Le primarie non sono un dogma
LO SCENARIO POLITICO di Giorgio Merlo
In gioco c’è la credibilità della politica e dei partiti. Non sono mai stato un fan delle primarie. Non le ho mai considerate un dogma. Quasi infallibile e, di conseguenza, intoccabile. E questo per la semplice ragione che arrivo da una tradizione politica e culturale che ha sempre esaltato la centralità ed importanza della politica rispetto a qualsiasi forma organizzativa. Anche la migliore. Certo, “pensiero e azione” è uno slogan che ha sempre caratterizzato il percorso concreto del cattolicesimo popolare e sociale nella vita politica italiana. Ma è altrettanto indubbio che la politica ha sempre avuto il sopravvento. E quindi il ruolo della guida politica dei rispettivi partiti era la precondizione essenziale per dare credibilità alla politica da un lato e autorevolezza ai gruppi dirigenti dall’altro. Due condizioni decisive per evitare che la politica ceda il passo agli umori della pubblica opinione o ai marchingegni organizzativistici. Anche perchè proprio sul capitolo, sempre delicato e complesso, della selezione della classe dirigente si misura la credibilità dei gruppi dirigenti dei partiti. Certo, le primarie non c’erano quando esistevano i partiti democratici, popolari e di massa; non venivano richieste quando i gruppi digerenti dei partiti erano fatti da leader e da statisti e, in ultima istanza, le primarie non venivano invocate quando i suddetti gruppi dirigenti si assumevano direttamente la responsabilità di sciogliere i nodi riconducibili alle scelte più difficili e delicate. Cioè, per fare un esempio, a chi doveva guidare di volta in volta le coalizioni. Per il partito, quando è uno strumento politico democratico, partecipativo e collegiale, erano i congressi che liberamente e democraticamente eleggevano i gruppi dirigenti. Ora, e senza entrare nelle vicende – intricatissime e misteriose – che, al riguardo, regolano il cosiddetto ‘campo largo’, è indubbio che c’è una domanda a cui non possiamo non dare una risposta quando si parla di riproporre il dogma delle primarie come panacea di tutti i mali e soluzione miracolistica di tutti i nodi. E cioè, detto con parole semplici e comprensibili, chi oggi nella coalizione di sinistra e progressista ha la forza politica, e anche il carisma, per proporre una soluzione per scegliere la guida dell’alleanza senza ricorrere alle fatidiche primarie? Pongo questo problema non perchè sono interessato alle vicende del ‘campo largo’ – di cui, come ovvio, non ne faccio parte – ma per la ragione che proprio attorno alle primarie, lo ripeto, si gioca parte della credibilità, del prestigio, del ruolo e della funzione della politica nel nostro paese. E quando parlo della politica parlo, soprattutto, della qualità e dell’autorevolezza dei gruppi dirigenti dei vari partiti. Perchè questa era, e resta, una delle precondizioni essenziali per la qualità e l’autonomia della politica. Non si recupera credibilità e ruolo se si continua a privilegiare la cultura della delega. Nel caso specifico, ricorrere sistematicamente alle primarie ogniqualvolta si presenta l’appuntamento della scelta delle classi dirigenti ai massimi livelli. Certo, per potere assolvere a questo compito sono necessarie ed indispensabili due condizioni essenziali: avere una vera e credibile ‘democrazia dei partiti’ da un lato e, soprattutto, garantire una altrettanto credibile e seria ‘democrazia nei partiti’ dall’altro. Due condizioni, senza le quali, non è possibile affrontare seriamente il capitolo della selezione democratica delle classi dirigenti. Ecco perchè, proprio parlando delle primarie, siamo quasi costretti a prendere atto che in gioco non c’è soltanto la scelta di un potenziale capo della coalizione di uno schieramento politico ma, soprattutto, il ritorno – o meno – del ruolo della politica, dei partiti e della stessa qualità delle rispettive classi dirigenti.
È morta a 78 anni Emma Bonino, protagonista per oltre mezzo secolo della politica italiana e delle battaglie radicali. L’annuncio è arrivato da +Europa: «Emma ci ha lasciati ma non ci lascerà mai».
Le sue condizioni si erano aggravate negli ultimi giorni. Il 7 settembre era stata soccorsa nella sua abitazione nel centro di Roma e trasportata in codice rosso all’ospedale Santo Spirito. Bonino aveva già affrontato in passato seri problemi di salute, compreso un tumore al polmone diagnosticato nel 2015 e precedenti crisi respiratorie che avevano reso necessario il ricovero.
Nata a Bra, in provincia di Cuneo, nel 1948, aveva iniziato negli anni Settanta il lungo percorso politico al fianco di Marco Pannella. Eletta alla Camera per la prima volta nel 1976, aveva fatto delle libertà individuali, dei diritti civili, della lotta alla pena di morte e della difesa dei diritti delle donne alcuni dei principali terreni del proprio impegno.
