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Garlasco come il caso Dreyfus? il ragionevole dubbio di Vitelli – Zola

Se il “caso Garlasco” può essere considerato un nuovo caso Dreyfus, allora il magistrato Stefano Vitelli è certamente un nuovo Emile Zola e il suo saggio ” Il ragionevole dubbio di Garlasco” (Piemme, febbraio 2026, euro 18,90 con la collaborazione del giornalista della Stampa Giuseppe Legato ) un nuovo J’accuse. Certo i persecutori del capitano di origine ebraica Alfred Dreyfus e le irregolarità e le illegalità commesse nel corso del processo che lo vide condannato per alto tradimento, non sono da paragonare, al delitto più discusso d’Italia dal secondo dopo guerra, nei media e tra la pubblica opinione. Il parallelismo tra la condanna in Cassazione di Alberto Stasi per l’omicidio della fidanzata Chiara Poggi e la condanna del capitano francese però, risulta leggendo questo testo, molto pertinente. Le parole di questo appassionato giudice italiano, in difesa dell’imputato da lui assolto in Appello, nell’ormai lontano 2009, sono certamente ispirate da senso di giustizia, esercizio meticoloso del dubbio filosofico e grande motivazione nella ricerca della verità. E se questo testo non scuoterà la coscienza di un Theodor Herzl tale da indurlo a scrivere Der Judenstaat, certo indurrà molti lettori italiani a capire attraverso quanti e quali errori epistemologici oggi sia in carcere da diciannove anni, un non desunto colpevole e presunto innocente. In centotrentacinque pagine molto scorrevoli e chiare, il giudice toscano rievoca i giorni tormentati, le scelte e le interpretazioni documentali, che lo hanno portato ad emettere una sentenza di assoluzione e che oggi alla luce della nuova istruttoria riaperta lo scorso anno e dell’incidente probatorio ancora in corso, aprono seri interrogativi sulla definitiva condanna subita dal “bocconiano dagli occhi di ghiaccio”.

Emessa nel  2014 in Appello bis, confermata in Cassazione nel 2015. Viene riesaminata la telefonata al 118 di Alberto Stasi, attraverso la commovente ‘consulenza’ di un amico ormai defunto del giudice viareggino, ritrovato e reincontrato in Garfagnana dopo gli anni del liceo. Questi gli fa da prova del ”doppio cieco”, confortandolo della spontaneità della voce impaurita del giovane studente universitario. Viene riportata la testimonianza della signora Bermani riguardo alla bicicletta da donna utilizzata dal misterioso assassino della povera Chiara che scagionerebbe il giovane della lomellina. Ripubblicata la Bpa ( analisi della formazione delle macchie e tracce di sangue ). Sono ricostruite le circostanze che portarono all’elaborazione della nuova perizia informatica, che permise di costruire un alibi abbastanza solido al giovane laureando pavese, in parallelo alle risultanze della prima autopsia. Rievocati i momenti di quel nefasto lunedì 13 agosto 2007, in cui Alberto Stasi scoprì il cadavere della compagna nella villetta di via Pascoli. Le incongruenze e assurdità controfattuali, nella mancanza delle impronte non repertate nella casa, nell’analisi della camminata del presunto reo. Rispetto al gravoso compito di decidere della vita delle persone ”il dubbio ragionevole non vuole distruggere, vuole anzi costruire, favorendo soluzioni solide, ponderate. Poco importa se occorre più tempo, più fatica. Poco importa se alla fine l’esito non è bianco o nero: sarà meno spettacolare, ma più giusto” così il dottor Vitelli nel finale del libro. Così in un abbraccio accorato il qui ”testimone di penna”.

Aldo Colonna

“La vergogna deve cambiare lato”, il Salone del Libro ospita Gisèle Pelicot

Alla “Cavallerizza Reale”  il suo libro “Un inno alla vita”

Mercoledì 18 marzo, ore 18,30 (aperte le prenotazioni)

“Questa storia non mi appartiene più del tutto. Ha risvegliato un dolore muto e profondo, emerso dalla notte dei tempi. Ha provocato una magnifica scossa tellurica. Come valutare ciò che è successo, ciò che il mio calvario ha scatenato? Quelle donne che mi scrivono di avere infine trovato la forza di parlare, di affrontare ciò che hanno subito, addirittura di divorziare, quelle migliaia di lettere, quell’uomo che, sul binario di una stazione mi dice grazie per le sue  due figlie che si affacciano alla vita, quelle adolescenti che mi hanno riconosciuta dall’altra parte del mondo, dove si sono avvicinate con le lacrime agli occhi sotto la statua monumentale del Cristo che domina Rio de Janeiro e quella coppia incrociata sulle dune non lontano da casa, che ha detto di volermi bene … Sorrido, ringrazio, rispondo che anch’io voglio bene a loro, cerco di disinnescare un eccesso di ammirazione nel loro sguardo. Non ho fatto altro che camminare sull’orlo di un baratro, il mio”.

