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“Mi fai una storia?” Sarà un’edizione speciale

Per “salutare la primavera”, quella che il “Festival di lettura” rivolto ai bimbi più piccoli terrà nella nuova Biblioteca di Druento

Venerdì 20 e sabato 21 marzo

Druento (Torino)

Bimbe e bimbi dagli 0 ai 6 anni, età in cui ancora (salvo in casi di “enfants super- super-prodiges”) non si legge. E’ “a” e “per” loro che nasce “Mi fai una storia?”, Festival di “Lettura e Ascolto”, giunto ormai alla sua sesta edizione e che, venerdì 20 e sabato 21 prossimi, si terrà per la seconda volta a Druento (Torino), negli spazi della nuova e attivissima “Biblioteca” dedicata a Ipazia d’Alessandria (filosofa, matematica e astronoma dell’antica Grecia, simbolo universale della libertà di pensiero contro ogni fanatismo religioso), al civico 10 di via Morello.

Dopo l’appuntamento a Settimo torinese ( il 6 e 7 febbraio scorsi), il Festival – unico del genere in Italia – si presenta in questa nuova tappa druentina, con l’abito della “primavera”, è completamente gratuito e organizzato, come sempre, dall’Associazione “Il Bambino Naturale” e “Il Leone Verde Edizioni”, in collaborazione questa volta con la “Biblioteca Civica Multimediale Ipazia” e il patrocinio del “Comune di Druento”, sotto la direzione artistica di Anita Molino.

Il titolo del Festival si ispira a un libro di Elisa Mazzoli – scrittrice, formatrice e due volte Premio “Nati per Leggere”, originaria di Cesena ma da sempre residente a Cesenatico – pubblicato dalla torinese Casa Editrice “Il Leone Verde” e titolo che riprende una domanda rivolta spesso dai più piccoli ai “grandi” di loro riferimento: … Papà, mamma, nonno, nonna … mi fai una storia?

“Siamo davvero felici – spiega Anita Molino, direttrice artistica – di tornare a Druento per la seconda volta. L’anno scorso c’è stata tanta partecipazione e voglia di stare insieme: abbiamo dunque deciso di riproporre con entusiasmo questo appuntamento pensato per scuole e famiglie. Ci piace l’idea di trasmettere e diffondere le pratiche legate alla lettura con il corpo e di rendere la lettura un’esperienza fatta di movimento, gioco, scoperta: così i bambini imparano divertendosi e anche i grandi possono trovare spunti nuovi per crescere insieme a loro. Quest’anno ci saranno anche i laboratori dedicati alle filastrocche e momenti per fare insieme musica pensati proprio per i più piccoli. E come sempre, tutto sarà gratuito. Il che non guasta proprio!

Anche per questa nuova edizione, il cuore pulsante dell’evento si manifesterà nelle “attività laboratoriali” condotte da professioniste di rilievo nazionale. Lara Tassini, giovane illustratrice di Novara, diplomata alla prestigiosa Scuola “Ars in Fabula”, guiderà, nella prima giornata, i partecipanti nell’esperienza “Forme da esplorare”. In questo contesto, il “cartoncino colorato” diventa il mattone per costruire un “alfabeto emotivo”: attraverso il collage di forme geometriche e irregolari, ogni bambino è invitato a dare corpo al proprio “animale delle emozioni”“Si tratta – spiega la docente – di un esercizio di introspezione creativa che prende le mosse dal progetto editoriale ‘Naso pulito’, dove figure simboliche come il leoncino o l’elefantino aiutano i piccoli a processare sentimenti complessi come la rabbia o la tristezza, trasformandoli in creature visibili e condivisibili”.

Accanto alla Tassini, Elisa Mazzoli andrà a proporre il curioso progetto “Gatto giraffa coniglio leone”, dove la lettura si fa “azione e gioco”: gli animali dei libri escono dalle pagine per fare ginnastica e stringere amicizia con i presenti! A conclusione del laboratorio, si andrà anche a costruire un “distintivo speciale”, quale simbolo di appartenenza alla “Comunità degli Amici della Natura e della Lettura”.

