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Un viaggio nella letteratura torinese che trasforma strade, piazze e caffè in storie indimenticabili

Dai classici dell’Ottocento ai bestseller contemporanei

La letteratura torinese ha conosciuto diverse fasi di grande vitalità. Alla fine dell’Ottocento, Torino emerge come città dell’editoria grazie alla diffusione di giornali, riviste e case editrici che favoriscono la nascita di diversi scrittori. Nel primo Novecento, tra le due guerre, la nostra splendida città diventa luogo di fermento intellettuale: qui si intrecciano scrittori, giornalisti e critici e si ospitano le prime riviste letterarie moderne. Negli anni ’60, grazie a diversi autori e autrici Torino è stata teatro di una letteratura più domestica e riflessiva, capace di raccontare la vita quotidiana con profondità psicologica. Negli anni ’70 e ’80, invece, la città si distingue nel giallo e nella narrativa urbana con una discreta dose di ironia sociale.

 

Dal 2000 in poi, la narrativa contemporanea torinese, riconferma la città come laboratorio creativo, capace di raccontare emozioni universali in chiave moderna. Cinque libri, tra autori nati in città e opere strettamente legate a essa, narrano di storie che hanno contribuito a definire l’immagine culturale del capoluogo piemontese. In cima alla lista c’è La solitudine dei numeri primi di Paolo Giordano, nato a Torino. Pubblicato nel 2008, ha venduto oltre un milione di copie in Italia e ha conquistato lettori in tutto il mondo. Il romanzo racconta la vita di Alice e Mattia, segnati da traumi infantili, e Torino appare come sfondo silenzioso e concreto: dalle vie universitarie agli spazi urbani sospesi tra modernità e classicità, la città riflette le fragilità e le introspezioni dei personaggi. Tra i classici, spicca certamente Lessico famigliare di Natalia Ginzburg,Premio Strega 1963. L’autrice nacque a Palermo, ma la sua famiglia si trasferì a Torino, e la città permea le dinamiche familiari e sociali del romanzo. Le strade del centro, le piazze borghesi e le conversazioni domestiche raccontano Torino come luogo di formazione culturale e civile. Il libro ha accompagnato generazioni di lettori, consolidando l’immagine di Torino come città che unisce vita privata e fermento intellettuale. La donna della domenica di Carlo Fruttero e Franco Lucentini (1972) è un giallo-letterario in cui Torino diventa un vero e proprio personaggio. Dai caffè storici di Piazza Vittorio Veneto alle vie eleganti del centro, l’opera restituisce un’immagine di Torino colta e cosmopolita, in bilico tra ironia e mistero. I due autori torinesi hanno poi scritto A che punto è la notte, proseguendo la saga del commissario Santamaria e confermando la città come palcoscenico ideale per storie di indagine e riflessione sociale.Non si può dimenticare Cuore di Edmondo De Amicis (1886), il cui racconto scolastico e morale ha segnato generazioni di studenti. Alcune pagine sono ambientate a Torino, città della scuola e della crescita civile. Le aule, le piazze e le vie cittadine evocano un’educazione fatta di impegno, disciplina e valori condivisi. Questi straordinari libri dimostrano come Torino sia stata, e continui ad essere, un laboratorio di emozioni, storie e riflessioni. Dalle passeggiate universitarie di Giordano, alle piazze borghesi di Ginzburg, ai caffè e vicoli investigativi di Fruttero e Lucentini, fino alle aule scolastiche di De Amicis, la città emerge come protagonista silenziosa ma essenziale. Torino non è sololuogo di industria e politica: è una città che racconta sé stessa attraverso la letteratura, dove ogni strada e ogni piazza possono evocare un romanzo, un ricordo, un’emozione.

Maria La Barbera

“365 Oscar Mondadori”… quando i libri si pagavano ancora in “lire”

Al “Circolo dei lettori” di Torino, si presentano, in un gradevolissimo “libro illustrato”, sessant’anni di storia della grande editoria italiana

Lunedì 23 febbraio, ore 18,30

Che nostalgia! Quanti anni sono passati. Ero ancora un ragazzotto, un abbastanza studioso “pivello” (o “pischello” direbbero a Roma) e frequentavo a Torino il mitico “Istituto Rosmini” – oggi sede del “Corso di Laurea in Infermieristica” dell’Università subalpina – sito nell’omonima via dedicata al sacerdote – filosofo (“beatificato” da Papa Benedetto XVI nel 2007) roveretano. Andavo bene a scuola, benissimo a tirar di palla nel cortile affacciato alla via Nizza e avevo un sogno: crearmi in un angolo dell’alloggetto in cui vivevo con mamma e papà al civico 17 della vicina via Bidone, una mia piccola casalinga “biblioteca”. Già, amavo tanto leggere. Ma i soldini che circolavano in casa non arrivavano quasi mai a soddisfare quel tanto di “superfluo” che andasse oltre il necessario tran tran del vivere quotidiano. Fu per me, quindi, una grandissima gioia, scoprire un bel giorno nella vetrina della solita “Cartolibreria” vicina a casa, in via Saluzzo, l’uscita di piccoli “grandi” libri a prezzi (con qualche mio personale sacrificio) finalmente abbordabili. Correva l’anno 1965. Circolavano ancora le lire (l’“euro” era lontano) o, al più, i “gettoni telefonici” usati, oltre che nelle cabine (quelle tante che ancora oggi resistono inutilmente!) per chi ancora non disponeva della comodità di un telefono casa, come equivalenti delle monete di piccolo taglio e di piccolo valore. Ebbene, quei libri tanto desiderati e “assaporati” , naso incollato a quella vetrina da sogno (come un bimbo goloso di fronte agli irresistibili dolci di una “signora” pasticceria) costavano, allora, la cifra “da non crederci” di 350 lire (a fronte del costo medio che si aggirava, in quegli anni, per le opere di Narrativa intorno alle 1800 lire), l’equivalente di un biglietto per il cinema. Sconvolgente!

