Si è aggiudicato l’ottantesima edizione del Premio Strega per la narrativa, che quest’anno ha presentato una sestina finalista di grande valore, “I convitati di pietra”, romanzo del grande scrittore e poeta milanese Michele Mari, pubblicato da Einaudi nel novembre del 2025, già vincitore del Premio Strega Giovani 2026, risultando il più votato in una giuria composta da ragazzi e ragazze tra i 16 e i 18 anni d’età. Il libro si presenta dall’alto della grande tradizione letteraria giallistica inglese e sudamericana, cui fa da sfondo, all’interno di una narrazione apparentemente semplice, sia dal punto di vista stilistico sia da quello contenutistico, il grande simbolo innominabile, presenza muta ma percepibile, inquietante e inevitabile del convitato di pietra. Un’entità che aleggia ineluttabilmente nell’opera di Michele Mari che, nella sua cifra infuocata e precisa, si conferma in quanto poeta prestato alla narrativa, affascinando il lettore con una prosa lineare, divertente, cinica, costruita nei minimi particolari, a cominciare dall’utilizzo elegante di parole e verbi che, scritti al momento giusto, aprono a riflessioni alle quali il lettore accede attraverso una dimensione magica e privata che soltanto la letteratura sa evocare. Questa intima sensazione conferisce una maggiore forza e un rinnovato valore al simbolo del convitato di pietra, ovvero quello spirito della letteratura che prende posto di diritto alla tavola della vita, nominando le entità della notte per portarle alla luce, denunciando l’inevitabilità del destino, ridicolizzandoci nella fragilità che ci coglie al pensiero che basti il silenzio a fugare il terrore, come se non nominarlo possa incidere in modo sostanziale su un fato già determinato al concepimento dell’esistenza. “I convitati di pietra” di Michele Mari rappresenta un breve inno ai capolavori dello humor nero e del giallo, un vento che riporta il lettore sulle orme di Agatha Christie, George Simenon, Adolfo Bioy Casares e Jorge Luis Borges attraverso un’attualizzazione e una contemporaneità della giallistica e del thriller estremamente televisiva. Quando gli ex alunni della III A del liceo Berchet di Milano siglano un patto “demoniaco” e mortale che prevede il versamento di una somma ciascuno in un fondo comune, destinato a essere incassato per intero da un unico superstite, vincitore di un gioco che dalla goliardia muta in breve tempo in una sfida fatta di rancori, tentativi di omicidio e disperazione, Michele Mari ci mette a contatto con una parte di noi che, se da un lato ride divertita di tutta l’azione scenica in atto, dall’altro si inquieta e sprofonda in una domanda tanto semplice quanto terribile: cosa farei io al loro posto? La risposta, citando Bob Dylan, viaggia nel vento, nel tempo e nella sua umana percezione, la stessa che con il passare degli anni ci mette di fronte, in una forma sempre più definita e distinguibile, il convitato di pietra.
Mara Martellotta
Ma di loro sappiamo proprio tutto? Faceva freddo quel mattino, lunedì 18 marzo 1314. Jacques de Molay, Gran Maestro dei Templari e Geoffrey de Charnay, precettore di Normandia, vengono condotti sul rogo e arsi vivi. Sulla Senna a Parigi, di fronte alla Cattedrale di Notre Dame, si spegne per sempre il sogno dei Templari. In realtà la loro rovina era già iniziata con una grande sconfitta militare a San Giovanni d’Acri nel 1291. I Mamelucchi, i nuovi padroni della Terra Santa, gettarono in mare gli ultimi crociati e uccisero i prigionieri feriti o troppo vecchi e le giovani donne furono violentate davanti a tutti. Era la fine dei cristiani in Palestina e di quel che restava del regno crociato. Ha un ritmo incalzante la saga dei Templari raccontata da Marco Salvador e Matteo Salvador nel libro “Storia dei Cavalieri Templari”, Edizioni Biblioteca dell’Immagine. Entrambi con la passione della ricerca storica ed esperti di strutture difensive, dai castelli medioevali alle fortificazioni degli ultimi conflitti mondiali, narrano le gesta dei Cavalieri tra vittorie sul campo e sconfitte, dai primi vagiti dell’Ordine del Tempio alla conquista musulmana di Acri passando per la disfatta di Hattin nel 1187, la perdita di Gerusalemme e la presenza di Federico II in Terra Santa. Ma il libro comincia dalla fine, dalla morte sul rogo degli ultimi templari. Gli ultimi giorni, le ultime ore di vita dei cavalieri del Tempio in forma di cronaca. “Fin dall’alba era stata proclamata a Parigi la sentenza di morte e l’ora dell’esecuzione. Una folla si era radunata sulla riva della Senna, la pira era pronta e il cancelliere iniziò a leggere ad alta voce la lunga lista delle accuse di eresia, di sodomia e di adorazione ma il popolo non pareva ascoltarlo e gridava qua e là “sono innocenti”. Finita la lettura, il cardinale si mise davanti al Gran Maestro dei Templari e chiese: “avete qualcosa da dire in vostra difesa?”. Jacques de Molay, l’ultimo Gran Maestro, non gli rispose ma si rivolse alla folla proclamando l’innocenza sua e di tutto l’Ordine. Li legarono al palo, il Gran Maestro chiese di recitare le preghiere e poi gridò: “ecco, ora sarò giustiziato e Dio sa quanto ingiustamente”. Dopo quelle parole si appiccò il fuoco alle fascine che avvolsero subito i due corpi.
