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ScattoTorino

The W Place, il consorzio per una nuova cultura e cura d’impresa

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The W Place fondatrici

Rubrica a cura di ScattoTorino

W come Wonder, W come Win-Win, W come Women. Lo scorso 26 novembre sei imprenditrici ed una libera professionista hanno dato vita ad nuovo un consorzio che si rivolge sia alle imprese – siano esse a conduzione femminile o maschile, micro, piccole, medie o grandi, italiane o estere con almeno una sede in Italia – sia ai liberi professionisti, con un’attenzione particolare per coloro che svolgono nuove professioni, senza riconoscimento formale o un albo di riferimento.
The W Place, questo il nome del consorzio, che conta tra i primi partner strategici API e APID Torino, verrà presentato ufficialmente a livello europeo il 25 febbraio 2021 in occasione dell’evento WOMEN 2027 #2. Le aziende fondatrici di questa realtà spaziano dalla gomma alla progettazione architettonica, dall’editoria al fundraising, dal settore immobiliare alla consulenza legale, unite dalla volontà di fare rete per generare innovazione partendo dal valore delle persone. TWP si propone come opportunità di joint-workingcon l’obiettivo di creare un nuovo dialogo tra le imprese, generare contaminazione settoriale ed innovazione, rispondere al senso di “solitudine dell’imprenditore” nel fare scelte importanti per la propria realtà, fornendo la possibilità di incontrare e confrontarsi con persone che hanno esperienze simili. The W Place, inizia formalmente la sua attività in versione diffusa presso le sedi delle aziende fondatrici e virtuale, ma entro il 2021 sarà dotato anche di una sede fisica. The W Place è attenta alla cultura sociale d’impresa e ai social goals di questo millennio: gli utili che produrrà verranno infatti reinvestiti in progetti di valore per supportare il territorio e le imprese più fragili come le start-up al femminile o le aziende in difficoltà a causa del Covid-19. L’obiettivo è attivare nuove catene del valore ed elementi essenziali per lo sviluppo strategico delle imprese di oggi e di domani, tenendo presenti gli aspetti sociali, ambientali e la sostenibilità delle scelte.

ScattoTorino ha incontrato le sette fondatrici di The W Place: Giuseppina Cavasino dello Studio Legale Miccoli Nosenzo Cavasino, Angela De Meo di ITG Lab Srls, Cristina Di Bari di Di.Co SaS, Raffaella Magnano di Areaprogetti Srl architettura e ingegneria, Silvia Maria Ramasso di Neos Edizioni Srl, Brigitte Sardo di Sargomma Srl ed Emanuela Zilio di Think Say Do Srls.

Qual è la mission di The W Place?

Raffaella Magnano: “La nostra mission è supportare imprenditrici e imprenditori nel percorso verso una nuova cultura e cura d’impresa. Essere un luogo fisico e virtuale dove scambiare competenze, attivare relazioni, co-progettare contenuti. Un luogo di confronto e riflessione. The W Place è un posto in cui i consorziati avranno la possibilità di accedere a servizi professionali di alto livello in materia di analisi e misurazione, e a strumenti oggi fondamentali, quali la progettazione europea, la finanza alternativa, l’accesso ad informazioni e strategie anche attraverso l’uso di tecnologia avanzata”.

The W Place logoA chi si rivolge il consorzio The W Place?

Brigitte Sardo: “The W Place si rivolge alle microimprese, alle piccole e medie imprese (MPMI) e ai liberi professionisti, con particolare attenzione alle imprese al femminile, ma non solo. Le imprenditrici e gli imprenditori, così come le professioniste e i professionisti potranno rivolgersi al consorzio per essere sostenute/i ed informate/i su come sviluppare ed accompagnare nuovi progetti, sperimentare nuove opportunità per le loro imprese, cogliere occasioni di sviluppo a livello internazionale. The W Place, che si presenta come schema aggregativo tra imprenditori, è anche la nascita di un luogo di scambio, smart e tecnologico insieme, un’occasione di fare comunità, e insieme di entrare in una rete virtuosa di scambi non solo informativi e formativi”.

Quali sono le modalità per consorziarsi?

Giusy Cavasino: “Le imprese ed i liberi professionisti che desiderano entrare nel consorzio The W Place per usufruire dei servizi messi a disposizione dovranno presentare formalmente la loro dichiarazione di interesse (da gennaio 2021 disponibile la form sul sito www.thewplace.eu). Con cadenza mensile il Consiglio Direttivo provvederà a valutare tutte le richieste e procederà con l’accettazione dei nuovi consorziati. Le aziende, per poter accedere, dovranno pagare una quota consortile una tantum. A loro e ai liberi professionisti, verrà quindi richiesta una quota a cadenza annuale, in proporzione al loro fatturato.

Cosa offre The W Place a chi si consorzia?

Giusy Cavasino: “The W Place propone un modo nuovo e al passo con i tempi di mettere in connessione e far collaborare le imprese, in un contesto di rapida trasformazione dei mercati.
Da gennaio 2021, il consorzio comincerà a raccogliere informazioni sui Musei e gli Archivi di impresa, per conoscere, condividere e mettere a sistema le storie e i modelli di valore già esistenti. Una call for action verrà aperta per tutte le MPMI che hanno voglia di raccontarsi. The W Place, inoltre, indagherà da subito sulle nuove figure professionali richieste dalle imprese, per cominciare a delineare indicazioni specifiche per gli enti che si occupano di formazione. Con l’avvio della nuova Programmazione europea, The W Place metterà a disposizione delle aziende consorziate l’accompagnamento alla candidatura delle loro proposte oppure l’assistenza professionale per lanciare una campagna di crowdfunding. Dalla primavera, saranno attivi su questi temi anche corsi di formazione per le aziende.

Cosa significa per The W Place promuovere una nuova Cultura d’impresa?

Silvia Ramasso e Angela De Meo: “Alla base del progetto c’è una visione nuova della cultura di impresa, un’interpretazione del mondo economico e produttivo che possiamo senza reticenze definire più femminile, che vuole creare allo stesso tempo valori economici e sociali, che mira a “prendersi cura” di prodotti, processi e “giusti rendimenti”, ma anche delle persone a ogni titolo coinvolte, del sistema-territorio e della sostenibilità ambientale e sociale dell’attività. È un obiettivo entusiasmante ma altissimo al quale deve concorrere fortemente la consapevolezza di ciascun attore coinvolto. Per fare questo è necessario costruire e mettere a disposizione una nuova narrazione attraverso azioni mirate: la costituzione di una biblioteca professionale, storica e di indirizzo, l’acquisizione e la riproposizione di archivi, raccolte e storie di imprese, la condivisione di contenuti e strumenti con i talenti del territorio per l’instaurazione di un benchmarking utile alle imprese, la creazione di un “diario continuo” dell’attività e delle motivazioni, un luogo di confronto, di bilancio e di testimonianza”.

Quali azioni avete già pianificato per il futuro?

Raffaella Magnano: “Le prime azioni di The W Place riguardano l’attivazione del dialogo con le imprese del territorio, l’ascolto delle loro necessità e la messa a disposizione di competenze e servizi professionali di alto livello. Il 2021 sarà poi l’anno della sede fisica. L’identità, gli spazi, le funzioni ed i servizi della futura sede di The W Place saranno fortemente integrati tra di loro, sul piano architettonico ed organizzativo, per armonizzare gli spazi per il lavoro e quelli dedicati a finalità partecipative, in una prospettiva solida di integrazione ed elaborazione di pratiche sociali condivise. Questa integrazione, architettonica, simbolica, organizzativa e funzionale diviene la condizione primaria per disporre di un ambiente culturale capace di confrontarsi con le sfide dell’oggi, nella loro dimensione locale e globale, alla luce anche degli scenari valoriali resi disponibili con i Sustainable Development Goals (SDGs) dell’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile”.

Cosa accadrà il prossimo febbraio a WOMEN 2027 #2?

Emanuela Zilio: Ispirato dalla prima edizione dell’evento WOMEN 2027 organizzato al Parlamento Europeo da Donne Si Fa Storia insieme alle Unioni camerali di Piemonte, Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna a novembre 2019, The W Place ha preso forma in nove mesi di co-progettazione che hanno visto coinvolto un gruppo attivo di imprenditrici torinesi.
The W Place verrà quindi presentato a livello europeo in occasione di WOMEN 2027 #2, il 25 febbraio 2021, in linea con l’avvio della nuova programmazione EU”.

Quanto è importante oggi fare squadra per un imprenditore o un libero professionista?

Brigitte Sardo: “Crediamo che sia essenziale. In un mondo sempre più connesso, che sembra essere tutto centrato sul fare rete, il concetto di fare squadra sembra scivolare, ma non è così. Agire con lo spirito di un gruppo, appunto di una squadra sportiva, seguendo regole e schemi predisposti, con il concorso coordinato di tutte le energie e le risorse disponibili, è davvero vincente. Condividere risorse e idee, mettendosi al servizio del bene comune, in questo caso di tutte quelle imprenditrici/imprenditori o liberi professionisti, che possano trovare, seppur virtualmente, per il momento, un punto di sostegno allo sviluppo e al cambiamento, crediamo sia fondamentale”.

Torino per voi è?

Giusy Cavasino: “Torino è lo spirito Sabaudo: quel concetto di discrezione e rigore così ineffabile e difficile da descrivere che si riesce a cogliere solo passeggiando per le strade, respirando le bellezze, e mangiando il buon cibo. Uno spirito discreto che ha reso grande questa città!”

Angela De Meo: “Un patrimonio storico (è stata la prima capitale d’Italia) e culturale da rendere fruibile e accessibile a tutti. Una città da amare e da scoprire in tutti i suoi angoli suggestivi”.

Cristina Di Bari: “Un grande incubatore di innovazione: basta pensare alle tante cose che sono nate a Torino e a quelle che ancora oggi stanno nascendo. Infine è la città ideale per vivere e per lavorare e può diventare un modello per il futuro”.

Raffaella Magnano: “È l’armonia del barocco, i fiumi e il verde della collina”.

Silvia Ramasso: “Un punto di partenza imprescindibile, culturale, affettivo relazionale e anche un laboratorio più disponibile alla sperimentazione di tante altre città”.

Brigitte Sardo: “È il crogiolo di una storia industriale che ha visto nascere gran parte delle più importanti realtà imprenditoriali d’Italia, e successivamente del mondo, restando nel suo continuo sviluppo fedele alla sua impronta internazionale e creativa”.

Emanuela Zilio: “La città dove sono nati il cinema e la moda. La prima grande città industrializzata d’Italia, la città dell’automobile. La città in cui un toro riuscì a sconfiggere un drago”.

Un ricordo legato alla città?

Giusy Cavasino: “Nel luglio del 2012 Torino si è colorata di bianco e per la prima volta, così come a Parigi, Berlino e New York, è stata organizzata una sobria ed elegante cena collettiva in uno dei luoghi più suggestivi della città: Piazzetta Reale. Che dire? Unconventional dinner”.

Angela De Meo: “La moltitudine di persone nelle vie e nelle piazze durante le Olimpiadi invernali del 2006. Per me che ho vissuto gli anni di piombo da ragazza, vedere persone, bambini, carrozzine, famiglie, riversarsi nelle strade, soprattutto durante le notti bianche e fare la coda per prendere la tanto desiderata metropolitana, vedere una città brulicante e viva è stata un’emozione immensa”.

Cristina Di Bari: “Ho la fortuna di abitare in una posizione dove posso godere di tre viste ogni mattina: la collina, le montagne e la città. Ognuno di questi panorami suscita in me dei ricordi passati e presenti. La bellezza delle passeggiate in bici o a piedi nel verde della collina o in riva al fiume sin da quando ero bambina, la forza che mi ispira ogni giorno il Monviso con le sue cime innevate e il cielo azzurro e la città, con i suoi palazzi storici, i suoi portici e i grattacieli”.

Raffaella Magnano: “I giorni della Torino olimpica, momenti di condivisione gioiosa di molte attività diverse, dallo sport alla cultura”.

Silvia Ramasso: “Sono vissuta tra Milano e la Val Susa. Torino, per me, è il ricordo della mia infanzia tra i favolosi ruggiti e barriti sul Po, guardando i profili della collina”.