Sono parole tratte dal 18° Capitolo di “Un inno alla Vita”, recentemente pubblicato in Italia da “Rizzoli”, scritto (con il titolo originale “Et la joie de vivre”) insieme alla giornalista Judith Perrignon e che Gisèle Pelicot ha presentato per la prima volta l’11 febbraio scorso a “La Grande Librairie”, programma letterario della televisione pubblica francese, attirando l’attenzione di oltre mezzo milione di spettatori e ribadendo quello che è ormai il suo “mantra” quotidiano: “la vergogna deve cambiare lato … non hanno più da essere le vittime a provare vergogna nel denunciare le aggressioni sessuali, ma chi le commette”.

Il suo “memoir” è oggi pubblicato a livello internazionale in ben 22 lingue e Gisèle, il 14 luglio del 2025, ha ricevuto l’onorificenza dell’“Ordine della Legion d’Onore”, influenzando probabilmente, con la sua storia, anche la modifica della definizione di “stupro” nel “Codice Penale” francese. Oggi Gisèle è una vera “icona femminista mondiale”, ha 73 anni ma vive una “nuova vita” (la “sua” vita) solo da due. Dal 2024, al termine del cosiddetto “caso Pelicot”, noto in Francia come “Processo di Mazan” (dal nome della cittadina francese dove vive la famiglia Pelicot) aperto nel 2020, a seguito di un’indagine che aveva rilevato come, tra il 2011 e il 2020, il marito di Gisèle, Dominique, avesse abitualmente sedato, con fortissime dosi di tranquillanti, la moglie per violentarla e farla violentare – filmandola – da circa cinquanta uomini di età compresa fra i 21 ed i 68 anni. Un orrore! Che investe Gisèle, al pari di un terrifico ciclone. Ma senza piegarla. Anzi, dotandola di una forza di cui forse anche lei mai si sarebbe ritenuta capace. Accetta di affrontare il processo a porte aperte, proprio per trasformare “la sua storia individuale in una presa di posizione collettiva”. La violenza da lei subita, vuole si faccia scudo e specchio di tutte le violenze subite dalle tantissime donne vittime come lei di una feroce criminalità che ben poco ha di umano. Comincia la “sua” personale battaglia. Le sue parole, i suoi gesti, le sue lotte si inseriscono appieno nel cuore del dibattito contemporaneo sui “diritti” delle donne. E qui s’inserisce pur anche l’idea del libro “Un inno alla vita”, in cui Gisèle ripercorre il suo dolore, il percorso giudiziario e il non facile ma decisivo “ritorno alla vita” dopo l’orrore e la violenza inaccettabile delle “torture” subite da parte di chi credeva essere un vero “compagno di vita”.

Tutto questo sarà possibile ascoltare dalla voce della stessa Gisèle Pelicot, invitata alla “Cavalerizza Reale” di Torino (via Verdi, 9), proprio per presentare, in dialogo con Annalena Benini (direttrice del “Salone del Libro”), il suo “memoir”. L’incontro è in programma per mercoledì 18 marzo (ore 18,30) e fa parte del programma di “Aspettando il Salone”, il ciclo di appuntamenti che accompagna lettrici e lettori verso la prossima edizione del “Salone”, in programma a “Lingotto Fiere”, da giovedì 14 a lunedì 18 maggio prossimi, creando momenti di confronto con alcune delle figure più autorevoli e significative della scena culturale internazionale.

L’evento è gratuito con prenotazione obbligatoria, fino a esaurimento posti.

Le prenotazioni sono aperte da alcuni giorni sul sito del “Salone Internazionale del Libro” di Torino: www.salonelibro.it

Gianni Milani

Nelle foto: Gisèle Pelicot e Annalena Benini

“Un pezzo grosso”, riscoperta un’avventura firmata Orson Welles

In attesa della mostra di aprile al Museo del Cinema

S’intitola Un pezzo grosso il libro che, nella collana Oceani, nella traduzione di Alberto Pezzotta e con testi di Gianfranco Giagni e Sergio Toffetti, La nave di Teseo proporrà in libreria dal 31 marzo prossimo: autore Orson Welles. In copertina, su fondo giallo, una figura militare alla Baj, poi l’inedito di un Maestro del Cinema, un’opera ritrovata, un gioiello insperato per il mondo dei cinefili e degli appassionati, un ritratto tutto da scoprire di chi, a ventitré anni (era nato nel 1915), inventò alla radio La guerra dei mondi, “spettacolo” che buttò nel panico migliaia e migliaia di americani che in quel momento credettero di essere sotto attacco da parte dei marziani. Tra i tanti I am che lo incoroneranno in quella che sarà l’immagine introduttiva della prossima mostra a lui dedicata nelle sale del Museo del Cinema di Torino (dal 1° aprile, a cura di Frédéric Bonnaud, direttore della Cinémathèque Française) c’è anche un I am a magician: possiamo negare forse che quell’aspetto magico, perturbante, irrequieto, illusorio – “un talento che non finisce mai di stupire” – sia nato proprio da quella voce radiofonica?

