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Maurizio Blini e le periferie del domani

C’è sempre una frontiera, nei romanzi di Maurizio Blini, e raramente coincide con quella geografica. È un confine umano, fragile, attraversato da inquietudini e rabbie che abitano le periferie delle grandi città. È lì che Blini torna a cercare i suoi personaggi nel nuovo romanzo, E se domani, in uscita il 24 febbraio come allegato de La Stampa e presentato il 19 febbraio alle 18,30 alla Libreria Belgravia di Torino.

Nel suo sguardo la provincia e la periferia non sono mai semplici sfondi. Sono organismi vivi, pulsanti, che respirano con le stesse contraddizioni dei loro abitanti. «Nei miei romanzi — racconta Blini — mi concentro sugli emarginati, sui disillusi, su chi tenta ancora di ribellarsi all’ingiustizia sociale. In E se domani ho voluto accendere i riflettori su un fenomeno che sta cambiando le nostre città: le baby gang, soprattutto latinoamericane, formate da ragazzi giovanissimi, spesso minorenni. Ci troviamo impreparati di fronte ai loro linguaggi, alle loro regole, al loro modo di stare nel mondo. È una sfida, anche per i miei investigatori.»

Il domani” di questi giovani, spiega Blini, non nasce dall’integrazione ma dalla specificità: un’identità rivendicata, tatuata sulla pelle, gridata attraverso la musica e la rabbia. Vivono in simbiosi, nei clan, in quartieri ai margini di città come Torino o Milano, dove i muri parlano di appartenenza, di padri e cartelli della droga, di violenze che sanno di antico e di inevitabile.

Le fragilità dei protagonisti di E se domani non sono confessioni da romanzo psicologico, ma fenditure aperte nella carne sociale. Dietro simboli, numeri e ferite tatuate, questi ragazzi nascondono la fierezza e la temerarietà di chi ha visto troppo presto la morte e non la teme più. «I loro equilibri precari — continua Blini — nascono dalle contraddizioni che li circondano. Spesso non esiste un contraltare che possa salvarli: il loro senso di appartenenza e fratellanza è più forte di ogni regola. Il loro rapporto con la morte è quasi metafisico; la sfidano, la ammirano. Le loro storie crescono da ferite profonde, e forse per questo credono di aver già vissuto abbastanza.»

E se domani, Blini non offre redenzioni facili, ma uno specchio in cui guardare il volto disincantato del presente. Le sue periferie — vive, rumorose, ferite — sono il luogo da cui il “domani” dei suoi personaggi prova ancora, ostinatamente, a nascere.

Valeria Rombolà

Gianni Oliva, “45 milioni di antifascisti” Il voltafaccia di una nazione 

Il noto storico torinese Gianni Oliva, classe 1952 (laureatosi al tempo con Alessandro Galante Garrone, famoso studioso del Risorgimento), ha pubblicato nel 2024, con Mondadori, un libro coraggioso ed impegnativo, che tocca uno dei nervi scoperti della nostra giovane Repubblica e, proprio per questo, più che mai contemporaneo per le riflessioni che stimola.

Cosa successe nel nostro Paese fra il 1940 e il 1945 e, domanda ancora più complessa, quali furono le adesioni nei due fronti opposti fra il 1945 e la Liberazione? Chi fu Repubblichino, chi e per quale motivo entrò a far parte della Resistenza?

Questi interrogativi risalgono, ovviamente, ai vent’anni precedenti.

Un sarcastico Winston Churchill, riferendosi al nostro Paese, scrisse in un documento: “In Italia, fino al 25 luglio, c’erano 45 milioni di fascisti, ma non mi risulta che l’Italia abbia 90 milioni di abitanti”. Il primo ministro inglese aveva toccato il tasto dolente di un’intera nazione, ed è necessario chiedersi come sia stato possibile si fosse già dimenticata di tutto questo quando, solo un pugno di anni prima, vi fu una proterva dichiarazione di guerra a Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti d’America.

La poca stima verso Roma da parte degli alleati derivava dalla sensazione che la guerra scatenata in Europa non appartenesse veramente alla volontà di un intero popolo, ma solo a quella di Benito Mussolini, dei suoi gerarchi e del Re.

Gianni Oliva non fa sconti e ammette che il Paese fu per lo più coeso con il regime: fedi sincere, ma anche opportunismo, accidia, impreparazione culturale, atavica indifferenza verso potenti che, nei secoli, contribuirono a formali ed egoistiche individualità.

Nel volume Oliva affronta anche il tema di una Repubblica Italiana, nata dalle ceneri della seconda guerra mondiale, portandosi sulle spalle le macerie del Ventennio, quindi la fine di una monarchia, le leggi razziali e l’infausta alleanza con la Germania nazista. I recenti misfatti furono attenuati da un eccellente Alcide de Gasperi, che seppe esaltare la Guerra di Liberazione partigiana (anche se limitatissima, nei numeri complessivi) durante i trattati di Pace nel 1946. Questo fuoco luminoso non risultò, tuttavia, abbastanza intenso da nascondere l’oscurità rappresentata da un riciclaggio politico di stampo fascista in posti chiave della nascente democrazia, tra cui spicca quello di Gaetano Azzariti e di Ciro Verdiani, rispettivamente Presidente del Tribunale della Razza ( e dopo 20 anni Presidente della Corte Costituzione), e Capo dei Servizi di Sicurezza dell’Italia Liberale (in Polizia dal 1916), poi di quella Fascista ed infine di quella Repubblicana.

Questo fatto è da analizzare rivolgendo uno sguardo al recente passato: la nuova nazione aveva bisogno di figure con particolari competenze, e queste non potevano che essere lentamente cresciute e stabilizzate nei decenni antecedenti il 1948. Il veloce riciclaggio di uomini del Ventennio (anche ad opera di Togliatti e grandi nomi della Resistenza) ha impedito al nostro Paese di fare un salto, chiudere definitivamente con il passato dittatoriale e ripartire da zero. Un passato che risulterà non estraneo ai fatti riguardanti i decenni successivi, tra i quali figurano mancati colpi di Stato, gli anni di Piombo e lo stragismo.

Gianni Oliva, con il suo lungo lavoro, ha perfettamente inquadrato gli scenari che hanno creato l’Italia di oggi, la nostra incapacità di chiudere il libro del passato e aprire quello del presente. Nomi, incarichi, situazioni a lungo celate come le foibe, gli alibi della Resistenza, incredibili violenze perpetrate da ‘italiani brava gente’ implacabilmente descritte con attenzione alle fonti.

