GUSTO

La Domenica in Dispensa”: Il nuovo format dedicato al piacere della convivialità

Il primo appuntamento domenica 12 aprile, dalle 12.30 alle 16, con “Pasta Fresca & Rifermentati”

Dispensa non è soltanto un luogo dove bere o mangiare: è uno spazio vivo, che si nutre delle persone che lo attraversano. Di chi passa, di chi resta e di chi torna. Un ambiente in cui tre anime convivono senza confini rigidi – enoteca, cocktail bar e gastronomia – intrecciandosi in esperienze sempre nuove.

Da questo spirito prende forma il calendario eventi di Dispensa: un palinsesto che crede nella contaminazione e nel multidisciplinare, dove vino, spirits, arte, musica, editoria, fotografia e convivialità dialogano tra loro. Ogni appuntamento è pensato per essere una conversazione aperta in cui Dispensa si afferma non solo come contenitore, ma come attivatore di connessioni.

All’interno di questa visione nasce  “La Domenica in Dispensa”, un nuovo format mensile dedicato al piacere più autentico della tavola, costruito intorno a una proposta semplice e immediata: piatti iconici, comfort food e abbinamenti fuori dagli schemi.

Un appuntamento al mese, fino all’estate, pensato per un pubblico trasversale e orientato al piacere della tavola, senza sovrastrutture. Il format punta su un approccio dichiaratamente godereccio, in cui il cibo diventa protagonista insieme a pairing non convenzionali, capaci di sorprendere senza perdere accessibilità.

Tre appuntamenti, una sola regola: arrivare affamati.

Il primo appuntamento è in programma domenica 12 aprile, dalle 12.30 alle 16, con “Pasta Fresca & Rifermentati”.  Un omaggio al comfort food, reinterpretato con stile, in cui la tradizione della pasta fresca incontra il mondo vibrante delle bevande rifermentate, tra artigianalità e sperimentazione.

Protagonista della giornata sarà la pasta fresca ripiena, proposta in tre varianti realizzate in casa il giorno stesso dallo chef Ruan Da Costa insieme a Stefania Manzi, sfoglina con esperienza nel pastificio della famiglia Alciati (Guido Ristorante).

Le proposte saranno disponibili sia singolarmente, con pairing incluso, sia in formula degustazione.

In abbinamento, i rifermentati di Vecchio Consorzio, progetto nato nelle colline piacentine da Massimiliano Croci e Pietro Gazzola, che lavora su una produzione artigianale legata al territorio.

 

Gli eventi sono prenotabili telefonicamente al numero 011 060 1894 oppure online:
https://dispensagalleriasubalpina.superbexperience.com/

È previsto anche accesso senza prenotazione fino a esaurimento disponibilità.

Il calendario prosegue con:

  • 24 maggio – Hot Dog & Champagne: un incontro sorprendente tra street food e bollicine d’eccellenza
  • 14 giugno – Onigiri & Sakè: un viaggio essenziale e raffinato nella cultura gastronomica giapponese

Granda Land of Beer: 15 anni dopo, la birra è ancora una questione di persone

 

Castello di Lagnasco (CN)

17–18–19 aprile 2026 | dalle 18:00

Ci sono traguardi che non si celebrano solo contando gli anni, ma ricordando le persone, i momenti e le storie che li hanno resi possibili.

Per i suoi 15 anni, il Birrificio Granda sceglie di fare esattamente questo: fermarsi, guardarsi intorno e trasformare tutto in una festa. Nasce così “Granda Land of Beer”, un evento serale di tre giorni – dal 17 al 19 aprile 2026 – che porterà al Castello di Lagnasco non solo birra artigianale, ma un modo di viverla.

Da Lagnasco al mondo, e ritorno

Dal 2011 a oggi, Granda ha costruito un percorso che l’ha portata oltre i confini locali, collaborando con realtà italiane e internazionali, sperimentando, crescendo, cambiando.

Eppure, per celebrare questo momento, la scelta è stata chiara: stare a casa.

A Lagnasco, dove tutto ha preso forma.

Non per nostalgia, ma per ribadire un’idea precisa: la birra nasce per stare tra le persone. Non su un piedistallo, ma dentro i momenti reali.

