generazioni e culture differenti. Abdullahi è un esempio di umanità e di speranza per una società futura capace di abbattere il muro dell’indifferenza e della paura”.

Un altro progetto vi vede impegnati con il FAI Giovani di Torino. Di cosa si tratta?

Fabio Cassanelli: “Con il Gruppo FAI Giovani di Torino abbiamo promosso la seconda edizione del corso FAI ponte tra culture, indirizzato prevalentemente a cittadini di origine straniera e a tutte le persone interessate alle materie e che operano a vario titolo con associazioni di stranieri”.

Luigi Riccardo: “Il progetto intende coinvolgere i cittadini di origine straniera che vivono a Torino nella fruizione del patrimonio artistico e culturale della città e favorire la creazione di un gruppo di volontari che possano operare con la Delegazione FAI di Torino in occasione delle iniziative culturali promosse”.

Olga Osuchowska: “Il corso si è tenuto tra gennaio e marzo, ma per via del Covid-19 è stata rimandata l’ultima lezione presso il Castello di Masino. Si è articolato in sei lezioni in classe, delle quali quattro presso la sede della Delegazione FAI di Via Giolitti 19 a Torino, e due in altra sede”.

Torino per voi è?

Olga Osuchowska: “Pochi giorni fa abbiamo lanciato un sondaggio che chiedeva ai membri della community cosa significhi per loro Torino e molti hanno detto casa, altri sobrietà, altri ancora capitale della cultura. Io ho risposto realtà perché ho vissuto a Milano, ma la vita mi ha portata qui da tre anni e secondo me Torino è il luogo in cui fare concretamente le cose. Unisce i sogni con la realtà, proprio come il nostro Hub”.

Luigi Riccardo: “Per me Torino è il luogo in cui ci sono opportunità, culturali e scientifiche. È una piattaforma di connessione dove si possono trovare nuove tecnologie, sperimentare nuovi modelli di business e lavori con un possibile impatto positivo nel mondo”.

Fabio Cassanelli: “Torino è una città che offre grandi possibilità, ma bisogna combattere contro la retorica della città in declino fine a sé stessa. Con azioni concrete occorre fare qualcosa, anche perché storicamente il nostro capoluogo è stato derubato di molte eccellenze. Bisogna contrastare questa retorica con progetti che riportino innovazione ed eventi al centro dell’agenda politica cittadina”.

Un ricordo legato alla città?

Olga Osuchowska: “A maggio 2019 sono rientrata a Torino dopo un mese passato fra New York, Ginevra e il mio Paese di origine (Polonia). Sono arrivata in Porta Susa verso mezzanotte e ho deciso di tornare a casa a piedi, passeggiando sotto i portici. In quel momento ho deciso di non allontanarmi da Torino per almeno un mese. Mi mancava troppo”.

Luigi Riccardo: “Torino per me è sorpresa. Il ricordo più forte è legato alla prima volta che entrai nel Santuario della Consolata. Un’architettura interna davvero sorprendente, mozzafiato, scoperta per caso passeggiando lì vicino”.

Fabio Cassanelli: “Ricordo l’emozione di prendere la metropolitana per la prima volta durante le Olimpiadi di Torino 2006. Il motto dei Giochi Olimpici 2006 era Torino non sta mai ferma. Ora l’impressione è che si sia un po’ fermata. Sta anche a noi aiutare la città a ripartire”.