“45 milioni di antifascisti” ci fa capire i motivi per cui il nostro futuro sia ancora purtroppo intriso di antichi orrori, segreti innominabili, pene non comminate, vendette non ricostruite.
“Attendiamo quindi impazienti nuove generazioni per chiudere tanto passato della nostra pagina nazionale”, l’augurio più bello e importante.

Ferruccio Capra Quarelli

Gianni Oliva, “45 milioni di antifascisti – Il voltafaccia di una nazione che non ha fatto i conti con il ventennio” (Le Scie Mondadori, Milano, 2024)

Claudia Biamonti: “La cicatrice”. Un viaggio introspettivo

Venerdì 13 febbraio alle ore 18,30, in Galleria Marco Polo, corso Vittorio Emanuele II, 86 (int. Cortile) Massimo Tallone presenta LA CICATRICE opera prima di Claudia Biamonti. Un viaggio introspettivo dove, attraverso lo sfondo della malattia, viene raccontata una vicenda dai tratti noir con taluni personaggi reali ed altri immaginari. Con forti pennellate di speranza.

La protagonista sta andando a Bologna. Ha deciso di prendersi una parentesi di svago per allontanare un poco la pressione della vita torinese, il lavoro, la famiglia, la malattia, la diagnosi. Lì, ha un appuntamento con qualcosa, con qualcuno, con una parte di sé… Come fosse un voto fatto in precedenza, o un allenamento per una gara, si impegna a scalare più volte i quasi cinquecento gradini della Torre degli Asinelli, mentre i primi giorni scorrono, fra incontri inattesi, come quello con il medico che l’ha curata tempo prima. La protagonista scoprirà che il dramma psicologico si è ramificato, a sua insaputa, in una vicenda dai tratti criminali, nella quale si sono intrecciate vischiosità umana e fango dei sentimenti, brame di malaffare e ambiguità di relazioni”.

 

Claudia Biamonti nasce e cresce nell’estremo Ponente ligure. Vive e lavora a Torino. Laureata in Psicologia Clinica e di Comunità insegna nella scuola primaria.

gianmazz

“Che la mia fine sia un racconto”: Giorgia Würth, il grande potere della letteratura

“Che la mia fine sia un racconto”, scritto da Giorgia Würth, appartiene a un modo di far letteratura che è andato piano piano perdendosi già a partire dalla seconda metà del Novecento, fino quasi scomparire, non fosse per qualche grande voce fuori dal coro, negli anni Duemila. Si tratta di quella letteratura che dall’intimismo puramente soggettivo vira e si ramifica in una più ampia analisi dello stare al mondo dell’essere umano come protagonista di un’unica comunità. Giorgia Würth, in questo libro, sembra ripercorrere le orme di quegli scrittori che, non sottomessi a un ordine politico o di credo, hanno saputo individuare e donare all’umanità la purezza della percezione elevandola a tema universale. Ricordo Carlo Emilio Gadda e il suo “Diario di guerra e di prigionia”, in cui i terribili eventi della Grande Guerra sono narrati dallo scrittore quasi fossero un affronto alla sua persona, che pagina dopo pagina diventa unica rappresentante del dolore e della sofferenza di corpi, cuori e menti trafitti dall’orrore. Una dinamica molto simile la troviamo in molti dei libri “sociali” di Antonio Tabucchi. Anche Giorgia Würth, in questo suo lavoro, ci propone un “diario” che funge da strumento per una riflessione complessa, ampia e che tocca molteplici argomenti. Le testimonianze di sofferenza di chi ha toccato con mano gli effetti del brutale conflitto israelo-palestinese non ci mettono in contatto con la semplice dimensione del dolore causato dal conflitto sanguinario, ma anche con il nostro modo di accogliere e metabolizzare le informazioni mediatiche che ne derivano, filtrate dalle nuove tecnologie. Oggi, per lo più, l’informazione arriva attraverso l’immediatezza dell’immagine, del reel social e la breve didascalia che lo contestualizza, della notizia “flash”, e leggere il libro di Giorgia Würth significa anche chiedersi se questo grande calderone di contenuti a cui ci sottoponiamo, e con il quale entriamo in azione a colpi di veloce scorrimento sul nostro smartphone, non contribuisca a una dispercezione riguardante il pericolo o la gravità di un evento, se tutto questo non causi anche una sterilità culturale e sentimentale nei confronti di un altro essere umano. Certo, le manifestazioni ProPal sono numerose, ma mi ha fatto riflettere una frase che disse un ragazzo durante un corteo a Torino: “Forse sto manifestando perché gli ideali che mi sono stati tramandati me lo impongono, ma sento purtroppo molto lontana la sofferenza di tutte queste guerre”.

Ecco, penso che questo di Giorgia Würth sia un libro necessario, e che risponda a queste preoccupazioni attraverso lo stimolo alla riflessione, riportando alla luce il grande potere della letteratura.

Dalla sinossi: “Dal 7 ottobre 2023, per molti di noi la vita non è più la stessa. Gli eventi di Gaza hanno scosso le fondamenta della giustizia, dei diritti umani e della libertà di pensiero. Per la prima volta, attraverso i social media, assistiamo in diretta a un genocidio, e questo ha lasciato un segno indelebile su chi ha scelto di non chiudere gli occhi. Dolore, rabbia e impotenza hanno spinto molti a rivoluzionare la propria vita, le relazioni, il lavoro. In questo diario collettivo, voci diverse si intrecciano per raccontare la lotta per la sopravvivenza di un popolo e l’impatto profondo di questa resistenza sulle nostre coscienze. Sono testimonianze di sofferenza, ma anche di risveglio e liberazione, in cui la Palestina diventa una lente attraverso cui ripensare noi stessi. Un’opportunità per decolonizzare il nostro immaginario, combattere l’islamofobia e il razzismo, e sfidare la disumanizzazione. La causa palestinese non è solo un conflitto geopolitico, ma un simbolo universale di dignità e umanità per chi ha il coraggio di coglierlo.
Affinché davvero non accada mai più.

“Che la mia fine sia un racconto” è un’opera potente e toccante che, attraverso la condivisione di esperienze personali, ci mette di fronte alla realtà brutale del conflitto israelo-palestinese e al suo impatto devastante sulla vita di milioni di persone. Il libro ci chiama a non rimanere indifferenti, a trasformare il dolore in azione, a rompere il silenzio e a lottare per un futuro di giustizia e di pace.