Collaborazioni che diventano storie

Il cuore del festival sono le collaborazioni. Non inviti formali, ma relazioni costruite nel tempo, birre pensate insieme, visioni che si incontrano.

Accanto a Granda ci saranno quattro birrifici italiani con cui esiste un dialogo autentico:

  • La Piazza (Torino)

Un legame fatto di amicizia e condivisione, dove la birra è prima di tutto un gesto sociale, qualcosa che vive nei luoghi e tra le persone.

  • Menaresta (Brianza)

Una delle realtà più riconoscibili e libere del panorama italiano, capace di spingersi oltre senza perdere equilibrio. Insieme a Granda, la sperimentazione diventa terreno comune.

  • Canediguerra (Alessandria)

Precisione, identità e visione contemporanea. Le collaborazioni nascono dall’incontro tra rigore e immediatezza, tra tecnica e piacere di bere.

  • Ritual Lab (Roma)

Tra i birrifici più premiati in Italia, porta una dimensione intensa e profonda, che nel dialogo con Granda trova nuove forme, più dirette e condivisibili.

Ogni birrificio proporrà tre birre, pensate non per stupire a tutti i costi, ma per essere bevute davvero.

Una festa che appartiene a tutti

“Granda Land of Beer” nasce con un messaggio semplice: la birra artigianale non è per pochi. Non serve conoscerla, studiarla o analizzarla per godersela.

Basta esserci. Una birra che unisce, senza chiedere nulla in cambio.

Ad accompagnare le tre giornate sarà il DJ Faber Moreira, protagonista di imprese che lo hanno portato sotto i riflettori per i suoi DJ set di durata eccezionale, veri e propri test di resistenza fisica e creativa.

La sua presenza non è solo intrattenimento, ma parte integrante dell’esperienza: una selezione musicale capace di accompagnare il pubblico per ore, costruendo un flusso continuo tra energia, ritmo e condivisione. Un approccio che rispecchia perfettamente lo spirito del festival: stare insieme, senza interruzioni, senza filtri.

“Granda Land of Beer” prende forma anche grazie alla collaborazione con la Pro Loco di Lagnasco, protagonista attiva nella costruzione dell’intero evento.

La Pro Loco non si occupa solo dell’offerta gastronomica, ma contribuisce in modo concreto anche alla struttura e all’organizzazione del festival, mettendo in campo competenze, energie e conoscenza del territorio.

Un ruolo fondamentale che trasforma l’evento in qualcosa di condiviso fin dalle basi: non solo una manifestazione ospitata in un luogo, ma un progetto costruito insieme alla comunità.

Attraverso il cibo, l’accoglienza e il lavoro organizzativo, la presenza della Pro Loco rafforza il legame con Lagnasco e restituisce il senso più autentico dell’iniziativa: una festa che nasce dalle persone e per le persone.

Più di un anniversario. È un ritorno, un punto di incontro, un momento condiviso.

Tre serate per ritrovarsi, bere insieme e ricordarsi che, alla fine, le cose migliori succedono così: senza filtri, tra le persone.

Le uova di Pasqua? Un’ “invenzione” torinese

Le uova sono da sempre una portata del pranzo di Pasqua. Ma quelle di cioccolato?

Pare che alcuni prototipi fossero già presenti alla corte francese  di Luigi XIV, anche se l’uovo di Pasqua così come lo conosciamo fu un’idea di alcuni maestri cioccolatai torinesi ai primi del ‘900.

Del resto fu la duchessa Caterina, moglie del duca Emanuele Filiberto di Savoia, a portare il cacao a Torino dalla Spagna.  Mario Marsero, storico delle industrie dolciarie piemontesi, scrive nel libro Dolci delizie subalpine che nel 1700  la vedova Giambone, che gestiva una una bottega in quella che oggi è via Roma, riempì i gusci vuoti delle uova di gallina con dolce  cioccolata. Poi, negli  anni ’20 del Novecento la Casa Sartorio di Torino brevettò un metodo per modellare con il cioccolato le forme vuote, degli  stampi a cerniera messi nella macchina dove  un movimento di rotazione permette alla pasta contenuta di distendersi uniformemente su tutta la superficie interna. Nel 1925,  animaletti in zucchero o confetti vengono messi all’interno come piccole sorprese. Successivamente sono stati impiegati regali sempre più  preziosi. E il boom fu immediato.

