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Tony Ferrara, oltre il lavoro il gusto della vita

Tra numeri e sapori, la misura di un uomo

Ci sono uomini che costruiscono aziende, grandi aziende…E poi ci sono uomini che, senza smettere di farlo, costruiscono anche bellezza.

Stiamo parlando di Tony Ferrara, imprenditore torinese della Schelling (metalli).

La sua storia nasce da lontano, da una famiglia umile, dove il valore delle cose non si misurava nel possesso ma nella dedizione. Nulla gli è stato regalato, se non quell’educazione silenziosa, fatta di rispetto, sacrificio e osservazione.

Da lì è così partito il suo percorso: determinato, concreto, capace di trasformarlo in uno dei nomi che a Torino si pronunciano con una certa naturalezza, quasi come se fosse stato sempre lì, tra i “miti” discreti della città ma senza mai atteggiarsi a tale.

Perché la sua cifra è proprio questa : l’assenza di ostentazione.

Tony Ferrara non ha bisogno di dimostrare, non cerca il riflettore su ciò che fa ed è forse proprio questo che lo rende credibile.

Eppure, accanto al grande imprenditore, vive un’altra identità. Più intima, più delicata, più libera. Quella dello “Chef” per passione.

Non è un gioco né un passatempo superficiale per lui . E’ una ricerca. Una dedizione che lo ha portato a conoscere la cucina Italiana in profondità, nei suoi segreti più autentici, nella sua cultura più appropriata e quindi nei gesti tramandati e nei dettagli che fanno la differenza tra il cucinare e il creare.

In questo percorso ha avuto accanto fin da subito uno sguardo importante, quello di Bob Noto, maestro del gusto e della curiosità gastronomica, uno dei più grandi gourmet e collezionisti gastronomici italiano, conosciuto a livello internazionale per la sua ricerca ossessiva della qualità.

Ha creato una delle più importanti collezioni al mondo di menu e documenti legati alla ristorazione, con migliaia di pezzi storici provenienti da ristoranti iconici. Questa raccolta è considerata un vero e proprio patrimonio culturale della gastronomia, perché racconta l’evoluzione del gusto nel tempo.

Non era uno chef, ma un “custode del gusto”: frequentava i migliori ristoranti del mondo e aveva una cultura gastronomica vastissima, diventando un punto di riferimento per chef e appassionati.

Ed è proprio Bob Noto che ha riconosciuto in Tony Ferrara non solo talento, ma sensibilità.

E non è un caso che il percorso di Tony si sia intrecciato con quello di Bob. Ad entrambi si accomuna un’anima profonda e un cuore generoso, capaci di riconoscersi in una stessa visione : quella di chi mette al centro il piacere di dare prima ancora di quello del ricevere. Un connubio naturale quindi, fatto di sensibilità e autenticità, lontano da ogni logica di competizione o di puro business, dove il gusto diventa soprattutto un atto di autentica condivisione.

Ed è così, tra una riunione e una decisione strategica lavorativa ufficiale, che per Tony si apre un altro mondo. Un mondo fatto di profumi, tempi lenti, armonie, sapori, ricerca raffinatissima della materia prima, dalla quale lui ne estrae il suo principio , semplice ma assoluto, segreto assolutamente fondamentale capace di far la differenza.

Perché è li che per lui nasce tutto. Non solo quindi nei virtuosismi, non solo nelle tecniche, ma nella qualità autentica di ciò che si sceglie.

Rispettare quindi l’origine (come racconta Tony Ferrara) , esaltarla senza tradirla, lasciando che sia la semplicità, quando è eccellente, a fare la differenza.

C’è poi l’eleganza del gesto finale. Quella capacità di comporre il piatto come fosse una tela, dove ogni elemento trova il suo posto con armonia e misura. Non è solo cucina quindi, è uno sguardo estetico quello di Tony, che fa si che gli ingredienti diventino colori capaci di trasformare equilibrio, affinché il piatto diventi, prima ancora di essere mangiato, un piccolo quadro da contemplare.

Inoltre, dice Tony Ferrara, c’è un ritorno, quasi naturale alla storia della cucina italiana, perché dopo aver inseguito per anni la contemporaneità e le sue stranezze, sta ritrovando una via più autentica, più essenziale e lui lo ha sempre saputo : non servono troppi artifici per stupire, né eccessi per convincere. Basta partire da ciò che conta davvero e quindi dalla base del gusto trasformata con rispetto in meraviglia. Perché la vera eccellenza non ha bisogno di effetti speciali ma solo di verità.