Brigitte Sardo: “Sentendomi profondamente legata a Torino, che vivo con amore ed intensità, devo dire che i ricordi sono molti, non solo quelli legati ad avvenimenti storici o culturali importanti, ma quelli più semplici, come il perdersi passeggiando (qualche volta riesco a farlo) per le sue vie, i musei, i portici, il parco, riscoprendo sempre una città elegante, colta, cosmopolita e tradizionalista insieme”.

Emanuela Zilio: “Le Olimpiadi invernali del 2006, il momento in cui gli abitanti di Torino hanno intuito il potenziale di crescita della loro città, una città moderna in dialogo con il mondo”.

 

Coordinamento: Carole Allamandi
Intervista: Barbara Odetto
Ph: Silvano Pupella

Protagoniste di Valore: Federica Toscanini, marketing director di Toscanini

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Federica copertina toscanini

Protagoniste di Valore LogoProtagoniste di Valore, rubrica a cura di ScattoTorino

Laureata in economia e commercio all’Università Cattolica di Milano, dopo uno stage presso l’agenzia di pubblicità McCann-Erickson, Federica Toscanini ha iniziato a lavorare nell’azienda di famiglia. Un’azienda fondata nel 1920 che da quattro generazioni è un punto di riferimento internazionale per la produzione di portabiti e soluzioni per appendere capi di abbigliamento, accessori e scarpe. Una realtà imprenditoriale circondata dai boschi e dai torrenti della Valsesia che da sempre è attenta a contenere l’impatto delle produzioni sulle risorse naturali: una strategia che dimostra il rispetto della Famiglia Toscanini nei confronti del pianeta e dei suoi abitanti. Tra le buone pratiche adottate ci sono l’utilizzo di legnami provenienti da foreste controllate e valutati in maniera indipendente da enti accreditati in conformità ai principi della buona gestione forestale, un sistema organizzativo basato sul non spreco e sulla responsability di ogni dipendente, l’impiego di vernici a base acqua e pellami eco-friendly che provengono da concerie italiane certificate. Last but not least, questi lungimiranti imprenditori si sono occupati del recupero delle centrali idroelettriche dismesse lungo il corso dei fiumi Sesia e Mastallone e l’energia prodotta è conferita al gestore della rete elettrica, contribuendo così a ridurre l’uso dei carburanti fossili per il fabbisogno energetico.

Protagoniste di Valore ha incontrato Federica Toscanini, Marketing & Sales Director di questa impresa che vanta clienti come Valentino, Chanel, Loro Piana, Max Mara e Givenchy per citarne alcuni e che, in occasione del centenario che ricorre quest’anno, ha avuto l’onore di ricevere un francobollo emesso dal Ministero dello Sviluppo Economico e appartenente alla serie tematica “Le Eccellenze del sistema produttivo ed economico”.

Dal fashion all’hôtellerie, i vostri portabiti uniscono qualità e design. Come vengono concepiti?

“La nostra azienda lavora in due modi: da un lato recepiamo gli input dei clienti che ci chiedono di risolvere un problema, ad esempio ci domandano portabiti per esporre in modo creativo un capo, oppure hanno un concept definito dal loro ufficio stile e noi lo produciamo. Dall’altro lato, invece, siamo noi che con curiosità e passione ideiamo nuovi modelli o ricerchiamo nuovi materiali e tecniche di personalizzazione. Circa 20 anni fa, con mio fratello, abbiamo iniziato a provare materiali diversi giocando con il sughero e il plexiglass, che in quei tempi era poco usato. A proposito di questo materiale, ricordo che pochi giorni dopo aver creato i prototipi ci contattò Jean Paul Gaultier perché voleva dei portabiti in vetro. Mi recai a Parigi e mostrai le nostre creazioni in plexiglass che piacquero così tanto che vennero scelte. Il problema è che, trattandosi di prototipi, non erano ancora stati industrializzati per cui passammo l’intera estate a produrli! Alla base di ogni nostro prodotto ci sono l’entusiasmo, l’amore per ciò che facciamo e la ricerca della qualità. D’altronde, è nel DNA del nostro territorio realizzare prodotti di eccellenza. Secondo noi il portabito deve valorizzare la vestibilità del capo e deve presentarlo nel miglior modo possibile. Ecco perché studiamo nuove forme, curiamo i dettagli e creiamo oggetti capaci di distinguersi per il design e per i materiali”.

Toscanini prodottiDa sempre vi ispirate alla filosofia delle 3R: Reduce, Re-use, Recycle. Quali comportamenti virtuosi adottate in azienda?

“In questo ambito siamo stati degli inconsci precursori e già negli Anni ‘70 mio padre utilizzò dei silos per lo stoccaggio di trucioli e segatura che in inverno venivano bruciati in una caldaia per riscaldare gli uffici e il reparto produttivo. Lui da sempre ha puntato sui valori che ci hanno tramandato gli anziani. Un tempo in Valsesia le manifatture avevano una propria centrale idroelettrica che forniva energia ai telai. Nel tempo queste furono dismesse e lui, tra la fine degli Anni ’70 e l’inizio degli anni ’80, acquistò una centrale idroelettrica che, tra l’altro, diede luce alla prima lampadina del Sacro Monte di Varallo, e nel 1986 la rimise a regime. All’epoca venne considerato un eccentrico, invece seppe creare una cultura famigliare legata alle centrali idroelettriche e infatti nel tempo ne abbiamo acquistate altre ed oggi produciamo energia 20 volte superiore al fabbisogno necessario all’azienda”.

Da quattro generazioni trasmettete valori a favore della collettività e del contesto in cui vivete. Qual è il vostro segreto?

“Veniamo da una terra dalla quale abbiamo ricevuto tanto e abbiamo recepito la cultura del fare bene. Mio fratello ed io siamo cresciuti secondo una regola semplice: Manca ‘ncó ‘n plûch (manca ancora un pelucco) in pratica mai accontentarsi del primo risultato per passare dal ben fatto all’eccellenza. Il prodotto perfetto ha proporzioni corrette: non c’è niente da aggiungere e niente da togliere. Noi lavoriamo così da sempre e queste caratteristiche ci vengono riconosciute sia in Italia che all’estero. Un altro segreto è che siamo affidabili e io stessa dico sempre che la mia scrivania è la prosecuzione di quella dei clienti perché ci identifichiamo nei nostri committenti e per noi la parola data è un valore. Il nostro team di lavoro, infine, ha un senso di appartenenza alla famiglia allargata Toscanini e si impegna nel raggiungimento degli obiettivi. Un aspetto fondamentale che ci rende orgogliosi delle persone che collaborano con noi”.

Siete Bee Respectful. Come è nata l’iniziativa di produrre miele?

Un giorno un signore anziano che non conoscevamo passò a chiederci se in estate poteva portare le arnie nei nostri terreni e mio padre, in modo austero ma cordiale, acconsentì. Ovviamente le api producono il miele e abbiamo quindi deciso di metterlo in vasetti con il nostro logo e regalarlo ai clienti. L’idea è piaciuta molto e questo miele dal sapore delicato è diventato il trait d’union che unisce il nostro lavoro, il territorio della Valsesia e le partnership che abbiamo creato negli anni”.

Donna per lei significa?

Spesso si parla di quote rosa come se si trattasse di una zavorra necessaria per una questione di immagine, invece ritengo che per le aziende sia un valore aggiunto avere delle donne nel proprio organico. Faccio un esempio: nel mondo dell’arredo abbiamo un cliente che anni fa divenne padre e gli feci recapitare il miele e dei mini portabiti decorati appositamente per la sua bambina. Quando tempo dopo mi recai nella sua sede, lui mi elogiò dicendo che nella sua azienda c’erano per lo più uomini e che puntavano su numeri e schemi, mentre noi donne abbiamo un approccio più morbido e rotondo. Secondo me la donna sa porre attenzione su aspetti che spesso non vengono considerati dagli uomini. Purtroppo viviamo in un mondo pensato da uomini per uomini, mentre credo che le aziende abbiano un’opportunità in più con il contributo femminile. In Toscanini i commerciali sono donne, forse perché hanno una maggiore attenzione ai dettagli e alle procedure oltre che una sensibilità diversa, che personalmente considero un valore. Da mia nonna alla mamma alla zia, nella nostra impresa le donne sono state delle colonne portanti, in prima persona o magari dietro le quinte. Sicuramente mio padre è stato un vulcano di creatività, ma con lui ci sono sempre state figure femminili che hanno avuto un ruolo strategico”.

IL FOCUS DI PROGESIA

I Valori dell’azienda Toscanini sono:

  • Sviluppo sostenibile;
  • Azienda human centric;
  • Valorizzazione dei dipendenti.

Oltre il prodotto

Toscanini è un’azienda che ha fatto del rapporto con i suoi clienti un vero punto di forza: “noi siamo il loro collante, la memoria storica dei clienti” spiega Federica Toscanini. Il team di Toscanini è riuscito a costruire un rapporto duraturo e di fiducia con i clienti, e ciò permette di conoscere in modo approfondito le scelte che ogni cliente ha fatto nel corso del tempo e sulle basi di queste trovare le migliori soluzioni.

Federica Toscanini, infatti, afferma che non si sentono dei fornitori, ma dei collaboratori dei loro clienti. Le loro azioni sono finalizzate non solo alla soddisfazione del cliente diretto, ma anche a garantire un’esperienza di alto livello al cliente finale.

“Il nostro obiettivo è andare oltre il prodotto” afferma Federica Toscanini quando racconta come vengono coinvolti i clienti durante la scelta dei loro portabiti: “offriamo loro una vera esperienza. Il nostro prodotto deve essere toccato. Chiediamo ai clienti di chiudere gli occhi e sentire al tatto le rotondità, il peso, il materiale e ogni dettaglio”.

Dal 1920 ad oggi l’azienda Toscanini ha saputo creare un rapporto unico con la clientela, diventando un vero e proprio punto di riferimento sul mercato, riuscendo a fondere la tradizionale qualità alle azioni di ricerca e sviluppo orientate ad offrire prodotti innovativi e in linea con le esigenze dei clienti.

Passione e dedizione

“Il senso di appartenenza dei collaboratori verso l’azienda è fortissimo. La volta in cui è emerso chiaramente è stato il giorno dell’emissione del francobollo Toscanini per i 100 anni di attività” racconta Federica Toscanini. Le persone che lavorano con noi in azienda non sono dipendenti, ma collaboratori che affrontano ogni giorno il proprio lavoro con grande passione e dedizione verso il cliente.

La presenza della famiglia è forte in azienda ed è vissuta come parte integrante della squadra. “Siamo sul campo accanto ai collaboratori, condividiamo la quotidianità, le criticità e le soluzioni” spiega Federica Toscanini. Questa gestione delle risorse umane è funzionale all’approccio customer centric e al raggiungimento degli obiettivi aziendali.

Un tesoro

L’azienda Toscanini, prima di occuparsi di portabiti, produceva coltelli. Le meravigliose pagine di un taccuino datato 1916 di Giovanni Toscanini, nonno di Federica, mostrano modelli di coltelli, disegnati con particolare attenzione ai dettagli e alle rifiniture, elemento distintivo che caratterizza ancora oggi i prodotti Toscanini. Il taccuino è un vero e proprio tesoro, della famiglia e dell’azienda Toscanini, un oggetto capace di evocare emozioni e stupore per i disegni e le annotazioni scritte. In particolare, in una pagina intitolata “Comandamenti della vita” sono scritte le riflessioni di Giovanni Toscanini attraverso le cui parole emerge una grande personalità. La storia dell’azienda e quella della famiglia Toscanini, sono fortemente intrecciate tra loro e sono raccontate nel libro “Toscanini, l’arte di appendere” che è stato pubblicato in occasione dei 100 anni di attività.