Ma che libri erano mai? Erano i primi nati della celebre Collana “Oscar Mondadori”, prima Collana italiana di “libri tascabili” (o “libri – transistor”slogan coniato dal poeta Vittorio Sereni, che alla Collana lavorava con Alberto Mondadori, figlio del grande Arnoldo) venduti, per la prima volta in Italia anche nelle edicole.

L’abbiamo detto, correva l’“Anno Domini” 1965. E oggi, in occasione del 60° anniversario di quella “benedetta invenzione”, la “Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori” presenta a Torino al “Circolo dei lettori e delle lettrici” (via Bogino, 9) “365 Oscar Mondadori”, il secondo annuario della Collana “365”, a cura di Arianna Gorletta (dal 2015 impegnata nell’“heritage” della “Fondazione”) e Livia Satriano (responsabile della pagina “Instagram” libribelli_books, seguita da oltre 43mila utenti).

L’appuntamento, in programma lunedì 23 febbraio (ore 18,30), si inserisce in “Dialogo aperto”, la Stagione 2025/2026 della “Fondazione Circolo dei lettori”.

Dopo il successo di “365 Telegrammi”“365 Oscar Mondadori” intende celebrare la storia della collana che ha, davvero, rivoluzionato l’editoria italiana, proponendo una selezione di 365 copertine a colori tratte dai 13.431 titoli pubblicati tra il 1965 e il 2025.

Ogni copertina racconta non solo i bestseller e i grandi illustratori come l’alassino Ferenc Pintér o il milanese (“Uomo del cerchio”Carlo Jacono o l’olandese Karel Thole, ma anche “le trasformazioni della grafica, del gusto e del costume dell’Italia negli ultimi sessant’anni”.

Ma, attenzione!, “365 Oscar Mondadori” non è solo un libro da leggere, ma un vero e proprio “catalogo storico illustrato”, il primo della storia, con l’elenco alfabetico completo di tutti i titoli “Oscar” pubblicati dal debutto della collana, il 27 aprile 1965, con “Addio alle armi” di Ernest Hemingway al prezzo di 350 lire (stampato in 60mila copie, tutte esaurite il giorno stesso dell’uscita), per arrivare alle “uniform edition” firmate da “graphic designer” di fama internazionale come l’irlandese Jack Smyth per Italo Calvino o alle copertine “anonime”, non firmate e prive di autore, e a quelle “rare”, subito sostituite o andate fuori catalogo.

A completare l’opera, 52 pagine di curiosità, aneddoti e numeri sulla storia dei “libri-transistor” che, fin dalla nascita, si rinnovano ogni settimana e durano tutta la vita. Ad esempio, come ci racconta il libro, sono 288 gli “Oscar” che contengono nel titolo la parola “amore” e 171 quelli con “guerra”121 é invece il numero dei romanzi dell’autrice più rappresentata negli “Oscar”: l’ineguagliabile Agatha Christie che batte Georges Simenon (83) e Italo Calvino (61).  Fra i titoli “leader” di mercato, nel corso degli anni e delle varie “sottocollane”: “Un amore” di Dino Buzzati, con 400mila copie vendute, per non dire del vero long-seller, a firma di Carlo Cassola,“La ragazza di Bube”446.800 copie vendute in sei anni.

Un “tuffo” nel “passato”. E in un “presente” che ancora ha tanto da apprendere e restituire in fatto di emozioni.

La prefazione è a cura di Giacomo Papi (scrittore, nonché “direttore dei contenuti” di “Fondazione Mondadori”) e Livia Satriano.

Per infowww.circololettori.it o www.fondazionemondadori.it

Gianni Milani

Nelle foto: Cover “365 Oscar Mondadori” e cover prime edizioni di “Addio alle armi” (Ernest Hemingway) e di “Poirot e i quattro” (Agatha Christie)

“La Stirpe dei Guerrieri della Luce”: alla scoperta della saga epic-fantasy di Sonia Strangio

Informazione promozionale

Con una scrittura avvincente, epica e psicologica, Sonia Strangio costruisce una saga fatta di potere, desiderio, identità e trauma, dove l’azione è sempre conseguenza di scelte umane, e la tensione non scende mai: perché la vera battaglia, in Chromos, è restare interi. Nessuno nasce puro. Ma qualcuno sceglie di non mentirsi più. Ed è lì che inizia la saga…

 

Sonia Strangio è scrittrice e autrice della saga epic-fantasy La Stirpe dei Guerrieri della Luce.

Ha pubblicato il suo primo romanzo Buon Sangue (prima edizione 2008, seconda edizione 2011), sviluppando fin da subito una cifra narrativa intensa, psicologica e orientata ai temi del potere, dell’identità e delle dinamiche umane.

E’ stata giornalista televisiva per Rete Veneta (Bassano del Grappa – Vicenza). Laureata in Criminologia, porta nella scrittura l’osservazione del reale: personaggi complessi, dialoghi credibili, tensione emotiva e politica. Ha scritto anche per il teatro, con commedie di ottimo riscontro di pubblico, e prosegue oggi un progetto narrativo ambizioso e trasversale, tra romanzo e immaginario seriale.

A 53 anni, continua a costruire storie come si costruiscono regni: senza scorciatoie, senza concessioni, con una determinazione che i lettori riconoscono come firma. Il suo motto — Nunquam Retro — non è soltanto una parola in pagina: è una dichiarazione di percorso.