La tradizione dell’uovo di Pasqua

L’uovo è da sempre il simbolo della vita e della rinascita, per i pagani rappresentava l’unione tra il cielo e la terra, mentre per gli egizi simboleggiava il fulcro dei quattro elementi: aria, acqua, terra e fuoco.
I persiani si scambiavano le uova di gallina in primavera, mentre con l’avvento del cristianesimo l’uovo, per la sua forma, diventò il simbolo della Risurrezione. Esso assomiglia infatti ad un sasso ed appare privo di vita, così come il sepolcro di pietra nel quale era stato sepolto Gesù.
Dentro l’uovo c’è però una nuova vita pronta a sbocciare da ciò che sembrava morto.
L’usanza cristiana delle uova di Pasqua nacque in Mesopotamia, dove esse venivano colorate di rosso, in ricordo del sangue di Cristo versato durante la sua crocifissione. Maria Maddalena, una volta trovato vuoto il sepolcro di Gesù, corse dai discepoli e annunciò la straordinaria notizia. Pietro, incredulo, disse: “
crederò a quel che dici solo se le uova contenute in quel cestello diverranno rosse” e subito le uova si colorarono di un rosso intenso.
La tradizione di regalarsi uova in occasione della Pasqua nacque nel medioevo in Germania, dove le persone se le scambiavano bollite ed avvolte in foglie e fiori, in modo che fossero colorate naturalmente.
Gli aristocratici preferivano invece quelle in materiali preziosi come argento, platino e oro. Edoardo I, Re d’Inghilterra dal 1272 al 1307, commissionò la creazione di circa 450 uova rivestite d’oro da donare in occasione della Pasqua.
Le origini dell’uovo di cioccolato sono da ricondurre al Re di Francia Luigi XIV detto “il Re Sole”, il quale all’inizio del XVIII secolo fece realizzare un uovo di crema di cacao al suo maître chocolatier di Corte.
Le prime uova di cioccolato in serie furono prodotte nel 1875 dall’inglese John Cadbury, il quale introdusse al loro interno la sorpresa e nel 1905 creò quelle con cioccolato al latte.
Nel 1879 lo svizzero Rodolphe Lindt inventò la macchina per il concaggio, che rendeva il cioccolato vellutato e particolarmente morbido al palato.
Lo Zar di Tutte le Russie Alessandro III nel 1883 incaricò l’orafo di Corte Peter Carl Fabergé di realizzare meravigliose uova decorate per la consorte la Zarina Dagmar di Danimarca. Dalla coppia nacque l’ultimo Zar Nicola II.
Il metodo utilizzato per fabbricare queste uova era quello delle matrioske: il primo uovo realizzato, che era in platino smaltato di bianco, ne conteneva uno in oro, dentro il quale c’erano due doni: una riproduzione della corona imperiale e un pulcino dorato. Visto il successo del primo regalo, lo zar ne commissionò un altro per l’anno successivo e l’usanza proseguì fino alla Rivoluzione Russa.
Nella tradizione balcanica e greco-ortodossa le uova di gallina, cucinate sode, vengono colorate il Giovedì Santo. Il giorno di Pasqua ognuno sceglie il proprio ed ingaggia una gara con i commensali, scontrandone le estremità, fino ad eleggere quello più resistente. Lo stesso giorno le uova benedette vengono distribuite ai fedeli al termine della Santa Messa.
In Armenia è usanza dipingere le uova con immagini di Gesù, della Madonna o con scene della Passione.
In Francia vengono invece organizzate per i bambini delle cacce al tesoro in cui le uova, preparate artigianalmente e di dimensioni ridotte, vengono nascoste fra gli alberi.
Questi eventi si tengono anche nei giardini di molti castelli e spesso sono organizzati dalle nobili famiglie proprietarie.
La tradizione vuole che a lasciare le uova sarebbero le campane di ritorno da Roma; le campane smettono infatti di suonare il Giovedì Santo e secondo la tradizione esse si recherebbero a Roma per essere benedette dal Papa. Al loro ritorno lascerebbero cadere dal cielo le uova.