Ringrazio il Museo del Cinema di Torino per aver scelto La nave di Teseo come luogo in cui fare atterrare questo romanzo inedito in Italia di Orson Welles. Per La nave di Teseo costituisce un arricchimento decisivo del suo catalogo già popolato di libri di straordinari registi”, dice Elisabetta Sgarbi, direttore generale della casa editrice. Le risponde Carlo Chatrian, direttore del Museo, spiegando in qualche modo il perché di una scelta: “Welles è per tanti versi un Teseo moderno, un esploratore che mette in comunione mondi distanti, un visionario che ha attraversato diversi territori (artistici) e che ha visto più lontano di molti altri. Per questo i suoi film, i suoi disegni, i suoi scritti ancora oggi ci interpellano: e noi siamo molto felici che la fantasia scritta da Orson Welles negli anni Cinquanta – e purtroppo reale e molto attuale – veda la luce nella traduzione italiana.”

Il romanzo è stato pubblicato sinora soltanto in Francia, nel 1953, ma in un’edizione rimaneggiata e diversa dalla presente e mai negli Stati Uniti o in altri paesi anglofoni: di recente ne è stata rinvenuta una copia originale presso il Fondo Welles del Museo Nazionale del Cinema di Torino, “che aggiunge un tassello fondamentale alla comprensione del suo immaginario e della sua libertà creativa.” Il lettore si ritroverà negli anni Cinquanta, a bordo di una nave in rotta verso Malinha, in cui è una dittatura a dettare legge, sulla quale il giovane Joe Cutler incontra Susie, in viaggio per conoscere il paese del fidanzato: equivoci clamorosi faranno scambiare Cutler per un agente americano sotto copertura, gettando nel panico l’intera isola. Mentre si decide da parte dei governanti d’apparire come una democrazia, il caos coinvolgerà arresti, complotti, elezioni improvvisate, passione inattese e colpi di stato.

e. rb.

Nelle immagini, Orson Welles (foto di Carl Van Vechten del 1937) e Elisabetta Sgarbi (foto copyright: Julian Hargreaves)

Il Libraccio come luogo di incontro culturale per la città

 

Con un ciclo di incontri dedicati la libreria Libraccio Torino si propone come spazio di dialogo tra libri, autori e pubblico.

In una città come Torino, dove il libro continua a essere un punto di incontro tra cultura, pensiero e vita civile, le librerie non sono soltanto luoghi di vendita ma spazi di relazione e di dialogo. Ne Parliamo con Matteo Parlascino oggi responsabile degli acquisti delle novità e dell’organizzazione eventi per le sedi torinesi di Libraccio.

Perché una libreria oggi sceglie di essere presidio culturale e non solo punto vendita?
Perché crediamo che la cultura debba essere abitata. Essere un presidio significa trasformare i nostri negozi in uno spazio pubblico di confronto: non vendiamo solo oggetti, ma ci proponiamo di offrire il contesto e gli strumenti per comprenderli. Il nostro obiettivo è che chiunque entri in una libreria Libraccio ne esca con una domanda in più o una certezza in meno.

Quando avete deciso di diventare luoghi di incontro?
È un’identità che Libraccio porta avanti da tempo in tutta Italia. La scelta di consolidare un calendario strutturato anche a Torino è una prova di maturità: abbiamo voluto superare la logica degli eventi sporadici per creare percorsi coerenti e continuativi. Vogliamo che il Libraccio sia riconosciuto come un’officina di pensiero costante e affidabile per il territorio torinese.

Che tipo di pubblico desiderate coinvolgere?
Puntiamo a un pubblico intergenerazionale. Passiamo dai laboratori per genitori con la pedagogista Giulia Morlacco al coinvolgimento dei giovani su temi caldi come i diritti e l’identità in cicli come Road to Pride. Vogliamo essere un punto di riferimento tanto per le famiglie, quanto per chi cerca un dibattito civile e attuale.

In che modo questi eventi rafforzano il legame con il territorio?
Dando voce alle questioni che toccano da vicino l’anima della città. Un esempio perfetto è l’incontro del 6 marzo in via Ormea. Presenteremo L’ultimo operaio di Niccolò Zancan insieme all’On. Marco Grimaldi. Non è una semplice presentazione: è una discussione necessaria sul lavoro e sulla dignità in una città che ha nell’identità operaia le sue radici e, spesso, le sue ferite. Portare questi temi in libreria significa dire alla comunità: “Siamo qui per riflettere insieme su chi siamo oggi”.

Collaborate con realtà locali o associazioni?

