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La Candelora, ponte tra l’inverno e la primavera

Ogni anno il 2 febbraio la Chiesa cattolica celebra la Festa della Candelora, che rappresenta un “ponte” tra l’inverno e la primavera.
In questa giornata vengono benedette le candele che simboleggiano Cristo come luce che illumina il mondo.
La Candelora chiude il tempo di Natale e per tradizione in questa giornata nelle chiese viene tolto il presepe.
Questa festa ricorda la Presentazione al tempio di Gesù; secondo la Legge di Mosè ogni primogenito maschio era considerato offerto al Signore e andava quindi riscattato con un sacrificio. Una donna dopo il parto era inoltre considerata impura per un certo periodo di tempo: 40 giorni se il figlio era maschio, 66 se era femmina.
Il 2 febbraio, 40 giorni dopo il Natale, sono avvenute quindi l’offerta di Gesù e la purificazione di Maria.
Questa festa ha sostituito quella pagana dei Lupercali, una celebrazione in onore del Dio Fauno, protettore del bestiame dall’attacco dei lupi, che cadeva ogni anno a metà febbraio perché era questo il periodo in cui i lupi, affamati per la scarsità di cibo dovuta alla brutta stagione, si avvicinavano agli ovili e minacciavano le greggi.
Anche la denominazione Candelora deriva dai Lupercali, in occasione dei quali venivano organizzate delle grandi fiaccolate rituali. Le due celebrazioni hanno come fulcro la purificazione.
Nel VI secolo la festa è stata anticipata al 2 febbraio dall’Imperatore Giustiniano I e anche in questo caso ha sostituito diverse celebrazioni pagane, tra le quali quella celtica di Imbolc, che cadeva il primo febbraio e segnava il passaggio tra l’inverno e la primavera e quella romana della Dea Februa.
Il 2 febbraio per tradizione vengono benedette le candele che il giorno seguente, quando si ricorda San Biagio di Sebaste, protettore della gola, verranno utilizzate per benedire quella parte del corpo.
Un tempo le candele venivano in seguito appese sopra il letto o riposte nel cassetto della biancheria; si riteneva infatti che proteggessero dalle forze del male. Le si accendeva in occasione delle nuove nascite e al capezzale dei defunti; quando qualcuno in casa soffriva di mal di gola, il capofamiglia le incrociava sotto quella parte del corpo e gliele faceva baciare.
Alcuni pezzi di candela benedetta venivano sciolti in un cucchiaio d’ottone, ottenendo così un valido rimedio per curare i geloni ed il Fuoco di Sant’Antonio. Quando scoppiava un temporale le donne bruciavano l’ulivo benedetto la Domenica delle Palme con la candela benedetta il 2 febbraio per scongiurare la grandine, vero e proprio flagello per le culture.
In base al meteo del 2 febbraio sarebbe possibile stimare quando finirà l’inverno: secondo un proverbio se quel giorno nevica o piove dell’inverno siamo fuori, ma se c’è il sole o tira vento, dell’inverno siamo dentro.
Se per la Candelora il tempo è bello molto più vino avremo che vinello” afferma un altro proverbio.
La tradizione vuole che le galline in questo giorno ritornino e fare le uova. Anche le giornate si allungano, infatti “
per la Candelora un’ora intera: mezza la mattina e mezza la sera”.
In Francia e in Belgio il 2 febbraio si mangiano le crespelle, cialde morbide e sottili che vengono cotte su una superficie rovente tonda. La tradizione è stata introdotta da Papa Gelasio I, il quale, nel V secolo, in questo giorno le faceva distribuire ai pellegrini che arrivavano a Roma. In epoca precedente, in occasione dei Lupercali gli antichi romani offrivano al Dio Fauno frittelle fatte con il grano della mietitura dell’anno precedente per propiziarsi quella dell’anno a venire.
Le crespelle, con la loro forma tondeggiante e dorata, richiamano il sole, che dopo il buio e il freddo dell’inverno, torna a splendere nel cielo.
Un rito propiziatorio consiste nel far saltare le crêpes con la mano destra, tenendo in quella sinistra una moneta d’oro o una banconota.
Per far si che i raccolti dell’anno siano abbondanti, la prima crêpe deve essere conservata nel ripiano più alto di un armadio.
In Germania la Candelora fin dall’antichità è associata all’agricoltura: in questo giorno cominciava infatti l’anno contadino e si poteva riprendere il lavoro nei campi, mentre si concludeva “l’anno del servo”. I domestici ricevevano il resto della loro retribuzione annuale e potevano, o dovevano, cercare un nuovo lavoro o prolungare il proprio impiego presso il precedente datore di lavoro per un altro anno. Il tutto si concludeva con una stretta di mano. Era diffusa anche l’usanza di regalare alla servitù un paio di scarpe come ricompensa per il suo operato.
Negli Stati Uniti il 2 febbraio si celebra il Giorno della marmotta, reso famoso dal film “Ricomincio da capo”, una commedia del 1993 diretta da Harold Allen Ramis. La protagonista delle celebrazioni è una marmotta di nome Phil, che vive a Punxsutawney, in Pennsylvania. Essa viene fatta uscire dalla sua tana la mattina del 2 febbraio: se vede la sua ombra e rientra nella sua tana, perché la giornata è soleggiata, l’inverno durerà altre sei settimane. Se invece rimane fuori, perché non vede l’ombra, l’inverno finirà prima.

