LO SCENARIO POLITICO

L’eredità della Dc e la cultura di governo

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LO SCENARIO POLITICO di Giorgio Merlo

La Dc, come tutti sanno, non tornerà mai più nella cittadella politica italiana. Ma, ed è persin scontato ricordarlo, la concreta eredità politica, culturale e forse anche programmatica della Dc non può andare radicalmente dispersa. Lo dicono gli stessi detrattori storici della Dc, ovvero tutti coloro che da sinistra continuano a ritenere quel partito o un semplice e banale “inciampo della storia” o, nella peggiore delle ipotesi, una sorta di “associazione a delinquere”, oppure una semplice e disinvolta macchina “clientelare”. Ora, c’è un aspetto, peraltro decisivo se non addirittura costitutivo, che non può andare disperso e nè, tantomeno, può essere allegramente archiviato. Mi riferisco, nello specifico, a quello che comunemente viene definita come “cultura di governo”. Ovvero un modo d’essere in politica che si caratterizza prevalentemente per la sua capacità di dispiegare concretamente una cultura di governo. Perché questa è stata una delle costanti costitutive e strutturali della cinquantennale esperienza della Democrazia Cristiana. E proprio nella “cultura di governo” si sintetizzano le migliori virtù, o qualità, che possono caratterizzare il profilo di un partito. E cioè, in sintesi,. esterni ed estranei alla radicalizzazione della lotta politica e ad ogni forma di polarizzazione ideologica; rifiuto pregiudiziale della deriva degli “opposti estremismi” o degli “opposti populismi”; esaltazione della cultura della mediazione e predisposizione alla composizione degli interessi contrapposti; privilegiare la cultura del dialogo e del confronto politico ed istituzionale; valorizzazione dei corpi intermedi e del pluralismo”; rigoroso approccio riformista e democratico nell’affrontare i temi che sono in cima all’agenda politica e programmatica; rispetto dell’avversario che non è mai un nemico da delegittimare moralmente prima e da annientare e distruggere politicamente poi; rigoroso rispetto delle istituzioni democratiche e dei principi e dei valori democratici e liberali scolpiti nella Costituzione repubblicana; e infine, ma non per ordine di importanza, individuare nella cultura di governo lo strumento decisivo e principale per risolvere i problemi di una società complessa ed articolata come quella italiana. È del tutto evidente che l’eredità politica e culturale di un partito come quello democratico e cristiano, soprattutto quando si parla della cosiddetta “cultura di governo”, è incompatibile con le derive populista, qualunquista, demagogica, pauperista, massimalista ed estremista che purtroppo caratterizzano il comportamento concreto di molti partiti. Sul versante del centro destra e, soprattutto, su quello della sinistra contemporanea. Derive che indeboliscono la qualità della nostra democrazia, la credibilità delle nostre istituzioni democratiche e, soprattutto, l’efficacia e l’efficienza della stessa azione di governo. Sotto questo versante l’eredità politica e culturale della Dc resta di una straordinaria attualità e modernità. A prescindere dal tramonto di quel partito avvenuto oltre 30 anni fa. E questo per la semplice ragione che quella cultura politica, che non può essere consegnata agli archivi storici, conserva anche uno “stile” – appunto, la “cultura di governo” – che non ha più avuto eguali nelle dinamiche concrete della vita politica italiana. Ed è anche per questa ragione che tocca oggi ai democratici, a tutti i democratici, e nello specifico a tutti coloro che provengono da quella tradizione politica e da quel pensiero culturale, saper recuperare e reinverare quella “cultura di governo” nella vita pubblica italiana contemporanea.