Sì, questa è la linfa della nostra strategia operativa. Proprio il 2 aprile (DA DEFINIRE!) ospiteremo un tavolo sulla cittadinanza attiva. Metteremo a confronto la riflessione istituzionale di Simone Fissolo, autore di Voto dunque sono, con l’esperienza concreta dell’AGS (Associazione Giovani Salesiani) e del progetto Madama Giotto. L’idea è far dialogare la teoria della democrazia con la pratica di chi trasforma ogni giorno lo spazio urbano ai Giardini Anglesio. Il ruolo del Libraccio vuole essere proprio in questo dialogo, favorendolo.

Cosa distingue il vostro modello rispetto ad altre realtà?
Credo ci distingua la nostra trasversalità e la capacità di non mettere barriere. Siamo una piattaforma aperta che mescola linguaggi diversi: possiamo passare dal firmacopie pop in via Santa Teresa alla riflessione sociologica o scientifica in via Ormea. Questa pluralità è la nostra forza.


Gli eventi sono parte di una strategia di evoluzione del brand?

Più che di un’evoluzione, parlerei di una conferma della nostra identità. Libraccio promuove incontri in tutta Italia da anni e nell’ultimo anno le iniziative si sono moltiplicate, andando ad integrare nell’offerta anche attività di comunità alternative alle tradizionali presentazioni. È nel nostro DNA unire il mercato del libro — storicamente legato all’usato e all’accessibilità — con la creazione di spazi di dibattito. A livello locale, il nostro impegno è far sì che questa missione nazionale si traduca in valore concreto per Torino. Chi entra nelle nostre librerie sa che non sta solo acquistando un volume a buon prezzo, ma sta entrando in un ecosistema che si propone di restituire cultura al quartiere.

Come immagini l’evoluzione del Libraccio nei prossimi anni?

Qui a Torino, così come altrove, lo vedo rafforzare il suo ruolo di hub culturale diffuso. Non un unico centro, ma una rete di sedi che dialogano tra loro e con i rispettivi quartieri: San Salvario, Centro e Borgo San Paolo. Ci proponiamo di essere il luogo dove le persone si sentono autorizzate a partecipare, a prendere la parola e a riscoprire il valore profondo dell’essere cittadini attivi.

La rassegna dei libri del mese

Il Libro del Mese – La Scelta dei Lettori

Il più discusso tra i titoli presenti sul nostro gruppo FB è, senza dubbio L’Impronta Del Lupo, di Jo Nesbo, un autore molto amata dagli appassionati del genere.

 

È primavera anche tra gli scaffali delle librerie! Vediamo insieme cosa propongono le case editrici, tra i molti titoli a disposizione.

Watermoon (Nord) è il primo romanzo di Samantha Sotto Yombo che viene pubblicato in Italia, per chi ama atmosfere sognanti che strizzano l’occhio al cinema di Miyazaki e una trama a metà tra giallo e fantasy.

 

 

La Cartomante Di Versailles di Anya bergman (Nord) è un romanzo ambientato ai tempi della Rivoluzione Francese, che unisce azione e sentimenti, per una lettura di svago ma originale.

 

 

La Vita Sempre (Guanda) è il ritorno in libreria di una scrittrice molto apprezzata da critica e pubblico, Elena Varvello che racconta la storia d’amore tra due anime diverse, unite dal desiderio di ribellione e libertà.

 

 

Consigli per gli acquisti

Questa è la rubrica nella quale diamo spazio agli scrittori emergenti, agli editori indipendenti e ai prodotti editoriali che rimangono fuori dal circuito della grande distribuzione.

Assassini (Auto-produzione, 2025) di Marco Alberici, un giallo dal ritmo elevato, per una lettura ad altissima tensione.

 

Il Lungo Tramonto dell’Impero: Dall’Espansione Al Caos – guerre, crisi e caduta dell’Impero Romano, di Jacopo Marini (auto-pubblicazione, 2025) è una lettura perfetta per avvicinarsi ad una storia incredibile come quella dell’Impero Romano, un argomento di grande fascino per ogni tipo di lettore.

 

Incontri con gli autori

Abbiamo intervistato per voi gli autori più richiesti del momento: leggete le nostre interviste a Kristine Maria RapinoGiorgia LeporeEmilio Franceschini.

 

 

Per rimanere aggiornati su novità e curiosità dal mondo dei libri, venite a trovarci sul sito www.ilpassaparoladeilibri.it

Il Procuratore e gli esorcismi di via Cappel Verde

Giorgio Vitari e il suo settimo romanzo tra esorcismi e alta finanza

Con il suo nuovo romanzo, Il procuratore e gli esorcismi di via Cappel Verde, pubblicato da Neos Edizioni, Giorgio Vitari torna a Torino e alle indagini del procuratore Rotari; lo fa, però, attraversando una soglia nuova, dove il diritto si confronta con l’ombra. «Perseverare è diabolico», osserva con ironia lo scrittore, giocando sul fatto che questo sia il suo settimo romanzo. Un modo per entrare subito nel cuore del libro, dove il tema del diavolo e degli esorcismi non è mai semplice folklore, ma diventa chiave narrativa e simbolica. L’ispirazione, racconta Vitari, nasce dalla figura reale di un’esorcista, Enrichetta Naum, e da quell’appartamento di via Cappel Verde, a Torino, dove abitava prima di trasferirsi in via Garibaldi.