Coordinamento: Carole Allamandi
Intervista: Barbara Odetto

EcoTyre, l’azienda che dà nuova vita agli Pneumatici Fuori Uso

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EcoTyre intervista presidente

Rubrica a cura di ScattoTorino

L’Economia Circolare, per EcoTyre, è il valore fondante sul quale si basa l’attività svolta quotidianamente. Fin dal 2011 il suo Presidente e fondatore Enrico Ambrogio opera per garantire la corretta gestione degli Pneumatici Fuori Uso, collaborando con prestigiose associazioni ambientaliste. A dimostrazione della competenza e della professionalità che da sempre lo contraddistingue, il consorzio conta 789 soci composti da produttori e importatori di pneumatici. ScattoTorino ha incontrato Enrico Ambrogio, imprenditore che con lungimiranza e sensibilità ha trasformato un settore di nicchia e potenzialmente inquinante come quello degli PFU in un comparto che opera per la sostenibilità ambientale. Le enormi quantità di Pneumatici Usati che diventano rifiuto quando vengono sostituiti con altri nuovi, sono un problema complesso da gestire e da non sottovalutare a livello di impatto ambientale. Grazie ad EcoTyre vengono raccolti e gestiti per diventare una risorsa.

Ci parla della sua esperienza e ci presenta EcoTyre?

“Professionalmente sono cresciuto e mi sono formato in Ambrogio Trasporti, la società di famiglia fondata nel 1969 dai fratelli Ambrogio, tra cui mio padre, che si occupa di trasporto intermodale strada-ferrovia e che dispone oggi di un network europeo privato con 6 terminal ferroviari e una flotta di 400 carri e oltre 1.300 unità intermodali. Il mio obiettivo è sempre stato di essere all’avanguardia nella logistica e nell’attenzione posta verso l’ambiente, perché credo che soltanto investendo sulla sostenibilità si possa garantire lo sviluppo e la continuità di un’azienda. Ambrogio Trasporti è tra i 789 soci aderenti a EcoTyre, un consorzio con sede a Vinovo che opera in tutta Italia e che dal 2011 si propone di raggiungere un livello di eccellenza nella gestione degli Pneumatici Fuori Uso, detti PFU. La nostra visione è di combinare il migliore servizio logistico possibile con la migliore soluzione ambientale possibile”.

ripescaggio pneumatici EcoTyre

Lo sviluppo di EcoTyre è stato basato su 2 fasi: quali?

“Nei primi anni 2000 sono gradualmente entrate in vigore numerose direttive europee basate sull’Extended Producer Responsibility. Una serie di norme ambientali che hanno trasferito a chi immette o vende un bene sul mercato la responsabilità di assicurarne anche il ritiro ed il riciclo una volta arrivato a fine vita, facendosi carico dell’organizzazione, della gestione e dei relativi costi. Qui è nata l’intuizione di sviluppare la Reverse Logistics ovvero la Logistica di Ritorno di materiali e prodotti giunti a fine vita oppure scartati o resi perché non più utilizzabili. In questa, che possiamo definire la fase 1 di EcoTyre, mi sono reso conto che era fondamentale offrire al mercato un servizio di qualità, organizzato, efficiente, funzionale e sostenibile a livello economico. Unendo l’esperienza logistica con quella ambientale è stata quindi creata una rete di raccolta, costituita da partner logistici selezionati e continuamente formati e da impianti di trattamento anch’essi selezionati e formati, in grado di garantire il ritiro gratuito di PFU presso oltre 12.000 punti, rappresentati principalmente da gommisti, officine, concessionarie auto”.

E la fase 2?

Oggi circa il 50% della gomma riciclata viene triturata e poi utilizzata come combustibile per produrre energia alternativa ai combustibili fossili in impianti industriali, come ad esempio nelle cementerie; l’altro 50% viene granulato ed utilizzato per intasi per campetti da calcio sintetici o prodotti in gomma come ad esempio piastrelline o manufatti elastici. Nella seconda fase in EcoTyre ci siamo chiesti come potevamo migliorare la situazione attuale e quale fosse il massimo obiettivo ambientale possibile. Abbiamo trovato la risposta nell’Economia Circolare: riutilizzare il materiale derivante dalla triturazione di un PFU per produrre un altro pneumatico. Questo è l’obiettivo del progetto di Ricerca e Sviluppo che abbiamo lanciato nel 2017 denominato “da Gomma a Gomma”. Per tre anni, insieme ad alcuni partner tecnici, anche in questo caso prevalentemente aziende e laboratori Piemontesi, abbiamo studiato in maniera approfondita le Best Available Technologies ed i processi attualmente in uso presso i migliori impianti di riciclo di pneumatici, mettendo a punto processi e tecnologia per riutilizzare la gomma contenuta nello pneumatico esausto giunto a fine vita e produrne uno nuovo”.