 

Coordinamento: Carole Allamandi
Intervista: Barbara Odetto
Focus: Antonella Moira Zabarino

 

Torino Città per le Donne, l’iniziativa per una città a misura di donna

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Rubrica a cura di ScattoTorino

torino città per le donneImprenditrici, libere professioniste, dirigenti, artiste, docenti, commercianti e tante altre: sono le protagoniste dell’economia e della cultura cittadina che hanno aderito al manifesto Torino Città per le Donne, un progetto senza finalità politica, che non si identifica con alcuna corrente politica e che si rivolge all’universo maschile e a quello femminile. Fondata dalla Manager culturale Antonella Parigi, dalla Docente di fisica del Politecnico di Torino Arianna Montorsi, dall’Amministratore Delegato di Socialfare Laura Orestano e dalla neurologa della Città della Salute e della Scienza Maria Claudia Vigliani, Torino Città per le Donne si basa su un programma articolato che nasce da un’analisi puntuale del presente. Un presente che, a tutti i livelli, necessita di un cambiamento inteso come esigenza primaria da tanti cittadini e cittadine. In molti, infatti, avvertono la necessità di operare in un contesto politico, sociale e culturale che favorisca l’inclusione, metta al centro la persona e il pianeta, ponga attenzione al benessere dell’essere umano ed operi pensando anche alle generazioni future. Consapevoli che le donne – per skill, empatia, know-how e sensibilità – possono essere il delta che fa la differenza per promuovere una nuova visione della politica e del sociale, il gruppo promotore di Torino Città per le Donne ha redatto un manifesto. L’obiettivo è far sì che l’universo femminile venga maggiormente coinvolto nei processi decisionali e lavorativi a tutti i livelli e in tutti i settori così da soddisfare i requisiti basilari necessari a vivere bene. Per questa ragione sono stati individuati 8 verbi emblematici: lavorare, abitare, decidere, educare, amministrare, convivere, curare, promuovere benessere. Ad oggi i numeri di TOxD sono molto lusinghieri: 55 aderenti al comitato promotore, circa 400 aderenti ai tavoli, 557 sottoscrizioni del Manifesto, pagina Facebook seguita da quasi 2000 persone e 23000 visualizzazioni della Maratona delle Idee. ScattoTorino ha incontrato le quattro fondatrici per approfondire questo tema così importante.

Come è nata l’iniziativa e per quali ragioni?

Arianna Montorsi: “L’iniziativa è nata formalmente a ottobre, ma è in embrione da più tempo e personalmente mi occupo di questo tema da diversi anni. Ciò che vogliamo per il capoluogo piemontese è portare avanti un piano che abbia come punto di riferimento una città per le donne. È un’iniziativa importante che va a coinvolgere cambiamenti auspicabili che puntano su una città inclusiva a 360 gradi”.

Laura Orestano: “Il progetto è nato come tessitura perché Antonella Parigi ha messo insieme sensazioni e riflessioni che ognuna di noi aveva già condiviso con lei. Lei ha creato la tela e siamo contente di essere state incluse in questa tessitura”.

Maria Claudia Vigliani: “L’iniziativa è nata dopo la prima ondata del Covid-19 perché la pandemia ha cambiato il modo di vedere le cose e ha stressato le grandi differenze di genere, di età, di possibilità educative e culturali mostrando che le donne, in quel periodo come in questa seconda fase dell’emergenza sanitaria, si sono impegnate per gestire tutte le situazioni. Che si trattasse di cassiere, infermiere, dottoresse, insegnanti o imprenditrici, tutte hanno dovuto gestire figli, casa, scuola, anziani e lavoro. Questo ci ha fatto capire che è importante porre attenzione alle caratteristiche femminili che, purtroppo, sono troppo poco messe in luce. In questo momento storico le donne vogliono fare, ma anche apparire per dimostrare che un mondo retto da loro può fare bene agli anziani, ai bambini e agli uomini. Il Covid-19 ha messo in evidenza soprattutto la mancanza di respiro e Torino oggi è asfittica. Per questo vorremmo raccogliere il respiro dei Torinesi ed essere delle catalizzatrici per portare il nostro contributo in modo da ridare voce a questa città”.

Antonella Parigi: “Per me l’iniziativa nasce da una visione più complessiva perché da tempo guardo una serie di dati che fanno pensare ad una difficoltà delle donne in Italia. Considerando i numeri, ho visto che noi siamo sotto la media europea per quanto riguarda lavoro, leadership e altri temi. Siamo a 20 punti da nazioni quali Gran Bretagna, Francia e i Paesi nordici. In Italia le donne fanno ancora molta fatica ad emergere e questo è un grosso limite per la nostra società e per lo sviluppo del paese, perché metà della popolazione non viene valorizzata. Questa considerazione parte anche dalla vita di tutte noi e questo progetto nasce dal fatto che tra amiche si parla di questioni femminili irrisolte e si evidenziano i nodi cruciali. Le donne possono portare un approccio diverso per concimare il terreno di questo paese e di questa città, un approccio che porta con sé valori di comunità, solidarietà e cura. Riguardo a Torino, credo che ci sia molto da fare, ma che ci sia una forza vivace che va messa in rete e valorizzata perché è nel pensiero e nella volontà che abbiamo una grande opportunità. La Programmazione europea 2014-2020 dovrebbe avere anche il punto di vista femminile per rendere la città a misura di donna e quindi a misura di chi ruota attorno alle donne: figli, anziani, compagni”.

Qual è la vostra mission?

Arianna Montorsi: “Vorremmo arrivare a scrivere il progetto raccogliendo le idee della città in modo da presentarlo ai futuri candidati Sindaco/a nel febbraio del 2021. Le proposte specifiche verranno arricchite nei prossimi mesi coinvolgendo chi crede che la chiave del cambiamento sia al femminile. L’interazione avverrà attraverso la rete e i social”.

Laura Orestano: “Essere da lente per riflettere e far riflettere sul ruolo chiave del mondo femminile. Fare delle cose a misura di donna in una città significa fare delle cose a misura dei più perché il nostro modo di pensare e il nostro modo di essere multitasking permea molto di ciò che succede in ogni contesto urbano”.

Maria Claudia Vigliani: “La nostra mission è cercare di coagulare delle forze e arrivare a proporre una visione di Torino al femminile per i prossimi candidati Sindaco/a perché crediamo che una città per le donne possa essere più adatta a tutti”.

Antonella Parigi: “Vogliamo fare un cambiamento culturale perché la società è pensata per un maschio bianco, facoltoso, cattolico ed eterosessuale, mentre oggi tutto è più variegato e dunque si deve pensare ad una società diversa”.

Avete sviluppato un programma che punta su 8 verbi: lavorare, abitare, decidere, educare, amministrare, convivere, curare, promuovere benessere. Cosa rappresentano?

Arianna Montorsi: “La scommessa è dimostrare che le donne, così come ogni tipo di diversità, sono una risorsa per Torino ed escluderle dalle decisioni significative per la città significa far girare un motore in modalità ridotta. Questi 8 verbi sintetizzano i nostri obiettivi”.

Laura Orestano: “Gli 8 verbi sono delle caratterizzazioni, degli step nella vita delle persone. Sono gli ambienti che attraversiamo nella giornata e nelle fasi della vita. Per noi era importante individuare ciò che conta realmente”.

Maria Claudia Vigliani: “Il programma inizialmente era partito dal verbo curare e poi, attraverso il contributo delle oltre 50 persone che fanno parte della lista, lo abbiamo implementato”.

Antonella Parigi: “Volevamo arrivare con delle proposte concrete e mettere in rete questa forza viva che c’è a Torino. Il nostro sito e i social sono già mission, programma e risultato”.

Quali saranno i prossimi step?

Arianna Montorsi: “Dopo la Maratona delle idee dello scorso 28 novembre, per 2 mesi i diversi tavoli di lavoro opereranno per elaborare i contenuti da presentare a febbraio.  Voglio ricordare che l’iscrizione ai tavoli di lavoro è gratuita, ma limitata e che saremo aperte alle diverse proposte che perverranno”.

Laura Orestano: “Il mio punto di vista, che è complementare a quello delle altre, è creare la consapevolezza di un’opportunità. Come queste possano essere colte dai più o accelerate da noi in modo che diventiamo tanti, è ancora tutto da capire. Il tema vero è: Torino Città per le Donne è una lente che ci rende meno monofocali rispetto a ciò che normalmente accade ed è un’opportunità che l’amministrazione cittadina può cogliere”.

Maria Claudia Vigliani: “I prossimi step sono catalizzare energie, motivare le persone e mostrare che c’è speranza. Vorremmo raggiungere tutta la città e non solo un gruppo di donne che possono accedere facilmente a tante cose. I tavoli sono aperti a tutti e naturalmente speriamo di avere il contributo anche degli uomini. Ogni tavolo lavorerà per sviluppare il progetto legato al verbo scelto tra gli 8 perché più affine al proprio sentire”.

Antonella Parigi: “L’obiettivo è arrivare ad una proposta programmatica e a confrontarci con i candidati Sindaco/a. Spero che la rete si mantenga viva e già adesso abbiamo incontrato persone fantastiche. Per me gli step sono anche verificare e monitorare che il programma abbia continuità”.

Torino per voi significa?

Arianna Montorsi: “Per me la parola che la caratterizza è understatement, in positivo e in negativo. Questa città ha tante risorse poco utilizzate ed è un peccato, anche se con le Olimpiadi invernali era riemersa e aveva mostrato le sue qualità nascoste”.

Laura Orestano: “Per me significa moltissimo. Sono nata a Roma e in molti mi presentarono Torino come buia e gelida. In effetti quando arrivai fu così, ma da subito ebbi un’accoglienza fantastica. Questo per me è un luogo di opportunità ed è per questo che credo in Torino come generatrice di possibilità anche per chi non è nato qui. A Torino c’è sempre fermento sotto la cenere, inoltre è una città di avanguardie e di scoperte”.

Maria Claudia Vigliani: “Sono arrivata a 18 anni da Trieste e a Porta Nuova mi ha accolta una città umida e piena di nebbia. Subito sono stata presa dallo scoramento, ma non ho mai rimpianto la scelta di trasferirmi qui per gli studi. Avevo appena compiuto 18 anni e per fortuna una zia che mi ha ospitata mi ha dato la possibilità di inserirmi in questa città, che ho sempre trovato accogliente. È molto seria, ma sa essere vicina nei momenti di difficoltà”.

Antonella Parigi: “Sono totalmente torinese e molto radicata nella mia città. Io stessa penso di avere i pregi e i difetti tipici della torinesità. Il nostro capoluogo non sa esprimere i propri valori, ma ha una vena di originalità e follia che serpeggia in maniera nascosta. Noi Torinesi siamo abituati a lottare sin da quando abbiamo perso la capitale d’Italia, ma saper combattere ci ha permesso di avere sempre un punto di vista originale rispetto alle cose”.

Un ricordo legato alla città?

Arianna Montorsi: “La sorpresa e l’orgoglio di mostrare Torino agli amici durante le Olimpiadi e dopo il 2006. È la stessa sorpresa che ho provato durante la prima riunione tra le partecipanti a Torino Città per le Donne che si è tenuta al Circolo dei Lettori. Eravamo 30 donne e non ci conoscevamo tutte, ma ognuna di noi ha detto ciò che aveva in mente circa il progetto e per ore abbiamo discusso su temi altissimi”.

Laura Orestano: “Con la mia famiglia arrivai a Torino da Los Angeles, dove avevamo vissuto. Era febbraio e la città ci accolse con la neve e davvero sembrava un luogo sconosciuto e freddo. Di Torino ricordo soprattutto i contrasti tra la narrazione che avevo avuto e ciò che mi accadde realmente”.

Maria Claudia Vigliani: Non sono torinese, ma l’ho scelta all’epoca dell’università perché credo che le città siano come le persone che ami e scegli. L’ho frequentata sin da bambina ed ho deciso di viverci perché è una fucina di idee, un laboratorio che ha portato a molti risultati: dall’unione nazionale alla nascita della Rai. Torino è in grado di proporre grandi progetti, è una città di pensiero e sa rinascere dalle proprie ceneri. Ecco perché spero che iniziative ambiziose come la nostra possano attecchire”.

Antonella Parigi: “Il mio ricordo è di una Torino che c’è stata e che rievoca quella attuale: un luogo desolato e solitario, ma con una grande energia che ha permesso di farla diventare la città olimpica che tutti hanno amato. Spero che in questo momento, sotto i portici vuoti e le serrande chiuse, stia covando la stessa energia di allora, anche se oggi abbiamo perso i giovani e purtroppo non li abbiamo rimpiazzati. Uno degli obiettivi di Torino Città per le Donne è proprio far emergere i giovani che ci sono all’ombra della Mole”.