Gian Giacomo Della Porta

Rassegna dei libri del mese

Il Libro del Mese – La Scelta dei Lettori

Il libro più discusso nel gruppo Un Libro Tira L’Altro Ovvero Il Passaparola Dei Libri nel mese di gennaio è stato Mandorla Amara, recente giallo di Crstina Cassar Scalia, molto apprezzato da tutti i lettori del gruppo.

 

Appuntamento mensile con le novità da leggere: iniziamo con L’Album Blu di Yaryna Grusha (Bompiani) un romanzo autobiografico e insieme corale, che racconta un’infanzia segnata dalla censura, dall’amore clandestino per la letteratura e da una formazione civile che si intreccia con le grandi rivoluzioni dell’Ucraina contemporanea; proseguiamo con Il Cuoco Giapponese di Lucia Visonà, (Einaudi) è una fiaba metropolitana ambientata a Parigi nella quale il giovane  Hugo si muove tra cucine improvvisate, ristoranti mitici e incontri improbabili; terminiamo la nostra piccola rassegna con Apriti di Thomas Morris, (Sur) è una raccolta di cinque racconti che illustrano aspetti della fragilità maschile, alternando  realismo psicologico e slanci fantastici per parlare di paura, inadeguatezza e desiderio di essere visti.

 

Consigli per gli acquisti

 Questa è la rubrica nella quale diamo spazio agli scrittori emergenti, agli editori indipendenti e ai prodotti editoriali che rimangono fuori dal circuito della grande distribuzione.

 

Per Una Vita Ancora (Nulla Die Editore, 2025), di Marianna Guida è un romanzo  sulla crisi e sulle possibilità di rinascita, sui ruoli familiari e la necessità di conciliarli con le proprie aspettative, per lettori interessati a percorsi di crescita psicologica .

 

Incontri con gli autori

 

Sul nostro sito potete leggere le interviste agli scrittori del momento!

Abbiamo fatto quattro chiacchiere con Marco Alberici è lo scrittore emiliano che ha creato il personaggio del Commissario Marco Manfrè che torna in libreria con la sua terza indagine Dite Addio A Luana Green.

Marianna Guida torna in libreria con Per Una Vita Ancora (Nulla Die, 2026): con lei abbiamo parlato del libro e della sua visione letteraria.

 

Per rimanere aggiornati su novità e curiosità dal mondo dei libri, venite a trovarci sul sito www.ilpassaparoladeilibri.it

Libreria Belgravia: dal thriller rock di Biggio alla grafologia dell’AGI Piemonte

La Libreria Belgravia di Torino ospiterà, il 30 e il 31 gennaio 2026, due appuntamenti consecutivi che uniscono letteratura, musica e psicologia del gesto scritto, in un fine settimana che mescola energia creativa e introspezione.

30 gennaio – ore 18.30: il mondo oscuro di Eddie prende vita

Venerdì 30 gennaio, alle 18.30, Antonio Biggio e Davide Miotto presenteranno la trilogia composta da “Eddie deve morire”, “Il sepolcro di Eddie” e “L’enigma dei tre Eddie”. Un percorso narrativo che fonde il fascino dell’immaginario Iron Maiden con la tensione pura del thriller, in cui musica e mitologia metal si trasformano in materia narrativa viva.

Biggio racconta di aver voluto affrontare “l’universo degli Iron Maiden con lo stesso rispetto che si deve a una mitologia vera, non come un semplice elemento decorativo”. Nel suo lavoro, Eddie non è solo un simbolo storico della band, ma una sorta di archetipo, una presenza che attraversa i romanzi come una forza sotterranea che si riflette nel destino dei personaggi. L’autore spiega: “Il bilanciamento è arrivato quando ho deciso che il thriller dovesse rimanere thriller, con regole, tensione, indizi e conseguenze reali. L’immaginario della band entra nei momenti giusti, amplifica il senso di mistero e di ossessione, ma non sostituisce la trama investigativa. In pratica: l’indagine è la spina dorsale, la band è l’ombra che cammina dietro al protagonista”.

Questa visione si riflette anche nei legami musicali che Biggio traccia tra i suoi romanzi e i brani simbolo dei Maiden. Alla domanda su quale canzone rappresenti al meglio il primo capitolo della saga, l’autore risponde senza esitazione: “Direi Hallowed Be Thy Name. Perché è un brano che, nel metal, è più di una canzone: è un manifesto, un punto di riferimento assoluto. È identitario, definitivo, ha dentro tutto: il tempo che scorre, la paura, la lucidità improvvisa, la condanna e la ribellione.. Biggio aggiunge che quel brano incarna perfettamente “il momento in cui un personaggio è costretto a guardare in faccia la verità, senza filtri, senza vie di fuga. È il confine tra l’uomo e l’abisso. E nella mia storia, quel confine è reale.” Nel secondo romanzo, “Il Sepolcro di Eddie”, l’autore dà invece libero sfogo al suo brano preferito di sempre, “The Rime of the Ancient Mariner”, reinventandone la composizione immaginaria all’interno della trama, come ponte ideale tra mito, letteratura e rock. Un incontro che promette di coinvolgere tanto gli appassionati di musica quanto gli amanti del noir, offrendo un’esperienza di narrazione potente e visionaria.

31 gennaio – ore 17.00: la scrittura come specchio dell’anima

Sabato 31 gennaio, dalle 17 alle 19, la Libreria Belgravia aderisce alla Settimana Nazionale della Scrittura a Mano con un incontro dedicato alla grafologia, in collaborazione con AGI Piemonte. Tre esperte dell’associazione accompagneranno il pubblico in un percorso alla scoperta delle potenzialità della scrittura manuale, tra osservazione del tratto, personalità e forma del pensiero