Ma il pallottoliere non è una coalizione

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LO SCENARIO POLITICO di Giorgio Merlo

Se dovessimo dare un giudizio sul profilo delle due principali coalizioni che si contendono attualmente il potere nel nostro paese non potremmo che arrivare ad una conclusione abbastanza evidente nonchè oggettiva. E cioè, non ci troviamo di fronte ad alleanze politiche e con una chiara cultura di governo ma, soprattutto a sinistra, si tratta di semplici alleanze/pallottolieri. Certo, sul versante dell’attuale maggioranza di governo la coerenza è, al momento, più credibile perchè il tutto viene riassunto dalla personalità e dal carisma della Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni. Semprechè il centro destra non rincorra supinamente le posizioni, sempre più estremiste e provocatorie, del generale Vannacci. Sul versante della coalizione di sinistra e progressista, invece, il tutto si riduce ad una armata elettorale – appunto, un pallottoliere – dove il cemento unificante è dettato esclusivamente dall’odio implacabile e consolidato nei confronti della Premier. Si tratta di una costante, del resto, che nel campo della sinistra italiana si ripete quasi meccanicamente. La potremmo definire una costante storica che inizia nella prima repubblica con il Pci nei confronti della Democrazia Cristiana e i suoi principali leader e statisti; prosegue contro la cosiddetta “discesa in campo” del capo di Forza Italia per poi esplodere in tutta la sua virulenza e violenza verbale contro Giorgia Meloni. Questa la situazione oggettiva dei fatti. Ora, però, e alla luce di questa concreta situazione, emerge una domanda di fondo. E cioè, ma coalizioni del genere, soprattutto a sinistra, riescono a dispiegare una concreta, tangibile, credibile e costruttiva cultura di governo? Detta con altre parole, è possibile che coalizioni del genere abbiano una concreta possibilità di durare nel tempo e, soprattutto, di candidarsi a governare un paese come l’Italia? Com’è possibile, del resto, dispiegare una vera e credibile cultura di governo quando sulla politica estera, per fare un solo esempio, ci sono non legittime differenze o diversità politico e programmatiche ma addirittura si coltivano visioni alternative? Com’è pensabile che sul terreno economico e sociale, salvo un ripensamento dettato dall’opportunismo e dall’eterna pratica puramente trasformistica, costruire una ricetta credibile quando si confrontano posizioni liberal/liberiste con derive assistenzialiste, populiste e puramente clientelari? E, in ultima analisi, come si conciliano – penso alla giustizia, ma non solo, come ovvio – atteggiamenti garantisti e classicamente costituzionali con posizioni dichiaratamente forcaiole, giustizialiste e manettare? È persin inutile continuare questo elenco per una ragione molto semplice. Perchè, di norma, il pallottoliere non risponde ad una logica politica e programmatica ma solo e soltanto ad una dimensione personale e di potere. Ovvero, si tratta di una logica che è dettata o dall’odio implacabile nei confronti di una persona oppure è frutto e conseguenza di un pregiudizio atavico da scagliare contro il nemico giurato. Ecco perchè, e di fronte ad un contesto sufficientemente definito e preciso per essere messo in discussione in breve tempo, si rende necessaria una concreta iniziativa politica che punti a ricreare una vera e credibile cultura di governo da un lato e, dall’altro, a costruire una posizione politica che non è riconducibile a veti, pregiudizi, pregiudiziali e ragioni di puro potere. E questa iniziativa politica coincide con la costruzione di un progetto che sia in grado di rilanciare quello che un tempo si chiamava semplicemente “politica di centro”. Questa è, oggi, probabilmente l’unica carta in grado di mettere in discussione la “cultura del pallottoliere”. Pallottoliere che, detto fra di noi, ha una sola garanzia: garantire e consolidare l’ingovernabilità di un paese. A questa deriva occorre opporsi, a cominciare appunto dalle prossime elezioni del 2027.