 

Volume 1 (L’Erede senza Volto)

Non ci sono eroi. Ci sono troni che divorano, famiglie che mentono, e un mondo dove il potere non è un premio: è una condanna da meritare ogni giorno.

L’Erede senza Volto apre le porte di Chromos con una voce rara: epica ma intima, feroce ma lucida, capace di parlare di desiderio e politica nella stessa frase , senza mai perdere dignità, ritmo, verità umana. La guerra non è soltanto battaglia: è educazione, controllo, propaganda. L’amore non è conforto: è rischio, fame, perdita di sé. Ma è anche un modo per ricostruirsi in modo genuino e per sfidare un’egemonia corrotta e crudele.

In questo primo volume, il lettore entra in una rete di alleanze e tradimenti dove ogni gesto ha un prezzo e ogni silenzio è una strategia. Nessun personaggio è “decorativo”: tutti scelgono, sbagliano, sopravvivono. E quando credi di aver capito chi comanda davvero, Chromos ti toglie il terreno da sotto i piedi, con eleganza.

Un fantasy dove sensualità e intrigo si fondono magistralmente, costruito come un thriller di corte: tensione costante, dialoghi vivi, un immaginario potente e concreto. Una storia che non chiede di credere alla magia: chiede di credere agli uomini.

Perché a Chromos l’amore non consola: espone. E chi espone il cuore, perde sempre qualcosa. Ma proprio in quella perdita riscopre la forza del segreto più antico: ciò che perfino gli dèi temono.

La Stirpe dei Guerrieri della Luce non è “un’ altra saga fantasy”. È un’epopea moderna mascherata da mito: parla di noi mentre racconta di troni, dinastie e giuramenti.

Chromos è un mondo duro, splendido, spietato. Qui le stirpi non sono genealogie: sono prigioni. I regni non sono mappe: sono sistemi. E la “luce” non è bontà: è disciplina, scelta, responsabilità — spesso pagata con sangue e rinunce.

Il cuore della saga è una lotta silenziosa e totale: non solo per il potere, ma per il significato stesso della libertà. I personaggi combattono sul campo ma anche nel loro intimo, per non diventare ciò che il mondo pretende da loro. E quando l’amore entra in scena, non salva nessuno: semmai rivela quanto sei disposto a perdere pur di non tradirti.

Con una scrittura avvincente, epica e psicologica, Sonia Ariel Strangio costruisce una saga fatta di potere, desiderio, identità e trauma, dove l’azione è sempre conseguenza di scelte umane, e la tensione non scende mai: perché la vera battaglia, in Chromos, è restare interi.

Nessuno nasce puro. Ma qualcuno sceglie di non mentirsi più. Ed è lì che inizia la saga.

 

Dal 16 al 21 febbraio: gli appuntamenti settimanali del Circolo dei Lettori

C’è una settimana, a Torino, in cui le parole sembrano voler occupare ogni spazio. Sono gli appuntamenti in programma al Circolo dei lettori e delle lettrici di Torino, che dal 16 al 21 febbraio propone un calendario fitto di incontri, presentazioni, gruppi di lettura e dialoghi capaci di attraversare letteratura, politica, diritto, cucina e mito. Più che una rassegna, una mappa culturale in cui linguaggi e prospettive diverse si incrociano, interrogando il presente.

Lunedì 16 febbraio: identità che attraversano l’oceano

Si comincia alle 18 con La letteratura italo-canadese: una storia che continua (Les Flâneurs), insieme alle curatrici Carmen Concilio e Giulia De Gasperi. È un incontro che parte da una domanda semplice solo in apparenza: cosa accade quando l’Italia diventa memoria o lingua scelta, e il Canada spazio narrativo in cui reinventarsi? La comunità italo-canadese prende forma attraverso scritture plurali che mettono in scena identità ibride, istanze LGBTQIA+, dialoghi tra generazioni. L’emigrazione non è più soltanto racconto di nostalgia, ma laboratorio di linguaggi. L’Italia resta come eco, il Canada come presente concreto: tra i due si intrecciano passato e futuro, radici e metamorfosi.

Alle 18.30 lo sguardo si allarga al mondo con L’Italia nella rivoluzione mondiale, nuovo numero della rivista di geopolitica LIMES, raccontato dagli analisti Federico Petroni, Raffaella Ventura e Valentina Porta, in collaborazione con YouTrend.

Martedì 17 febbraio: tra fumetti, fascismo e amori assoluti

Alle 18, da Barney’s, l’aperitivo si fa narrazione conMacarons e amore, con Chef Ojisan e Gaia Fredella a partire da Lacrime di cioccolata (Tora), nell’ambito di “Fumetti in tavola”. Il cibo diventa racconto di relazioni, desideri, gesti di cura. Tra piatti e tavole disegnate, i sentimenti prendono corpo: un fumetto gastronomico è un modo diverso di dire l’intimità.

Sempre alle 18.30, il filosofo Roberto Esposito presenta Il fascismo e noi (Einaudi), con Emilio Corriero e Alberto Martinengo. L’analisi non si limita alla storia: il fascismo viene descritto come “macchina pulsionale”, capace di generare consenso attraverso la combinazione di terrore e fascinazione.

In parallelo, Antonella Lattanzi guida il pubblico dentroAmare, perdersi – Le eroine dell’Ottocento e la nascita del sentimento moderno, nell’ambito di CioccolaTò. Emma Bovary, Anna Karenina, Catherine Earnshaw, le donne di Jane Austen: figure che hanno trasformato l’amore in esperienza radicale, febbre, rovina, libertà. Nell’Ottocento nasce la soggettività femminile moderna: la letteratura racconta per prima quella vertigine in cui passione e colpa si confondono. E ancora oggi ci riconosciamo in quelle pagine.