ANDREA CARNINO

A Ceresole Reale per un’escursione sulle ciaspole 

Anche quest’inverno, sabato 7 febbraio, ritorno a Ceresole Reale per un’escursione sulle ciaspole , racchette da neve, alla scoperta del parco Nazionale del Gran Paradiso e della natura innevata, accompagnati da racconti e notizie  sul modo in cui affrontino l’inverno gli abitanti del Gran Paradiso. L’evento è organizzato in collaborazione con la guida locale Alessandra Masino che accompagnerà lungo il percorso.

L’escursione, che avverrà su terreno innevato, prevede l’utilizzo delle ciaspole, che si potranno noleggiare in loco al piano inferiore della Lanterna del Duca in Frazione Villa. Indispensabili gli scarponcini. Ci si sposterà in auto salendo per un paio di km. E da qui inizierà l’escursione vera e propria risalendo la valle alla scoperta del Parco Nazionale del Gran Paradiso e della natura innevata, accompagnati da racconti e notizie su come affrontano l’inverno gli abitanti del parco, alla ricerca della fauna locale dello stambecco, del camoscio, dell’aquila reale e dell’avvoltoio, e delle tracce lasciate dal loro passaggio.

Il ritrovo a Ceresole Reale è  fissato per le 9.30 presso il ristorante La Lanterna del Duca, mentre per coloro che partono dalla zona del Monferrato l’appuntamento è previsto a Crescentino, al bar del Conad, in via Giotto 42/A. Partenza alle 7.30 a seguire con le proprie autovetture. L’escursione terminerà verso le 13.30. A seguire sarà possibile pranzare insieme a base di polenta e piatti tipici locali.

Adesioni entro venerdì 6 febbraio prossimo alle ore 12 presso Augusto Cavallo
Mail augusto.cavallo66@gmail.com
Tel 3394188277

Mara Martellotta

Empatia. Sentire, comprendere e accettare gli altri senza giudicare

“Ti capiva fin dove volevi essere capito, credeva in te fin dove ti sarebbe piaciuto credere in te, e ti assicurava di avere ricevuto da te esattamente l’impressione migliore che speravi di dare” diceva Francis Scott Fitzgerald. Questa è l’empatia, l’ inestimabile capacità di accogliere e sentire l’altro, di comprendere le sue emozioni e conoscere la sua esperienza senza calarsi nel giudizio o attivare una valutazione. 

E’ una facoltà abbastanza in controtendenza con il contemporaneoin contrasto con uno scenario sociale e culturale dove l’autocelebrazione, la continua competizione e l’egocentrismo sono le nuove virtù di riferimento e dove ascoltare l’altro anteponendo i suoi bisogni ai nostri, seppur episodicamentesembra un indicatore di  antiquata debolezza. Tuttavia qualcosa si è mosso, proprio in questo ultimo periodo questa gentildonna vestita di altrui sensazioni e conoscenza si è presentata alla nostra porta. L’esperienza di questo virus vissuta in condivisione,  la chiusura, il senso di impotenza, l’incertezza e il disorientamento che questo “veleno” ha portato con sé hanno stimolato la nostra capacità di  “coinvolgimento empatico”. Eravamo tutti lì, e parzialmente lo siamo ancora, a riorganizzarci la vita, il tempo, il lavoro, praticando rinunce e aspettando pazientemente che tutto finisse. Questa avventura ci ha costretto a “sentirci” di più, ci ha messo in una inedita posizione di comprensione.