Centro, adesso servono due culture fondamentali

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LO SCENARIO POLITICO di Giorgio Merlo

È un fatto oggettivo prima ancora che una valutazione politica e culturale. E cioè, un progetto di
centro, una politica di centro e un programma centrista, riformista e di governo non possono fare
a meno in Italia di due culture fondamentali: la componente liberal-democratica, laico e
repubblicana e quella cattolico popolare e cattolico sociale. Certo, nel nostro paese esistono
molte altre sensibilità culturali, mondi vitali e culture che sono riconducibili alla galassia centrista.
Ma è indubbio che ci sono delle costanti che non possono essere messe banalmente in
discussione. Lo dice anche e soprattutto la storia democratica del nostro paese. Dalla intera
prima repubblica – ovvero l’alleanza tra la Democrazia Cristiana e i partiti di democrazia laica e
socialista – alla stessa fase iniziale della seconda repubblica. Con l’esperienza del Ppi prima e
della Margherita poi. E anche della prima stagione del Pd. Comunque sia, qualunque progetto di
centro è credibile nella misura in cui la componente cattolico popolare e sociale è presente,
visibile e protagonista nella costruzione del progetto politico complessivo.
Ora, e per restare all’attualità, il progetto di un centro autonomo, riformista, democratico e di
governo che si sta lentamente definendo in vista delle elezioni del 2027 necessita della presenza,
della unità e della convergenza di queste due componenti fondamentali. Del resto, la presenza e
l’attivismo dei due principali leader di questo progetto, e cioè Carlo Calenda e Pina Picierno,
conferma questa costante di fondo. E questo anche per una ragione di fondo che poi è la vera
motivazione, oggi, per avere in campo un vero e credibile progetto di centro. Ovvero il sostanziale
dissolvimento – se non addirittura la scomparsa – di ogni sensibilità centrista e riformista
all’interno dei due schieramenti maggioritari. Fuorché ci sia qualcuno che, oggi, ha il coraggio e la
spregiudicatezza di sostenere che nella “gioiosa macchina da guerra” che si sta faticosamente
costruendo a sinistra, o nel polo sovranista e conservatore che si consolida a destra la politica e il
progetto di centro hanno un ruolo, un significato ed una rilevanza politica e progettuale. A sinistra
prevale il cosiddetto “lodo Bettini”. Ovvero l’intramontabile e sempre moderno tic comunista che
prevede la presenza dei cosiddetti “partiti contadini” all’interno della coalizione. Partiti, cioè, che
vengono inventati a tavolino dal partito perno della coalizione e che, sempre per citare Bettini,
possono essere tranquillamente collocati sotto una “tenda”. Insomma, parliamo di soggetti che
non mettono affatto in discussione il progetto della coalizione di sinistra e progressista come
l’esperienza di questi ultimi tempi conferma in modo persin plateale. Come, del resto, capita a
destra. Dove l’autorevolezza, il carisma e il peso politico della Premier Giorgia Meloni sono
talmente forti ed invadenti da cancellare, se non fortemente attenuare, qualsiasi istanza e anelito
centrista, moderato e riformista.
Ecco perche, se si vuole realmente e concretamente costruire un vero, credibile ed autentico polo
centrista, riformista e di governo, ancora una volta il pensiero e la cultura cattolico popolare e
cattolico sociale possono essere decisivi per evitare che si consolidi la deriva degli “opposti
estremismi”, o degli “opposti populismi”, per usare un linguaggio più contemporaneo. Anche
perchè senza un centro riformista, democratico e di governo è a rischio la stessa qualità della
nostra democrazia.

Esiste un’alternativa democratica credibile al manuale Cencelli?

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LO SCENARIO POLITICO di Giorgio Merlo