Ai suoi fornelli non si entra per essere semplici spettatori, ma per essere coinvolti. Le cene tra amici , i corsi di cucina nel contesto raffinato ma informale del golf club “I Roveri” alla Mandria, diventano momenti in cui accade qualcosa di più del semplice “mangiare bene”.

Si crea un’atmosfera, si accende una curiosità, si trasmette una cultura….perchè lui non cucina per stupire ma per condividere. E nella condivisione c’è un gesto raro : il dono.

Molto spesso a questa dimensione si unisce un’altra passione, quella per la musica. E allora tutto si completa. Il ritmo entra nei piatti, le note accompagnano i sapori e le serate diventano un’esperienza che coinvolge i sensi….e in modo quasi impercettibile anche qualcosa di più profondo.

Ed è qui che si comprende il vero valore delle passioni. Non come lusso accessorio, ma come necessità dell’anima.

Le passioni non sono un’evasione dal lavoro, ma sono ciò che lo rende umano. Sono il punto in cui l’efficenza lascia spazio alla verità, dove il fare si trasforma in sentire.

Chi ha la fortuna di incontrare persone così dovrebbe fermarsi un attimo osservando e imparando.

Perché in un tempo in cui tutto corre e tutto si misura, esistono ancora individui come Tony Ferrara capaci di fermarsi per creare bellezza, senza un tornaconto, senza una strategia…ma solo per il piacere di farlo e di regalarlo.

Forse è proprio questo che rende indimenticabili personaggi così. Non per ciò che fanno per sé ma per ciò che accade agli altri grazie a loro.

E poi accade qualcosa che sorprende ogni volta. A quelle tavole, tra amici o in qualche serata nel suo Club, gli sguardi cambiano, si fanno attenti, quasi increduli. I piatti arrivano e parlano da soli : equilibrio, grande tecnica, eleganza, anima. E in quell’istante ci si dimentica di tutto il resto. Non si vede più quindi l’imprenditore, si vede uno chef. Uno di quelli veri.

E allora nasce lo stupore e ci si chiede : possibile che tutto questo non sia il suo mestiere ? Possibile che tanta maestria, tanta sensibilità, tanta precisione appartengano a qualcuno che, nella vita, fa altro ?

Quindi, proprio grazie a tutto questo che nasce la grande differenza. Nel fatto che ciò che per molti è professione, per lui è verità. E forse il segreto è tutto qui….quando la passione è autentica, supera il ruolo, supera il titolo, supera persino le definizioni e diventa semplicemente “grandezza”.

Monica Di Maria di Alleri Chiusano

Granda Land of Beer: 15 anni dopo, la birra è ancora una questione di persone

 

Castello di Lagnasco (CN)

17–18–19 aprile 2026 | dalle 18:00

Ci sono traguardi che non si celebrano solo contando gli anni, ma ricordando le persone, i momenti e le storie che li hanno resi possibili.

Per i suoi 15 anni, il Birrificio Granda sceglie di fare esattamente questo: fermarsi, guardarsi intorno e trasformare tutto in una festa. Nasce così “Granda Land of Beer”, un evento serale di tre giorni – dal 17 al 19 aprile 2026 – che porterà al Castello di Lagnasco non solo birra artigianale, ma un modo di viverla.

Da Lagnasco al mondo, e ritorno

Dal 2011 a oggi, Granda ha costruito un percorso che l’ha portata oltre i confini locali, collaborando con realtà italiane e internazionali, sperimentando, crescendo, cambiando.

Eppure, per celebrare questo momento, la scelta è stata chiara: stare a casa.

A Lagnasco, dove tutto ha preso forma.

Non per nostalgia, ma per ribadire un’idea precisa: la birra nasce per stare tra le persone. Non su un piedistallo, ma dentro i momenti reali.

Collaborazioni che diventano storie

Il cuore del festival sono le collaborazioni. Non inviti formali, ma relazioni costruite nel tempo, birre pensate insieme, visioni che si incontrano.

