Anticipata da un racconto – Monte Pedum. La leggenda del Coda Rossa – pubblicato da Pietro Pisano per i tipi del Magazzeno Storico Verbanese, venne alla luce in seguito una storia vera, dopo di un minuzioso lavoro di ricerca, con la prova concreta che la primula rossa della Val Grande, l’indomito bracconiere era esistito davvero. Così nacque Il Coda Rossa. Dalla leggenda alla storia, edito sempre dal Magazzeno Storico Verbanese ,interessantissimo lavoro di ricerca e ricostruzione storica grazie ai documenti recuperati da Pisano all’Archivio di Stato di Verbania. Un libro che svela il mistero del Coda Rossa associando un nome e un cognome al leggendario bracconiere della Val Grande, oggi parco nazionale. Si chiamava Giovanni Bertoletti e morì accidentalmente nel 1874 a soli 45 anni, precipitando dalle balze dirupate del Pedum. Pietro Pisano, fondatore del Gruppo escursionisti Val Grande, appassionato cultore della storia locale ( tra le sue opere un importante volume sull’esploratore Giacomo Bove e l’ultima, originalissima storia de Il cercatore di farfalle – Aprile 1939, l’ultimo caso del giudice istruttore di Pallanza) grazie alla sua scrittura avvincente e documentata, ha consentito al Coda Rossa di uscire dall’oblio fino a materializzarsi, prima che la sua storia sbiadisse nella memoria, perdendosi per sempre. In questi tempi dove tutto va di fretta e si vive un eterno presente molti ignorano che in quell’epoca di freddo e di fame, ben prima che l’Italia fosse unita, la gente di montagna viveva in condizioni d’estrema povertà e uomini come il Coda Rossa erano costretti ad esercitare il bracconaggio per necessità. Bertoletti, tra questi “fuorilegge del bisogno”, era forse il più temerario, tanto bravo a saltare di roccia in roccia che i valligiani finirono per assimilarlo al “codirosso”, l’uccellino che per predare gli insetti è capace d’involarsi tra le rocce più impervie.

Il Cùa Rùsa venne rinvenuto cadavere quasi otto mesi dopo la sua scomparsa, “tra dirupi praticati ben da pochi, pericolosissimi e spaventosi anche per gli intrepidi”, come si legge sui documenti d’archivio. Teresio Valsesia, giornalista e scrittore, nella presentazione del libro, scriveva: “Non era una leggenda immersa nelle storie e nei misteri della Val Grande. Era invece una storia vera quella del Coda Rossa, onesto bracconiere della fine Ottocento, quando la gente delle nostre valli aveva fame. Dobbiamo essere grati a Pietro Pisano che ha recuperato questo personaggio, ipotizzandone per primo l’esistenza dopo averne ricostruito la storia che sembrava strettamente limitata alla cornice della leggenda”. Fu lo stesso Pietro Pisano, autore di questa piccola, preziosa impresa non solo letteraria, a raccontare chi fosse quel montanaro che conosceva ormai meglio di ogni altra persona: “Era un eroe semplice, costretto a combattere una lotta continua contro la povertà. Aveva svariati fratelli e sorelle, si sentiva responsabile per loro. Era nato povero ed è morto povero, ma amato da tutti, per questo il suo ricordo ha superato il tempo”. I due libri – il racconto e la storia – fanno parte della collana editoriale del Magazzeno Storico Verbanese , curata da Fabio Copiatti e Carlo Alessandro Pisoni. Per le stesse edizioni, Pisano ha pubblicò anche Il Piccolo Telegrafista delle Ferrovie Nord Milano. Fedele Cova. Una Storia di Valgrande tra Orfalecchio e Corte Buè. Il giovane partigiano Fedele Cova, originario di Caronno Pertusella, nel varesotto, scomparve tragicamente in Val Grande precipitando in un burrone nel 1944 mentre operava nelle formazioni partigiane di Dionigi Superti ed Ezio Rizzato. La Val Grande, chiusa tra le montagne dell’Ossola, il bacino del lago Maggiore e la valle Cannobina, impervio e selvaggio parco nazionale, fu teatro di uno dei più drammatici episodi della Resistenza all’occupazione nazista e al fascismo: il rastrellamento del giugno 1944.
Marco Travaglini


Ma di loro sappiamo proprio tutto? Faceva freddo quel mattino, lunedì 18 marzo 1314. Jacques de Molay, Gran Maestro dei Templari e Geoffrey de Charnay, precettore di Normandia, vengono condotti sul rogo e arsi vivi. Sulla Senna a Parigi, di fronte alla Cattedrale di Notre Dame, si spegne per sempre il sogno dei Templari. In realtà la loro rovina era già iniziata con una grande sconfitta militare a San Giovanni d’Acri nel 1291. I Mamelucchi, i nuovi padroni della Terra Santa, gettarono in mare gli ultimi crociati e uccisero i prigionieri feriti o troppo vecchi e le giovani donne furono violentate davanti a tutti. Era la fine dei cristiani in Palestina e di quel che restava del regno crociato. Ha un ritmo incalzante la saga dei Templari raccontata da Marco Salvador e Matteo Salvador nel libro “Storia dei Cavalieri Templari”, Edizioni Biblioteca dell’Immagine. Entrambi con la passione della ricerca storica ed esperti di strutture difensive, dai castelli medioevali alle fortificazioni degli ultimi conflitti mondiali, narrano le gesta dei Cavalieri tra vittorie sul campo e sconfitte, dai primi vagiti dell’Ordine del Tempio alla conquista musulmana di Acri passando per la disfatta di Hattin nel 1187, la perdita di Gerusalemme e la presenza di Federico II in Terra Santa. Ma il libro comincia dalla fine, dalla morte sul rogo degli ultimi templari. Gli ultimi giorni, le ultime ore di vita dei cavalieri del Tempio in forma di cronaca. “Fin dall’alba era stata proclamata a Parigi la sentenza di morte e l’ora dell’esecuzione. Una folla si era radunata sulla riva della Senna, la pira era pronta e il cancelliere iniziò a leggere ad alta voce la lunga lista delle accuse di eresia, di sodomia e di adorazione ma il popolo non pareva ascoltarlo e gridava qua e là “sono innocenti”. Finita la lettura, il cardinale si mise davanti al Gran Maestro dei Templari e chiese: “avete qualcosa da dire in vostra difesa?”. Jacques de Molay, l’ultimo Gran Maestro, non gli rispose ma si rivolse alla folla proclamando l’innocenza sua e di tutto l’Ordine. Li legarono al palo, il Gran Maestro chiese di recitare le preghiere e poi gridò: “ecco, ora sarò giustiziato e Dio sa quanto ingiustamente”. Dopo quelle parole si appiccò il fuoco alle fascine che avvolsero subito i due corpi.