Cento metri quadri che diventano spazio letterario, luogo chiuso e denso, quasi un personaggio, con mobili raffinati tendaggi pesanti, candelabri e dove un tecnico che deve piazzare delle microspie, per conto della Procura, percepisce ancora delle presenze. «Abbiamo provato ad andare a vedere quell’appartamento diverse volte», racconta l’autore, «non è stato facile entrarci, ma alla fine ci siamo riusciti»; come se anche la realtà opponesse una resistenza, un filtro tra il visibile e ciò che resta nascosto. Il romanzo si apre con un incidente sospetto durante un rito satanico in una casa torinese dalla fama sinistra. Il procuratore Rotari torna in città per indagare sulla morte di un dirigente di banca, precipitato tra le montagne della Val di Susa in circostanze apparentemente accidentali. Ma le perplessità dell’avvocata Isotta Fraschini insinuano il dubbio che dietro quella fine si celi altro.

Il passato della vittima è più opaco del previsto e l’inchiesta conduce verso un gruppo esoterico torinese le cui riunioni notturne gettano un’ombra inquietante sull’intera vicenda. Rotari si muove tra silenzi interessati, menzogne costruite con abilità e un potere che agisce lontano dalla legge, in una Torino bene fatta di alte sfere economiche e figure influenti. In questo crescendo di tensione, la dimensione sovrannaturale sembra sfidare la razionalità dell’indagine, ma è proprio la procedura, con la sua logica e i suoi strumenti, a mantenere saldo il contatto con la realtà.

Giorgio Vitari spiega dell’evoluzione nella sua scrittura affermando che il primo romanzo, ambientato nel 1983, era fortemente ancorato a fatti storici realmente accaduti: la trama ruotava attorno alla ricostruzione documentata degli eventi. «Dal terzo libro in poi, invece, mi sono spostato sulla credibilità della trama», chiosa. L’obiettivo, dunque, non era più unicamente raccontare una storia, ma costruire un intreccio verosimile, capace di reggersi sulla coerenza interna dei personaggi e delle loro scelte. Per questo settimo libro, tuttavia, il metodo cambia ancora. «Non avevo tutta la trama», confessa. «Scrivo quando mi viene l’ispirazione. Sto nella mia stanza, nel silenzio. Gli altri libri avevano una struttura già formata, questa volta mi sono lasciato trasportare».

Quella dello scrittore, ora, è una scrittura più istintiva, che segue l’ombra anziché illuminarla subito. Il risultato è un ottimo romanzo dal ritmo serrato, ma enigmatico fino all’ultima pagina in cui la verità resta una presenza sfuggente. «La verità è un’ombra che a qualcuno serve rimanga tale», sembra suggerire la vicenda di Rotari. E forse è proprio qui il nucleo giuridico del libro: non nel rito, non nell’esorcismo, ma nello scontro tra ciò che appare e ciò che può essere dimostrato. In un tempo in cui il confine tra credenza e manipolazione è sempre più sottile, Vitari affida alla legge il compito di attraversare il buio. Anche quando il diabolico sembra insinuarsi tra le pieghe della realtà.

 Maria La Barbera

“L’ultimo operaio”, il libro di Zancan al Libraccio di via Ormea

Il declino industriale e il volto del nuovo precariato: al Libraccio di Via Ormea Niccolò Zancan con l’On. Marco Grimaldi presenta L’ultimo operaio (Einaudi).

 

Torino, 6 marzo 2026 – ore 18:00 Libreria Libraccio, Via Ormea 134/B, Torino

Torino – In un quartiere che racconta la memoria della Torino industriale, la libreria Libraccio di via Ormea ospita un incontro di profonda attualità sociale. Mercoledì 6 marzo alle ore 18:00, verrà presentato il libro di Niccolò Zancan, L’ultimo operaio (Einaudi).

L’autore dialogherà con l’Onorevole Marco Grimaldi, Parlamentare alla Camera dei Deputati per Alleanza Verdi e Sinistra, da anni impegnato in prima persona nelle vertenze sindacali e nelle lotte contro il precariato. Modera la giornalista de La Stampa Giulia Ricci.

Il libro: un’indagine sulla fine di un’epoca
Dopo Antologia degli sconfitti, Niccolò Zancan torna a esplorare le ferite aperte del sistema produttivo italiano. L’ultimo operaio non è un resoconto giornalistico, ma un lavoro di ricerca anzitutto umana e poi sociologica che attraversa la storia industriale della città, analizzandone il declino e la trasformazione in un presente fatto di automazione, solitudine e nuove forme di sfruttamento. Zancan dà voce a chi è rimasto indietro, a chi abita i capannoni vuoti e a chi, nonostante il mutamento del paradigma economico, incarna ancora oggi la dignità della classe operaia.