Mercoledì 18 febbraio: diritto, carcere, lingua e generazioni

Alle 18, Angelo Chianale presenta Il diritto dell’arte contemporanea (Giappichelli), con Gianmaria Ajani, Giulio Biino, Franco Noero e Rocco Mussat Sartor. L’arte incontra il diritto: autenticità, copyright, NFT, proprietà intellettuale. Nel mondo fisico e digitale, la creatività ha bisogno di regole, ma anche di interpretazioni nuove. È un terreno in cui mercato e innovazione chiedono alla giurisprudenza di non restare indietro.

Sempre alle 18, La dimensione culturale in carcere affronta un tema urgente: sovraffollamento, suicidi, architetture inadeguate. Ma anche attività culturali e formative come leva di riforma. Con la collaborazione dell’Associazione Marco Pannella e della Fondazione Giovanni Michelucci, il carcere viene ripensato nel suo rapporto con la città e con il senso stesso della pena.

La sera prosegue con gruppi di lettura che sono veri laboratori: La vastità infinita, dedicato alle possibilità della lingua italiana, e Burro. Il Bookclub sui romanzi gastronomici, in collaborazione con Eataly. Leggere diventa esercizio di consapevolezza: sulle parole, sui sapori, sulle forme del racconto.

Alle 21, Volume. Avere vent’anni (Feltrinelli e Chora Media) mette al centro una generazione che rifiuta nostalgie e stereotipi. Giovani voci raccontano lavoro, paura, amore, perdita. Non un manifesto, ma un mosaico: il presente mentre accade.

Giovedì 19 e venerdì 20: donne, legge e mito

Giovedì alle 18.30 Alberto Nicotina presenta Lidia Poët e le prime avvocate (Bollati Boringhieri), con Elena Bigotti e Jennifer Guerra. Le pioniere del femminismo forense – Lidia Poët, Marie Popelin, Jeanne Chauvin, Sarmiza Bilcescu – non inseguivano primati simbolici, ma diritti concreti. La loro battaglia, organizzata e transnazionale, ha aperto il Foro alle donne e ridefinito il concetto stesso di cittadinanza.

Venerdì 20 febbraio, alle 18.30, Classici vivi – Le leggi di Antigone, progetto del Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università di Torino, riporta al centro il conflitto eterno tra legge e giustizia. Antigone interroga l’autorità, il limite dell’obbedienza, la coscienza individuale. Un mito antico che continua a parlare al nostro presente, dove il confine tra norma e giustizia resta fragile.

Sabato 21: il ritorno come ridefinizione

La settimana si chiude sabato mattina con Ritorni, gruppo di lettura dedicato alla lontananza e alla nostalgia. Esilio, fuga, scelta. Tornare non significa mai semplicemente rientrare: è un confronto con il passato e una ridefinizione di sé. In filigrana, questi appuntamenti raccontano qualcosa di più ampio.

E forse il filo rosso di questa settimana è proprio questo: la letteratura – e con essa il pensiero – come spazio in cui il presente viene interrogato senza sconti. Non per trovare risposte facili, ma per imparare a leggere meglio il tempo che stiamo vivendo.

VALERIA ROMBOLA’

 

Chieri, sala gremita per il bestseller ‘Sveglia!” di Pietro Senaldi

A dialogare con il Condirettore di Libero anche Luca Pantanella di ‘FMPI’ e Maurizio Scandurra de ‘La Zanzara’ di ‘Radio24’.

Si è tenuta venerdì 13 febbraio scorso alle ore 21.00 presso la Sala Conferenze della ‘Biblioteca Civica’ di Chieri, nel Torinese, la presentazione dell’ultimo bestseller “Sveglia!” di Pietro Senaldi, Condirettore del quotidiano ‘Libero’ e apprezzato saggista, scritto a quattro mani con Giorgio Merli ed edito da ‘Marsilio’.

A introdurre i lavori innanzi a un pubblico ampio e partecipativo, il commercialista Roberto Pezzini, Presidente del locale Comitato Centro Storico, che ha poi dato la parola a Maurizio Scandurra, giornalista radiotelevisivo nonché opinionista del programma ‘La Zanzara’ di ‘Radio24’ e a Luca Pantanella, Vice Presidente Nazionale di ‘FMPI – Federazione Medie e Piccole Imprese’.

Economia, politica, ambiente, Europa, tutti temi d’attualità stringente passati al setaccio con onestà intellettuale e dovizia di argomentazioni da Pietro Senaldi, anche ricorrente opinionista tv nei maggiori talk-show generalisti, e riletti secondo il criterio verità-bugia con cui, nel corso del libro, ha contribuito, dati alla mano, a sfatare miti ricorrenti.

Sala gremita, che ha visto la partecipazione, in prima fila, anche dell’imprenditore edile Rosario Tuccio, vittima di un’interdittiva antimafia ingiusta annullata e dichiarata infondata dal Tar della Lombardia, a testimonianza di un caso di buona giustizia risoltosi felicemente, sul fil rouge invece di un commento generale di disappunto dei relatori alle infelici parole del Procuratore Capo di Napoli Nicola Gratteri rivolte nei giorni scorsi ai cittadini italiani che voteranno ‘SI’ al prossimo referendum sulla Giustizia.

Al termine dell’incontro-dibattito pubblico, Pietro Senaldi si è concesso ai presenti con l’umiltà e la cortesia che da sempre lo contraddistinguono, tra firmacopie e selfie presso lo stand della Libreria Mondadori Centro Storico che ha organizzato e promosso l’evento.

Sette donne, un secolo di storia e una ricetta segreta: Nino Haratischwili al Circolo dei Lettori

Nel pomeriggio di ieri, al Circolo dei Lettori, nell’ambito di Cioccolatò, si è tornati a parlare di L’ottava vita (per Brilka), il grande romanzo di Nino Haratischwilipubblicato in Italia nel 2020 da Marsilio.