Da sempre si ironizza sul cosiddetto “manuale Cencelli”. E se ne parla anche dopo la scomparsa dell’esponente democristiano. Ma la domanda centrale a cui si deve dare una risposta credibile, e non ipocrita, è sempre la stessa. E cioè, ma qual’è, realisticamente e al di là delle furbizie e degli escamotage, l’alternativa democratica all’antico manuale Cencelli? Riavvolgiamo il nastro. Il ‘manuale Cencelli’ non era nient’altro che la rigorosa applicazione del metodo democratico nella composizione degli organi di partito e, di conseguenza per quell’epoca, nelle istituzioni. Ovvero, il peso della corrente all’interno del partito, nella Dc, era proporzionale ai voti ottenuti nei congressi locali e nazionali democraticamente organizzati e celebrati. E, di conseguenza, quel peso all’interno del partito veniva trasferito nella distribuzione del potere che spettava alla Dc nei vari organismi istituzionali. Certo, era una stagione dove la classe dirigente era selezionata democraticamente dal basso, dove il sistema proporzionale era la regola e non una eccezione e dove, soprattutto, gli organi di partito e gli incarichi istituzionali non erano riconducibili alla sola “fedeltà” nei confronti del capo partito. Che oggi, invece e al contrario, è semplicemente indiscusso ed indiscutibile. Ora, e senza alcuna polemica, ci dobbiamo porre una sola domanda: ma qual’è, oggi, l’alternativa democratica al ‘manuale Cencelli’ nella selezione della classe dirigente? La risposta, purtroppo, è nei fatti. E cioè, con la sostanziale scomparsa dei grandi partiti popolari, democratici e di massa, l’unico criterio che svetta è quello della rigorosa e quasi scientifica ‘fedeltà’ nei confronti del capo. Non a caso le minoranze negli attuali partiti o non esistono più o, se esistono, sono gentilmente invitate a non disturbare. Viene garantito quello che si definisce “un diritto di tribuna” – cioè una manciata di candidature blindate gentilmente elargite dal capo partito – e tutto finisce lì. Come capita, del resto, nel Partito democratico a guida Schlein. Negli altri partiti, molto più semplicemente, le minoranze non esistono e quindi il potere delle nomine appartiene integralmente al capo indiscusso. E il modello politico ed organizzativo, di conseguenza, non può che essere quello del “partito personale” o “del capo” o del “partito proprietario”. È persino ovvio arrivare alla conclusione che in un contesto del genere, cioè quello contemporaneo, il cosiddetto ‘manuale Cencelli’ è del tutto superato e quasi anti storico perché la democrazia nei partiti non esiste più. Al massimo resta in piedi la democrazia dei partiti. E proprio questa è la differenza di fondo tra il passato – per semplificare, penso alla esperienza della Dc e quindi del ‘manuale Cencelli’ nella prima repubblica – e la fase politica attuale. Perchè ieri esisteva la ‘democrazia dei partiti’ e, soprattutto, svettava la ‘democrazia nei partiti’. Oggi, e mi limito a fotografare la situazione esistente, esiste a malapena la democrazia dei partiti. Almeno di ciò che resta dei grandi partiti democratici, popolari e di massa del passato. Ecco perchè, per ragioni semplici ma oggettive, sul ‘manuale Cencelli’, che appartiene come ovvio e scontato ad un’altra stagione storica e politica del nostro paese, è inutile ironizzare. È inutile almeno sino a quando non si pianifica e non si intravede un modello alternativo autenticamente e realisticamente democratico e costituzionale nella selezione della classe dirigente e anche e soprattutto nelle nomine. Che c’erano ieri, ci sono oggi e ci saranno sempre. Ma l’alternativa non può essere quella del partito personale, del criterio dogmatico e fideistico della fedeltà al capo e, in ultimo ma non per ordine di importanza, della discrezionalità sganciata da qualsiasi pratica democratica. Pubblica e visibile. Questo è, oggi, uno dei principali nodi politici – e non statutari od organizzativi – da sciogliere nella cittadella politica italiana.

La Cisl vince. Basta conflitti

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LO SCENARIO POLITICO  di Giorgio Merlo