Accanto a Granda ci saranno quattro birrifici italiani con cui esiste un dialogo autentico:

  • La Piazza (Torino)

Un legame fatto di amicizia e condivisione, dove la birra è prima di tutto un gesto sociale, qualcosa che vive nei luoghi e tra le persone.

  • Menaresta (Brianza)

Una delle realtà più riconoscibili e libere del panorama italiano, capace di spingersi oltre senza perdere equilibrio. Insieme a Granda, la sperimentazione diventa terreno comune.

  • Canediguerra (Alessandria)

Precisione, identità e visione contemporanea. Le collaborazioni nascono dall’incontro tra rigore e immediatezza, tra tecnica e piacere di bere.

  • Ritual Lab (Roma)

Tra i birrifici più premiati in Italia, porta una dimensione intensa e profonda, che nel dialogo con Granda trova nuove forme, più dirette e condivisibili.

Ogni birrificio proporrà tre birre, pensate non per stupire a tutti i costi, ma per essere bevute davvero.

Una festa che appartiene a tutti

“Granda Land of Beer” nasce con un messaggio semplice: la birra artigianale non è per pochi. Non serve conoscerla, studiarla o analizzarla per godersela.

Basta esserci. Una birra che unisce, senza chiedere nulla in cambio.

Ad accompagnare le tre giornate sarà il DJ Faber Moreira, protagonista di imprese che lo hanno portato sotto i riflettori per i suoi DJ set di durata eccezionale, veri e propri test di resistenza fisica e creativa.

La sua presenza non è solo intrattenimento, ma parte integrante dell’esperienza: una selezione musicale capace di accompagnare il pubblico per ore, costruendo un flusso continuo tra energia, ritmo e condivisione. Un approccio che rispecchia perfettamente lo spirito del festival: stare insieme, senza interruzioni, senza filtri.

“Granda Land of Beer” prende forma anche grazie alla collaborazione con la Pro Loco di Lagnasco, protagonista attiva nella costruzione dell’intero evento.

La Pro Loco non si occupa solo dell’offerta gastronomica, ma contribuisce in modo concreto anche alla struttura e all’organizzazione del festival, mettendo in campo competenze, energie e conoscenza del territorio.

Un ruolo fondamentale che trasforma l’evento in qualcosa di condiviso fin dalle basi: non solo una manifestazione ospitata in un luogo, ma un progetto costruito insieme alla comunità.

Attraverso il cibo, l’accoglienza e il lavoro organizzativo, la presenza della Pro Loco rafforza il legame con Lagnasco e restituisce il senso più autentico dell’iniziativa: una festa che nasce dalle persone e per le persone.

Più di un anniversario. È un ritorno, un punto di incontro, un momento condiviso.

Tre serate per ritrovarsi, bere insieme e ricordarsi che, alla fine, le cose migliori succedono così: senza filtri, tra le persone.

Quante uova di Pasqua vi sono avanzate?

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PENSIERI SPARSI  di Didia Bargnani
Per qualche giorno ancora dopo Pasqua ci piace mangiare le uova di cioccolato ma arriva il momento in cui vorremmo non averle più in casa o perché ci hanno stufato, si sa, anche l’aragosta mangiata tutti i giorni, che barba, che noia o semplicemente perché non vogliamo più avere la tentazione di cedere alla golosità.
E allora finiamola una volta per tutte: una torta tenerina meravigliosa, fondente, umida e cioccolatosa è la soluzione perfetta.
Per uno stampo di circa 18/20 cm. mi serviranno:
200 gr. di cioccolato, 70 gr. di olio di semi, 3 uova, 90 gr. di zucchero a velo, 20gr. di farina o fecola.
Accendo il forno a 180 in modalità ventilato, sciolgo il cioccolato a bagno maria, faccio raffreddare, aggiungo l’olio.
In un’altra ciotola monto con le fruste elettriche le uova con lo zucchero e unisco la farina setacciata. Aggiungo il cioccolato precedentemente sciolto e mescolo il tutto.
Verso l’impasto nello stampo foderato con carta forno e possibilmente un po’ imburrato.
La Tenerina è pronta per essere infornata; il forno deve essere già a temperatura.
Dopo circa 30 minuti il dolce sarà pronto, se desidero una consistenza meno umida lascerò cuocere qualche minuto in più, cospargo di zucchero a velo e con una tazza di tè o un caffè dico addio alle uova di Pasqua, almeno fino al prossimo anno.