Altro momento clou del Festival quello dedicato a quanti (insegnanti, in particolare) accompagnano i bambini nel loro percorso di crescita. Nel pomeriggio di venerdì 20 marzo, il Convegno “Tu mi interessi” rappresenta in tal senso un momento di “alta formazione” (i docenti, iscrivendosi, riceveranno anche l’attestato riconosciuto dal “Mur–Ministero dell’Università e della Ricerca”). Sempre Elisa Mazzoli metterà a disposizione la sua esperienza di “storiatrice” con l’obiettivo di “trasformare l’atto del leggere in un gesto di cura e attenzione reciproca, fondamentale per lo sviluppo cognitivo e relazionale, risvegliando l’interesse dei bambini sin da piccolissimi”.

La giornata di sabato 21 marzo prevede in agenda altri due appuntamenti conclusivi di grande impatto sensoriale. Mentre Elisa Mazzoli torna a incantare con “Trottoliamo” – una caccia al tesoro tra le pagine dedicata alle avventure della chiocciola e dei suoi amici nascosti – la musicista Laura Bossi introdurrà la dimensione sonora con il suo “Concerto bambino!”. Basato sul celebre “Metodo Gordon”, l’incontro propone canti melodici e ritmici privi di parole, creando uno spazio di piena libertà gestuale, “sottolineando come la musica, al pari della parola, sia un linguaggio universale capace di nutrire l’anima fin dalla culla”.

Per ulteriori info su programma e orari: www.mifaiunastoria.it

G.m.

Nelle foto: Elisa Mazzoli e immagini di repertorio

Sulla scia di una gondola, veneti a Chieri

All’ingresso di Chieri, arrivando da Riva, un monumento a forma di gondola saluta i veneti del chierese. L’hanno eretto loro per ricordare la storia secolare dell’emigrazione dei veneti in quest’angolo del Piemonte. L’hanno chiamato “Sogno”, un sogno diventato realtà. Un’epopea che nasce all’inizio del Novecento, un lungo libro da sfogliare, pagina dopo pagina. Si parte e si lascia la terra natia poco più che bambini. Uno zaino in spalla con lo stretto necessario, due soldi in tasca e tanta voglia di partire alla ricerca di un lavoro, anche a costo di lasciare la famiglia per molto tempo. Verso luoghi lontani, in treno, su un camion, in bici. Accade così che negli anni Venti del secolo scorso decine di ragazzini, tra i 10 e i 15 anni, lasciano la campagna veneta tra Vicenza, Padova e Rovigo, attraversano la Pianura Padana e si trasferiscono nel chierese per lavorare nei campi, a mietere il grano con la falce, nelle stalle, nei pascoli, nei cantieri, almeno per qualche mese. Va tutto bene, tornano a casa e raccontano che a Chieri c’è lavoro. Era l’ardita avanguardia di un folto gruppo di migranti che tra gli anni Trenta e Quaranta si trasferirono con tutta la famiglia nelle cascine del chierese. Fu un vero e proprio esodo dal Veneto al Piemonte. La crisi agricola, la povertà dei campi, le campagne troppo popolate e le scarse opportunità nell’industria spinse molte famiglie venete a nord-ovest per trovare un’occupazione contribuendo alla crescita economica del territorio. Ma perché proprio nel chierese? Il territorio offriva la possibilità di lavorare nel tessile, già molto sviluppato nella zona, storicamente un vanto del chierese, un motore economico per secoli, e nelle attività manifatturiere e artigianali oltreché nell’edilizia. E così, nella città alle porte di Torino nacque la comunità veneta del chierese e oggi, su 36000 abitanti ben 12000 sono discendenti di veneti. Il libro “Sulla scia di una gondola”, di Adelino Mattarello, editrice il Punto, fresco di stampa, presentato alla biblioteca civica Francone a Chieri, ripercorre questa lunga vicenda. È una raccolta di biografie, aneddoti, racconti, 300 fotografie e mille curiosità sulla vita quotidiana, religiosa e associativa dei numerosi veneti che per necessità hanno dovuto lasciare la propria terra per ricominciare a vivere in altri luoghi. Un libro ricco di testimonianze, come quella di Mirto Bersani, direttore del Corriere di Chieri, con bisnonno padovano, che racconta la storia della migrazione dei veneti che iniziò cent’anni fa con quei ragazzi veneti mandati a lavorare nei campi del chierese. Lo stesso autore del libro, Mattarello, è nato ad Adria (Rovigo) e negli anni Sessanta si è trasferito a Chieri dove già si trovavano i cugini.
Un cammino di integrazione certamente lungo e duro ma anche entusiasmante da parte di migliaia di persone che non hanno mai dimenticato il paese natale e che attraverso l’Associazione Veneti si mantengono in contatto con la terra d’origine. I primi decenni nel chierese non furono affatto facili, c’era molta diffidenza verso i nuovi arrivati, considerati perfino ladri di lavoro. Fu una migrazione a tappe: la seconda generazione trovò lavoro nelle fabbriche e nel tessile, poi la tragica alluvione del Polesine nel 1951 spinse tanti altri veneti a trasferirsi nel torinese. Una migrazione che col tempo ebbe anche risvolti politici e amministrativi con l’elezione nel 1969 del primo sindaco veneto di Chieri, il padovano Egidio Olia. Il padre dell’attuale sindaco è veneto.
                                                                                           Filippo Re