Da Gomma a Gomma quindi è un caso di vera economia circolare applicata?

EcoTyre coordina questo progetto che vede la presenza di tutti i soggetti della filiera, dalla raccolta del PFU fino alla produzione di un altro pneumatico nuovamente utilizzabile. Negli anni insieme ai nostri partner siamo riusciti a mettere a punto un processo industriale che consente di utilizzare granulato di vecchi pneumatici per realizzarne di nuovi. Si tratta di un caso probabilmente unico al mondo che potrebbe rivoluzionare la sostenibilità del settore perché́ consentirebbe la riduzione delle materie prime utilizzate, con evidenti effetti positivi sull’ambiente. I primi pneumatici denominati “verdi” sono stati testati su 20 camion che hanno percorso l’Italia coprendo una distanza complessiva di oltre un milione di chilometri. Il test comparativo ha dato ottimi risultati in termini di usura e di tenuta di strada e non si sono riscontrate differenze sostanziali tra i copertoni tradizionali e quelli contenenti PFU. Il processo, che è innovativo, si articola in tre fasi: la realizzazione di un granulato di gomma riciclata studiato ad hoc con caratteristiche specifiche, la devulcanizzazione del granulato per rendere nuovamente utilizzabile la gomma granulata a fine vita e lo studio e la messa a punto di una nuova mescola capace di ottimizzare le caratteristiche della nuova gomma. Ad oggi siamo nella fase di pre-industrializzazione, ma sono già in fase avanzata di sviluppo altri progetti e partnership con primarie aziende del settore per estendere il progetto ed auspicabilmente avviare la produzione per aumentare la disponibilità di pneumatici verdi”.

Diamo qualche numero?

“EcoTyre conta 789 soci attivi, 109 partner logistici autorizzati e specializzati e 21 impianti di riciclo autorizzati. In Italia la nostra rete gestisce circa 1 PFU al secondo. Dal 2011 ad oggi abbiamo effettuato circa 200.000 ritiri ed avviato al recupero circa 400.000.000 kg di PFU, il tutto in maniera sempre trasparente, tracciabile e documentabile”.

EcoTyre presidente pneumatico

Il vostro sito è chiaro e dettagliato. Un’ulteriore attenzione agli interlocutori?

La trasparenza è un valore fondamentale per EcoTyre. Crediamo che sia importante mettere a disposizione dei soci, delle autorità preposte al controllo e più in generale di tutti i coloro che fossero interessati, tutte le informazioni utili e soprattutto aggiornate relative all’attività svolta. Siamo stati i primi in Italia, con il progetto EcoTyre live, a rendere visibili sul nostro sito https://www.ecotyre.it, un’apposita sezione dedicata ai principali dati di raccolta, mappa dei ritiri, livello di servizio, tipologia di raccolta ed altro ancora con l’obiettivo di essere costantemente aggiornati e, allo stesso tempo, evitare lo spreco di carta e inchiostro. Quest’anno abbiamo introdotto una novità: anche nel nostro Annual Report abbiamo inserito alcuni QR code tramite i quali è possibile collegarsi alle varie sezioni EcoTyre live presenti nel nostro sito”.

PFU Zero è un progetto interessante. Quali azioni attuate in tal senso?