Le uova di Pasqua? Un’ “invenzione” torinese

Le uova sono da sempre una portata del pranzo di Pasqua. Ma quelle di cioccolato?

Pare che alcuni prototipi fossero già presenti alla corte francese  di Luigi XIV, anche se l’uovo di Pasqua così come lo conosciamo fu un’idea di alcuni maestri cioccolatai torinesi ai primi del ‘900.

Del resto fu la duchessa Caterina, moglie del duca Emanuele Filiberto di Savoia, a portare il cacao a Torino dalla Spagna.  Mario Marsero, storico delle industrie dolciarie piemontesi, scrive nel libro Dolci delizie subalpine che nel 1700  la vedova Giambone, che gestiva una una bottega in quella che oggi è via Roma, riempì i gusci vuoti delle uova di gallina con dolce  cioccolata. Poi, negli  anni ’20 del Novecento la Casa Sartorio di Torino brevettò un metodo per modellare con il cioccolato le forme vuote, degli  stampi a cerniera messi nella macchina dove  un movimento di rotazione permette alla pasta contenuta di distendersi uniformemente su tutta la superficie interna. Nel 1925,  animaletti in zucchero o confetti vengono messi all’interno come piccole sorprese. Successivamente sono stati impiegati regali sempre più  preziosi. E il boom fu immediato.

Insalata russa classica per Pasqua

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Una golosa e colorata combinazione di verdure e maionese che porta in tavola l’allegria

Un classico per tutte le stagioni che non passera’ mai di moda: l’insalata russa, un antico e autentico sapore che rendera’ la vostra Pasqua davvero “speciale”. Una golosa e colorata combinazione di verdure e maionese che porta in tavola l’allegria, ideale per un giorno di festa.

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Ingredienti:

300gr. di patate

150gr. di carote

200gr. di piselli surgelati

1 uovo e 1 tuorlo ( a temperatura ambiente)

Olio di oliva gusto delicato

Succo di mezzo limone

50gr. di tonno sbriciolato

Sale q.b.

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Cuocere a vapore le verdure tagliate a dadini, lasciar raffreddare. Preparare la maionese. Mettere nel mixer l’uovo intero ed il tuorlo, azionare a bassa velocita’, aggiungere poco a poco l’olio a filo fino a quando la maionese inizia a montare, solo a questo punto aggiungere goccia a goccia il succo di limone filtrato e un pizzico di sale. In una ciotola schiacciare una parte delle patate e delle carote, aggiungere i piselli e mescolare il tutto con parte della maionese, aggiustare di sale, aggiungere il tonno sbriciolato, mescolare nuovamente e sistemare nel piatto di portata. Ricoprire con la maionese rimasta e guarnire a piacere. Serena Pasqua a tutti voi.