A presentare l’iniziativa è la Presidente dell’Associazione Grafologica Italiana Tatiana Zucco, che spiega come la missione dell’ente sia quella di diffondere la consapevolezza dell’importanza dello scrivere a mano, inteso come espressione autentica della persona in tutte le sue dinamiche. “Agi – Associazione Grafologica Italiana nasce con l’obiettivo di diffondere l’importanza dello ‘Scrivere a mano’, quale espressione della Persona, in tutte le sue dinamiche. Questa finalità viene perseguita sia a livello nazionale sia locale, con incontri gratuiti e progetti rivolti soprattutto alle scuole. Un ruolo determinante è svolto dai colleghi grafologi esperti in Educazione del gesto grafico, che organizzano e orientano le attività in questo ambito.” LaPresidente sottolinea anche come l’avvento delle tecnologie digitali e dell’intelligenza artificiale stia modificando il rapporto con la scrittura a mano. “Il digitale velocizza gli scambi e la comunicazione, ma manca ancora una cultura sociale e scolastica consapevole di questi effetti. Il nostro lavoro serve anche a sensibilizzare gli insegnanti verso una didattica condivisa che preveda l’insegnamento del corsivo, fondamentale per una crescita armonica dell’individuo.” L’impegno dell’AGI si scontra con la scarsità di fondi pubblici, ma l’associazione continua a promuovere progetti sostenuti dalle sezioni locali e dagli educatori del gesto grafico. “Le ricerche scientifiche contemporanee,” conclude la Presidente, “hanno finalmente ribadito che scrivere a mano aiuta a sviluppare le corrette funzioni cerebrali di un individuo. Ed è proprio questo che ci motiva a proseguire con rinnovata energia.

Gli incontri si svolgeranno presso la Libreria Belgravia, in via Vicoforte 14/d, 10139 Torino. La libreria è attiva come spazio eventi e offre un ampio calendario di presentazioni, incontri culturali e iniziative per il territorio torinese. Per informazioni e prenotazioni è possibile contattare la libreria al numero 347 5977883 (anche WhatsApp) oppure via email all’indirizzo libreria.belgravia@gmail.com.

VALERIA ROMBOLA’

Nel sangue di Garlasco: Gianluca Zanella tra verità, dubbi e nuove domande sul caso

Venerdi 30 gennaio, alle 18:00, insieme alla iena Alessandro De Giuseppe e agli ingegneri Porta e Occhetti, il giornalista Gianluca Zanella presenta il libro che racconta la storia dell’omicidio di Chiara Poggi.

Se non hai seguito il caso Garlasco e non sai cosa sta succedendo attorno all’omicidio della povera Chiara Poggi hai bisogno di questo libro. Se sai tutto su Garlasco e cerchi di districarti tra verità, inesattezze e inaccuratezze allora hai bisogno di questo libro.

Gianluca Zanella dal 2017 segue le vicende che portarono alla condanna di Alberto Stasi. Ha letto tutte le carte, ha indagato, ha scritto. È forse insieme alla giornalista Rita Cavallaro colui che più di tutti si è immerso in una vicenda che vede mettere in discussione una condanna definitiva. Ha un canale su youtube, ed è quindi uno youtuber o content creator, ma è soprattutto un giornalista. Uno di quelli bravi, che racconta con lucidità una vicenda su cui non c’è ancora la parola fine.

Edito da Ponte alle Grazie, “Nel sangue di Garlasco” , che vanta già numerose ristampe, è un saggio che fa il punto della situazione. Sarà presentato venerdì alle 18 al Cap10100; un’occasione di dialogo insieme all’autore, alla iena Alessandro De Giuseppe e agli ingegneri Porta e Occhetti. Potrete così porre le vostre domande, io le mie gliele ho fatte telefonicamente.

Zanella secondo lei Stasi è innocente?

Ti rispondo in due modi. Secondo me è innocente. Nel corso degli anni, avendo approfondito la vicenda, me ne sono convinto. Però non è la mia convinzione che porto avanti come tesi del libro. Io porto le carte. E anche mantenendo in dubbio la colpevolezza o l’innocenza di Stasi, non poteva essere condannato con quegli indizia a suo carico. E questo lo si evince leggendo la sentenza d’appello bis del 2014. Quella sentenza ha delle criticità per le quali nessuno, ma non parlo solo di lui, parlo di chiunque. Va bene il processo indiziario ma con quel processo indiziario non poteva portare nessuno in galera.

Possiamo dire oggi che Stasi è stato incastrato? 

Non me la sento di affermarlo con certezza, anche perché per sostenere una cosa del genere bisogna poterla dimostrare. È però indubbio che siano emersi elementi potenzialmente favorevoli all’innocenza di Stasi che non sono stati valorizzati, o addirittura ignorati, come la vicenda del DNA, mentre altri aspetti, invece, sono stati ingigantiti a suo sfavore.
In certi casi, oltre all’enfasi, si sono viste operazioni che hanno dato l’impressione di un lavoro “sartoriale”, quasi volto a cucire addosso a Stasi la cappa della colpevolezza.

Mi riferisco in particolare alla questione del DNA e a quella dei graffi sulle braccia. Per entrare più nello specifico: siamo nel 2014, poco prima dell’apertura del processo di appello bis. Stasi arriva da due assoluzioni, ma la Cassazione dispone un nuovo appello e, nell’estate del 2014, si cercano prove contro di lui perché, di fatto, non ce ne sono. Rimangono solo gli stessi indizi per cui era già stato assolto, e per inciso verrà poi condannato, ma in quel momento ciò che si cerca è la “pistola fumante”.

L’intuizione arriva dalla parte civile: l’avvocato Tizzoni, nel 2014, propone di analizzare i margini ungueali di Chiara Poggi con nuove tecniche e strumentazioni, per verificare l’eventuale presenza di DNA maschile. L’obiettivo era evidente: trovare il DNA di Alberto Stasi e sostenere che Chiara si fosse difesa graffiando il suo aggressore. La presenza del DNA di Stasi sotto le unghie sarebbe stata plausibile comunque, dato che era il fidanzato e la sera precedente erano stati insieme. Ma immagina l’impatto processuale se si fosse trovata quella traccia.

L’8 settembre 2014 Stasi deve presentarsi per il prelievo del DNA. Il giorno prima, il 7 settembre, l’ANSA pubblica un lancio che parla di presunti graffi sulle sue braccia. Un carabiniere, intervistato a sette anni dai fatti e poi ascoltato anche in aula, riferisce di quei «graffi», salvo poi correggere parlando di semplici arrossamenti.

Risultato: alla vigilia del prelievo del DNA si diffonde la notizia dei graffi sulle braccia di Stasi. Se sotto le unghie di Chiara fosse stato trovato il suo DNA, l’accoppiata graffi + DNA avrebbe avuto un peso enorme. Ecco perché parlo di operazione “sartoriale”, costruita per cucire addosso a Stasi il cappotto della colpevolezza.