Le barriere zingare di Gipo

Roberto Cardaci (1955) è sociologo, ricercatore ed esperto in progettazione sociale. Svolge la sua attività professionale presso la Scuola di Amministrazione Aziendale UNITO e la Fondazione Educatorio della Provvidenza di Torino. Si occupa di temi legati alla dimensione sociale dei territori, e di progetti per l’inclusione di soggetti deboli. Ha pubblicato Poveri nella città. Dove vivono e che cosa chiedono a Torino (2013), Superare la recessione. Lavoro e welfare per rilanciare l’economia reale (2023). Collabora con riviste nazionali e internazionali.


Con la prefazione di Valentina Farassino, editore Marcovalerio ha pubblicato un libro che è uno studio, una ricerca, una fotografia sociale attraverso le canzoni di Gipo Farassino chansonnier barrierante  poeta autore che ha raccontato la sua città in ogni suo spaccato tra la fine degli anni 50 ad arrivare al 2000.Dai personaggi di barriera alla città in pieno boom sotto la Fiat, dai parchi ai fiumi ,al ritratto di personaggi variopinti che animavano le vie, ai locali, alle atmosfere. Un racconto sociologico che chi ha i capelli grigi ha vissuto o sentito raccontare dai nonni e genitori.
L’ autore racconta senza nostalgie, ma si tratta di una Torino che è stata, che Gipo aveva già disegnato nelle sue canzoni.