ANDREA CARNINO

Golosi involtini pasquali in gelatina

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Un detto popolare recita ”Non c’e’ Pasqua senza uova”

Nel rispetto della tradizione, per una Pasqua all’insegna della convivialita’ e degli antichi sapori, vi propongo un facile e fresco antipasto ideale per il pranzo o per il picnic di Pasquetta che vede le uova come immancabili protagoniste del menu’ in una festa di colori e sapori.

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Ingredienti per 8 persone:

 

8 fette di prosciutto cotto tagliato spesso

6 uova sode

100 gr. di tonno sott’olio

1 cucchiaio di capperi

2 cucchiai di mayonnaise

1 cucchiaio di peperoni sott’aceto tagliati a striscioline

1 dado per gelatina

2,5 dl. di vino bianco

2,5 dl. di acqua

cucchiaio di aceto bianco

sale q.b.

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Tritare quattro uova sode con i capperi, il tonno, la mayonnaise;

farcire le fette di prosciutto, arrotolare ad involtino e sistemare in una pirofila preferibilmente in vetro. Nel frattempo preparare la gelatina: portare ad ebollizione l’acqua, far sciogliere il dado, mescolare, aggiungere il vino bianco e il cucchiaio di aceto, mescolare nuovamente e versare sugli involtini di prosciutto. Guarnire con le striscioline di peperone e le rimanenti uova tagliate a piacere. Lasciar raffreddare in frigo per almeno 3 ore.

Buona Pasqua a tutti i lettori.

Paperita Patty

Spoto sorprende ancora: la tradizione torinese sale sulla pizza

Spoto Bakery-Voglia di Pane in Via Chiesa della Salute 23,  firma un nuovo viaggio nel gusto, dove memoria e creatività si incontrano.

C’è un filo sempre più solido che lega tradizione e innovazione nella proposta di Spoto Bakery. Dopo il successo del panettone realizzato con Amaro San Simone – un omaggio dichiarato a uno dei sapori simbolo della città – il forno torinese rilancia con un progetto tanto semplice quanto ambizioso: portare gli antipasti della tradizione piemontese sulla pizza romana.

Nasce così “Il Carosello di Spoto”, un percorso gastronomico che affonda le radici nella memoria conviviale delle piole, le osterie tipiche del Piemonte, dove l’antipasto non è mai solo un’apertura ma un vero rito collettivo. L’idea è quella di tradurre questo spirito in una sequenza di pizze che reinterpretano alcuni dei piatti più iconici del territorio: dalla bagna cauda al vitello tonnato, dalla carne cruda all’albese alla salsiccia di Bra con i porri.

Un’operazione che non è soltanto creativa, ma anche filologica. Il progetto nasce infatti da un attento lavoro di ricerca su ingredienti, tecniche e tradizione, in linea con quella cultura gastronomica che già nell’Ottocento Giovanni Vialardi raccontava nei suoi scritti, descrivendo i lunghi e articolati antipasti delle tavole sabaude.

A fare da base a questa narrazione è il nuovo impasto della pizza romana firmato Alessandro Spoto, realizzato con farina a residuo zero OIRZ di Molini Fagioli e orzo tostato, che regala una nota aromatica intensa e una croccantezza marcata. È proprio su questo equilibrio che si gioca la sfida.

La prima proposta, dedicata alla bagna cauda, potrebbe sembrare un azzardo. E invece sorprende: i sapori si amalgamano con naturalezza, esaltando una farcitura che resta leggera ma piena, perfettamente sostenuta da un impasto croccante. Il risultato è una pizza che non tradisce l’identità del piatto originario, ma lo traduce in un linguaggio contemporaneo.

«Ci interessava partire da qualcosa che a Torino è quasi un rito», spiega Spoto. «Il carosello di antipasti è un modo di stare insieme, non solo di mangiare. Portarlo sulla pizza è stato naturale: è un linguaggio immediato, ma ci permette di lavorare in profondità sui sapori».

Il calendario del progetto segue il ritmo delle stagioni: dopo la bagna cauda di aprile, sarà la volta del vitello tonnato a maggio, della salsiccia e porri a giugno e, infine, dell’albese a luglio. Un’edizione limitata che invita a tornare, mese dopo mese, per scoprire nuove interpretazioni.