La libreria come presidio nel quartiere San Salvario/Nizza
Situata in un quadrante della città storicamente legato all’indotto industriale e alla residenzialità operaia, la libreria si propone oggi come polmone culturale. In un quartiere che sta ridefinendo la propria identità, portare la discussione sul lavoro e sulla memoria industriale significa onorare le radici del territorio offrendo, al contempo, strumenti critici per interpretare il futuro.

Un confronto tra giornalismo e politica
L’intervento dell’Onorevole Marco Grimaldi porterà l’analisi politica dentro i nodi della crisi industriale torinese, tracciando insieme a Zancan le traiettorie necessarie per restituire centralità e dignità al lavoro in una città che non può rinunciare alla propria vocazione produttiva.

Un viaggio nella letteratura torinese che trasforma strade, piazze e caffè in storie indimenticabili

Dai classici dell’Ottocento ai bestseller contemporanei

La letteratura torinese ha conosciuto diverse fasi di grande vitalità. Alla fine dell’Ottocento, Torino emerge come città dell’editoria grazie alla diffusione di giornali, riviste e case editrici che favoriscono la nascita di diversi scrittori. Nel primo Novecento, tra le due guerre, la nostra splendida città diventa luogo di fermento intellettuale: qui si intrecciano scrittori, giornalisti e critici e si ospitano le prime riviste letterarie moderne. Negli anni ’60, grazie a diversi autori e autrici Torino è stata teatro di una letteratura più domestica e riflessiva, capace di raccontare la vita quotidiana con profondità psicologica. Negli anni ’70 e ’80, invece, la città si distingue nel giallo e nella narrativa urbana con una discreta dose di ironia sociale.

 

Dal 2000 in poi, la narrativa contemporanea torinese, riconferma la città come laboratorio creativo, capace di raccontare emozioni universali in chiave moderna. Cinque libri, tra autori nati in città e opere strettamente legate a essa, narrano di storie che hanno contribuito a definire l’immagine culturale del capoluogo piemontese. In cima alla lista c’è La solitudine dei numeri primi di Paolo Giordano, nato a Torino. Pubblicato nel 2008, ha venduto oltre un milione di copie in Italia e ha conquistato lettori in tutto il mondo. Il romanzo racconta la vita di Alice e Mattia, segnati da traumi infantili, e Torino appare come sfondo silenzioso e concreto: dalle vie universitarie agli spazi urbani sospesi tra modernità e classicità, la città riflette le fragilità e le introspezioni dei personaggi. Tra i classici, spicca certamente Lessico famigliare di Natalia Ginzburg,Premio Strega 1963. L’autrice nacque a Palermo, ma la sua famiglia si trasferì a Torino, e la città permea le dinamiche familiari e sociali del romanzo. Le strade del centro, le piazze borghesi e le conversazioni domestiche raccontano Torino come luogo di formazione culturale e civile. Il libro ha accompagnato generazioni di lettori, consolidando l’immagine di Torino come città che unisce vita privata e fermento intellettuale. La donna della domenica di Carlo Fruttero e Franco Lucentini (1972) è un giallo-letterario in cui Torino diventa un vero e proprio personaggio. Dai caffè storici di Piazza Vittorio Veneto alle vie eleganti del centro, l’opera restituisce un’immagine di Torino colta e cosmopolita, in bilico tra ironia e mistero. I due autori torinesi hanno poi scritto A che punto è la notte, proseguendo la saga del commissario Santamaria e confermando la città come palcoscenico ideale per storie di indagine e riflessione sociale.Non si può dimenticare Cuore di Edmondo De Amicis (1886), il cui racconto scolastico e morale ha segnato generazioni di studenti. Alcune pagine sono ambientate a Torino, città della scuola e della crescita civile. Le aule, le piazze e le vie cittadine evocano un’educazione fatta di impegno, disciplina e valori condivisi. Questi straordinari libri dimostrano come Torino sia stata, e continui ad essere, un laboratorio di emozioni, storie e riflessioni. Dalle passeggiate universitarie di Giordano, alle piazze borghesi di Ginzburg, ai caffè e vicoli investigativi di Fruttero e Lucentini, fino alle aule scolastiche di De Amicis, la città emerge come protagonista silenziosa ma essenziale. Torino non è sololuogo di industria e politica: è una città che racconta sé stessa attraverso la letteratura, dove ogni strada e ogni piazza possono evocare un romanzo, un ricordo, un’emozione.