Paperita Patty

La tradizione dell’uovo di Pasqua

L’uovo è da sempre il simbolo della vita e della rinascita, per i pagani rappresentava l’unione tra il cielo e la terra, mentre per gli egizi simboleggiava il fulcro dei quattro elementi: aria, acqua, terra e fuoco.
I persiani si scambiavano le uova di gallina in primavera, mentre con l’avvento del cristianesimo l’uovo, per la sua forma, diventò il simbolo della Risurrezione. Esso assomiglia infatti ad un sasso ed appare privo di vita, così come il sepolcro di pietra nel quale era stato sepolto Gesù.
Dentro l’uovo c’è però una nuova vita pronta a sbocciare da ciò che sembrava morto.
L’usanza cristiana delle uova di Pasqua nacque in Mesopotamia, dove esse venivano colorate di rosso, in ricordo del sangue di Cristo versato durante la sua crocifissione. Maria Maddalena, una volta trovato vuoto il sepolcro di Gesù, corse dai discepoli e annunciò la straordinaria notizia. Pietro, incredulo, disse: “
crederò a quel che dici solo se le uova contenute in quel cestello diverranno rosse” e subito le uova si colorarono di un rosso intenso.
La tradizione di regalarsi uova in occasione della Pasqua nacque nel medioevo in Germania, dove le persone se le scambiavano bollite ed avvolte in foglie e fiori, in modo che fossero colorate naturalmente.
Gli aristocratici preferivano invece quelle in materiali preziosi come argento, platino e oro. Edoardo I, Re d’Inghilterra dal 1272 al 1307, commissionò la creazione di circa 450 uova rivestite d’oro da donare in occasione della Pasqua.
Le origini dell’uovo di cioccolato sono da ricondurre al Re di Francia Luigi XIV detto “il Re Sole”, il quale all’inizio del XVIII secolo fece realizzare un uovo di crema di cacao al suo maître chocolatier di Corte.
Le prime uova di cioccolato in serie furono prodotte nel 1875 dall’inglese John Cadbury, il quale introdusse al loro interno la sorpresa e nel 1905 creò quelle con cioccolato al latte.
Nel 1879 lo svizzero Rodolphe Lindt inventò la macchina per il concaggio, che rendeva il cioccolato vellutato e particolarmente morbido al palato.
Lo Zar di Tutte le Russie Alessandro III nel 1883 incaricò l’orafo di Corte Peter Carl Fabergé di realizzare meravigliose uova decorate per la consorte la Zarina Dagmar di Danimarca. Dalla coppia nacque l’ultimo Zar Nicola II.
Il metodo utilizzato per fabbricare queste uova era quello delle matrioske: il primo uovo realizzato, che era in platino smaltato di bianco, ne conteneva uno in oro, dentro il quale c’erano due doni: una riproduzione della corona imperiale e un pulcino dorato. Visto il successo del primo regalo, lo zar ne commissionò un altro per l’anno successivo e l’usanza proseguì fino alla Rivoluzione Russa.
Nella tradizione balcanica e greco-ortodossa le uova di gallina, cucinate sode, vengono colorate il Giovedì Santo. Il giorno di Pasqua ognuno sceglie il proprio ed ingaggia una gara con i commensali, scontrandone le estremità, fino ad eleggere quello più resistente. Lo stesso giorno le uova benedette vengono distribuite ai fedeli al termine della Santa Messa.
In Armenia è usanza dipingere le uova con immagini di Gesù, della Madonna o con scene della Passione.
In Francia vengono invece organizzate per i bambini delle cacce al tesoro in cui le uova, preparate artigianalmente e di dimensioni ridotte, vengono nascoste fra gli alberi.
Questi eventi si tengono anche nei giardini di molti castelli e spesso sono organizzati dalle nobili famiglie proprietarie.
La tradizione vuole che a lasciare le uova sarebbero le campane di ritorno da Roma; le campane smettono infatti di suonare il Giovedì Santo e secondo la tradizione esse si recherebbero a Roma per essere benedette dal Papa. Al loro ritorno lascerebbero cadere dal cielo le uova.

ANDREA CARNINO

Golosi involtini pasquali in gelatina

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Un detto popolare recita ”Non c’e’ Pasqua senza uova”

Nel rispetto della tradizione, per una Pasqua all’insegna della convivialita’ e degli antichi sapori, vi propongo un facile e fresco antipasto ideale per il pranzo o per il picnic di Pasquetta che vede le uova come immancabili protagoniste del menu’ in una festa di colori e sapori.

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Ingredienti per 8 persone:

 

8 fette di prosciutto cotto tagliato spesso

6 uova sode

100 gr. di tonno sott’olio

1 cucchiaio di capperi

2 cucchiai di mayonnaise

1 cucchiaio di peperoni sott’aceto tagliati a striscioline

1 dado per gelatina

2,5 dl. di vino bianco

2,5 dl. di acqua

cucchiaio di aceto bianco

sale q.b.

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Tritare quattro uova sode con i capperi, il tonno, la mayonnaise;

farcire le fette di prosciutto, arrotolare ad involtino e sistemare in una pirofila preferibilmente in vetro. Nel frattempo preparare la gelatina: portare ad ebollizione l’acqua, far sciogliere il dado, mescolare, aggiungere il vino bianco e il cucchiaio di aceto, mescolare nuovamente e versare sugli involtini di prosciutto. Guarnire con le striscioline di peperone e le rimanenti uova tagliate a piacere. Lasciar raffreddare in frigo per almeno 3 ore.

Buona Pasqua a tutti i lettori.

Paperita Patty

Spoto sorprende ancora: la tradizione torinese sale sulla pizza

Spoto Bakery-Voglia di Pane in Via Chiesa della Salute 23,  firma un nuovo viaggio nel gusto, dove memoria e creatività si incontrano.