Non una presentazione di un libro nuovo, dunque, ma una riproposizione fortemente voluta all’interno del programma del festival, perché L’ottava vita intreccia uno dei suoi fili narrativi più simbolici proprio al cioccolato: una ricetta segreta, tramandata di generazione in generazione, capace di racchiudere memoria, potere e destino. L’incontro è stato un’immersione nella scrittura, nella memoria e nella storia, un’occasione per ascoltare l’autrice raccontare la genesi del romanzo, il lavoro di ricerca, la costruzione dei personaggi e il rapporto con la propria lingua e il teatro.

L’ottava vita racconta la saga di una famiglia georgiana attraverso le vite di sette donne, generazione dopo generazione. Al centro della storia c’è un segreto prezioso: una ricetta per una cioccolata calda speciale, simbolo di resistenza, promessa di felicità nei momenti bui. La storia intreccia la dimensione intima dei personaggi con la Storia con la S maiuscola, mostrando come le vicende individuali siano legate ai grandi eventi della Georgia e della Russia nel Novecento.

Haratischwili ha raccontato in dialogo con Francesca Mancini come la scrittura sia nata da una necessità profonda. “Quando ho scritto il libro vivevo in Germania da circa sette anni e mi sono resa conto che conoscevo la storia del Novecento quasi esclusivamente dal punto di vista occidentale. È assurdo pensare che provassi più emozioni e conoscenze riguardo al nazismo e al fascismo rispetto a tutto ciò che era successo nella mia parte di mondo. Raccontarla era per me fondamentale. Mi rendevo conto anche che, parlando con i miei amici, con persone della mia età che avevano vissuto gli anni Novanta, loro raccontavano spesso esperienze molto belle, mentre io mi trovavo sempre in difficoltà a spiegare com’era stata la mia esperienza. Raccontandola, mi sono resa conto che non era possibile iniziare dalla fine: dovevo tornare all’inizio.”

Per l’autrice era anche importante dare voce alle donne, spesso invisibili nella narrazione storica. “Quando pensiamo alla guerra, pensiamo agli uomini, agli eroi, ai soldati. Le donne restano sullo sfondo, eppure anche loro hanno subito sofferenze enormi. Raccontare la storia dal punto di vista femminile era un atto necessario”.

La memoria è stata un tema centrale. Haratischwili ha spiegato come i traumi e i ricordi cambino nel tempo: “Anche quando si subisce un trauma, quel trauma può trasformarsi. Per questo ho scelto Brilka come narratrice: attraverso di lei avevo la possibilità di unire fatti e immaginazione. La memoria non è mai del tutto affidabile: cambia con il tempo e con il punto di vista di chi ricorda. La letteratura permette di percepire l’esperienza umana in modo più profondo delle statistiche: ci fa sentire i personaggi, ci fa vivere ciò che è successo, crea empatia”.

La scrittura del libro è stata un percorso di scoperta continua. Haratischwili ha parlato delle sue ricerche: letture di storia sociale, approfondimenti sullo stalinismo, viaggi in Russia, consultazioni di archivi e numerose interviste. “Non avevo un’immagine completa di tutto ciò che avrei scoperto — ha detto — e forse sarebbe stato spaventoso se l’avessi avuta. Ho imparato strada facendo, scoprendo sempre cose nuove”.

L’autrice ha riflettuto sul ruolo delle donne e sul patriarcato ancora presente: “Quando il libro è uscito, molti hanno sottolineato il fatto che raccontassi donne forti. All’inizio ero felice, orgogliosa, ma poi ho iniziato a chiedermi perché fosse necessario evidenziarlo. Perché dovrei sottolineare che le donne sono forti, come se normalmente fossero deboli? È come se avessi scritto di alieni. Sfortunatamente, nonostante il lavoro incredibile fatto da moltissime scrittrici, tutto questo viene ancora percepito come speciale. E invece dovrebbe essere normale”.

Haratischwili ha ricordato la nonna, donna forte e scienziata, come modello di forza femminile. “Lei diceva che l’uomo è la testa e la donna è il collo. E il collo può portare la testa dove vuole, semplicemente girandola. Io non voglio essere il collo di nessuno. Voglio fare le cose per me”. L’autrice ha sottolineato come ancora oggi ci sia molto lavoro da fare in una società patriarcale.

Haratischwili ha parlato anche del suo percorso artistico: cresciuta in Georgia, ha vissuto il primo periodo della sua adolescenza durante il periodo sovietico, un tempo di guerre civili, violenze e crisi economica. In quel contesto, teatro e letteratura l’hanno aiutata: “L’arte parla alle persone. Non impedisce che succedano cose terribili, ma dà significato alla vita e aiuta a capire ciò che sta succedendo intorno a noi”. Si è formata nel teatro, e una volta trasferitasi in Germania ha potuto dedicarsi sia al teatro sia alla scrittura. 

“La scrittura del romanzo è un lavoro molto solitario. È importante isolarsi, concentrarsi su quello che si sta facendo. Quando ho scritto questo libro, ci ho lavorato per quattro anni: per quattro anni mi sono dedicata completamente a quest’opera. Ed è stato anche difficile, perché rimanere da soli per così tanto tempo, è faticoso. Dopo quattro anni hai bisogno delle persone, del contatto umano. La mia fortuna, però, è stata poter combinare questa scrittura con il teatro. Il teatro è l’esatto opposto, perché è fondamentale il lavoro collettivo, il fare le cose insieme. Devo dire che la cosa migliore che ho scoperto è proprio questa combinazione. Io sono una persona abbastanza irrequieta e nella mia vita ho bisogno di questa doppia anima in modo da gestire energie diverse”.