Sapevamo perfettamente cosa provavano gli altri, in che situazione fossero, quali erano le difficoltà giornaliere da affrontare, sia emotive che pratiche. Bisogni, speranze, frustrazioni e nuove strategie di sopravvivenza ci hanno unito inevitabilmente e collocato sulla stessa lunghezza d’onda.Ecco cosa è l’empatia, non solo la capacità di “mettersi nei panni dell’altro”, ma avere ugualmente cognizione di ciò chel’altro sta vivendo, possedere le informazioni necessarie che ci garantiscano di poter  comprendere appieno la sua condizione di vita. Non solo implicazioni di tipo emotivo o sentimentali dunque, ma anche un impegno di tipo cognitivo, come afferma Lori Gruen autrice del bellissimo libro “La terza via dell’empatia”, e un lavoro continuo di aggiustamento e “calibrazione” del nostro esercizio empatico.

Pensare infatti che l’attività percettiva di cui siamo detentori sia innata o  esclusivamente connaturata è un errore, quest’ultima necessita di un lavoro giornaliero di ricerca, di sintonizzazione e rivisitazione, questo per non cadere in una eccessiva complicità sensoriale, tipica delle persone molto sensibili, o scadere, al contrario, nella completa e mancata identificazione e immedesimazione con il prossimo. Questa “percezione morale” va alimentata dunque, nutrita e sviluppata. Una mano ce la possono dare gli animali afferma la Gruen,che, capaci molto più di noi di entrare in comunione percettiva con i loro simili, sono in grado di partecipare emotivamente alla loro vita soddisfacendo così bisogni di assistenza e vicinanza. La loro spiccata  predisposizione allosservazione del comportamento altrui e la conseguente spinta all’ identificazione li rende maggiormente empatici degli appartenenti alla categoria del genere umano.

Dalla nostra storia recente dunque, dai fatti che ci hanno reso protagonisti involontari e impauriti, si rende necessario comprendere che abbiamo bisogno di empatia, di reciprocità, di scambio emotivo e conoscitivo. Al netto di ogni retorica e lungi dal conseguimento di facili adesioni cariche di sentimentalismi, dobbiamo convincerci che viaggiare abbandonati sul nostro binario, escludendo dalla nostra vita ogni corrispondenza con l’altro da noi, non può che portaci ad una malinconica solitudine.

Maria La Barbera

Perù: il cammino diventa soglia

Informazione promozionale

Foto Silvia Bessone

C’è un momento, nel viaggio come nella vita, in cui non si va più “verso qualcosa”, ma si attraversa. Il Perù è quel punto. Non una meta da raggiungere, ma una soglia da varcare.

Arrivare in Perù significa accettare che il confine non è mai solo geografico. È un confine interiore, sottile, silenzioso. Tra ciò che eravamo prima e ciò che siamo pronti a integrare. Qui, sulle Ande, la terra non è mai solo terra: è madre, è memoria, è presenza sacra. La Pachamama non è un concetto folkloristico, ma una relazione viva, quotidiana, fatta di rispetto, di gesti lenti, di offerte semplici. Camminare in Perù non è un’attività: è un linguaggio. Ogni passo ha un peso simbolico. I sentieri che portano a Machu Picchu, le strade di Cusco, i villaggi dell’Altiplano non chiedono velocità, chiedono ascolto. Il cammino qui è sacro perché è consapevole: insegna che non si attraversa un luogo senza lasciarsi attraversare.

La spiritualità andina non separa l’umano dal divino. Li intreccia. Non c’è un altare che non abbia radici nella terra, non c’è rito che non passi dal corpo. Tutto è integrazione: cielo e montagna, passato e presente, individuo e comunità. È una visione del mondo che non grida, non conquista, non esibisce. Accoglie.

Ed è forse questo che rende il Perù un luogo profondamente umano. Qui l’incontro non è mediato dalla performance, ma dalla relazione. I volti portano storie antiche, le mani lavorano ancora come facevano i nonni, i mercati sono luoghi di scambio reale, non scenografie. Viaggiare in Perù richiede rispetto: non si fotografa senza chiedere, non si consuma senza comprendere, non si attraversa senza gratitudine.