gd

Il Book Retreat, rigenerarsi con i libri

Una pratica di cura di sé tra silenzi, natura e condivisione

C’è un modo nuovo di avvicinarsi ai libri: rallentare, isolarsi dal rumore quotidiano, dedicare tempo e attenzione alla lettura o alla scrittura in un luogo pensato per nutrire mente e immaginazione. È questo il cuore del book retreat, una formula che sta conquistando lettrici e lettori in tutto il mondo. Si tratta di soggiorni di durata variabile, da un weekend a una settimana, pensati per chi desidera immergersi completamente tra le righe di un libro. A differenza di una semplice vacanza, il book retreat ha come centro l’esperienza letteraria: ore dedicate alla lettura, momenti di silenzio, confronto con altri partecipanti e talvolta incontri con scrittori, editor o formatori. Le prime esperienze di questo tipo nascono nei paesi anglosassoni, soprattutto nel Regno Unito e negli Stati Uniti, sull’onda dei writer’s retreat e dei silent retreat. Nel frattempo l’idea si è diffusa anche in Europa trovando spesso sede in luoghi immersi nella natura: casali di campagna, monasteri riconvertiti, rifugi di montagna e piccoli borghi lontani dal turismo di massa.Ciò che distingue un book retreat è la qualità del tempo che si vive. Le giornate sono scandite da ritmi lenti: lettura individuale, scrittura libera o guidata, passeggiate, pasti condivisi, talvolta meditazione o yoga. La tecnologia è ridotta al minimo, se non addirittura assente, e il silenzio diventa un alleato prezioso. Alcuni ritiri sono tematici, altri puntano sull’esperienza comunitaria, altri ancora sul raccoglimento individuale. Anche in Piemonte si organizzano iniziative che richiamano lo spirito del book retreat. Esempi concreti includono ritiri di lettura e mindfulness nelle risaie vercellesi, combinando lettura, meditazione, natura e condivisione. Sul territorio ci sono inoltre festival letterari e circoli di lettura, come l’Independent Book Tour, che attraversa Torino, Alessandria, Asti e Cuneo, offrendo incontri con autori, presentazioni e momenti di scambio culturale in un’ottica di “bibliodiversita’”. Sebbene i ritiri strutturati di più giorni siano ancora pochi, l’offerta sta crescendo grazie a biblioteche, agriturismi e B&B che propongono esperienze culturali immersive. Organizzare un book retreat è importante perché offre più di un semplice momento di lettura: crea uno spazio di profondità mentale e benessere emotivo, riduce lo stress, migliora la concentrazione e permette di ritrovare calma e piacere nella quotidianità. La lettura diventa una pratica di cura di sé, un modo per riflettere, assorbire nuove idee, ristabilire equilibrio e creare legami con chi condivide la stessa passione. In un mondo che corre, fermarsi a leggere significa fare spazio per pensare, sentire e immaginare.

Il book retreat, dunque, non è solo un evento culturale, ma un’esperienza che rallenta il tempo, rigenera la mente, nutre le emozioni e rinnova la relazione con i libri. Un viaggio interiore che continua ben oltre i giorni del ritiro, trasformando la lettura in un atto di cura.

Maria La Barbera

La Ciurma salpa a marzo: autori, storie e incontri nella libreria di quartiere

 

A Torino, in via Caprera 28/B, c’è una piccola libreria che sembra più un porto che un negozio. Non a caso si chiama La Ciurma. Cinquanta metri quadrati appena, scaffali fitti e una porta che resta spesso aperta: dentro non entrano solo lettori, ma conversazioni, curiosità, incontri.

Nel cuore del quartiere Santa Rita, questa libreria indipendente sta diventando sempre più ciò che aveva immaginato fin dall’inizio: un luogo di comunità. Qui i libri sono il punto di partenza, ma il vero protagonista è il legame che si crea tra chi entra. Vicini di casa, studenti, appassionati di narrativa, genitori con bambini in cerca di nuove storie. Una piccola tribù urbana che si ritrova tra presentazioni, reading e discussioni spontanee tra uno scaffale e l’altro.

Il mese di marzo porta con sé una serie di appuntamenti che trasformano La Ciurma in un salotto culturale di quartiere.

Si parte mercoledì 19 marzo alle 18.30 con Sebastiano Martini, autore de Il frastuono del mondo. Un titolo che evoca il rumore e le tensioni del presente, ma che in uno spazio raccolto come quello della libreria si trasforma in dialogo: la voce dell’autore, le domande dei lettori, l’ascolto attento che solo i libri sanno generare.