 

Coordinamento: Carole Allamandi
Intervista: Barbara Odetto

Protagoniste di Valore: chi è Roberta Ceretto, Presidente di Ceretto srl

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Ceretto

Protagoniste di Valore LogoProtagoniste di Valore, rubrica a cura di ScattoTorino

170 ettari di vigneti di proprietà che si estendono tra Langhe e Roero, 4 cantine, 17 vini prodotti, 150 collaboratori tra vigna, cantina e ufficio, 5.000 clienti suddivisi in enoteche e ristoranti italiani, 60 paesi d’esportazione: questi i numeri della Ceretto, l’Azienda vitivinicola che dal 1937 pone la terra e le persone al centro della propria attività. Sia i fondatori sia le generazioni successive hanno infatti adottato una filosofia aziendale che punta sulla valorizzazione della tipicità del territorio e dei suoi vini e sul coinvolgimento dei collaboratori. Il risultato è noto a tutti: da sempre Ceretto è sinonimo di eccellenza e la cantina è riconosciuta per l’elevata qualità dei prodotti, considerati ambasciatori del Piemonte e dell’Italia nel mondo. La tradizione nei metodi di vinificazione e maturazione, il rispetto per la natura e l’innovazione che punta sull’agricoltura biologica e biodinamica sono le keywords che spiegano il successo enologico della Famiglia. Ma Ceretto è anche sinonimo di arte. Dall’antico casolare ottocentesco di proprietà, che è stato trasformato in una cantina dalle geometrie e dal design moderno, alla celebre Cappella del Barolo dipinta da Tremlett e LeWitt, sono tante le opere promosse da questi mecenati contemporanei.

CerettoProtagoniste di Valore ha incontrato Roberta Ceretto, Presidente e Responsabile comunicazione dell’Azienda vitivinicola che dal 2004 al 2007 è stata Consigliere del Consorzio del Barolo e Barbaresco e dal 2005 al 2008 ha ricoperto il ruolo di Vice Presidente del Gruppo Giovani di Confindustria di Cuneo. Tra i suoi incarichi anche quelli di Consigliere d’Amministrazione della Fondazione Nuovo Ospedale Alba-Bra onlus, Consigliere d’Amministrazione del Consiglio per le relazioni tra Italia e Stati Uniti, Consigliere d’Amministrazione dell’Agenzia di Pollenzo, Membro del Consiglio generale della Fondazione Cassa di Risparmio di Cuneo, ente non profit che ha scopi di utilità sociale e di promozione dello sviluppo economico del territorio e Vice Presidente di Confindustria Cuneo. In sintesi, una donna competente, dinamica, determinata e amante dell’arte in tutte le sue forme.

Quando si parla di Ceretto si parla di enologia sostenibile. I risultati sono premianti?

“Negli Anni 2000 abbiamo acquistato una vigna a Cannubi con un’età media di 80 anni e abbiamo visto che era perfetta, mentre vigne più giovani non trattate allo stesso modo avevano fallanze. Mio cugino, che si occupa della parte enologica, si è informato e ha così ragionato sul tema della sostenibilità e del rispetto dei decorsi della natura. Non abbiamo mai voluto convertire tutto al biologico per moda, ma per una questione etica e morale, perché noi 4 cugini, che rappresentiamo la nuova generazione dei Ceretto, volevamo promuovere un’agricoltura più consapevole. Secondo noi è uno sguardo diverso al contemporaneo, visto con gli occhi della tradizione. Gestendo un’azienda con un discreto successo, noi figli per certi versi abbiamo avuto la vita privilegiata, ma non ne abbiamo approfittato. Anzi, abbiamo voluto studiare e lavorare per produrre innovazione di qualità. Abbiamo sentito la necessità di attuare delle modifiche che fossero più compatibili con i tempi attuali. Se negli Anni ’60 mio padre e mio zio dovevano investire per creare l’azienda che oggi è Ceretto, noi abbiamo la responsabilità di intervenire per migliorarla dove è possibile. I vantaggi, quindi, non sono legati alla qualità, perché questo tema risale agli Anni ’60 con i fondatori che avevano scelto terre con ottime esposizioni. Produrre vino biologico e biodinamico ha dei costi notevoli, soprattutto su dimensioni come le nostre, per cui facciamo attenzione a lavorare con attenzione perché le vigne sono delicate e vanno trattate con cura. I risultati sui vini sono ottimi, ma siamo anche favoriti dalle annate particolarmente calde che aiutano la qualità”.

Avete numerosi collaboratori. Cosa significa per voi responsability?

“La responsabilità della terrà è un tema che sentiamo nostro, come la responsabilità verso i collaboratori. Un tema caro a mio padre e a mio zio, ma anche a noi cugini. Il lavoro agricolo è faticoso abbiamo sempre cercato di tenerci vicino i dipendenti dando loro le case, seguendoli e accogliendoli, anche perché molti di loro sono stranieri. Le vigne sono delicate e occorre curarle con costanza, ma è un lavoro faticoso per cui cerchiamo di fidelizzare i collaboratori, che sono una fonte preziosa. Il rispetto per il lavoro e per chi lo fa sono valori che appartengono alla nostra famiglia da sempre”.

Dalle etichette dei vini alla Cappella del Barolo, il design e l’arte sono parte della vostra storia. Un connubio vincente?

Le nostre etichette sono state realizzate da Silvio Coppola, famoso designer degli Anni ’80. Abbiamo mutuato un pensiero simile sui piatti che vengono utilizzati nel ristorante La Piola di Alba, sempre di nostra proprietà, dove abbiamo coinvolto 12 artisti e i tavoli sono variegati e decorati con questi piatti. Abbiamo cercato di mettere un po’ di arte contemporanea in ogni nostro nuovo progetto per renderlo più significativo e la Cappella del Barolo ne è un esempio. Con l’amico David Tremlett nacque l’idea di realizzare qualcosa insieme, poi mio padre gli diede l’input di coinvolgere un secondo artista e così Sol LeWitt si unì al progetto. Agli artisti piacque l’idea di recuperare l’edificio in rovina e Tremlett si occupò delle decorazioni interne e LeWitt di quelle esterne. Il risultato è che 50.000 persone la visitano ogni anno. Da quell’esperienza del 1999 abbiamo capito che l’arte è un incredibile strumento di comunicazione perché ha la capacità di riempire di contenuti un luogo. Con il vino coinvolgiamo un mondo straordinario di persone che amano sia l’arte sia il vino e in questo modo offriamo contenuti per attrarle e far conoscere il territorio. Per noi è fondamentale che sia mantenuto vivo il discorso culturale e vogliamo arricchire di nuove esperienze le nostre cantine e i nostri luoghi. Spesso i progetti che promuoviamo non sono legati al mondo vitivinicolo, ma quando conosci un artista e ti innamori delle sue opere, non puoi non accoglierle”.

CerettoPassione e valorizzazione del territorio sono nel vostro DNA. In che modo li declinate?

“Negli Anni ’80 mio padre unì i suoi prodotti al nascente concetto del made in Italy. Allora il Piemonte e le Langhe non erano conosciuti e il Barolo non era un vino famoso, ma lui decise di abbinare il cibo al vino. Promuovere il Barolo assieme ai prodotti del nostro territorio è stato un gioco di squadra fenomenale che ha portato a grandi risultati. Abbiamo anche notato che chi veniva nelle Langhe rimaneva stupito dalla loro bellezza e se poi si fermava a mangiare, era estremamente gratificato. Visto che il vino è legato alla terra d’origine, giocare con una squadra composta dal territorio e dagli elementi che lo coinvolgono è quindi fondamentale. Per noi lavorare in queste zone è importante e le iniziative che realizziamo sono gratuite perché ci piace che la gente venga nei nostri luoghi. Dal 2014 le Langhe sono Patrimonio dell’Unesco come paesaggio vitivinicolo. Questa è una natura domata: è la dimostrazione che se l’intervento dell’uomo è condotto in maniera sensata, i benefici ci sono”.

Donna per lei significa?

“Secondo me noi donne, io per prima, siamo delle equilibriste perché, dall’alba al tramonto, ci districhiamo tra numerosi impegni e pensiamo a tante cose contemporaneamente. Per noi, inoltre, il cuore è più forte della testa e ritengo che sia un plus perché talvolta con una parola gentile si risolvono tante questioni”.

Il Focus di Progesia

I valori dell’Azienda Vitivinicola Ceretto sono:

  • Sviluppo sostenibile: sostenibilità ambientale, sociale e di governance;
  • Valorizzazione dei dipendenti;
  • Iniziative di conciliazione famiglia e lavoro e agevolazione della gestione del tempo in azienda.

Un’azienda, una famiglia

“Si chiama Azienda Vitivinicola Ceretto, ma siamo una famiglia” afferma Roberta Ceretto quando racconta del suo rapporto con i dipendenti. “Ci sono persone che sono state con noi dalla fine della scuola alla pensione, persone con grandi valori, che condividono le nostre idee e le portano avanti. Alcuni sono arrivati con una valigia e null’altro. Noi abbiamo ristrutturato delle cascine e ne abbiamo fatto dei luoghi accoglienti dove costruire un futuro”. Tutto ciò non è stato studiato a tavolino, ma è stata l’evoluzione naturale dell’azienda che ha voluto da sempre costruire un rapporto di fiducia con i suoi collaboratori e collaboratrici. L’azienda ha quindi saputo valorizzare e fortificare il rapporto con i dipendenti da cui traspare un grande senso d’appartenenza, fondamentale per l’efficienza e per il raggiungimento degli obiettivi aziendali.

L’azienda conta in totale ottanta lavoranti, in vigna sono metà donne e metà uomini, mentre in cantina, luogo in cui vi è generalmente la sola presenza maschile, grazie al supporto dell’innovazione tecnologica oggi sono entrate nel team anche alcune donne. “In azienda siamo due eredi femmine e due maschi, quindi per noi è assolutamente normale ragionare e confrontarci alla pari e questo si riflette su tutta l’azienda”.

Il gusto e l’arte

“In un periodo in cui nessuno aveva ancora scommesso sulle Langhe, Bruno e Marcello Ceretto sono andati controcorrente, puntando sulle materie prime del territorio” racconta Roberta Ceretto, ricordando quando negli anni ’80 cominciava a prendere forma l’idea del Made in Italy, grazie agli stilisti di moda e al cibo e ai vini sempre più riconosciuti come elementi distintivi della nostra nazione. L’intuizione di mio padre e di mio zio è stata quella di puntare sulla qualità del prodotto e sulla sua valorizzazione attraverso un packaging di alto livello, che potesse rispecchiare la preziosità del vino.

Nell’Azienda Vitivinicola Ceretto quindi, il gusto è associato all’arte, perché nel vino si ritrovano elementi che hanno molto in comune con le opere d’arte “duro lavoro, passione, emozione e soddisfazione, si parla al cuore delle persone” spiega Roberta Ceretto.

“La scelta dell’azienda è quella di investire sempre prima di tutto sulla qualità a prescindere. La valorizziamo con la creatività e la giusta dose d’estetica, senza dimenticare l’attenzione al territorio che per noi è particolarmente prezioso e lo rispettiamo innovando in modo sostenibile”. Questi valori sono condivisi dai collaboratori e anche dai nostri clienti, che desiderano vivere un’esperienza unica legata non solo alla qualità del vino, ma anche alle visite alle cantine, ogni anno numerosissime, e alla consapevolezza che l’azienda rispetta il territorio e i suoi frutti.

Coordinamento: Carole Allamandi
Intervista: Barbara Odetto
Focus: Antonella Moira Zabarino

Protagoniste di Valore: Valentina Parenti, founder di GammaDonna

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Protagoniste di Valore LogoRubrica a cura di ScattoTorino

Valentina Parenti incarna alla perfezione il concetto di multitasking. Imprenditrice, gestisce con successo l’agenzia Valentina Communication con la quale ha ideato GammaDonna e il GammaForum internazionale dell’Imprenditoria Femminile e Giovanile. È co-fondatrice del tavolo interassociativo Yes4TO a cui aderiscono i Gruppi Giovani di 24 associazioni del territorio torinese, in rappresentanza di oltre 20.000 imprenditori e professionisti, e la cui finalità è formulare proposte unitarie sul futuro della Città. Fortemente impegnata in ambito associativo, è stata Consigliere e referente per l’organizzazione del Convegno annuale di Santa Margherita Ligure dei Giovani Imprenditori di Confindustria, ha ricoperto il ruolo di Consigliere Regionale FERPI (Federazione Relazioni Pubbliche Italiana) per 2 mandati e nel 2017 è stata nominata componente dell’Advisory Board di Assolombarda del progetto STEAMiamoci per la riduzione del gender gap nei settori economici a più alto valore aggiunto, con particolare riferimento alle materie STEAM. What else? È laureata in tedesco e spagnolo, è iscritta all’Ordine dei Giornalisti, è moglie e mamma, e Startupitalia! Magazine l’ha inserita tra le 150 donne dell’innovazione da conoscere e seguire nel nostro paese. L’ultimo anno l’ha vista impegnarsi come attivista contro le disparità di genere, contribuendo alla nascita di Movimenti come Dateci Voce e Il Giusto Mezzo.