Questo è un esempio lampante di come alcuni elementi, anche grazie a una narrazione mediatica distorta, siano stati “aggiustati”. È un caso particolarmente significativo.

Perché ingigantire i fatti e costruire una narrazione del genere? Per via della spettacolarizzazione del processo? Forse una procura, travolta dall’attenzione pubblica, si sente obbligata a consegnare un colpevole? O si è piuttosto cercato di sviare dai veri responsabili?

Personalmente non credo, salvo smentita dei fatti, che in questa storia ci sia qualcuno tanto potente da deviare un’intera indagine. Con qualche eccezione possibile, ma ci arrivo. Io penso piuttosto a una concatenazione di eventi, a un effetto domino.

Immaginiamo questa vicenda come una fila di tessere: da un lato la pressione mediatica, dall’altro quella sugli investigatori, che a loro volta avevano pressioni dai superiori, che a loro volta ne ricevevano dai magistrati per arrivare a un colpevole. A questo va aggiunto un mix di incompetenza ed errori.

Nell’immediatezza del delitto, sulla scena sono intervenuti tre reparti diversi dei Carabinieri, territoriale, compagnia di Vigevano e nucleo operativo di Pavia, producendo una quantità enorme di materiale, spesso incoerente. In mezzo a questo caos, se qualcuno ha sentito il bisogno di “mettere a posto” qualcosa, ha potuto farlo senza attirare l’attenzione. Mi riferisco, per esempio, alla sparizione dei mozziconi di sigaretta dal portacenere in cucina, o dei pallini di carta che nelle foto del 13 agosto sono presenti sul tavolo e in quelle del 14 non ci sono più.

Non parlo di un depistaggio generale, ma di interventi mirati. Potrebbero essere suggestioni: magari la finestra era aperta e i pallini sono volati via. Ma in assenza di spiegazioni, per me quei pallini e quei mozziconi sono stati fatti sparire. E se è stato un errore, è un errore chirurgico: proprio su elementi dove sarebbe stato certo trovare DNA (sigarette in bocca, pallini arrotolati tra i polpastrelli). Questi buchi nella vicenda generano inevitabilmente sospetti, illazioni e alimentano un rumore di fondo che ancora oggi rimane fortissimo. Assordante, direi.

Nel capitolo dedicato al Santuario della Madonna della Bozzola si accenna a un possibile collegamento con l’omicidio di Chiara Poggi. Secondo te esiste davvero un legame?

No, assolutamente no. Il Santuario della Bozzola è un contesto interessante perché mostra un certo modo di affrontare i problemi: nascondere la polvere sotto il tappeto, mantenere le apparenze, evitare scandali a ogni costo. E questo atteggiamento ricorre anche nella vicenda del delitto di Garlasco, ma solo come dinamica culturale, non come collegamento diretto.

Alla Bozzola esistono testimonianze che parlano di ambienti ambigui, persone losche, seminaristi che avrebbero subito violenze. Ma da qui a collegare tutto al delitto di Garlasco ce ne passa. Ho studiato a fondo lo scandalo della Madonna della Bozzola, quello che coinvolse Don Gregorio: ho letto le carte del procedimento e non c’è un singolo riferimento al delitto di Garlasco.

Non c’è nemmeno alcun riferimento da parte di Flavius Savu, il cittadino romeno che estorceva denaro a Don Gregorio. Savu, intercettato dai Carabinieri, usava qualunque espediente pur di ricattare non solo Don Gregorio, ma anche altre persone. Inventava di tutto per ottenere soldi, davvero di tutto. Quindi, se avesse saputo qualcosa sull’omicidio di Chiara Poggi, pensi che non avrebbe sfruttato quella carta?

Invece Savu inizia a parlare solo dopo il suo arresto, tra il 2016 e il 2017, quando va alle Iene sostenendo di sapere qualcosa. Dice di aver riconosciuto Andrea Sempio e Michele Bertani assegnando loro i soprannomi di “sadico” e “picchiatore”, ma quando fa queste dichiarazioni la foto di Sempio era già stata pubblicata sui giornali. Questo lo rende totalmente inattendibile.

In sintesi: il contesto della Bozzola è interessante perché racconta un certo mondo e certe dinamiche, ma un collegamento diretto con l’omicidio di Chiara Poggi non c’è.

Il libro mette in luce molte incongruenze e mancanze. Parlando con la gente, noto due sentimenti opposti: da un lato la paura che ciò che è successo a Stasi possa capitare a chiunque; dall’altro, lo scetticismo di chi pensa che non cambierà nulla, che non si arriverà a una verità e che nessuno pagherà.

Per quanto mi riguarda, ritengo molto probabile che si arrivi a un processo nei confronti di Andrea Sempio. Condivido però in parte quella paura: sono convinto che non ci sia un solo responsabile, al di là di Sempio o di Stasi, e temo che possa finire per pagare solo uno per tutti.

I piani sono distinti: con gli elementi emersi, Alberto Stasi ha buone possibilità di ottenere la revisione del processo. Ma immaginiamo lo scenario in cui Stasi venga riabilitato e Sempio assolto (o neppure processato): resterebbe un cold case, e sarebbe una sconfitta per la giustizia italiana e per chi segue questa vicenda da anni.

Qualunque esito ci sarà, qualcuno resterà scontento: se Stasi venisse riabilitato e Sempio condannato, c’è chi direbbe comunque che un assassino l’ha fatta franca e un innocente ha pagato.

Sul piano oggettivo, il limite più grande è il tempo: le nuove indagini sono efficaci, ma arrivano dopo quasi 19 anni. Io resto convinto che più persone siano coinvolte nell’omicidio, e che alcune abbiano avuto un ruolo più grave nel nascondere le tracce.

Talvolta i cold case si risolvono dopo molti anni, basti pensare al delitto dell’Olgiata. Qualcuno decide di parlare, oppure le prove c’erano ma non erano state interpretate correttamente. In parte sta accadendo anche qui.

Ci sono casi risolti persino dopo trent’anni. Io spero che si possa mettere la parola fine anche su questo, ma temo che alla fine possa pagare solo una persona per responsabilità che, a mio avviso, sono condivise.

Leggendo il tuo libro, molti vanno a cercare gli articoli dell’epoca e scoprono che “era già tutto lì”. Se oggi si rivedono i vecchi documenti, le trasmissioni dell’epoca, i commenti in TV, sembra di entrare in un universo parallelo: quel soccorritore che disse “sembra la lite tra due donne”, le ipotesi iniziali su due killer… e oggi si torna a parlare di almeno due persone sulla scena. Non credi ci fosse già tutto?