Maria La Barbera

“365 Oscar Mondadori”… quando i libri si pagavano ancora in “lire”

Al “Circolo dei lettori” di Torino, si presentano, in un gradevolissimo “libro illustrato”, sessant’anni di storia della grande editoria italiana

Lunedì 23 febbraio, ore 18,30

Che nostalgia! Quanti anni sono passati. Ero ancora un ragazzotto, un abbastanza studioso “pivello” (o “pischello” direbbero a Roma) e frequentavo a Torino il mitico “Istituto Rosmini” – oggi sede del “Corso di Laurea in Infermieristica” dell’Università subalpina – sito nell’omonima via dedicata al sacerdote – filosofo (“beatificato” da Papa Benedetto XVI nel 2007) roveretano. Andavo bene a scuola, benissimo a tirar di palla nel cortile affacciato alla via Nizza e avevo un sogno: crearmi in un angolo dell’alloggetto in cui vivevo con mamma e papà al civico 17 della vicina via Bidone, una mia piccola casalinga “biblioteca”. Già, amavo tanto leggere. Ma i soldini che circolavano in casa non arrivavano quasi mai a soddisfare quel tanto di “superfluo” che andasse oltre il necessario tran tran del vivere quotidiano. Fu per me, quindi, una grandissima gioia, scoprire un bel giorno nella vetrina della solita “Cartolibreria” vicina a casa, in via Saluzzo, l’uscita di piccoli “grandi” libri a prezzi (con qualche mio personale sacrificio) finalmente abbordabili. Correva l’anno 1965. Circolavano ancora le lire (l’“euro” era lontano) o, al più, i “gettoni telefonici” usati, oltre che nelle cabine (quelle tante che ancora oggi resistono inutilmente!) per chi ancora non disponeva della comodità di un telefono casa, come equivalenti delle monete di piccolo taglio e di piccolo valore. Ebbene, quei libri tanto desiderati e “assaporati” , naso incollato a quella vetrina da sogno (come un bimbo goloso di fronte agli irresistibili dolci di una “signora” pasticceria) costavano, allora, la cifra “da non crederci” di 350 lire (a fronte del costo medio che si aggirava, in quegli anni, per le opere di Narrativa intorno alle 1800 lire), l’equivalente di un biglietto per il cinema. Sconvolgente!

Ma che libri erano mai? Erano i primi nati della celebre Collana “Oscar Mondadori”, prima Collana italiana di “libri tascabili” (o “libri – transistor”slogan coniato dal poeta Vittorio Sereni, che alla Collana lavorava con Alberto Mondadori, figlio del grande Arnoldo) venduti, per la prima volta in Italia anche nelle edicole.

L’abbiamo detto, correva l’“Anno Domini” 1965. E oggi, in occasione del 60° anniversario di quella “benedetta invenzione”, la “Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori” presenta a Torino al “Circolo dei lettori e delle lettrici” (via Bogino, 9) “365 Oscar Mondadori”, il secondo annuario della Collana “365”, a cura di Arianna Gorletta (dal 2015 impegnata nell’“heritage” della “Fondazione”) e Livia Satriano (responsabile della pagina “Instagram” libribelli_books, seguita da oltre 43mila utenti).

L’appuntamento, in programma lunedì 23 febbraio (ore 18,30), si inserisce in “Dialogo aperto”, la Stagione 2025/2026 della “Fondazione Circolo dei lettori”.

Dopo il successo di “365 Telegrammi”“365 Oscar Mondadori” intende celebrare la storia della collana che ha, davvero, rivoluzionato l’editoria italiana, proponendo una selezione di 365 copertine a colori tratte dai 13.431 titoli pubblicati tra il 1965 e il 2025.

Ogni copertina racconta non solo i bestseller e i grandi illustratori come l’alassino Ferenc Pintér o il milanese (“Uomo del cerchio”Carlo Jacono o l’olandese Karel Thole, ma anche “le trasformazioni della grafica, del gusto e del costume dell’Italia negli ultimi sessant’anni”.

Ma, attenzione!, “365 Oscar Mondadori” non è solo un libro da leggere, ma un vero e proprio “catalogo storico illustrato”, il primo della storia, con l’elenco alfabetico completo di tutti i titoli “Oscar” pubblicati dal debutto della collana, il 27 aprile 1965, con “Addio alle armi” di Ernest Hemingway al prezzo di 350 lire (stampato in 60mila copie, tutte esaurite il giorno stesso dell’uscita), per arrivare alle “uniform edition” firmate da “graphic designer” di fama internazionale come l’irlandese Jack Smyth per Italo Calvino o alle copertine “anonime”, non firmate e prive di autore, e a quelle “rare”, subito sostituite o andate fuori catalogo.

A completare l’opera, 52 pagine di curiosità, aneddoti e numeri sulla storia dei “libri-transistor” che, fin dalla nascita, si rinnovano ogni settimana e durano tutta la vita. Ad esempio, come ci racconta il libro, sono 288 gli “Oscar” che contengono nel titolo la parola “amore” e 171 quelli con “guerra”121 é invece il numero dei romanzi dell’autrice più rappresentata negli “Oscar”: l’ineguagliabile Agatha Christie che batte Georges Simenon (83) e Italo Calvino (61).  Fra i titoli “leader” di mercato, nel corso degli anni e delle varie “sottocollane”: “Un amore” di Dino Buzzati, con 400mila copie vendute, per non dire del vero long-seller, a firma di Carlo Cassola,“La ragazza di Bube”446.800 copie vendute in sei anni.