Il ruolo del sindacato, storicamente, passa attraverso la contrattazione, il dialogo con le parti sociali e con il Governo di turno, la rivendicazione dell’autonomia di giudizio e in ultimo, ma non per ordine di importanza, la ricerca di tutte le vie possibili per migliorare le condizioni di vita dei lavoratori. Anche e sopratutto nei luoghi di lavoro. Eppure queste precondizioni non sempre hanno avuto vita facile in questi ultimi tempi nel sindacato italiano. Anzi, chi ha cercato di perseguire sino in fondo quella strada ha dovuto subire attacchi di tutti i generi. E allora, per uscire dalla metafora, non possiamo non evidenziare che oggi quelle precondizioni basilari – nonchè tradizionali – sostenute e praticate concretamente dalla Cisl in questi ultimi anni stanno trovando consensi sino a ieri insperati. Non è un mistero per nessuno se oggi registriamo che anche la Cgil, il tradizionale “sindacato rosso” del nostro paese che in questi ultimi tempi – con la gestione di Landini – si è, di fatto, trasformato in una organizzazione politica in aperto sostegno alla coalizione del ‘campo largo’, sta lentamente abbandonando la logico del conflitto e del pregiudizio a vantaggio di una posizione che rilancia l’obiettivo dell’unità sindacale. È di tutta evidenza che l’obiettivo dell’unità sindacale non si può concretamente perseguire attraverso la riproposizione del conflitto permanente, della “rivolta sociale”, dell’attacco sistematico al nemico politico – ovvero al Governo se non è della propria parte politica – e contrastando ferocemente tutto ciò che non rientra nel proprio progetto politico. Di partito o di coalizione poco cambia al riguardo. Ovvero, e detto con maggiore chiarezza, non si può più tollerare un sindacato che sostituisce, o supplisce, il ruolo e la funzione di un partito politico e si comporta come se facesse parte quotidianamente di una coalizione politica. Del resto, ed oggettivamente, la Cgil in questi ultimi tempi si è comportato come un partito politico al punto che non si capiva se era il sindacato che dettava l’agenda politica al partito e alla coalizione di riferimento o se era l’alleanza del ‘campo largo’ che indicava al sindacato la strada da seguire. Comunque sia, un cortocircuito che ha danneggiato, a mio parere, sia il sindacato e sia la politica. Ora, almeno così pare sino a prova contraria, si sta lentamente aprendo un’altra pagina. L’importante conclusione del congresso nazionale della Uil da un lato e la partecipazione delle principali confederazioni sindacali al tavolo aperto in Confindustria dall’altro, confermano che il processo dell’unità sindacale sta, seppur lentamente e tra molte contraddizioni, recuperando consensi ed importanza. Purchè, e questa è la scommessa decisiva, si persegua sino in fondo la strada dell’autonomia del sindacato uscendo da quella subalternità politica che rischia di incrinare la credibilità e la stessa autorevolezza del sindacalismo italiano. Ecco perchè, e senza alcuna piaggeria, possiamo tranquillamente arrivare alla conclusione che la posizione mantenuta dalla Cisl in questi anni, rischiando anche l’impopolarità perchè fedele al ruolo tradizionale del sindacato senza piegarsi a nessun “politicamente corretto” o alla vulgata della “religione” progressista , alla fine ha pagato in termini di credibilità e di trasparenza. E questo per la semplice ragione che, per dirla con uno storico leader sindacale e politico del nostro paese, Franco Marini, “senza l’unità sindacale è lo stesso sindacato che è destinato a perdere peso e credibilità nel paese”. Adesso, quindi, va recuperato il terreno perduto. Senza ulteriori equivoci e tentennamenti.

Merlo, Tav: sì alla piazza popolare e no alla violenza politica

“Sono due gli elementi di fondo della prossima manifestazione popolare a favore della Tav. Un
poderoso Sì alla realizzazione dell’opera accelerando gli interventi necessari per evitare ulteriori
ed ingenti incrementi di risorse da un lato e, dall’altro, un altrettanto forte e massiccio No alla
violenza politica. Senza riproporre ridicole, grottesche, burocratiche o protocollari prese di
distanza. Perchè attorno al ritorno della violenza politica – anche di natura terroristica – occorre un
preciso e fermo pronunciamento. Chi non si dissocia con forza e convinzione ne è semplicemente
complice. Da qualunque parte provenga.
Queste sono le due motivazioni di fondo che adesso quasi impongono una forte, convinta e
coraggiosa mobilitazione politica di pazza e popolare a favore di una infrastruttura indispensabile
non solo per Torino e il Piemonte ma per tutto il nostro paese”.