Da sempre vi occupate dell’integrazione di genere e dei giovani nel mondo del lavoro. Come è nata l’Associazione GammaDonna e su quali valori è cresciuta?

GammaDonna è nata nel 2004 con lo scopo di valorizzare l’iniziativa imprenditoriale di donne e giovani, la loro capacità di affrontare il cambiamento e di innovare, superando difficoltà e ostacoli.

Lavoriamo per il cambiamento culturale del Paese, attraverso lo scouting e la promozione di iniziative imprenditoriali innovative e incentivando il networking fra startup, imprenditori esperti e investitori. Promuovendo, in sostanza, una community virtuosa dell’innovazione applicata al business. Il Premio GammaDonna, è la sintesi di tutto questo: si rivolge alle imprenditrici – non solo di prima generazione – che abbiano innovato con prodotti, servizi, processi e/o modelli organizzativi nuovi. Il nostro riconoscimento rappresenta un formidabile moltiplicatore di visibilità, che spesso coincide con un’improvvisa accelerazione di business: siamo convinti che le imprenditrici abbiano bisogno anzitutto di comunicazione, ma anche di creare o fortificare la propria rete di relazioni di business, e avere l’opportunità di accedere a nuove opportunità di formazione e aggiornamento professionale.

GammaDonnaLa XII edizione del PREMIO GAMMADONNA si è tenuta in live streaming. Quali sono stati i temi?

La contingenza drammatica ci ha spinto a ripensare alla nostra attività, a rafforzare ulteriormente la nostra partnership con QVC Italia e a trasformare il Premio nel primo format televisivo italiano dedicato alle donne che fanno impresa e innovazione. Siamo doppiamente entusiasti, perché all’orgoglio per il nostro debutto televisivo si aggiunge la soddisfazione per i temi trattati e per averli portati ad un pubblico molto più ampio. Dall’industria del ferro al coding, passando per le nanotecnologie, le piattaforme per la vendita online e lo smaltimento ecologico dei rifiuti: le storie imprenditoriali delle 5 finaliste della 12a edizione del Premio smentiscono, con i fatti e con il sorriso, quegli stereotipi che vedono le donne escluse da determinati ambiti, considerati tradizionalmente di appannaggio maschile.

Ci sono azioni che occorre intraprendere per un futuro di parità e inclusione dove non si ragioni per stereotipi, ma sulla base dei talenti?

L’aspetto più critico e implacabile della disparità, che è stata ulteriormente aggravata dalla pandemia, inizia dal salario: il pay gap resta del 10% in più a favore degli uomini a parità di mansione. In pratica, è come se per lo stesso lavoro una donna cominciasse a guadagnare dalla seconda metà di febbraio rispetto a un collega. Senza dimenticare la grave questione dell’occupazione femminile (il cui tasso è sceso al di sotto del 50% in Italia, ultimo in Europa) e l’accesso femminile alle posizioni apicali.

In questo scenario, la nostra Associazione fa del suo meglio per contribuire al cambiamento verso una maggiore equità sociale. Di cui, in ultima analisi, beneficerà l’intera società, non solo le donne. Il nostro impegno a raccontare e promuovere storie di innovazione al femminile vuole essere di stimolo e ispirazione per tutti: una testimonianza di come capacità, determinazione e costanza possano condurre a grandi risultati. Esiste un tessuto imprenditoriale al femminile, spesso poco noto ma diffuso in tutti gli angoli del Paese, che contribuisce ogni giorno, in maniera significativa, all’economia. La difficoltà più grande sta nel portare alla luce queste storie, nel convincere le donne a mettersi in gioco, a dimostrare il proprio valore. Perché se è vero che le donne hanno bisogno di rappresentanza nei luoghi decisionali, è altrettanto vero che c’è un grande bisogno di una rappresentazione femminile che demolisca gli stereotipi così profondamente radicati nella nostra cultura.

Qual è il valore della relazione come acceleratore di sviluppo e generatore di impatto sociale?

In un mondo caratterizzato da crescente complessità e da rapidi e continui cambiamenti, il nostro futuro come esseri umani e come imprese dipende dal numero, ma soprattutto dalla qualità, delle connessioni virtuose che saremo riusciti ad instaurare.

Mio padre definiva queste connessioni “strategiche”, per distinguerle per utilità e peso da quella moltitudine che ci travolge senza portare valore. Grazie alla preziosa eredità della mia famiglia, sono cresciuta credendo e praticando l’impegno a favore del territorio e di chi non ha avuto le mie stesse possibilità.

“Molte piccole persone che, in molti piccoli luoghi, fanno molte piccole cose possono cambiare la faccia della terra” recita una scritta sul muro di Berlino. Credo ci sia una profonda verità in questa frase e credo che l’unione di queste persone possa avere un impatto che è spesso grandemente sottovalutato. Ne sono testimonianza iniziative straordinarie, di cui sono stata tra le co-promotrici quest’anno, come #DateciVoce – per la rappresentanza femminile nei luoghi decisionali – e #GiustoMezzo – per la destinazione della metà del Recovery Fund a politiche integrate che tengano conto dell’impatto di genere.

GammaDonnaDonna per lei significa?

“Insisti e persisti, raggiungi e conquisti”, questo è il mantra che mia madre ripeteva a me, quando ero piccola e che ora ripeto a mia figlia.  E a mio figlio. Perché, in realtà, questo consiglio vale per tutti.

Non è cosa siamo, ma cosa scegliamo di diventare che conta. Lavorare sodo per migliorarsi e credere in se stessi è una sfida che appartiene a ognuno di noi. Forse per una donna il cammino è più impervio, a causa del retaggio culturale, ma ci anima una visione del mondo che è rigeneratrice: la capacità di assorbire traumi, delusioni, urti, guardando avanti senza accartocciarsi e immaginando sempre qualcosa di nuovo. Alcuni la chiamano resilienza, io preferisco definirla predisposizione ad amare la vita incondizionatamente.

IL FOCUS DI PROGESIA

I valori di GammaDonna sono:

  • Sviluppo sostenibile;
  • Valorizzazione di genere, competenze e carriere femminili.

Premio GammaDonna: innovazione e consapevolezza

Le imprenditrici che decidono di partecipare al Premio GammaDonna sono ogni anno di più e, in particolare, in questo 2020 così difficile e complesso sono state addirittura il 30% in più rispetto all’anno precedente. “Si tratta di donne che nella loro esperienza imprenditoriale fanno innovazione, ne hanno consapevolezza e credono fortemente in ciò che fanno” afferma Valentina Parenti “e questi tre step non sono assolutamente scontati”. Esiste inoltre un filo conduttore che caratterizza le vincitrici, che secondo Valentina Parenti è “l’attenzione all’impatto ambientale e sociale. Tutte desiderano rendere il mondo un posto migliore”.

Una cosa che accomuna tutte le partecipanti del Premio GammaDonna è il bisogno di ampliare e migliorare la rete di conoscenze e la comunicazione, nonché la formazione e l’aggiornamento professionale. Tali esigenze sono state rilevate dalle ricerche realizzate in collaborazione con le università (Unitelma Sapienza e Tor Vergata), nelle numerose survey online e dai feedback raccolti durante gli eventi nelle undici edizioni del Premio. La business community GammaDonna, appena lanciata su Facebook, andrà incontro a questi bisogni e permetterà alle imprenditrici di moltiplicare le occasioni di conoscenza e di confronto delle esperienze.

Valentina Communication

GammaDonna e GammaForum nascono da una realtà solida, altamente dinamica e che ha saputo innovarsi nel tempo: Valentina Communication, l’agenzia di comunicazione di cui Valentina Parenti è la Presidente.

Valentina Communication è stata fondata negli anni ‘80 dalla madre di Valentina Parenti, Giuliana Bertin, che è stata una pioniera del settore. Inizialmente l’agenzia si occupava di consulenza sulla comunicazione e PR esclusivamente per il settore dell’economia e della finanza. “Nel tempo è diventato un family business;” racconta Valentina Parenti “è entrato prima mio padre Mario, e in seguito io e mio fratello Marco. Ognuno di noi ha portato il suo personale contributo. Il mio ad esempio è legato al mio innato interesse per le tematiche sociali”. Attualmente l’Agenzia si occupa di comunicazione in modo innovativo offrendo servizi di ufficio stampa, PR, eventi e strategie di comunicazione, rivolgendosi a realtà eterogenee, dalle startup ai grandi gruppi e alle multinazionali.

 

Coordinamento: Carole Allamandi
Intervista: Barbara Odetto
Focus: Antonella Moira Zabarino

Chi è Fabrizio Turina, fondatore di FIT-MILK, latte da erba

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FIT-MILK cestino

Fabrizio Turina - Fondatore di FIT-MILKRubrica a cura di ScattoTorino 

Il fare come una volta, l’alimento sano, il gusto autentico, il rispetto dell’ambiente e degli animali: sono questi i punti chiave della Famiglia Turina, fratello e sorella che hanno ereditato dai genitori il rispetto per la natura e la passione per il proprio lavoro. Produttori dei formaggi Carlo del Clat e Montoso, conducono un caseificio artigianale con oltre 90 anni di storia. I figli hanno fondato FIT-MILK, una gamma di prodotti da latte genuini e digeribili che vengono consumati dagli sportivi e non solo. Contrari alla massimizzazione della produzione di latte che stressa le bovine e non assicura un’elevata qualità nutrizionale, Fabrizio Turina e sua sorella Valentina selezionano capi che pascolano nel verde della zona pedemontana e montana delle Valli Pellice e Infernotto, in Piemonte. Il risultato? Un latte da erba di colore giallo con un profilo nutrizionale e organolettico superiore allo standard che viene consigliato da DietaGIFT, il regime alimentare che si basa sulla stimolazione naturale del metabolismo e sul conteggio calorico. Operativi dal 2018, attualmente le aziende agricole che producono il latte FIT-MILK sono quattro, tutte situate poco distanti dal caseificio per garantire la massima freschezza del prodotto.

Cos’è FIT-MILK?

“L’azienda raggruppa un insieme di alimenti a base di latte che seguono le ricette di un tempo perché le nostre bovine si nutrono di erba o fieno e i formaggi sono prodotti a mano. Proprio perché pascolano il più possibile all’aria aperta e si alimentano in modo naturale, le mucche vivono 17-18 anni, quindi molto a lungo. Ognuna produce quotidianamente dai 5 ai 10 litri di latte: meno rispetto agli allevamenti intensivi in cui se ne estraggono dai 40 ai 60 litri giornalieri, ma gli studi dimostrano che il latte FIT-MILK è digeribile, ha effetti anti infiammatori e ha una migliore composizione di acidi grassi rispetto a quello di altre aziende del mercato piemontese o italiano”.

I nostri prodotti si possono acquistare online sul sito e da dicembre, salvo diverse segnalazioni dettate dal Covid-19, verrà inaugurato lo spaccio aziendale di via Bibiana 54 a Bagnolo Piemonte, in provincia di Cuneo.

Perché questo nome?

“Perché i nostri prodotti contribuiscono a migliorare la forma fisica e vengono utilizzati anche in ambito sportivo in quanto aiutano un recupero veloce dopo la fatica. La prova è data dal fatto che da tempo lavoriamo con un team di consulenza scientifica che include medici, preparatori e altri esperti e tra il 2018 e il 2019 abbiamo condotto uno studio ufficiale su 6 atleti nazionali, tra cui 2 olimpionici, che per 6 mesi hanno usato nella dieta prodotti FIT-MILK: formaggi, yogurt e latte. I risultati sono stati sorprendenti e tutti hanno realizzato la miglior prestazione della carriera, sono dimagriti e hanno aumentato la massa muscolare, hanno ridotto gli infortuni e hanno dichiarato di aver raggiunto uno stato di benessere”.

Come è nato FIT-MILK?