“PFU Zero è il progetto che racchiude tutta la nostra attività straordinaria e volontaria che consiste nella sensibilizzazione del settore, dei cittadini e delle scuole per far conoscere e capire come funziona la filiera e come ci si deve comportare per evitare impatti ambientali negativi. Come ho già sottolineato, il ritiro degli pneumatici è gratuito per legge, quindi tutti gli automobilisti che sostituiscono pneumatici usati hanno il diritto di lasciarli presso il punto smontaggio dove verranno presi in carico da soggetti come EcoTyre. Non c’è quindi alcun motivo di abbandonarli nell’ambiente. Sensibilizzazione ed educazione ambientale sono da sempre tra i nostri obiettivi. Per questo abbiamo avviato numerose collaborazioni con partner come Legambiente, Marevivo, FAI Fondo Ambiente Italiano, Let’s Clean Up Europe e Kyoto Club. Insieme mettiamo in atto delle iniziative volontarie in cui spieghiamo all’utenza e al pubblico che esiste questo tipo di raccolta e come funziona, che ogni pneumatico è riciclabile al 100% e, soprattutto, che è inutile abbandonarlo nell’ambiente. I nostri sforzi sono stati notati e di recente EcoTyre si è aggiudicata il Premio L’altro Pianeta, il riconoscimento ad iniziative degne di menzione in campo ambientale che ogni settimana Laura Bettini e Carlo Gabardini conferiscono nel corso della trasmissione Si può fare in onda tutti i weekend su Radio 24 sull’ambiente, la sostenibilità e lo sviluppo sostenibile”. Grazie al progetto PFU Zero sono già stati recuperati ed indirizzati alla corretta filiera circa 2.100.000 PFU”.

Torino per lei è?

Per me rappresenta la radice. Ho viaggiato tanto per il mondo, ma sono legato al territorio piemontese e a Torino. Mi immedesimo perfettamente con la mentalità e la cultura della zona”.

Un ricordo legato alla città?

“Il cambio di visione e la consapevolezza che abbiamo avuto nel post Olimpiadi del 2006 che ci ha fatto capire quanto sia importante la valorizzazione del nostro immenso patrimonio storico, artistico e culturale cittadino e di conseguenza essere più aperti all’internazionalità ed al turismo”.

 

Coordinamento: Carole Allamandi
Intervista: Barbara Odetto
Ph: Belen Sivori

PG Plast, l’azienda di imballaggi e buste dal cuore green

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PG Plast

Rubrica a cura di ScattoTorino

Impresa manifatturiera che realizza packaging destinato alle attività produttive, PG Plast è stata fondata nel 1973. La continua ricerca nell’ambito delle materie prime e delle tecniche realizzative le ha consentito di crescere in termini di dimensioni, fatturato e personale, gran parte del quale composto da donne. Il 2018 ha visto un passaggio generazionale con il rinnovamento del management aziendale ed il trasferimento dei reparti produttivi presso la nuova sede di Robassomero, in provincia di Torino. ScattoTorino ha incontrato Simona Porchietto, che garantisce la continuità famigliare nella leadership aziendale, e Piero Cena. Gli Amministratori e proprietari della PG Plast puntano sulla qualità più che sulla quantità e hanno una visione eco-sostenibile della produzione. Imprenditori lungimiranti, investono in studi e ricerche finalizzate all’individuazione di processi produttivi virtuosi che sono volti alla riduzione della produzione di rifiuti, al riutilizzo dei prodotti immessi sul mercato, al recupero e al riciclo degli scarti di produzione e dei materiali di risulta e alla riduzione degli impatti sulle matrici ambientali dei processi produttivi, anche con politiche volte alla riduzione dei consumi energetici e all’approvvigionamento da fonti rinnovabili. Dal settore automotive a quello alimentare, dai grandi imballi alle bustine, dai packaging neutri a quelli personalizzati, la PG Plast garantisce ai clienti la propria expertise per individuare la soluzione migliore per tipo di materiale, dimensioni, spessore e chiusura. Inoltre fornisce materiali idonei a venire a contatto con gli alimenti, garantendo le più verificate condizioni per una corretta conservazione dei cibi in essi imballati.