Fin dall’inizio, Haratischwili ha scelto di scrivere in tedesco, lingua che aveva imparato da giovane in Georgia e che le ha permesso di avere distanza e prospettiva. “Il tedesco mi ha dato libertà e la possibilità di portare elementi della mia cultura nella scrittura. All’inizio pensavo di scrivere in georgiano e poi tradurre, ma alla fine ho sempre scritto direttamente in tedesco. Ormai è diventata la mia lingua letteraria”. Ha aggiunto che la lingua tedesca le permette di creare legami tra culture, di inserire elementi georgiani nella narrazione, e che la distanza offerta dalla lingua è fondamentale per lo stile e la prospettiva dei suoi romanzi.

Una parte affascinante della conversazione ha riguardato i personaggi. Haratischwili ama sfidarsi con figure lontane da sé: “Kitty è positiva e amata dai lettori, ma mi interessa esplorare l’ambivalenza. Giorgi Alania, per esempio, è complesso, ambiguo, fa cose terribili ma è anche custode di Kitty. Nella vita reale nulla è bianco o nero, e io voglio riflettere questa complessità nella scrittura”.

L’autrice ha poi ricordato i dubbi iniziali sulla lunghezza e sul tema del libro: “Tutti dicevano: ‘Oddio, chi lo leggerà?’. Un libro di mille pagine su una famiglia georgiana sembrava un azzardo. Invece il romanzo ha avuto successo, e mi ritengo fortunata”. Haratischwili ha ribadito il concetto che la scrittura nasce sempre da una necessità: doveva raccontare quella storia, scoprire le radici della sua famiglia, tornare indietro nel tempo. “Tutto ciò che scrivo è in qualche modo parte della mia esperienza, ma non nel senso diretto. Sono cresciuta in un periodo difficile e credo che siamo riusciti a superarlo grazie alle donne. Gli uomini erano in guerra o erano tornati devastati e avevano problemi di depressione, alcolismo, droga. Le donne invece dovevano reagire, continuare a vivere, improvvisare. Credo che l’improvvisazione sia una caratteristica femminile, non perché si nasce così, ma perché la vita ci ha obbligate a impararla”.

Anche i fatti reali hanno ispirato la scrittura. Il personaggio di Kitty, spesso giudicato troppo crudo, è basato su eventi realmente accaduti: “Non ho inventato nulla — ha detto —. Mi sono ispirata a fatti realmente avvenuti e alle ricerche negli archivi”.

L’incontro al Circolo dei Lettori è stato così un pomeriggio intenso, tra storia, memoria, letteratura e cioccolato, in cui il pubblico ha potuto ascoltare una voce autentica e appassionata, scoprire come una scrittura attenta e personale possa trasformare eventi storici e leggende familiari in un’opera intensa e memorabile.

GIULIANA PRESTIPINO

L’apprendista del cioccolato

Ieri pomeriggio, in occasione di CioccolaTò, al Circolo dei lettori, si è tenuto uno degli incontri più attesi e significativi del programma culturale del festival. In questa veste ampliata, già dall’anno scorso, CioccolaTòha scelto di affiancare alle tradizionali bancarelle e alle degustazioni un calendario sempre più ricco di visite guidate, laboratori e incontri culturali e letterari. In questo contesto rinnovato, la presenza di Joanne Harris ha rappresentato un vero fiore all’occhiello: non solo un’ospite d’eccezione, ma una sorta di madrina simbolica di un’edizione che mette al centro il racconto, la cultura e l’immaginazione.

Accolta da un pubblico numeroso e partecipe, Harris, in dialogo con Martina Liverani de Il Gusto, ha subito sottolineato il suo legame speciale con Torino e con i lettori italiani, ricordando come l’Italia sia stato il primo paese a credere in Chocolat. Il romanzo fu pubblicato dagli editori italiani sei mesi prima rispetto al Regno Unito e agli Stati Uniti, in un momento in cui quelli anglosassoni faticavano ancora a comprenderne la natura. Non era chiaro se si trattasse di realismo magico, di una storia d’amore o di un romanzo gastronomico; in Italia, invece, il libro venne accolto semplicemente per ciò che era: un racconto che intreccia maternità, famiglia, chiesa e cioccolato. Un successo editoriale straordinario, poi amplificato dalla trasposizione cinematografica con Juliette Binoche e Johnny Depp, che ha contribuito a fissare Chocolatnell’immaginario collettivo.

A distanza di ventisei anni, Harris è tornata a quella storia per raccontarne le origini. L’apprendista del cioccolato, il nuovo romanzo presentato a Torino, è il prequel di Chocolat e nasce da una riflessione personale profonda. Quando scrisse il primo libro, spiega l’autrice, lei e Vianne erano persone molto diverse e avevano in comune solo la maternità. Nel tempo, però, continuando a raccontare le avventure di Vianne come madre in altri romanzi, il personaggio ha continuato a tornare, fino a imporre una domanda inevitabile: cosa succede quando i figli crescono e lasciano la casa? Chi siamo, quando smettiamo di definirci solo attraverso il ruolo genitoriale? Da qui il bisogno di tornare indietro, di interrogare le origini di Vianne per capire come sia diventata la donna che i lettori hanno conosciuto in Chocolat.

Nel romanzo, ambientato nella Marsiglia dei primi anni Novanta, Vianne arriva con nulla in tasca, una gravidanza appena scoperta e un passato nomade che non le ha mai permesso di avere una casa o una vera cucina. All’inizio non sa cucinare: l’unica cosa che conosce è ciò che si può preparare con un bollitore. La svolta arriva quando trova lavoro in un piccolo bistrot gestito da Louis, un uomo anziano rimasto legato alla memoria della moglie Margot, cuoca straordinaria che ha lasciato in eredità un quaderno di ricette. Attraverso quelle pagine, Vianne entra in dialogo con una voce nuova, diversa da quella della madre, e inizia a comprendere che il cibo può essere una forma di magia: non un potere da usare per sé, ma un gesto capace di rendere felici gli altri, creare legami e costruire un senso di casa.