“Otto anni fa con il Caseificio Montoso avevo iniziato la produzione di yogurt e alcuni clienti mi segnalarono che erano più digeribili di quelli dei competitor. Abbiamo così condotto degli studi e abbiamo appurato che il nostro latte aveva una composizione del grasso diversa da quella di chi produceva con allevamenti intensivi; dal 2012 abbiamo lavorato per portare queste caratteristiche ai migliori livelli possibili”.

FIT-MILK bovineCosa rende diversi questi alimenti a base latte?

“Le referenze FIT-MILK sono ad alto contenuto di proteine, hanno un ridotto apporto di grassi saturi e infatti, rispetto ad un latte convenzionale, il nostro ha il 14% di grassi saturi in meno. Contiene però grassi positivi come gli omega-3, la cui percentuale è +170% media sull’anno, e l’acido linoleico coniugato. Il rapporto omega-3/omega-6 è pari a 1 per cui, ogni grammo di omega-3 c’è un grammo di omega-6, come consigliato dalla ricerca medica. Nel latte convenzionale il rapporto è 4 o 6 e non va bene perché dobbiamo limitare l’assunzione di omega-6. Il nostro latte da erba è più ricco in β-carotene e Vitamine A e E: ne contiene infatti fino al 100% in più rispetto a quello derivato da bovine nutrite a mais da foraggio e mangimi. Questi carotenoidi sono antiossidanti naturali utili per la salute e sono presenti nell’erba verde. Quando le bovine se ne cibano, li trasferiscono al latte conferendo ai nostri prodotti caseari da pascolo una tipica colorazione gialla”.

Le vostre referenze sono avvalorate dalla ricerca?

“Dal 2012 collaboriamo con il Dipartimento di Scienze Agrarie, Forestali e Alimentari dell’Università di Torino e con l’Associazione Regionale Allevatori Piemonte per offrire agli agricoltori un servizio di consulenza e di ricerca applicata, in termini soprattutto di produzione foraggera”.

FIT-MILK è approvato da DietaGIFT. Cosa significa?

“DietaGIFT è uno stile alimentare ideato dal Dottor Luca Speciani che fa capo ad un gruppo di medici dell’AMPAS, l’Associazione Medici per un’Alimentazione di Segnale. GIFT è un acronimo che significa Gradualità, Individualità, Flessibilità, Tono. Si tratta di un regime alimentare molto equilibrato che induce cambiamenti salutari negli assi ormonali più importanti come tiroide, surrene, apparato osteomuscolare, apparato genitale e sistema immunitario, favorendo un rapido ripristino degli squilibri esistenti attraverso il riequilibrio dei segnali che raggiungono l’ipotalamo, una parte importante del nostro cervello più antico. DietaGIFT è impiegata in ambito sportivo, ma non solo, e prevede il non utilizzo di zuccheri raffinati. Nei nostri prodotti non zuccheriamo o usiamo una quantità di miele tale che non causi picchi glicemici”.

Torino per lei è?

“A livello personale credo che sia la città più bella che conosco. Tutti dovrebbero scoprirla. Dal punto di vista lavorativo, per me rappresenta un’opportunità commerciale perché dista solo 50 km dalla nostra azienda”.

Un ricordo legato alla città?

“L’attività di FIT-MILK è molto legata al capoluogo piemontese. Collaboriamo infatti con il Dipartimento di Scienze Agrarie, Forestali ed Alimentari dell’Università degli Studi di Torino, con il CNR e con alcuni ospedali, per cui ho molti ricordi legati al mondo professionale”.

 

Coordinamento: Carole Allamandi
Intervista: Barbara Odetto

Protagoniste di Valore: Serena e Chiara Bonfanti di Fratelli Bonfanti

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Fratelli Bonfanti

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Protagoniste di Valore: rubrica a cura di ScattoTorino

Non semplici oggetti che completano il look, ma piccoli pezzi d’arte da indossare. Sono questi i bottoni firmati Fratelli Bonfanti. La loro storia ebbe inizio a Torino nel dopoguerra, quando Walter Bonfanti fondò una fabbrica dedicata alla loro produzione, coinvolgendo i fratelli e reclutando un’eccellente manodopera locale. A lui succedettero i figli Elio e Mario, grazie ai quali l’azienda divenne sinonimo di qualità superiore non solo in Italia, ma nel mondo. Da più di 70 anni questi importanti accessori dall’estetica esclusiva si trovano nei migliori negozi di mercerie, negozi di lane, negozi per sarti e hobbistica e hanno impreziosito capi di brand del calibro di Armani, Etro, Nina Ricci, Escada, Brooksfield.  Da San Francisco a New York, da Londra a Monaco di Baviera, da Parigi a Roma, da San Pietroburgo a Osaka, ad ogni latitudine i bottoni Bonfanti sono riconosciuti sono riconosciuti come un’eccellenza del made in Italy. Le due collezioni che ogni anno vengono realizzate includono fino a 200 nuovi modelli, ciascuno dei quali può essere declinato in funzione delle esigenze dei clienti senza trascurare la qualità, la selezione attenta dei materiali e il design. Chiara e Serena Bonfanti, figlie di Mario, costituiscono la terza generazione di questa famiglia che lavora con cura, etica e impegno nel rispetto della tradizione senza dimenticare di guardare al futuro. E a proposito di innovazione, su iniziativa del Direttore creativo Elio Bonfanti è stato ideato il laboratorio Button Clinic in cui la clientela – dagli atelier degli stilisti emergenti agli uffici stile delle Maison di moda nazionali e internazionali – può customizzare i propri bottoni. Tra le novità firmate dalle sorelle Bonfanti c’è anche la collaborazione con l’artista torinese Paolo Gillone, in arte Jins, che ha realizzato una capsule che si ispira e prende il nome dal titolo del libro dell’autore francese Louis Pergaud La guerra dei bottoni: si tratta di t-shirt sulle quali si possono applicare i bottoni.

Protagoniste di Valore ha intervistato le sorelle Bonfanti: Serena, che si occupa della gestione dei clienti esteri e siede inoltre nel consiglio di Apid, e Chiara che ha rapporti con i fornitori e con il cliente finale per quanto concerne gli ordini e le spedizioni ed è consigliera in API di Uniontessile. Due donne intelligenti, lungimiranti, solari e dalla forte personalità che, insieme, scrivono una nuova pagina di storia nel mondo dei bottoni.

Dal 1945 ad oggi, com’è cambiata l’azienda nel tempo?

Chiara Bonfanti: “Per stare al passo con i tempi abbiamo dovuto cambiare anche noi. Da quando è stata fondata dal nonno, e poi con mio zio e mio padre, l’impresa ha vissuto un cambio epocale ed è passata da una realtà di vendita piemontese e italiana ad una struttura internazionale che non dimentica la propria matrice e punta sul made in Italy, nostro punto di forza all’estero. Negli anni l’internazionalizzazione si è consolidata sempre più e ancora oggi il 70% del nostro fatturato è realizzato con l’estero. Questo perché in tante culture il bottone non è solo un oggetto di utilizzo nel vestiario, ma è anche craft e hobbistica. Serena ed io abbiamo apportato delle novità in azienda legate al rapporto con il cliente finale, che oggi forzatamente deve essere diretto e veloce. Ad esempio, abbiamo puntato sui social network e attraverso le nostre pagine Instagram e Facebook presentiamo le collezioni e le ultime novità in modo che la clientela possa vederle e contattarci in tempi brevi”.

In un settore tradizionale come quello in cui operate, come una politica improntata alla sostenibilità vi permetterà di affrontare le sfide del futuro?

Serena Bonfanti: “Nelle nostre collezioni abbiamo sempre avuto materiali naturali come la madreperla, il corno, il cocco, il corozo e il legno. Tutti di ottima qualità e durevoli nel tempo. Il nuovo trend è inserire bottoni riciclati o di origine ecologica e ne stiamo realizzando in canapa, in polvere di corozo, ma anche in carta riciclata mescolata con poliestere. Produrre con un’attenzione spiccata all’ecologia fa parte del cambiamento ed è un nuovo modo di vedere la moda. Molti stilisti stanno puntando su materie che rispettino l’ambiente e anche noi stiamo dando un’impronta più marcata in tal senso”.

Quali pratiche attuate nel rispetto dell’ambiente nel processo produttivo?

Chiara Bonfanti: “Fratelli Bonfanti è nata e cresciuta in Barriera di Milano e fino a 20 anni fa producevamo tutto qui. Successivamente, per motivi legati al nostro modello di business e per avere un’ampia collezione da offrire ai clienti, abbiamo spostato la produzione nella bergamasca. A Torino risiede il polo logistico e centralizziamo la fase finale del lavoro. Siamo legati al quartiere che ci ha visto nascere e che in questi anni è cambiato molto e siamo certi che ci saranno ulteriori positivi cambiamenti, come l’incremento della raccolta differenziata a cui noi già partecipiamo ad esempio con il recupero della carta. Per noi è fondamentale essere attenti all’ambiente e alle persone in ogni fase del processo produttivo. Per questo dedichiamo una parte della collezione ai bottoni realizzati con materiali riciclati. Attualmente stiamo studiando anche come sostituire o affiancare il nostro storico packaging in plastica con sacchettini di carta nell’ottica di avere un sempre minore impatto ambientale”.

Fratelli BonfantiLa vostra impresa ha legami con il mondo accademico. Un valore aggiunto?

Serena Bonfanti: “Mia sorella ed io crediamo nell’importanza di aprire le porte al mondo universitario perché per noi questo tipo di scambio è fondamentale. La nostra azienda ha un respiro internazionale, ma noi siamo concentrate a lavorare con impegno e spesso abbiamo la sensazione di perderci le novità o i nuovi spunti. Ecco che allora il mondo accademico per noi rappresenta anche questo. Grazie a progetti realizzati tramite APID di Alternanza Scuola Lavoro abbiamo accolto e lavorato con studenti che si sono occupati di tecnologia, grafica, ricerca e sviluppo di mercati esteri. In questo modo loro hanno portato avanti concretamente un progetto e noi abbiamo potuto conoscere meglio gli strumenti del futuro. Con l’Istituto Tecnico Majorana di Grugliasco nel 2019 abbiamo partecipato ad un progetto della Camera di Commercio di Torino e con il nostro bottone intelligente siamo arrivati terzi. L’ultima esperienza l’abbiamo avuta con lo IAAD: una studentessa la scorsa estate si è laureata portando come tesi la nascita e la crescita della nostra azienda e l’evoluzione dei bottoni nella storia della moda. È stato un piacere ed un onore seguirla”.

Donna per voi significa?

Chiara Bonfanti: “Nel nostro caso vuol dire essere madri, compagne, imprenditrici e cercare di trovare il tempo per noi stesse. Personalmente ritengo che sia una sfida giornaliera enorme perché provo ad affrontare al meglio tutto ciò che devo fare quotidianamente. Secondo me, però, è un valore aggiunto perché noi donne abbiamo sensibilità, visioni e forze non banali. È un plus che dobbiamo conquistare giornalmente e tenere stretto con unghie, denti e sorriso. È una dura lotta, ma bella. Se dovessi rinascere vorrei essere di nuovo donna”.

Serena Bonfanti: “Per me significa essere madre in tanti modi: verso mio figlio e verso tutti. Noi donne ci prendiamo cura di un progetto e ci mettiamo in gioco a costo di togliere tempo ad altro. È un approccio agli obiettivi molto femminile. Io faccio parte del consiglio direttivo di Apid e questa caratteristica la riscontro in tutte le consigliere con cui ho il piacere di lavorare. Per me significa anche essere sorella e con Chiara ci diamo forza e, nella nostra diversità, siamo l’esempio che essere donne non vuol dire essere nemiche. Nella nostra azienda, tranne papà e zio, siamo tutte donne e collaboriamo senza tensioni o problemi. Abbiamo invece circa 50 rappresentanti nel mondo e quasi tutti sono uomini, questo perché hanno più possibilità di viaggiare e di gestire il loro tempo lontano dalla famiglia. In Piemonte però inizieremo a breve una nuova collaborazione con una rappresentante e siamo molto contente di questa new entry”.

IL FOCUS DI PROGESIA

Il Sistema di Valori della Fabbrica di Bottoni Fratelli Bonfanti comprende:

  • Sviluppo sostenibile;
  • Progetti di economia circolare;
  • Azienda human centric.