PG PlastCi presentate PG Plast?

L’azienda, 100% made in Italy e 100% eco-friendly, è specializzata in shopping bag ed imballaggi industriali ed utilizza materiali plastici riciclati o di provenienza naturale. Ci rivolgiamo ad un mercato nazionale specifico e qualificato e siamo legati al territorio: i nostri 12 dipendenti sono infatti tutti della zona. Da qualche tempo produciamo anche buste di sicurezza e per la spedizione ed abbiamo acquisito clienti europei. Il nostro plus è rappresentato dall’essere stati all’avanguardia nel settore: quando nei punti vendita le borse sono diventate veicolo del logo del negozio, l’azienda si è rinnovata tecnologicamente per garantirne la produzione. Pur lavorando materiali spesso oggetto di critica come le plastiche, assicuriamo un futuro al nostro pianeta attraverso una ricerca costante di soluzioni sempre più eco-sostenibili. Infatti promuoviamo studi e ricerche sui nostri prodotti sia per quanto attiene ai materiali impiegati sia per l’adozione di misure organizzative e standard qualitativi in grado di soddisfare le esigenze di settori merceologici connotati da particolari necessità, quali le produzioni alimentari”.

Qual è la vostra mission?

“Come sa, le plastiche non vivono un momento di popolarità. Per questo ci siamo posti l’obiettivo di acquisire know-how e tecnologie capaci di offrire la massima sicurezza in termini di impatto ambientale. Il mondo di oggi non può fare a meno dei materiali plastici e chi afferma il contrario sa perfettamente di non dire il vero, ma è nostro dovere ridurre gli effetti negativi sull’ecosistema e incentivarne il riuso. Crediamo infatti che si possa garantire il minor impatto possibile sull’ambiente cercando di approfondire gli aspetti tecnico-scientifici. L’adozione di puntuali ed efficaci Buone Pratiche di Fabbricazione, verificate anche dalle Autorità sanitarie competenti, consente alla PG Plast di fornire ai propri clienti materiali sostenibili e di qualità”.

L’eco-sostenibilità è un tema centrale per voi. Quali Good Manufacturing Practices attuate?

“Abbiamo ragionato e lavorato molto sul tema delle Buone Pratiche. Le plastiche hanno un’elevata durabilità e, se correttamente gestite nel loro fine vita, hanno impatti contenuti sulle matrici ambientali. Molti studi condotti da autorevoli istituzioni e centri di ricerca scientifica, in ultimo ad esempio dall’Agenzia di Protezione Ambientale danese Miljøstyrelsen, dimostrano che i materiali plastici impattano sull’ecosistema meno di quelli alternativi in molti casi ritenuti comunemente meno inquinanti, quali i prodotti realizzati in carta. Inoltre la loro produzione non ha costi elevati, anche se questa caratteristica ha paradossalmente contribuito in alcuni casi ad agevolare impieghi non indispensabili di prodotti plastici, portando allo spreco. Partendo da queste valutazioni ci siamo interrogati spesso su come rendere sempre più sostenibili i nostri prodotti. Il vero problema di questo materiale è il fine vita perché, durando anni, impatta sull’ambiente qualora irresponsabilmente abbandonato e in mare contribuisce all’inquinamento che le microplastiche inducono sulle catene alimentari. Per contro si tratta di un materiale facilmente riciclabile e recuperabile, se correttamente conferito nella raccolta differenziata. Negli anni abbiamo investito molto nella ricerca e siamo giunti a creare dei packaging riciclabili che hanno un minor impatto sull’ecosistema e favoriscono l’economia circolare. Giunto a fine vita, il nostro pack viene recuperato e trasformato per essere riutilizzato. Un esempio concreto sono le buste impiegate dai corrieri per le spedizioni pensate anche per consentire l’eventuale reso dei prodotti da parte dei clienti, che se riutilizzate anche dal destinatario dimezzano l’impatto sull’ambiente, agevolano la possibilità di non venir disperse e quindi inquinare”.