Marsiglia diventa così uno sfondo fondamentale del romanzo: una città antichissima e ricchissima di storia, ma anche segnata da povertà, forti contrasti sociali, immigrazione e marginalità. È un grande melting pot, dove convivono il peso della chiesa, il turismo e una profonda fragilità sociale. Vianne arriva in città quasi illegalmente, senza una casa, e trova una comunità fatta di persone che, come lei, hanno bisogno di qualcosa. Attraverso il linguaggio del cibo — e del cioccolato in particolare — si creano connessioni, si trasmettono gentilezza e amore, ma si scopre anche il prezzo che comporta vivere davvero all’interno di una comunità.

La magia, tema ricorrente nella saga di Vianne, si estende anche alla scrittura stessa. Harris racconta di credere in una magia lontana dalle fiabe, una magia che coincide con il cambiamento e con la capacità di modificare il modo in cui guardiamo il mondo e gli altri attraverso la scrittura e la lettura. Per entrare rapidamente nello stato creativo, soprattutto negli anni in cui insegnava e scriveva contemporaneamente, ha sviluppato un rituale ispirato al metodo Stanislavskij, associando un profumo a ogni libro. Per i romanzi dedicati a Vianne ha scelto profumi diversi di Chanel, mantenendo una coerenza sensoriale all’interno della saga. In una presentazione a Londra, racconta, arrivò persino a spruzzare una fragranza creata appositamente per una scena del libro — un profumo che mescolava note di cioccolato, chiesa e aria di Marsiglia — per permettere al pubblico di “sentire” la storia, aggiungendo all’esperienza della lettura anche il senso dell’olfatto.

Il cioccolato, infine, resta il grande protagonista trasversale di tutta la saga. Non è solo un ingrediente, ma un linguaggio universale, una parola che attraversa le lingue e le culture, portando con sé una storia antica fatta di viaggi, trasformazioni, religione, spiritualità e folklore. Harris racconta di aver imparato a conoscerlo nel tempo, viaggiando, incontrando maestri cioccolatieri e scoprendo i processi del cacao, per poi trasferire questa conoscenza a Vianne, che nel romanzo passa dall’indifferenza al riconoscimento del potere trasformativo del cioccolato. È attraverso questo linguaggio dolce e potente che l’autrice affronta temi attualissimi come l’immigrazione, l’emarginazione, la libertà e l’autodeterminazione femminile, dimostrando come, a volte, siano proprio i gesti più semplici a raccontare le storie più profonde.

GIULIANA PRESTIPINO

Maurizio Blini e le periferie del domani

C’è sempre una frontiera, nei romanzi di Maurizio Blini, e raramente coincide con quella geografica. È un confine umano, fragile, attraversato da inquietudini e rabbie che abitano le periferie delle grandi città. È lì che Blini torna a cercare i suoi personaggi nel nuovo romanzo, E se domani, in uscita il 24 febbraio come allegato de La Stampa e presentato il 19 febbraio alle 18,30 alla Libreria Belgravia di Torino.

Nel suo sguardo la provincia e la periferia non sono mai semplici sfondi. Sono organismi vivi, pulsanti, che respirano con le stesse contraddizioni dei loro abitanti. «Nei miei romanzi — racconta Blini — mi concentro sugli emarginati, sui disillusi, su chi tenta ancora di ribellarsi all’ingiustizia sociale. In E se domani ho voluto accendere i riflettori su un fenomeno che sta cambiando le nostre città: le baby gang, soprattutto latinoamericane, formate da ragazzi giovanissimi, spesso minorenni. Ci troviamo impreparati di fronte ai loro linguaggi, alle loro regole, al loro modo di stare nel mondo. È una sfida, anche per i miei investigatori.»

Il domani” di questi giovani, spiega Blini, non nasce dall’integrazione ma dalla specificità: un’identità rivendicata, tatuata sulla pelle, gridata attraverso la musica e la rabbia. Vivono in simbiosi, nei clan, in quartieri ai margini di città come Torino o Milano, dove i muri parlano di appartenenza, di padri e cartelli della droga, di violenze che sanno di antico e di inevitabile.

Le fragilità dei protagonisti di E se domani non sono confessioni da romanzo psicologico, ma fenditure aperte nella carne sociale. Dietro simboli, numeri e ferite tatuate, questi ragazzi nascondono la fierezza e la temerarietà di chi ha visto troppo presto la morte e non la teme più. «I loro equilibri precari — continua Blini — nascono dalle contraddizioni che li circondano. Spesso non esiste un contraltare che possa salvarli: il loro senso di appartenenza e fratellanza è più forte di ogni regola. Il loro rapporto con la morte è quasi metafisico; la sfidano, la ammirano. Le loro storie crescono da ferite profonde, e forse per questo credono di aver già vissuto abbastanza.»

E se domani, Blini non offre redenzioni facili, ma uno specchio in cui guardare il volto disincantato del presente. Le sue periferie — vive, rumorose, ferite — sono il luogo da cui il “domani” dei suoi personaggi prova ancora, ostinatamente, a nascere.

Valeria Rombolà

Gianni Oliva, “45 milioni di antifascisti” Il voltafaccia di una nazione 

Il noto storico torinese Gianni Oliva, classe 1952 (laureatosi al tempo con Alessandro Galante Garrone, famoso studioso del Risorgimento), ha pubblicato nel 2024, con Mondadori, un libro coraggioso ed impegnativo, che tocca uno dei nervi scoperti della nostra giovane Repubblica e, proprio per questo, più che mai contemporaneo per le riflessioni che stimola.