L’importanza della cura del cliente

Per Chiara e Serena Bonfanti è fondamentale “mantenere sempre un rapporto diretto e umano” con tutti i clienti, sia in Italia che all’estero. Per questo motivo in azienda viene curato con particolare attenzione tutto il processo d’acquisto, dal primo contatto con l’agente fino all’arrivo della merce in negozio, offrendo sempre la migliore soluzione a ogni esigenza del cliente. Afferma Chiara: “facciamo di tutto per far vivere ai nostri clienti un’esperienza d’acquisto autentica e affascinante, e ci impegniamo ad essere presenti su più canali, da quelli tradizionali ai social”.

Nonostante la pandemia abbia messo in difficoltà il mercato, la Fratelli Bonfanti ha deciso di reagire accelerando la realizzazione di progetti innovativi, su cui stava già lavorando, finalizzati a migliorare l’esperienza del cliente, accorciando le distanze e valorizzando la cultura del bottone. “Abbiamo studiato insieme ai nostri clienti la user experience più idonea a far sfogliare i nostri cataloghi online, come se li avessero tra le mani” racconta Serena “abbiamo rilevato i loro bisogni e i loro suggerimenti, costruendo online dei cataloghi tradizionali in modo non tradizionale”.

La stessa cura è stata adottata per lo studio di un espositore ideato per valorizzare i bottoni di materiale naturale e di materiale riciclato, che viene fornito ai clienti associato a una formazione specifica. Un vero e proprio servizio di supporto alla vendita e di cultura della sostenibilità ambientale.

Tradizione e innovazione

“Quando i giovani entrano nella nostra realtà hanno sempre una reazione di stupore, meraviglia e curiosità. Restano affascinati dalla storia dell’azienda e del bottone, una vera e propria scoperta di un mondo sconosciuto” racconta Chiara Bonfanti, riferendosi agli studenti che entrano in contatto con l’azienda attraverso i progetti di Alternanza Scuola e Lavoro.

Insieme agli studenti sono stati portati avanti molti progetti, tra cui la realizzazione dell’attuale sito aziendale e di diversi flyer. Secondo Serena Bonfanti il tempo dedicato ai giovani è prezioso: “è uno scambio di esperienze: noi raccontiamo la nostra tradizione e loro ci raccontano come la tradizione sta cambiando e si evolve”. Per Chiara e Serena il lavoro con i giovani è una risorsa importante, perché permette di valorizzare le radici e la storia dell’azienda, e allo stesso tempo di stare al passo con il cambiamento, grazie alle idee e alle proposte innovative delle nuove generazioni.

 

Coordinamento: Carole Allamandi
Intervista: Barbara Odetto
Focus: Antonella Moira Zabarino

Chi è Erica Azzoaglio, Presidente del CdA di Banco Azzoaglio

in Rubriche
Enrica Azzoaglio Banco Azzoaglio

Rubrica a cura di ScattoTorino 

A volte i sogni sono migliori della realtà. Lo dimostra la storia del Banco Azzoaglio, fondato a Ceva in provincia di Cuneo nel 1879 dall’omonima famiglia di imprenditori che da sempre lo gestisce con serietà, trasparenza e passione. Il risultato di tanto impegno è dimostrato quotidianamente nelle 19 filiali ubicate tra la provincia di Cuneo, Savona, Imperia e a Torino, l’ultima ad essere stata inaugurata. La banca privata, che fa capo alla famiglia Azzoaglio è partecipata dalla Banca Passadore di Genova, banca di cui a sua volta detiene una quota. La banca è indipendente e fortemente legata ai valori del territorio, si rivolge a famiglie, imprese, giovani e investitori: realtà con le quali l’istituto si pone sia come interlocutore attento alle singole esigenze, sia come partner attivo nei progetti legati alla collettività. Dall’epoca del bisnonno Paolo, che fondò il Banco ai tempi della migrazione degli abitanti di Ceva verso la California, alla quarta generazione composta da Simone ed Erica Azzoaglio, rispettivamente Presidente del Comitato Esecutivo e Presidente del Consiglio di Amministrazione, l’istituto ha dimostrato di essere un player sempre più importante nel settore. Ma i sogni non sono ancora finiti e la Famiglia di banchieri guarda al futuro puntando sulle nuove tecnologie e sulla volontà di creare un forte legame con la comunità in cui opera. Valori condivisi dai 140 addetti dislocati nella sede e nelle filiali e dai circa 32.000 clienti.

Enrica Azzoaglio Banco AzzoaglioIl vostro istituto ha una lunga tradizione famigliare. Ce la racconta?

“Il Banco è nato 141 anni fa ed è stato fondato dal mio bisnonno Paolo. Negli Anni ‘60 prima mio padre Paolo e dopo mio zio Francesco hanno iniziato ad aprire le prime filiali a Garessio e a Niella Tanaro e poi in Val Bormida. Ad oggi ne abbiamo 19 in provincia di Cuneo, Savona, Imperia; da poco più di un anno abbiamo inaugurato l’ultima nata a Torino. Il 10% dell’istituto è in mano alla genovese Banca Passadore. La nostra caratteristica è che siamo una realtà privata e indipendente, che è cresciuta grazie alla fiducia di chi ha creduto in noi. A nostra volta, da sempre offriamo alla clientela un insieme di servizi e opportunità in costante evoluzione cercando di anticipare ogni giorno le esigenze di privati, famiglie, aziende e investitori”.

Cosa vuol dire, oggi, essere una banca del territorio?

“Significa avere un legame di fiducia con i clienti e con le istituzioni con le quali interagiamo quotidianamente perché per noi la banca è “nostra” ovvero della nostra famiglia, ma anche dei collaboratori, delle persone e delle imprese con le quali lavoriamo. Siamo infatti convinti che solo condividendo lo stesso percorso si possa crescere e migliorare. La dimostrazione più recente risale al periodo del lockdown. Durante la pandemia, infatti, abbiamo potenziato la nostra struttura per rispondere ai bisogni della comunità in tempi celeri, accordando moratorie ed erogando prestiti immediati a chi ne aveva bisogno”.

Innovazione per voi significa?

“Il nostro claim è Moderni per tradizione. La tradizione, infatti, non ha valore se non è innovativa. In caso contrario diventa arroccamento. Noi rispettiamo il nostro passato, ma il futuro è fondamentale e per me si lega al concetto di sostenibilità. Credo che un modello di business si debba basare non solo sul profitto, ma sull’equilibrio tra dimensione economica, sociale e ambientale. Le nuove generazioni sono sensibili a questi temi e Banco Azzoaglio vuole proseguire su questa via”.

sede Banco AzzoaglioQuali gli obiettivi futuri?

“Vogliamo impegnarci per essere davvero un’azienda sostenibile e per diffondere il più possibile i valori legati alla sostenibilità sul territorio in cui operiamo.

In tal senso stiamo lavorando per diventare società benefit, ovvero una società riconosciuta a livello di ordinamento italiano. È un passo importante che ci prepariamo ad affrontare, che avrà impatti significativi sulla nostra struttura a partire dalla governance e pensiamo possa avere riflessi positivi su tutti i nostri stakeholder. Questo è possibile perché la nostra realtà è coesa e motivata e ha una forte vocazione imprenditoriale, caratteristica che ci permette di interloquire senza difficoltà con le imprese clienti. I valori di sostenibilità sociale e ambientale ispirano tanti nostri progetti. Ad esempio, siamo diventati un acceleratore di start up ed aziende innovative. In questo modo attiriamo giovani talenti sostenendo business plan credibili ed orientati al futuro. Un altro tema che si basa su questi valori è l’idea di creare una scuola innovativa nei nostri territori perché è fondamentale l’educazione delle nuove generazioni per un’azienda che guarda al futuro”.

Dopo 140 anni, Banco Azzoaglio ha aperto una filiale a Torino

“Per noi si è trattato di un passo importante, ha significato iniziare un’attività per certi versi nuova. Fino ad oggi, nelle filiali storiche abbiamo sempre avuto una fetta grande di un mercato piccolo, mentre nelle filiali di più recente apertura, Cuneo e soprattutto Torino, abbiamo una fetta piccola di un mercato che è molto grande. Saremo sempre più consulenti per esigenze anche complesse e strutturate di investitori ed aziende, fornendo soluzioni customizzate.   Sempre nel rispetto di valori condivisi”.

Torino per lei è?

“Sono nata a Torino, mia mamma e i miei nonni erano di Torino e ho fatto l’università qui. Per me Torino è un punto di riferimento importante”.

Un ricordo legato alla città?

“I festeggiamenti dei 140 anni di Banco Azzoaglio nella sede della Nuvola Lavazza. Ci fu una partecipazione superiore alle aspettative e ho percepito nei Torinesi la voglia di conoscere questa realtà nuova e particolare per la città: una banca in mano a una famiglia.

Un ricordo più intimo, invece, è legato all’infanzia. Mia madre spesso la domenica portava me e mia sorella a pranzo dai nonni. La nonna era una bellissima donna americana che per amore del nonno cuneese aveva imparato a cucinare l’arrosto”.

Coordinamento: Carole Allamandi
Intervista: Barbara Odetto

Protagoniste di Valore: Monica Cerutti e il social First Life

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Monica Cerutti First Life

Protagoniste di Valore LogoProtagoniste di Valore, rubrica a Cura di ScattoTorino

 

Torinese amante della propria città, Monica Cerutti ha speso parte della propria vita nell’impegno politico e si è dedicata con passione alle tematiche femminili. Nel 1997 è stata Consigliera della Circoscrizione 10 dove ha avviato il progetto Spazio Donna 10, nel 2001 è stata eletta Consigliera Comunale di Torino e nel 2010 Consigliera Regionale. Nella sua carriera ha sempre operato con etica e sensibilità, occupandosi – tra gli altri – della tutela dei diritti degli animali e adoperandosi contro il loro maltrattamento nei circhi. Attenta alle politiche femminili è stata Presidente di Emily Torino, l’associazione che sostiene la presenza delle donne nella vita pubblica come valore portante della democrazia. La sua carriera l’ha vista ricoprire, dal 2014 al 2019, il ruolo di Assessora Regionale in Piemonte con delega alle Pari Opportunità, Diritti Civili, Diritto allo Studio, Politiche giovanili, Immigrazione, Cooperazione decentrata e Diritti dei Consumatori. Al termine del suo mandato Monica Cerutti, laureata in Scienze dell’Informazione e con un master in Informatica e Telecomunicazioni conseguito al Politecnico di Torino, è tornata a svolgere il lavoro di analista nel settore delle telecomunicazioni in Telecom Italia. Tuttavia non ha abbandonato il suo impegno nel sociale e ha attivato una collaborazione con il Dipartimento di Informatica dell’Università di Torino per l’attività di ricerca Progettare l’inclusione sociale con FirstLife, un social network “civico” pensato per le città il cui fine è incentivare la progettazione partecipata a scala locale, stimolare iniziative di auto-organizzazione, sviluppare pratiche collaborative tra gli attori territoriali pubblici e privati.

Monica Cerutti First LifeUn suo giudizio sulla parità di genere nel nostro paese?

Purtroppo le problematiche che erano presenti e si volevano affrontare 20 o 30 anni fa continuano ad essere le stesse anche oggi e questo è un aspetto su cui forse non si riflette a sufficienza. In Italia sono stati fatti dei passi avanti rispetto alla segregazione orizzontale e verticale e abbiamo figure femminili di eccellenza ai vertici aziendali e in ambito politico, ma la loro percentuale non è così elevata. Inoltre il tasso di occupazione femminile in questo preciso periodo storico sta retrocedendo, per cui è chiaro che la crisi economica che stiamo vivendo purtroppo ha impatti importanti sulle situazioni più fragili e in questo senso le donne giocano un ruolo significativo. Sarebbe utile che ci fosse una consapevolezza diffusa capace di colmare il divario di genere con un aspetto di equità e di sviluppo per l’intera comunità. Oggi c’è ancora scarsa consapevolezza, forse anche da parte delle stesse donne. Una società più equa offrirebbe una leva di sviluppo per tutti e le donne potrebbero portare una visione diversa in ambito sociale e professionale”.

Parliamo di inclusione?