PG PlastQuali materiali utilizzate per i vostri sacchi e per gli imballaggi?

“Come abbiamo già sottolineato, l’offerta aziendale è fortemente incentrata sulla progettazione di prodotti riutilizzabili, mira a ridurre l’impatto sulle matrici ambientali impiegando materiali di seconda vita realizzati dalla rigenerazione di materiali di risulta e propone alla clientela prodotti in plastica, in carta ed ecologici. BioCom, ad esempio, è un’alternativa 100% biodegradabile e 100% compostabile, mentre il Green PE deriva dalla lavorazione della canna da zucchero ed è riciclabile ed ecologico, quindi ideale per realizzare shopper e materiali di imballaggio durevoli nel tempo e riutilizzabili. Inoltre le nuove tecnologie di stampa ci permettono di sviluppare lavorazioni sempre più preziose per le nostre multibags, puntando sull’utilizzo di inchiostri a ridotto impatto ambientale realizzati con base all’acqua”.

Ci presentate il Progetto Reciplast?

“In linea con la nostra mission aziendale, PG Plast ha promosso insieme ad altri partners questa iniziativa co-finanziata dalla Regione Piemonte e dall’Unione Europea che ha come obiettivo ricercare nuove strade e perfezionare il riciclo e lo smaltimento di materie plastiche al fine di limitarne l’impatto sull’ambiente e sulla società. Aderiscono al progetto il Politecnico di Torino, l’Università del Piemonte Orientale, l’Università degli Studi di Torino, API, Corepla e diverse aziende del territorio. Insieme ricerchiamo soluzioni tecniche per migliorare il riciclo degli scarti plastici nei settori dell’automotive e dell’imballaggio alimentare in modo da riutilizzarli e avere un minor impatto ambientale”.

I vostri prodotti monouso hanno avuto un ruolo centrale durante l’emergenza sanitaria?

Durante la pandemia alcuni amici dottori ci hanno segnalato che non avevano i dispositivi di protezione necessari. Abbiamo quindi sentito l’esigenza di offrire un nostro contributo e ci siamo inventati un prodotto. Già producevamo dei grembiuli ai quali abbiamo aggiunto maniche adesive che davano una perfetta chiusura e garantivano l’ermeticità dell’indumento. Prima li abbiamo omaggiati ai medici della valle e poi alcune ASL e RSA ce li hanno richiesti. Per tutto il mese di aprile abbiamo lavorato alacremente per produrne il più possibile e abbiamo deciso di rinunciare ad un’occasione di business creando un prodotto utile durante l’emergenza e proponendolo al costo di fabbrica”.

Torino per voi è?

Simona Porchietto: “Sono affezionata al Piemonte, ma Torino l’ho vissuta poco. Un tempo come azienda lavoravamo molto con la città, oggi meno”.

Piero Cena: “Non sono nato a Torino, ma qui sono diventato grande grazie alla scuola e all’amicizia. Io mixo il ricordo degli anni della formazione e della rinascita della città come vetrina europea grazie alle Olimpiadi con la situazione presente. Osservo il tessuto economico locale odierno con preoccupazione perché non mi pare che si riesca ad avere un’idea legata al futuro economico e non si superi il trauma dell’essere orfani della grande fabbrica”.

Un ricordo legato alla città?

Simona Porchietto: “La prima volta che sono stata a Superga e ho visto Torino dall’alto. È stata un’emozione forte che conservo ancora oggi”.

Piero Cena: “Il me ragazzo che andava a fare le scuole superiori in città. Una Torino ricca di opportunità perché tutto lì era a portata di mano. Un altro ricordo, più romantico, è legato a Michel Platini: tagliavo da scuola per andare a vedere i suoi allenamenti”.

Coordinamento: Carole Allamandi
Intervista Barbara Odetto

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