Cosa successe nel nostro Paese fra il 1940 e il 1945 e, domanda ancora più complessa, quali furono le adesioni nei due fronti opposti fra il 1945 e la Liberazione? Chi fu Repubblichino, chi e per quale motivo entrò a far parte della Resistenza?

Questi interrogativi risalgono, ovviamente, ai vent’anni precedenti.

Un sarcastico Winston Churchill, riferendosi al nostro Paese, scrisse in un documento: “In Italia, fino al 25 luglio, c’erano 45 milioni di fascisti, ma non mi risulta che l’Italia abbia 90 milioni di abitanti”. Il primo ministro inglese aveva toccato il tasto dolente di un’intera nazione, ed è necessario chiedersi come sia stato possibile si fosse già dimenticata di tutto questo quando, solo un pugno di anni prima, vi fu una proterva dichiarazione di guerra a Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti d’America.

La poca stima verso Roma da parte degli alleati derivava dalla sensazione che la guerra scatenata in Europa non appartenesse veramente alla volontà di un intero popolo, ma solo a quella di Benito Mussolini, dei suoi gerarchi e del Re.

Gianni Oliva non fa sconti e ammette che il Paese fu per lo più coeso con il regime: fedi sincere, ma anche opportunismo, accidia, impreparazione culturale, atavica indifferenza verso potenti che, nei secoli, contribuirono a formali ed egoistiche individualità.

Nel volume Oliva affronta anche il tema di una Repubblica Italiana, nata dalle ceneri della seconda guerra mondiale, portandosi sulle spalle le macerie del Ventennio, quindi la fine di una monarchia, le leggi razziali e l’infausta alleanza con la Germania nazista. I recenti misfatti furono attenuati da un eccellente Alcide de Gasperi, che seppe esaltare la Guerra di Liberazione partigiana (anche se limitatissima, nei numeri complessivi) durante i trattati di Pace nel 1946. Questo fuoco luminoso non risultò, tuttavia, abbastanza intenso da nascondere l’oscurità rappresentata da un riciclaggio politico di stampo fascista in posti chiave della nascente democrazia, tra cui spicca quello di Gaetano Azzariti e di Ciro Verdiani, rispettivamente Presidente del Tribunale della Razza ( e dopo 20 anni Presidente della Corte Costituzione), e Capo dei Servizi di Sicurezza dell’Italia Liberale (in Polizia dal 1916), poi di quella Fascista ed infine di quella Repubblicana.

Questo fatto è da analizzare rivolgendo uno sguardo al recente passato: la nuova nazione aveva bisogno di figure con particolari competenze, e queste non potevano che essere lentamente cresciute e stabilizzate nei decenni antecedenti il 1948. Il veloce riciclaggio di uomini del Ventennio (anche ad opera di Togliatti e grandi nomi della Resistenza) ha impedito al nostro Paese di fare un salto, chiudere definitivamente con il passato dittatoriale e ripartire da zero. Un passato che risulterà non estraneo ai fatti riguardanti i decenni successivi, tra i quali figurano mancati colpi di Stato, gli anni di Piombo e lo stragismo.

Gianni Oliva, con il suo lungo lavoro, ha perfettamente inquadrato gli scenari che hanno creato l’Italia di oggi, la nostra incapacità di chiudere il libro del passato e aprire quello del presente. Nomi, incarichi, situazioni a lungo celate come le foibe, gli alibi della Resistenza, incredibili violenze perpetrate da ‘italiani brava gente’ implacabilmente descritte con attenzione alle fonti.

“45 milioni di antifascisti” ci fa capire i motivi per cui il nostro futuro sia ancora purtroppo intriso di antichi orrori, segreti innominabili, pene non comminate, vendette non ricostruite.
“Attendiamo quindi impazienti nuove generazioni per chiudere tanto passato della nostra pagina nazionale”, l’augurio più bello e importante.

Ferruccio Capra Quarelli

Gianni Oliva, “45 milioni di antifascisti – Il voltafaccia di una nazione che non ha fatto i conti con il ventennio” (Le Scie Mondadori, Milano, 2024)

Claudia Biamonti: “La cicatrice”. Un viaggio introspettivo

Venerdì 13 febbraio alle ore 18,30, in Galleria Marco Polo, corso Vittorio Emanuele II, 86 (int. Cortile) Massimo Tallone presenta LA CICATRICE opera prima di Claudia Biamonti. Un viaggio introspettivo dove, attraverso lo sfondo della malattia, viene raccontata una vicenda dai tratti noir con taluni personaggi reali ed altri immaginari. Con forti pennellate di speranza.

La protagonista sta andando a Bologna. Ha deciso di prendersi una parentesi di svago per allontanare un poco la pressione della vita torinese, il lavoro, la famiglia, la malattia, la diagnosi. Lì, ha un appuntamento con qualcosa, con qualcuno, con una parte di sé… Come fosse un voto fatto in precedenza, o un allenamento per una gara, si impegna a scalare più volte i quasi cinquecento gradini della Torre degli Asinelli, mentre i primi giorni scorrono, fra incontri inattesi, come quello con il medico che l’ha curata tempo prima. La protagonista scoprirà che il dramma psicologico si è ramificato, a sua insaputa, in una vicenda dai tratti criminali, nella quale si sono intrecciate vischiosità umana e fango dei sentimenti, brame di malaffare e ambiguità di relazioni”.

 

Claudia Biamonti nasce e cresce nell’estremo Ponente ligure. Vive e lavora a Torino. Laureata in Psicologia Clinica e di Comunità insegna nella scuola primaria.

gianmazz