Con questa iniziativa, Spoto Bakery si conferma un punto di riferimento nel panorama gastronomico torinese: un luogo capace di tenere insieme tradizione e innovazione, memoria e sperimentazione. E, soprattutto, di continuare a sorprendere, trasformando la pizza in un racconto identitario della città di Torino.

Lori Barozzino

Amistà il vermouth piemontese amato dal jet set internazionale

Nasce dall’incontro tra Michele Marsiaj e Riccardo Cotarella 

 

C’è un filo invisibile che lega i banconi in mogano della Torino Anni ’60 ai calici più sofisticati dei giorni nostri. È un filo fatto di erbe officinali, segreti sussurrati e una passione che ha atteso decenni per tornare a splendere. Protagonisti di questa storia sono Michele Marsiaj, fondatore del Vermouth Amistà, e Riccardo Cotarellauno dei più autorevoli enologi del panorama internazionale, l’uomo che sussurra alle vigne, ma che nel cuore custodisce un segreto profumato.

Tutto ha inizio quando un giovane Cotarella scopre l’universo del vermouth. Non è un semplice interesse, ma un’iniziazione guidata da una leggenda: Luigi Del Mastro. Sotto l’ala di quello che era considerato il sommo custode dell’arte liquoristica dell’epoca, Cotarella impara che il vermouth non è solo un aperitivo, ma una partitura complessa di botaniche e pazienza. Erano gli anni delle scoperte, dell’eleganza sussurrata, di un’Italia che beveva il futuro in un bicchiere ghiacciato. Poi, la vita. La carriera di Cotarella decolla, portandolo a diventare il punto di riferimento dell’enologia mondiale. Quell’amore per le cortecce e le spezie rimane lì, in un angolo della memoria. Una passione sopita, ma mai spenta.

Il destino, però, ha il passo elegante di un incontro fortuito. È quello tra il presidente mondiale degli enologi e l’imprenditore visionario Michele Marsiaj, famoso nel settore dell’automotive di lusso e fondatore di Amistà, uno dei vermouth più apprezzati sia in Italia sia all’estero. Durante una conversazione che sa di lungimiranza, Marsiaj coglie un guizzo negli occhi dell’amico Cotarella non appena si sfiora l’argomento “infusioni”. Viene a conoscenza di quel legame antico con Dal Mastro, di quel desiderio rimasto in sospeso per troppo tempo.

La proposta di Marsiaj non è una semplice collaborazione commerciale, ma una sfida che profuma di rivoluzione: risvegliare quel sogno e trasformare il vermouth Amistà nel più amato al mondo. Unire la sapienza tecnica del “Maestro dei maestri” alla visione contemporanea di un imprenditore che vuole riportare questo vino aromatizzato sul trono che gli spetta.

Oggi Amistà non è solo un nomeè il sigillo di un’amicizia tra due uomini e della promessa fatta a un vecchio maestro degli anni ’60. È la dimostrazione che certe passioni non invecchiano, ma attendono solo l’incontro giusto per diventare leggenda.

Amistà è la combinazione perfetta tra il vino rosso realizzato con uve atte alla produzione di Nizza Docg e le erbe aromatiche, un mélange che lo rende versatile e capace di offrire il meglio di sé in mixology, purezza e in ricercati food pairing. Il risultato è un’esclusiva e raffinata taste experience che sorprende il palato e lo avvolge in un ventaglio di emozioni. Perché Amistà nasce da un approccio sartoriale al prodotto che gli garantisce una qualità premium a forte vocazione internazionale.

In un’epoca in cui il lusso non è più possedere, ma esperire, l’aperitivo si riprende il suo trono come il rito laico più chic della giornata. Non è più solo il “pre-dinner”, ma un momento sospeso tra il tramonto e le luci della città, dove il vermouth Amistà diventa l’accessorio definitivo. Dimenticati i drink urlati e i mix caotici, oggi l’eleganza sceglie la via della purezza e passa per un rooftop a New York, per un giardino segreto di Roma o per un tramonto sul molo di Monte Carlo o di Porto Cervo: qui il vermouth si sorseggia con lentezza, servito liscio o con un solo cubetto di ghiaccio cristallino, per lasciar parlare l’infusione dei maestri. È il ritorno al “quiet luxury” del bere bene, dove ogni sorso è un richiamo alla Dolce vita degli Anni ’60, ma con la consapevolezza cosmopolita di chi sa che il vero stile non ha bisogno di essere spiegato, ma solo degustato.