C’è un filo sempre più solido che lega tradizione e innovazione nella proposta di Spoto Bakery. Dopo il successo del panettone realizzato con Amaro San Simone – un omaggio dichiarato a uno dei sapori simbolo della città – il forno torinese rilancia con un progetto tanto semplice quanto ambizioso: portare gli antipasti della tradizione piemontese sulla pizza romana.

Nasce così “Il Carosello di Spoto”, un percorso gastronomico che affonda le radici nella memoria conviviale delle piole, le osterie tipiche del Piemonte, dove l’antipasto non è mai solo un’apertura ma un vero rito collettivo. L’idea è quella di tradurre questo spirito in una sequenza di pizze che reinterpretano alcuni dei piatti più iconici del territorio: dalla bagna cauda al vitello tonnato, dalla carne cruda all’albese alla salsiccia di Bra con i porri.

Un’operazione che non è soltanto creativa, ma anche filologica. Il progetto nasce infatti da un attento lavoro di ricerca su ingredienti, tecniche e tradizione, in linea con quella cultura gastronomica che già nell’Ottocento Giovanni Vialardi raccontava nei suoi scritti, descrivendo i lunghi e articolati antipasti delle tavole sabaude.

A fare da base a questa narrazione è il nuovo impasto della pizza romana firmato Alessandro Spoto, realizzato con farina a residuo zero OIRZ di Molini Fagioli e orzo tostato, che regala una nota aromatica intensa e una croccantezza marcata. È proprio su questo equilibrio che si gioca la sfida.

La prima proposta, dedicata alla bagna cauda, potrebbe sembrare un azzardo. E invece sorprende: i sapori si amalgamano con naturalezza, esaltando una farcitura che resta leggera ma piena, perfettamente sostenuta da un impasto croccante. Il risultato è una pizza che non tradisce l’identità del piatto originario, ma lo traduce in un linguaggio contemporaneo.

«Ci interessava partire da qualcosa che a Torino è quasi un rito», spiega Spoto. «Il carosello di antipasti è un modo di stare insieme, non solo di mangiare. Portarlo sulla pizza è stato naturale: è un linguaggio immediato, ma ci permette di lavorare in profondità sui sapori».

Il calendario del progetto segue il ritmo delle stagioni: dopo la bagna cauda di aprile, sarà la volta del vitello tonnato a maggio, della salsiccia e porri a giugno e, infine, dell’albese a luglio. Un’edizione limitata che invita a tornare, mese dopo mese, per scoprire nuove interpretazioni.

Con questa iniziativa, Spoto Bakery si conferma un punto di riferimento nel panorama gastronomico torinese: un luogo capace di tenere insieme tradizione e innovazione, memoria e sperimentazione. E, soprattutto, di continuare a sorprendere, trasformando la pizza in un racconto identitario della città di Torino.

Lori Barozzino

“EXPO della Sostenibilità”: presentata la 4^ edizione

Arte, educazione ed innovazione per un futuro sostenibile: 12 le città coinvolte fra Piemonte e Valle d’Aosta

Dal 17 aprile al 30 maggio

Roddi (Cuneo)

Rimboccarsi le maniche, ben su! Perché se aspettiamo che a pensarci siano altri (chi?) possiamo stare freschi. Tutti dobbiamo fare qualcosa! Soprattutto i giovani – mi permetto d’aggiungere io – giovani di buona volontà e belle positive concrete e concretizzabili idee. Le mie parole si aggiungono a quelle precedenti pronunciate e rese materia su cui lavorare e impegnarsi, senza perdere tempo in chiacchiere e inutili proclami, da parte di un gruppo di ragazzi e ragazze che dal 2023 ha deciso di non aspettare che qualcuno risolva un tema di urgente attualità, qual è quello della “crisi ambientale” al posto loro. Insieme hanno creato in quel di Roddi (Cuneo), con sede in via Roma 34, l’Associazione “Wild Life Protection ETS” e immaginato l’“EXPO della Sostenibilità”: un progetto nato piccolo piccolo ad Alba (Cuneo) e poi cresciuto anno dopo anno fino a diventare una “piattaforma” diffusa e vivace di incontri e iniziative che oggi tocca 12 città tra Piemonte e Valle d’Aosta.