In un’epoca che corre, il Perù invita a fermarsi sul limite. A sostare. A riconoscere che ogni viaggio autentico è fatto di soglie, non di checklist. Qui si impara che l’integrazione non è cancellare ciò che siamo stati, ma includerlo in una visione più ampia.

E forse non è un caso che questo viaggio arrivi ora, a chiusura di un percorso narrativo che ha attraversato il mondo come si attraversa un’esistenza.

Il Bhutan ci ha insegnato l’ascolto.
Il Marocco la relazione.
L’India l’abbandono alla trasformazione.
L’Islanda il rispetto del silenzio.
Il Vietnam la lentezza che cura.

Il Perù raccoglie tutto questo e lo tiene insieme.

È il luogo dove il viaggio smette di essere movimento e diventa integrazione. Dove il confine non divide, ma unisce. Dove il cammino non porta altrove, ma più vicino.

E quando si riparte, non si torna a casa uguali. Si torna con un passo diverso.
Più consapevole.
Più umano.
Più intero.

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Gianduiotto d’Oro a Giuseppe Lavazza: all’Enjoybook una storia di sogni, innovazione e gloria

Nella serata di giovedì 29 gennaio, presso il teatro Juvarra di Torino, si è svolto il primo dei sette incontri che compongono la rassegna “Enjoybook – storie di libertà e visione, dove la parola incontra la musica”, un percorso costituito da testimonianze, emozioni e riflessioni, in cui le parole degli ospiti diventano materia viva, capace di restituire storie e visioni autentiche. Al via dopo cinque anni dallo stop forzato dalla pandemia da Covid 19, e le conseguenti difficoltà di riorganizzazione, Giuseppe Lavazza si è preso la scena e i tanti applausi da parte del numeroso pubblico presente allo Juvarra che, con grande partecipazione, ha ascoltato un racconto di radici, famiglia, innovazione, professionalità, visione e gloria di una delle aziende simbolo del Made in Italy nel mondo, la Lavazza.

Moderato dall’inviato Mediaset Marco Graziano, e introdotto dai promotori della rassegna Marco Francia Maurizio Conti e Cristiana Ferrini, il talk, intitolato “Giuseppe Lavazza – il Gusto dell’impresa”, ha incarnato perfettamente lo spirito con il quale gli italiani sono soliti darsi appuntamento davanti a buon caffè: un momento di condivisione autentica, di amicizia e ascolto. Attraverso le parole di Giuseppe Lavazza, che dalla sua famiglia ha sicuramente ereditato il saper essere visionario e sognatore, con una grande attenzione a non tradire le proprie radici, il tema del caffè si è trasformato in un tramite che ha condotto il pubblico nel tempo della Torino che fu e che potrebbe diventare. Un continuo stimolo a migliorare attraverso la responsabilità nei confronti del proprio sogno, il coraggio di prendersi dei rischi e l’importanza di creare connessioni umane e il sentirsi parte di una famiglia, anche sul posto di lavoro.

“La storia della Lavazza è fatta innanzitutto di persone – ha raccontato Giuseppe Lavazza – la storia di una famiglia e dei suoi collaboratori. Queste due componenti sono sempre rimaste unite fin dagli esordi, quando Luigi Lavazza, fondando nel 1895 la piccola drogheria Lavazza nel centro di Torino, si circondò fin da subito da membri della sua famiglia e da altre persone cui era strettamente legato. Nel tempo in cui il caffè si comprava per origini, Luigi Lavazza fu pioniere della miscela del caffè, creata appositamente per conferire alla sua azienda un’impronta distinguibile e non ripetibile. La continua dedizione nei confronti del lavoro, una visione chiara e un po’ di fortuna hanno creato quelle giuste condizioni di crescita che hanno portato la Lavazza, oggi, a essere un’azienda conosciuta in tutto il mondo per la sua qualità. Diciamo che questo mix di imprenditoria, famiglia, persone e innovazione rappresenta la chiave interpretativa di tutta l’epopea Lavazza”.

La serata è stata anche l’occasione per consegnare a Giuseppe Lavazza il “Gianduiotto d’Oro”, un riconoscimento che premia l’eccellenza rappresentata dall’ospite di “Enjoybook”.