La sua carriera si era sviluppata anche nelle istituzioni europee e internazionali. Europarlamentare e commissaria europea, Bonino era stata ministra per il Commercio internazionale e le Politiche europee nel governo Prodi, vicepresidente del Senato e, tra il 2013 e il 2014, ministra degli Esteri nel governo Letta.
È morto a 90 anni Raffaele Costa, piemontese, esponente liberale di spicco e protagonista per decenni della politica italiana. Nato a Mondovì nel 1936, laureato in Giurisprudenza e Scienze politiche, avvocato e giornalista, è stato deputato dalla VII alla XIV legislatura. Fu ministro per le Politiche comunitarie e gli Affari regionali, ministro dei Trasporti e poi della Sanità.
Dopo l’esperienza nel Partito Liberale Italiano, di cui fu anche segretario nazionale, aderì a Forza Italia. Fu parlamentare europeo dal 1999 al 2004 e, dal 2004 al 2009, presidente della Provincia di Cuneo e consigliere regionale del Piemonte. Nel 1997 si candidò a sindaco di Torino in competizione con Valentino Castellani..
A ricordarlo, venerdì 11 settembre, anche il vicepremier e leader di Forza Italia Antonio Tajani con un messaggio pubblicato su Facebook. “Raffaele Costa ci ha lasciati dopo una lunga malattia. Con lui se ne va un grande protagonista della politica italiana, un vero liberale impegnato nella difesa dei valori e nella lotta contro gli eccessi della burocrazia che paralizzano le attività di chi intraprende e creano grandi difficoltà ai cittadini”.
Costa era il padre di Enrico Costa, capogruppo di Forza Italia alla Camera.
Domani a Roma ha inizio la Festa della amicizia della UDC il partito che si rifà alla migliore tradizione della DC, il partito che seppe ricostruire il Paese semidistrutto dalla seconda guerra mondiale diventando la prima economi del mondo per tasso di crescita economica. Il Boom economico fu il miglior risultato della DC insieme ai suoi alleati centristi e socialdemocratici.
in una epoca di scontro permanente, le distanze crescono, il dibattito sembra diventare inconciliabile.
Per la UDC il Paese h bisogno di dialogo, di ponti non di muri.
L’appello ll’Italia ha bisogno di Te rappresenta la ricerca di parlare con chi non ce la fa e fa fatica ad arrivare a fine mese, a parlare con le aziende per rilanciare da un lato la produttività , per rialzare i salari e dall’altro lato la riduzione dei costi provocati da tante inefficienze a partire dal costo della energia sino ai costi della logistica e della burocrazia. Tre costi che gravano per almeno 150 miliardi sul nostro sistema economico e ne frenano la CRESCITA. Invece il Paese deve crescere di più per ridurre il Debito pubblico(3200 miliardi) e il suo costo che arriva a 90 miliardi l’anno. Se non si riduce il costo del debito pubblico si farà fatica a trovare le risorse per la Sanità, la Scuola e la Ricerca.
Senza il Centro rappresentato dall’UDC e Noi moderati, il Centro Destra farebbe molta fatica a parlare col sindacato , col mondo dell’impresa , col ceto medio . Ecco perché interverranno alla Festa, Giorgia Meloni, Matteo Salvini e Antonio Taiani. Nei dibattiti della Festa della Amicizia 2026 festa si parlerà della famiglia, della Sanità e del Welfare, dei giovani e del lavoro, di infrastrutture come la TAV, il Brennero, gli aeroporti etc. La presenza di Giorgetti e di Maurizio Leo fa capire che si parlerà anche della prossima Legge Finanziaria.
Mino Giachino
Commissario UDC TORINO
“La polemica strumentale sollevata a proposito del convegno organizzato da Fsp Torino con la partecipazione, fra gli altri, dell’Eurodeputato Roberto Vannacci dimostra che, purtroppo, per alcuni la democrazia in Italia funziona a giorni alterni”.
E’ quanto afferma Valter Mazzetti, Segretario Generale della Fsp Polizia che aggiunge: “Dimostra la persistenza di quella ben nota doppia morale della sinistra che ancora e sempre si erge a censore stabilendo chi abbia diritto di esprimersi e chi no, per chi debbano valere le regole (nessuna peraltro è stata violata in questo caso) e per chi no. Inutile dire come tutto ciò sia dimostrato dai fatti dal momento che la maggioranza delle iniziative sindacali hanno sempre ospitato figure istituzionali che, di solito, sono anche espressione di una realtà politica. Eppure nessuno mai ha sollevato inutili questioni. La Silp-Cgil non è esclusa, ed ai suoi convegni sono comparsi esponenti politici, come all’ultimo del 10 giugno scorso in cui era ospite il capogruppo Pd Alfredo Bazoli e che è stato ospitato nel Salone del Servizio Tecnico Logistico della Polizia di Stato senza che l’Amministrazione accusasse alcuna crisi. Roberto Vannacci è un Europarlamentare ed è stato altre volte nostro ospite, come tanti esponenti di altri partiti. La ‘distratta’ Silp-Cgil di Torino non se ne è accorta, ma certamente si è accorta del grande consenso politico che Vannacci ha ottenuto di recente, annoverandolo fra i nemici a cui tappare la bocca. Noi, invece, abbiamo un unico obiettivo, favorire il confronto e occuparci delle tematiche che interessano ai poliziotti. Noi, semplicemente, non abbiamo paura di ascoltare e attendiamo di conoscere le idee altrui prima di ogni altra cosa. Siamo Servitori in divisa, fedeli soltanto alle Istituzioni della Repubblica e i primi garanti della libertà di tutti di esprimersi, nelle strade come ai convegni. Non permettiamo a nessuno di affibbiarci etichette politiche né di osare gettare ombre sulla nostra autonomia e libertà sindacale”.