Un “tuffo” nel “passato”. E in un “presente” che ancora ha tanto da apprendere e restituire in fatto di emozioni.

La prefazione è a cura di Giacomo Papi (scrittore, nonché “direttore dei contenuti” di “Fondazione Mondadori”) e Livia Satriano.

Per infowww.circololettori.it o www.fondazionemondadori.it

Gianni Milani

Nelle foto: Cover “365 Oscar Mondadori” e cover prime edizioni di “Addio alle armi” (Ernest Hemingway) e di “Poirot e i quattro” (Agatha Christie)

“La Stirpe dei Guerrieri della Luce”: alla scoperta della saga epic-fantasy di Sonia Strangio

Informazione promozionale

Con una scrittura avvincente, epica e psicologica, Sonia Strangio costruisce una saga fatta di potere, desiderio, identità e trauma, dove l’azione è sempre conseguenza di scelte umane, e la tensione non scende mai: perché la vera battaglia, in Chromos, è restare interi. Nessuno nasce puro. Ma qualcuno sceglie di non mentirsi più. Ed è lì che inizia la saga…

 

Sonia Strangio è scrittrice e autrice della saga epic-fantasy La Stirpe dei Guerrieri della Luce.

Ha pubblicato il suo primo romanzo Buon Sangue (prima edizione 2008, seconda edizione 2011), sviluppando fin da subito una cifra narrativa intensa, psicologica e orientata ai temi del potere, dell’identità e delle dinamiche umane.

E’ stata giornalista televisiva per Rete Veneta (Bassano del Grappa – Vicenza). Laureata in Criminologia, porta nella scrittura l’osservazione del reale: personaggi complessi, dialoghi credibili, tensione emotiva e politica. Ha scritto anche per il teatro, con commedie di ottimo riscontro di pubblico, e prosegue oggi un progetto narrativo ambizioso e trasversale, tra romanzo e immaginario seriale.

A 53 anni, continua a costruire storie come si costruiscono regni: senza scorciatoie, senza concessioni, con una determinazione che i lettori riconoscono come firma. Il suo motto — Nunquam Retro — non è soltanto una parola in pagina: è una dichiarazione di percorso.

 

Volume 1 (L’Erede senza Volto)

Non ci sono eroi. Ci sono troni che divorano, famiglie che mentono, e un mondo dove il potere non è un premio: è una condanna da meritare ogni giorno.

L’Erede senza Volto apre le porte di Chromos con una voce rara: epica ma intima, feroce ma lucida, capace di parlare di desiderio e politica nella stessa frase , senza mai perdere dignità, ritmo, verità umana. La guerra non è soltanto battaglia: è educazione, controllo, propaganda. L’amore non è conforto: è rischio, fame, perdita di sé. Ma è anche un modo per ricostruirsi in modo genuino e per sfidare un’egemonia corrotta e crudele.

In questo primo volume, il lettore entra in una rete di alleanze e tradimenti dove ogni gesto ha un prezzo e ogni silenzio è una strategia. Nessun personaggio è “decorativo”: tutti scelgono, sbagliano, sopravvivono. E quando credi di aver capito chi comanda davvero, Chromos ti toglie il terreno da sotto i piedi, con eleganza.

Un fantasy dove sensualità e intrigo si fondono magistralmente, costruito come un thriller di corte: tensione costante, dialoghi vivi, un immaginario potente e concreto. Una storia che non chiede di credere alla magia: chiede di credere agli uomini.

Perché a Chromos l’amore non consola: espone. E chi espone il cuore, perde sempre qualcosa. Ma proprio in quella perdita riscopre la forza del segreto più antico: ciò che perfino gli dèi temono.

La Stirpe dei Guerrieri della Luce non è “un’ altra saga fantasy”. È un’epopea moderna mascherata da mito: parla di noi mentre racconta di troni, dinastie e giuramenti.

Chromos è un mondo duro, splendido, spietato. Qui le stirpi non sono genealogie: sono prigioni. I regni non sono mappe: sono sistemi. E la “luce” non è bontà: è disciplina, scelta, responsabilità — spesso pagata con sangue e rinunce.

Il cuore della saga è una lotta silenziosa e totale: non solo per il potere, ma per il significato stesso della libertà. I personaggi combattono sul campo ma anche nel loro intimo, per non diventare ciò che il mondo pretende da loro. E quando l’amore entra in scena, non salva nessuno: semmai rivela quanto sei disposto a perdere pur di non tradirti.

Con una scrittura avvincente, epica e psicologica, Sonia Ariel Strangio costruisce una saga fatta di potere, desiderio, identità e trauma, dove l’azione è sempre conseguenza di scelte umane, e la tensione non scende mai: perché la vera battaglia, in Chromos, è restare interi.

Nessuno nasce puro. Ma qualcuno sceglie di non mentirsi più. Ed è lì che inizia la saga.