Nelle carte c’è molto, ma sono mancati approfondimenti investigativi cruciali: le carte non dicono tutto perché in molti casi le indagini non sono state fatte, quindi quelle carte non esistono.

Prendiamo l’inchiesta su Sempio del 2017: io quelle carte le ho lette, da lì è partita la mia indagine. Se si rilegge ciò che scrivevo già nel 2021 sembra scritto oggi, perché descriveva questioni che erano evidenti dalla semplice lettura: il fatto che Sempio si presentò all’interrogatorio sapendo già cosa gli avrebbero chiesto; il giro anomalo di documentazione. Non era un mistero: era un segreto di Pulcinella. Molte cose erano davanti agli occhi, ma non sono state valorizzate.

Altre invece non sono state fatte: ad esempio molte illazioni su Marco Poggi sarebbero state facilmente smentite se fossero stati acquisiti i tabulati del suo telefono.

Oggi abbiamo però un’ultima “macchina del tempo”: il computer di casa Poggi, usato da tutta la famiglia. È probabilmente l’ultimo strumento che ci permette di tornare al 2007, non solo ad agosto, ma ai mesi precedenti.

Alla presentazione del tuo libro, che si terrà venerdì 30 gennaio al Cap 10100, oltre alla iena Alessandro De Giuseppe saranno presenti anche gli ingegneri Porta e Occhetti, che nel 2009 individuarono l’alibi di Stasi fornendo la loro perizia al giudice Vitelli e che hanno poi proseguito con i loro studi, fornendo recentemente nuovi dettagli sul computer di Chiara Poggi. Perché tanta attenzione su quel computer?

L’evidenza che abbiamo è parziale. Le ricerche che Chiara Poggi aveva effettuato erano salvate online, ed erano ricerche molto particolari: alla luce di ciò che è poi accaduto, sembrano tessere di un puzzle incompleto.

Nel libro scrivo una cosa in cui credo fermamente: Chiara aveva scoperto qualcosa. Un segreto grave, che riguardava probabilmente qualcuno a cui teneva molto. Ne rimase spaventata, non comprese del tutto la natura di ciò che aveva trovato e cercò di informarsi. Quel suo approfondire mise in allarme qualcuno, forse più di una persona. Ed è qui, secondo me, il nodo centrale della vicenda.

Il delitto di Garlasco non è un omicidio d’impeto o maturato sul momento. È qualcosa che covava sotto la cenere. Le ricerche di Chiara risalgono a uno-due mesi prima della sua morte.

Analizzare quel computer oggi non ci direbbe solo cosa cercava Chiara, ma anche cosa facevano gli altri membri della famiglia. È lì che potrebbe trovarsi il bandolo, almeno per ricostruire il contesto in cui il delitto è maturato. Forse non ne uscirebbe il nome dell’assassino, ma scopriremmo come veniva usato quel computer, quali interessi c’erano e se qualcosa stava preoccupando Chiara. Di questo sono certo.

Parliamo di comunicazione. Attorno a Garlasco non ci sono più solo i media tradizionali, ma anche youtuber, opinionisti e persone comuni che seguono e interagiscono. Nel momento in cui un giornalista in TV dice qualcosa, sui social si ribatte, e questi messaggi arrivano forte e chiaro anche ai diretti interessati. Secondo te questo può rappresentare un momento di svolta per il giornalismo?

Io credo che sia un’evoluzione del tutto naturale: una diversificazione dei mezzi con cui si comunica. A volte mi chiedono se questi nuovi strumenti siano più affidabili, visto il successo di youtuber e podcaster, ma in realtà credo sia soprattutto una questione pratica: quando sei in macchina non puoi guardare il telegiornale o leggere il giornale, e allora ascolti il podcast, la diretta, o la puntata su YouTube del tuo creator di fiducia. È una questione di facilità di fruizione dei contenuti e di immediatezza.

In più, una diretta YouTube si può improvvisare: nel giro di un quarto d’ora, o meno, puoi essere online. Uno studio televisivo invece ha tempi e modalità di ingaggio molto più pesanti e lunghi, e quindi si muove a una velocità diversa.

Tutto questo offre grandi vantaggi, ma è soggetto anche a grandi distorsioni, perché molti youtuber possono diventare inconsapevolmente un megafono di operazioni orchestrate per agitare il pubblico o attirare attenzione.

 

O gli stessi possono incappare in errori banali.

Spesso, come nel caso Garlasco, ci sono stati molti esperti o presunti tali. Io stesso, che lavoro in questo campo da anni, mi sono trovato con persone che hanno iniziato a studiare la documentazione solo mesi dopo, mentre io avevo impiegato mesi a leggere tutta quella montagna di carte. Puoi avere talento e spirito critico, ma ripubblicare materiale senza averlo approfondito porta a disinformazione. Dico in generale senza fare nomi specifici.

Mi interessa la questione della partecipazione collettiva. La comunicazione nel 2007 era per lo più univoca. C’erano i media tradizionali e pochissima interazione con le notizie. Qui c’è uno scambio. Gli stessi che fanno TV controllano il sentiment sui social. Non siamo più fruitori passive di notizie. Anche noi pubblico abbiamo una voce.

Abbiamo un’interazione con il pubblico molto intensa e riceviamo ogni giorno montagne di messaggi, molti su Garlasco, ma tra questi emergono anche cose interessanti. Per esempio, insieme a Bugalalla, abbiamo ricevuto le famose foto che ritraggono Sempio davantii casa Poggi a poche ore dalla scoperta del delitto: incredibile, perché il marito della fotografa dell’epoca le ha mandate non a un giornale o alla procura, ma a due youtuber. Il pubblico percepisce lo youtuber come più vicino e contattabile rispetto al giornalista tradizionale. Poi io sono anche giornalista, ma qui ti parlo da youtuber.

Facciamo un parallelismo tra comunicazione nel 2007 e nel 2025. Se chi indaga commette errori, la partecipazione attiva del pubblico, scrivere, fare domande, chiedere conto,  può garantire maggiore correttezza?  Nel 2007 l’opinione pubblica riceveva le notizie passivamente; oggi è attiva sui social e questo nuovo modo di interagire può indurre chi sbaglia a pensarci due volte, perché tutto finisce sotto l’occhio del pubblico. Se chi indaga ha fatto errori, la partecipazione collettiva può essere garante di correttezza?