Il 26 marzo alle 18.30 sarà invece la volta di Donato Montesano, che presenterà Chi ha polvere spara. A dialogare con l’autore sarà Valeria Rombolà, in un incontro che promette di addentrarsi in una storia dura e profondamente reale. Il libro nasce infatti da una vicenda vera: quella di Chiruzzi, figura controversa che tra gli anni Settanta e il 2000 accumulò ricchezze enormi, arrivando a possedere oltre un miliardo di lire a soli 22 anni, mantenendo però la propria indipendenza dalla mafia e dalla criminalità organizzata. Dopo 36 anni complessivi di detenzione, Chiruzzi ha scelto di trasformare la propria esperienza in testimonianza, dedicandosi alla divulgazione della sua storia e alla sensibilizzazione sulle condizioni del sistema carcerario. Un racconto che intreccia potere, cadute e redenzione, e che invita a riflettere su giustizia, libertà e responsabilità.

Il 27 marzo alle 18.30, in un incontro che intreccia sport e città, Mauro Berruto ed Elena Miglietti presenteranno In mezzo il fiume. Sport e storie a Torino. Un libro che attraversa la città seguendo il filo dello sport come linguaggio collettivo: allenamenti, sfide, passioni e piccoli gesti quotidiani che raccontano Torino da una prospettiva diversa, fatta di comunità e appartenenza.

E poi c’è spazio anche per i lettori più giovani. Il 28 marzo alle 16.30 sarà la volta di Ma Pe con Campo Mostro, un appuntamento pensato per bambini e ragazzi, perché una libreria che vuole essere comunità non può dimenticare chi le storie le sta appena scoprendo.

Il bello della Ciurma è proprio questo: la dimensione intima. Non ci sono palchi né distanze. Gli autori parlano a pochi passi dai lettori, tra pile di libri e sedie avvicinate all’ultimo momento. Spesso l’incontro continua anche dopo, tra chiacchiere spontanee e consigli di lettura.In un tempo in cui molti luoghi culturali rischiano di diventare spazi di passaggio, La Ciurma sceglie la rotta opposta: fermare le persone, farle incontrare, farle restare.

Perché una libreria indipendente non è solo un posto dove si comprano libri.È un posto dove, lentamente, si costruisce una comunità.

Valeria Rombolà

“Il canto del corvo”, il nuovo thriller storico di Paolo Lanzotti

Informazione promozionale

Gli interessi in gioco sono molteplici e la vicenda sembra inestricabile. Nulla è come appare. Sotto la superficie dei canali di Venezia si nascondono intrighi e segreti che minacciano la Repubblica stessa…

Venezia 1754.

Alla vigilia della festa del Redentore, una serie di strani eventi fa credere che qualcuno stia tramando un colpo di Stato. Marco Leon, ancora convalescente dopo una grave ferita subita mesi prima, vorrebbe rientrare in servizio per indagare, ma Geminiani, preoccupato per il suo stato di salute, gli affida un caso minore: la morte di un valletto. Il colpevole sembrerebbe essere un giovane patrizio, Guido Manfré. Tuttavia, la fidanzata del nobile, Cecilia Todesco, non ne è convinta e ha implorato l’intervento dello stesso Geminiani, nella speranza di poter discolpare l’amato.

Marco, pur di uscire dall’inerzia di quei mesi passati in casa, accetta l’incarico, apparentemente semplice. I due casi, inizialmente separati, si intrecciano gradualmente, rivelando a poco a poco, connessioni inaspettate. Guido Manfrè sembrerebbe non solo implicato nell’omicidio del valletto, ma anche nelle vicende che porterebbero al colpo di Stato. Gli interessi in gioco sono molteplici e la vicenda sembra inestricabile. Nulla è come appare. Sotto la superficie dei canali di Venezia si nascondono intrighi e segreti che minacciano la Repubblica stessa.

Quando Marco unisce i fili delle due indagini, si trova ad affrontare un caso complesso. Dovrà scoprire la verità sull’omicidio, affrontare l’assassino e fermare il complotto per salvare, ancora una volta, la Serenissima. Se possibile.

Il romanzo si trova nelle librerie fisiche e on line.