“Complimenti al Dott. Lavazza per questo premio – ha dichiarato l’Assessore al Bilancio, allo Sviluppo attività produttive e Internazionalizzazione della Regione Piemonte, Andrea Tronzano, cha ha premiato Lavazza insieme alla vicesindaca di Torino Michela Favaro – e per tutto ciò che ha fatto, anche per la comunità torinese. Una storia di visione e libertà, un riconoscimento, questo, che invita a riflettere sull’importanza di sostenere chi contribuisce, ogni giorno, a rafforzare l’identità e la competitività del nostro territorio”.

Il prossimo appuntamento della rassegna, che vedrà protagonisti Beatrice Venezi, Annamaria Bernardini e Cesare Rascel, è previsto per giovedì 12 febbraio, alle 20.15, presso il teatro Juvarra.

I biglietti sono acquistabili su Mailticket al costo di 33 euro, di cui 3 saranno devoluti alla Fondazione Piemontese per la Ricerca sul Cancro di Candiolo.

https://www.mailticket.it/rassegna-custom/301/enjoybook-2026–storie-di-libert%C3%A0-e-visione

Gian Giacomo Della Porta

Un anno da record per Bioparco Zoom Torino 

Bioparco Zoom Torino e Parco Natura Viva di Bussolengo, in provincia di Verona, guidati dal gruppo OpenNature archiviano un 2025 da record con 1,2 milioni di visitatori e l’arrivo di nuove specie animali in primavera. Riapriranno il 14 febbraio prossimo. Il gruppo, con un fatturato di 36,4 milioni di euro, entra nel secondo anno dalla fusione, che lo ha reso uno dei principali attori nel panorama zoologico nazionale sui fronti dell’educazione ambientale, della conservazione  della biodiversità e della ricerca scientifica.

“La crescita – spiega Umberto Maccario, CEO del Gruppo OpenNature  – ha interessato entrambe le realtà. Il Parco Natura Viva ha superato le 630 mila presenze (+42% rispetto al 2024), mentre Zoom Torino ha registrato oltre 612 mila visitatori (+12%). Il risultato più importante è stato quello di riuscire, in tempi rapidi, a identificare i punti di forza, metterli a fattor comune e unire le competenze, creando un unico grande team pronto ad affrontare le nuove sfide del corso di OpenNature”.

Oggi i due parchi ospitano circa 300 specie animali e 2500 esemplari di fauna selvatica, inseriti nei programmi di gestione e conservazione dell’Associazione Europea degli Zoo e degli Acquari (EAZA). Accanto alla dimensione scientifica, il pubblico ha confermato il ruolo dell’edutainment come strumento di educazione ambientale.

“Se nel Parco Natura Viva ha registrato un forte interesse Jurassic Adventure e le Extra Experience – prosegue Maccario – a Zoom Torino hanno colpito l’attenzione del pubblico le nuove aree FarmLand e Cascate Zambesi, iniziative che ci permettono di raccontare la biodiversità passata e presente in modo diretto e accessibile, mantenendo il coinvolgimento educativo e il rigore scientifico”.