Io credo che chi indaga possa lavorare bene o male indipendentemente dall’esposizione mediatica, che spesso dura poco. Personalmente, però, oggi sento molto più la pressione del pubblico rispetto a un anno fa. Questo mi spinge a verificare tutto cento volte prima di fare un video o scrivere un articolo, perché i feedback arrivano subito. Se faccio una sciocchezza, me lo fanno notare all’istante. Quando scrivevo per un giornale non era così: i feedback erano più rari e indiretti.

E questo vale anche per chi lavora nei casi giudiziari: oggi certe leggerezze emergono subito. Penso all’episodio di Stefania Cappa che, in un’intercettazione, dice «ma figurati chi va a controllare» quando parla con il sostituto del medico che avrebbe firmato delle ricette mettendo un nome diverso dal suo. O alla questione delle firme e dei verbali: sono saltate fuori incongruenze, firme mancanti o verbali con dei buchi.

E sapendo che tutto viene scrutato sotto la lente dei social, non pensi che questo porterà a commettere meno errori in futuro?

Ripeto: oggi questo caso è talmente sotto gli occhi di tutti che, così come sento io la pressione del pubblico, credo che anche chi indaga sia portato a lavorare meglio rispetto al passato. Non tanto per virtù, quanto perché nel 2007 o nel 2009 era impossibile immaginare che questa vicenda sarebbe diventata un caso “per eccellenza”, destinato a rimanere nell’immaginario collettivo.

All’epoca era una storia che riempiva i palinsesti e vendeva giornali, ma comunque entro i confini della cronaca nera. Oggi invece è diventata qualcosa di enorme: basta una dichiarazione o un dettaglio fuori posto per scatenare immediatamente l’attenzione pubblica. Questo, secondo me, spinge anche gli inquirenti a maggiore cautela.

La mia speranza è che Garlasco, proprio perché è diventato un caso mostruoso per attenzione e risonanza, segni anche una svolta nelle indagini future.

Ho l’impressione che ci siano persone che temono la procura di Pavia e queste indagini, e non parlo di avvocati o consulenti di parte, ma di opinionisti, blogger e instagrammer. Hai anche tu questa sensazione? E perché?

Guarda, credo sia molto semplice: manca l’onestà intellettuale di rivedere le proprie posizioni. Io lo dico sempre e ti chiedo di riportarlo: se un domani venissi smentito su ciò che sostengo, per esempio se mi portassero la prova che Alberto Stasi è colpevole, io ammetterei di essermi sbagliato, in buona fede. Non mi arrampicherei sugli specchi.

Il problema è che molte persone fanno esattamente questo: anche di fronte a elementi che dovrebbero far sorgere almeno un dubbio, rifiutano di ammetterlo. Vivono il dubbio come una sconfitta, una perdita di credibilità, quasi un disonore.

Ultima domanda, anche se hai già risposto: arriveremo alla verità? E se Stasi è davvero innocente, scopriremo chi ha ucciso Chiara Poggi?

Io non faccio previsioni, non faccio sogni, posso solo dire che spero di sì. La Procura sta lavorando molto bene e molte delle cose fatte finora sono emerse solo col tempo. Al momento abbiamo una visione parziale di ciò che è stato fatto e di ciò che stanno ancora facendo. Credo che faranno tutto il possibile per individuare l’autore di questo delitto.

Se avete domande, l’appuntamento con Gianluca è al Cap10100 di Corso Moncalieri 18, alle 18 venerdì 30 gennaio. L’entrata è libera fino a esaurimento posti con possibilità di prendere biglietti gratuiti su Eventbrite.

Lori Barozzino 

Caluso: “Invisibile”, il nuovo romanzo di Debora Bocchiardo

verrà presentato sabato 31 gennaio a Caluso, presso la biblioteca Mottini

La biblioteca Mottini, in collaborazione con l’associazione Vivi la Biblioteca Odv di piazza Mazzini 2, a Caluso, proporrà sabato 31 gennaio, alle 16, la presentazione del nuovo romanzo “Invisibile”(Edizioni Pedrini) della giornalista e scrittrice Debora Bocchiardo.

Il romanzo ha debuttato lo scorso anno al Circolo dei Lettori di Torino, riscuotendo un buon successo si pubblico e anche alle principali fiere di editoria sia in Italia sia all’estero.

Dopo il salone di Francoforte, il romanzo è ora in vendita oltre che presso le librerie italiane o agli eventi, anche sui principali portali Internet e in librerie multilingue di Parigi e di Lisbona.

“La vicenda umana al centro di questo mio settimo romanzo- spiega l’autrice Debora Bocchiardo- è inventata, sono frutto di ricerca il contesto e le condizioni sociali in cui è inserita. La protagonista è una donna che affronta la vita e le sfide che essa le porta tra l’indifferenza del mondo che la circonda. Nonostante tutto la solitudine diventerà la sua forza. Vittorie e sconfitte si alternano nella vita forgiandola attraverso mille vicissitudini , a partire da quando rimane orfana nel 1919 per poi arrivare praticamente ai giorni nostri. Alla base di questa mia nuova avventura letteraria vi sono, da un lato, una condanna all’indifferenza e, dall’altra, un invito alla vita, ad accoglierla e sfidarla senza mai arrendersi pur di perseguire i propri obiettivi”.

“Il nuovo romanzo di Debora Bocchiardo – spiega il direttore editoriale Ennio Pedrini – si impone nella dura scorrevolezza degli eventi che si dilatano nella vita della protagonista, per condurci in un labirinto carico di suspense. I personaggi del romanzo si appropriato delle atmosfere e delle ambientazioni metropolitane, dalla capitale francese, Parigi, a quella piemontese, Torino, fino ai borghi di Castellamonte e del Canavese”. Il lettore viene coinvolto all’interno di una narrazione brillante, quasi un viaggio alla ricerca della giustizia. Il libro è un gioiello da scoprire, dalle trame intricate, protagonista una donna dalla vita pericolosa e complicata, che conduce un’esistenza tra la guerra e il dopoguerra, in un gioco sottile cui le apparenze esplorano anche rapporti ambigui. Debora Bocchiardo conferma il suo talento nel creare storie e personaggi che conducono tra strade oscure e inquiete una donna, invisibile, che saprà prendersi la sua rivincita. Si tratta di un giallo aperto al ragionamento e agli Intrecci casuali, che rivolge uno sguardo duro e penetrante alla critica sociale del tempo, sviluppando un sottile fil rouge con la realtà contemporanea.