Per approfondimenti https://amistapiedmontwine.com/it/vermouth/

Le colombe 2026 di Jacopo Chieppa, arriva la “Aromatica” in limited edition

Anche per la Pasqua 2026, lo chef Jacopo Chieppa, una stella Michelin al ristorante “Equilibrio”, chef titolare anche della pizzeria Kilo, sul lungomare di Imperia, torna a celebrare la sua più grande passione: l’arte dei lievitati. Per la Pasqua 2026 presenta una collezione di colombe artigianali che mescola la tradizione dei lievitati delle feste con l’anima autentica del Ponente ligure. Realizzata interamente a mano nel laboratorio dello chef, le creazioni di quest’anno sono il frutto di una ricerca meticolosa sulle materie prime come sugli abbinamenti, alla ricerca di un risultato che aggiunga ogni anno un tocco di novità. La proposta pasquale di quest’anno di Jacopo Chieppa, si divide fra la riconferma dei quattro gusti “cult”, già sperimentati negli scorsi anni, e il debutto di una originale edizione limitata. Si parte dalla Classica, un omaggio alla tradizione che non rinuncia, però, a un’identità territoriale fortissima. Qui, l’uvetta viene lasciata a macerare nel Pigato, vino simbolo della Liguria, regalando un aroma unico e profondamente locale. Per chi cerca qualcosa di più avventuroso c’è la Coccola, un gioco di equilibri audaci dove la dolcezza del cioccolato bianco incontra la nota amarognola delle olive e dei limoni canditi, il tutto reso ancora più leggero dall’uso dell’olio Evo in sostituzione di parte del burro. Non mancano poi gusti più avvolgenti come il gianduja, nato per essere consumato in famiglia e mettere d’accordo grandi e piccoli, oltre alla versione al caramello salato, dove l’intensità del cioccolato fondente si intreccia alla perfezione con la spinta sapido del caramello al sale. La vera protagonista del 2026 è la “Aromatica”, una colomba prodotta in soli 60 esemplari numerati, un creazione che si distingue per l’utilizzo del burro di bufala, che conferisce all’impasto una sofficità straordinaria e un colore più chiaro dell’impasto di base rispetto alla versione tradizionale. Il profilo aromatico è dominato dal caffè dell’Ecuador, presente sia in pralinato sia in polvere, e dal carattere deciso del cioccolato fondente al 72%. Le colombe dello chef Jacopo Chieppa sono disponibili al prezzo di 35 euro, fino a esaurimento scorte, presso la pizzeria Kilo e presso il suo ristorante gastronomico Equilibrio. Da quest’anno anche sullo shop online, raggiungibile tramite i canali social, è possibile acquistare alcune tipologie di colombe.

Mara Martellotta

Largo a Sua Maestà, “Re Barolo”

Con l’arrivo di un’incerta Primavera, ritorna a Barolo negli spazi dell’“Enoteca Regionale” una degustazione sulla “Contemporaneità” del “Re dei Vini”

Riapertura, giovedì 2 aprile – Primo appuntamento sabato 11 aprile, dalle 16

Barolo (Cuneo)

La notizia è un’autentica “chicca” per i tanti, tantissimi “Barolo Lovers”. E ben sappiamo quanti palati (e cuori) il “Re dei Vini” abbia infranto all’interno dei patrii confini e oltre. La notizia? La riapertura, il prossimo giovedì 2 aprile, dopo la pausa invernale, della “Casa Madre” quella prestigiosa “Enoteca Regionale del Barolo” a lui (mister Barolo) dedicata dal 1982 (con specifica Legge Regionale) nel locale “Castello Comunale”, sede dal 2010 anche del “Wi.Mu. Museo del Vino”, e prestigiosa vetrina della produzione vinicola degli 11 Comuni che costituiscono la zona d’origine dell’ormai noto quale indiscusso “Re dei Vini”: da Barolo a Castiglione Falletto, da Cherasco a Diano d’Alba, fino a Grinzane Cavour a La Morra, Monforte d’Alba, Novello per chiudere (con un totale di ben 195 “produttori” rappresentati) con Roddi, Serralunga d’Alba e Verduno.