On. Giorgio Merlo
Presidente nazionale Scelta Cristiano Popolare

Pd, ritorna il Pds. Dov’è la novità?

di Giorgio Merlo
Francamente trovo un po’ stucchevole la polemica attorno alle tre candidature a segretario nazionale anche arrivano dalla filiera Pci/Pds/Ds. La trovo stucchevole soprattutto dopo l’esito del voto del 4 marzo. Insomma, il 4 marzo, tra le molte altre cose, ha detto in modo chiaro che l’esperienza del cosiddetto “partito plurale” a “vocazione maggioritaria” e’ politicamente archiviata.


Il 4 marzo, oltre ad aver registrato una sconfitta storica ed epocale per quel partito nato appena 10 anni prima, ha segnato anche l’inesorabile ritorno delle identità politiche. Identità che saranno
necessariamente aggiornate e riviste rispetto al passato ma sempre di identità si tratta. A
cominciare da quella cattolico popolare e cattolico democratica che in questi ultimi anni si è
pericolosamente eclissata al punto di diventare, di fatto, irrilevante e del tutto marginale nella vita politica italiana. È nata una nuova destra che ha sostituito ed azzerato definitivamente il vecchio e tradizionale centro destra. Resta per il momento, anche se un po’ fiaccata, una identità antisistema e demagogica interpretata dal movimento dei 5 stelle. All’interno di questo contesto, e’ del tutto naturale, nonché scontato, che anche la sinistra si riorganizzi. Ritornando, seppur in forma aggiornata, al tradizionale partito della sinistra italiana. Una sinistra che in questi anni e’ stata devastata e quasi distrutta dalle politiche del renzismo – con il plauso conveniente e di comodo di moltissimi esponenti della filiera Pci/Pds/ Ds – e che adesso, com’è ovvio, deve essere radicalmente ricostruita. Dalle fondamenta. E qui arriviamo al punto decisivo e qualificante. E cioè, come ci si può stupire se 3 esponenti che arrivano dalla storia politica e culturale del Pci/Pds/Ds si candidano alla guida di un partito che punta a ricostruire la sinistra dalle fondamenta? Come ci si può stupire se, dopo il voto del 4 marzo e la fine del partito plurale e a vocazione maggioritaria, si punta direttamente a ridefinire e ad affinare il pensiero e la cultura della sinistra italiana? Ma chi dovrebbe guidare un partito che ha quella “mission” specifica ed esclusiva se non chi arriva direttamente da quella tradizione? Ecco perché le polemiche, o lo stupore, non hanno più senso di esistere. Al di là degli obiettivi, dei posizionamenti e delle piroette dell’ex segretario del Pd Matteo Renzi. Occorre prendere atto che si è aperta una nuova fase politica e storica. È del tutto inutile, nonché controproducente, continuare la litania del partito a vocazione maggioritaria e plurale quando le circostanze storiche che hanno dato vita al Pd veltroniano sono ormai un semplice ricordo del passato. Quella stagione e’, ormai, alle nostre spalle. Chi pensa di riproporla meccanicamente rischia di far naufragare anche il progetto oggi incarnato, seppur con sfumature incomprensibili, dai 3 candidati di sinistra per rilanciare un partito di sinistra. Semmai, e questo è un altro punto politico non secondario, si tratta di capire se è utile avere 3 candidati di sinistra, a cui si aggiungono altri candidati minori ma sempre provenienti dal medesimo ceppo culturale, per centrare lo stesso obiettivo. E cioè, riproporre nel dibattito pubblico italiano il ruolo e il profilo di un partito che ha l’ambizione di rilanciare la sinistra italiana dopo le recenti e ripetute sconfitte elettorali. Di questo si tratta e non di altro. Altroché polemiche e scontri un po’ stucchevoli e del tutto fuori luogo.