Mara Martellotta

Fondazione Amendola, Giulio Napolitano presenta “Il mondo sulle spalle”

Giovedì 5 febbraio, alle ore 18, la Fondazione Giorgio Amendola di Torino, ospiterà in collaborazione con Legacoop Piemonte e Generazioni Legacoop la presentazione del libro “Il mondo sulle spalle”, una storia familiare e politica di cui l’autore è Giulio Napolitano, giurista e Professore Ordinario di Diritto Amministrativo all’Università degli Studi Roma Tre, nonché figlio di Giorgio Napolitano. Il volume unisce dimensione privata e storia pubblica, tracciando un ritratto inedito dello statista e dell’uomo. Attraverso uno sguardo intimo e partecipe, il racconto ripercorre i principali snodi della storia italiana dell’ultimo mezzo secolo, offrendo una prospettiva rigorosa su un lungo percorso politico e umano. All’incontro porterà i saluti istituzionali Alessandro Regge, coordinatore di Generazioni Piemonte, il coordinamento under 40 di Legacoop Piemonte. Con l’autore dialogherà Sofia Ferrari, direttrice della biblioteca della Fondazione Giorgio Amendola. La moderazione è affidata a Giancarlo Quagliotti, storico dirigente del Partito Comunista.

“La presentazione si inserisce nel programma culturale della Fondazione Amendola, da sempre impegnata nella promozione della memoria storica, del pensiero politico e del confronto pubblico sul grande tema della democrazia italiana – dichiara Domenico Cerabona, direttore della Fondazione Giorgio Amendola – in questo caso specifico, al centro della presentazione la storia umana e politica in grado di narrare non solo una vicenda individuale, ma diversi decenni del nostro Paese, dai comizi alle feste dell’Unità, dalle manifestazioni alla vita di partito. Al Presidente Napolitano ci lega una profonda sintonia culturale e politica, essendo stato uno dei più celebri allievi della scuola comunista napoletana di Giorgio Amendola nel secondo dopoguerra e, di fatto, colui che ha raccolto il testimone del riformismo e dell’europeismo del PCI”.

“Siamo molto contenti di questa iniziativa, che abbiamo voluto rivolgere alle giovani generazioni di cooperatori e cooperatrici – spiega Dimitri Buzzio, Presidente di Legacoop Piemonte – la presentazione del libro di Giulio Napolitano rappresenta un’occasione per approfondire la storia del nostro Paese e della nostra Repubblica, ripercorrendo l’impegno politico di Giorgio Napolitano, il cui ruolo di Presidente è coinciso con anni attraversati da tensioni profonde e significativi cambiamenti. L’appuntamento è anche l’occasione per ricordare, a poco più di un anno dalla sua scomparsa, la figura di Clio Bittoni, madre dell’autore, già dirigente dell’Ufficio Legislativo di Legacoop Nazionale, contribuendo ad alcuni dei successi più importanti del movimento cooperativo”.

Giovedì 5 febbraio, ore 18, Fondazione Amendola -via Tollegno 52, Torino. Appuntamento a ingresso libero.

Mara Martellotta

Il Book Retreat, rigenerarsi con i libri

Una pratica di cura di sé tra silenzi, natura e condivisione

C’è un modo nuovo di avvicinarsi ai libri: rallentare, isolarsi dal rumore quotidiano, dedicare tempo e attenzione alla lettura o alla scrittura in un luogo pensato per nutrire mente e immaginazione. È questo il cuore del book retreat, una formula che sta conquistando lettrici e lettori in tutto il mondo. Si tratta di soggiorni di durata variabile, da un weekend a una settimana, pensati per chi desidera immergersi completamente tra le righe di un libro. A differenza di una semplice vacanza, il book retreat ha come centro l’esperienza letteraria: ore dedicate alla lettura, momenti di silenzio, confronto con altri partecipanti e talvolta incontri con scrittori, editor o formatori. Le prime esperienze di questo tipo nascono nei paesi anglosassoni, soprattutto nel Regno Unito e negli Stati Uniti, sull’onda dei writer’s retreat e dei silent retreat. Nel frattempo l’idea si è diffusa anche in Europa trovando spesso sede in luoghi immersi nella natura: casali di campagna, monasteri riconvertiti, rifugi di montagna e piccoli borghi lontani dal turismo di massa.Ciò che distingue un book retreat è la qualità del tempo che si vive. Le giornate sono scandite da ritmi lenti: lettura individuale, scrittura libera o guidata, passeggiate, pasti condivisi, talvolta meditazione o yoga. La tecnologia è ridotta al minimo, se non addirittura assente, e il silenzio diventa un alleato prezioso. Alcuni ritiri sono tematici, altri puntano sull’esperienza comunitaria, altri ancora sul raccoglimento individuale. Anche in Piemonte si organizzano iniziative che richiamano lo spirito del book retreat. Esempi concreti includono ritiri di lettura e mindfulness nelle risaie vercellesi, combinando lettura, meditazione, natura e condivisione. Sul territorio ci sono inoltre festival letterari e circoli di lettura, come l’Independent Book Tour, che attraversa Torino, Alessandria, Asti e Cuneo, offrendo incontri con autori, presentazioni e momenti di scambio culturale in un’ottica di “bibliodiversita’”. Sebbene i ritiri strutturati di più giorni siano ancora pochi, l’offerta sta crescendo grazie a biblioteche, agriturismi e B&B che propongono esperienze culturali immersive. Organizzare un book retreat è importante perché offre più di un semplice momento di lettura: crea uno spazio di profondità mentale e benessere emotivo, riduce lo stress, migliora la concentrazione e permette di ritrovare calma e piacere nella quotidianità. La lettura diventa una pratica di cura di sé, un modo per riflettere, assorbire nuove idee, ristabilire equilibrio e creare legami con chi condivide la stessa passione. In un mondo che corre, fermarsi a leggere significa fare spazio per pensare, sentire e immaginare.

Il book retreat, dunque, non è solo un evento culturale, ma un’esperienza che rallenta il tempo, rigenera la mente, nutre le emozioni e rinnova la relazione con i libri. Un viaggio interiore che continua ben oltre i giorni del ritiro, trasformando la lettura in un atto di cura.

Maria La Barbera