LA POP ART

Dai ‘60s ai ‘60s un cortocircuito di immagini

La rassegna si pone come una sorta di “sfida” che, attraverso un’acuta selezione di testimonianze artistiche (una quarantina) delle due epoche

GLI ANNI SESSANTA DELL’OTTOCENTO E GLI ANNI SESSANTA DEL NOVECENTO IN UNO STRETTO “VIS A VIS” ARTISTICO AL MUSEO NAZIONALE DEL RISORGIMENTO DI TORINO

FINO AL 17 SETTEMBRE

A dirla tutta sui contenuti della mostra è già il manifesto che la pubblicizza, con quell’imponente “Ritratto di Garibaldi dal vero” stampato nel 1875 dalla subalpina litografica Giordana & Salussolia, a fare da sfondo all’“Half Dollars” (1968), marchio ricorrente delle opere del romano Franco Angeli, esponente di punta della Pop Art italiana. Vuole essere infatti “un cortocircuito di immagini e suggestioni fra l’Italia dell’unificazione e quella del boom economico” la nuova mostra – certamente atipica certamente singolare certamente suggestiva – allestita al Museo Nazionale del Risorgimento di Torino ( lungo il Corridoio della Camera del Primo Parlamento Italiano), curata dal critico Luca Beatrice e dal direttore dello stesso Museo, Ferruccio Martinotti, sempre più intenzionato a mettere a confronto Unità d’Italia e modernità.

Nel caso specifico della rassegna in corso, gli Anni Sessanta dell’Ottocento e gli Anni Sessanta del Novecento. Entrambi unici entrambi eccezionali. Titolo, “Dai ‘60s ai ‘60s. Un secolo dopo l’Unità d’Italia, la Pop Art”, la rassegna si pone come una sorta di “sfida” che, attraverso un’acuta selezione di testimonianze artistiche (una quarantina) delle due epoche, si prefigge di “verificare– sottolinea Luca Beatrice – se è possibile che ad alcuni momenti cruciali nella storia corrispondano altrettanti momenti in cui l’arte e la cultura abbiano cavalcato lo stesso entusiasmo”. Complice e protagonista della “sfida”, il visitatore. A lui il compito di “ricercare connessioni per analogia o antitesi che inneschino curiosità emozionali, dalla storia fino all’attualità”, riconoscendo “a pelle” in quella cabala(?), in quel magico connubio di due cifre, il 6 e lo 0, un potenziale di “vis umana” sconosciuta ad altri decenni -nonostante i cent’anni scivolati di mezzo- con il suo carico di eventi storici politici sociali e culturali capaci di rivoluzionare e rivoltare da capo a piedi la Storia del Bel Paese. Da un’Italia che si unisce nel 1861(un anno prima c’era stata l’impresa dei Mille e di quell’eroe degli eroi che fu Garibaldi, nonché di statisti che ad averceli oggi!) per diventare, nell’arco di appena ventitré mesi, un Regno non ancora del tutto completato, ma con ventisei milioni di abitanti; fino all’Italia del 1961 segnata dal boom economico, dall’esplosione demografica e da un’epocale spostamento migratorio interno verso città che si trasformano ben presto in metropoli work in progress. Ed è proprio allora che anche in Italia esplode, in campo artistico, il fenomeno della Pop Art, l’arte “ribelle”, quella dei “pittori maledetti” stregati dalle scuole in voga d’oltreoceano e intimamente ammaliata dagli eventi politici e sociali del tempo. Da Roma – con la Scuola di Piazza del Popolo – a Milano; da Firenze a Torino che proprio nel 1961 ridisegna (per il centenario dell’Unità) l’intero quartiere di Italia ’61. Il dialogo è soprattutto con New York, dove artisti come il calabrese Mimmo Rotella e Mario Schifano espongono nella leggendaria mostra “The New Realist” tenuta alla “Sidney Janis Gallery”. Mostri sacri, vere icone del Pop italiano. Che non potevano mancare all’appuntamento espositivo di Palazzo Carignano: il primo con i suoi “décollage” o “manifesti lacerati” di “illuminazione zen” (per autodefinizione), il secondo per i suoi inquietanti e di parca cromia “paesaggi anemici”, posti a fianco di un corale “Trasporto di Garibaldi ferito ad Aspromonte” (ultimo quarto del XIX secolo) a firma di Michele Cammarano, uno dei tanti pittori-soldati che parteciparono alle campagne per l’indipendenza, ritraendole poi nei propri quadri. Pittori di storia. Testimoni e cronisti.

 

Come Cesare Bartolena, Raffaele Pontremoli e Angelo Trezzini, le cui tele fanno da contrappunto in rassegna a quelle (occhieggianti alla pittura fiamminga olandese) di Massimo D’Azeglio e del militare di carriera Cerruti Bauduc. A chiudere il decennio ottocentesco due preziose tempere-reportages di Carlo Bossoli, in esposizione permanente al Museo. Opere, in gran parte, celebrative. Ma non prive di passione e di un’intensità emotiva tale da rendere agevole il confronto con le “strane pronipoti Pop” del Novecento, provenienti da collezioni pubbliche e private nonché da prestiti di Intesa San Paolo Gallerie d’Italia e Fondazione Marconi. Autentici geniali capolavori: dalla “Venere a idrogeno” di Gianni Bertini all’“Indagine sul punto” di Tano Festa. Per non dimenticare il reiterato”Fascino”di Giosetta Fioroni così come le opere di Gianfranco Pardi, Emilio Tadini, Renato Mambor, Roberto Malquori e Valerio Adami, accanto alle improbabili figure di Enrico Baj, alle colorate giocosità di Ugo Nespolo e al poderoso “Mais” di Piero Gilardi o all’“Opera a Perti” di Aldo Mondino.

Gianni Milani

“Dai ‘60s ai ‘60s. Un secolo dopo l’Unità d’Italia, la Pop Art”

Museo Nazionale del Risorgimento Italiano, piazza Carlo Alberto 8, Torino; tel. 011/5621147 – www.museorisorgimentotorino.it

Fino al 17 settembre

Orari: mart. – dom. 10/18

Le immagini:

– Manifesto della mostra
– Michele Cammarano: “Trasporto di Garibaldi ferito ad Aspromonte”, olio su tela, ultimo quarto XIX secolo
– Gianni Bertini: “Venere a idrogeno”, mec-art su tela, 1964
– Mimmo Rotella: “Allo specchio”, décollage, 1961
– Giosetta Fioroni: “Fascino”, smalto argento su tela, 1968
– Massimo d’Azeglio: “Presa di Ancona”, olio su tela, 1970