Garlasco come il caso Dreyfus? il ragionevole dubbio di Vitelli – Zola

Se il “caso Garlasco” può essere considerato un nuovo caso Dreyfus, allora il magistrato Stefano Vitelli è certamente un nuovo Emile Zola e il suo saggio ” Il ragionevole dubbio di Garlasco” (Piemme, febbraio 2026, euro 18,90 con la collaborazione del giornalista della Stampa Giuseppe Legato ) un nuovo J’accuse. Certo i persecutori del capitano di origine ebraica Alfred Dreyfus e le irregolarità e le illegalità commesse nel corso del processo che lo vide condannato per alto tradimento, non sono da paragonare, al delitto più discusso d’Italia dal secondo dopo guerra, nei media e tra la pubblica opinione. Il parallelismo tra la condanna in Cassazione di Alberto Stasi per l’omicidio della fidanzata Chiara Poggi e la condanna del capitano francese però, risulta leggendo questo testo, molto pertinente. Le parole di questo appassionato giudice italiano, in difesa dell’imputato da lui assolto in Appello, nell’ormai lontano 2009, sono certamente ispirate da senso di giustizia, esercizio meticoloso del dubbio filosofico e grande motivazione nella ricerca della verità. E se questo testo non scuoterà la coscienza di un Theodor Herzl tale da indurlo a scrivere Der Judenstaat, certo indurrà molti lettori italiani a capire attraverso quanti e quali errori epistemologici oggi sia in carcere da diciannove anni, un non desunto colpevole e presunto innocente. In centotrentacinque pagine molto scorrevoli e chiare, il giudice toscano rievoca i giorni tormentati, le scelte e le interpretazioni documentali, che lo hanno portato ad emettere una sentenza di assoluzione e che oggi alla luce della nuova istruttoria riaperta lo scorso anno e dell’incidente probatorio ancora in corso, aprono seri interrogativi sulla definitiva condanna subita dal “bocconiano dagli occhi di ghiaccio”.

Emessa nel  2014 in Appello bis, confermata in Cassazione nel 2015. Viene riesaminata la telefonata al 118 di Alberto Stasi, attraverso la commovente ‘consulenza’ di un amico ormai defunto del giudice viareggino, ritrovato e reincontrato in Garfagnana dopo gli anni del liceo. Questi gli fa da prova del ”doppio cieco”, confortandolo della spontaneità della voce impaurita del giovane studente universitario. Viene riportata la testimonianza della signora Bermani riguardo alla bicicletta da donna utilizzata dal misterioso assassino della povera Chiara che scagionerebbe il giovane della lomellina. Ripubblicata la Bpa ( analisi della formazione delle macchie e tracce di sangue ). Sono ricostruite le circostanze che portarono all’elaborazione della nuova perizia informatica, che permise di costruire un alibi abbastanza solido al giovane laureando pavese, in parallelo alle risultanze della prima autopsia. Rievocati i momenti di quel nefasto lunedì 13 agosto 2007, in cui Alberto Stasi scoprì il cadavere della compagna nella villetta di via Pascoli. Le incongruenze e assurdità controfattuali, nella mancanza delle impronte non repertate nella casa, nell’analisi della camminata del presunto reo. Rispetto al gravoso compito di decidere della vita delle persone ”il dubbio ragionevole non vuole distruggere, vuole anzi costruire, favorendo soluzioni solide, ponderate. Poco importa se occorre più tempo, più fatica. Poco importa se alla fine l’esito non è bianco o nero: sarà meno spettacolare, ma più giusto” così il dottor Vitelli nel finale del libro. Così in un abbraccio accorato il qui ”testimone di penna”.