La quarta edizione 2026 si terrà tra aprile e maggio, con oltre venticinque giornate di appuntamenti: attività nelle scuole, eventi aperti al pubblico, spazio alle startup e premi per i Comuni più virtuosi, “per un mese intero di cose da fare, da vedere, da ascoltare”.

Ad aprire ufficialmente l’“EXPO”venerdì 17 aprile (ore 21), al medievale “Castello” di Roddi (Piazza Umberto I), noto per essere stato di proprietà della famiglia Pico della Mirandola (e per essere parte dei “Castelli DOC – UNESCO, oltre che sede della “Scuola Internazionale di cucina del Tartufo Bianco d’Alba”), sarà la mostra “Just Open Your Eyes”, ispirata ad un’opera dell’artista albese Valerio Berruti, presentata recentemente a “Palazzo Reale” di Milano. Attraverso l’antica tecnica dell’affresco, la scultura e la video animazione, Berruti, laureato in “Critica d’arte” al “DAMS” di Torino, crea – nella piccola chiesa sconsacrata di Verduno, da lui acquistata anni fa e diventata suo studio – suggestive ed essenziali immagini ispirate al mondo dell’infanzia (“Sono nato bambino, mi sono trovato bene e lo sono rimasto”, parole del pittore concittadino Pinot Gallizio che Berruti condivide e ama citare), creando un “percorso immersivo in cui arte e coscienza ambientale si incontrano”, allorquando le pareti del Castello si trasformeranno in una sorta di grande schermo. Berruti (sua, fra l’altro, “Alba”, la celebre scultura in acciaio inox alta 12,5 metri installata in piazza Ferrero ad Alba) porterà all’“EXPO della Sostenibilità” la sua ultima video-animazione “Lilith” – una bambina alle prese con un incubo legato alla crisi ambientale – che verrà proiettata sulla facciata del Castello, rendendola visibile anche da lontano. Lo stesso video, accompagnato dalla colonna sonora realizzata appositamente dal Maestro e polistrumentista Rodrigo D’Erasmo, sarà presentato anche all’interno dello spazio espositivo. La mostra sarà visitabile gratuitamente tutti i fine settimanadal 18 aprile al 24 maggiodalle 9 alle 19Ogni sabato e domenica, al tramonto, la proiezione tornerà ad animare le antiche mura.

E non finisce qui.

Tra fine aprile e inizio maggio il programma si sposterà nelle Scuole del territorio con “EXPO Educazione”: un tour tra diverse città piemontesi e valdostane dedicato alle scuole che hanno partecipato al Progetto “Green School: Road to the future” lavorando per ottenere la “certificazione ambientale”. L’evento diventerà l’occasione per “premiare chi si è messo in gioco davvero fra studenti, insegnanti, dirigenti” e per “costruire insieme un dialogo tra giovani, istituzioni e divulgatori che non si esaurisca in una sola mattinata”.

Venerdì 22 maggio, infine, ad Alba arriva “EXPO LIVE”, una serata di dialogo e confronto sui temi ambientali, mentre sabato 23 maggio a Mondovì, e successivamente ancora ad Alba, sarà il turno dell’“Innovation Hub”, incontro dedicato all’innovazione agricola e sostenibile con la presentazione di startup e progetti “AgriTech”.

Il sipario sulla quarta edizione del Progetto scenderà sabato 30 maggio, al “Centro Incontri” della “Provincia di Cuneo” con la cerimonia degli “EXPO Award – Comuni Sostenibili”, riconoscimenti dedicati alle Amministrazioni locali “che non si sono limitate a firmare dichiarazioni di intenti, ma hanno trasformato l’impegno in azioni concrete”.

Il Bando, promosso dalla “Provincia di Cuneo”, si apre in questi giorni e i Comuni interessati potranno candidarsi entro lunedì 4 maggio“L’iniziativa mira a valorizzare il grande lavoro delle Amministrazioni locali, favorendo lo scambio di buone pratiche e stimolando nuove progettualità nel segno della sostenibilità ambientale e sociale”.

Per info sul programma nei dettagli: www.expodellasostenibilita.it  

 g.m.