Mara Martellotta

I giorni della merla

Gli ultimi tre giorni di gennaio sono chiamati “i giorni della merla” e secondo la tradizione sarebbero i più freddi dell’anno.
In base al meteo del 29, 30 e 31 gennaio si potrebbero infatti “leggere” le previsioni metereologiche per l’anno appena iniziato: se il tempo è clemente la primavera tarderà ad arrivare e sarà piovosa, se invece i tre giorni sono molto freddi, la primavera sarà bella e arriverà presto.
La protagonista di tutte le leggende è una merla.
Una favola racconta che gennaio in origine aveva 28 giorni. Molto invidioso di una merla dalle piume bianchissime, si divertiva a tormentarla scatenando una bufera di neve ogni volta che il povero animale usciva in cerca di cibo. Stanca di tutte queste angherie, la merla fece scorta di viveri e rimase nel suo nido per 28 giorni; una volta uscita si dilettò a prendere in giro gennaio, pensando di averlo beffato. Messo in ridicolo, il suo nemico andò dal fratello febbraio e gli chiese altri tre giorni, durante i quali scatenò una tremenda bufera di neve.
La merla fu costretta a trovare rifugio in un camino e una volta giunto finalmente febbraio, uscì sana e salva, ma le sue piume erano diventate nere a causa della fuliggine. Da allora gennaio ha sempre avuto 31 giorni e i merli nascono con le piume nere.
Un’altra favola è ambientata a Milano e racconta di una famiglia di merli bianchi, i quali, giunti nel capoluogo a fine estate, avevano costruito il loro nido sotto una gronda. L’inverno fu però molto freddo e nevoso; a causa della mancanza di cibo il capo famiglia fu costretto ad andare a cercare un altro rifugio, stando via gli ultimi tre giorni di gennaio. Nel frattempo la moglie, per proteggere i figli, spostò il nido vicino ad un comignolo, dal quale proveniva un po’ di tepore.
Quando il merlo tornò, trovo i propri famigliari tutti neri e stando a contatto con la loro fuliggine, si scurì anch’esso. Da allora tutti i merli nascono neri.
Lo scrittore Sebastiano Pauli nel 1740 narrò due storielle sull’origine di questi giorni, legate al Po.
La prima parla di un cannone in ghisa molto pesante chiamato “merla”: i soldati piemontesi dovevano portarlo sull’altro lato del fiume e per farlo aspettarono gli ultimi tre giorni di gennaio, quando, grazie al gelo, poterono far scivolare il cannone sul ghiaccio.
La seconda racconta di una nobile signora di Caravaggio chiamata “de Merli”, la quale doveva attraversare il Po per andare a cercarsi un marito; poté farlo negli ultimi giorni di gennaio, quando passò sopra il fiume ghiacciato.
Ancora oggi in diverse parti d’Italia il 29, 30 e 31 gennaio vengono organizzate diverse celebrazioni che vedono protagonisti i canti popolari.
A Lodi due cori, sulle rive opposte dell’Adda, si “chiamano” e si “rispondono”.
La strofa iniziale di questo “botta e risposta
dice: “butta la rocca in mezzo all’aia, se è nuvolo verrà il sereno”.
In Provincia di Cremona ci si raduna attorno ad un grande falò, sul sagrato di una chiesa oppure in riva al fiume e insieme ad un coro, i cui membri vestono abiti contadini, si intonano canti popolari i cui testi variano in base alla zona, ma hanno come temi comuni l’inverno e l’amore. Qui i giorni della merla sono gli ultimi due di gennaio e il primo di febbraio.

ANDREA CARNINO

Con spinaci e ricotta la torta è speciale e stuzzicante

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Le torte salate sono apprezzate per la loro versatilità. Molto facili e veloci da preparare sono ottime servite tiepide o fredde, stuzzicanti e fantasiose

Ideali per un aperitivo con amici, una cena veloce, un antipasto o un pic nic,  le torte salate sono molto apprezzate per la loro versatilita’. Molto facili e veloci da preparare sono ottime servite tiepide o fredde, stuzzicanti e fantasiose. Un must per tutte le stagioni.

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Ingredienti:

2 rotoli di pasta sfoglia rotonda

½ kg. di spinacini freschi

1 fetta di prosciutto cotto (100gr.)

250gr. di ricotta piemontese

100gr. di taleggio

1 uovo intero, 4 tuorli

1 spicchio di aglio

50gr.di parmigiano grattugiato

sale, pepe,burro, noce moscata q.b.

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Lavare gli spinacini, saltarli in padella con una noce di burro e l’aglio, lasciar raffreddare. In una ciotola mescolare il prosciutto e il taleggio tagliati a dadini, aggiungere il parmigiano, l’uovo intero, gli spinacini, sale, pepe e un pizzico di noce moscata. Stendere la pasta sfoglia in una teglia rotonda foderata di carta forno,bucherellare il fondo, disporre il ripieno, coprire con la ricotta, fare 4 fossette in ognuna delle quali sistemare il tuorlo. Coprire con la sfoglia rimanente, saldare bene i bordi, spennellare con poco latte e cuocere in forno per 35-40 minuti a 200 gradi. Servire tiepida.