Aldo Colonna

“La vergogna deve cambiare lato”, il Salone del Libro ospita Gisèle Pelicot

Alla “Cavallerizza Reale”  il suo libro “Un inno alla vita”

Mercoledì 18 marzo, ore 18,30 (aperte le prenotazioni)

“Questa storia non mi appartiene più del tutto. Ha risvegliato un dolore muto e profondo, emerso dalla notte dei tempi. Ha provocato una magnifica scossa tellurica. Come valutare ciò che è successo, ciò che il mio calvario ha scatenato? Quelle donne che mi scrivono di avere infine trovato la forza di parlare, di affrontare ciò che hanno subito, addirittura di divorziare, quelle migliaia di lettere, quell’uomo che, sul binario di una stazione mi dice grazie per le sue  due figlie che si affacciano alla vita, quelle adolescenti che mi hanno riconosciuta dall’altra parte del mondo, dove si sono avvicinate con le lacrime agli occhi sotto la statua monumentale del Cristo che domina Rio de Janeiro e quella coppia incrociata sulle dune non lontano da casa, che ha detto di volermi bene … Sorrido, ringrazio, rispondo che anch’io voglio bene a loro, cerco di disinnescare un eccesso di ammirazione nel loro sguardo. Non ho fatto altro che camminare sull’orlo di un baratro, il mio”.

Sono parole tratte dal 18° Capitolo di “Un inno alla Vita”, recentemente pubblicato in Italia da “Rizzoli”, scritto (con il titolo originale “Et la joie de vivre”) insieme alla giornalista Judith Perrignon e che Gisèle Pelicot ha presentato per la prima volta l’11 febbraio scorso a “La Grande Librairie”, programma letterario della televisione pubblica francese, attirando l’attenzione di oltre mezzo milione di spettatori e ribadendo quello che è ormai il suo “mantra” quotidiano: “la vergogna deve cambiare lato … non hanno più da essere le vittime a provare vergogna nel denunciare le aggressioni sessuali, ma chi le commette”.

Il suo “memoir” è oggi pubblicato a livello internazionale in ben 22 lingue e Gisèle, il 14 luglio del 2025, ha ricevuto l’onorificenza dell’“Ordine della Legion d’Onore”, influenzando probabilmente, con la sua storia, anche la modifica della definizione di “stupro” nel “Codice Penale” francese. Oggi Gisèle è una vera “icona femminista mondiale”, ha 73 anni ma vive una “nuova vita” (la “sua” vita) solo da due. Dal 2024, al termine del cosiddetto “caso Pelicot”, noto in Francia come “Processo di Mazan” (dal nome della cittadina francese dove vive la famiglia Pelicot) aperto nel 2020, a seguito di un’indagine che aveva rilevato come, tra il 2011 e il 2020, il marito di Gisèle, Dominique, avesse abitualmente sedato, con fortissime dosi di tranquillanti, la moglie per violentarla e farla violentare – filmandola – da circa cinquanta uomini di età compresa fra i 21 ed i 68 anni. Un orrore! Che investe Gisèle, al pari di un terrifico ciclone. Ma senza piegarla. Anzi, dotandola di una forza di cui forse anche lei mai si sarebbe ritenuta capace. Accetta di affrontare il processo a porte aperte, proprio per trasformare “la sua storia individuale in una presa di posizione collettiva”. La violenza da lei subita, vuole si faccia scudo e specchio di tutte le violenze subite dalle tantissime donne vittime come lei di una feroce criminalità che ben poco ha di umano. Comincia la “sua” personale battaglia. Le sue parole, i suoi gesti, le sue lotte si inseriscono appieno nel cuore del dibattito contemporaneo sui “diritti” delle donne. E qui s’inserisce pur anche l’idea del libro “Un inno alla vita”, in cui Gisèle ripercorre il suo dolore, il percorso giudiziario e il non facile ma decisivo “ritorno alla vita” dopo l’orrore e la violenza inaccettabile delle “torture” subite da parte di chi credeva essere un vero “compagno di vita”.

Tutto questo sarà possibile ascoltare dalla voce della stessa Gisèle Pelicot, invitata alla “Cavalerizza Reale” di Torino (via Verdi, 9), proprio per presentare, in dialogo con Annalena Benini (direttrice del “Salone del Libro”), il suo “memoir”. L’incontro è in programma per mercoledì 18 marzo (ore 18,30) e fa parte del programma di “Aspettando il Salone”, il ciclo di appuntamenti che accompagna lettrici e lettori verso la prossima edizione del “Salone”, in programma a “Lingotto Fiere”, da giovedì 14 a lunedì 18 maggio prossimi, creando momenti di confronto con alcune delle figure più autorevoli e significative della scena culturale internazionale.