 

Nelle foto: Castello di Roddi (Cuneo); Valerio Berruti “Lilith”, video-animazione, 2026; Le ragazze ed i ragazzi di “EXPO della Sostenibilità”

Amistà il vermouth piemontese amato dal jet set internazionale

Nasce dall’incontro tra Michele Marsiaj e Riccardo Cotarella 

 

C’è un filo invisibile che lega i banconi in mogano della Torino Anni ’60 ai calici più sofisticati dei giorni nostri. È un filo fatto di erbe officinali, segreti sussurrati e una passione che ha atteso decenni per tornare a splendere. Protagonisti di questa storia sono Michele Marsiaj, fondatore del Vermouth Amistà, e Riccardo Cotarellauno dei più autorevoli enologi del panorama internazionale, l’uomo che sussurra alle vigne, ma che nel cuore custodisce un segreto profumato.

Tutto ha inizio quando un giovane Cotarella scopre l’universo del vermouth. Non è un semplice interesse, ma un’iniziazione guidata da una leggenda: Luigi Del Mastro. Sotto l’ala di quello che era considerato il sommo custode dell’arte liquoristica dell’epoca, Cotarella impara che il vermouth non è solo un aperitivo, ma una partitura complessa di botaniche e pazienza. Erano gli anni delle scoperte, dell’eleganza sussurrata, di un’Italia che beveva il futuro in un bicchiere ghiacciato. Poi, la vita. La carriera di Cotarella decolla, portandolo a diventare il punto di riferimento dell’enologia mondiale. Quell’amore per le cortecce e le spezie rimane lì, in un angolo della memoria. Una passione sopita, ma mai spenta.

Il destino, però, ha il passo elegante di un incontro fortuito. È quello tra il presidente mondiale degli enologi e l’imprenditore visionario Michele Marsiaj, famoso nel settore dell’automotive di lusso e fondatore di Amistà, uno dei vermouth più apprezzati sia in Italia sia all’estero. Durante una conversazione che sa di lungimiranza, Marsiaj coglie un guizzo negli occhi dell’amico Cotarella non appena si sfiora l’argomento “infusioni”. Viene a conoscenza di quel legame antico con Dal Mastro, di quel desiderio rimasto in sospeso per troppo tempo.

La proposta di Marsiaj non è una semplice collaborazione commerciale, ma una sfida che profuma di rivoluzione: risvegliare quel sogno e trasformare il vermouth Amistà nel più amato al mondo. Unire la sapienza tecnica del “Maestro dei maestri” alla visione contemporanea di un imprenditore che vuole riportare questo vino aromatizzato sul trono che gli spetta.

Oggi Amistà non è solo un nomeè il sigillo di un’amicizia tra due uomini e della promessa fatta a un vecchio maestro degli anni ’60. È la dimostrazione che certe passioni non invecchiano, ma attendono solo l’incontro giusto per diventare leggenda.

Amistà è la combinazione perfetta tra il vino rosso realizzato con uve atte alla produzione di Nizza Docg e le erbe aromatiche, un mélange che lo rende versatile e capace di offrire il meglio di sé in mixology, purezza e in ricercati food pairing. Il risultato è un’esclusiva e raffinata taste experience che sorprende il palato e lo avvolge in un ventaglio di emozioni. Perché Amistà nasce da un approccio sartoriale al prodotto che gli garantisce una qualità premium a forte vocazione internazionale.

In un’epoca in cui il lusso non è più possedere, ma esperire, l’aperitivo si riprende il suo trono come il rito laico più chic della giornata. Non è più solo il “pre-dinner”, ma un momento sospeso tra il tramonto e le luci della città, dove il vermouth Amistà diventa l’accessorio definitivo. Dimenticati i drink urlati e i mix caotici, oggi l’eleganza sceglie la via della purezza e passa per un rooftop a New York, per un giardino segreto di Roma o per un tramonto sul molo di Monte Carlo o di Porto Cervo: qui il vermouth si sorseggia con lentezza, servito liscio o con un solo cubetto di ghiaccio cristallino, per lasciar parlare l’infusione dei maestri. È il ritorno al “quiet luxury” del bere bene, dove ogni sorso è un richiamo alla Dolce vita degli Anni ’60, ma con la consapevolezza cosmopolita di chi sa che il vero stile non ha bisogno di essere spiegato, ma solo degustato.

Per approfondimenti https://amistapiedmontwine.com/it/vermouth/