 

Paperita Patty 

Visite guidate e Fuaset al castello di Sanfrè 

Turismo in Langa APS, in partnership con Nostra Manera-Alba e le Cento Teglie, propone una serie di visite guidate al castello di Sanfrè con un finale a sorpresa dedicato ai sapori del territorio. Il castello sorge in cima al borgo, a pochi km da Bra e Carmagnola, e visitabile dalle 10 alle 12 e dalle 14 alle 18 con partenze ogni ora. Il percorso di visita prenderà il via dal giardino panoramico, da cui si gode un’ampia vista sulla pianura Cuneese e sull’arco alpino, per poi proseguire all’interno del maniero tra alcune sale cinquecentesche, tra cui lo splendido salone dei Duchi, un tempo destinato all’ospitalità dei duchi di Savoia, con alcova e soffitti impreziositi da stucchi e affreschi di fine Cinquecento. A conclusione del tour, e in occasione del periodo quaresimale, i partecipanti saranno salutati con un saggio di Fuaset, dolce tipico di Sanfrè, realizzato con pasta di pane e tradizionalmente preparato nel periodo pasquale, accompagnato da un calice di vino di produttori locali.

www.turismoinlanga.it

Mara Martellotta

Al via il 72⁰ Carnevale di Rivoli: consegnate le chiavi della città al Conte Verde

Con la cerimonia d’investitura del Conte Verde e la consegna simbolica delle chiavi della Città da parte del Sindaco Alessandro Errigo, si è aperto ufficialmente il 72⁰ Carnevale di Rivoli, organizzato dalla Pro Loco di Rivoli con la collaborazione dei Gruppi storici delle associazioni del territorio e numerosi volontari. L’appuntamento si è svolto domenica 25 gennaio scorso e ha dato vita al calendario delle iniziative che accompagneranno la città fino al momento più atteso: la sfilata dei carri allegorici, in programma domenica 15 febbraio prossimo.
Il Conte Verde, maschera ufficiale del Carnevale rivolese, si ispira alla figura di Amedeo VI di Savoia (1334 -1383), protagonista della storia medievale e profondamente legato a Rivoli, sede della corte sabauda nel XIV secolo. Il soprannome “Conte Verde” deriva dal celebre abito indossato durante un torneo del 1353, divenuto nel tempo simbolo della sua figura e della tradizione carnevalesca cittadina.
L’edizione 2026 del Carnevale si articolerà in diversi appuntamenti: dopo l’investitura del Conte Verde, sabato 7 febbraio sarà la volta del Carnevale dei bambini a Cascine Vica, con la prtenza alle 15 da largo Pistoia e arrivo ai Giardini Falcone. Il 13 febbraio sarà la volta del ballo in maschera al Centro d’incontro Don Puglisi, in via Camandona, mentre il 15 febbraio Rivoli tornerà colorarsi con la sfilata dei carri e delle majorette. Anche quest’anno l’evento si aprirà alla presenza di un gruppo di persone disabili, a conferma dell’attenzione all’inclusione che caratterizza la manifestazione. Grande spazio sarà dedicato alle nuove generazioni: il Conte Verde e il Gruppo Storico Amedeo VI faranno visita alle scuole con momenti di animazione teatrale pensata per i bambini e per trasmettere la conoscenza delle radici storiche della città. Sono previste visite alle case di riposo, in alcuni quartieri, e momenti d’incontro con l’amministrazione comunale.
Per l’ottavo anno consecutivo, grazie alla collaborazione con la Fondazione  Amleto Bertoni di Saluzzo, prende forma il Carnevale delle Due Province, con la partecipazione di carri allegorici del territorio e cinque carri a concorso. Gli eventi saranno promossi anche attraverso emittenti televisive locali, canali social e circuiti nazionali, contribuendo a dare visibilità alla Città.

“Il Carnevale è una festa che parla della nostra storia e, soprattutto, della nostra comunità – dichiara il Sindaco Alessandro Errigo – è un’occasione per ritrovarsi, stare insieme e vivere la città in modo gioioso e inclusivo, coinvolgendo famiglie, scuole, associazioni e visitatori. Attraverso il Carnevale valorizziamo le nostre tradizioni e promuoviamo Rivoli come una città viva e culturalmente attiva. L’invito è per tutti”.
“Siamo felici di dare il via a questa nuova edizione del Carnevale – spiega la Presidente della Pro Loco di Rivoli Rosy Donvito – un evento che cresce anno dopo anno grazie all’impegno dei Gruppi Storici, dei volontari e di tutte le realtà che collaborano con passione. È un momento di gioia e condivisione che unisce la città, e vedere tanta partecipazione ci riempie di orgoglio”.

Gian Giacomo Della Porta