Manifesta stupore per il caso scoppiato ieri anche il Presidente della Fsp, Antonio Scolletta: “Un’organizzazione sindacale di Polizia ha il diritto e il dovere di promuovere occasioni di confronto aperte, plurali e qualificate sui temi che riguardano la sicurezza dei cittadini e il lavoro quotidiano degli operatori. Invitare una personalità politica non significa condividerne ogni posizione, né trasformare un momento di approfondimento in una manifestazione di appartenenza. Le Forze di polizia e i loro sindacati devono essere fermamente sottratti a ogni tentativo di strumentalizzazione politica, così come a qualsiasi forma di ‘appropriazione indebita’ della loro storia, della loro identità e dei valori costituzionali ai quali fanno riferimento. La Costituzione appartiene a tutti e non può essere utilizzata come uno strumento per stabilire chi abbia diritto di parola e chi, invece, debba essere preventivamente escluso dal confronto pubblico. E’ precisamente nella capacità di ascoltare e confrontarsi anche con chi esprime idee lontane dalle proprie che si misura la solidità di una cultura democratica. Tra chi difende questo principio e chi pretende di decidere preventivamente quali opinioni possano trovare cittadinanza nel dibattito pubblico emerge, purtroppo, un divario culturale, morale e politico tanto evidente quanto preoccupante”.
“‘Non ho fatto niente di sbagliato’. Sono le parole pronunciate da Ocikur Ramahan, il 42enne bengalese accusato della violenza sessuale su una tredicenne in un minimarket di Torino, ai microfoni di Quarta Repubblica. Ma allora viene spontaneo chiedersi: sono questi il dispiacere e il pentimento manifestati davanti al Gip e valutati per disporne la scarcerazione? Le sue dichiarazioni dimostrano che quest’uomo non solo non si è pentito, ma non ha nemmeno compreso né concepito la gravità di quanto gli viene contestato. E altrettanto inquietanti sono le parole raccolte dalla trasmissione tra alcuni commercianti bengalesi della zona, secondo cui una donna dovrebbe stare a casa o, se indossa una minigonna, non meriterebbe rispetto. È questa la concezione della donna che vogliamo tollerare nei nostri quartieri? E’ questa la posizione della comunità islamica? Sono visioni della società e del rapporto tra uomo e donna incompatibili con i nostri valori e che nessun alibi culturale o religioso può rendere accettabili. Quanto emerso rende ancora più incomprensibile la decisione del Gip di scarcerare Ocikur Ramahan. Chi vive in Italia deve rispettare le nostre leggi, le nostre donne e i principi fondamentali della nostra società. E i minimarket non possono in alcun modo considerarsi zone franche o, peggio, luoghi di propaganda per posizioni retrograde e misogine. Su questo non può esserci alcun passo indietro”.
Lo dichiara Paola Ambrogio, Senatore di Fratelli d’Italia.
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Legge sul fine vita: le regioni accelerano, il Parlamento resta al palo
Il cortocircuito delle primarie
Le primarie, ormai, rischiano di essere il cortocircuito che manda in tilt il PD. Storicamente Elly Schlein è sempre stata a favore delle primarie, in particolare di quelle cosiddette aperte. Proprio beneficiando di questa formula è diventata segretario del partito. Con la maggioranza dei gazebo ha sconfitto Bonaccini che aveva la maggioranza degli iscritti. Oggi il tema si pone per la scelta del candidato della coalizione” campo largo” in vista delle prossime elezioni politiche. In caso di primarie, chiamando a raccolta tutto il popolo della variegata coalizione, la Schlein, pur essendo leader del partito di maggioranza relativa, stando ai sondaggi, rischia di perdere. Sarebbe in vantaggio Giuseppe Conte che potrebbe vantare un maggior appeal trasversale: prenderebbe tutti i voti dei Cinque Stelle ed una parte di quelli del PD. Sembra che il destino del PD, partito di solida tradizione e con una classe politica non improvvisata, sia quello di essere conquistato da chi arriva da fuori…. Le primarie stanno creando un cortocircuito. Buona domenica e buona settimana.
Roberto Cota