“Dovrebbe essere una delle priorità in una comunità che voglia valorizzare i suoi componenti. Ho lavorato e continuo a tenere presente il fatto che in una società le diversità tra uomo e donna, le differenze di età, di provenienza o quelle legate a fragilità temporanee o permanenti, come la disabilità dovrebbero venir considerate elementi che la comunità stessa deve valorizzare per essere coesa e guardare al futuro con ottimismo. Dobbiamo prendere in considerazione sia gli aspetti pratici sia ciò che è intangibile per lavorare sull’inclusione e provare a costruire relazioni, così da creare tutti insieme una comunità unita. La pandemia ha fatto emergere alcuni aspetti negativi nelle persone e il termine stesso di distanziamento sociale determina paure e timori. L’Organizzazione Mondiale della Sanità sostiene infatti che vada superato il concetto di distanziamento sociale a favore del distanziamento fisico”.

L’Information and Communications Technology, oggi, prende in considerazione le differenze e l’inclusione?

“Mai come in questo momento nell’ICT e nell’intelligenza artificiale c’è l’esigenza di tenere presente questi aspetti perché, data la scarsa presenza delle donne nelle discipline STEM, il rischio è che non partecipino ai progetti di intelligenza artificiale per cui il mondo proposto non include le sensibilità e le conoscenze al femminile. Un mondo, tra l’altro, che taglia fuori coloro che provengono da quei paesi che non stanno lavorando su questo argomento. Ad esempio, gli algoritmi attuali di riconoscimento facciale tendono a non riconoscere le donne di colore.  A causa della pandemia abbiamo una digitalizzazione molto spinta, ma non possiamo tralasciare una parte di umanità nel costruire i nuovi algoritmi. Unendo gli obiettivi di parità di genere e di un mondo più inclusivo, c’è bisogno di una partecipazione più ampia e di una maggiore attenzione alle differenze diversamente declinate anche nell’ambito dell’Information and Communications Technology e dell’intelligenza artificiale perché questi aspetti riguarderanno tutti e tutte”.

Che cos’è FirstLife?

“Si tratta di un social network civico e gratuito che vuole costruire relazioni all’interno di una comunità perché, a differenza di altri social, non valorizza il singolo ma la collettività. Ideato dal Dipartimento di Informatica dell’Università degli Studi di Torino, si basa su una mappa interattiva i cui contenuti riguardano le attività e i progetti associati ai luoghi. Su FirstLife si può interagire con gli altri utenti partecipando a discussioni, gruppi tematici ed eventi; inoltre si possono aggiungere luoghi, racconti e notizie sulle aree di proprio interesse. La piattaforma è stata utilizzata nelle scuole per accompagnare i ragazzi a conoscere meglio il proprio territorio, ha partecipato a progetti come Adotta un monumento ed ha avuto applicazioni in ambito culturale, ad esempio per Piemonte dal vivo e Torino a cielo aperto. Dato il suo valore, ci stiamo adoperando per farla utilizzare in diverse amministrazioni locali”.

Donna per lei significa?

“Vuol dire prendersi cura delle persone e dell’altro a 360 gradi”.

IL FOCUS DI PROGESIA

I Valori del progetto FirstLife, il social network civico sono:

  • Sviluppo sostenibile – sostenibilità ambientale, sociale e di governance.

Costruire relazioni all’interno della comunità

La piattaforma FirstLife mette a disposizione dei cittadini e delle cittadine un nuovo modo per far crescere la partecipazione e la collaborazione attiva, attraverso sette principali attività che possono essere fatte su questo social network civico: la ricerca di informazioni su scala locale, la condivisione di notizie ed esperienze tra utenti, la valorizzazione delle risorse locali attraverso la mappatura di luoghi, attività, progetti e storie, la scoperta di novità del proprio quartiere e della propria città, il poter documentare le proprie attività, la possibilità di organizzare gruppi di lavoro sul territorio e la gestione e promozione di progetti ed eventi.

A differenza dei social più conosciuti, FirstLife vuole essere un centro virtuale in cui far emergere contenuti di valore per tutti, un luogo in cui valorizzare le attività e le azioni dell’intera comunità e non della singola persona, come invece siamo abituati a vedere in altri social network. Si tratta quindi di “un social network orientato ai bisogni della comunità” come afferma Monica Cerutti, che ha l’obiettivo di avvicinare le istituzioni ai cittadini e alle cittadine, coinvolgendoli attivamente”.

A differenza degli altri social, FirstLife è un luogo virtuale in cui non ci sono fakenews, che lascia il posto all’informazione e dove vige la regola della comunicazione educata, gentile e appropriata.

FirstLife, le prossime azioni

La piattaforma a disposizione di cittadini e cittadine è sempre in evoluzione e segue le innovazioni tecnologiche. Monica Cerutti, infatti, conferma che “sono previste novità dal punto di vista delle funzionalità con lo scopo primario di costruire un servizio sempre più vicino ai cittadini, in linea con i loro bisogni e le loro esigenze”. Un altro obiettivo dell’introduzione di nuove funzioni è quello di raggiungere un numero sempre maggiore di utenti, perché in questo modo sarà possibile favorire una più ampia partecipazione e coinvolgimento di persone nei progetti e nelle attività del territorio.

 

Coordinamento: Carole Allamandi
Intervista: Barbara Odetto
Focus: Antonella Moira Zabarino

 

Chi è Dario Casalini, AD di Maglificio Po s.r.l. – Oscalito

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Dario Casalini Oscalito

Rubrica a cura di ScattoTorino 

La qualità va oltre il tempo e le mode e diventa essa stessa un trend. Lo testimonia Oscalito, il marchio fondato nel 1936 da Osvaldo e Lino Casalini, specializzato nella produzione di linee di intimo e maglieria per uomo, donna e bambino. Superato il periodo bellico i due fratelli hanno incrementato la produzione dei capi in cotone e lana per lui e per lei e verso la fine degli Anni ’60 è entrato in azienda Andrea, figlio di Lino che dopo aver studiato presso il College of Textile Art and Technology di Leicester, ha iniziato a sperimentare disegni su macchine tessili wild pattern che hanno conquistano gli States. Nel tempo il brand ha raggiunto quella fama internazionale che lo caratterizza ancora oggi e che, per 8 anni consecutivi, dal 2013 ad oggi gli è valso il titolo di Best seller maglieria in Italia e in Francia nella linea intima. Oscalito produce nel rispetto dell’ambiente e delle persone, utilizza solo fibre naturali o di origine naturale, seleziona fornitori geograficamente vicini e investe importanti risorse per abbassare l’impatto ambientale delle proprie lavorazioni. Inoltre acquista direttamente il filato e lo trasforma fino ad arrivare al prodotto finito. Un prodotto totalmente Made in Italy, certificato da Italcheck e di qualità superiore che viene realizzato con lentezza per esaltare le caratteristiche del tessuto e regalargli il giusto equilibrio di morbidezza ed elasticità.

ScattoTorino ha incontrato Dario Casalini, Amministratore delegato di Maglificio Po s.r.l. – Oscalito, che ha abbandonato la cattedra di Diritto pubblico e amministrativo che aveva presso la Facoltà torinese di Economia per dirigere l’azienda di famiglia.  Una missione, ma anche una passione, che lo hanno portato ad essere Presidente del Consorzio Italian Lingerie Export, l’ente che rappresenta e promuove il settore dell’intimo italiano nel mondo.

OscalitoOscalito non è un brand. È una filosofia

“Sin dal 1936 impieghiamo solo fibre naturali, perfette per regolare la temperatura corporea e garantire uno stato di benessere in ogni stagione. Ai tempi in cui mio nonno fondò l’azienda era necessario l’uso di queste fibre perché producevamo intimo, ma anche oggi che realizziamo sottogiacca puntiamo sul confort e sulla qualità. Ad esempio, usiamo il cotone egiziano che è il 3% della produzione mondiale, la lana merinos extrafine australiana che è l’1 per mille e la seta cinese leggera che è resistente, a parità di peso, più dell’acciaio. La lavorazione si svolge a Torino per cui la filiera è molto corta e ci permette di controllare tutto: dal filo al capo finito. Abbiamo una produzione verticale di eccellenza e i filati sono italiani in quanto vogliamo premiare il territorio, impiegando il know-how locale. Inoltre ci avvaliamo della tecnologia RFID che, applicata all’etichetta, permette la tracciabilità completa di tutta la filiera per ogni singolo capo così da assicurare un controllo capillare in ogni fase e garantire spedizioni puntuali e precise”.

Che cosa ispira le vostre creazioni?

“Abbiamo due anime: Oscalito e Natyoural. La prima, essendo legata all’underwear, ha uno stile raffinato e punta sui pizzi, sui grafismi, sulle ispirazioni floreali e sugli ideogrammi. Uno stile che ha consentito ai miei genitori, già negli Anni ’90, di passare dall’intimo all’outwear. Qualche anno fa, dalla collaborazione con lo stilista Giorgio Spina è nato Natyoural, un marchio di maglieria legato ai concetti di pulizia e rigore, che ha un’identità di stile e si ispira all’arte contemporanea: usiamo pennellate di colore, intarsi e jacquard grafici. Voglio sottolineare però che entrambi i brand condividono la stessa filosofia, ovvero l’armonia con la natura”.

Sostenibilità ambientale per voi significa?

La sostenibilità è un concetto che nasce nelle tradizioni precolombiane. È un tema ancestrale che caratterizza molte culture e che a noi piace perché è in linea con la nostra filosofia. Oscalito infatti nasce con l’impegno di creare i presupposti per una crescita sostenibile rispetto all’ecosistema, una crescita integrata e rispettosa dell’ambiente sociale e territoriale. Per questo abbiamo declinato 7 punti della sostenibilità tra i quali la salubrità di ciò che si indossa, la filiera che rispetta l’ambiente e il lavoratore, la durabilità del capo. Le aziende che collaborano con noi garantiscono inoltre performances dei materiali come la facilità di riciclo o di rigenerazione e la biodegradabilità, in modo da assicurare la massima sostenibilità ambientale dei prodotti nel loro intero ciclo di vita e il minor impatto sull’ambiente. A conferma di quanto detto, durante la pandemia abbiamo prodotto mascherine di cotone e dispositivi medici certificati con un filtro removibile (www.opmask.it). Un prodotto in cotone e dunque salubre, durevole perché in tessuto, in cui si cambiano solo i filtri, che sono in poliestere e quindi riciclabili”.

La vostra è una produzione slow. Una controtendenza che premia?

“Noi abbiamo delle macchine circolari di tessitura datate in quanto, utilizzando filati fini, abbiamo bisogno che i macchinari girino con una certa lentezza in modo che non stressino o rompano la fibra. Oggi la tecnologia nel tessile punta sulla velocità, sulla quantità e su filati facili da trattare, quindi sintetici. La fibra naturale, invece, va lavorata con lentezza, rispetto e delicatezza”.

Oscalito Un altro vostro brand è Natyoural

Il marchio nasce nel 2016 come collezione di maglieria caratterizzata da una propria identità stilistica. La sua filosofia è però la stessa di Oscalito, come rivela il nome Natyoural che invita ad essere naturali e in armonia con l’ambiente che ci ospita: usiamo fibre naturali e, solo ove necessario, il sintetico riciclato o biodegradabile. Selezioniamo fornitori italiani e certifichiamo le diverse fasi produttive, con filiera verticalmente integrata dal filato al capo finito. Le macchine che usiamo sono di ultima generazione, ma rispettiamo sempre la qualità in modo da garantire un prodotto di eccellenza. A dicembre apriremo un negozio monomarca Natyoural all’interno di GREEN PEA, il nuovo progetto di Oscar Farinetti interamente dedicato a prodotti sostenibili, il cui slogan “from duty to beauty” mira proprio a rendere bello e ”di moda” il consumo che rispetta l’ambiente. Si tratta per noi di un importante riconoscimento di quella che è da sempre la nostra visione di impresa sostenibile”.

Torino per lei è?

“Mi affascina per il suo understatement. Qui abbiamo creato il cinema, l’automobile e altre grandi eccellenze eppure non ci vantiamo. Torino fa ed è, però lo comunica poco. A me piace la sua sostanza, il fatto che voglia essere scoperta più che mettersi in mostra. Non è superba, ma punta sulla concretezza”.

Un ricordo legato alla città?

“Le nonne che da piccolo mi raccontavano fatti avvenuti nei luoghi in cui eravamo. Mi affascina immaginare che i posti in cui viviamo quotidianamente siano così ricchi di storia. La dimensione temporale è sempre presente in loro”.

 

Coordinamento: Carole Allamandi
Intervista: Barbara Odetto

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