A inaugurare simbolicamente la nuova stagione sarà, sabato 11 aprile, dalle ore 16, il seminario “Il Barolo oggi. La contemporaneità del Re dei vini”, dialogo tra la giornalista e “wine educator” Sara Missaglia e il direttore dell’“Enoteca”, Cristiana Grimaldi.

Nel corso dell’evento si terrà, nelle “Antiche Cantine” dei Marchesi Falletti, una degustazione guidata di “4 Barolo” con il coinvolgimento diretto delle Cantine “Borgogno Francesco”, “G.D. Vajra” e “Ettore Germano”. Il seminario avrà una durata di 90 minuti ed è “a numero chiuso”, su prenotazione, con un massimo di 30 partecipanti, per garantire un’esperienza raccolta e di reale confronto. Per maggiori informazioni visitare il sito www.enotecadelbarolo.it.

L’appuntamento fa parte di un ciclo di “sei incontri” di “degustazione e approfondimento” dedicati ai grandi vini di Langhe, Roero e Dogliani, promosso dal “Tavolo di Ambito Langhe, Roero e Doglianese” che riunisce le Enoteche Regionali, “Strade del Vino”, “Botteghe del Vino” e “Cantine Comunali” del territorio, con l’obiettivo di “rafforzare la sinergia tra gli enti coinvolti e favorire una promozione sempre più coordinata ed efficace dell’enoturismo”.

Sottolinea il direttore dell’“Enoteca”, Cristiana Grimaldi“Questi incontri vogliono anche essere un’occasione per andare oltre il ‘format’ tradizionale della degustazione e diventare un’esperienza di lettura del vino come linguaggio vivo: un linguaggio che non si esaurisce nel presente, ma si costruisce nell’incontro tra territorio, identità e visione. Il ‘Barolo’, in questo racconto, non è solo un vino. E’ materia che dialoga con altri mondi: la cucina, perché nasce per la tavola; la storia, perché ogni calice porta con sé una memoria; la letteratura e l’arte, perché – come ogni forma espressiva – richiede uno sguardo capace di interpretare, più che di spiegare”.

Non solo “degustazione”, dunque, ma incontri intesi come un vero profondo racconto di storie di territori, di suoli, di annate e di stili produttivi differenti.

“Ne emerge un ‘Barolo’ – ancora la Grimaldi – che sarà lontano da ogni definizione univoca: non uno stile, ma una tensione continua tra identità e trasformazione. Un invito ad accogliere la complessità e a lasciarsi guidare dal vino in un’esperienza che è allo stesso tempo sensoriale e culturale”.

L’iniziativa è realizzata in collaborazione con l’“Ente Turismo Langhe Monferrato Roero”, in qualità di “partner” del “Progetto”.

Per ulteriori info: “Enoteca Regionale del Barolo”, via Collegio Barolo, Barolo (Cuneo); tel. 388/6262864 o www.enotecadelbarolo.it

G.m.

Nelle foto: “Enoteca Regionale del Barolo” con sede nel “Castello di Barolo” e un incontro di studio e degustazione guidato da Cristiana Grimaldi

Golosissime alette di pollo piccanti

Concediamoci un peccato di gola! Le alette di pollo fritte sono sfiziose, croccanti, saporite e molto economiche, ideali per una serata davanti alla TV.

Ingredienti

10 Ali di pollo
2 uova intere
Farina bianca
2 cucchiaini di paprika
2 cucchiaini di prezzemolo tritato
Sale, pepe, olio per frittura q.b.

Sciacquare le alette di pollo e asciugare bene. In una terrina mescolare la farina con il sale, il pepe, il trito di prezzemolo e la paprika. Sbattere le uova. Passare le alette di pollo nella farina, poi nell’uovo e infine nuovamente nella farina. Friggere in olio caldo per circa 10 minuti o fino a quando saranno belle dorate, scolare su carta assorbente e servire subito.
Davvero irresistibili !

Paperita Patty