L’evento è gratuito con prenotazione obbligatoria, fino a esaurimento posti.

Le prenotazioni sono aperte da alcuni giorni sul sito del “Salone Internazionale del Libro” di Torino: www.salonelibro.it

Gianni Milani

Nelle foto: Gisèle Pelicot e Annalena Benini

“Un pezzo grosso”, riscoperta un’avventura firmata Orson Welles

In attesa della mostra di aprile al Museo del Cinema

S’intitola Un pezzo grosso il libro che, nella collana Oceani, nella traduzione di Alberto Pezzotta e con testi di Gianfranco Giagni e Sergio Toffetti, La nave di Teseo proporrà in libreria dal 31 marzo prossimo: autore Orson Welles. In copertina, su fondo giallo, una figura militare alla Baj, poi l’inedito di un Maestro del Cinema, un’opera ritrovata, un gioiello insperato per il mondo dei cinefili e degli appassionati, un ritratto tutto da scoprire di chi, a ventitré anni (era nato nel 1915), inventò alla radio La guerra dei mondi, “spettacolo” che buttò nel panico migliaia e migliaia di americani che in quel momento credettero di essere sotto attacco da parte dei marziani. Tra i tanti I am che lo incoroneranno in quella che sarà l’immagine introduttiva della prossima mostra a lui dedicata nelle sale del Museo del Cinema di Torino (dal 1° aprile, a cura di Frédéric Bonnaud, direttore della Cinémathèque Française) c’è anche un I am a magician: possiamo negare forse che quell’aspetto magico, perturbante, irrequieto, illusorio – “un talento che non finisce mai di stupire” – sia nato proprio da quella voce radiofonica?

Ringrazio il Museo del Cinema di Torino per aver scelto La nave di Teseo come luogo in cui fare atterrare questo romanzo inedito in Italia di Orson Welles. Per La nave di Teseo costituisce un arricchimento decisivo del suo catalogo già popolato di libri di straordinari registi”, dice Elisabetta Sgarbi, direttore generale della casa editrice. Le risponde Carlo Chatrian, direttore del Museo, spiegando in qualche modo il perché di una scelta: “Welles è per tanti versi un Teseo moderno, un esploratore che mette in comunione mondi distanti, un visionario che ha attraversato diversi territori (artistici) e che ha visto più lontano di molti altri. Per questo i suoi film, i suoi disegni, i suoi scritti ancora oggi ci interpellano: e noi siamo molto felici che la fantasia scritta da Orson Welles negli anni Cinquanta – e purtroppo reale e molto attuale – veda la luce nella traduzione italiana.”

Il romanzo è stato pubblicato sinora soltanto in Francia, nel 1953, ma in un’edizione rimaneggiata e diversa dalla presente e mai negli Stati Uniti o in altri paesi anglofoni: di recente ne è stata rinvenuta una copia originale presso il Fondo Welles del Museo Nazionale del Cinema di Torino, “che aggiunge un tassello fondamentale alla comprensione del suo immaginario e della sua libertà creativa.” Il lettore si ritroverà negli anni Cinquanta, a bordo di una nave in rotta verso Malinha, in cui è una dittatura a dettare legge, sulla quale il giovane Joe Cutler incontra Susie, in viaggio per conoscere il paese del fidanzato: equivoci clamorosi faranno scambiare Cutler per un agente americano sotto copertura, gettando nel panico l’intera isola. Mentre si decide da parte dei governanti d’apparire come una democrazia, il caos coinvolgerà arresti, complotti, elezioni improvvisate, passione inattese e colpi di stato.

e. rb.

Nelle immagini, Orson Welles (foto di Carl Van Vechten del 1937) e Elisabetta Sgarbi (foto copyright: Julian Hargreaves)